Pubblicato da: miclischi | 23 agosto 2016

Estate 2016: due letture in vacanza

La libreria Actes Sud di Arles

Una delle sale nella libreria Actes Sud di Arles

Se si prevede di fare tappa ad Arles nel giro di un paio di giorni, allora si può anche partire per le vacanze senza libri. Infatti nella bella cittadina sul Rodano si trova la già glorificata libreria della Casa Editrice Actes Sud: una delle librerie più belle del mondo. Libri, musica e non solo, spazi ampi, variegati e confortevoli, insomma uno di quei posti, una laica Mecca, per dirla con Scalesi, dove verrebbe di passarci le giornate. Lì, di sicuro, sarebbe stato reperito di che leggere nelle vacanze. E così fu.

Uscito in Francia nel 2014

Uscito in Francia nel 2014

Due libri. Il primo è proprio pubblicato da Actes Sud, e raccoglie una ventina di interviste al Maestro Nikolaus Harnoncourt, scomparso pochi mesi fa. Le interviste abbracciano un periodo di tempo che va dal 1982 al 2006, e la raccolta è stata pubblicata in versione francese nel 2014. Il libro si intitola La parole musicale e contiene un evidente riferimento al celebre libro di Harnoncourt dal titolo Il discorso musicale (apparentemente non più disponibile nella versione italiana).

Sono interviste diversissime ma che seguono tutte un filo conduttore: gli intervistatori punzecchiano il Maestro per ricondurlo sul terreno della autenticità e delle interpretazioni  filologiche. Ma lui non cade mai nella trappola, ed elegantemente sottolinea come il suo principio-guida principale è sempre stato cercare di tornare alle fonti, agli autografi o alle prime edizioni, per cercare di capire che cosa davvero voleva esprimere il compositore, quali indicazioni precisamente dava nello spartito, e come tali spartiti siano poi nella maggior parte dei casi stati modificati dagli editori stessi, o dai musicologi (ma anche dai colleghi musicisti) che poi diffusero le versioni che più comunemente vengono eseguite oggi. Sembra di risentire la Bruna Cordati quando, di fronte a ipotesi interpretative di questo o quell’autore o poeta, ripeteva sempre: vediamo un po’ cosa diceva l’autore, vediamo che cosa ha scritto Dante, per esempio, per fare piazza pulita delle tante reinterpretazioni e tornare finalmente alle fonti.

I tempi metronomici, l’apparente rottura delle regole compositive, la scelta di far suonare un solo strumento per evidenziare l’esilità di un momento musicale, le tante indicazioni precise sui manoscritti: questi sono solo alcuni esempi di idee compositive poi stravolte dalle successive rielaborazioni degli spartiti. E il Maestro è sempre stato guidato dall’eroico intento di riparare a quei danni.

E così Harnoncourt cita a più riprese la Sinfonia in sol minore (non dice mai la 40) di Mozart, a suo avviso “banalizzata” dalle esecuzioni progressivamente allontanatesi dalla partitura originale, ma diventate poco a poco “canoniche”, per andare incontro al gusto del pubblico.

Un artista che si mette al servizio dei gusti del suo tempo non merita di chiamarsi artista.

Il Maestro rifiuta i luoghi comuni e le etichette, e la sua principale preoccupazione è quella di mantenere la propria onestà intellettuale.

Io nego che Brahms sia un romantico e, al tempo stesso, lo definisco come il più grande romantico. Questo è il genere di contraddizioni che bisogna accettare di buon grado, se si vuole rispondere sinceramente.

E così, tante parole profonde e invitanti a scavare ancora nell’opera di tanti musicisti: pur essendo stato arbitrariamente etichettato come “specialista di Bach e di musica antica”, Harnoncourt si è dedicato a tutta la musica: Beethoven, Brahms, Schumann, Bruckner… fino – addirittura! – alle sue interpretazioni verdiane. Sotto le incalzanti e piccose domande dell’intervistatore, il Maestro riserva a Verdi e alla sua Aida delle parole molto affettuose e toccanti, rifiutando ancora una volta ogni pregiudizio ed ogni etichetta. In particolare, nega categoricamente che si possa definire qualcosa come la “qualità” della musica, classificandola come di primo o di secondo rango.

La sola questione in ballo è sapere se possiamo rendere giustizia a una data composizione, se la comprendiamo bene, se la “serviamo” correttamente, oppure se in un batter d’occhio la riduciamo alla banalità.

Una lettura piacevolissima e coinvolgente, ma anche uno stimolo a ascoltare o riascoltare le tante composizioni citate dal Maestro, e ad addentrarsi in terreni mai esplorati prima.

