Pubblicato da: miclischi | 5 dicembre 2017

Il Girello di Melani al Teatro Verdi di Pisa: ganzissimo!

Ganzissimo! E’ proprio questo il primo aggettivo che viene in mente quando si abbassa il sipario alla fine di questo spettacolo del 3 dicembre 2017 e si vuole comunicare agli altri, oltre che a se stessi, l’entusiasmo per aver assistito a una celebrazione della musica, dell’opera, della messa in scena… insomma del teatro con la T maiuscola. E se l’aggettivo è nella forma superlativa, e se è per di più seguito da un segno di interiezione… insomma, l’entusiasmo c’è stato per davvero.

I diversi piani della rappresentazione. Da sinistra Erminda (voce Jennifer Schettino), Odoardo (voce Riccardo Pisani); in basso da sinistra Jennifer Schettino, Riccardo Angelo Strano, Giorgio Marcello, Alberto Allegrezza, Riccardo Pisani. Ancora più in basso: l’orchestra Auser Musici. Foto: IMAGINARIUM CREATIVE STUDIO

Sul palcoscenico del Verdi, un altro  palcoscenico più piccolo. Nella buca dell’orchestra, gli impeccabili strumentisti della Auser Musici sotto l’attenta guida di Carlo Ipata. Alle spalle dei musicisti, dove di solito si sistema il coro, ci sono cinque cantanti solisti a sedere. Cosa succede? Succede che i musicisti suonano la musica di Jacopo Melani, musicista pistoiese classe 1623; i solisti, quando tocca a loro, cantano… e in scena? Che succede in scena?

Nel piccolo palcoscenico che si trova sul palcoscenico, i fenomenali marionettisti della Compagnia Carlo Colla & Figli , sotto la regia di Eugenio Monti Colla, manovrano abilmente i personaggi che danno vita alla vicenda melodrammatica dell’opera Il Girello del 1668. I personaggi si animano con una gestualità, una presenza scenica e una veridicità davvero impressionanti. Davvero non capita poi così spesso di veder rappresentata un’opera in questo modo. E l’amalgama che si è venuto a creare fra musicisti, cantanti e personaggi in scena è riuscito davvero benissimo.

Nel Prologo dell’Opera siamo all’inferno! Foto IMAGINARIUM CREATIVE STUDIO

A seconda del posto occupato in teatro, può succedere che lo spettatore si distragga dalla scena per guardare i cantanti nelle loro acrobazie canore. Oppure di fissarsi sui movimenti e sulla mimica delle marionette, dimenticandosi che non sono cantanti veri.  Insomma uno spettacolo dalle tante facce che verrebbe voglia di rivedere e rivedere per goderselo in tutte le sue dimensioni sceniche e musicali (si  mormora della possibile realizzazione di un DVD…).

La vicenda è arzigogolatissima e ruota intorno al tema dei soprusi dei potenti sui più deboli. E il povero Girello, una volta magicamente diventato potente anche lui, non mancherà di approfittarne a sua volta.  Maghi, dèi, regnanti, popolani, caratteristi – anche il fenomenale Tartaglia che tartaglia per davvero, insomma un bel bestiario umano che regge benissimo al tempo.

In scena: una folla di interpreti inusuali. Da sinistra: Girello (voce Giorgio Marcello), Ormondo (voce Riccardo Pisani), Filone (voce Giorgio Marcello), Mustafà (voce Riccardo Angelo Strano), Tartaglia (voce Alberto Allegrezza). Foto: IMAGINARIUM CREATIVE STUDIO

Ci informa Carlo Ipata nel libretto di sala che quest’Opera fu tra le cinque più rappresentate in Italia nella seconda metà del Seicento. E non c’è da stupirsi, sia per il tema burlesco e caricaturale, che per l’assoluta godibilità della musica. Fra parentesi anche la scelta marionettistica ha una ragione filologica, dato che già ai suoi tempi quest’opera era stata rappresentata anche nella versione con i fantocci.

Cinque cantanti per interpretare quattordici personaggi. Tutti all’altezza, i cantanti, nelle loro abilità espressive e interpretative, e nelle acrobazie che alcuni ruoli hanno richiesto. Particolarmente apprezzati dal pubblico, che non ha lesinato applausi a scena aperta proprio per loro nella seconda parte dello spettacolo, il controtenore Riccardo Angelo Strano (che ha incantato per la duttillità, l’espressività e la bellezza della voce) e l’acrobatico tenore Alberto Allegrezza (il quale, all’occorrenza, si è unito agli strumentisti con il suo flauto dolce). Il cartellone completo si trova qui.

Un’altra particolarità di quest’opera, elemento fondamentale della sua godibilità, è il libretto di Filippo Acciaiuoli. Arzigogolato nella lingua e nei modi, proprio come si confà a questa storia, raggiunge il massimo nelle acrobazie dei doppi sensi e degli ammiccamenti balbuziati da Tartaglia, magistralmente interpretati da Alberto Allegrezza.

Ma le emozioni vere arrivano alla fine, durante il coro finale cui partecipano tutti, sia in scena che fra i cantanti. Con perfetta scelta di tempo si apre la parte superiore del piccolo palcoscenico delle marionette, e si vedono finalmente loro, gli artefici di tanta magia: i marionettisti che manovrano alla perfezione tutti i personaggi. Un’ondata di emozione davvero fortissima che corona l’ottima riuscita della rappresentazione. E non c’è da stupirsi se poco dopo, alla fine dell’opera, è davvero venuto giù il teatro dagli applausi e dalle grida Bravi!!!

Insomma, se si esce dalla sala pieni di gioia e di entusiasmo, vuol dire che lo spettacolo ha funzionato a dovere. Quindi, una volta di più, un plauso alla direzione artistica del Teatro che, oltre a presentarci buona musica, ci insegna anche qualcosa di nuovo. Alla prossima!

Il gran finale in cui vengono svelati i marionettisti. Foto: IMAGINARIUM CREATIVE STUDIO

Per la cronaca 1: per farsi un’idea di quest’opera, qui c’è un breve video che fa vedere e sentire alcuni brani, e che comprende anche alcune parole introduttive da parte del Direttore e del Regista.

Per la cronaca 2: un altro video alquanto curioso ci fa vedere il direttore artistico del teatro, Stefano Vizioli, che prepara un girello in cucina mentre ci racconta le particolarità del Girello di Melani.

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Pubblicato da: miclischi | 30 novembre 2017

Dominique Fernandez: la Storia e le storie fra le due guerre

Uscito nel 2014, ripubblicato in edizione tascabile l’anno successivo

Anni trenta del Novecento. Un momento turbolento della storia europea a cavallo delle due guerre. Ma questo caos globale con i suoi fuochi sull’ascesa del fascismo in Italia e il faticoso consolidamento dell’Unione Sovietica, è solo una faccia della storia.

