Pubblicato da: miclischi | 2 febbraio 2016

L’Aida al Verdi di Pisa – Gennaio 2016

SI torna all'opera!

Riecco l’Aida!

Rieccola, l’Aida, pochi anni dopo la precedente rappresentazione a Pisa (era il 2011). L’Aida, come quella della canzone anti-neo-colonialista di Rino Gaetano. Aida, quella che il babbo di un noto scrittore pisano si chiamava Radamès (il nome della mamma invece era Lirica). Il dramma nilotico che tratta il tema eterno di amore e guerra, come nel film di Woody Allen del 1975.

Quante evocazioni. Ma questa Aida, quella di Verdi, al teatro Verdi? Una bella serata. Teatro tutto esaurito da settimane, allestimento di Zeffirelli per il teatro di Busseto, insomma il richiamo usuale di un classicone. Il cartellone completo di trova qui.

Terz’ultima opera di Verdi, occupa stabilmente una posizione altissima delle hit parade dei melomani. Il che però, a pensarci bene, è quasi un’anomalia. Nell’immaginario collettivo, l’Aida è soprattutto quella della grandiosa marcia trionfale (c’erano anche gli elefanti?) e dell’aria iniziale di Radamès (Celeste Aida) preceduta dall’efficace introduzione Se quel guerrier io fossi… (Qui nell’interpretazione – in studio – di Jonas Kaufmann, stella del momento e nuovo venerato Radamès – notisi fra l’altro il ppp del finale). E il resto? Un’opera di quattro atti, lunga e articolata nella quale non si riscontrano arie soliste di alto impatto (almeno non talmente di alto impatto da guadagnarsi un posto nei repertori dei recital, né tali che poi uno se le canticchia tornando a casa dopo il teatro).

Infatti. Nelle note di Zeffirelli molto opportunamente riportate nel libretto di sala, il regista definisce ingombrante la scena del trionfo, mentre esalta la dimensioni intimiste e tragiche della vicenda.

E proprio così risulterà la rappresentazione pisana (liquidiamo la questione della marcia trionfale rimarcando l’impeccabile esecuzione musicale, con perfetti unisoni e tempi da parte delle iper-trombe in scena e dell’orchestra tutta, nonostante, a dire il vero le schiere dei prigionieri etiopi fossero un po’ sguarnite – del resto, non siamo mica all’Arena…). Bene, benissimo, riuscirà un’interpretazione del dramma che conferisce ruoli di rilevo non già al cellettone indeciso, abituato forse a trattar coi soldati, ma  non a destreggiarsi con le sue spasimanti, bensì alle due donne-chiave della vicenda: Amneris e Aida.

Aida con il babbo

Aida (Donata D’Annunzio Lombardi) con il babbo  (Sergio Bologna) Foto di Massimo D’Amato

Amneris la faraona, qui presentata  come un po’ megera, è interpretata dalla veterana Giovanna Casolla. Aida, principessa schiava, la interpreta Donata D’Annunzio Lombardi; annunciata dal direttore del teatro prima dell’inizio come indisposta, si rivelerà invece alquanto in forma, tranne per un paio di trascurabili piccoli cedimenti. Questa interprete di Aida ha mostrato soprattutto grande dominio della duttilissima voce, e estrema espressività.  Durante tutto l’arco della rappresentazione, queste due donne rivali hanno avuto in comune non solo l’irrefrenabile passione per il tenore, ma anche l’arduo compito di aggirarsi per la scena cercando di non inciampare negli abbondanti drappeggi in cui erano involtolate.

Amneris (Giovanna Casolla) cerca di convincere Radamès (Leonardo Caimi), ma tanto non ce n'è. Foto di Massimo D’Amato.

Amneris (Giovanna Casolla) cerca di convincere Radamès (Leonardo Caimi), ma tanto non ce n’è. Foto di Massimo D’Amato.

Entrambe le interpreti saranno clamorosamente acclamate dal pubblico al momento dell’applausometro finale, ma a loro saranno dedicati anche parecchi brava! e applausi a scena aperta. In particolare, alla fine dell’invettiva di Amneris dopo la condanna di Radamès, quando la Casollla si è esibita in un interminabile acuto, è venuto giù il teatro. E si è udito un significativo commento in platea: Quella se li mangia tutti. Già. Parlando di acuti. L’esordio del Radamès di Leonardo Caimi all’inizio dell’opera non è che sia risultato poi così convincente. Voce poco limpida, acuto risicato… insomma, qualche mugugno c’è stato. Eppure il pubblico del Verdi lo ha generosamente osannato alla fine. E Amonasro? Sergio Bologna (già apprezzato Iago nella seconda rappresentazione dell’Otello pisano del 2013) ha di molto ben figurato, sia vocalmente che scenicamente, anche se nel duetto con la figlia in attesa di Radamès ci si sarebbe aspettati forse un po’ più di cattiveria nella voce.

Comunque alla fine il pubblico pisano ha scelto di osannare un egual misura tutti e quattro gli interpreti principali, con una lieve propensione per i ruoli femminili.

Le due rivali

Le due rivali Aida (Donata D’Annunzio Lombardi) e Amneris (Giovanna Casolla). Foto Teatro di Pisa

E i bassi? Abène, due bassi che cantano uno accanto all’altro non è capiti tanto spesso di vederli e sentirli. Qui accade nella scena della nomina di Radamès a capo dell’esercito egizio nel primo atto. Elia Todisco (il sacerdote Ramfis – del resto aveva interpretato il gran pontefice dell’ebrei nel Nabucco a Pisa) e George Andguladze (il re) ci fanno un figurone come presenze ieratiche, e tutto sommato anche con la voce.

Bella prova anche per l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta sotto l’attenta direzione di Marco Boemi: l’impasto straordinario della sezione degli archi ha incantato fin dalle prime note, mentre per la parti soliste si sono segnalati il flauto e l’oboe (degli ottoni già si disse a proposito della marcia trionfale). Le percussioni invece, almeno dalla platea, sembravano un po’ eccessivamente rimbombanti.  C’era poi il Coro Lirico Amadeus, sotto la guida di Giorgio Mazzucato, ben articolato nella dicotomia dei ruoli maschili e femminili.

Scene solidamente egizie con divinità animalesche, piramidi sullo sfondo, abbondanza di bassorilievi con le silhouette dalle movenze egizie immortalate nel video delle Bangles del 1986.

Insomma, una piacevole serata egizia, musicale, verdiana. L’Aida, ogni tanto, fa bene rivederla.

Per la cronaca 1: Il libretto di Antonio Ghislanzoni riserva qualche amenità. Il coro di donne che prelude alla marcia trionfale canta: Danziam, fanciulle egizie, / le mistiche carole, / come d’intorno al sole / danzano gli  astri in ciel! Ora, forse al tempo delle vicende aidiche (come recita il libretto, “…all’epoca della potenza dei Faraoni”), l’eliocentrismo era ancora parecchio di là da venire…

Per la cronaca 2: O com’è che quando si rappresenta l’Otello ci si premura di tingere al tenore per bene il viso, le mani, insomma le parti visibili del corpo, per farlo apparire di colore come il personaggio, mentre invece Aida se la cava con una ripassata di crema abbronzante, ma certamente la sua negritudine non viene sottolineata più di tanto? Del resto, il Ghislanzoni menziona il presunto pallore di Aida nel dialogo falsamente intimo con Amneris. Ora, via, proprio il pallore come faceva a vedersi?

Per la cronaca 3: Una gustosa versione in romanesco della trama dell’Aida si trova qui.

Aida interpretata da Sophia Loren nel film del 1953

Aida interpretata da Sophia Loren nel film del 1953

Pubblicato da: miclischi | 28 gennaio 2016

Braun Paxette: proprio una bella macchina fotografica

La Braun Paxette trovata al Mercatino di Marina di PIsa

La Braun Paxette trovata al Mercatino di Marina di Pisa

Il mercatino delle pulci di Marina di Pisa organizzato dalla Publbica Assistenza del Litorale Pisano, quello che si svolge la terza domenica del mese sul Lungomare Tullio Crosio, comincia a diventare una fonte importante di ritrovamenti fotografici. Andrà a finire che diventerà un serio contendente del mercatino di Bruxelles. Stavolta fu rinvenuta una bella macchinetta, solida e pesante, con custodia di cuoio originale e in buono stato, ed anche una custodietta per i filtri agganciata alla cinghia. Si tratta della Braun Paxette. Già, proprio la casa produttrice del Minipimer realizzò, a partire dal 1951, la serie di macchine fotografiche Paxette con parecchie varianti (compresa la possibilità, per i modelli successivi, di cambiare la parte esterna dell’obiettivo, come si può fare con la Kodak Retinette). Oggi la produzione fotografica della ditta tedesca pare orientata escllusivamente sulle action-cam.

