Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2017

Luciano Lischi sette anni dopo

Documenti riemersi dagli archivi di Luciano Lischi nel 2017

E così, sette anni dopo che se ne è andato, rufolando, ordinando, selezionando, scuriosando nella biblioteca di Luciano Lischi (una biblioteca davvero universale, l’ennesima conferma che Luciano si interessava di fatto a tutti i campi della cultura e del sapere) emersero anche queste piccolissime tessere blu.

I bollini di adesione all’Aero Club d’Italia testimoniano che Luciano, con la moglie Jolanda, iniziò a frequentare la scuola di volo all’aeroporto di Pisa nel 1950. E così, un anno dopo aver fondato con un gruppo di amici un circolo subacqueo dedicato all’esplorazione delle profondità marine, il Gorgona Club Pisa, Luciano iniziò a interessarsi anche agli spazi aerei.

Narra la leggenda che Jolanda fu la prima donna a prendere la patente di guida a Pisa. Non contenta, voleva anche il brevetto di pilota.

Ma l’avventura aerea di Luciano e Jolanda si interruppe – forse nel 1952, anno dell’ultimo bollino – a causa di un tragico incidente. Il loro istruttore di volo precipitò con l’aereo. E lì si arrestarono le loro ambizioni pilotistiche.

Restano queste testimonianze indelebili dell’inesauribile curiosità di Luciano Lischi, delle sue avventure con Jolanda in cielo oltre che in mare, in campeggio, in montagna, in giro per il mondo, sempre alla ricerca di nuovi saperi. Del resto, negli ultimi anni della sua vita, si era anche messo a studiare l’arabo…

La copertina della tessera dell’Aeroclub e la pagina dei bollini,

 

 

Pubblicato da: miclischi | 18 luglio 2017

Due Baby 127 a confronto

Sorelle minori

Un tempo usava così.  Venivano chiamate confidenzialmente baby le macchine fotografiche di formato minore rispetto ai classiconi già affermati. E così c’era la Graflex baby (2×3 pollici) accanto alla sorella maggiore 4×5; oppure la la baby Ikonta per pellicola in formato 127 invece del 120… E non potevano mancare anche le baby di due delle major del formato 6×6: la Rolleiflex e la Yashica. Queste sorelle minori usano la pellicola 127 e forniscono 12 fotogrammi nel formato 4×4.

Erano lì da tempo nello scaffale delle macchine formato 127, ed erano state testate anni addietro. Poi, complice la scomparsa quasi totale dal mercato delle pellicole in quel formato, furono un po’ accantonate. Ma il desiderio di metterle a confronto non si era mai spento, per cui fu deciso di scattare in concomitanza due rulli di Efke 100 (fra i pochi rimasti): stessi soggetti, stessa esposizione, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Dettaglio degli obiettivi. Si nota che la Rollei ha gli innesti a baionetta standard per l’applicaizone di filtri e lenti addizionali.

Ma intanto, riprendere in mano questi gioiellini quasi coetanei (la Rollei è del 1957, la Yashica del 1958) è stato un vero piacere. Aprirle, studiarle, cercarne i segreti e le particolarità tecniche… Già nel montare la pellicola si scopre che se nella Rollei il rullo nuovo va nella parte bassa dell’apparecchio e il rullo vuoto in alto (come al solito), nella Yashica succede proprio il contrario! Poi nel provare la macchina si nota anche la diversa ergonomia del pulsante di scatto: laterale e duretto quello della Rollei, sensibilissimo e frontale quello della Yashica (preferibile).

Diversi posizionamenti dei rulli nelle due macchine.

Leggermente più ingombrante la Yashica della Rollei, in quanto a peso, praticamente si equivalgono. Pesano entrambe poco meno di sette etti.

Dal punto di vista tecnico le differenze più vistose stanno nel trascinamento (in tutto e per tutto simile alla 6×6 nella Rollei, con avanzamento fino al fotogramma successivo in automatico – se pure con manopola e non con manovella; con il solito controllo nella feritoia rossa posteriore nella Yashica) e nei tempi di otturazione (limitati ai quattro tempi di 1/25; 1/50 1/100 e 1/300+ B nella Yashica, spaziano invece nella Rollei da un secondo a 1/500 di secondo con i classici passi di stop, più la posa B). I diaframmi vanno da 3.5 a 22 sia nella Yashica che nella Rollei.

Entrambi gli obiettivi hanno una lunghezza focale di 60mm. Nella Rollei si tratta di uno Schneider Kreuznach Xenar, mentre nell’altra si tratta di uno Yashinon. Come si è visto, la luminosità è la stessa (3.5). Diversa invece è la luminosità dell’immagine sul vetro smerigliato, deisamente molto migliore nella Rollei. Entrambi gli apparecchi dispongono di lentino per la messa a fuoco fine e di mirino sportivo.

I dorsi a confronto. La Rollei include una tabellina-guida per suggerire l’esposizione. La Yashica include la finestrella per sorvegliare il trascinamento della pellicola.

Inoltre, mentre la Rollei ricarica l’otturatore durante il trascinamento, nella Yashica il caricamento va fatto manualmente, tramite apposita levetta. Il che non permette le doppie esposizioni nella Rollei, ma impone di ricordarsi di ricaricare l’otturatore nella Yashica.

Ecco, a proposito di otturatore. L’intenzione di fare 12 scatti “uguali” ma con apparecchi diversi è stata disattesa. Infatti, per un non meglio precisato difetto dell’otturatore della Rollei, questo scattava quando gli pareva; e, il più delle volte, no. Dei 12 fotogrammi scattati con la Rollei, soltanto 5 sono stati impressionati.