Il maestro del romanzo storico Dominique Fernandez , nel suo poderoso romanzo On a sauvé le mondene racconta altre due di storie: la storia dell’arte attraverso l’amore per le arti figurative di due giovani studenti dell’Istituto d’Arte romano, uno francese (l’io narrante) e l’altro russo; ma anche la storia d’amore che lega questi due ragazzi di diversa origine e di diversa storia uniti dalle loro comuni passioni.

Sì sa, ce lo ha insegnato in tanti dei suoi straordinari romanzi, Fernandez, che la Storia con la S maiuscola raccontata attraverso le storie degli individui acquisisce un sapore tutto particolare. E anche qui la mistura riesce perfettamente.

Di sicuro più godibile nella sua parte romana, grosso modo la prima metà del libro, la narrazione si ingrigisce un po’ quando la vicenda si trasferisce in Unione Sovietica e prende anche una improbabile piega spionistica. Scivola gradatamente, l’ambientazione emotiva della storia, verso situazioni sempre più cupe e angosciose, fino al tremendo epilogo, ed anche la godibilità della lettura passa dalle gioiose ambientazioni studentesche romane (se pur sotto il pesante macigno del regime fascista) alle cupe atmosfere della repressione staliniana.

La vicenda dei due giovani amanti, costretti a nascondersi dal moralismo cattolico e fascista di Roma, ma anche dalla repressione ateista pur sempre moralista dell’Unione Sovietica, si dipana lungo tutta la storia con momenti di picco e di baratro, grandi gioie, ma anche incertezza, angoscia, terrore. L’impraticabilità pubblica di un amore omosessuale (tema più che ricorrente nei romanzi storici di Fernandez) permea con la sua mestizia tutta la storia.

Ma c’è invece anche un filo conduttore luminoso, luminosissimo, che accompagna tutta la storia: l’arte, la pittura, la passione accuminata con cui il protagonista scava nei dipinti, li sviscera e li descrive minuziosamente nelle loro caratteristiche tecniche e nelle stratificazioni delle simbologie che esprimono. Roba che a confronto le lezioni della Kienerk erano una giacchettata.

Nicolas Poussin, Écho et Narcisse, Museo del Louvre. Una delle opere-chiave nella storia dei due amanti sfortunati.

Appassionato soprattutto della pittura di Nicolas Poussin, lo studente francese si dedica con minuziosa competenza a presentare una moltitudine di opere d’arte (alcune delle quali sono poco leggibilmente riprodotte in bianco e nero nell’edizione tascabile – meno male che c’è Internet!). Tanta sarà la sua competenza che anche a Mosca e a Leningrado si farà valere come esperto. E l’arte diventerà nella seconda parte della sua vita, quella dell’amaro epilogo, la sua professione. Appassionato del barocco francese, consulente del Museo Puškin di Mosca e dell’Hermitage di Leningrado, apprezzerà moltissimo anche la visita al neo-museo moscovita dei manifesti della propaganda sovietica.

L’analfabeta è come un cieco

E’ forse proprio l’importanza dell’arte nelle vite delle persone il vero elemento salvifico richiamato dal titolo del romanzo (più della improbabile impresa spionistica compiuta dagli intrepidi – ma neanche tanto – giovani studenti).

Anche la vita del protagonista, che si racconta in prima persona, o meglio racconta a un interlocutore che si immagina assorto nell’ascolto (come già fu nell’autobiografia di Pasolini), viene salvata, in qualche modo, dall’arte, dalla pittura, dal voler sempre scavare nella lettura delle opere figurative che tutti, volendo, hanno a portata di mano nei musei e nelle gallerie di tutto il mondo.

E alla fine della lettura di questo cospicuo tomo, rimane con piacere soprattutto il ricordo delle innumerevoli opere d’arte descritte minuziosamente. Non una fuga dalla realtà, ma una una decisa presa di coscienza di come l’arte possa essere uno degli strati della vita che più aiuta, lenisce, invita a sopportare e a superare il doloroso limbo dell’umana esistenza.

Per la cronaca 1: Nonostante questo non sia forse fra i romanzoni meglio riusciti di Fernandez, rimane sempre il piacere di leggere questo composto ed efficace stile narrativo. Anche se, a dire il vero, pur nella bellezza della lingua, a volte pare che il nostro la faccia un po’ palloccolosa. Un esempio.  Il y a des endroits auxquels nous sommes liés pour la vie: non qu’ils présentent quelque chose d’exceptionnel et qu’il n’y en ait pas cent autres plus excitants. Mais nous nous y sommes trouvés dans des circonstances décisives. Des événements y on eu lieu, qui ont bouleversé de fond end comble notre existence. Sans l’atmosphère , l’impondérable, le charme particuliers à ces endroits, rien ne serait advenu.

Per la cronaca 2: Sempre a proposito di lingua. Nel romanzo viene spiegato un bellissimo esempio di omofonia d’uso alquanto corrente. Se in italiano sono abbastanza comuni le parole omofone, specie con l’aiuto degli articoli (lascia l’ascia e accetta l’accetta), è più difficile trovare proprio un gruppetto di parole di significato diverso ma dal suono  nell’insieme simile (come melodiaportolano). Ebbene, in un gioioso episodio fra gli studenti romani, Fernandez ci illustra l’origine di una denominazione alberghistica assai frequente: Au lion d’or. Che fra parentesi è abbastanza comune anche in italiano: Al leon d’oro (come per esempio l’hotel in piazza della stazione a Bari). Ebbene, pare proprio che questa denominazione derivi dal messaggio pubblicitario usato in alcuni albergucci del passato che recitava Au lit on dort. Come dire: qui si dorme nel letto (non nella stalla con gli animali). Per chi volesse approfondire: vedasi qui.

Pubblicato da: miclischi | 18 novembre 2017

Primi esperimenti con il Nikonos Close-Up Outfit

Le lente montata sulla Nikonos V con obiettivo 35 mm e flash invertito, come indicato dal manuale Church.

Trovando d’occasione una bella valigetta originale Nikonos con la lente addizionale macro e gli accessori annessi e connessi, è difficile resistere. E così fu. E naturalmente cominciarono le prove e i ragionamenti.

A differenza della lente addizionale della Motormarine, quella della Nikonos è un bagaglio alquanto ingombrante e pare proprio sia rimasta un’utopia quella di poter competere con la nota intercambiabilità delle lenti della giallissima concorrente. Immaginarsi di togliere la lente (e tutto il resto) sott’acqua per poter scattare con l’obiettivo non-macro fa quasi sorridere. Quindi rimane il vincolo, come con i tubi di prolunga, di pianificare anticipatamente  un’immersione interamente dedicata alla fotografia macro (o ravvicinata).

