Pubblicato da: miclischi | 13 ottobre 2018

La Resistenza secondo Ludvík Vaculík

Scritti sparsi di Ludvík Vaculík

Uno dei piaceri – innumerevoli piaceri – del girovagare per Praga consiste anche nell’affacciarsi nelle numerose librerie. Si tratta spesso di ambienti estremamente accoglienti, con personale gentile e disponibile, e anche con reparti dedicati alla musica, dove si possono ritrovare anche dei nostalgici LP dei tempi della Supraphon.

In una di queste librerie, quella della Università Carolina, la commessa mostrò al visitatore curioso alcuni testi di scrittori cechi tradotti in inglese. Fra questi, dopo una rapida sfogliatura in cerca di ispirazione, fu scelto il volumetto di Ludvík Vaculík dal titolo A Cup of Coffee with My Interrogator, pubblicato da Readers International. Con una bella introduzione di Václav Havel. La traduzione in inglese è di George Theiner.

Questo scrittore ceco fu fra i protagonisti della cosiddetta Primavera di Praga del 1968, quando pubblicò il suo Manifesto delle duemila parole indirizzato agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli scienziati, agli artisti, a tutti. Fu poi fra i firmatari della Charta 77 .

Pochi mesi dopo la primavera, nell’agosto Agosto del 1968, arrivarono a Praga i carri armati sovietici e iniziò un periodo triste fatto di repressione, censura, persecuzione dei dissidenti, interrogatori, detenzioni. Tragico simbolo di quei tempi fu il suicidio pubblico dello studente Jan Palach, che si dette fuoco per protesta nel gennaio del 1969.

Ludvík Vaculík

Che cosa fa uno scrittore censurato dal regime, emarginato, privato della libertà, soprattutto della propria libertà di espressione? Scrive, naturalmente. Batte a macchina i suoi testi, li fa circolare fra la cerchia dei suoi amici intellettuali, insomma resiste, resiste, resiste. E in queste brevi cronache (quelle qui raccolte vanno dal 1975 al 1986, con una coda, Postcript, dal titolo Glasnost, del 1987) raccontano la sua esistenza, la sua quotidianità, i rapporti con le autorità, con i colleghi, con i luoghi della città, ma anche le sue preoccupazioni per il degrado ambientale oltre che umano e intellettuale del suo paese.

E’ molto utile ed istruttivo, in questi tempi di becerismo internettistico, vedere come un uomo saggio e di cultura usi per la propria individuale resistenza contro i soprusi del regime proprio le armi della cultura e della saggezza. Con un calmo atteggiamento di profonda riflessività e ispirato agli ideali gandhiani della nonviolenza, Vaculík usa con estrema levità e sottigliezza anche l’arma dell’ironia. Soprattutto, non cede mai alla tentazione di strafare, di scagliarsi, di urlare. Lo si immagina parlare in tono pacato, fermo e convincente.

In uno dei resoconti degli interrogatori cui era sottoposto dalla polizia politica, racconta di essersi rivolto a uno dei suoi interlocutori con questa frase: Il grado di libertà civile non si misura dal modo in cui lo stato tratta i milioni di cittadini che lo sostengono, ma piuttosto da come tratta – diciamo – una dozzina di oppositori.

Fra questi racconti si segnalano quello che dà il titolo alla raccolta, la rievocazione dell’agosto 1968 a distanza di otto anni, e il testo in cui ammette l’importanza che ha avuto l’insegnamento del Mahatma Gandhi nello sviluppo del proprio pensiero politico (irridendo la superficialità con cui gli inglesi trattarono al faccenda ai tempi del movimento per l’indipendenza dell’India).

Una lettura piacevole, illuminante, insomma: una bella scoperta.

Praga nel 1968. pochi giorni prima dell’arrivo dei carri armati sovietici. Foto di Luciano Lischi.

 

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Pubblicato da: miclischi | 23 settembre 2018

Sir John chiude Anima Mundi 2018 con il Requiem di Verdi

Sir John conclude Anima Mundi 2018

In questi giorni quasi estivi di fine settembre – con buona pace del fatidico equinozio – c’è un evento sportivo che le attenzioni calciocentriche dei media hanno forse un po’ negletto: i campionati mondiali di pallavolo.

La nazionale italiana ha completato la prima fase con cinque vittorie su cinque, appassionando il pubblico di Firenze ma anche i telespettatori comodamente addivanati. Una delle caratteristiche – fra le altre – di questi campionati è il ritmo serrato con cui si sono susseguite le partite: pochissimi giorni fra una e l’altra. E addirittura nella seconda fase, in programma a Milano, la nazionale è chiamata a tre incontri in tre giorni consecutivi. Pazzesco immaginare questa profusione di impegno con poco tempo a disposizione per il recupero.

Ecco, viene in mente questo ritmo pazzesco di partite ravvicinate considerando che solo due giorni prima del concerto di chiusura di Anima Mundi 2018 nella Cattedrale di Pisa, Sir John Eliot Gardiner con coro, orchestra e solisti si erano esibiti con lo stesso programma (il Requiem di Verdi) nella cattedrale di Westminster a Londra.  Davvero poco tempo (dal 18 al 20 settembre) per il recupero, pensando anche al trasferimento (ma avranno preso la Ryanair o un treno sotto la Manica?).

Prima dell’inizio (Foto EnezVaz)

Aspettare l’inizio del concerto in piazza del duomo è un vero piacere. L’alta temperatura induce agli indugi all’aperto e la piazza e quasi gremita di turisti come di giorno. Che sorpresa deve essere stata, per i turisti ignari, la bella esibizione ottonistica dalla torre pendente (anche se con il fuoriprogramma del mezzo militare di sorveglianza che, proprio all’inizio della performance, ha accecato il pubblico coi fari e poi se ne è andato smotorando). E che curiosa frammistione, quella dei turisti da tutto il mondo con questi distinti signori in nero che, conversando in Oxford English, si avviano verso l’ingresso della cattedrale. Ché i numerosi coristi e artisti del coro (le coriste invero con giacchettina avorio) si sono appropinquati alla spicciolata, un selfie con la torre, uno sguardo alla cattedrale illuminata da luci lunari, e via, verso il concerto. E trotterellando è arrivato anche lui, il Maestro Gardiner, amatissimo dal pubblico pisano dopo tanti anni di presenza regolare alla rassegna Anima Mundi.

Il Maestro Gardiner con i quattro solisti impegnati nel Requiem verdiano (foto di Massimo Giannelli).

In chiesa, come le volte scorse, gli strumentisti si scaldano e si concentrano passeggiando per il transetto e la navata, e ci si prepara a un’altra serata straordinaria con Sir John. Calano le luci, e le poche parole di presentazione, sorprendentemente, si limitano all’usuale invito a spegnere i telefoni cellulari (invito per lo più ignorato) senza una parola di benvenuto per il ritorno del Maestro Gardiner dopo i tanti anni come direttore artistico della rassegna. Passons. Quando poi il maestro arriva davvero e prende posto sul podio, ci pensa il pubblico pisano ad accoglierlo come si deve, con un entusiasmo quasi come quello dei fiorentini nei confronti del loro Maestro Metha.

Il Maestro Gardiner al lavoro. AL suo fianco la mezzosoprano Ann Hallenberg e il tenore Edgaras Montvidas (foto EnezVaz)

Salta subito all’occhio una notevole differenza negli organici Gardineriani rispetto alle performance degli anni scorsi: coro (Il Monteverdi Choir) e orchestra  (l’Orchestre Révolutionnaire et Romantique) sono imponenti (una sessantina di coristi e una settantina di orchestrali). Il requiem verdiano richiede un organico più corposo rispetto ai lavori barocchi che sono la specialità di Gardiner. E lo spettatore, prima ancora dell’inizio, già su preoccupa dei noti problemi acustici della cattedrale quando il volume sono sale al di sopra di una soglia alquanto bassa.