Uscito nel 2016

Uscito nel 2016

Il secondo libro: l’ultimo di Jean Echenoz, come sempre impeccabilmente pubblicato dalle Editions de Minuit. Un giallo spionistico internazionale con grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi. Si intitola Envoyée speciale e si è rivelata una grande delusione. Come se alla trama debole l’autore facesse fronte ricorrendo alla sua nota tecnica di scendere in modo esasperante dei dettagli descrittivi (si era già trovato questo modo di narrare in una sua raccolta di racconti). per di più, ricorre frequentissimamente all’odioso interloquire con il lettore! Peccato, si ha l’impressione di un grande talento che un po’ svogliatamente viene sprecato in una storia abbastanza abborracciata, fra finti rapimenti, vendette fra ex-galeotti, e addirittura una missione segreta in Korea del Nord, fra intrighi ed intrallazzi, sesso qui e sesso là, insomma, ci si aspettava qualcosa di meglio da un autore che in passato è riuscito a stupire, appassionare e catturare con la sua bravura.

Meno male che c’era Harnouncourt…

 

 

Pubblicato da: miclischi | 15 agosto 2016

Estate 2016, vacanza in Francia, tre tappe fotografiche

Nuova grafica!

Nuova grafica!

Arles e i suoi incontri (Les rencontres de la photographie). E’ sempre una tappa obbligata. Sarà che era dall’edizione 2013 che non si ripassava da Arles, sarà che è cambiata la grafica del logo, sarà che i lavori in corso alle officine ferroviarie ne stanno snaturando l’atmosfera, sarà forse che le mostre fotografiche sono di meno, o meno impegnative, visto che in due giorni le si sono viste tutte. Fatto sta che l’impressione generale è che questa edizione 2016 sia risultata un po’ sottotono rispetto alle gloriose edizioni visitate negli anni scorsi.

Nel ripescare fra le note di viaggio e fra i ricordi della visita di quest’anno, emergono alcuni elementi dominanti. Prima di tutto sono ridotte all’osso le retrospettive dei fotografi storici e classici, poi si fa strada sgomitando, anche fra i fotografi, l’uso del video, tanto che alcune esposizioni ero più di video che di foto. Poi la progettualità fine a se stessa: in alcuni casi sono stati presentati lavori di fotografi nei quali sembrava prevalere l’intento programmatico sul risultato fotografico. Una delusione? Non proprio, ma se nel ricordo della visita rimane come impressione più emozionante e persistente la straordinaria video-installazione di William Kentridge (More Sweetly Play the Dance), qualche dubbio su come sia cambiata l’impostazione di fondo della manifestazione viene da porselo.

La lunghissima processione sudafricana di William Kentridge

Nell’ampia sala con rare seggiole, la lunghissima processione di William Kentridge si rincorre su otto schermi enormi per rappresentare le tante anime del Sudafrica.

Ma, tornando alla fotografia, ecco gli elementi che sono sembrati più intensi, o significativi, o che insomma sono rimasti impressi nella memoria. Le foto di Don McCullin nella cornice splendida della chiesa di Sant’Anna sono fra quelle che rimangono come ricordo potente. Classiche, bianco-e-nero, ma soprattutto molto efficaci. Un’altra mostra notevole, a due passi dalla precedente, è quella di Bernard Plossu, paesaggi e scene del west statunitense risalenti agli anni ’60 e stampate a colori con il processo Fresson (uno stimolo all’approfondimento tecnico, oltre al piacere di queste foto tutte scattate con la Nikkormat e il 50mm). Volutametne dissacrante, divertente, fuori dagli schemi, la collettiva Parfaites imperfections, di fronte a Sant’Anna, anche qui con contributi video, e con un uso creativo della fotografia. E’ stato molto ben costruito e presentato anche il progetto di Stéphanie Solinas, un misto di foto, video e documenti d’epoca su un grande edificio industriale abbandonato (Lustucru). Viene da pensare come sarebbe stato ganzo fare un lavoro del genere sulla Fiat di Marina prima che fosse demolita. La mostra di foto di Pablo Ernesto Piovano documenta in modo drammatico gli effetti devastanti dell’uso dei nebulizzatori per spruzzare diserbanti nelle remote campagne argentine. Agghiacciante. Le foto di Sid Grossman – il sovversivo – documentano il disagio sociale e i mutamenti della società americana. Belle stampe, ottimo allestimento. Un altro classicone molto gradito: le foto di strada di Gary Winogrand.