E, per giunta, uno degli scatti della Yashica non è venuto… quindi il confronto si riduce a soli 4 scatti!

Ecco, appunto, e le foto? Le difficoltà maggiori, alla resa dei conti, risultarono quelle di messa a fuoco sul vetro smerigliato, obiettivamente poco luminoso (complice la vetustà e probabilmente anche la necessità di una bella ripulitura). All’attto pratico la Yashica risulta molto più maneggevole, soprattutto perché è più intuitivo e meno macchinoso l’uso dei comandi per tempi e diaframmi. Comunque ecco qui sotto quattro confronti. Le due pellicole Efke 100 sono state sviluppate in contemporanea in R09 in soluzione 1+50.

A sinistra la Yashica fotografata con la Rollei. A destra: viceversa. Un espediente indispensabile per risalire all’origine delle foto!

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

Un po’ di fiammate di luce, un po’ di difetti di mesa a fuoco… insomma, poteva andare meglio. Ma intanto la prova si è fatta. Si è visto che la Rollei avrebbe bisogno di un bel po’ di manutenzione (soprattutto per rimettere in sesto l’otturatore), mentre la Yashica è di fatto pienamente utilizzabile. E sarà di sicuro utilizzata, a patto di cimentarsi con l’allestimento di pellicole 127 partendo dal taglio della 120 (ci sono svariati metodi illustrati su Internet, e prima o poi bisognerà provare).

Per rendere giustizia alla migliore riuscita della Yashica (se non altro in termini di numero di scatti ottenuti), ecco le altre foto dal rullo del confronto.

Yashica 44, luglio 2017

E, per finire, alcuni scatti dai rulli di prova scattati nel passato. Come si può vedere, è sempre stata privilegiata la Yashica, se non altro per il fatto che è dotata di asole per installare un qualsiasi lacciolo, mentre invece la Rollei (come la sorella maggiore 6×6) richiede l’uso della sua custodia personale.

Con la Yashica nel 2006

 

Con la Yashica nel 2008

 

Con la Rollei nel 2010

 

Con la Yashica nel 2013

 

Per la cronaca: Come di consueto, sul sito di Mike Butkus si trovano i manuali, sia della Rollei che della Yashica (anche se quello presentato nel manuale è il modello con esposimetro).

 

Pubblicato da: miclischi | 17 luglio 2017

I cannibali di Wright Morris: una bella scoperta.

Uscito nella Universale Economica Feltrinelli nel 1961

Eccolo qui, un altro libro comprato chissaqquando a metà prezzo al piano di sotto de Mel Book Store senza sapere niente né del libro stesso né dell’autore. Ma quella Universale Economica Feltrinelli degli inizi degli anni sessanta, la traduzione di Oreste del Buono e quella formidabile copertina di Heiri Steiner fecero scattare una molla imprescindibile. Quando anche dalle collane economiche uscivano libri davvero ben fatti.

Poi finalmente fu letto, in questo torrido inizio d’estate 2017. Che pure torride sono le ambientazioni californiane e messicane nelle quali si svolge la storia.

Amore fra i cannibali è uno dei tanti romanzi scritti da Wright Morris. In questa storia, che pare di vederla in un film hollywoodiano in cui a far da sfondo c’è la voce narrante di Humphrey Bogart, si dipanano le molli giornate di questi due canzonettari di successo (uno fa le musiche e l’altro i testi). Gli agi del successo, le bambole di cui si circondano, il contrasto ruvido fra i luoghi comuni delle loro canzoni (e delle loro vite) e l’arrivo inusitato di un elemento di disturbo della quiete pacifica del trantran senza scossoni.

E’ lei, la cosiddetta greca, a portare lo scompiglio, a rompere gli equilibri, a fare da contraltare alla sciacquina in cerca di successo e di ascesa sociale che completa l’inusitato quartetto che lascia la California per un’avventura in Messico. La greca non si cura di tutto questo ripetersi all’infinito di luoghi comuni, di frasi fatte, di situazioni precostituite: va per la sua strada fatta soprattutto di verità, senza adattarsi alle convenzioni e senza secondi fini.

Una storia raccontata appunto come la trama di un film, che scorre via semplice e piacevole, premurandosi di far apparire tutto – anche gli imprevisti più clamorosi – come frammenti di normalità. E come va a finire? Naturalmente con un finale aperto. Lasciando all’immaginazione del lettore il compito di ipotizzare se la greca abbia davvero portato un cambiamento nell’immobilismo del duo affogato nello show business, oppure no.

Proprio una bella scoperta.

Una copertina d’epoca per la versione americana

Per la cronaca 1: Wright Morris, oltre a scrivere libri, scattava anche fotografie. Qui c’è una galleria di sue immagini. Una serie di articoli di Morris usciti sul New Yorker, invece,si trovano qui.

Per la cronaca 2: Il blog Bibliopoetry, oltre alla biografia di Heiri Steiner di cui sopra, presenta anche due collezioni di sue copertine feltrinelliane: qui ce ne è una con 12 immagini, qui un’altra con altre 24 copertine, fra cui quella del Gattopardo.

Per la cronaca 3: La versione originale del libro (Love Among the Cannibals) si può trovare qui.

Per la cronaca 4: Ritorna anche in questo libro, come dal nulla,  una variazione sul tema della celebre citazione dalla Ballata di Oscar Wilde: A noi piace uccidere coloro che amiamo, credo: però ai miei tempi non si usava vantarsene.