Visione dall'alto.

Visione dall’alto.

Insomma si diceva della Paxette. Già a prendere in mano questa macchinetta piccola e compatta degli anni ’50, si rimane sorpresi dal peso. E infatti la costruzione dà l’idea di un monoblocco di metallo nel quale sia stato scolpito l’apparecchio fotografico. Stupisce anche per la vasta gamma di comandi e regolazioni. C’è anche un telemetro che però non viene azionato dalla regolazione della messa  a fuoco, bensì da una apposita rotellina. Una volta verificate le immagini sovrapposte, si legge in una finestrina sulla parte superiore della macchina la cifra che indica la distanza (in piedi!) in modo che si possa impostare la distanza giusta sull’obiettivo (anche lì l’indicazione è in piedi e non in metri – forse era destinata al mercato americano).

Particolare sella parte superiore: si notano il contapose e la rotellina dentata per muoverlo e, a destra, la rotellina per allineare l'immagine spezzata ddel telemetro.

Particolare sella parte superiore: si notano il contapose e la rotellina dentata per muoverlo e, a destra, la rotellina per allineare l’immagine spezzata ddel telemetro.

L’obiettivo è un Steinheil 45 mm f. 2.8. Poi c’è l’otturatore Prontor fino a 1/300, ci sono i diaframmi da 2.8 a 16 e l’attacco per il flash. Non sembra esserci il curioso esposimetro ottico (il cui funzionamento è spiegato qui sul manuale di istruzioni meritoriamente messo online da Mike Butkus), e infatti la rotellina del telemetro manca nell’illustrazione. A proposito, in questa versione non c’è neanche l’autoscatto, che invece viene indicato sul manuale di istruzioni.

Il contapose si azzera a mano agendo sulla apposita rotellina sotto alla slitta porta-flash (indica gli scatti rimanenti, non quelli fatti). Il canonico pulsantino per riavvolgere la pellicola si trova sulla parte superiore invece che su quella inferiore della macchina. Infine la poderosa leva del trascinamento: la manovra va fatta in due tempi, cioè la leva va portata fino in fondo due volte, altrimenti il trascinamento non è ultimato e l’otturatore non è ricaricato. Bisogna abituarsi a farlo per bene, altrimenti la distanza fra i fotogrammi risulterà parecchio disomogenea.

Il portafiltri con i filtri.

Il portafiltri con i filtri.

C’è poi la sorpresa dei filtri: la custodia di cuoio contiene degli scomparti separati da dei foglietti di stoffa felpata. C’è un portafiltro che può ospitare, a seconda delle necessità, un filtro giallo, o verde, rosso (peccato che era rotto) o trasparente (UV?). L’alloggiamento dei filtri non è semplicissimo, complice anche la filettatura sottilissima del portafiltri. Però poi l’innesto sull’obiettivo avviene a incastro senza ulteriori avvitamenti (come sull’Elmar 90 della Leica con passo a vite).

Alcuni ritratti con la Paxette e il filtro verde

Alcuni ritratti con la Paxette e il filtro verde

E la prova pratica? Sono stati scattati due rulli (entrambi degli FP4 bobinati domesticamente). L’ergonomia, a dire il vero, non è il massimo. Ma come con ogni macchina fotografica, si tratta di fare un po’ l’abitudine alla manualità. Lo scatto è molto sensibile e l’otturatore pare preciso anche nei tempi lenti (si parte da 1 secondo). Alla doppia manovra della leva si fa ben presto l’abitudine. E anche alla distanza in piedi… La funzione più scomoda alla fine risulta l’impostazione del diaframma. Infatti ruotando la ghiera della messa a fuoco girano anche le indicazioni dei diaframmi, e quindi bisogna andare a cercarle giro giro. Inoltre, se si è montato un filtro sull’obiettivo, è necessario rimuoverlo prima di poter agire sulla ghiera dei diaframmi.

E la resa? Più che soddisfacente, per questa macchinetta apparentemente poco pretenziosa. Del resto il sito di camera-wiki parla esplicitamente delle Paxette come di macchine fotografiche of high quality, with excellent optics.

Una serie di scatti con la Paxette (e filtro giallo) nel Parco Nazionale dell'Alta Murgia (Puglia) dopo una spruzzatina di neve.

Una serie di scatti con la Paxette (e filtro giallo) nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Puglia) dopo una spruzzatina di neve.

Per la cronaca 1: Una bella carrellata sulla storia della Paxette e delle sue varie versioni si trova qui.

Per la cronaca 2: Una bella pagina sull’uso della Paxette con ottiche intercambiabili (roba da far venire l’acquolina in bocca) si trova qui.

Per la cronaca 3: Un’ altra estesissima disamina delle varie versioni della Paxette si trova qui, e un’altra eccola qui.

Per la cronaca 4: La serie degli scatti del primo rullo di prova si trova qui, mentre la serie scattata nell’Alta Murgia è qui.

Il corpo e la conchiglia.

Il corpo e la conchiglia.

Pubblicato da: miclischi | 24 gennaio 2016

La XIII Maratona Imago in mostra

La serata inaugurale

La serata inaugurale

Pisa, Spazio SMS alle Piagge. Come tutti gli anni (anche se stavolta, a dire il vero, un po’ in ritardo), le foto della Maratona Imago vengono esposte al pubblico; ma, soprattutto, a tutti i fotografi partecipanti, di modo ché ognuno ha la possibilità di vedere seguendo quali linee di pensiero gli altri fotografi hanno sviluppato i quattro temi.

Tema N. 1: Il trucco c'è ma non si vede

Tema N. 1: Il trucco c’è ma non si vede

Il sistema è semplice, e viene ben spiegato qui: ogni tre ore viene comunicato un tema e i fotografi (sia che si trovino a Pisa e vadano ad apprendere direttamente i temi alla Tazza d’oro, sia che siano in giro per li mondo e se li facciano spedire per sms) danno libero sfogo alla propria fantasia e fotografano. Quelli che hanno la macchina a pellicola sono limitati ai canonici 36 scatti, mentre i digitali hanno più libertà (anche se, alla fine della giornata, possono consegnare fino a un massimo di 36 immagini).

Dalle foto scattate se ne seleziona una per tema, si consegnano le stampe, et voilà, viene allestita la mostra allo Spazio SMS.

Le foto in mostra (fino al 14 febbraio 2016) sono quelle scattate nella giornata di sabato 16 maggio 2015. A proposito, durante l’inaugurazione è già stata comunicata la data della XIV Maratona Imago: si svolgerà sabato 14 maggio 2016.

Tema N. 2: Note stonate.

Tema N. 2: Note stonate.

Tema N. 3: Pigramente sporrtiva

Tema N. 3: Pigramente sportiva

Ma c’è un motivo in più per andare a vedere la mostra della Maratona: in parallelo viene presentata anche un’esposizione di 100 stampe analogiche dal nome Cronaca dell’immagine, a cura dell’Associazione Culturale Lucegrafia di Palermo. Cento scatti di fotografi siciliani dell’Associazione, suddivisi in temi (per esempio: Il ritratto; Mare; Alberi, Il Bacio…), impeccabilmente stampati in formato 18×24 e installati molto efficacemente nelle celle e nel ballatoio del primo piano che si affaccia sul chiostro dell’SMS.

Al di là delle foto, tutte ad alto impatto, è notevole la scelta delle dimensioni delle stampe. Invece di privilegiare il formato (è sempre più frequente trovare nelle mostre fotografiche delle gigantografie che contano soprattutto sull’impatto delle grandi o grandissime dimensioni delle immagini), qui si privilegia decisamente la qualità, altissima, degli scatti e delle stampe.

Tema N. 4: il mio miglior vizio.

Tema N. 4: il mio miglior vizio.

Intanto, oltre a godersi queste due mostre, c’è da segnarsi sull’agenda, sul diario, sul calendario, sui promemoria, la data di

Sabato 14 maggio 2016

quando si svolgerà la prossima maratona. Speriamo di essere sempre più numerosi, senza dimenticare che si può partecipare anche in remoto: basta iscriversi e farsi mandare i temi ogni tre ore.

Intanto, qui ci sono le foto del rullo dal quale sono state estratte le quattro selezionate, mentre qui ci sono alcune foto scattate all’inaugurazione della mostra.

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Pubblicato da: miclischi | 14 gennaio 2016

La vita di Benjamin Britten raccontata bene

Pubblicato nel 1981

Pubblicato nel 1981 da Eyre Methuen Ltd

Christopher Headington, compositore, musicista e musicologo (1030-1996), conobbe personalmente Benjamin Britten (1913-1976), la sua vita, le sue opere, le sue vicende personali. Attraverso un’accurata opera di ricerca ricca di interviste, scavi nelle corrispondenze, ricordi personali e innumerevoli testimonianze su vari media, ha ricostruito la vita del grande compositore inglese del ‘900. E la ha raccontata proprio bene in un libro che ha come titolo, semplicemente, Britten.

