Pubblicato da: miclischi | 1 luglio 2015

Werner Heisenberg secondo Jérôme Ferrari: angoscia

Uscito nel 2015 da Actes Sud

Uscito nel 2015 da Actes Sud

In questi anni fitti di rievocazioni della grande guerra 14-18, Jérôme Ferrari si sofferma invece sul secondo conflitto mondiale; o meglio su uno dei suoi personaggi forse marginali, ma importante, e ricordato soprattutto per altro.

Si tratta di Werner Heisenberg, fisico tedesco classe 1901 che si guadagnò il Nobel per la fisica nel 1932 per la creazione della meccanica quantistica, la cui applicazione, tra le altre cose, ha portato alla scoperta delle forme allotrope dell’idrogeno.

In particolare, il suo Principio di indeterminazione afferma che la misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quantità di moto oppure energia e tempo, non può essere compiuta senza un’incertezza ineliminabile.

Dunque Il principio (Le principe), che è proprio il titolo di questo libro dello scrittore còrso, uscito dall’editore arlesiano Actes Sud in questo primo scorcio di 2015.

In virtù delle sue conoscenze in tema di fisica atomica, Heisenberg fu coinvolto dal regime nazista nel gruppo di scienziati che cercavano applicazioni militari dell’energia nucleare. Suo malgrado? Per disattenzione? Convinto? Sabotatore del programma? Ferrari lascia intravedere tutte queste sfumature in una prosa che per una volta si fa contorta e pesante.

Quasi il suo scopo preciso fosse proprio quello di trasmettere la difficoltà del pensiero, l’ansia, l’angoscia.

Werner Heisenberg

Werner Heisenberg

Non ci sono, tranne che in poche, luminose pagine, tracce della sua narrazione fluida e piacevole, magari anche nel narrare la tragedia o il terrore. Questa prosa non è per niente piacevole, né cerca di esserlo. Periodi lunghissimi e contorti, paginate e paginate senza un capoverso, frasi che stentano a trovare un bandolo…

Davvero, se voleva trasmettere il tormento del pensiero di Heisenberg, ci è riuscito benissimo.

Questo librino piccolo – quasi un messale – inusitatamente di forma oblunga (o quella?) brilla solo occasionalmente dei lampi ferrariani cui ci avevano abituato altri suoi precedenti romanzi. Ma alla fine, miracolosamente, rimane la sensazione di aver letto un libro importante. Triste, pesante, angoscioso. Ma pur sempre un libro importante.

Per la cronaca 1Jérôme Ferrari: Le principe. Actes Sud, marzo 2015. 176 pagine, € 16,50. Qui si può leggere l’inizio del libro.

Per la cronaca 2: Tempo addietro si era ragionato su due altri libri di Ferrari:  qui (anima perduta) e qui (il sermone).

Pubblicato da: miclischi | 24 giugno 2015

Le macchine fotografiche di Luciano Lischi 8/8

Compattina Pentax Espio

Compattina Pentax Espio

Ed eccoci all’ultima macchina fotografica con cui Luciano Lischi ha scattato delle foto. Era la compattina della moglie Jolanda, regalatale dal figlio perché voleva  fotografare i pescatori sugli scogli davanti a casa. Non si era mai dilettata di fotografia con le macchine “complicate” del babbo Leopoldo Nardi o del marito. Ma con questa compattina dal prodigioso zoom Jolanda trovò una sua ispirazione fotografica. Nei suoi archivi, oltre alle tante foto dei nipoti e del cane Pico, anche i paesaggi marinesi, specie quelli invernali, o la maniacale documentazione delle intemperanze parcheggistiche dei camper e delle roulotte sul lungomare. E c’è anche quello scatto delle bilance di Boccadarno con dietro le Apuane innevate che le fruttò un premio al concorso fotografico organizzato dalla circoscrizione, nella categoria “anziani”.

Una delle ultime foto scattate da Luciano: potature a Portalucca

Una delle ultime foto scattate da Luciano: potature a Portalucca

Luciano ereditò volentieri quella macchinetta quasi tascabile, e prese a portarsela in giro per congressi e viaggi di piacere, diventati rari negli ultimi anni della sua vita. E proprio con quella compattina, si tratta di una Pentax Espio 115, scattò le ultime foto di una potatura d’alberi a Portallucca. Forse un’abitudine durata tutta la vita: documentare operazioni realmente o presuntamente dannose per l’ambiente e il paesaggio.

Lo stesso rullo contiene anche foto scattate nel salotto di casa a Pisa, ai familiari, e anche una foto di sapore cippiano a una inusitata scritta polemica sui cani feroci e pericolosi.

Lo stesso rullo, quello con cui Luciano aveva scattato le sue ultime foto, fu poi finito – anche per vedere cosa c’era dentro – in occasione di una visitina al mercatino di Bientina

Dall'ultimo rullo di Luciano

Dall’ultimo rullo di Luciano

Ed ecco le foto di Bientina, scattate alla fine dell’estate 2010, pochi mesi dopo la scomparsa di Luciano.