 

La copertina dell’originale di Talbot

Curiosissima, la storia degli albori della fotografia, con sperimentazioni condotte parallelamente in Francia e in Inghilterra. Da una parte il duo Niépce/Daguerre, dall’altra il signorotto William Henry Fox Talbot.

Eppure, a parte le interessanti disquisizioni sui procedimenti chimici provati a sfinimento (secondo il galileano principio del provando e riprovando), quel che risulta davvero stupefacente è che Talbot, al di là della Manica, si sia fin da subito interessato alle potenzialità editoriali del nuovo mezzo espressivo scoperto. Ed ecco così il primo libro fotografico della storia: The Pencil of Nature, pubblicato a Londra nel 1844. 

E’ interessante notare come Talbot si tiri rispettosamente indietro per sostenere che chi realizza le immagini non è lui stesso, con le sue attrezzature e i suoi procedimenti chimici, bensì la natura stessa, la quale impugna la matita per disegnare i paesaggi o gli oggeti raccolti nel volumetto: il fotografo si limita solo a catturare l’opera della natura.

Ventiquattro immagini, ciascuna con un testo di accompagnamento. Ora, quel che è veramente curioso sta proprio nella estrema variabilità di questi testi associati alle immagini. In alcuni casi si tratta di dettagli tecnici sul momento della ripresa, la luce, le caratteristiche del soggetto e come queste influenzano le tecniche fotografiche, oppure considerazioni su come la fotografia può rivelare dettagli che sfuggirebbero all’occhio umano, oppure sugli obiettivi, i tempi di esposizione, l’angolo di ripresa… Ma per certi scatti l’autore si dilunga invece in testi che paiono piuttosto delle annotazioni storiche o turistiche sui luoghi raffigurati. Il testo di commento all’immagine n. 18 (GATE OF CHRISTCHURCH) recita così:

Those who have visited Oxford and Cambridge in vacation time in the summer must have been struck with the silence and tranquillity which pervade those venerable abodes of learning. Those ancient courts and quadrangles and cloisters look so beautiful so tranquil and so solemn at the close of a summer’s evening, that the spectator almost thinks he gazes upon a city of former ages, deserted, but not in ruins: abandoned by man, but spared by Time. No other cities in Great Britain awake feelings at all similar. In other towns you hear at all times the busy hum of passing crowds, intent on traffic or on pleasure—but Oxford in the summer season seems the dwelling of the Genius of Repose.

Uscito in traduzione italiana dall’editore Casimiro di Madrid

Ma forse sono molto più interessanti i dettagli tecnici descritto da Talbot nella sua introduzione al libro. Qui l’autore racconta onestamente i tentativi fatti – in un periodo di oltre 10 anni – con diverse tecniche e diversi prodotti chimici (in diverse quantità e concentrazioni), per arrivare finalmente ai risultati che presenta nel volume. In quel periodo vennero annunciate al mondo le tecniche scoperte da Daguerre e nacque ufficialmente la fotografia (era il 1839). Naturalmente non manca un accenno di polemica sull’originalità delle “scoperte” fatte oltre manica. Ma di fatto Talbot non si lascia intimidire e continua con i suoi esperimenti.

Una lettura davvero appassionante, specialmente di questi tempi, con così tanti fotografi che tornano alle tecniche fotografiche antiche per provare un’ebbrezza che la fotografia digitale non potrà mai dare.

Per la cronaca 1: Grazie al Progetto Gutenberg, il testo integrale del libro di Talbot in inglese (comprese le immagini) è disponibile online e scaricabile in vari formati qui. Il solo testo (senza immagini) è invece visionabile qui.

Per la cronaca 2: La versione italiana del testo Talbotiano  (La matita della natura) è stata pubblicata dalla casa editrice Casimiro di Madrid. Questa edizione è corredata di una introduzione di Llorenç Raich Muñoz, dal titolo La natura della luce. Muñoz insegna all’Istituto di Studi Fotografici della Catalogna. Il testo di Muñoz si sofferma sugli aspetti tecnici della realizzazione di calotipi talbotiani, ma anche sulla sua poetica. Un bel valore aggiunto di questa edizione in italiano. Peccato per i numerosi refusi…

Pubblicato da: miclischi | 4 luglio 2017

Milena Agus: il cammino di Felicita verso la felicità

Uscito nel maggio 2017 da Nottetempo

Al lettore fedele e appassionato dei brevi romanzi sardi di Milena Agus, l’inizio di questo nuovo libro del 2017 – Terre promesse – lì per lì apparve meno riuscito dei precedenti. Una prosa un po’ piatta, quasi dimessa, che si limita aridamente a raccontare (brevemente, in brevi capitoli) il succedersi dei fatti. Poi però, quasi senza rendersene conto, il lettore si trova a divorare il romanzo di pagina in pagina, di capitolo in capitolo, come posseduto da una irrefrenabile voglia di scoprire sempre cosa viene dopo. La prosa e la storia si fanno via via sempre più avvincenti. E vincenti.

C’è la Sardegna, ci sono i legami familiari, ci sono le ambientazioni urbane e rurali. C’è l’emigrazione, ci sono i viaggi, ci sono i sentimenti. E, a far da sfondo, questo desiderio – conscio o inconscio – di trovare una terra promessa. Una delle tante terre promesse. Che sia in continente o in Sardegna, oppure dall’altra parte dell’oceano, ma anche in un appartamentino squallido nel quartiere degli immigrati. Oppure che la terra promessa sia in realtà un pezzetto di costa in riva al mare, così vicino da poterlo toccare, da potercisi bagnare i piedi, eppure mai visto prima.