Non si limita alle analisi musicologiche, Headington, ma applica invece una sapiente strategia narrativa. Per questo la storia di Britten, bambino prodigio, poi pianista virtuoso e prolificissimo compositore, pacifista e socialista, amico di Shostakovich (che gli dedicò la sua quattordicesima sinfonia) e Rostropovich (per cui compose alcune suite per violoncello solo), la si può leggere anche come un romanzo avvincente.

Il primo saggio della sua abilità narrativa l’autore ce lo dà già nel primo capitolo. Rimandando ai capitoli successivi la storia della vita di Benjamin Britten, il libro si apre sulla prima rappresentazione dell’opera lirica Peter Grimes nel giugno del 1945, un mese dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nel descrivere i preparativi difficilissimi per allestire la produzione, e nel raccontare con estrema obiettività le letture che furono date dai critici musicali dopo la prima rappresentazione, Headington presenta – come in un preludio – i temi che saranno svolti in seguito per dettagliare l’intera esistenza del compositore.

The Peter Grimes sound-scape was Britten’s own because its feeling was so individual, strangely wounded perhaps yet defiant, tough and cooly intelligent. The passion and pain in Grimes are not of the cardboard-theatrical kind, but ring uncomfortably true.

Benjamin Britten (pianista) e Peter Pears (tenore)

Benjamin Britten (pianista) e Peter Pears (tenore)

Una vita pubblica, quella di Britten, spessissimo impegnato in produzioni della BBC e in composizioni destinate agli studenti delle scuole – non solo musicali. Creatore del festival di Aldeburgh, giramondo come pianista in duo con il tenore Peter Pears (suo compagno di vita per quarant’anni) o come direttore d’orchestra… Eppure seppe mantenere uno stile di vita riservatissimo da campagnolo (le coste e i paesaggi del suo Suffolk sono stati fra i principi ispiratori delle sue opere).

Capitolo dopo capitolo, scuole di musica, incontri importanti con musicisti e poeti che lo guidarono, e poi i primi successi, i musicisti per i quali compose, i viaggi… Una vita davvero convulsa. Ma ancora più convulsa ne emerge la sua foga compositrice. Sembra che la musica sgorgasse letteralmente dalla sua vena creativa, e che la necessità di fermare sul rigo le idee musicali fosse inestinguibile.

Ci sono poi gli innumerevoli racconti di prima mano da parte di chi lo ha conosciuto personalmente, e in particolare i musicisti. Le parole molto affettuose di Georg Solti, per esempio. E poi il violoncellista sovietico Rostropovich, per il quale Britten aveva composto la sonata op. 65, che racconta delle gran bevute che accompagnarono le prime prove insieme. (Qui si possono ascoltare degli estratti di ciascuno dei cinque movimenti della sonata, eseguiti dai Britten e Rostropovich).

In un lungo estratto di un’intervista Britten descrive la propria giornata di lavoro, e i periodi di tempo nei quali la giornata “naturalmente” si divide: 1) la mattina (fino a ora di pranzo); 2) il pomeriggio (fino all’ora del tè); 3) il tardo pomeriggio (fino a ora di cena); 4) dopocena. I periodi riservati alla composizione erano il primo e il terzo. Ma nel primo pomeriggio Britten preferiva andare a passeggiare, e nel passeggiare riflettere su quel che avrebbe combinato nel suo studio dopo il tè.

Insomma un piccolo grande libro, quello di Headington, che fa emergere con forza alcuni caratteri fondamentali di Britten, uomo e musicista. Per esempio la sua passione per la musica vocale (ha scritto innumerevoli cicli per canto e pianoforte – o arpa da ultimo – e tantissime opere liriche), ma anche per i musicisti inglesi delle origini (fra cui Henry Purcell). La sua avversione per la dodecafonia. La sua inestinguibile necessità di comunicare, non solo in musica (rispondeva puntualmente a tutte le lettere che riceveva).

La riedizione del primo War Requiem

La riedizione del primo War Requiem

Tra i tanti capitoli del libro, tutti avvincenti, ce ne sono alcuni decisamente coinvolgenti. Come quello sui gravi problemi di salute che lo portarono alla necessità di un’operazione al cuore, con successivi drammatici strascichi. Ma forse ancor più il capitolo sul War Requiem, questa straordinaria e pur anomala messa per i morti in cui si sovrappongono il testo latino della messa e le poesie in inglese di Wilfred Owen, morto in guerra durante il conflitto 1914-18. Britten avrebbe voluto come solisti per la prima rappresentazione nel 1962 un inglese (Peter Pears) un tedesco (Dietrich Fischer-Diskau) e una sovietica (Galina Vishnevskaya – la moglie di Rostropovich), ma quest’ultima non potè partecipare e fu sostituita dalla nord-irlandese Heather Harper. L’intento del pacifista internazionalista era limpidissimo.

Insomma, una bella scoperta, questo libro. Ma anche una bella riscoperta l’opera di Britten, conosciuta solo molto parzialmente. Il libro non è stato tradotto in italiano, ma lo si può trovare (usato – pare sia esaurito) da Amazon.uk.

Per la cronaca 1: Un valore aggiunto alla già soddisfacente lettura di questo libro: fu trovato nel seminterrato di una bellissima libreria di libri usati in Charing Cross Road (Any Amount of Books), a Londra. Anche se non c’è più la libreria al numero 84, anche se Foyles si è rinnovato e sembra l’Upim, in questa strada le librerie abbondano, e specialmente quelle di libri di seconda (o ennesima mano) sono davvero una fonte inesauribile di tesori.

Per la cronaca 2: Non ci sono libri di Headington tradotti in italiano. Ma potendosi dedicare alla lettura in inglese, su Amazon (anche su Amazon.it) si trovano tantissimi suoi titoli, da una biografia di Peter Pears, a un testo sulla musica occidentale, un altro sulla storia dell”opera lirica, altri ancora sugli strumenti dell’orchestra, su Chopin…

Per la cronaca 3: Scuriosando in rete si trova di tutto: dalla registrazione della prima rappresentazione del War Requiem (qui), a un documentario di un’ora dal titolo Britten on camera (qui), il catalogo completo delle sue composizioni (qui), e chissà che altro. Per gli appassionati ci sono anche la “Simple Symphony”, che compose a 20 anni riutilizzando materiali che aveva scritto quando ne aveva 10 (qui diretta dall’autore) e la Guida del giovane all’orchestra alias le Variazioni e fuga su un tema di Purcell (qui nella versione con Peter Pears nella veste di narratore, qui con la sola fuga finale diretta da Leonard Bernstein, qui nella versione integrale in video sotto la guida di Jukka Pekka Saraste).

Per la cronaca 4: Nel 2013, in occasione del centenario della nascita di Britten, è stato un sito web celebrativo, pieno zeppo di materiali, fra cui la foto qui sotto.

1921 - Playing piano at home. Photo courtesy of the Britten Pears Foundation, www.brittenpears.org. BPF archive catalogue number PH_1_7.

1921 – Playing piano at home. Photo courtesy of the Britten Pears Foundation, http://www.brittenpears.org. BPF archive catalogue number PH_1_7.

Pubblicato da: miclischi | 23 dicembre 2015

Una pinhole panoramica polacca con un rullo della DDR

Un bellissimo oggetto in legno ben rifinito

Un bellissimo oggetto in legno ben rifinito

La fotografia stenopeica può piacere oppure no. Un piccolo forellino invece dell’obiettivo convoglia i raggi luminosi all’interno di una camera obscura e il gioco è fatto. Come si faceva da ragazzi ai festival di scienze della scuola, con un foglio di pergamino a fare da schermo e una scatola da scarpe tinta di nero all’interno. Niente diaframmi, niente messa a fuoco, si può giocare solo con il tempo di esposizione, di solito lunghetto, dato che il forellino è proprio microscopico (assimilabile a un diaframma f/200 o anche più piccolo). C’è chi ci si appassiona, oppure chi se ne incuriosisce soltanto.

Il dorso: le tre finestrelle rosse permettono di trascinare la pellicola a seconda del formato prescelto

Il dorso: le tre finestrelle rosse permettono di trascinare la pellicola a seconda del formato prescelto

Ma se poi ci si trova fra le mani un bell’apparecchio ben costruito in legno (tranne la piastrina metallica che contiene il forellino magico) e che oltretutto permette di scattare in tre formati con la pellicola 120 (6×6, 6×9 e 6×12), allora qualche esperimento s’impone. Esperimento tanto più stuzzicante se si dispone di una pellicola NP15 Made in German Democratic Republic e fatalmente scaduto (nell’ottobre 1991).