Dai balconi arlesiani

Dai balconi arlesiani

Questi sono alcuni degli elementi di spicco di questa Arles 2016, ma certo permane il ricordo delle presenti edizioni nelle quali si aveva l’impressione che ci fosse molta più ciccia. Resta la bellezza della città, restano i luoghi straordinari delle esposizioni (anche se i padiglioni rinnovati delle officine ferroviarie risultano un po’ anonimizzati, per di più in alcuni casi anche climatizzati assurdamente a temperature artiche…), resta l’accogliente Camping City con le sue bici a nolo, resta l’Hotellerie des Arènes con le sue straordinarie arselle all’aiolì! Ma certo che si continuerà ad andare a Arles, anche perché ogni edizione riserva qualche sorpresa. Si vedrà la prossima!

All'interno dell'edificio circolare dello Chateau d'eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

All’interno dell’edificio circolare dello Chateau d’eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

Un po’ più a nord, salendo verso la Bretagna, sosta a Tolosa (Toulouse). Qui non c’era un intento fotografico, ma fu scoperto per caso lo Chateau d’eau (serbatoio d’acqua), antico edificio sul fiume, accanto al Pont Neuf, che nel 1974 divenne un luogo espositivo esclusivamente dedicato alla fotografia. Come ricorda una lapide, questo è, un po’ sorprendentemente, il primo luogo del genere istituito in Francia. Luogo piacevolissimo e molto adatto a mostre fotografiche, ospita nell’estate 2016 alcuni lavori progettuali del fotografo francese Benoît Luisière. Alcuni interessanti (come quello nel quale si fa fotografare nei panni e nelle funzioni dei suoi vicini di casa), ma alla fine un po’ troppo ossessivamente autoreferenziale (il principale soggetto delle foto è lui stesso).  Nell’adiacente centro documentale sulla fototgrafia, una straordinaria mostra di Helen Levitt, sui quartieri poveri di New York negli anni ’40 e ’50 e soprattutto sui suoi bambini. Degli scatti veramente potenti. Una bella scoperta, questo Chateau d’eau, da tenere sotto osservazione, fra l’altro in una città stupenda che merita senz’altro una visita.

Tredicesima edizione!

Tredicesima edizione!

Si sale più a nord, nella fredda e ventosa Bretagna. Eppure proprio qui si svolge ogni anno una rassegna fotografica che ha dello straordinario: quasi tutte le esposizioni sono all’aperto! Sarà stata la fortuna di trovare una bella giornata di sole splendente, ma la visita al Festival Photo di La Gacilly (questa era la tredicesima edizione), è stata straordinariamente piacevole.

Grazie ai numerosi sponsor pubblici e privati il Festival è gratuito, e liberamente fruibile nei parchi e nelle viuzze del minuscolo paesino bretone. E così si trovano grandi riproduzioni (stampate e installate su supporti evidentemente atti a resistere alle intemperie) accanto alle botteghe del panaio o del gelataio, ma anche di artisti e artigiani, oppure in giardini ed orti, o in un ex-garage senza soffitto. Un allestimento intelligentissimo che permette anche di seguire un percorso pedonale per vedere tutto il festival seguendo un sentiero segnato che si dipana fra le 12 mostre allestite nel borgo di campagna. Tanto di cappello a chi ha ideato e realizzato questo evento.

Davanti a un collage di Sohei Nishino

Davanti a una mappa-collage di Sohei Nishino

E le foto? I temi principali di quest’anno erano erano tre: il Giappone,  gli Oceani e le sfide ambientali. I giapponesi: un po’ di tutto, dalle foto d’archivio dell’800, ai classici degli anni ’50, ai fotografi moderni e sperimentali. Fra le mostre che hanno colpito di più, quella di Shoji Ueda, che ha usato per anni come sfondo delle sue foto “da studio” le dune della spiaggia accanto a casa. C’è poi Takeyoshi Tanuma, fotografo di strada che ha documentato i mutamenti del comportamento sociale (e dell’abbigliamento) dei giapponesi dopo il 1945. L’evento tragico di Fukushima ha dato origine alle serie di scatti di Kazuma Obara e ai dagherrotipi impressionati su lastre d’argento di Takashi Arai. In entrambi i casi: immagini di grande potenza. Per finire con il Giappone, ci sono i mega-collage di Sohei Nishino. Questo fotografo se ne va in giro per le città scattando migliaia di foto, per poi ricostruire una mappa immaginaria (ma fedele ai luoghi) costituita da innumerevoli piccole foto attaccate l’una all’altra.

Nell'edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all'aperto.

Nell’edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all’aperto.