Ma la terra promessa di Felicita, la protagonista della storia, quella terra promessa che la porterà davvero alla felicità, lei la cerca e la trova dentro di sé. Nel suo approccio alla realtà, ai luoghi, alle persone. Nel suo spontaneo accettare quel che viene, eppure imponendo sempre la propria volontà di agire secondo le proprie idee.

Un libro pieno di fascino, di sfaccettature colorate in mille tonalità, con una chiusa davvero fenomenale. Anche stavolta Milena Agus non ha deluso. Anzi!

Milena Agus: Terre Promesse. Edizioni Nottetempo, 2017. 210 pagine, 15,50 Euro.

 

La locandina dell’opera al cinema

28 giugno 2017, al Cinema Odeon a Pisa. Dopo giorni di afa agghiacciante la città è stata scossa da temporali violentissimi e per arrivare al cinema ci si mezza un po’. Ma finalmente si può sedere in sala (c’è parecchia gente) e godersi questo nuovo Otello in diretta dalla Royal Opera House di Londra, insomma il Covent Garden. L’attesa non era tanto per l’Otello in sé, o per la direzione di Antonio Pappano, ma proprio per lui, il tenore tedesco Jonas Kaufmann (che con Pappano cantò l’Aida in forma di concerto a Santa Cecilia a Roma) che si cimenta per la prima volta con il dramma della gelosia interrazziale.

Le telecamere inquadrano il sipario dal palco reale e sembra proprio di essere all’Opera. Quando calano le luci e entra il direttore viene quasi da applaudire. Poco prima che l’opera cominci per davvero si presenta sul proscenio il baritono Marco Vratogna con due maschere: una bianca e una nera. Vai, rieccoci con la didascalica presentazione del bene e del male… Poi si comincia per davvero con la burrasca che imperversa sul porto di Cipro.

Ora, va bene la scena scarna, che si sa che i soldi scarseggiano, ma per lo meno qualche lampo di luce a mestieri per sottolineare i tuoni e i fulmini no? E poi che c’azzecca che la nave attracchi dietro al palco se fino a ora il popolo si era sbracciato in direzione della platea? E qualche difficoltà del coro a tenere il tempo in un passaggio particolarmente complicato dal linguaggio boitiano un tantino arzigogolato?  Passons. Arriva lui (senza la faccia annerita dal trucco) e canta d’acchito l’Esultate dopo essere stato issato da un martinetto idraulico su un piedistallo in mezzo alla folla.

Che importano le carenze sceniche, i trucchetti mediocri, le luci scarZe come la visibilità del Vettori? Arriva lui e zittisce tutte le possibili insofferenze. Che davvero Jonas Kaufmann è un Otello come si deve. Incita all’esultanza e se ne va. Ma intanto ha già dato un’idea della sua interpretazione.

Poi i fuochi fatui, poi la meraviglia del ditirambo spavaldo e strambo; e qui si può constatare che il diabolico Jago è all’altezza della situazione, e come! Marco Vratogna dominerà il personaggio per tutta la durata dell’opera con grande disinvoltura e con una voce che piega a comando a tutte le esigenze. Lì per lì il timbro non appare molto cavernoso; riesce tuttavia a sprigionare la dovuta possanza nel Credo e nel dio Vendicator. E soprattutto è dotato di una straordinaria espressività.

Jonas Kaufmann nei panni di Otello – dal sito della Royal Opera House. Foto di Catherine Ashmore

Cassio bevicchia, scoppia il casino, torna Otello a riportare la calma, e giunge infine anche Desdemona, qui interpretata splendidamente da Maria Agresta. Che godimento questo duetto! E’ una specie di campionario delle diverse espressività vocali dei due cantanti. Si vede subito questa particolarità della voce molto scura del tenore (in un breve inciso presentato nell’intervallo, il Maestro Pappano quasi prende in giro Kaufmann ricordandogli che qualcuno osserva come la sua voce sia quasi da baritono). Ma è proprio una voce da Otello. E fa una certa impressione (anzi, tantissima impressione) ritrovare in certe espressioni di Kaufmann, nel suo modo di impostare la bocca per dosare l’emissione, nei suoi atteggiamenti scenici… l’Otello di Placido Domingo di qualche decennio fa. E Maria Agresta? Voce duttile, dominata alla perfezione, di grande espressività. Insomma, una Desdemona comme il faut.

Cambio di scena rapidissimo, che tanto di scena ce ne è davvero poca, e cominciano nel secondo atto le macchinazioni di Jago, il fazzoletto, insomma la finissima arte della creazione di fake news di cui si parla tanto oggi, ma che c’è sempre stata, con conseguenze più o meno tragiche. Vratogna conquista il pubblico con la sua interpretazione convincente del Credo, nella quale mette in mostra, oltre alle doti vocali, anche una straordinaria mimica facciale, davvero diabolica. Culmine tragico e glorioso di questo atto è il duetto Otello-Jago che riesce benissimo, con le due voci che si fondono e si compenetrano, insomma una goduria.

Kaufmann (Otello) con Vratogna (Jago). – dal sito della Royal Opera House. Foto di Catherine Ashmore

Poi c’è l’intervallo vero e proprio. Interviste, frammenti di prove… Niente dettagli sul lavoro dei macchinisti, che tanto di lavori scenici non è che ci sia un granché da fare. Poi si ricomincia con il terz’atto. Qui c’è l’aria tragica, la più tragica e struggente, cantata da Otello. Dio mi potevi scagliar… Si butta per le terre, il povero Otello, ma prima di iniziare a cantare, seddiovole, si mette a sedere. Delicato, dolce e tragico. Insomma anche qui ci fa la sua figura. Nell’intervista presentata durante l’intervallo Kaufmann dice che se non fosse troppo impegnato a cantare, in quel momento si lascerebbe andare e gli verrebbe la pelle d’oca…  L’arrivo della nave da Venezia con l’ambasciatore è un po’ meno movimentato di come ci si sarebbe potuti aspettare e anche l’ambasciatore, dopo aver  reagito con fermezza ai primi accenni di maltrattamento di Desdemona da parte del Moro, rimane abbastanza impalato, come tutti gli altri, del resto.