La macchina fotografica si chiama Noon 612 , è stata progettata da Jacek Urbanik e la si trova facilmente su Ebay. La pellicola, volendo, la si trova anche quella su Ebay, ma questa in particolare fu fornita da un fotografo tedesco che vive, appunto, in quella che una volta era Berlino Est.

Il fogliettino trovato nella scatola del rullino

Il fogliettino trovato nella scatola del rullino

Allora: ci vuole un treppiede o un piano su cui appoggiare la macchina fotografica per le lunghe esposizioni. Ma soprattutto c’è bisogno di uno strumento che permetta di calcolare l’esposizione corretta. Tanto per fare un esempio: se l’esposizione per una foto che vogliamo fare (letta con l’esposimetro) risulta 1/125 f. 5.6, quanto sarà il tempo di esposizione con la macchina stenopeica? Naturalmente il punto di partenza è conoscere il “diaframma” del foro, e cioè il diametro di precisione.

Una vetusta pellicola d'oltre-cortina

Una vetusta pellicola d’oltre-cortina

Una volta conosciuto questo dato, supponiamo il diaframma sia 210, bisogna ottenere un valore in secondi. I calcoli sono complessi, e dipendono anche dalla sensibilità della pellicola. Questione di reciprocità e di effetti dai nomi strani di signori esotici che li hanno studiati. Meno male che ci sono strumenti informatici che fanno tutto loro. Per esempio il Pinhole designer sviluppato da David Balihar e scaricabile gratuitamente da Internet. Basta inserire il diaframma della macchina e il tipo di pellicola, et voilà: si ottiene una tabellina che indica, per ogni tempo che risulterebbe con diaframma f. 22, il tempo che bisogna usare. Per esempio:

Il calcolatore automatico di Pinhole Designer

Il calcolatore automatico di Pinhole Designer

Quindi, nel caso sopra indicato (1/125 – f. 5.6) prima si deve risalire al tempo equivalente con diaframma 22 (1/8) e poi trovare il tempo di esposizione per la pinhole, che dal calcolatore qui sopra risulta essere 37 secondi. Insomma un po’ di manovre e di calcoli ben lontani dal “point and shoot”. Ma il bello sta anche lì, no?

E le foto? Ecco i risultati di una consueta passeggiatina sul litorale con la pinhole Noon e la Orwo NP15.

Verso Livorno, tempo di esposizione 6'

Verso Livorno, tempo di esposizione 5′

Verso l'imboccatura del Bagno Gorgona: 2'

Verso l’imboccatura del Bagno Gorgona: 2′

Verso Boccadarno (speculare...): 2'

Verso Boccadarno (speculare…): 2′

Il Paduletto: 2'

Il Paduletto: 2′

La pellicola è stata sviluppata in R09 in soluzione 1+40 per 9 minuti.

Domanda: ma questa è stata l’unica prova fatta con questa pinhole camera? No, ce ne furono altre, ma pareva interessante questa accoppiata con la vecchia Orwo. Gli scatti qui sotto sono stati fatti con pellicola Fomapan 100 sviluppata in R09  in soluzione 1+50.

Scatti domestici dell'ottobre 2015

Scatti domestici dell’ottobre 2015

E poi un altro rullo (stavolta era un FP4 sviluppato in ID 11 stock) fu scattato a Boccadarno (tanto per cambiare). E risultati sono qui sotto. Alla fine la macchina con foro stenopeico è una divertente curiosità, ma insomma non una cosa da stare ad ammattirci dietro. Che tanto, anche con le altre macchine fotografiche, e in particolare con le Grande Formato, di ammattimenti ce ne sono già abbastanza.

picasion.com_pinhole FP4

A Boccadarno con la pellicola FP4

Infine, qualche considerazione su questo bell’oggetto. La macchina è proprio goduriosa da usare, ed è proprio una ganzata che possa scattare in tre formati. Il formato naturalmente lo si sceglie quando si carica la pellicola, disponendo opportunamente  i setti nella posizione giusta.  Il tappo dell’obiettivo (l’otturatore) è abbastanza pratico, ma bisogna fare molta attenzione che non si apra accidentalmente, per esempio quando si ripone la macchina nella borsa. Infatti non c’è un fermo, e conviene metterci un elastico che lo mantenga in posizione chiusa. Poi le finestrelle per controllare l’avanzamento della pellicola: sono semitrasparenti rosse scurissime, il che significa che in pratica si fa molta fatica a vedere i numeretti. Sarà bene riporre nella borsa fotografica anche una piccola torcia elettrica che aiuti a scrutare che cosa scorre lì dentro. Infine lo scatto alla cieca. Si può solo ipotizzare quale sarà il campo inquadrato. Chi ha un po’ di dimestichezza con la GoPro è abbastanza abituato a questa mancanza di mirino, ma insomma… Scuriosando su Internet si trovano dei modelli di questa macchina che hanno degli indici sulla parte superiore per dare un’idea del campo inquadrato, il che già aiuterebbe. Aiutano, naturalmente, una livella per verificare che la macchina sia in pari, e un contasecondi per le esposizioni lunghe.

Uno scatto 6x6 dal primissimo rullo di prova nel 2013

Uno scatto 6×6 dal primissimo rullo di prova scattato nel 2013

 

Pubblicato da: miclischi | 12 dicembre 2015

Uno straordinario romanzo nautico di Arthur Ransome

Arthur Ransome (dal sito The Arthur Ransome Society)

Arthur Ransome (dal sito The Arthur Ransome Society)

Giornalista, inviato sul fronte orientale durante la prima guerra mondiale, conobbe personalmente Lenin e Trotzkij, di cui sposò la segretaria. Questo era Arthur Ransome, classe 1884. Eppure divenne celebre soprattutto per aver scritto numerosi romanzi per ragazzi, la cosiddetta serie Swallows and Amazons. Nonostante si tratti di storie datatissime, pare che tuttora i suoi libri siano fra i più letti dai bambini e adolescenti britannici.

Fra questi c’è una perla di narrativa nautica, godibilissima anche quasi novant’anni dopo la sua uscita, e per giunta anche da parte di lettori adulti. A patto che il lettore sia animato dalla curiosità e dalla passione con cui leggerebbe un libro di Slocum, di Chichester o di Moitessier.

La copertina della prima edizione (1937)

La copertina della prima edizione (1937)

Si tratta di We Didn’t Mean to Go to Sea, pubblicato nel 1937. Pare non sia mai stato tradotto in italiano, come nessuno dei suoi libri, del resto, se si fa eccezione per una traduzione del 1920 (fatta dalla Professoressa Anita Dobelli-Zampetti) del libro Sei settimane in Russia nel 1919, oggi reperibile solo in alcune biblioteche (elencate qui). Si trova scuriosando in rete anche la traduzione in italiano (pubblicata sulla rivista L’Ordine nuovo nel 1919) di un suo vivace ritratto di Vladimir Ilic Lenin (qui).

Inviato di guerra in Russia, scrittore per ragazzi… eppure questo romanzo sull’avventura velica di quattro ragazzi trovatisi inaspettatamente a navigare nella Manica (per di più di notte e col tempo cattivo) può essere a buon diritto considerato come esempio della miglior narrativa nautica. Il libro in inglese si trova anche su ibs.

La storia: quattro ragazzi (figli di un ufficiale della Marina), educati alla vela su una piccola deriva lacustre, ma anche fini conoscitori della teoria della navigazione, del carteggio, delle segnalazioni nautiche, etc., aiutano un giovane solitario ad ormeggiare la sua barca dalle vele rosse, il Goblin.  Fanno amicizia e convincono la madre a lasciarli andare in giro con il nuovo amico per un paio di giorni nell’estuario del fiume, con la promessa solenne di non uscire in mare. Tutto bene, benissimo, finché i ragazzi si trovano da soli in barca all’ancora in mezzo alla nebbia, aspettando il ritorno dello skipper che era andato a terra con il tender per fare rifornimento di benzina per il motore. Per una serie di circostanze fortuite e imprevedibili, lo skipper tarda; nel frattempo si alza la marea, non era stata calata abbastanza catena dell’ancora e la barca comincia ad andarsene alla deriva, trascinata verso il mare aperto. Invece di farsi prendere dal panico, i quattro ragazzi (due fratelli e due sorelle) decidono di mettere in pratica le conoscenze nautiche acquisite, danno vela, e si ritrovano in mare aperto. Nel frattempo arriva la notte, il mare monta paurosamente… e insomma se la cavano alla grande… fino ad approdare in un porto olandese!

Il viaggio del Goblin attraverso la mania

Il viaggio del Goblin attraverso la Manica

E la storia continua, piena di sorprese e di freschissima narrazione, fino all’atteso lieto fine.