Gli oceani, gli scempi ambientali sul mare, la pesca-pirata, la documentazione storica. In questa sezione le foto più impattanti sono forse quelle di Pierre Gleizes che documentano la pesca di rapina operata da pescherecci enormi, spesso privi delle necessarie autorizzazioni, e per lo più lungo le coste dei paesi più poveri dell’Africa. Ci sono poi le immagini quasi pittoriche fatte dall’alto da Daniel Beltrà sullo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico. E poi il cimitero delle petroliere in Bangladesh (foto della fotografa giapponese Shiho Fukada – doppio tema!). Per finire, le foto scattate da Anita Conti negli anni ’30 e ’40 sui pescherecci atlantici: una documentazione accuratissima della vita di bordo (e dei disagi della vita di bordo) con immagini efficacissime.

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Insomma, tre tappe fotografiche in questa vacanza francese.  Pur operando i dovuti correttivi per stazza, importanza mediatica, numero di eventi e di mostre eccetera, la sorpresa più gradita è stata senza dubbio il Festival di La Gacilly. Complessivamente più che soddisfacente, sia per gli allestimenti che (soprattutto) per la qualità delle immagini selezionate (sul sito del festival si può vedere una selezione). Un po’ fuori mano, è vero, ma con i voli che sempre più frequentemente collegano Nantes al resto del mondo… si può fare. A la prochaine!

 

Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2016

Luciano Lischi sei anni dopo

Quando non esistevano ancora le maschere con lenti ottiche per i subacquei

Quando non esistevano ancora le maschere con lenti ottiche per i subacquei

Da un tema del 1969:

Uno dei più grandi hobbys di mio padre, da tempo, è quello di andare sott’acqua, sia per pescare, o per fotografare, o anche solo per esplorazione. Da molto tempo però non pesca più; circa da quando morì il suo grande amico “Nanni” che si sacrificò per cercare di portare aiuto ad un compagno in acqua. La sua maggiore attività subacquea è tutt’ora quella di fotografo. Ogni volta che va a fare un piccolo viaggetto con i suoi amici “sub” alle isole dell’arcipelago toscano si porta dietro tutta l’attrezzatura fotografica per fare delle diapositive piuttosto belle che poi vediamo la sera proiettate sul muro, con gli amici. In estate, si diverte molto a venire con me sott’acqua, per fare esplorazioni con lo scopo di trovare posti buoni per “far muscoli” o per altri divertimenti. Mio padre ama molto il mare, sia sopra che sotto.

 

Pubblicato da Book Sprint nel 2013

Pubblicato da Book Sprint nel 2013

Carl Stemmler (1882-1971) era una naturalista svizzero. Fra le sue tante battaglie per la tutela della natura ci fu anche quella per ribaltare la percezione degli avvoltoi e dei gipeti in particolare; animali che erano considerati come funesti e dannosi, e quindi da eliminare.

Fece due spedizioni in Sardegna nel 1923 e nel 1926. Armato della sua vetusta attrezzatura da alpinista, ma anche della sua inesauribile curiosità, si fece accompagnare da pastori e cacciatori nei luoghi in cui erano stati avvistati dei nidi di Gipeto.  Prendeva appunti, osservava, fotografava con la sua Benzin Tropen Kamera a lastre 13×18.

Dall’incontro  del naturalista Umberto Graziano con la nipote di Carl Stemmler, Gret, nasce questo librino svelto che rimette  insieme parte degli appunti degli anni ’20 e delle foto scattate in quell’occasione. Si intitola Uomini e gipeti ed è pubblicato dalle Edizioni Book Sprint.

Ne viene fuori un ritratto straordinario che – se pur focalizzato sull’avifauna i generale e sui gipeti in particolare – costituisce una testimonianza ricchissima sulla vita rurale e montana della Sardegna di quei tempi.

Una delle foto scattate durante la spedizione in Sardegna del 1926

Una delle foto scattate durante la spedizione in Sardegna del 1926

Straniero, esotico, strano: così di sicuro doveva apparire Stammer ai contadini dei paesini remoti dell’interno della Sardegna. Eppure traspare sempre dalle sue note la sensazione di essere ben accolto ovunque.

E le sue osservazioni sul paesaggio, sui villaggi, ma soprattutto sulla gente (oltre e forse più che sugli uccelli) rendono questo libro un piccolo grande tesoro. Davvero una bella scoperta. Grazie a Alberto!

In groppa a cavalli snelli cavalcavano i sardi ben vestiti con abiti tradizionali. Sulla sella davanti a sé erano inguainati il fucile, la cinta piena di  munizioni e spesso una specie di roncola che era vietata sulla strada, dove pattugliavano i carabinieri.

Bambini e ragazze, Talana 1923

Un’altra foto di Carl Stemmler: Bambini e ragazze, Talana 1923

Per la cronaca 1: Gret Stemmler e Umberto Graziano: Uomini e Gipeti.  Edizioni Book Sprint, 2013. 140 pagine, 12 Euro.