Ed ecco il tripudio di Desdemona, nel quarto atto. La straziante cantilena del salice, e l’ancor più straziante Ave Maria sono impeccabili e da brividoni. Poi arriva Otello ormai rimbecillito dalla gelosia e dall’ineluttabilità delle sue conseguenze. Poi l’ammazzatina, l’arrivo di Emilia, di tutti gli altri (che a dire il vero rimangono un po’ impalati) e infine l’atteso Niun mi tema. Ora, potrà mai darsi che il regista di questa rappresentazione, Keith Warner, abbia visto il Macbeth verdiano messo in scena qui a Pisa qualche tempo fa da Dario Argento? Perché l’ultima scena, davvero, aveva un forte sapore argentiano. Otello si pugnala, e va bene, ma una così copiosa quantità di sangue non la si era mai vista. Roba che gli si inzuppa tutto il vestito, e anche le lenzuola del letto e fatalmente anche la camicia da notte della povera Desdemona. Grandi sgocciolii di sangue denso. Ecco, in una regia tutto sommato godibile, anche se a tratti un po’ statica, questa chiusa sanguinolenta è parsa proprio di cattivo gusto. Ma la voce, ah, la voce di Kaufmann, quella almeno era di ottimo gusto.

Fine, sipario, applausi scroscianti per tutti. I tre personaggi principali, il direttore con l’orchestra dignitosissima della Royal Opera House,va bene.  Ma anche tutti i comprimari hanno figurato più che bene:  raramente capita di vedere un’opera in cui siano stati tutti all’altezza. Il cartellone completo si trova qui.

Kaufmann ha fatto centro. Non solo con la voce, con l’abilità attoriale e scenica. E’ riuscito a cantare un ruolo da protagonista assoluto senza lasciarsi abbindolare dallo stereotipo della star dell’opera. Non ci sono atteggiamenti nella sua interpretazione. Prevale piuttosto il suo calarsi nella dimensione umana del disgraziato Otello, del suo progressivo scivolare verso la tragedia, l’annullamento, la morte. E’ anche per questo, oltre che per la sua straordinaria e peculiarissima voce, che Kaufmann ha superato la prova a pieni voti. Bravo!

Abène. Serata bellissima. Fuori non piove più, si scambiano le ultime impressioni prima di tornare a casa, sono tutti contenti, questo Kaufmann ha proprio colto nel segno. Toh, perché Jago? C’è chi, nel pubblico, ha apprezzato soprattutto Marco Vradogna. E Desdemona? Diobonino come è brava la Agresta! Insomma, tutti soddisfatti, si può andare a dormire contenti.

Per la cronaca 1: un breve video della Royal Opera House in cui il Maestro Antonio Pappano presenta alcune peculiarità musicali dell’Otello di trova qui.

Per la cronaca 2: un video parecchio più lungo (un’ora e venti) con la presentazione di parecchi aspetti storici, musicali e culturali dell’opera, sempre a cura della Royal Opera House, si trova qui. Grandi doti di comunicatore (e di cantante!) del Maestro Pappano. E c’è anche Kaufmann che torna con il luogo comune dello zum-pappà di Verdi…

 

Pubblicato in Italia da Sellerio nella traduzione di Luca Briasco

Quando il lettore iniziò la lettura del poderoso mattone regalatole da un’amica (grazie, Bethan!), ingenuamente pensò che si trattasse di una specie di versione maschile di The Group, che difatti il libro della McCarthy era stato letto non molto tempo prima. Là c’erano otto donne compagne di studi, qui invece – nel libro A Little Life – ci sono quattro cellettoni che condividono la vita al College, gli appartamenti da studenti, le cene, insomma le solite cose. Quale ingenuità! Dopo un inizio lieve e quasi scanzonato, Hanya Yanagihara inizia a scavare nelle vite di questi ragazzi diversissimi per provenienze, etnie, classi sociali, preferenze sessuali, preferenze professionali… eppure uniti da un’amicizia totale.

E lo scavo è proprio uno scavo accuratissimo, impietoso, verrebbe quasi da dire sconvolgente. Eppure questo collante imprescindibile dell’amicizia prescinde dalle diversità, dalle storie intime, dalle vite segrete che scorrono parallelamente alle vite condivise.

Raramente succede che le parole-chiave estratte dalle recensioni e ben evidenziate sulla copertina del libro siano proprio onestamentee veritiere. Astonishing – Extraordinary – Devastating – A masterwork. Tutto vero. Addentrandosi nella lettura – che è a tutti gli effetti una lettura faticosa, avvolgente, coinvolgente, angosciante e lacerante – si viene teletrasportati nelle vite di questi ragazzi. O meglio nel trascorrere di quelle vite, che attraverso gli anni e i decenni ci portano dal College alle esperienze lavorative, all’età matura, al superamento della soglia dei cinquant’anni. Ed è proprio un teletrasporto percepibile fisicamente. Nel sollevare lo sguardo dalla lettura è come se si vedesse la realtà intorno come filtrata da quelle minuziose e spietate analisi delle sensazioni e delle umane situazioni. E tutto appare sotto una nuova luce.