Al mercatino di Bientina per finire l'ultimo rullo di Luciano

Al mercatino di Bientina per finire l’ultimo rullo di Luciano

Alcuni scatti marinesi del 2015

Alcuni scatti marinesi del 2015

Negli anni ’80 e ’90 del ‘900, quando l’avvento del digitale era ancora lontano,  fu tutto un fiorire di compatte di tutte le fogge, e la gara (un po’ come succede oggi con le bridge digitali) si giocò soprattutto sulla potenza degli zoom. Questa ha un modesto 38-115 f. 4 (apertura minima 8.8) rumorosamente motorizzato, che ai tempi (uscì nel 1992) doveva apparire abbastanza fenomenale.

Totalmente automatica (si può solo scegliere si non usare il flash, di scattare esposizioni multiple, e simili), questa compatta presenta tuttavia alcune soluzioni tecniche utili, come il correttore di diottrie per il mirino e la possibilità di scattare foto “panoramiche” (in realtà viene tagliato il fotogramma e la striscia sul negativo misurerà 13×36 mm). C’è anche il modo macro, e insomma qualche ruzzino ci si può fare. Come usava a quei tempi, la sensibilità della pellicola viene letta in automatico sul codice del rullino. Se non trova il codice, considera in automatico 25 ASA.

Fatti un paio di rulli per riprendere la mano con questa compattina rimasta troppo a lungo inutilizzata, si constatò che sembra gradire i 400 ASA più che i 100, anche nel regolarsi con il flash. La limitazione maggiore, oltre a un’ottica non eccellente, deriva dalla rumorosità dello zoom, che a volte risulta quasi imbarazzante. Però una macchinetta di piccole dimensioni, pronta all’uso e con flash incorporato, dopotutto, perché no?

Notturno con flash

Notturno con flash

Per la cronaca 1: Il manuale d’uso di questa compattina si trova qui.

Per la cronaca 2: le precedenti macchine di Luciano Lischi sulle quali s’era ragionato sono queste:

Sida,

Fiamma Box 127,

Ferrania Condor,

Leica con passo a vite,

Rolleiflex, 

Minox microfilm,

Jenaflex AM-1.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 28 maggio 2015

L’organo della cattedrale di Zanzibar

Al lavoro sulle canne

Al lavoro sulle canne

Sarà stato forse il 1995. A Zanzibar arrivò un omìno con la tuta da lavoro accompagnato dalla moglie in ciabatte. Passava le giornate in chiesa, nel senso nella cattedrale anglicana (c’è anche quell’altra, cattolica) a trafficare in ambienti semibui e angusti. Era un operaio in pensione di una fabbrica britannica di organi (chissà se era proprio la Henry Willis & Sons) che era venuto a occuparsi del massiccio restauro del poderoso strumento, datato 1880.

A quei tempi il distinto operaio britannico permise di scattare un bel po’ di foto (probabilmente con la Pentax MX o la ME Super) che però poi si erano perse nel dimenticatoio.

Al lavoro negli anfratti della cattedrale (1995)

Al lavoro negli anfratti della cattedrale (1995)

Una visita recente a Zanzibar (se ne parlò tempo addietro qui, a proposito dello studio fotografico Capital Art Studio) fu l’occasione di andare a dare di nuovo un’occhiata all’organo (il quale nel frattempo – a detta degli incaricati della chiesa – è nuovamente in uno stato che necessita manutenzione straordinaria). E quindi, conseguentemente, ricerca dei negativi fortunatamente ben archiviati (ma senza data!), scansione, ed eccoli qua, quegli scatti di argomento artigianal-musical-storico.

Fu un’esperienza straordinaria, assistere a quel lavoro possente e arcaico. La quantità e la varietà delle canne smontate e posate a terra in angusti sgabuzzini o magnifici ambienti ecclesiastici era davvero stupefacente. Le canne a sezione quadrata in legno, quelle di metallo classiche a tubo, quelle a trombetta… E le dimensioni: da quelle possenti e pesantissime a quelle che parevano fischietti… E la pazienza, l’infinita pazienza con cui quell’artigiano esperto maneggiava, smontava, rimontava, registrava… Davvero delle giornate indelebili.

Alcune delle foto scattate durante il restauro degli anni '90.

Alcune delle foto scattate durante il restauro degli anni ’90.