E così, ahimé, fu. La serata è come se fosse stata suddivisa in due sotto-categorie di ascolto: i mirabili momenti di piano, con quei sottovoce del Coro Monteverdi che ne hanno messo in luce ancora una volta la straordinaria coesione, intonazione, insomma efficacia; e poi la tragedia dei maestosi momenti di perentorietà verdiana nei quali il suono, fatalmente, si impasta e si perde. Peccato.

La soprano Corinne Winters nel “Libera me”. Sullo sfondo : il Coro Monteverdi (foto EnezVaz).

Inizia delicatissimamente, appunto, questo Requiem, e l’emozione è fortissima. Nel kyrie del quartetto solistico le voci si perdono e non emergono come dovrebbero. Poi con il Dies Irae ecco la tragedia: non si sente più nulla, e l’emozione la suscita casomai il sound possente che rimane nell’aria cattedralica dopo che voci e strumenti si sono chetati.

E’ stato tutto un po’ così, con questo andirivieni di parti mirabili e parti inascoltabili. E alla fine non è rimasta quella piacevole sensazione che aveva affascinato gli anni scorsi: una sensazione di gioia mista ad appagamento. Difficile valutare quanto dell’impressione generale sulla performance sia stata causata dall’acustica ingiovibile e quando dai dubbi sull’interpretazione verdiana di Gardiner e dei suoi cantanti e strumentisti. Resta il fatto che i soliti limiti acustici si evidenziano proprio con le performance che si vorrebbero grandiose. Ma anche le prestazioni dei solisti non è che abbiano entusiasmato.

Alla fine le voci più apprezzate sono state quelle del mezzosoprano Ann Hallenberg e del basso Gianluca Buratto. Il tenore Edgaras Montvidas ha evidenziato una qualche carenza di spessore – lo si è apprezzato soprattutto nella sua delicata parte dell’Hostias – e la tanto attesa soprano Corinne Winters, oltre a mostrare alcune difficoltà nel planare con sicurezza sugli acuti, ha anche sminuito la sensualità e drammaticità del Libera me, lo straordinario finale dell’opera – pardon, del Requiem.

Applausi finali. Forse un po’ meno calorosi degli anni scorsi (foto EnezVaz)

E’ come se – forse questo è proprio l’aspetto che ha in qualche modo deluso – non si fosse realizzata quella magia di coesione emotiva fra direttore, solisti, orchestrali e coro che aveva così potentemente caratterizzato le esibizione barocche degli anni scorsi. Vabbè. E’ andata così. Ci si rifarà le prossime volte. L’ammirazione per il Maestro Gardiner non è stata scalfita, ma nei commenti del dopo-concerto prevale l’auspicio che lasci perdere Verdi e ritorni ai suoi beneamati Monteverdi e Bach.

Per la cronaca: La recensione di Nick Kimberley pubblicata nel Regno Unito il giorno dopo la performance gardinerana di Londra, due giorni prima di quella pisana), si trova qui . Curioso notare che anche alla Cattedrale di Westminster l’acustica non sia il massimo.

Ma non s’era detto di spengere i telefoni cellulari? Foto EnezVaz.

Pubblicato da: miclischi | 18 settembre 2018

Il barocco celtico a Pisa per Anima Mundi 2018

La musica celtica barocca: quella colta e quella popolare si mescolano.

I concerti Anima Mundi che si svolgono nel Camposanto monumentale hanno un sapore tutto particolare, come si era già notato per la recente esibizione di Michele Campanella.

C’è questa sensazione di essere un po’ al chiuso e un po’ all’aperto, poi le opere d’arte da cui si è circondati (dai grandiosi affreschi ai piccoli ma affascinanti bassorilievi sui sarcofaghi e sulle urne). Poi, a seconda della posizione, c’è anche il cielo stellato che fa capolino di fra i colonnati, o anche la cupola della cattedrale. Poi il Fibonacci che incombe con la sua aria severa…

Insomma un piacere ambientale che si somma al piacere musicale.

A patto di non occupare una fila troppo indietro; che si sa, la pecca dei concerti che non si svolgono in sale appositamente pensate per la musica è che chi non sta nelle prime file è decisamente penalizzato (nel vedere e nel sentire).

Questo concerto (Celtic Baroque) si annunciava come una curiosità da scoprire. Difatti, a differenza di tutti gli altri concerti, non c’era stata diffusione del programma che l’Ensemble Il Suonar Parlante  avrebbe eseguito (limitandosi a indicare “Vittorio Ghielmi, viola da gamba”.

Vittorio Ghielmi illustra al pubblico il programma della serata.

Poi il programma di sala illumina e chiarisce, e sgorga nuovamente da quelle righe la funzione istruttiva e formativa che caratterizza – più di altre – alcune performance musicali. Qui infatti si parla della gioiosa e naturale commistione di musica popolare e musica colta (come poi spiegherà anche a voce dal  palco in una pausa durante la performance il leader dell’Ensemble, Vittorio Ghielmi – che si è esibito con due diverse viole da gamba di diversa taglia). Canti popolari che ispirano musicisti colti e viceversa, musica composta sul foglio musicale che poi trabocca e va a ricomparire anche nelle canzoni popolari e nelle musiche celebrative a soggetto.

Ma quale musica? Celtica e Barocca. Due aggettivi che non si è soliti sentire insieme nelle sale da concerto (o nelle rassegne musicali). Ma questo meraviglioso connubio è risultato alla fine di molto godibile. Con la complicità della percussione celtica (il bodhran di Fabio Biale che ha alternato questa sorta di tamburo con altre percussioni metalliche e con il violino), delle cornamuse (o come diavolo si chiamano) di Fabio Rinaudo e dell’arpa  di Johanna Seitz.

La moltitudine di flauti suonati da Dorothée Oberlinger

Un Ensemble estremamente coeso dal quale traspare con forza lo sforzo comune per ottenere un risultato d’insieme. Impossibile non notare, tuttavia, che in questa performance di musicisti tutti eccellenti il ruolo preminente lo ha assunto la flautista Dorothée Oberlinger.

Dorothée Oberlinger con il flauto più grande di tutti

Ha alternato l’uso di cinque, forse sei (ma non erano sette?) diversi flauti, dal sopranino al basso, più altri di difficile identificazione. Ha mostrato una padronanza stupefacente di tutti questi diversi strumenti, suonati virtuosissimamente ora da seduta ora all’impiedi. Ma ha stregato soprattutto l’efficacia perentoria nelle diverse tecniche di emissione del suono. Una rivelazione davvero pazzesca.

Per completare il panorama flautistico, Fabio Rinaudo si è esibito anche con il tin whistle, il flautino metallico della tradizione irlandese, in un bellissimo duetto con l’arpa.

Insomma un insieme variegato che si è esibito in un programma effervescente che alternava struggenti melodie dolorose a gioiosissimi ritmi di danza.

Il pubblico si è difatti particolarmente scaldato con l’esecuzione di un tema molto noto della tradizione irlandese, quel Lilliburlero che dopo un’esposizione del tema in modalità lenta e pacata scatena tutti gli strumentisti in un ritmo trascinante.

Fabio Biale al violino.

Tutto il concerto è stato caratterizzato da una bella dimostrazione delle potenzialità vocali (da cui la denominazione dell’Ensemble) ed espressive di tutti gli strumenti. Come per esempio nel brano Parson’s Farewell di John Playford, che parte con un incalzante pizzicato della viola da gamba cui  si sovrappongono il violino e l’arpa, ai quali si aggiunge il flauto soprano con delle elaborazioni acrobatiche sui ritornelli ripetuti (si può ascoltare qui). Oppure nel brano tradizionale The Duke of Norfolk, che dopo un assolo delicato di arpa si scatena in un tutti fragoroso in cui emerge la cornamusa, poi il flauto, poi duetti in cui si alternano tutti gli altri strumenti dell’Ensemble, fino alla straordinaria accoppiata di flauto – virtuosismi pazzeschi –  e arpa seguita dall’entusiasmante tutti conclusivo (si può ascoltare qui)

Insomma una serata riuscitissima, trascinante ed istruttiva, che ha aperto una finestra su una nuova dimensione della musica, meno ancorata agli schemi, più libera e liberatoria. Abène.