Questa storia spietata contraddice la riflessione di uno dei personaggi:  What he knew, he knew from books, and books lied, they made things prettier.

E’ uno di quei libri sul tutto. Sul tutto delle relazioni umane, di come l’intimo sentire si esprima (o non si esprima) nel rapportarsi agli altri. Nella vita adulta i quattro uomini diventano: un avvocato strapagato, una stella del cinema, un architetto di grido e un artista che si dedica soprattutto a pitture tratte da fotoritratti. Punto focale, ago della bilancia, centro di gravità, o come si voglia chiamarlo, di questa combriccola è Jude (l’avvocato). Estroso, intelligentissimo,  enigmatico e riservatissimo, eccellente in tante discipline: oltre alla giurisprudenza, la matematica, la musica (eccellente pianista e cantante). Ma Jude è ammantato dal mistero più insondabile riguardo alle sue origini. Non vuole che si sappia da dove viene, quale sia sia stata la sua vita prima del College, chi siano i suoi genitori, perché non si toglie mai i vestiti, neanche in spiaggia, perché zoppichi e a volte venga sopraffatto da dolori insopportabili alle gambe, perché non abbia relazioni sentimentali… Non vuole che nessuno gli chieda. E se qualcuno gli chiede, fugge. Eppure questo suo mistero, questa sua riluttanza a parlare, anche con gli amici più intimi, non scalfisce minimamente l’amore totale che i suoi amici non cessano di manifestargli.

Uno dei tanti temi sviscerati dal libro è la convivenza con il proprio intimo dolore. La sopportazione del dolore ma anche la sua accettazione. Così come la convivenza con le cause del dolore. Il muro invalicabile che Jude ha eretto fra il suo passato e la sua vita di relazioni è uno dei perni del romanzo. Ma questo non voler dire, non voler cedere alla lusinga del possibile conforto che potrebbe forse derivare dall’aprirsi con gli amici più cari, di fatto condiziona tutta la sua vita sociale.

C’è una specie di basso continuo nei dialoghi del libro, questo scambio di battute che si ripete qua e là, e che ben esemplifica questa pazzesca convivenza fra i sentimenti più sinceri e profondi e una quasi intollerabile incomunicabilità.

I am sorry.

It’s OK.

L’edizione italiana.

La maggior parte dei personaggi passano gran parte delle loro vite a dispiacersi, a soffrire per quel che non possono o non riescono a esprimere.  E poi, quando magari ci riescono, si dispiacciono. Si dispiacciono (I am sorry) magari per aver rotto per una volta il patto di omertà, per aver detto quel che pensano, per aver espresso un desiderio sincero.

Dall’altra parte, invariabilmente, sempre la solita risposta: non ti dispiacere, va bene così (It’s OK). Anche se manco per il salsiccio che va bene.

E in questo gioco perverso del non dire, del non chiedere, dell’accettare che le cose vadano come vanno, sta la parte più angosciate del romanzo. Perché si scorge l’ineluttabilità di questo approccio, ma si vedono anche i suoi effetti devastanti.

La tecnica narrativa di Hanya Yanagihara fa affiorare frammenti del passato di Jude poco a poco. E così aggallano l’abbandono, l’infanzia violata, la vita violenta nel monastero dei fratacchioni perversi, le illusioni di una possibile fuga, la violenza, l’autolesionismo, l’orfanotrofio con gli operatori altrettanto perversi, la nuova fuga, la prostituzione, le nuove violenze… E’ quasi miracoloso che in tutto questo turbinare di strazio e di violenza la mente di Jude riesca da aggrapparsi con forza alla cultura, alla musica, allo studio, anche all’arte culinaria, all’arredamento, insomma alla bellezza.

Ma non ci sono solo angosce e disperazioni, in questo libro. Ci sono anche le pagine molto affascinanti dedicate all’arte (ai quadri di JB, alle creazioni architettoniche di Malcolm, alle interpretazioni teatrali e cinematografiche di Willem) e le tenerissime pagine dedicate alla storia d’amore che finalmente Jude riesce a vivere.  Non senza scossoni, non senza angosce, non senza tragedie, ma con una tenerezza davvero commovente.

Si naviga in questa narrazione minuziosa, precisa, senza cali e senza compromessi, con la curiosità di dove si vada poi a parare. Il finale della storia, che qui sarà taciuto, raggiunge i massimi livelli di angoscia, commozione e disperazione che vengono trasmessi al lettore come se fossero misteriosi fluidi infusi da una flebo. Va tutto a gambe all’aria, tutti gli equilibri vengono sovvertiti, scoppiano i casini, scoppiano le situazioni, rimane solo – alla fine – una calma rassegnazione.

Avrebbe potuto andare diversamente? I personaggi avrebbero potuto fare scelte diverse?  Certamente sì. Resta il fatto che la potenza di questo romanzo si abbatte sul lettore con una forza inaspettata. Forse la qualità più importante che si possa chiedere un libro. Ci vorrà forse un po’ di tempo per rimettersi da questa esperienza, ma di sicuro ne è valsa la pena.

The axiom of the empty set is the axiom of zero. It states that there must be a concept of nothingness, that there must be the concept of zero: zero value, zero items. Math assumes there’s a concept of nothingness, but is it proven? No. But it must exist.

And if we are being philosophical – which we today are – we can say that life itself is the axiom of the empty set. It begins in zero and ends in zero.

 

Pubblicato da: miclischi | 12 giugno 2017

Ali Smith: tempo d’autunno.