Per la cronaca 2: Sul sito web dell’editore si può ascoltare una intervista audio al coautore Umberto Graziano.

Foto di gruppo con adulti in abito tradizionale - Urzulei 1926

Foto di gruppo con adulti in abito tradizionale – Urzulei 1926

Pubblicato da: miclischi | 12 luglio 2016

I mesti ritratti di Robert Walser

Pubblicato in itlaino da Adelphi nel 2004, nella traduzione di Eugenio Bernardi

Pubblicato in italiano da Adelphi nel 2004, nella traduzione di Eugenio Bernardi

Sulla pagina di Wikipedia dedicata a Robert Walser si apprende che soffriva di crisi d’ansia e di allucinazioni. Che allucinati infatti sono i suoi racconti, questi ritratti di poeti e scrittori che sembrano piccoli quadretti disegnati con pochi tratti quasi astratti, eppure potenti e sorprendenti come le opere giovanili di Georgia O’Keeffe.

Fra le sue tante opere c’è anche questo libriccino rosa (nell’Edizione Adephi) dal titolo Ritratti di scrittori. Scrittore svizzero di lingua tedesca, parla infatti di scrittori perlopiù svizzeri, comunque perlopiù di lingua tedesca. Ed è un vero peccato che la maggior parte di essi sia poco nota (almeno a chi scrive). Giacché sarebbe di sicuro molto più saporito leggere queste note su autori noti, letti e riletti.

Cionondimeno, questi ritratti ad acquarello leggero sono proprio sorprendenti e godibilissimi.

Tristi e sconsolate, sono le righe di Walser. Eppure la forza della sua immaginazione allucinata prevale sulla tristezza grigia dei cieli autunnali e delle situazioni narrate.

C’è la breve narrazione dal titolo La fuga di Büchner, un notturno che sembra la scena di un film muto, che al culmine della tensione chiude con queste poche luminosissime parole: Correva dunque e il vento gli alitava sul bel volto.

E Lenau? Dal breve scritto che racconta la vita dello scrittore austriaco emerge soprattutto la grande forza evocativa delle sue opera (… dai suoi versi crescono alberi con piumaggi o rami argento scuro, e in tutto quello che ha prodotto è come essere in una notte rosea, in una carezzevole mestizia). E nel chiudere il raccontino (Walser è un virtuoso dei finali), si cala nella narrazione di Lenau, cammina nei suoi ambienti, nelle sua atmosfere: Ieri, verso mezzanotte, come somigliava a un grande e tacito paesaggio di Lenau il giardino in cui passeggiai ancora un po’ prima di decidermi a rientrare in casa.

Cliccando sull'immagine si accede a un interessantissimo articolo di Alessandro Toppi su Robert Walser.

Cliccando sull’immagine si accede a un interessantissimo articolo di Alessandro Toppi su Robert Walser.

Parla anche di se stesso, Walser, sia nel racconto Walser su Walser che anche, impersonalmente ne Il lettore. Qui ci presenta una breve riflessione caleidoscopica (alla fine!) che ha il sapore dell’immedesimazione totale fra la vita e la letteratura: La vita non è forse anch’essa un libro che si è letto in un certo qual momento, e senza sosta ci si sente indotti a rileggere con più o meno interesse? Entrambi, leggere e vivere, possono essere benefici o dannosi.

Per finire questo piccolo omaggio a un libro angusto ma prezioso, breve e inesauribile, l’incipit del primo racconto (almeno in questa edizione): uno di quelli dedicati a Brentano (dal titolo Brentano, una fantasia). Non appena aprirò bocca, cari lettori, e comincerò il mio racconto, dovrete immaginare che sia una bella, calda serata d’estate, fragrante di profumi.

Via giù, questa prima lettura, come spesso succede, stuzzica la curiosità, e certamente si andrà a pescare qualche altro libro dal non piccolo catalogo di Robert Walser. Bella scoperta, e grazie a Carla!

 

Pubblicato da: miclischi | 28 giugno 2016

Bud Spencer ai tempi del Gatto Nero

1929-2016

1929-2016

Ma davvero Bud Spencer era del 1929?

Negli anni a cavallo fra il liceo e l’università Antonello cercava di convincere  una ristretta cerchia di amici che nel duo con Terence Hill il vero leader era lui, l’omone corpulento, e non il biondino con gli occhi slavati ma languidi. E per supportare questa tesi con approccio scientifico rincorrevamo nei cinemi di periferia i film della serie di Trinità. Eravamo serissimi.