La lente con cornice “staccabile” dall’obiettivo

La ganzata del kit, comunque, consiste nel poter utilizzare i tre obiettivi più o meno standard della Nikonos (28, 35 e 80) con la lente addizionale a patto, naturalmente, di utilizzare per ogni lente il telaio dedicato che delimita il campo inquadrato. Di nuovo una utopia, giacché per i nikonosisti convinti l’obiettivo”normale” per le immersioni fotografiche “di ambiente” è piuttosto il 20 mm, o possibilmente il 15 mm (con queste due focali non è utilizzabile il kit per la foto ravvicinata).

Passons. Provare il kit durante un paio di immersioni a Ustica è stata una vera goduria, e i risultati sono proprio incoraggianti. Prima fu provato un rullo in bianco e nero (Ilford FP4 sviluppato in ID 11 stock), poi uno di diapo Fuji 100. In entrambi i casi fu usato l’obiettivo 35 mm con la sua cornice ad hoc. Il flash era un Sea&Sea YS 200.

Ustica, giugno 2017

E’ vero che l’ingombro di tutta l’apparecchiatura è un po’ imbarazzante, ma in condizioni non troppo difficili (una bella giornata di mare calmo e una adeguata barca appoggio) si può fare. E, come al solito, bisogna pur ammettere che specie per la foto ravvicinata è alquanto difficile ottenere foto d’effetto rinunciando al colore. Questo contrasto è ben evidenziato dalle due selezioni qui presentate.

Ustica, Scoglio del Cornuto, giugno 2017

 

Ma c’è un’altra opzione interessante per utilizzare questo kit, che viene descritta brevemente nel succinto paragrafetto “On Land” del pieghevole di istruzioni contenuto nella valigetta. Difatti, giocando sulle differenze di indice di rifrazione fra l’aria e l’acqua (e la conseguente alterazione dell’angolo di ripresa delle lenti), fuor d’acqua si può usare un obiettivo con la cornice di un altro. Le istruzioni prescrivono che si possa usare il 35 mm con la cornice del 28 mm e l’80 mm con la cornice del 35 mm. Ora, facendo un po’ di calcoli, pare proprio che i conti non tornino. Infatti, dopo aver verificato gli angoli di ripresa delle varie lenti (qui), aver convertito gli angoli usando il fattore di conversione 1.33 (indice di rifrazione dell’acqua) e costruito qualche grafico e tabella e infine applicato delle semplici proporzioni, risulta evidente che se è valida l’accoppiata 35 mm con cornice del 28 mm, non può esserlo altrettanto la coppia 80 mm con cornice del 35.

Con l’80 mm e il telaio del 35 mm (le immagini risultano evidentemente tagliate)

Ecco la proporzione sulla quale è stata fatta la verifica della congruità per l’utilizzo dei telai con le varie focali:

α28s :  α35a  ≠ α35s :  α80a  

Dove la proporzione fra l’angolo di ripresa subacqueo del 28 e quello aereo del 35 non corrisponde a quella relativa all’accoppiata 35&80. C’è una differenza di oltre il 10%. Questo non crea grossi problemi di profondità di campo, visto anche che per le foto ravvicinate è una specie di obbligo chiudere tutto il diaframma. Ci sono però dei problemi relativi proprio al campo inquadrato, nel senso che se con la cornice del 28 mm montata sul 35 mm si inquadra tutto (anzi se ci si appoggia troppo viene inclusa anche parte della cornice), lo stesso non accade con l’accoppiata 80 mm e cornice dell’80 mm. Il campo inquadrato risulterà alquanto inferiore a quello delimitato dal riquadro metallico.

Questa foto invece è stata scattata con obiettivo 35 mm e cornice del 28. Parte del telaio (o almeno la sua ombra) rientrano nel campo inquadrato.

Beh, viene da dire a posteriori, basta saperlo e uno in fase di ripresa si regola di conseguenza. Resta però il ricordo della straordinaria praticità del kit closeup terrestre della decisamente più modesta Canon anfibia AS-6. A essere onesti, manovrare quell’accozzaglia pesante di Nikonos + flash + accrocco con cornice non è poi così pratico comunque. E se poi uno si ritrova anche le foto tagliate…

Le foto ravvicinate terrestri sono state realizzate con pellicola ADOX Silvermax 100 sviluppata in ID 11 stock. Il flash era un Nikonos SB 105.

Il citato manuale di Jim e Cathy Church, fonte inesauribile di consigli pratici per l’uso della Nikonos e dei suoi numerosi obiettivi, flash ed accessori (originali e non), curiosamente non dice niente, ma proprio niente sull’uso terrestre del Close-Up Outfit. Rimane comunque un testo fondamentale di riferimento per quanti continuino (o ritornino) a scattare foto subacquee in pellicola. Più recente (anche seppur sempre d’epoca), il manuale Essential Guide to Nikonos Systems (del solo Jim Church) è anch’esso reperibile su internet.

Un manuale fondamentale per tutti gli appassionati delle Nikonos

 

 

Pubblicato da: miclischi | 5 novembre 2017

Ciao Massimo

Ai tempi di Via Don Bertini (era il capodanno 2000)

Massimo della festa inusitata a San Giovanni nel 97, o il mescitore di vino a Stromboli per capodanno 99 (sempre caro mi fu quel capocollo…). Massimo ai fornelli, Massimo che ci ha insegnato Lungo e fino… / Corto e paccuto…  Msssimo babbo, compagno, amico. Massimo delle risatine, dei sorrisi, delle smorfie più espressive del mondo. Massimo ironico, Massimo realista. Massimo delle piastrelle verdi in cucina.

Ciao Massimo…

Pubblicato da: miclischi | 28 ottobre 2017

Un altro giallo malvaldiano nella campagna toscana

Uscito nel 2017

Dirieccoci… Non intorno al barrino degli omìni, bensì negli ambienti rural-costieri della toscana, come già in altri romanzi extra-barlumistici di Marco Malvaldi. Proprio come nel Milioni di milioni di qualche anno fa, la ricerca scientifica si sposa con la ricerca del colpevole. Anche in questo romanzo sono in scena proprio i due ricercatori del romanzo precedente (Margherita e Piergiorgio): lei di tendenze umanistiche mentre lui decisamente bio-mediche. E comincia proprio così, il libro, con il riallacciarsi di questo sodalizio a cinque anni di distanza. E, naturalmente questi personaggi-chiave frammischiano le proprie vicende personali con lo svolgersi della storia.