Che cosa c’è di straordinario in questo romanzo? Forse un bilanciamento molto efficace fra i suoi ingredienti: l’avvincenza della storia, la maestria nel presentare la situazione nella prospettiva dei ragazzi, la correttezza estrema nel descrivere le manovre e le procedure nautiche, ma soprattutto la freschezza di una prosa semplice, diretta, immediata.

Insomma una bella scoperta (grazie Mark!), che ricorda i pomeriggi marinesi degli anni ’60 e ’70 passati a leggere i libri presi a prestito dalla biblioteca comunale di Via Ivizza: quelli sulla OSTAR e quelli dei primi navigatori solitari; le imprese di Malingri e le peripezie del Jester. Immergersi nei libri e sognare le barche e il mare. Ecco, se alla biblioteca  di Marina ci fosse stato anche questo romanzo di Ransome (magari in italiano!), di sicuro sarebbe stato letto e avrebbe contribuito ad alimentare il sogno, oltre ad arricchire il variegato universo della cultura marinara di un adolescente di quei tempi.

Una delle tante edizioni

Una delle tante edizioni

Pubblicato da: miclischi | 6 dicembre 2015

Didone e Enea al Regio di Torino: una tragedia lieve

Proprio al Teatro Regio di Torino fu concepita l'idea del grammofono dietro al sipario.

Proprio al Teatro Regio di Torino fu concepita nel 1979 l’idea del grammofono dietro al sipario.

Che strano uscire dal teatro dopo aver assistito alla rappresentazione della tragedia e della morte, e pur sentirsi leggeri e appagati, serbando l’impressione complessiva di aver visto e ascoltato uno spettacolo quasi gioioso. Era il 24 novembre e l’opera era Didone e Enea di Henry Purcell in scena al Teatro Regio di Torino (numerose repliche nel Novembre del 2015).

Sarà stata la complicità dei saltimbanchi, degli acrobati e dei contorsionisti; saranno state le scene mobili e felicemente cangianti a seconda dei contesti; o forse le qualità musicali e vocali amministrate dalla direzione del Maestro Federico-Maria Sardelli. Fatto sta che questo capolavoro della proto-opera è stato proprio ben rappresentato.

Il testo di Nahum Tate è asciuttissimo, poetico, intenso. Il libretto è davvero breve, ma l’opera si diluisce con intermezzi sinfonici e di danza. Già l’ouverture dà un gustoso assaggio di questa asciutta essenzialità che caratterizzerà i tre atti.

Shake the cloud from off your brow,

Fate your wishes does allow,

Empire growing,

pleasures flowing.

Fortune smiles and so should you,

Shake the cloud from off your brow.

Enea e Didone secondo Agostino Carracci (1557-1602)

Enea e Didone secondo Agostino Carracci (1557-1602)

Naturalmente questa rappresentazione scoppiettante colpisce per i vistosi movimenti scenici, per le acrobazie, addirittura per le povere streghe che cantano appese a un filo, e anche per la bella idea della morte di Didone che sprofonda gradualmente nel drappo scuro e immenso del suo vestito che si allarga a dismisura fino a occupare tutta la larghezza della scena e nel quale, fatalmente, scompare. Insomma questa regia e questo impianto scenico di Cécile Roussat e Julien Lubek (allievi di Marcel Marceau) sono proprio ben riusciti, ottenendo il risultato di amalgamare alla perfezione il canto, le doti attoriali dei cantanti, i figuranti e le danzatrici, le scene sempre in mutazione. Sorprese dopo sorprese, il tutto con la presenza aggregante della musica di orchestra e coro che emergevano dalla buca.

I cantanti: tutti all’altezza. Lì per lì, alla prima apparizione di Didone (Roberta Invernizzi) c’è chi ha sobbalzato sulla poltrona della platea: Occhiè, Turandotte? Una voce cupa e poco soave ha un po’ sorpreso il pubblico nelle prime strofe. Poi però, nel corso dell’opera la voce si è ammorbidita, schiarita e stabilizzata per diventare più limpida e pulita fino all’interpretazione, poco prima della fine, della perla delle perle: il cosiddetto lamento di Didone, nel quale la Invernizzi ha fornito una prova impeccabile.

When I am laid in earth, may my wrongs create

No trouble in thy breast

Remember me! But ah! forget my fate.

Così furono scoperte le doti di Roberta Mameli (Belinda nell'opera di Purcell)

Così furono scoperte le doti di Roberta Mameli (Belinda nell’opera di Purcell)

Belinda (sorella? dama di compagnia? Secondo Gabriella Gori è la confidente di Didone, che in Purcell prende il posto della virgiliana sorella Anna) è interpretata da Roberta Mameli. Oh, che bella conferma dal vivo! Dopo aver scoperto quasi per caso le sue rivisitazioni monteverdiane con grande dominio della splendida voce, questa Belinda convincente e appassionante conferma la qualità di questa interprete superlativa anche fuori dallo studio di registrazione. Sono stati dedicati proprio a lei i tributi più entusiasti  al momento dell’applausometro finale (e intanto lei lanciava bacetti agli orchestrali…).

Un’altra faccia della storia è emersa con forza in questa rappresentazione torinese: la tenera complicità fra Didone e Belinda. Quasi come se alla storia d’amore che teoricamente dovrebbe essere il fulcro della vicenda (Didone-Enea), in realtà condito dell’ambigua contrapposizione delle smanie sensuali del guerriero troiano e delle sue ambizioni di potere, facesse da contraltare l’amore vero, incontaminato, sincero e fidato che lega le due donne (Didone-Belinda). E’ proprio a Belinda che Didone dedica le sue ultime, struggenti parole; è fra le sue braccia che desidera morire.

Enea, personaggio scomodo. Più che eroe troiano e futuro fondatore della stirpe di Roma e – così vuole la tradizione – anche di quella britannica, in questa vicenda nordafricana emerge soprattutto come campione di costernazione. Non gliene va bene una e sembra piucchealtro una marionetta in mano agli dèi, alle streghe, ai cupìdi, insomma al fato. Fu ben interpretato, con voce ferma e sicura, da Benedict Nelson.

Altro personaggio cui Roussat e Lubek hanno voluto dare particolare risalto, la maga (con le sue assistenti streghe). Piovra gigantesca e vistosamente tentacolare (a rappresentare che con le sue appendici arriva in tutti gli ambiti dell’umana esistenza?), la maga interpretata da Carlo Allemano ha assunto un ruolo di preminenza. Sgargiante nella voce e nei modi, questo personaggio si è forse sporto un tantinello di troppo sul versante del burlesque (una strega maligna che fa ridere?). Del resto,via, o cosa c’entra che le due streghe si presentino in abito da sirenetta?.

Insomma una serata composita, ricca, entusiasmante. E nella buca dell’orchestra? I bravi artisti dell’Orchestra e del coro del Regio hanno fatto posto anche a significativi rinforzi: il clavicembalista, due flautisti (con flauti dolci di varia taglia, dal sopranino al basso), il sonatore di chitarra e tiorba, il violista da gamba, l’arpa barocca… Insomma uno spettacolo nello spettacolo (per quanto fosse possibile sbirciare nella buca). Come già si era osservato in altre occasioni, durante l’esecuzione il Maestro Sardelli stabilisce un legame molto intenso con i singoli musicisti, e i suoi gesti e i suoi sguardi sono di grande intensità interpretativa; di sicuro contribuiscono a creare una grande coesività orchestrale. Quei due flautisti impegnati in un vero e proprio tour de force, poi, proprio lì davanti a lui, che è anche un flautista, non li ha persi di vista mai.

Il cartellone completo si trova qui.

Kate Fruchterman (Seconda donna), Roberta Invernizzi (Dido) e Roberta Mameli (Belinda). Foto Ramella&Giannese

Kate Fruchterman (Seconda donna), Roberta Invernizzi (Dido) e Roberta Mameli (Belinda). Foto Ramella&Giannese

Come spiegano bene le ricchissime note nel programma di sala, quest’opera ci giunse incompleta e quindi ogniqualvolta viene rappresentata vengono adottate, proposte o riproposte varie rimaneggiature. Qui il Maestro Sardelli è intervenuto inserendo musiche da altri lavori di Purcell per articolare il mosaico di questo lavoro, ma ha anche prodotto degli inserti à la manière de Purcell come passaggi di collegamento. Ma la sua mano la si è sentita anche nell’ultimo numero dell’opera, quel lamento funebre in onore di Didone disperata e morta: un brano lento, lungo, straziante, che pareva non finisse mai. Di una bellezza struggente. Quasi a dire: vi siete divertiti, sì, con gli arcrobati, le ballerine e i contorsionisti, ma ricordatevi per favore che Didone è morta, rivolgete un pensiero anche a lei e alle sua sventure. Bellezza nella bellezza. Anche se qualcuno nel pubblico (forse quelli che Gadda definì i signori e gli psicopompi) manifestava segno di impazienza. Forse, si dimenavano sulla poltroncina nell’ansia di doversi poi mettere in coda al guardaroba per recuperare il cappotto, proprio come scriveva Gadda  (un cartoncino alla mano, si accalcarono e gomitarono come plebei per riavere la pelliccia al più presto).