Ma il ricordo più indelebile legato a Bud Spencer è precedente. Nelle calde estati marinesi si poteva scegliere fra i cinemi all’aperto (ce ne erano due  – quello dei preti e il Gatto Nero) e due al chiuso (il Giannini e l’Italia). E circolavano, naturalmente, i film di Trinità. Ci s’andava e come, con Giordano, al cinema a Marina. Ma per i film di Trinità c’era un bonus speciale. Filippo, un amico di famiglia più grande di noi, ci pagava il cinema, la gazzosa Pulizzi e le seme (o forse solo la gazzosa e le seme?), a patto che applaudissimo entusiasticamente ogni volta che un personaggio faceva un rutto. A noi non ci pareva il vero. Anche perché in quelle scene  sudaticce in cui i due fratelli smandruppati e polverosi si sedevano a tavola e mangiavano col cucchiaio di legno quegli intingoli a base di fagioli, i rutti non mancavano di certo.

Abène il Gatto Nero, abène le gazzosa Pulizzi, abène i rutti di Bud Spencer!

Abène

Abène

 

Pubblicato da: miclischi | 9 giugno 2016

Una Voigtländer Vito del 1940 dal mercatino di Marina di Pisa

La Vito con il filtro in posizione

La Vito con il filtro in posizione

Un’altra bella scoperta nel mercatino di Marina. Uno dei primo modelli (il primo per pellicola perforata 135) della Voigtländer Vito che poi si sarebbe diffusa nell’universo dei fotoamatori con i suoi vari modelli in varie versioni (fino al 1950 con le “folding”, e poi fino alla fine degli anni ’60 con la produzione delle macchine a frontalino fisso, e poi le Vitomatic e le Vitoret, come ben spiegato qui).

Una macchinetta compatta, pesante, solida, con un particolare che innamora fin da subito: il filtro giallo è incorporato nell’obiettivo e lo si può mettere e levare a piacimento agendo sulla cerniera con cui è fissato appunto all’obiettivo. E così scompare il problema di portafiltri da cercare in tasca o in un qualche scomparto della borsa fotografica. Quando serve è già lì. Una grande comodità.

Particolare del filtro incernierato sull'obiettivo.

Particolare del filtro incernierato sull’obiettivo.

Proprio questa particolarità del filtro incernierato sull’obiettivo è un carattere distintivo della prima serie della Vito, prodotta nel 1940. A dire il vero la primissima serie era del 1939, per pellicola non perforata nel formato 828. Ma a seguito dell’abbandono di questo formato da parte della Kodak in seguito all’inizio della guerra, la macchinetta fu subito riadattata per accogliere il normale 35 mm formato Leica.

Obiettivo Skopar 50 mm f. 3,5, otturatore Compur fino a 1/300, messa a fuoco con impostazione della distanza. Con questi parametri si può fare praticamente quel che si vuole.

La portatilità è massima proprio perché si tratta di una “folding”, e in posizione chiusa sta bene anche in tasca (a patto che la tasca sia solida, considerando il peso). Un piccolo difettuccio si può trovare nell’assenza delle asole metalliche solidamente ancorate al corpo-macchina per il lacciolo. Infatti, a meno di disporre della custodia originale, la macchinetta non la si può mettere al collo e ce la si ritrova sempre in mano.

La Vito riflessa in una vetrina di Propriano

La Vito riflessa in una vetrina di Propriano

 

Il caricamento della pellicola è un po’ ardimentoso, ma il manuale disponibile sul meritorio sito di Michael Butkus chiarisce tutti i dubbi e alla fione si riesce a caricare il film come si deve, e anche ad azzerare il contapose.

Visione dall'alto

Visione dall’alto

A prima vista sembrava che ci fossero dei problemi con il pulsante di scatto (che a dire il vero è una specie ti stanghetta piatta più che un pulsante), ma poi l’arcano fu chiarito: la macchina è dotata di un dispositivo contro le doppie esposizioni accidentali, e quindi lo scatto si attiva si nuovo solo dopo aver trascinato la pellicola.

A il rullino di prova? Grande gioia e soddisfazione. Non solo nel maneggiare questo gioiellino d’ante-guerra, nello stupore delle persone che assistono agli scatti, nell’ascoltare il suono lieve dell’otturatore e nell’aprire e chiudere la cerniera del filtro; ma anche nell’osservare i risultati.

Ritratti sulla torre di Cupabia

Ritratti sulla torre di Cupabia

A dire il vero c’è bisogno di una soffiatina per rimuove qualche caccoletta di polvere che vaga nella macchina e che si deposita qua e là sulla pellicola, ma questi scatti realizzati nella Corsica sud-occidentale a cavallo fra maggio e giugno 2016 sono risultati più che soddisfacenti

La pellicola è una Ilford FP4 svilupppata in soluzione stock e lo scanner è un Epson Perfection V600 Photo.