Per la cronaca 1Alla popolarità del brano Lilliburlero ha di sicuro contribuito anche questa sequenza del film Barry Lyndon di Stanley Kubrik. Lo stesso brano eseguito proprio da Ghielmi e la Oberlinger con l’Ensemble Il Suonar Parlante eccolo qui.

Per la cronaca 2: Alcuni dei brani eseguiti nel concerto pisano si trovano in un CD Harmonia Mundi proprio con Dorothée Obelinger e Vittorio Ghielmi e l’Ensemble 1700 e Il Suonar Parlante. Qui c’è il pdf dell’opuscolo contenuto nel cd.

Per la cronaca 3: Per chi è stato colpito dalla straordinaria bravura di Dorothée Oberlinger, qualche ricerchina in rete rivelerà infiniti gioielli e sorprese. Dalla sua possente discografia dedicata a Telemann, a contributi video. Fra i tanti, questo travolgente primo movimento del quarto brandeburghese in compagnia di Irene Liebau (secondo flauto), Jonas Zschenderlein (violino barocco) e la Jugendbarockorchester Bachs Erben.

 

Il CD che contiene alcuni dei brani eseguiti a Pisa

Pubblicato da: miclischi | 13 settembre 2018

Francesco Cappelletti porta un po’ di Piviere intorno al mondo

Francesco Cappelletti al Calambrone pochi giorni prima della partenza.

Francesco Cappelletti, velista toscano quarantenne, è stato per tanti anni uno dei punti di riferimento del gruppo di pivieristi che periodicamente si riuniscono sul litorale toscano.

I pivieristi sono i velisti che navigano – o hanno navigato –  sul Piviere, barca che è stata prodotta in vari modelli dal cantiere CBS di Fiumicino a partire dalla fine degli anni ’60, su progetto di Aldo Renai da Antignano con il concorso delle idee di Mauro Mancini.

Dagli anni del Piviere, Francesco ha fatto decisamente un enorme salto e ha deciso di partecipare al giro del mondo in solitario senza scalo (si chiama Golden Globe Race 2018). Non con un Piviere, ci mancherebbe: con un due-alberi di 35 piedi (Endurance) che si chiama 007.

Quando stava ultimando i preparativi sulla barca poco prima della partenza, al Calambrone, il tamtam dei pivieristi – coordinato da Marione – organizzò un gruppetto di colleghi-ammiratori per andare a salutarlo. In quella occasione gli fu consegnato un profilo in rilievo della nostra amata barca – il Piviere appunto – perché se lo tenesse a bordo nelle sue veleggiate intorno al mondo.

Il pellegrinaggio dei pivieristi al Calambrone per salutare Francesco

Sono passati un bel po’ di mesi, in questi giorni Francesco sta navigando in acque brasiliane, e sul supplemento Sette del Corriere della Sera del 13 settembre esce un articolo  in gran parte autobiografico di Sandro Veronesi – dal titolo Così navigavo in mare senza web e senza app – sul tema della navigazione prima dell’elettronica (ché infatti, alla regata Golden Globe, si naviga senza gps o altri ammennicoli elettronici).

Francesco Cappelletti riceve dai pivieristi il profilo del Piviere

Si concentra soprattutto sull’asimmetria fra i due concetti di navigazione (pre- e post-elettronica), l’articolo di Veronesi, ma ovviamente fa riferimento anche alla regata in corso, ed è ricchissimamente corredato di fotografie. La maggior parte delle quali sono dedicate proprio a Francesco Cappelletti e alla sua barca.

Nel doppio paginone d’apertura dell’articolo c’è un’immagine di Francesco sottocoperta, alle prese con gli impianti nel vano-motore. Una foto d’insieme che rende bene l’atmosfera di questo interno nautico: tavolo da carteggio, radio, strumenti, innumerevoli ammennicoli qua e là. Ma sulla parete di sinistra, in bella vista, eccolo lì, appeso proprio in alto, il profilo del Piviere affidatogli dagli amici pivieristi.

Ma allora davvero se lo è portato con sé! E se lo è proprio appeso sottocoperta! Grande Francesco, oltre all’ammirazione ti sei di sicuro guadagnato anche la gratitudine di tutti i pivieristi che seguono le tue avventure.

Che il Piviere ti faccia compagnia in tutti i mari del mondo!

Il paginone di Sette (foto di Andrea Falcon) ripubblicata sulla pagina Facebook di Francesco Cappelletti e rilanciata dai Pivieristi.

Per la cronaca: La pagina web dei pivieristi si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 12 settembre 2018

Michele Campanella a Pisa per Anima Mundi 2018: Liszt, ma non solo

Michele Campanella nel Camposanto Manumentale di Pisa

Quando ai tempi del liceo si esploravano i vari universi della musica che Marcello Piras dai programmi di Radio Tre ci aveva insegnato a definire “colta”, Michele Campanella era già un indiscusso interprete lisztiano di fama mondiale, e nelle discoteche degli appassionati c’era di sicuro qualche album del pianista napoletano, come per esempio la sua interpretazione delle trascrizioni di alcuni brani dalle opere di Wagner fatte da Franz Liszt, che come si sa era un appassionato trascrittore, in quanto virtuoso dello strumento oltre che compositore.

Quindi l’occasione di sentire Michele Campanella suonare Liszt a Pisa il 10 settembre, nell’ambito della XVIII edizione di Anima Mundi, era proprio da non perdere.

Una visitina al sito web del pianista permette di affacciarsi su un personaggio dalle molte sfaccettature, dalle grandi doti di comunicatore (oltre che di pianista!) e anche dotato di una bona dose di ironia e autoironia (basti notare che la pagina dedicata alla sua biografia è suddivisa in due sezioni: biografia insolita e biografia solita).

Dalla discoteca degli anni che furono (questo disco è del 1976).

Un concerto-evento che mette insieme tanti diversi motivi d’interesse. Prima di tutto l’interprete stellare. Poi il luogo: la cornice meravigliosa del camposanto munumentale, dietro alla cattedrale di Pisa, proprio lì dove si trova l’affresco del Trionfo della morte di Buffalmacco, recentemente restaurato (si dice che fu proprio la visione di quell’affresco, durante il soggiorno di Liszt a Pisa nel 1839, a ispirargli la composizione della danza dei morti – Totentanz). Poi la possibilità, per Michele Campanella, di suonare parte del concerto  su quel fortepiano si cui suonò proprio Liszt a quei tempi, mentre la seconda parte della performance – proprio quella dedicata a Liszt – era in programma su un pianoforte moderno.

Si comincia dunque sul fortepiano, con la Fantasia in do minore KV 475 di Mozart. Dopo un inizio calmo e ieratico la musica tende alla cantilena. Ma il sound del fortepiano in qualche modo la nobilita, insieme al tocco estremamente delicato dell’interprete. Anche nei passaggi forte e in quelli veloci la melodia viene eseguita senza nessuna sbavatura. Come nel finale fatto di arpeggi vertiginosi e precisi.

Michele Campanella al fortepiano (foto di Massimo Giannelli).

Arriva poi Schubert, con i primi tre brani dei suoi Moments musicaux D 780. I primi due brani, complice il suono tenue del fortepiano, non è che siano poi così accattivanti per il pubblico pisano, che si risveglia invece quando attacca il terzo, non solo più allegro e pimpante, ma anche più noto all’orecchio (ci ricorda Daniele Spini nel suo preziosismo testo del programma di sala che questo pezzo è sovente eseguito dai pianisti come bis).

Poi, previo spostamento degli strumenti sul palco, viene il momento del pianoforte. E della musica di Liszt. La differenza si sente, e come, e la partecipazione del pubblico si risveglia e si anima.