Quando si esce dal teatro, come in trance per questo spettacolo straordinario, ci sono di nuovo due musicisti, una tromba e un sax, che invadono con le loro musiche il loggiato in Piazza Castello. E non pare per niente strano. Lo spettacolo continua.

Per la cronaca 1: Nel libretto di Tate c’è una curiosa incongruenza nautica. Nel ragionare dell’imminenza della partenza di Enea con la sua flotta, si dice che partirà non appena la marea lo consentirà. Maccome la marea… Va bene che partendo dal Tamigi si debba fare i conti anche con la marea (come la Nellie all’inizio di Cuore di tenebra). Ma a Cartagine, nel Mediterraneo, che c’entra la marea?

Come away, fellow sailors, your anchors be weighting,

Time and tide will admit no delaying.

Una splendida antologia vocale e strumentale

Una splendida antologia vocale e strumentale

Per la cronaca 2: In virtù della splendida casualità che spesso accompagna le scoperte musicali, o addirittura spinge a prendere un treno per andare fino a Torino per sentire Purcell diretto da Sardelli, il filo conduttore che portò fino a questo spettacolo si dipanò così: ascolto casuale su TouTube di una bella versione del trio per flauti dolci Three parts upon a ground di Purcell (pezzo amato fin dagli anni ’80, quando con non poche difficoltà di pronuncia franglais fu comprato lo spartito a Parigi). Volendosi accattare il disco si scoprì che fa parte di un’antologia di musiche di Purcell eseguite dall’Accademia Bizantina con il controtenore Andreas Scholl. E disco fu. Nella raccolta c’è anche il lamento di Didone, chissà perché dimenticato dall’epoca dei frequenti ascolti della versione arrivata tempo addietro insieme alla rivista della BBC. Ma di lì a ri-innamorarsi di questo breve intenso brano il passo fu breve. E ragionandone con l’amico baritono, condivisore di eventi musicali,  si venne a sapere che di lì a poco l’opera di Purcell sarebbe stata in scena a Torino col Sardelli… Abène, rincorrere la musica, e  a volte riuscire ad acchiapparne un pezzetto…

Per la cronaca 3: Facile, innamorarsi del lamento di Didone. Ci si era già cascati con il lamento di Arianna, pezzo monteverdiano parecchio più lungo – lunghissimo – e articolato, figurarsi con tre soli versi che si traducono in una hit che starebbe comodamente anche su una facciata di 45 giri… E quindi, girando ed esplorando, si possono trovare innumerevoli interpretazioni. C’è la celeberrima classica ed ieratica prova di Jessye Norman, con quel suo physique du role da regina africana. O l’antica, struggente prova di Victoria de Los Angeles. Venendo a tempi più moderni, sono notevoli le interpretazioni nordiche di Marianne Beate Killand oppure di Malena Ernman. Poi ci sono le deviazioni dal cammino originario, come quella della cantante non-lirica Alison Moyet, che scosse le coscienze degli ascoltatori negli anni ’80 (Invisible!). E poi gli uomini. Non poteva mancare Klaus Nomi, che raggiunse forse risultati migliori con un’altra celebre aria di Purcell (dal King Arthur), la cosiddetta Cold song. E infine lui, Andreas Scholl, al quale va almeno in parte il merito di aver messo in moto questo meccanismo che portò fino a Torino. A cercare su YouTube, comunque, ci si possono passare giornate intere, di lamento in lamento. Occhio al sovraddosaggio!

Allegato alla rivista musicale della BBC, anni '90

Allegato alla rivista musicale della BBC, anni ’90

 

 

Pubblicato da: miclischi | 28 novembre 2015

Marina Magica: lo “strano dolore” di Fabiano Corsini

Presentazione di Marina Magica

Presentazione di Marina Magica al Porto di Marina

Venerdì 20 novembre 2015, al porto di Marina, presentazione del nuovo libro di Fabiano Corsini con gustose illustrazioni di Carlo Grassini (si intitola Marina Magica ed è pubblicato da ETS). Una serataccia di vento forte (uno sciriccone che di lì a poco girerà a libeccio e sposterà i macigni di cemento messi a chiudere lo scivolo davanti al Barrino). Un vento che fa cantare le drizze e le sartie delle barche, che fa stirare e vibrare gli ormeggi, che produce insomma una sinfonia nautica. Il pubblico numeroso si accalca nella saletta al Porto. Ma questa non era una semplice e arida presentazione, bensì una vera e propria performance. Non solo interventi dei relatori (l’editore, l’autore, il giornalista Renzo Castelli, lo scrittore Athos Bigongiali – che ha scritto la prefazione), ma anche letture emozionanti di Alessandro Garzella e Astore Ricoveri, e interventi musicali e canori di Felice Pantone.

Giacché questi schizzi letterari del Corsini, lampi, micro-racconti, intuizioni, o come si voglia chiamarli (dopo tutto “cartoline” non è male) paiono nati per essere recitati, interpretati, declamati, raccontati; non solo letti.

Pubblicato da ETS nel 2015

Pubblicato da ETS nel 2015

Marina di Pisa ieri e oggi; i suoi luoghi e i suoi personaggi del passato e del presente: le due sfere si mescolano e tutto convive nella rappresentazione che ne fa il Corsini. E come se guardando il porto nuovo di Marina si continuasse a vederci in trasparenza la fabbrica della Fiat – o quelle precedenti – ma anche l’orrido accampamento dei camper. E anche come se i tanti personaggi noti e meno noti del passato marinese fossero tuttora presenti a passeggio sul lungomare, o a fare la coda dal panaio.

Un libro dalle tante facce. Ci si può godere la scrittura intensa e pur agile accompagnata dalle tavole del Grassini, oppure lasciarsi incuriosire da questo o quel personaggio, della storia di un ristorante o di un bar. Ma c’è anche una funzione non trascurabile di guida ai luoghi. Verrebbe voglia, Marina Magica alla mano, di andare a scovarli tutti, quei luoghi raccontati dal Corsini, per vedere l’effetto che fa. Perché ci sono le testimonianze storiche, sociali, artistiche, ci sono la pineta e la spiaggia, c’è insomma un universo che aspetta solo di essere esplorato.

Questa magia (non solo di Marina, ma anche delle acrobazie narrative del Corsini) è dettata dalle due direttrici fondamentali che caratterizzano l’impostazione del lavoro. Prima di tutto la nostalgia (definita dall’autore stesso un sentimento meraviglioso). Senza quella nostalgia lucida del passato forse certe storie non avrebbero quel carico di emozione che le rende così vive e straordinarie. E poi l’amore incondizionato e incorruttibile per questo piccolo paese di mare. Quello strano dolore (ma qui la definizione è di Lucio Dalla) che è di continuo alimentato proprio da questa instancabile ricerca di momenti, sguardi, ricordi, luoghi, persone, emozioni.

Per la serie tuffi nel passato: anni '60: Leopoldo Nardi, Luciano Lischi e Mario Martinelli guardano la libeiata dopo aver installato la paratia davanti al canello.

Per la serie tuffi nel passato: anni ’60: Leopoldo Nardi, Luciano Lischi e Mario Martinelli guardano la libecciata dopo aver installato la paratia davanti al cancello.

Quasi si finisce – pur mugugnando – per amare anche le spiagge di ghiaia (perché tutto intorno c’è Marina con il suo mare), o le tante brutture o incongruenze del litorale, per motivi inspiegabili (del resto, chi si sognerebbe di spiegare l’amore?). Forse il simbolo di questa Marina da amare, che cambia pur rimanendo sempre la stessa, è il Paduletto (Piazza Viviani): un terreno sterrato sul mare, abbandonato a se stesso, alle macchine parcheggiate e alle cacche dei cani. Passano e vengono le giostre o le fiere, le recinzioni che non recintano, le strisce blu, le scritte sul muro della pesa pubblica. E da un annetto c’è anche un progetto che ha vinto il concorso di idee; dice dovrebbe diventare una spiaggia urbana. Chi vivrà vedrà. Intanto il marinese seduto sulla panchina (che infatti non guarda verso il mare bensì, appunto, verso il paduletto), continua a godersi questo immobile passar del tempo.