Già: quale storia? Prima di tutto un piccolo elogio. A differenza di tanti gialli (o film gialli, o telefilm gialli) nei quali prima si sciorina il fatto (il delitto) e poi si ragiona intorno ai perché e ai percome e soprattutto si cerca di trovare i colpevoli, qui succede il contrario. Il fattaccio (il primo dei fattacci) si verifica grossomodo quasi a metà del libro. Prima, invece, l’autore costruisce bene bene l’ambientazione e scende in profondità nella descrizione dei personaggi. Ganzo. Anche perché, nel presentare la nutrita schiera di uomini e donne che condividono lo spazio e il tempo di una magnifica fattoria toscana con bosco, villa, annessi, giardini, eccetera… l’autore ci porta un po’ dove vuole lui, e cioè lontano dalla verità. Che poi aggalla al momento giusto con grande effetto da ooohhh! uuuhhhh! eeehhhh!

E bene fece, che sennò che gusto c’era? Come in altri libri malvaldiani, un piccolo vademecum iniziale aiuta il lettore a districarsi fra i tanti ruoli in scena e, soprattutto all’inizio della lettura, questo manualetto è davvero utile e conviene consultarlo spesso.

Quindi si legge tutto di corsa, a  rotoloni, e con piacere, questa storia che da bucolica e quasi spensierata si fa progressivamente gialla e nera, fiammante e angosciante. C’è l’arte (con i corollari del collezionismo, del mercato legale e di quello illegale), c’è l’archeologia, c’è l’erboristeria, ci sono i musicisti (o ex-musicisti), c’è anche un meccanico di Formula 1, ci sono gli ambienti boschivi e le guardie forestali. C’è naturalmente la chimica, ci mancherebbe; ma fa capolino in modo assai ingombrante anche la speculazione economica: l’arrivismo degli affaristi senza scrupoli.

Insomma una bella storia raccontata bene, anche se questa ambientazione (geografica ed umana) per certi versi molto simile a quella dei citati Milioni, a volte dà una specie di sensazione di già letto. Anche perché, diciamocelo, questa sfrenata passione della reiterata puntualizzazione che caratterizza quasi ogni periodo, via giù, a volte appesantisce invece che risultare simpatica. Però alla fine vince lui, l’autore: con la sua scrittura svelta, la sua abilità narrativa, le capatine che fa fare alla sua erudizione scientifica. Via giù, un altro bel giallo del Malvaldi. Si aspetta già il prossimo!

C’era una volta il CFS…

Per la cronaca 1: il primo tutore dell’ordine che compare nella storia è un ufficiale del Corpo Forestale dello Stato. Era stato coinvolto per via di un incendio boschivo che poi risultò collegato a un omicidio. Poi subentra, quando la questione si fa progressivamente meno ambientale e più criminale, un ufficiale dei Carabinieri. Nella realtà, dal primo gennaio del 2017 la situazione è decisamente cambiata, giacché il Corpo Forestale dello Stato non esiste più, ed è stato assorbito, a seguito di una riforma che ha fatto parecchio discutere (e che continua a far parecchio discutere), proprio dall’Arma dei Carabinieri. Questa costola dei CC, confidenzialmente chiamata Carabinieri Forestali, si chiama in realtà Comando Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare (C.U.T.F.A.A.).  E’ risaputo che i militari dell’Arma sono stati in passato oggetto di sfrenato barzellettismo (un po’ come succede in Francia con i belgi). Naturalmente non poteva mancare una barzelletta anche su questo nuovo assetto, la quale fra l’altro sottolinea con delicatezza le dovute differenze fra i carabinieri “classici” e quelli che provengono dal CFS. Allora, un escursionista passeggia nel bosco e a un certo punto vede un carabiniere in divisa che se ne sta lassù, arrampicato su un albero. L’escursionista chiede: Scusi ma cosa ci fa lassù? E il carabiniere risponde: Sa, ero qui con un nuovo collega forestale, e allora , approfittando della sua competenza gli ho chiesto: che alberi sono questi? E lui mi ha detto: salici!

Per la cronaca 2: A proposito di piante. A chi maneggia quasi quotidianamente questioni tassonomiche, veder scritto il nome scientifico di una pianta con il nome di genere con l’iniziale minuscola (come quello della specie) fa venire i sgrisoi. Sgrisoi che si verificarono, appunto, quando comparve nella storia l’ape legnaiola (nome scientifico: Xylocopa violacea). In corsivo, ci mancherebbe (il che già di suo fa strano in un discorso diretto), ma con quella stramaledetta X minuscola! Del resto succede forse ancor più spesso che vengano indicati con iniziale maiuscola sia il genere che la specie. Via, giù, ci vuole pazienza. Ma a i sgrisoi non si sfugge!

Per la cronaca 3: Il detto popolarissimo La bellezza sta negli occhi di chi guarda ha dato lo spunto all’autore per il titolo di questo romanzo. Detto popolare? Grazie a una ricerca internettistica si scopre che questo concetto, più o meno alla lettera, è stato espresso da una moltitudine di dottissimi personaggi di varia estrazione e di lontanissime epoche. Per esempio: Shakespeare nel suo Love’s Labour’s Lost del 1588 (Pene d’amor perdute):

Beauty is bought by judgement of the eye

 

Pubblicato da: miclischi | 21 ottobre 2017

Ton Koopman al Sottobosco

A Pisa in Piazza San Paolo all’Orto

Notiziona: mercoledì scorso dopo l’undici di sera, fra i tavolini umidi di guazza del Sottobosco, i briai barcollanti , le giovinette compleannanti, gli ambulanti venditori di chincaglierie elettroniche ed altri variegati consumatori di cibi e bevande, sì è visto aggirarsi un drappello di inusitati avventori. Si sono aggirati per davvero, sia per una ricognizione dei luoghi che – più presumibilmente – per verificare la possibilità di mettere qualcosa sotto i denti. Ma dopo confabulazioni in varie lingue il drappello se ne è andato alla ricerca di altri lidi.

Ché, di fatto, è risaputo, i performer che vengono a Pisa per un concerto mai si aspetterebbero che in questa vivacissima cittadina universitaria dopo una cert’ora non ci sia verso si andare a mangiare qualcosa. Magari se prenotavano, qualcosa da mangiare lo trovavano mellio. Ma insomma è andata così, e questo incontro fugace, giusto il tempo di stringere la mano e dire Grazie, Maestro!, è stato proprio un degnissimo modo di chiudere questa giornata.

Occhièrano? Ma erano il direttore d’orchestra di fama mondiale Ton Koopman e alcuni solisti della sua Orchestra Barocca di Amsterdam. Infatti erano appena usciti dal Teatro Verdi per il concerto d’apertura della stagione di Concerti della Scuola Normale Superiore.