Uscito nel 2016, tempi di Brexit

Che cos’è il tempo? E’ il tempo che passa dall’estate verso l’autunno, con le foglie che ingialliscono e cadono. Ma è anche il tempo che passa dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta. C’è poi anche il tempo che passa mentre si sta in coda all’ufficio postale, e che pure si dilata e si arricchisce e diventa un evento narrativo. Oppure il tempo che un anziano, anzianissimo, passa nel suo letto della casa di riposo con gli occhi chiusi, a rivivere il suo tempo che fu. Ma c’è anche il tempo della Brexit e delle ansie che suscita. O il tempo dei pomeriggi in cui la piccola Elisabeth passeggia con Daniel, il Sig. Gluck, il vicino di casa. Tutto questo – non solo questo – nel nuovo prodigioso romanzo di Ali Smith dal titolo Autumn.

Time travel is real, Daniel said. We do it all the time. Moment to moment, minute to minute.

E ci sono qua e là anche degli echi dal suo poderoso precedente romanzo, How to be both:

He is not just one thing or another. Nobody is.

Che cosa succede nella mente di un anziano che aspetta la fine? Quanto c’è di verità, o di finzione, o di rielaborazione critica, negli episodi che vengono proiettati sul maxischermo della sua mente? La mente di Daniel, i suoi ricordi, la sua storia. E il suo abbracciarsi con la storia di Elisabeth, questa bambina-ragazza-donna che si accorgerà, una volta adulta, che proprio lui è l’unico possible destinatario della parola amore. Lui che la ha accolta  – sempre, a qualsiasi età – con la solita domanda: Che cosa stai leggendo? Proprio come il  Motta.

Hello, he said. What are you reading?

Elisabeth showed him her empty hands.

Does it look like I’m reading anything? she said.

Always be reading something, he said. Even when we’re are not physically reading. How else will we read the world? Think of is  as a constant.

A constant what? Elisabeth said.

A constant constancy, Daniel said.

Pauline Boty: Love to Jean Paul Belmondo. Una delle opere citate nel romanzo di Ali Smith.

Ci sono i libri, c’è l’arte (Arty art), c’è la pioniera della pop art britannica (Pauline Boty), che punteggia con i suoi lavori raccontati a voce, qua e là, i dialoghi fra Daniel e Elisabeth ed altri tratti del racconto. C’è la televisione, ci sono gli show televisivi, la diva-bambina che riappare in carne e ossa a casa della mamma di Elisabeth… Questo libro caleidoscopico scheggia via da un capitolo all’altro con salti di tempo, di luogo, di contesto, di linguaggio, di tutto… E come al solito il lettore basito arriva in fondo e ricomincia da principio, che staccarsi da questa lettura non è per niente facile.

Perché c’è, soprattutto, il linguaggio. Questo rincorrersi delle parole, delle frasi, dei capitoli… Questa prosa cui Ali Smith ci ha abituati fin dagli esordi, ma che continua a evolversi e a stupire.

The pauses are a precise language, more a language than actual language is (…).

E la vita? Che cos’è la vita? Di che cosa è fatta? Di quali pezzetti, di quali ricordi, di quali sentimenti, di quali relazioni? In che modo la vita di Daniel Gluck steso in un letto a occhi chiusi è altrettanto vita di quella di Elisabeth bambina, o adulta, magari proprio lei che sta lì seduta accanto al suo letto, a leggere un libro, a esplorare l’universo celato da quelle palpebre abbassate… E come cambia la vita? Come cambia con il filo spinato laddove prima c’erano i campi, o con le scritte razziste, o i comportamenti razzisti; come cambia la vita con la Brexit?

Un libro pieno di punti interrogativi, di domande; ma anche di quei punti interrogativi che si disegnano sull’espressione incredula del viso: sono punti interrogativi di stupore. Che di sicuro il lettore si stupisce pagina dopo pagina. Dell’invenzione narrativa, della forza del dialogo, dell’efficacia nell’uso del tempo, questo protagonista assoluto che pure si piega alle necessità del raccontare. Insomma, se si può dire, che si dica: un altro capolavoro di Ali Smith!

Pubblicato da: miclischi | 25 maggio 2017

Mary McCarthy e il suo Gruppo: una bella scoperta

Un classico della letteratura USA anni ’60.

The Group. Questo libro tiene proprio compagnia. La prosa serratissima senza pause, fitta fitta di dettagli descrittivi oltre che narrativi, con dialogo ridotto, induce a calarsi e a lasciarsi avvolgere in questo ambiente coeso delle otto compagne di College e nelle loro vicende post-depressione del ’29.

Le vicende post-universitarie di otto compagne di studi narrate in questo romanzo di Mary MacCarthy si svolgono negli USA fra le due guerre; ma il libro fu pubblicato nel 1963. Suscitò indignazione o scandalo e la sua diffusione, per esempio, fu vietata in Australia (come ben raccontato da questo bell’articolo del Guardian).

Perché questo grande scandalo? Perché Mary McCarty dà voce alle donne, alle loro esigenze, ai loro sentimenti, alle loro scelte, ai loro desideri. Donne tutte diverse eppure unite, di diversa provenienza sociale, di diverso atteggiamento nei confronti dell convenzioni sociali che prevedono, semplicemente, che se ne stiano al loro posto senza alzare la voce e accettando una società di impianto decisamente maschilista. Era così fra le due guerre, era così anche nel 1963. E quindi, lo scandalo.

Si parla (le donne parlano) esplicitamente di desiderio sessuale e di rapporti sessuali, di contraccezione, di orgasmo, di allattamento al seno, insomma di argomenti tabù negli States puritani ai tempi dell’assassinio di J.F. Kennedy.