Il Corsini, umilmente, a un certo punto del libro si fa da parte, e lascia spazio a un testo inedito di Mario Della Rosa. Questo titolo apparentemente arido (Attività marinesi dalla Lega Navale a Piazza Sardegna. 1900-2001) nasconde in realtà una specie di atlante storico del paese, e ne ripercorre i mutamenti sociali passando per l’elencazione dei negozi e dei bar, dei ristoranti e degli alberghi, dei distributori di benzina, insomma delle attività presenti lungo le sue vie. Che gioia ritrovare Foto Fiume, il fotografo che c’era lì all’angolo di Via Maiorca dove ora c’è la pescheria! Come è mai possibile che ci se ne fosse temporaneamente dimenticati? Marcello e il Bargiacchi, o l’antro del ciclista accanto a Riccardo il barbiere, o il PuCa, o il Gonnelli, quelli davvero son sempre rimasti presenti nella memoria. Addirittura quando il Gonnelli chiuse e la ferramenta riaprì un po’ più in là, dietro a piazza Sardegna, tutti continuammo a dire che si andava dal Gonnelli, anche perché i mobili con i cassettini metallici erano rimasti gli stessi.

Strano però che nel catalogo di Della Rosa manchi l’alimentari che c’era accanto alla Farmacia in Via Maiorca. Ai tempi in cui non si faceva poi tanta attenzione al politically correct quel negozietto lo si chiamava La Cicciona. O almeno così era finché Leopoldo Nardi, dopo l’ennesima volta che sentì dire vai a comprare questo o quello dalla Cicciona, si inalberò e disse Basta! Non voglio più sentire questo soprannome. Da oggi si deve dire “dalla bellissima signora Lidiana”. Ma era Liliana o Lidiana? Fatto sta che poi a un certo punto la bottega sparì (come tante altre del resto, dalla Paola del Tuttospesa sul lungomare, a Primizie, al Bar-alimentari che da ultimo si chiamava il Club dell’aperitivo…).

Un tuffo nel presente: a distanza di quarant'anni, il libeccio continua imperterrito il suo lavoro (la mattina dopo la presentazione del libro)

Un tuffo nel presente: a distanza di quarant’anni, il libeccio continua imperterrito il suo lavoro (la mattina dopo la presentazione del libro)

Ecco, forse da questo scritto del Della Rosa potrebbe prendere spunto un lavoro collettivo più sistematico. Il negozio tal dei tali, per esempio, era in quel posto, e stette aperto dal XXXX al XXXX; poi ci si installò tizio… eccetera. Potrebbe essere interessante, oltre che appassionante, ricostruire collettivamente questa mappa socio-storico-economica dei negozi di Marina. Inserire datazioni, attualizzare quel lavoro puntiglioso, aggiungere dettagli, nomi, storie…. Se si pensa al Riccardo il Barbiere non si possono non ricordare i calendarietti profumati di fine anno, ma anche il modo in cui lo chiamava Leopoldo Nardi (Il covo dei comunisti). E via dicendo. Forza, Fabiano, prendiamo spunto dal lavoro del Della Rosa, organizziamo qualche riunione (o piuttosto qualche cena) al Fortino e ricostruiamola, aggiorniamola e arricchiamola di dettagli, questa storia fantastica del nostro paesino.

Intanto, però, grazie di averci raccontato Marina Magica. Anche per noi marinesi, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e per cui emozionarci. Grazie.

Astore Ricoveri racconta in modo molto emozionante la storia della Mita.

Astore Ricoveri racconta in modo molto emozionante la storia della Mita.

Pubblicato da: miclischi | 24 novembre 2015

Don Giovanni secondo Giovanni Pacini: una bella scoperta

Per finire: Pacini

Per finire: Pacini

Eccoci, dopo oltre un anno di variazioni  sul tema di Don Giovanni, si conclude la lunghissima rassegna multimediale pisana con un’altra opera dal titolo Il convitato di pietra al Teatro Verdi. Diversamente dall’opera di Giacomo Tritto della settimana precedente (se n’era ragionato qui), questo  Don Giovanni rivisitato dal musicista di origini quasi nostrane Giovanni Pacini, su libretto attribuito a Gaetano Barbieri, rimane fedelissimo al racconto (e al libretto!) di Lorenzo Da Ponte. Niente Pulcinella, niente scambi o combinazioni di ruoli (scompare però Donna Elvira), qui l’unica vistosa modifica sta nel servo Leporello, che si chiama invece Ficcanaso (oltre ad alcune variazioni nei ruoli canori dei personaggi).

Un bel po’ di scelte interessanti. Prima di tutto niente recitativi (dopo tutto siamo nel 1832), bensì proprio parti recitate fra i numeri musicali. Poi la particolarità di lasciare quasi uguale gran parte del testo proprio degli ex-recitativi mozartiani. Generando quindi la curiosità del pubblico che si domanda: visto che le arie celebri come quella del catalogo o della seduzione di Zerlina da parte di Don Giovanni (Là ci darem la mano) sono pur rimaste, quali saranno gli espedienti linguistici del librettista, e musicali del compositore, per riproporci in una nuova veste del materiale già noto ? E qui ci sono state proprio delle piacevoli sorprese. Ma non finisce qui: non bisogna dimenticare (come ci spiega bene il musicologo neozelandese Jeremy Commons nel programma di sala), che questa opera era stata concepita per una rappresentazione domestica (a casa Belluomini a Viareggio, insomma dal cognato), e l’organico strumentale è abbastanza ridotto: solo gli archi (pochini) e due flauti traversi – uno dei quali quando bisogna lascia il passo all’ottavino. Ecco: questi otto violini, tre viole, due violoncelli e un contrabbasso, con le due flautiste, insomma i musicisti dell’Orchestra Arché sotto la guida del Maestro Daniele Ferrari, non hanno fatto rimpiangere un organico più corposo. Anzi. Sono riusciti a produrre armonie, timbri e sonorità di grande ricchezza. Ma proprio in maniera stupefacente. Non a caso gli strumentisti e il direttore hanno riscosso un caloroso apprezzamento da parte del pubblico al momento dell’applausometro.

La festa di nozze. Daniele Cusari (Masetto), Giulia De Blasis (Zerlina). Foto di Massimo D’Amato

La festa di nozze. Daniele Cusari (Masetto), Giulia De Blasis (Zerlina). Foto di Massimo D’Amato

Allora, come è andata? Prima di tutto, una gradevolissima scoperta sul piano puramente musicale. In questa fase di transizione fra l’opera settecentesca e quella romantica, in questo bel lavoro di Pacini si sentono entrambi i sapori. Grazie al lavoro di Jeremy Commons e del Maestro Ferrari il risultato è stato davvero molto godibile. Per quanto riguarda l’esibizione degli interpreti, qualche asino è pur cascato sul terreno scivoloso della recitazione. Ammesso e non concesso, difatti, che un cantante sia un buon cantante, non è detto che sia anche un buon attore. Ma non solo. Si è ragionato tante volte in passato delle doti attoriali degli interpreti lirici: ci sono quelli che mentre cantano stanno lì impalati, quelli che non distolgono mai lo sguardo dal direttore d’orchestra anche mentre dovrebbero invece amoreggiare con il/la partner; ma ci sono anche quelli che si muovono disinvolti sul palcoscenico e danno proprio l’impressione di essere completamente calati nella parte – e non solo quella canora. Ma stavolta si trattava proprio di recitare. Recitare! Zerlina, Masetto e Ficcanaso hanno superato la prova alla grande. Ma gli altri interpreti principali, chi più chi meno, via giù, hanno un po’ deluso, specie nella dizione.

Il soprano Giulia De Blasis (Zerlina): una bellissima scoperta

Il soprano Giulia De Blasis (Zerlina): una bellissima scoperta

Vocalmente? Beh, anche qui l’applausometro non mente. Hanno dato proprio una gran prova Giulia de Blasis nel ruolo di Zerlina (commento in platea: è piccina, ma c’è tutta) e il baritono Carlo Torriani nel ruolo di Ficcanaso. Alquanto apprezzati anche la mezzosoprano Sandra Buongrazio (Donna Anna) – quando canta!, e il basso Daniele Cusari (Masetto), mentre è risultata po’ opaca e non sempre ferma la voce del tenore Massimiliano Silvestri – Don Giovanni. Il cartellone completo si trova qui.

Ma la serata è nel complesso più che riuscita, anche perché la gradevolezza della musica, la bella messa in scena di Lorenzo Maria Mucci – che impersona l’autore e fa capolino sul palco per vedere che vada tutto bene prima di dare il via alla rappresentazione salottiera – e la curiosità sempre viva di scoprire ancora un altro Don Giovanni, hanno ammaliato il pubblico. Anche se qualche dubbio rimane: perché quelle videoproiezioni soprattutto ingombranti? E perché i partecipanti alle nozze campestri sono vestiti da fratacchioni menagrami?