Ah già, perché l’altra notizia della giornata era il concerto al Verdi. Grandissima aspettativa per questo interprete stellare, i suoi musicisti, il repertorio barocco del quale è espertissimo esecutore, e soprattutto il grande richiamo esercitato dalla presenza sul palco di ben quattro clavicembali.

E s’era fatto anche il ripasso ascoltando il cofanetto di vinili Erato comprato in Piazza San Marco a Firenze dumila anni fa…

Durante il concerto e nell’intervallo (ma anche alla fine) tanta gente scapeggiava. Maccome, diobonino, siamo venuti a sentire un concertone e invece si sente una musica piatta e monotona che non rende merito ai suoi grandi compositori (Bach e Vivaldi)? Oqquella? Occheè? E si bisbigliano commenti e ipotesi. La disposizione degli strumentisti? Quei tre (poi quattro) gravicembali che mostrano al pubblico i chiuli e quindi – forse – non sprigionano a dovere il loro suono? O quell’esiguo numero  di strumentisti? Ma non c’era una volta l’orchestra d’archi? Occosè, cianno la spending review anche in Olanda? Mancavano le sonore parti dei tutti che caratterizzano proprio la musica di Vivaldi (anche se trascritta da Bach) e davvero il sound che veniva dal palco era smencio e poco coinvolgente. Cosaaaa? Bach e Vivaldi poco coinvolgenti?

E’ andata così. Una grande aspettativa andata in parte delusa. Ed è forse per questo che rimane più memorabile l’incontro notturno al Sottobosco che non la serata a teatro. Ci si rifarà, diamine che ci si rifarà.

Per la cronaca: S’era parlato tempo addietro, qui, di un altro concerto diretto da Ton Koopman  (tutt’altra musica).

 

 

Pubblicato da: miclischi | 19 ottobre 2017

Due romanzi boschivi

L’edizione nei Delfini Bompiani, 1955

Nella biblioteca di Luciano Lischi c’erano parecchi romanzi di Ernst Wiechert. Difatti aveva sempre affermato di essere stato un lettore appassionato di questo scrittore tedesco. Fra i libri di questo autore, tutti o quasi nelle pregevoli vesti editoriali della collana I delfini della casa editrice Bompiani, spicca un titolo di argomento forestale: Boschi e uomini; un’adolescenza, nella traduzione di Federico Federici (il titolo originale era Walder und Menschen : Eine Jungend).

Questo scritto autobiografico comincia proprio dalle radici rurali e forestali, da un’infanzia vissuta in mezzo ai boschi, circondato da boscaioli e funzionari forestali. Insomma si comincia subito ad assaporare il tema preannunciato nel titolo. Sono proprio i primi capitoli del libro, quelli più appassionati e coinvolgenti. I capitoli consacrati alla famiglia, alla prima infanzia, al legame indissolubile con le fitte foreste che circondano la casa, con gli uccelli, gli acquitrini, insomma con la natura remota. Lontano dalle città e dai suoi clamori il piccolo protagonista di questa autobiografia sviluppa una intima sensazione di appartenenza a quel mondo boschivo che mai lo abbandonerà. Anche quando andrà in città a studiare, per poi dedicarsi alla poesia e alla letteratura e infine allontanarsi del tutto dalle sue origini.

Per me il bosco non ha confini. Sono a casa mia ovunque, da tutte le guardie forestali. Mi tengono in considerazione perché non vado girando pel bosco come una civetta cittadina, ma son uno di loro, un giovane del mestiere, sia pur con l’aureola dell’universitario.

Nel breve ed amaro epilogo, l’autore racconta del suo ritorno fugace alla casa paterna, all’età di oltre quarant’anni. L’unica consolazione, in quel mondo in cui quasi tutto è cambiato, la trova nella betulla che lui stesso aveva piantato da bambino con la zia Veronica.

Una scrittura quieta, intimista, precisa. Forse non è del tutto errato riconoscere in quel tratto stilistico l’ispirazione dei racconti familiari di Luciano Lischi, proprio quelli in cui parla dei suoi progenitori e della sua lontana giovinezza.

Il pluri-premiato romanzo di Reinhardt, uscito in Francia nel 2014.

Il caso volle che in una libreria belga fosse notato, proprio poco dopo aver scoperto il libro wiechertiano, un libro dal titolo curiosamente analogo: L’amour et les forêts del francese Éric Reinhardt (pubblicato in italiano da Salani con il titolo L’amore e le foreste).

Uno scrittore (lo scrittore) viene contattato da una sua appassionata lettrice. La incontra un paio di volte soltanto, ma lo incuriosisce questa persona remota eppure vicina, cerca di saperne di più sulla sua vita, sulla sua famiglia, sulle sue tragedie. A tratti la narrazione si sposta, mosaicamente, dalla parte della lettrice, con un brusco salto di stile (che si fa decisamente più fluido e piacevole). E qui si scopre il tema cardine del libro: la distanza abissale fra l’intimo sentire, il modo di vivere, le scelte e le azioni di una persona, e l’immagine che questa stessa persona lascia apparire all’esterno.

Ci sono davvero pochi boschi, in questo romanzo. Ma la precisa scelta narrativa (rivelata fin dal titolo) sta proprio nel collocare in ambiente boschivo i soli (pochi) momenti autentici, sinceri ed appassionati della vita di Bénédicte. Nel bosco vive la passione (o il simulacro della passione) della sua vita. In mezzo al bosco trova davvero se stessa, e può abbandonarsi a vivere una luminosissima emozione che però non riesce a sconfiggere le tenebre della sua vita fatta di abusi e di annullamento.

L’edizione italiana del romanzo di Reinhardt (Salani)

Una lettura dapprima faticosa, complice lo stile contorto nel quale si raggroviglia l’autore nel descrivere soprattutto se stesso, che si fa via via più fluida e piacevole, a tratti addirittura divertente, come nell’episodio in cui Bénédicte esplora per la prima volta – con grande ironia e autoironia –  un sito di incontri su Internet. Anche quando sopraggiunge la tragedia, la scrittura si solennizza ma rimane appassionante. Fino all’epilogo del ritorno al bosco (un auspicio? un sogno irrealizzato? una fantasia postuma?), in cui ogni parola è come sospesa, soppesata, delicatamente proposta al lettore. Proprio così, con cautela e imponderabilità, si parlano i due personaggi dell’ultimo dialogo. Parlano di sé, o delle querce, del proprio sentire, o delle tecniche di capitozzatura, del vischio e dei propri desideri. Rieccolo qui, il bosco, quasi proprio visto da una prospettiva selvicolturale, a chiudere mestamente e con delicatezza questo racconto bello e infelice.