Il primo dei due brani lisztiani è quello ispirato a una lettura di Dante (Fantasia quasi Sonata S 161 N. 7) e qui si sente subito come il nuovo strumento sia molto più atto del suo predecessore ad esprimere la perentorietà che la musica di Liszt esige. Questa composizione a programma esplora tutti i registri e tutte le sonorità dello strumento. Gli sprazzi di melodismo romantico vengono spezzati da bruschi salti di stile, di volume, di ritmo, appunto di perentorietà. Non a caso il pubblico si scalda molto di più che dopo i brani precedenti, e si profonde in calorosissimi e prolungati applausi.

Michele Campanella al pianoforte (foto di Massimo Giannelli).

Per ultimo, l’atteso brano ispirato dall’affresco del Camposanto: Totentanz S. 525. Si inizia subito con un fortissimo che sconvolge. Tanto forte che quasi nasconde – forse volutamente? – la prima comparsa de tema del Dies Irae intorno al quale ruoterà tutta la composizione fra variazioni, parvenze di improvvisazioni, allucinazioni. Che allucinante è davvero, questa opera pazzesca. Accompagna lo sconquasso di accordi fragorosi a glissando inusitati, oppure (come già si era sentito nella lettura di Dante) ad arpeggi evocatori di tremolii acquatici nel registro altissimo dello strumento. Sconcerto per sconcerto, verso la fine compare anche una fughetta potentemente martellata che sembra preconizzare stilemi shostakoviciani… Alla fine il pubblico esplode. Gli spettatori esultano all’indirizzo di Michele Campanella e si guardano fra loro con l’aria di chi sta pensando: pazzesco… pazzesco…

La splendida cornice del concerto: il palco è stato installato proprio sotto all’affresco del Trionfo della morte di Buffalmacco (foto EnezVaz)

Siccome gli applausi e le chiamate non accennavano a fermarsi, Michele Campanella ha chiesto la parola. E ha mostrato ancora una volta il suo piacere di dire, di comunicare, di condividere la sua passione. Ha iniziato domandandosi – e domandando – come avrà mai  potuto Liszt suonare sul fortepiano – uno strumento così debole – quel che lui aveva appena interpretato potentemente sul pianoforte. Ma poi, con uno dei suoi disarmanti sorrisi, ha anche ammesso la sua impossibilità di concedere un bis, dopo quel tour de force estenuante del totentanz. Il pubblico ha capito, ha nuovametne applaudito, si è compiaciuto e, carico di frizzante energia, se ne è andato a casa. Un’altra splendida serata di Anima Mundi.

Per la cronaca: per chi avesse voglia di addentrarsi un po’ di più nell’universo Michele Campanella-Franz Liszt, questa video-intervista realizzata da Opera Video è di una godibilità estrema. L’interprete ripercorre la propria carriera pianistica fin dai primi passi e fornisce innumerevoli spunti per approcciarsi alla vita e alla musica di Liszt. Veramente una visione da non perdere.

 

 

 

Pubblicato da: miclischi | 9 settembre 2018

Anima Mundi 2018: si comincia con Bach, ma non solo

Comincia la diciottesima edizione di Anima Mundi in duomo a Pisa

Come tutti gli anni il settembre pisano si fa ghiotto per tutti gli amanti dei concerti: torna la rassegna di musica sacra dell’Opera della Primaziale Pisana: Anima Mundi. Come già annunciato prima delle’state, in questa diciottesima edizione c’è stato un avvicendamento nella direzione artistica: dopo parecchi anni subentra a John Eliot Gardiner, cui il pubblico pisano si era particolarmente affezionato, il direttore britannico Daniel Harding.

Per il concerto d’apertura, in Cattedrale il 7 settembre, arrivano l’Ensemble barocco e il Coro da camera del Conservatorio Luigi Cherubini di  Firenze , sotto la guida di Alfonso Fedi (orchestra) e Francesco Rizzi (coro).

Un programma variegato che prevede l’Inno per la Consecrazione della Chiesa del compositore pisano Giovanni Carlo Maria Clari, vissuto a cavallo fra il seicento e il Settecento; poi la cantata di Bach nota come Actus tragicus (Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit  – BWV 06); poi la prima esecuzione della composizione che ha vinto l’undicesimo concorso di composizione organizzato nell’ambito della stessa rassegna Anima Mundi: Psalmus David del giovanissimo musicista perugino Andrea Baratti; infine un’altra cantata di Bach, Aus der Tiefen rufe ich, Herr, zu dir (BWV 131).

L’ Ensemble barocco e il Coro da camera del Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze sotto la direzione di Alfonso Fedi.

L’inno di Clari  si presenta come una successione di cinque stanze con l’alternanza di coro – aria per soprano – coro – aria per basso – coro. Già, a proposito, chissà come mai nei pur pregevolissimi libretti di sala di Anima Mundi viene sempre riportato soltanto il testo senza frazionarlo nelle varie figure musicali che si susseguono nelle varie composizioni. Di sicuro questa indicazione aiuterebbe il pubblico a seguire la rappresentazione. Passons. C’è una curiosità nel testo di questo inno: praticamente quasi tutti i versi terminano con una parola sdrucciola. Accento tonico sulla terz’ultima. Il che, canoristicamente parlando, richiede un approccio tutto particolare, rispetto ai versi piani. Si pensi ad esempio a come Bach (nella composizione omonima) e Monteverdi (alla fine del Vespro della Beata Vergine) abbiano gestito in modo così diverso il compito di dar musica alla sdrucciolissima parola Magnificat! Di curiosità in curiosità si viene a scoprire che questo inno musicato da Clari riprende un testo che, come ben illustrato qui, originariamente aveva un ben altro ritmo metrico… Insomma una breve ma intensa composizione molto gradevole e con due arie solistiche di tutto rispetto.

Poi arriva Bach con il  lamento funebre dell’ Actus tragicus. L’inizio è di una struggevolezza estrema, con le viole da gamba e i flauti dolci che si rincorrono pacatamente con grande intensità. Poi, a questa pacatezza si contrappone subito la perentorietà del coro-titolo, Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit. Coro e orchestra partono decisi e veloci, con uno splendido effetto d’insieme. A ben vedere (e sentire), i due flauti dolci, qui come in tutti i numeri di questa cantata, come per esempio nell’aria per tenore a seguire (Ach, Herr, lehre uns bedenken), hanno un ruolo  preminente e portante (bella prestazione di Martino Noferi e Giulia Breschi). Nell’aria del tenore si sente una voce dalla grande estensione e di adeguata squillanza. Del resto tutti i cantanti solisti hanno molto ben figurato, scendendo a turno dai ranghi del coro per portarsi sul palco a fianco del direttore. In particolare è riuscita benissimo la delicata sovrapposizione del coro alle voci dei solisti, creando un impasto veramente efficace. Nel coro finale l’interpretazione ha optato per un progressivo scendere verso la pacatezza rinunciando a ogni pretesa di trionfalità, anche nella vertiginoso rincorrersi dell’amen. Abène.

Il giovanissimo vincitore del concorso di composizione, Andrea Baratti, con l’Arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto

Uno dei momenti più attesi della serata era la premiazione, e soprattutto l’esecuzione del Salmo di Andrea Baratti, vincitore del concorso. Per stessa ammissione del compositore, la sua musica non è complessa o particolarmente articolata. Immagina, il Baratti, che un domani questo canto possa essere intonato non in un concerto da parte di coristi esperti, ma dai fedeli riuniti in assemblea (l’Arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, ha usato proprio questa parola nel presentare il vincitore e la sua opera, forse per ritornare alle origini della parola Chiesa). Si tratta di un testo relativamente breve, che è stato musicato proprio con struttura liturgica, nella successione classica di coro e parti soliste. I primi versi, intonati dal coro, andranno poi  a costituire una specie di ritornello – insieme al quartetto di solisti – che fa da stacco fra una parte solistica e la successiva. Ne vien fuori una sequenza coro – tenore e basso – coro – soprano e alto – coro – tenore e basso – coro – soprano e alto – coro – tenore e basso – coro – soprano e alto… poi un assolo formidabile di oboe introduce agli ultimi versi del Salmo in un efficace tutti. Una composizione molto gradevole, apprezzatissima dal pubblico che ha ripetutamente acclamato l’autore e gli interpreti.