Già, un altro Don Giovanni. E le famose arie? Ecco come diventa il dapontiano Là ci darem la mano nel libretto di Gaetano Barbieri:

La man tu mi darai,

Visetto mio grazioso,

Là diverrò tuo sposo,

Di me non dubitar.

Oppure l’elenco delle conquiste dongiovannesche (l’aria del catalogo, qui cantata da Ficcanaso a Zerlina):

Dell’Italia, e d’Allemagna

Ve ne ho scritte tante e tante,

Della Francia e della Spagna

Ve ne sono non so quante.

Ve ne sono di Turchia

Più di mille in fede mia,

Ma che serve dir di più?

Ve ne son fin nel Perù

E via dicendo, e di nuovo attingendo a Da Ponte, pur con gustose varianti (fra le Marchesine e le Principesse si insinuano anche  fruttarole e calzolaje…), fino al finale che rimane fedele  al dapontiano Delle vecchie fa conquista…

Il CD con il Maestro Ferrari sul podio

Il CD con il Maestro Ferrari sul podio

Il libretto di sala (che riunisce tutti e tre i convitati di pietra rappresentati in questo finale di stagione dongiovannesca) include un illuminante testo di Jeremy Commons, che permetti di addentrarsi in questo lavoro un po’ a ragion veduta. Altrettanto utile allo scopo è il videino in cui il direttore d’orchestra racconta l’incontro con Commons e il lavoro che hanno fatto insieme per riportare in scena questo lavoro. Sempre di Commons, le note incluse nel CD doppio che contiene l’opera apportano altri elementi sulla storia di questo lavoro. Il doppio CD Naxos, fra l’altro, presenta una registrazione dell’opera proprio sotto la direzione del maestro Daniele Ferrari.

Ecco, proprio una bella chiusa alla stagione dongiovannica. Proprio una bella rassegna, variegata e articolata, lungo percorsi tortuosi e affascinanti.

E quest’ultima rappresentazione con l’opera di Pacini riporta anche con la memoria ai remoti viaggi famigliari su su fino al’Abetone quando s’era bimbi. D’estate per raccogliere lamponi e ribes, d’inverno per improbabili e malriusciti tentativi sciistici. Si poteva notare lungo la strada l’indicazione per Popiglio, paese d’origine della famiglia Pacini (anche se il musicista nacque incidentalmente a Catania). E fin da allora echeggia nella memoria l’eterno dubbio: ma era Popiglio frazione di Piteglio o Piteglio frazione di Popiglio?

Carlo Torriani (Ficcanaso),  Massimiliano Silvestri (Don Giovanni), Sinan Yan (Commendatore). Foto di Massimo D'Amato.

Carlo Torriani (Ficcanaso), Massimiliano Silvestri (Don Giovanni), Sinan Yan (Commendatore). Foto di Massimo D’Amato.

Pubblicato da: miclischi | 21 novembre 2015

Kathie Hafner: amore e guerra fra tre generazioni

Uscito nel 2013

Uscito nel 2013

Mother Daughter Me. Tre parole chiare, chiarissime. Facili. Sono fra le prime parole che si imparano anche studiando qualsiasi lingua. Madre, figlia, io. Potrebbe trattarsi dei tre ruoli impersonati dalla stessa persona (che si trova ad essere, contemporaneamente, madre, figlia e se stessa); ma forse si potrebbe trattare anche dei tre personaggi considerati separatamente: l’autrice, sua figlia e sua madre. In realtà si tratta di tutte e due le cose insieme, e non solo.

In questo voluminoso diario familiare, la giornalista-scrittrice Katie Hafner (che già aveva colpito e affondato con il suo libro su Glenn Gould, ma anche con la puntigliosa inchiesta sulle vicende, sul passato e sul divenire di una singola casa vicino a Berlino, sul confine delle due Germanie – The House At The Bridge), scava nella propria famiglia, nelle difficili relazioni parentali che hanno caratterizzato la propria infanzia, ma anche quella della madre alcolizzata, dei nonni ricchi ed egoisti, tentando al tempo stesso di mitigare i disagi che inevitabilmente impone anche alla figlia adolescente.

Tre generqazioni di donne secondo Gustaav Klimt ("Le tre età della donna"). Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma

Tre generazioni di donne secondo Gustav Klimt (“Le tre età della donna”). Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma

Pretesto è la decisione (a dire il vero un po’ avventata) che la scrittrice prende, a un certo punto della vita,  di invitare la madre anziana e rimasta sola a convivere a San Francisco con sé e la propria figlia (il cui padre era morto d’improvviso anni addietro). Questa esperienza di convivenza strana, con tre vite e tre generazioni diverse che si ritrovano a condividere gli spazi, le emozioni e i tempi, porta a galla innumerevoli spunti di riflessione e di analisi sulle dinamiche familiari. E Katie Haftner decide di trascrivere queste cronache giornaliere, questi spunti, questi ricordi e le scoperte che si manifestano giorno dopo giorno, per far nascere un libro. Ma trattandosi proprio della Hafner, l’autrice non poteva esimersi dall’approcciare il lavoro seguendo la sua irrinunciabile smania all’inchiesta, alla ricerca, allo scavo archeologico nei fatti e nelle persone.

Ne viene fuori una storia che procede su più piani. C’è la cronaca di questo esperimento di convivenza; ma c’è anche la registrazione quasi scientifica dell’intensità delle tensioni emotive che vengono a crearsi lungo i lati di questo strano triangolo. Ci sono i tuffi nel passato e nel passato remoto, essenziali per cercare di navigare nel presente, per trovare motivi, radici, giustificazioni a quel che succede. Ci sono le generazioni passate, ci sono i personaggi esterni al terzetto, la sorella assente, il nuovo compagno che si approccia con cautela e riesce in qualche modo ad inserirsi in questa famiglia bislacca, c’è il lavoro, ci sono i fatti piccoli e grandi della quotidianità… C’è anche – guarda caso! – un pianoforte a coda Steinway!

Un'altra straordinaria storia-inchiesta della Hafner, ma anche un ritratto realistico della Germania durante e dopo l'unificazione (il libro è del 1995)

Un’altra straordinaria storia-inchiesta della Hafner, ma anche un ritratto realistico della Germania durante e dopo l’unificazione (il libro è del 1995)

Eppure, leggendo questa storia dalle tante facce, c’è un elemento che prevale con forza su tutte gli altri: rigirando, e scavando, e narrando e registrando, alla fine si va a cascare sempre lì. Il motore principale delle relazioni familiari e domestiche, quel che fa prendere una direzione o un’altra nel comportamento, nell’umore, nelle scelte, sembra proprio essere la gratificazione emotiva, la ricerca dell’affetto, in breve: sentirsi amati. Con tutte le innumerevoli varianti e sfumature di che cosa ciò possa significare, o come possa essere interpretato. E con un corollario non da poco: quando una madre (o una figlia, o una moglie, una suocera, un’amica, una sorella…) non si sente amata, considerata nella giusta luce, gratificata, scattano l’aggressività, la smania di controllo, le piccole e grandi cattiverie, il malumore cronico, il desiderio di vendetta, il disastro. Ma, in questa storia molto onestamente raccontata,  a far da sfondo alla burrascosità di queste relazioni, c’è lui, invariabilmente calmo e rassicurante. Questo uomo (il nuovo compagno dell’autrice) che pian piano si avvicina a queste donne e si fa a poco a poco presente nelle loro vite, riuscendo in qualche modo a rimanere immune ai conflitti, alle tensioni e ai disastri. E diffondendo calma e pacatezza intorno a sé.

E di questi disastri ce ne sono parecchi, nella storia della Hafner. A partire dalle generazioni precedenti, fino ai fattarelli piccoli e piccolissimi della convivenza delle tre età . Ed è tutto un cercar di capire, di ricucire, di risolvere. A un certo punto la scrittrice e sua madre vanno in terapia familiare, con scarso successo, per cercare di capire quel che succede e quel che è successo. Ma la terapia più efficace, per la Hafner, è forse stata proprio la scrittura di questo libro.

Alla fine si esce dalla lettura con una mistura di sensazioni. Prima di tutto viene spontaneo applicare un filtro culturale in merito agli stili di vita al di là e al di qua dell’Atlantico. Poi c’è il piacere di leggere questa prosa scorrevolissima e avvincente, pur nella sua puntigliosità. Ma rimane soprattutto una forte impressione di avere imparato qualcosa, di essersi posti domande, di aver partecipato in qualche modo a quella ricerca e a quella inchiesta, trovando – se non delle risposte – delle dritte per navigare con  nuovi strumenti  nel grande oceano delle relazioni familiari.

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