Ma non si presenta come libello sovversivo, questo grande dipinto sociale di Mary McCarthy. Avvolge e affascina soprattutto per la raffinata abilità narrativa e per la puntigliosità con cui i caratteri di tutti i personaggi sono impietosamente messi a nudo. Emergono così, a fianco della pretesa ambizione all’anti-conformismo, anche le debolezze, le tendenze alla rassegnazione, la depressione, la morte. Forse non è un caso, bensì un abile intento narrativo, che la storia inizi con un sorprendente matrimonio e si concluda con un altrettanto sorprendente funerale.

Una specie di trattatello antropologico e sociologico che scorre via lieto fra le pagine di questo racconto avvincente, a volte ridanciano, a volte tragico. C’è anche, a far da basso continuo, la cultura profonda di cui queste donne coraggiose si sono appropriate negli anni al Vassar College. C’è la musica, c’è la filosofia politica, c’è anche una citazione di Dante in italiano (il Conte Ugolino rinchiuso nella torre della fame), e una semi-parafrasi di Oscar Wilde (Each man kills the things he loves).

Una bella scoperta, un grande piacere di lettura, insomma proprio un bel libro.

Il film

Per la cronaca 1: fa di molto comodo poter consultare una sintesi di poche righe che descrive ogni personaggio. Infatti nella narrazione si salta bruscamente da questa a quella donna del Gruppo, e a volte viene da perdersi. Questo memorandum sui personaggi si trova meritoriamente qui, sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo.

Per la cronaca 2: Grazie a Cees Nooteboom. E’ stato grazie a lui e al suo Tumbas (se ne ragionava tempo addietro qui) che venne voglia di leggere questo romanzo. Fra tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti a cui Cees Nooteboom dedica le due riflessioni, Mary McCarthy è quella cui vengono dedicate parecchie pagine più degli altri. Quindi questa apparente anomalia andava indagata. E’ stata un’indagine molto piacevole e soddisfacente.

Per la cronaca 3: Naturalmente, c’è anche un film tratto da questo romanzo. Fu realizzato da Sidney Lumet nel 1966 e nel cast c’è fra le altre anche Candice Bergen. Prima o poi andrà visto anche quello.

Per la cronaca 4: In Italia il romanzo è disponibile nel catalogo Einaudi, nella traduzione di Elena dal Pra.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 9 maggio 2017

Peter Høeg cattura e affascina con i suoi racconti notturni

Trovato si seconda mano allo Slipway di Dar es Salaam

C’è poco da fare: la densità narrativa di questo straordinario autore danese è pazzesca e cattura, avvolge, angustia e affascina, strangola in una stretta di piacere e insomma non permette di distrarsi. Nell’affrontare questa raccolta di racconti raccattata nella sezione di libri usati della libreria A Novel Idea allo Slipway di Dar es Salaam ci si sente subito avviluppare nelle straordinarie doti di Peter Høeg. E prima di tutto ci si stupisce di come già in poche righe riesca a mostrarsi maestro della narrazione e insomma a trovare subito la complicità del lettore.

Pubblicato nel 1990, Racconti notturni, questo libro di short stories precede di due anni il successo mondiale di Smilla (1992) e segue a due anni di distanza (1988) lo straordinario esordio (La storia dei sogni danesi), che per essere un esordio si avvicinava già parecchio a essere un capolavoro.

Otto storie che si dipanano nei contesti più diversi – dall’Africa equatoriale di Conrad al mare di fronte a Lisbona, alla Danimarca, naturalmente – ma con un punto in comune fra tutte (la notte del 19 marzo 1929), o meglio due, come dice l’autore stesso nel preambolo: sono tutte storie d’amore. Che si sviluppino sul palcoscenico di un teatro, o negli equilibri instabili di una barchetta, in un laboratorio di fisica teorica, nelle aule di un tribunale o chissaddove, sono tutte storie in cui l’amore è il personaggio principale. L’amore con la sua forza e le sue contraddizioni, le implicazioni sociali, ma anche l’immagine o il riflesso dell’amore e dei suoi attori. Ma i personaggi e i temi si spalmano sul contorno, sullo sfondo che li avvolge e li incorpora, li domina, e prevale sul dipanarsi delle umane vicende. Come se, alla fine, l’universalità prevalesse sull’individualità.

Uscito in Italia nel 1997

Uno di quei libri che verrebbe voglia di tenere lì a portata di mano, per aprirlo a caso una volta ogni tanto, leggere un paio di frasi e venire risucchiati nelle atmosfere fantastiche di questo autore fantastico.

Per la cronca 1: Il libro fu pubblicato in italiano nel 1997 negli Oscar Mondadori (traduzione di Bruno Berni), ma pare che non sia più disponibile e bisogna cercarlo sul mercato dell’usato.

Per la cronaca 2: Il testo è ricchissimo di immagini, suggestioni e citazioni. Fra le tante, eccone due. Nel racconto su Conrad in Congo (Journey into a Dark Heart) viene menzionata la Torre Pendente di Pisa, per raffigurare l’instabilità delle certezze matematiche del personaggio David. E poi, nella storia sulle  vicende giudiziarie e personali del giudice Ignatio Langstat Rasker, compare il modellino dello Spray, la barca con cui Joshua Slocum fece per primo il giro del mondo a vela in solitario.

As a boy I read seafaring tales. Without exaggerating, I can say that I spent a large part of my childhood and youth at sea, without ever leaving dry land.

 

Piacevoli sorprese nei libri usati: una dedica.

 

Older Posts »

Categorie