Flauto dolce, fagotto, viola da gamba. Dietro: il coro.

Infine, la seconda cantata di Bach. Se pure sempre in tono pacatamente mesto come la precedente,  si presenta come una composizione più articolata. Qui il ruolo strumentale solistico spetta soprattutto all’oboe di Simone Bensi. Begli scatti di tempo, splendida intesa fra basso e soprano nell’aria So du willst, Herr, Sünde zurechnen, Herr, così come fra tenore e alto nell’aria Meine Seele wartet auf den Herrn von einer Morgenwache, grande lavoro dell’oboe e della viola da gamba, anche qui con un coro finale che punta sulla pacatezza più che sull’incisività. Insomma proprio una bella esecuzione.

Per finire, in seguito alle insistenti acclamazioni del pubblico, un bel brano di Telemann, articolato in parti solistiche e d’insieme che hanno sancito ulteriormente lo splendido amalgama di questo ensemble del conservatorio fiorentino. Davvero una bella serata inaugurale, di buon auspicio per il prosieguo di questa variegata rassegna (il programma completo si trova qui).

Per la cronaca 1: La prima cantata di Bach, l’Actus tragicus, fu scelta dallo scrittore pisano Marco Malvaldi come colonna sonora del suo romanzo Milioni di milioni. Se ne ragionava tempo addietro qui.

Per la cronaca 2: Il flautista Martino Noferi si era sentito anche di recente al Teatro Verdi nel doppio concerto di Telemann (se ne ragionava qui). Anche in questa serata di Anima Mundi non ha mancato di stupire con la sua fisicità nel suonare lo strumento. Praticamente è impossibile fotografarlo, tanto si muove. Interessante anche il fatto che, alla bisogna, mollava il flauto dolce per impugnare l’oboe (mentre la seconda flautista dolce, Giulia Breschi, si alternava con il fagotto). Curioso, no, che questi due musicisti alternino strumenti nei quali l’emissione del suono avviene con modalità radicalmente diverse. Nel corso di due chiacchiere con questi interpreti subito dopo il concerto, proprio su questo argomento, entrambi hanno confermato che in realtà questa alternanza (flauto dolce/ strumento ad ancia doppia) è abbastanza comune nei complessi di musica barocca, ed era praticata anche nel Settecento. Della serie: c’è sempre qualcosa da imparare.

L’emozione e la gratitudine di Andrea Baratti dopo aver ricevuto il premio.

Per la cronaca 3: O quante volte si saranno sentiti, nelle composizioni di musica sacra, i versi del Gloria nel quale, dopo il saecula saeculorum si plana sull’Amen liberatorio? Eppure, alla fine del Salmo di Baratti l’Amen non c’è. Siccome in questo particolarismo caso lo spettatore curioso aveva la possibilità di chiedere lumi all’autore della musica presente in sala, così fu. Andrea Baratti, mostrando grande gentilezza e disponibilità, ha confermato che nel testo da lui consultato per scrivere la sua musica, l’Amen finale non c’era, e dietro insistenza dello spettatore, che si domandava se magari questo finale a effetto fosse inserito a piacimento dei musicisti per finalità puramente compositive, Baratti ha precisato che la chiusa canonica con l’Amen usualmente la si trova negli inni, ma non nei salmi. Idem come sopra (finale di Per la cronaca 2). Grazie.

 

 

L’edizione 2018

Si chiama Sound of Stones , il Festival Toscano di Musica Antica, e questa ventitreesima edizione prevede una serie di concerti pomeridiani e serali fino al 2 settembre. La prima giornata si è aperta con due concerti notevolissimi, che vengono qui di seguito raccontati.

Il concerto del pomeriggio: Il genio Telemann

Teatro Verdi, sala Titta Ruffo avvolta in faugno tropicale. Un ambiente raccolto che ben si confà a un concerto da camera. In programma: uno dei capolavori di Georg Philipp Telemann, contemporaneo di Bach e molto più famoso di lui ai suoi tempi. Si tratta del Concerto per flauto dolce e traversiere in mi minore. Pazzesco: comporre un concerto nel quale suonano insieme il flauto diritto e il flauto traverso. Telemann ci è riuscito benissimo, e ne è venuta fuori una perla musicale fantastica.

Carlo Ipata al traversiere (e alla conduzione dell’ensemble Auser Musici); Martino Noferi al flauto dolce contralto. Per inciso: mai visto un flautista dolce che si dimeni così tanto durante l’esecuzione; si vede che gli viene così, e gli viene bene. Per chi ha ascoltato innumerevoli volte questo concerto negli ultimi trent’anni senza mai averlo visto dal vivo, questa occasione era appetitosissima, e gli interpreti hanno dato una prova davvero entusiasmante.

Flauto traverso (Carlo Ipata) e flauto diritto  (Martino Noferi) suonano insieme!

I due flauti  producono un suono molto diverso, facilmente riconoscibile. Ascoltarli mentre dialogano, si confrontano, si rincorrono e si scontrano insieme agli archi e al basso… insomma una goduria. Il flauto dolce, si sa, produce un suono di volume alquanto basso e tende a impallidire a confronto con il traversiere, specie nelle parti dei tutti. Ma il largo, oh, quel largo in cui le corde gli archi sono rispettosamente solo pizzicate, quel movimento di estrema struggevolezza, quello sì che permette di apprezzare a pieno questo confronto fra i due timbri così diversi. E il godimento è massimo, roba da brividoni.

Ma anche nei movimenti vivaci, specialmente nel finale che si trascina vorticosamente verso la chiusa in una accelerazione pazzesca, i due solisti hanno dato una grandissima prova di agilità pienamente bilanciata dall’espressività, e il risultato è stato davvero straordinario. Abène.

I flautisti Carlo Ipata e Martino Noferi con l’ensemble Auser Musici

 

Il concerto della sera: Vivaldi première

Nel Maggio 2018 cominciarono ad apparire sui giornali locali pisani dei frammenti di notizia su un antico spartito musicale rinvenuto nel palazzo pisano di una nobile famiglia che preferiva mantenere l’anonimato. Il ritrovamento si deve al flautista e direttore d’orchestra pisano Carlo Ipata di cui sopra. Il titolo riportato sullo spartito – Sonata Per Due Violini e Basso Del Sig.re D:Antonio Vivaldi – indusse immediatamente ad attribuire la musica a Antonio Vivaldi. Ma si sa, oggidì la ricerca filologica e musicologica ha bisogno di numerose verifiche e controverifiche prima di esprimersi definitivamente. Per questo le note che accompagnano l’annuncio della prima esecuzione pubblica di questa nuova musica con grande onestà affermano che l’attribuzione definitiva al prete rosso è tuttora in corso da parte di due esperti del calibro di Federico Maria Sardelli e Michael Talbot. Le stesse note annunciano che comunque questo nuovo spartito sarà inserito in appendice (con numero provvisorio) nel catalogo ufficiale delle composizioni vivaldiane compilato da Peter Ryom (la cui edizione rivista e ampliata – Antonio Vivaldi. Thematisch-systematisches Verzeichnis seiner Werke  – è annunciata per la fine del 2018 presso l’editore Breitkopf & Härtel, a cura proprio del Maestro Sardelli).

Il Maestro Ipata presenta la Sonata di Vivaldi (forse) insieme al Maestro Sardelli.

Federico Maria Sardelli, ben noto dalle nostre parti, ha messo alcuni puntini sulle i a proposito delle ricerche vivaldiane nel suo mirabile libro L’affare Vivaldi, pubblicato da Sellerio nel 2015. Anche lui flautista e direttore d’orchestra prestigiosissimo, specialista mondiale di Vivaldi, e grande interprete barocco con la sua orchestra Modo Antiquo e non solo, è noto sul litorale toscano anche per la sua pungente satira espressa da tempo immemore sulle pagine del Vernacoliere. Il Prof. Talbot dell’università di Liverpool è un esperto della musica barocca italiana e di Vivaldi in particolare. Su questo autore ha pubblicato numerosi saggi e si è reso protagonista in passato di accese polemiche proprio in merito all’impropria attribuzione a Vivaldi di composizioni che invece, secondo lui, vivaldiane non erano per niente. E’ molto comprensibile, quindi, che ci si vada coi piedi di piombo.