 

Per la cronaca 1: pare che l’edizione italiana di Boschi e uomini non sia più disponibile.

Per la cronaca 2: c’è un Federico Federici, classe 1974, che fa anche lui il traduttore. Omonimissimo del traduttore di Wiechert.

 

 

 

Stagione lirica 2017-18 al Verdi di Pisa: un bell’inizio.

Nuova direzione artistica, nuova stagione lirica, nuovo e coraggioso approccio: aprire con un’opera mai rappresentata a Pisa, poco rappresentata altrove, insomma un Donizetti minore: Pia de’ Tolomei.

Già si era assaporato questo nuovo approccio durante la presentazione dell’opera il giorno precedente la prima. Poi si entra in teatro (dopo un bell’aperitivo mangereccio e sbevazzante), si sfogliano le note di sala… insomma si capisce un intento lodevolmente informativo ed educativo: non si va a teatro solo per passare una serata di intrattenimento ma anche per imparare qualcosa.

Un’opera minore… Già questa scelta rivela alcuni intenti programmatici. Infatti se per alcuni melomani il fatto di veder rappresentata un’opera mai vista né sentita prima costituisce un richiamo irresistibile, per altri può sembrare strano, quasi deludente. Però gli intenti della programmazione del teatro si sono rivelati vincenti giacché la sera della prima, il 14 ottobre 2017, il teatro era pieno, come avrebbe detto Sandro Ciotti, al limite della capienza.

Il venerdì pomeriggio, nel presentare questo titolo poco noto ai più, il musicologo Giorgio Pagannone, incitato dal Direttore Artistico Stefano Vizioli, ha rivelato alcune delle particolarità di quest’opera in bilico fra Rossini e Verdi, alcune pieghe compositive ed orchestrali, insomma ha fatto venire l’acquolina in bocca all’idea di veder rappresentata nel teatro cittadino un’opera che, quasi sconosciuta, avrebbe comunque rivelato spunti interessanti.

All’intento del mettere insieme un progetto musicale appetibile, si coniuga quindi anche il proposito didattico-pedagogico: il teatro come luogo di insegnamento e di trasmissione del sapere e della curiosità per l’universo musicale. Un plauso incondizionato per questo progetto pienamente riuscito.

Atto 1 – da sinistra Claudio Mannino (Lamberto), Francesca Tiburzi (Pia), Silvia Regazzo (Bice). Foto: Imaginarium Creative Studio

Vicenda narrata, musica, regia. Il direttore dell’Orchestra della Toscana, lo statunitense Christopher Franklin, ha illustrato con il suo italiano abbastanza preciso la gioia di avvicinarsi a questa partitura (risultato di un taglia-e-incolla fra le varie versioni che furono elaborate dall’autore stesso) e il piacere di far interpretare all’orchestra questa fase di transizione fra due mondi distinti del melodramma italiano. Poi il regista, Andrea Cigni, illustra la sua lettura del dramma della Pia: contesa fra due fazioni rivali (Guelfi e Ghibellini), vittima di soprusi fino all’estrema tragedia del femminicidio, amante dell’arte e ricattata proprio in questa sua passione. Traslando la vicenda al medio evo al secolo scorso, il regista ha scelto di evidenziare il contrasto politico fra fazioni più familiari al pubblico contemporaneo (fascisti e partigiani). Una scelta che non ha stravolto l’impianto originario dell’opera ma che anzi ha fornito, grazie anche all’efficacia dei movimenti sul palco, alle scene di Dario Gessati e alle luci di Fiammetta Beldiserri, un risultato più che soddisfacente.

La sera della prima c’era molta aspettativa, un po’di tensione, insomma, un’apertura di stagione è sempre qualcosa di emozionante. Due parole del Presidente del Teatro (il quale come al solito sciorina soprattutto numeri), del sindaco uscente, e del direttore artistico, che non nasconde la propria trepidazione. Poi, finalmente, la parola a Donizetti e alla sua Pia.

La vicenda narrata pare fatta apposta per un plot melodrammatico. Matrimonio contrastato, perfido amante respinto, fratello scambiato per amante benvoluto, guerra civile, imprigionamento della presunta fedifraga, morte in battaglia del vile accusatore, rivelazioni tardive, avvelenamento, morte straziante della povera Pia…

Giulio Pelligra (Ghino): il più applaudito nella serata d’apertura. Foto: Imaginarium Creative Studio

Bisogna pur dire, via giù, che quest’opera non è che possa proprio definirsi un capolavoro. Ma questa messa in scena, questa fervente passione interpretativa che ha permeato tutti quanti hanno lavorato all’allestimento, questo  uso delle video proiezioni straordinariamente efficace, la regia dinamica e le scene altrettanto dinamiche sono riusciti nel miracolo: presentare al pubblico uno spettacolo pienamente godibile.

Già, ma l’orchestra e i cantanti? I professori dell’Orchestra della Toscana sotto la guida di Christopher Franklin hanno proprio ben lavorato, in tutte le sezioni, producendo un sound preciso ed appassionato. Anche il Coro Ars Lyrica condotto dal Maestro Marco Bargagna ci ha fatto la sua figura. Il cast della prima serata (sarebbe poi cambiato nella ripresa della domenica pomeriggio) ha ben figurato specialmente nei ruoli maschili principali. Il tenore Giulio Pelligra nel ruolo del perfido Ghino è quello che ha decisamente scaldato di più il pubblico, sia negli applausi a scena aperta che nel’applausometro finale). Il baritono lèttone  Valdis Jansons, interprete del baccellone e credulone marito Nello, ha avuto modo di mettersi in luce in particolare nella seconda parte, dove anche il pubblico lo ha particolarmente acclamato. E lei, la povera Pia? L’interprete della prima serata, Francesca Tiburzi, appassionata e scenicamente molto convincente, ha una voce scura, non particolarmente duttile nel lanciarsi fra i vocalizzi del registro acuto che il ruolo richiede. Anche il difficile ruolo di Rodrigo, fratello di Pia, interpretato dal mezzosoprano Marina Comparato, è stato apprezzato solo in parte dal pubblico criticone. E alla fine l’impietoso pubblico non si è scaldato più di tanto per i ruoli secondari (il cartellone completo si trova qui). Durante l’applausometro finale l’Orchestra e il direttore – oltre ai citati solisti –  hanno riscosso i favori del pubblico mentre quando è entrato in scena il regista, assieme ai calorosi applausi, si sono sentiti anche parecchi Buuuuu! Impossibile accontentare tutti.