Una selezione del primo rullo di prova si trova qui.

Una Renault 4 in versione pick-up fotografata a Propriano.

Una Renault 4 in versione pick-up fotografata a Propriano.

Per la cronaca: Il rullo di prova della Vito scattato in Corsica ha permesso, a distanza di quattro anni, di fissare sulla pellicola – quasi –  un’immagine che nel 2012 aveva contribuito alla piccola collezione di Fotografie Senza Macchina Fotografica (FSMF) di cui si era ragionato a suo tempo quiEccola qui sotto.

Quellla che era nata come FSMF # 5: The last twist of the knife.

Quellla che era nata come FSMF # 5: The last twist of the knife.

Pubblicato da: miclischi | 12 maggio 2016

Ritorna il graffitaro del Paduletto!

Passeggiata serale al Paduletto

Passeggiata serale al Paduletto

Ecco, c’era già chi si preoccupava che fine avesse fatto il solerte graffitaro che ci teneva a sottolineare questo strano paradosso del Paduletto (ufficialmente: Piazza Viviani): uno spiazzo sul lungomare di Marina di Pisa curiosamente abbandonato a se stesso.

Si era già segnalata più volte in passato (per esempio qui) la solerzia di questo filosofo murale che proprio non sopporta il destino di questo spiazzo mitico. Poi, per mesi e mesi, “nulla”.

Ma, nel corso di una passeggiatina maggesca per assaporare un inusitato tramonto condito di libeccetto che non sa decidersi se rinforzare o no, riecco la scritta (ormai un classico). Complice la recente installazione di una nuova “gabina” elettrica, un muro tinto di fresco che pare fatto apposta, riecco la scritta campeggiare imperiosa nello spiazzo deserto e battuto dal vento.

Via giù, il graffitaro è tornato!

Via giù, il graffitaro è tornato!

Pubblicato da: miclischi | 9 maggio 2016

Uno Steinbeck tremendo

Uscito negli usa nel

Uscito negli usa nel 1950

Tremendo. Forse è questo l’aggettivo che viene in mente per primo se si vuole condensare in una sola parola il romanzo teatrale (play-novelette) di John Steinbeck dal titolo Burning bright.

Tremendo per la spietatezza con cui scava nei personaggi per tirarne fuori l’essenza più intima. Tremendo perché porta il lettore/spettatore in scena, accanto ai personaggi, ai loro gesti, ai loro modi di parlare, di sedersi, di incontrarsi e scontrarsi. Tremendo perché presenta una lettura spietata di temi universali come l’amicizia e l’amore. Tremendo perché – ancorché scritto parecchio prima dell’epoca della stepchild adoption – affronta con fredda lucidità il tema della maternità (o paternità): istinto? necessità? accettazione? rifiuto?

I quattro personaggi cominciano a confrontarsi sotto il tendone di un circo. Ma poi vengono tele-trasportati (stessi nomi, stesse relazioni, stesse dinamiche) in una fattoria in mezzo al nulla. E infine su una nave.

Anche questa rappresentazione della ubiquità dei temi affrontati nel romanzo è – di per sé – tremenda.

Chissà chi è l'autore delle illustrazioni.

Chissà chi è l’autore delle illustrazioni.

Il finale, brevissimo e fulminante, si svolge in un luogo senza tempo e senza dimensioni. E’ forse il momento più teatrale di questo teatralissimo lavoro. E lascia basiti e scossi con la precisa sensazione di aver letto un testo bellissimo e tremendo.

Una sintesi efficacissima di quel che succede nel romanzo? Eccola qui:

This novel traces the story of a man ignorant of his own sterility, a wife who commits adultery to give her husband a child, the father of that child, and the outsider whose actions affect them all.

Per la cronaca 1: Il libro nell’edizione originale è facilmente reperibile (per esempio qui). L’edizione italiana (con il titolo Che splendida Ardi) pare non sia più disponibile oggi (se non sul mercato dell’usato). Fu pubblicato insieme ad alcuni racconti sotto il titolo La Valle lunga nella Medusa Mondadori nel 1953.

Per la cronaca 2: Valore aggiunto. Ci sono alcuni elementi di contorno alla lettura che possono rendere un libro più godibile, o più ricco, o semplicemente più emozionante. Questa edizione del romanzo di Steinbeck fu acquistata da Cippi Pitschen a Rotterdam nel 1962. E quelle sue tre righe scritte sul frontespizio, davvero, aggiungono ulteriore valore a questo libro di per sé prezioso.
cippi-steinbeck

Per la cronaca 3: Illustrazioni: il libro (questa edizione tascabile Bantam Books del 1962) è riccamente illustrato con schizzi che riproducono alcune delle situazioni narrate. Stranamente, non c’è verso di sapere chi sia l’autore dei disegni. Mistero.