Durante due chiacchiere prima del concerto, il Maestro Sardelli ha ribadito le sue perplessità sull’autenticità di questa Sonata. Appare evidente l’ispirazione vivaldiana, ma l’analisi approfondita della partitura ha rivelato dei particolari della scrittura musicale che Vivaldi non utilizzava, da cui lo scetticismo.

Ciononostante, il concerto serale nella giornata d’apertura del Festival, si chiama proprio Vivaldi Première. Diciamo che questa altisonanza da prima mondiale è purtuttavia mitigata dall’onesta ammissione che gli accertamenti sono tuttora in corso; per cui, via, ci si può stare.

Laudate pueri: l’ensemble Auser Musici con la soprano Dioklea Hoxha sotto la guida del Maestro Ipata.

La Chiesa dei Cavalieri: è sempre un piacere tornarci, nonostante il bollore tropicale che smentisce l’antico adagio secondo il quale in chiesa c’è fresco (per non dire altro). Le gloriose e pur macabre bandierone con le mezzelune e le scritte in arabo, memoria di antiche guerre di religione; le imponenti canne dell’organo di germaniana memoria; insomma una sede concertistica davvero impressionante.

Il ridottissimo ensemble che ha eseguito la Sonata di Vivaldi (forse)

La controversa Sonata è stata incastonata in mezzo a due composizioni vivaldiane DOC: il Salmo Laudate pueri RV601 e il Mottetto In Furore Iustissimae Irae RV626, eseguiti dall’ensemble Auser Musici, con la voce solista della giovanissimissima soprano albanese Dioklea Hoxha, sotto la guida del Maestro Ipata (che si è esibito in uno struggente duetto con il soprano nel Laudate pueri). Insomma, dopo la fine del concerto al Verdi, direttore e musicisti hanno dovuto scappare via di corsa in Piazza dei Cavalieri per l’altro.

Il flauto duetta col soprano nel Laudate pueri

Fra queste due perle vivaldiane spumeggianti e coinvolgenti, la sonata (che è stata eseguita da un ensemble ridotto con i due violinisti e tre musiciste alle prese con le parti del basso) è suonata un po’ smencia. Con tratti pseudo-vivaldiani riconoscibili (il rincorrersi delle parti, le frasi ripetute con insistenza…), è parsa però un po’ priva del mordente di tanti pezzi di Vivaldi e, in particolare, delle due composizioni che le hanno fatto da cornice.

Subito prima della sonata il Maestro Ipata ha convocato accanto a sé il collega Sardelli perché dicesse due parole sulla questione dell’autenticità o meno. E il Sardelli, con tutta la delicatezza del caso, non ha mancato di esprimere i propri dubbi. Poi, con una mossa a sorpresa, lo stesso Sardelli, subito dopo la fine dell’esecuzione, ha ripreso la parola per chiedere al pubblico di esprimersi per alzata di mano: chi considerava la sonata come opera di Vivaldi e chi no. La votazione si è conclusa più o meno in parità, ma hanno di sicuro vinto le astensioni.

Il Maestro Sardelli invita il pubblico a votare: Vivaldi o non Vivaldi?

Il bello dei concerti partecipati come questi è che poi il pubblico all’uscita si mette a ragionare e discutere. Per cui dopo Telemann i flautisti dilettanti si sono messi a discorrere delle ottave dell’uno e dell’altro, delle diverse diteggiature, di audaci confronti fra traversiere e flauto traverso, di ricerca dello spartito del concerto per mettersi a fare qualcosa insieme… insomma robe così. Dopo il concerto alla Chiesa dei Cavalieri, naturalmente, l’argomento principale di discussione era l’attribuzione della sonata, ed è parso prevalere il NO anche fra quanti si erano astenuti dopo l’appello sardelliano. Quel che ha colpito in questa Sonata – per i detrattori della vivaldianità – è soprattutto la mancanza di mordente, di frizzore, di incalzante coinvolgenza. Ma alla fine tutti si sono rassegnati a rimettere il giudizio nelle mani di chi se ne intende davvero. Ma c’è stato da ragionare anche sulla voce solista. O quanti anni avrà? Giovanissima davvero. Bravina, eh… Ma la voce non era un po’ scura? Ma era sufficientemente agile? E il respiro? Anche qui, al di là di alcuni dubbi e perplessità, l’opinione prevalente è stata quella che ce ne fosse… e poi, è davvero giovanissima, è digià bravina orasi farà

Dioklea Hoxha: giovanissimissima

Insomma un bell’inizio per questa mini-rassegna, con tanta partecipazione, con interpreti di qualità, con musica e parole. Un bel modo per portare tanta musica – nota e meno nota – in città alla fine dell’estate. E così ci si rincontra dopo le vacanze con amici e conoscenti, si fanno due parole, ci si aggiorna sulle novità, e si partecipa a un evento corale. Del resto, ai tempi dei tempi ci si ritrovava alla Festa dell’Unità al Giardino Scotto. Ma di acqua sotto i ponti ne è passata davvero parecchia; e dopo tutto non è male celebrare questi ri-incontri di fine estate anche a un bel concerto di musica antica. Abène.

Il Maestro Sardelli, in prima fila, ascolta concentrato l’esecuzione del Mottetto conclusivo.

Pubblicato da: miclischi | 22 agosto 2018

Estate 2018: tre letture in campeggio

Uscito nel 2018

Ancora una volta la Libreria Actes Sud di Arles non ha tradito le aspettative, e al lettore assetato di novità non ha mancato di procurare una bella sorpresa. Sarà stata a copertina optical di David Pearson, o le esaustive note di presentazione, o l’impeccabile edizione Zulma, fatto sta che questo libro Casting sauvage dello scrittore di origine tunisina Hubert Haddad  ha attirato irresistibilmente l’attenzione e alla fine si è rivelato una lettura veramente appagante.

Un mosaico di storie sullo sfondo di Parigi, le sue vie, le sue persone, i suoi luoghi, i suoi fatti tragici (gli attentati terroristici). Tanti piccoli pezzetti di storia che poi bisogna andare a ripercorrerli per ritrovare questo o quel personaggio che si incontra più avanti nel libro e che si sente la necessità di ritrovare nel tessuto narrativo precedente.

La vicenda in estrema sintesi: una ex-ballerina (ex perché rimasta irrimediabilmente invalida in seguito alle ferite causatele da un attentato terroristico) viene ingaggiata per trovare nelle strade di Parigi possibili candidati a far da comparse in un film ispirato al libro La douleur di Marguerite Duras, sul rientro degli ultimi reduci dai campi di sterminio nazisti.

Un vagabondare per le strade che diviene poco a poco una rappresentazione dell’esistenza. Con i suoi rapporti umani, le convenzioni e le relazioni, le situazioni. E questo parallelismo drammatico fra i deportati nei campi nazisti e i derelitti che vivono per strada (les gens de la rue sont tous un peu des déportés).

A questo filo conduttore si affianca quello della vita del coreografo Egor che aveva scelto proprio lei, Damya, per il ruolo di protagonista nel suo balletto altamente simbolico. Oppure la storia dell’ex attore di teatro che cerca da anni di completare la statua dell’amore della sua vita, morta suicida nelle acque della Senna. E’ il terzultimo capitolo, uno dei più intensamente drammatici di tutto il libro.

Una storia sempre in bilico fra la speranza e la disperazione. Le speranze di Damya e le sue disperate angosce. E non solo di Damya.

E’ una lettura appassionante e coinvolgente, grazie anche allo stile raffinato di Haddad il quale ci porta per mano in giro per Parigi – una città che respira e cambia – per farci vivere da vicino le emozioni dei suoi personaggi. Un’alternanza ben orchestrata di cronaca in diretta e di digressioni poeticissime. Ecco qualche sprazzo della scrittura di questo scrittore scoperto per caso, e tutto da esplorare.