– Finale: la morte di Pia (fascisti e partigiani in scena). Foto: Imaginarium Creative Studio

Eppure alla fine la serata è proprio ben riuscita. Abène vedere e sentire un’opera sconosciuta. Abène vedere una regia operistica intelligente e convincente. Abène essere punzecchiati e incitati a non accontentarsi di una facile serata all’opera, ma essere anche invitati ad andare ad esplorare le pieghe di quest’opera poco nota per saperne qualcosa di più su Donizetti, sulla musica della sua epoca, sul melodramma come concetto ampio e dalle infinite sfaccettature. Abène vedere un uso attento, intelligente, coinvolgente, delle videopropezioni. Abène, soprattutto, percepire sul palco una forte passione artistica ed interpretativa. Sentire con grande forza che dietro al sipario non si cela un grammofono che ripete meccanicamente all’infinito melodie già sentite e risentite, proprio nel modo in cui ci si è abituati a sentirle e risentirle, ma una nutrita schiera di artisti, tecnici, appassionati creatori d’arte che son riusciti a imbastire, da un Donizetti decisamente minore, una bella serata di teatro musicale. Abène.

L’incontro dantesco raffigurato da Gustave Doré

Per la cronaca 1:  Si sa, l’incontro con Pia de’ Tolomei fu raccontato da Dante Alighieri alla fine del quinto canto del Purgatorio. E con un piacevole tocco raffinato, i versi di Dante sono stati proiettati sul sipario alla fine dell’opera. Ricorditi di me, che son la Pia; Siena mi fé, disfecemi Maremma. Nella sua formidabile introduzione a questo canto dantesco, Vittorio Sermonti conclude così: La timida preghiera di non dimenticarla e (dopo essersi – per carità! – ben riposato…) pregare per lei, che Pia rivolge al tu-pellegrino, con l’accento premuroso e casalingo d’una epigrafe romana e il sorriso sbarrato d’una dama bizantina, svela ripete conferma l’illusione senza la quale, forse, non sapremmo sopravvivere: che i morti pensino a noi.

Per la cronaca 2: Non scandalizzi troppo il passaggio di palo in frasca. Ma della povera Pia – come osservato anche dal Maestro Vizioli – si occupò musicalmente anche Gianna Nannini. Qui c’è il video della sua performance al Festival di Sanremo 2007.

Per la cronaca 3: va bene trasferire il conflitto politico in epoca più recente. Va bene prendere fascisti e partigiani per rappresentare lo scontro fra guelfi e ghibellini. Ma proprio a Pisa, città ghibellina per antonomasia, presentare questa sovrapposizione fra ghibellini e  fascisti, e assegnare ai gloriosi combattenti per la libertà il ruolo dei guelfi papalini… proprio a Pisa, via giù… Questo a qualcuno è proprio rimasto sul gozzo. Che sia stata una manovra premeditata dal regista livornese?

Grande chiusa di Anima Mundi 2017 con Monteverdi

Alla fine di un’altra bella stagione di musica sacra, la XVII edizione del Festival Anima Mundi giunge alla fine, e tocca di nuovo a lui, Sir John Eliot Gardiner, direttore artistico della rassegna, chiudere in bellezza, come giù ci aveva abituato anche gli anni scorsi. Stavolta, per così dire, ha scelto di giocare in casa, esibendosi con il suo impeccabile  Monteverdi Choir, appunto in un lavoro monumentale proprio di Claudio Monteverdi.

Una stagione dedicata a Maria, anche per celebrare il 900° anniversario della consacrazione della cattedrale, appunto dedicata alla Madonna, si è conclusa con una composizione mariana dalle tante sfaccettature, dalla grande complessità e dalla prodigiosa modernità: il Vespro della Beata Vergine. E’ proprio lui, il Maestro Gardiner, a sottolineare nelle note di sala che  proprio in Italia Monteverdi non è così apprezzato come meriterebbe. E nelle stesse note confessa la sua precocissima e indelebile passione per questo Maestro in bilico fra il ‘500 e il ‘600, anche agli inizi della propria carriera (Ne divenni dipendente…). Afferma il Maestro Gardiner: Più di ogni altro compositore del primo Barocco, nella mia mente Monteverdi riassumeva tutto ciò che potesse esservi di più attraente, esotico e al tempo stesso moderno nella musica degli ultimi quattro secoli. 

Prima dell’inizio del concerto

Questo Vespro è una specie di campionario di che cosa si possa ottenere da un complesso vocale-strumentale in termini di melodie, armonie, sovrapposizioni di ritmi, uso delle voci corali e soliste in infinite combinazioni, uso dei diversi strumenti e delle loro peculiari sonorità, da soli o in audaci connubi, l’inserimento delle voci bianche, l’uso dell eco in lontano, come avrebbe detto Antonio Vivaldi qualche decennio  dopo… insomma ascoltare ed immergersi in questa composizione è un po’ come avvolgersi nell’idea stessa della musica e del suo potere. Un potere espresso non già con l’uso di un complesso vocale e strumentale grandiosamente numeroso, né con l’uso del fragore e di volumi di suono poderosi. Anzi, il clamore è quasi bandito, e meno male, che in Duomo a Pisa se si alza il volume di suono si impastano tutti i timbri e si sente male. Questa serata straordinaria, anche dalle retrovie della cattedrale, è risultata pienamente godibile proprio nella sua intensa soavità. E non bisogna dimenticare che tutto questo Monteverdi se l’è inventato ben prima di Vivaldi e di Bach e di tutto quel che sarebbe venuto dopo.

Un piccolo esempio di questa poliedrica molteplicità: nel Vespro ci sono nove Amen. Ecco, potendoli sentire uno di seguito all’altro (oppure, più semplicemente, notando le peculiarità nella diversa resa vocale e musicale di questa singola parola) , ci si può fare un’idea dell’ampia varietà compositiva di Monteverdi. Ma in questa serata si è anche avuta la possibilità di godere della qualità esecutiva dei complessi diretti da Gardiner: gli English Baroque Soloists e  il Monteverdi Choir – in quest’occasione supplementato dalle voci bianche Cor Infantil de l’Orfeó Català. Una particolarità che ha tenuto il pubblico col fiato sospeso  – nel vero senso del termine: le interminabili corone sulle ultime note di ogni brano che erano davvero interminabili, dimostrando una ferma stabilità delle voci e una persistenza di fiato veramente impressionanti.

Tripudio finale

Si succedono in modo incalzante e quasi senza pause, i tredici brani che compongono questo monumento musicale, mettendo in risalto le voci dei solisti, degli strumentisti, delle sezioni del coro. Bruschi scarti di stile, di ritmo, di assortimento delle voci e degli strumenti. Allo struggimento fa seguito la pacata esultanza, al coro si mescolano all’improvviso gli interventi dei solisti: insomma, un caleidoscopio musicale.