Per la cronaca 4: il titolo del romanzo proviene dalla poesia La tigre (in originale: The Tyger) di William Blake, i cui versi iniziali sono riportati in epigrafe.

Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?

Pubblicato da: miclischi | 3 maggio 2016

La Sinfonietta di Janáček a Roma: che meraviglia!

Valčuha e Janáček: acccoppiata vincente

Valčuha e Janáček: acccoppiata vincente

Vigilia di primomaggio al Parco della Musica. Un bel programma variegato (come è d’uso nelle stagioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – basti uno sguardo al calendario dei concerti). Quando si arriva all’intervallo il pubblico gioioso ed entusiasta si è già goduto oltre un’ora di musica. Prima il delicato e intenso omaggio di Aleksandr Glazunov a Pushkin (la Cantata per Pushkin mezzo-soprano, tenore, coro e orchestra) – davvero una bella scoperta – e poi il tour de force del terzo concerto di Sergej Rachmaninov (insomma, il Rach 3, come ormai viene confidenzialmente chiamato – c’è scritto proprio così anche sul biglietto…).

Sul podio Juraj Valčuha (direttore dell’Orchestra della RAI). Al pianoforte il giovane Federico Colli.

Questo direttore slovacco, giovane ed esuberante, trova una straordinaria sintonia con tutte le sezioni dell’orchestra, e trasmette a tutti i musicisti – ma soprattutto al pubblico – la grande gioia del far musica. Il Colli, giovane e riccioluto, eppure con una allure da consumato professionista, impeccabile e bravissimo – ancorché non sprizzi simpatia – con la sua interpretazione ha entusiasmato il pubblico che ha preteso ben due bis. Come si conviene dopo la maratona del Rach 3, i bis sono di solito placidi e defatiganti: una trascrizione di Handel e una di Bach.

Grande contentezza in sala. Qualcuno dopo l’intervallo non rientrerà. Dopo tutto l’attrattiva della serata, per molti, era proprio quel concerto straordinario eseguito da quel pianista straordinario. Ma per chi è rimasto, e soprattutto per chi era venuto proprio soprattutto per sentire la seconda parte del programma, è cominciato lo spettacolo vero.

Juraj Valčuha, una direzione entusiasmante

Juraj Valčuha, una direzione entusiasmante

Gli addetti portano via il pianoforte, rimettono in ordine le postazioni dei musicisti, e poi dispongono nel settore del coro, sovrastante l’orchestra, ben quattordici leggii. Quando pian pianino ricomincia l’afflusso dei professori d’orchestra, dietro ai leggii si dispongono altrettanti ottonari. Poi si accordano gli strumenti, torna il direttore, e comincia la magia della Sinfonietta di Leóš Janáček. La quintessenza della fanfara (nell’organico completo si trovano 25 ottoni).

Il primo movimento lo suonano solo gli ottoni e i timpani. Un tripudio di musica entusiasmante. E i violinisti, nell’attesa che tocchi anche a loro, si godono lo spettacolo. Poi, nei movimenti successivi, questa sinfonietta si ingegna a esaltare tutte le sezioni dell’orchestra in atmosfere diversissime e continuamente cangianti. Con gli ottoni sempre pronti a dire la loro, i flauti e gli altri legni che si lanciano in pericolosissime acrobazie, e gli archi che finalmente si esprimono a mestieri, financo con i pizzichi e le morbidissime sordine.

Poi nell’ultimo movimento (toh guarda, sembra di ritrovarci le sorprendenti sovrapposizioni nella chiusa della purceliana Guida di Britten…) ritornano possenti i timpani e gli ottoni dell’inizio. Ma stavolta non da soli, bensì impastati sapientemente nel gran mescolone di tutta l’orchestra.

Fino al finale che, dopo il percussivo fragore ritmato di trombe e tromboni, persistente e fortissimo, si concede, subito prima del silenzio, qualche stupefacente brivido (sono proprio brividi!). Forse la più convincente rappresentazione sinfonica dell’orgasmo.

Che meraviglia!

Leóš Janáček

Leóš Janáček

Per la cronaca 1: anche se il suono elettronico è alquanto fastidioso, ci si può fare un’idea della fanfara iniziale della Sinfonietta, seguendola sullo spartito, qui.

Per la cronaca 2: fra le innumerevoli esecuzioni che si trovano su internet, c’è questa (Proms del 2011) che rende bene anche la spettacolarità e la variegatezza delle voci orchestrali.

Per la cronaca 3: è già uscito il programma di Santa Cecilia 2016-17. Roba da leccarsi i baffi.

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