Mouchoir perdu, une mouette a glissé  d’un coin du ciel. Les nuages ont-ils des poches?

A ce moment, clairsemés sur la place à la manière d’un Breughel, les promeneurs alanguis par la tiédeur du soir parurent infléchir leur marche et, dans un ralenti, s’entrecroiser et sinuer à travers l’espace bleuté qu’une brise écornait par endroits.

Elle marche tour à tour sereine, chagrine, blessé d’effroi, inténsement joyeuse, mais rien ne dure, la ville respire et change.

 

Uscito nel 1999

Da una storia parigina a un tuffo nell’antichità classica, per il tramite di uno strumento che lo scrittore, giornalista e fotografo spagnolo Javier Reverte ci aveva già mostrato più volte in passato di saper utilizzare magistralmente: il libro di viaggio. Dopo i suoi vagabondaggi in Africa, ecco adesso in un libro che mentre racconta il suo girovagare odierno per i luoghi dell’antica Grecia, sulle tracce di Ulisse e degli altri personaggi e miti greci, ci trasporta che in un viaggio nel passato. Una esplicita dichiarazione d’amore per la Grecia, le sue radici, e quel mescolone indistricabile fatto di storia, geografia politica, filosofia, letteratura e mitologia. Corazón de Ulises parte dal Peloponneso e la civiltà micenea, per poi spostarsi alla Creta di Minosse e del Minotauro, poi le isole a ridosso della odierna Turchia, Mileto, poi il Bosforo e Istanbul, le città del Mar Nero alla ricerca del vello d’oro, poi la Macedonia di Alessandro il Grande,  Maratona, Tebe, Atene, Lepanto… con un epilogo ellenistico ad Alessandria d’Egitto.

Un libro che mescola sapientemente l’esperienza di viaggio cui ci aveva abituato Reverte nei suoi racconti africani (soprattutto gli incontri fortuiti con innumerevoli persone con le quali si ferma a parlare) con un puntiglioso ripasso dei fatti, dei miti, delle persone, dei poemi epici, delle poesie e delle tragedie, delle guerre… A dire il vero queste due anime del libro sono meglio bilanciate nelle parti iniziali del libro, mentre all’arrivo in Attica la rievocazione prende un po’ il sopravvento sul racconto di viaggio. Ma va bene, non fa mai male ripercorrere quelle vicende e quei personaggi dal fascino inestinguibile.

Reverte ha una grandissima capacità nel trasmettere le emozioni del viaggio, specialmente la sensazione di libertà totale, per esempio quando arriva all’alba in una cittadina sconosciuta, senza sapere ancora quale piega prenderà la sua giornata, e le giornate che seguiranno, quali saranno le vie che percorrerà o gli itinerari dai quali si lascerà sedurre. Los viajes nos cambian, y Ulises fue el primer viajero que supo entenderlo.

In questo viaggio di cui solo alcune tappe fondamentali erano stata stabilite in anticipo, l’autore si lascia guidare anche da innumerevoli indicazioni da autori, poeti, scrittori, studiosi che hanno scritto sulla Grecia anche in tempi relativamente frequenti (tanto per citarne solo alcuni: Lord Byron, Henry Miller e Konstatinos Kavafis). Non a caso accenna più volte a come il suo bagaglio sia significativamente appesantito dai numerosi libri che si porta dietro. E alla fine del libro quasi si scusa con il lettore per non inserire una bibliografia di dettaglio: sarebbe una lista troppo lunga. Peccato…

Non manca mai, l’autore, di ricordare a se stesso e al lettore di come la civiltà greca sia stata all’origine della civiltà europea odierna, e si sofferma in particolare su due episodi che ne assicurarono la duratura persistenza: le battaglie di Maratona e, in contesto e in tempo assai lontano, quella di Lepanto (cui, per inciso, partecipò come soldato anche Miguel de Cervantes).

La capital de la Unión Europea tendría que estar en Maratón, en lugar de alzar su sede en la sosa Bruselas, una ciudad que ha realizado pocas hazañas importantes en su historia, salvo guisar de cien maneras diferentes los mejillones y fermentar cada ano millones de litros de cerveza cabezona.

Una gioia di lettura immensa, questo testo infinito di Reverte, che fa venir voglia di andare a esplorare la sua estesissima produzione di libri di viaggio in quasi tutti gli angoli del mondo. E poi, leggere questo libro proprio durante un viaggio… quale piacere più grande?

 

Uscito nel 2010 – Edizioni Ponte33

Ultima breve lettura di questa vacanza: un libriccino scarno ma denso dello scrittore iraniano Mostafa Mastur. Tutto riguarda le vicende di persone che abitano in un alto condominio di Tehran. Una documentazione puntuale, quasi cinematografica, delle vite dei derelitti che vivono nello stesso edificio. Diversi gradi si sconforto, disagio, disperazione. Prima Matur ci presenta degli estesi ritratti introduttivi, poi il montaggio si fa via via più serrato, fino al capitolo conclusivo, nel quale queste esistenze sciagattate si sovrappongono in paragrafi semrpe più concitati ed accavallati. Si tratta di Osso di maiale e mani di lebbroso, nella traduzione di Bianca Maria Filippini.

C’è il dolore, c’è la follia. C’è la sfortuna, ci sono le tante sfumature della violenza. Ma compare anche, con scarso successo, la forza dei sentimenti. Che sia l’inaspettato amore di una prostituta per uno dei suoi clienti che la incanta con la sua poesia, o l’amore di una madre per il figlio irrecuperabilmente malato. Non c’è molto spazio per  la speranza, in queste storie.

Eppure, questo è uno di quei libri che riesce a coniugare la pesantezza delle vicende narrate con una generale lievità del racconto, forse proprio grazie questa tecnica quasi asettica di ripresa della realtà da parte di un osservatore esterno. Una bella scoperta anche questa, un autore sicuramente da esplorare.

Per la cronaca 1: Per strano che possa sembrare, pare che un solo libro di Javier Reverte sia stato pubblicato in Italia in passato (Vagabondo in Africa). Attualmente risulta fuori catalogo. E’ un vero peccato perché la sua produzione è davvero prodigiosa, poliedrica, coinvolgente ed istruttiva.

Per la cronaca 2: Reverte cita l’incipit dell’Odissea come uno fra i migliori della letteratura di tutti i tempi, secondo lui insieme a pochi altri: Don Quijote de la Mancha; Il vecchio e il mare; Lo straniero; La metamorfosi; Pedro Páramo; Cent’anni di solitudine. Per quanto riguarda l’Odissea, questo sito mette a confronto alcune traduzioni italiane dell’incipit.

Per la cronaca 3: Uno dei testi-guida nel viaggio di Reverte sulle orme di Ulisse è, naturalmente, Itaca di Konstantinos Kavafis. Il testo si trova qui. In omaggio a Javier Reverte e alla lettura in castigliano di questo eterno poema, ecco qui sotto l’interpretazione di José María Pou.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 18 agosto 2018

Arles 2018: “Les Rencontres” del meno e del più

L’immagine-simbolo (di dubbio gusto) dell’edizione 2018

Appuntamento usuale nella splendida cornice urbana e periurbana di Arles: Les Rencontres de la Photographie 2018. Di nuovo al Camping City con le sue rumorose biciclette a nolo, di nuovo i ristorantini intorno all’Arena, di nuovo la maratona per la città a caccia di mostre, installazioni, esposizioni che esaltano la fotografia e, in senso più lato, l’immagine. C’è tempo fino al 23 settembre per andare a farsi un giro, godersi la città, le fantastiche sedi espositive e, soprattutto, le fotografie!

Un  numero inferiore di mostre rispetto al passato, fra l’altro non tutte visitabili con il bigliettone onnicomprensivo; una drastica riduzione degli spazi espositivi nelle ex-officine ferroviarie, ormai oggetto di riqualificazione urbanistica e ammodernamento. Eppure, a questo ridimensionamento quantitativo fa da contrappeso una media straordinariamente elevata di mostre di qualità, e la quasi totale assenza di esposizioni raffazzonate o gamenamente discutibili (eccezion fatta per quella di cui all’immagine di copertina della rassegna di quest’anno – Être humain di William Wegman, decisamente da evitare).