Una rappresentazione spettacolare che ha ben giocato anche la carta degli ampi spazi cattedralici: cantanti e solisti disposti a geometria variabile sia sul palco oppure dietro l’altare, o in fondo alla navata, per esaltare anche gli effetti delle sonorità diffuse. Fino al Magnificat finale, un gioiello incastonato in questo Vespro e che lo conclude in modo magico e grandioso. Durante l’esecuzione del Sicut locutus est la gambista si sposta nei pressi della porta della cattedrale, portando il suo strumento lungo tutta la navata centrale, e a lei si unisce uno dei tenori, più discretamente passando da una navata laterale. Ed ecco il meraviglioso Gloria: la voce in eco del secondo tenore che risponde al primo si diffonde alle spalle del pubblico e l’effetto è davvero straordinario. Quest’idea compositiva è descritta con parole molto potenti da Michel Imberty (La musica e l’inconscio – Einaudi, 2002):

I due tenori si rispondono in una mobilità vocale prodigiosa e febbrile, dalla sensualità botticelliana, mentre in alto la voce femminile, su lunghe note tenute, avvolge e protegge il gioco sonoro dei vocalizzi.

Il secondo tenore fa eco al primo nel Gloria del Magnificat.

Poi arriva il Sicut erat e infine l’ultimo Amen della serata. Il pubblico rimane per un po’ paralizzato da tanta prodigiosa magia, poi esplode in un tripudio di applausi entusiastici.  Un’altra splendida prova interpretativa di Gardiner e dei suoi complessi. Una musica potente e ipnotica. Una serata che lascia addosso una persistente sensazione di meraviglia. Abène. Viva Gardiner, viva Anima Mundi, viva Monteverdi!

Per la cronaca 1: Il testo integrale del Vespro  si trova qui. E’ interessante notare come alcune delle sezioni (per esempio il Dixit Dominus, o il citato Magnificat) siano state singolarmente utilizzate da altri compositori (Haendel, Bach, Vivaldi, per esempio) per lavori di amplissimo respiro.

Per la cronaca 2: Il Vespro eseguito dal Monteverdi Choir  e dagli English Baroque Soloists sotto la direzione di Sir John Eliot Gardiner si può vedere ed ascoltare su Youtube (2014).

Per la cronaca 3: la partitura completa è disponibile su internet: qui la prima parte e qui la seconda.

Uno splendido concerto in Duomo a Pisa: meraviglia aggiunta a meraviglia

Pubblicato da: miclischi | 5 ottobre 2017

12 dicembre 1969: un libro, anzi due, anzi tre

Uscito in Italia nel 2016

Ne sono passati, di anni, da quel 12 dicembre 1969. Eppure ogni anno, poco prima di Natale, ci ritorna in mente. Le bombe di Milano, la morte di Pinelli, l’arresto di Pietro Valpreda… Anche per chi a quei tempi era un bimbetto quei fatti rimangono nella memoria come clamorosi e dolorosi.

E così, quando al Pisa Book Festival 2016 fu visitato lo stand della casa editrice Il Foglio (fosse mai che il Guantini si fosse rimesso a scrivere) fu notato questo libro messo in grande evidenza, con la presenza dell’autore italo-francese, Patrice Avella, che non disdegna fare due chiacchiere e scrivere una dedica chilometrica. Insomma, sì, fu acquistato questo Piazza Fontana.

Un libro di sicuro avvincente, e molto efficace nel trasmettere con precisione la sensazione delle infinite e complesse trame nazionali e internazionali che hanno portato ai tragici fatti di Piazza Fontana. Parecchio discutibili le prese di posizione da parte dell’autore sulla totale assenza di responsabilità di Calabresi e soprattutto sulla colpevolezza di Pinelli (dopo tutto, si tratta pur sempre di un romanzo, mica di un  libro di storia…). E discutibili anche i numerosi refusi (che fine ha fatto il nobile lavoro del correttore di bozze?).

La prima edizione era del 1970 – Samonà e Savelli

Ma uno dei meriti di questo libro sta nell’aver suscitato la voglia di andare a ripescare dal pianetto più alto della libreria, quello dove sono relegati i testi politici degli anni settanta, la polverosissima prima edizione del libro La strage di stato.

Fu acquistato dal giornalaio di Marina di Pisa, questo libro, ed era l’agosto del 1972 (il libro era stato pubblicato nel 1970 da La Nuova Sinistra Samonà e Savelli come supplemento alla rivista Controborghese). La rilettura a distanza di decenni – piacevole e illuminante – colma alcuni vuoti storico-politici del romanzo di Avella ma, soprattutto, rivela qualcosa che nella memoria annebbiata non era rimasto. Questo libello stampato su cartaccia da ciclostile, è in verità scritto benissimo, con grande qualità letteraria. Non era dato sapere, quando uscì,  chi fossero gli autori, ma certo si tratta di un testo che regge agli anni (quasi 50!) grazie proprio alla felice combinazione di due elementi-chiave: da un lato l’accuratezza dell’indagine-inchiesta giornalistica dalle numerose sfaccettature, dall’altro la grandissima qualità della scrittura.

La prima edizione del 1972 era Feltrinelli

Poi, per il sano principio-guida caleidoscopico della lettura, venne voglia di andare a tirar giù dal solito pianetto un altro libretto d’epoca: il Pinelli scritto dalla giornalista Camilla Cederna. Questo fu acquistato alla vecchia libreria Feltrinelli davanti all’Upim nel febbraio del 1973. Un altro libro che coniuga la precisa e scrupolosa inchiesta giornalistica per la ricerca della verità con la grande qualità letteraria. Ecco un piccolo saggio:

Si sa che come niente ci si abitua alle cose più strane; eppure, mi sembra sempre un fatto dei più singolari che io mi sia quasi acclimatata in quell’ambiente sinistro, proprio del tribunale (o forse son capitata in un angolo dei più bui?), a questi continui dialoghi fra sordi, alla conclamazione ininterrotta delle bugie e delle più demenziali decisioni, ai vari e aggrovigliati metodi per soffocare lo scandalo, per insabbiare la verità, allo spettacolo dei generosi continuamente battuti dai meschini insolenti. Ed è certo soltanto ingenuità la mia, ma ormai è da troppo tempo che son dentro il labirinto giudiziario per non rendermi conto che in questi tortuosi meandri la giustizia è un lusso soltanto.

Basta aprire il libro a caso e leggerne un brano: si trovano fatti, dati, personaggi, tutti indicati con scrupolosa precisione; ma senza perder mai di vista la necessità di scrivere in modo chiaro e fluido. Un grande piacere di lettura nonostante l’angoscia dei temi trattati.

Per la cronaca: il testo completo del libro La strage di stato si trova qui e anche qui.

 

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