Spazi espositivi straordinari

Come già osservato in passato, aumenta significativamente l’uso dei video, apprezzatissimi specie quando servono da introduzione alle mostre fotografiche, e fa una importante capatina anche la nuova gestione dell’immagine nell’universo della realtà virtuale – e qui l’esposizione ce la si gode con i visori tridimensionali e le cuffie.

Ecco qualche notarella dagli appunti presi durante le visite alle mostre. Una selezione di note sulle mostre che hanno lasciato più il segno di altre.

Laura Henno racconta, nel suo lavoro dal titolo Redemption, la vita di una comunità che si è installata in una base militare abbandonata in California,con tanto di fratacchione che si prende cura delle loro anime.

In Gaza to America, Home Away From Home, il fotografo palestinese Taysir Batniji racconta la storia sua, della sua terra, ma anche degli emigrati gazawi negli States.

Una delle mostre più belle, coinvolgenti, emozionanti di tutta la rassegna 2018: Les Inachevés – Lee McQueen. La fotografa Ann Ray racconta tredici anni della vita, del lavoro, della passione e dell’ambiente di Lee McQueen, stilista di Givenchy. Innumerevoli immagini, un film che introduce benissimo la mostra, descrivendo l’esperienza della fotografa vissuta a stretto contatto con il lavoro di McQueen, con le sue ansie, le sue insoddisfazioni. Ma anche la manualità del lavoro, il rapporto con le indossatrici e le modelle, insomma un ritratto denso, appassionato e appassionante di questo artista morto suicida nel 2010 all’età di quarant’anni. La pagina di wikipedia a lui dedicata racconta un sacco di cose.

Uno scorcio della mostra di Ann Ray

The Train racchiude tre mostre che girano intorno allo steso tema: la traslazione della salma di Bob Kennedy, in treno, da New York a Washington. Tutto ebbe origine con la serie di foto che fu scattata dal treno agli innumerevoli cittadini che ne aspettavano il passaggio per rendere un ultimo omaggio al senatore assassinato. Erano le foto di Paul Fusco che s’erano già viste in passato. Ma a questa serie se ne aggiungono altre due. L’artista olandese Rein Jelle Terpstra, avendo notato che parecchi dei cittadini ripresi da Fusco impugnavano macchine fotografiche o cineprese, si è messo alla ricerca di quelle foto e di quei filmati. Grazie a una poderosa campagna di ricerca sui social media, ha messo insieme un notevole materiale documentale che raffigura il treno, ma anche scene familiari della gente in attesa dell’arrivo del convoglio. Un lavoro davvero ganzissimo. Per finire, un filmato. L’artista francese Philippe Parreno ha ricostruito filmicamente gli scatti di Fusco, riprendendoli dal treno che procede per le campagne americane. La cosa sconcertante, ma proprio per questo stimolante, è che i figuranti, rimessi in posa proprio come erano nelle foto di Fusco, sono fotograficamente immobili, producendo un fantastico stridore fra l’iperrealismo  della riproduzione filmica degli scatti fotografici, e l’inverosimiglianza di questi gruppetti di persone che rimangono immobili al passaggio del treno, senza neanche un segno della croce o un cenno della mano.

Poi c’è la singolare mostra di René Burri (quello di Che Guevara) con la sua ossessione per le piramidi e le forme piramidali.

Hope è il titolo di una variegata collettiva

Uno dei ritratti compositi della serie “Gestalt” di Thomas Lang.

nel bellissimo edificio della Fondation Manuel Rivera-Ortiz che spazia dall’integrazione di un gruppo di rifugiati in un paesino della campagna francese (con una gustosissima serie di video-interviste), al Cile di Allende, alla scuola elementare in Cina, ai villaggi irakeni. C’è anche un piccolo spazio dedicato ai ritratti spezzettati sui provini di Thomas Lang.

Al Centro Van Gogh, nel cui chiostro staziona come al solito il fotografo che propone ritratti su carta direct positive 4×5, ci sono due straordinarie mostre sugli States. Prima Sidelines, una retrospettivona di Robert Frank, anche questa introdotta da un bel video che ripercorre la vita e la carriera di questo svizzero emigrato negli States che provocò ai suoi tempi parecchie perplessità con il libro fotografico Les Américains, pubblicato a Parigi nel 1958. E poi gli scatti americani del fotografo francese Raymond Depardon, in un arco di tempo che va dal 1968 al 1999. Della serie: gli americani del ‘900 visti dagli europei.

Il sempre affascinante chiostro Saint-Trophime adiacente alla cattedrale di Arles.

Ecco qui. Questi sono appunti sparsi su alcune delle mostre (che sono comunque tantissime, anche se parecchie di meno rispetto a qualche anno fa). Una bella immersione nella fotografia che non manca mai di produrre emozioni e, soprattutto, il desiderio di tornarci.

Per la cronaca 1: in un anelito di modernizzazione quest’anno si poteva usufruire di una applicazione telefonica per visualizzare il programma delle mostre e anche per fare il biglietto elettronico, che però, in quest’ultima opzione (gustosa perché offre uno sconto), si è rivelata una sòla che ha prodotto soprattutto perdite di tempo.

Per la cronaca 2: si sa: le mostre fotografiche di qualità fanno venir voglia di scattare fotografie. Eccone qui alcune fatte con la Leica M2 e – quasi tutte –  con l’obiettivo Voigtländer 12 mm. Gli scatti con la compattina Panasonic-Lumix anfibia (DMC-FT3) sono qui. Infine, in tempi di applicazioni telefoniche, non potevano mancare le usuali panoramiche samsunghiane: eccole.

 

Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2018

Luciano Lischi, otto anni dopo

Alcune delle pipe di Luciano

Luciano Lischi fumava la pipa. Da ultimo anche le sigarette (MS), ma per tutta la vita era sempre stato un appassionato fumatore di pipa.

Anzi sosteneva che la ritualità del caricamento della pipa, l’accensione, l’uso del pigio per compattare il tabacco, costituivano nell’insieme un approccio al fumo che niente aveva a che vedere con la frenesia dei fumatori di sigarette. Insomma, di quelli che ne fumano una dietro l’altra. Fra l’altro, così diceva, non si può caricare e fumare una pipa che sia ancora tiepida dalla fumata precedente: la pipa nella quale si carica il tabacco deve essere fredda.

Non prediligeva particolarmente il tipo dritto o quello a S. Fumava tutti i modelli di pipa con cui si trovasse bene. Ma ce ne era una che preferiva e infatti la chiamava la favorita. Chissà se la chiamava lui così, o se era proprio il nome del modello.

Si faceva da sé la miscela, mescolando il tabacco Prince Albert dei bei barattoli di latta rossi con il nostrano Italia nel pacchetto marrone. Poi scoprì anche varie qualità di Dunhill che usava per correggere la miscela base, o a volte fumava anche puri. E le scatole rotonde di latta dei tabacchi Dunhill, soprattutto quella blu e rossa, venivano poi riciclate per metterci viti o buloni in garage, ma anche guarnizioni e accessori della custodia fotografica subacquea.

Poi c’era il rituale della pulizia delle pipe, di solito la domenica pomeriggio. Sciorinava qualche pagina di giornale sul tavolo da pranzo e lì puliva, grattava, cambiava le cannucce, usava a profusione gli scovolini colorati: insomma uno spettacolo ganzissimo da osservare con curiosità e ammirazione.

Fumare la pipa era parte integrante dell’approccio di Luciano alla vita: godersela con lentezza, senza fretta e senza smanie, assaporandone ogni respiro. Per questo, ripensando a Luciano, viene anche da raffigurarselo con la pipa in bocca.

In ordine sul porta-pipe

 

Con Enrico Cappelletti al Salone Nautico di Genova, 1978

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