Non c’è traccia dell’organo di Zanzibar sul sito del costruttore, ma neanche sul pregevole sito della International Organ Foundation, una delle organizzazioni che si occupano dei censimenti di organi a canne in tutto il mondo. Non c’è neanche la Tanzania nel database dei paesi fra i quali cercare…

L'organo di Zanzibar fotografato nel 2014

L’organo di Zanzibar fotografato nel 2015

Intanto però questa visita del 2015 ha ricordato il restauro degli anni ’90, e ha indotto a ritrovare questi vecchi negativi. E son soddisfazioni…

Durante l'accordatura

Durante l’accordatura (anni novanta)

Uno dei pippoloni dei registri

Uno dei pippoloni dei registri

Terme & Riviere - Anno 78 n. 2 - Febbraio 1979

Terme & Riviere – Anno 78 n. 2 – Febbraio 1979

Era il febbraio del 1979. Sul mensile Terme e Riviere fu recensita una recita dell’Italiana in Algeri di Rossini al teatro Regio di Torino. Fu una rappresentazione contestatissima dal pubblico, che scagliò grida e insulti (anche qualche monetina) all’indirizzo dei direttore d’orchestra (Vladimir Delman) e del regista (Ugo Gregoretti), colpevoli di aver “personalizzato” il lavoro rossiniano.

Scene paradossali, sfogo di aggressività repressa, fu scritto, evocatrici del film Rollerball. Questo passaggio, forse chiarisce la situazione:

Il pubblico gode quando un’opera è cantata così come la sente lui, ed è tanto più soddisfatto quanto più l’esecuzione si avvicina a quella dei dischi che ascolta comodamente dalla poltrona del salotto e la scenografia gli ricorda quel meraviglioso allestimento di tanti anni fa. Questo pubblico si dimentica un po’ troppo spesso del fatto che dietro al sipario non c’è un grande grammofono che produce musica e canto a richiesta, ma c’è una gran quantità di persone, di artisti, che lavorano, pensano, creano con una sensibilità umana e artistica loro propria, con tutta probabilità non coincidente con quella di coloro che sono venuti a vedere i risultati dei loro sforzi.

Ecco, quell’immagine del grande grammofono dietro al sipario ha continuato a frullare e rimbalzare fra gli angoli della mente per tutti questi anni.

Se ne ragionava tempo addietro qui a proposito della prima mondiale del Ghetto di Colombini al Teatro Verdi di Pisa, e delle considerazioni si Nikolaus Harnoncourt proprio sui motivi che spingono il pubblico ad andare a teatro.

Dai e poi dai, alla fine venne l’idea di chiedere all’artista Guido Bartoli di pensare quell’immagine, da utilizzare proprio su queste pagine per introdurre d’ora in avanti tutte le recensioni di spettacoli musicali. Due chiacchiere con l’artista per illustrare l’idea, qualche schizzo maldestro, ed ecco finalmente l’eccellente risultato scaturito dal pensiero, dal tratto e dai colori di Guido Bartoli, il quale è riuscito alla perfezione nel tradurre l’idea originale in un’opera d’arte. Bene! Bravo! Bis!

Il talento di Guido Bartoli

Il talento di Guido Bartoli

Pubblicato da: miclischi | 24 maggio 2015

Paolo Rumiz: in viaggio con Annibale

Un libro di avventure

Un libro di avventure

Ah, che bella storia, ah che bei viaggi, ah che bel modo di raccontare… Il libro di Paolo Rumiz dal titolo Annibale, pubblicato dapprima nel 2008 e poi riproposto nella Universale Economica Feltrinelli nel 2013, si legge tutto d’un fiato. Infatti è un libro di avventure.

Ma è anche un libro di storia (dopo tutto si parla del condottiero cartaginese ricordato soprattutto per gli elefanti con cui attraversò le Alpi); ma è anche un libro di geografia (ci porta in giro dal Nordafrica alla Spagna, a varie regioni d’Italia e poi in Medio Oriente, fino all’Armenia e poi infine sulle rive asiatiche del Bosforo); ma è anche, soprattutto, un inno alla gioia del sapere, dello studiare, dello scoprire e del riscoprire, alla sete inestinguibile di conoscenza.

Nel raccontare il proprio  viaggio l’autore salta in continuazione in avanti e all’indietro compiendo salti di oltre duemila anni. Cambiano i luoghi e i contesti, lungo l’itinerario sulle orme di Annibale, e Rumiz non si esime dall’affiancare gli squallori della modernità alle ricostruzioni storiche basate sulle testimonianze degli storici romani. E così, il capitoletto La malinconia dei popoli vinti inizia con queste desolanti note: Rossano è un orrore cementizio tagliato fuori dal mare da una linea ferroviaria priva di sottopassi e separato dalla montagna grazie a una viabilità assurda che non indica alcuna direzione.

Gebze (Turchia): monumento a Annibale

Gebze (Turchia): monumento a Annibale

Ma ci sono anche le pagine poetiche dedicate agli innumerevoli incontri lungo le strade degli anni 2000: le più toccanti sono quelle che narrano dell’incontro con un pastore armeno e la sua famiglia, spersi in mezzo al nulla, a parlare di Annibale, quello che ha fatto il grande giuramento contro Roma.

Un libro sulla curiosità, fonte primaria del seguir virtute e canoscenza, ma anche un libro sulle modalità del viaggio. E così, una volta compiuta la missione di ritrovare tutte le tappe di Annibale, nel riattraversare il Bosforo verso l’Europa, Rumiz si sofferma sull’essenza stessa del viaggiare: …forse, grazie a quell’uomo, qualcosa di nuovo è entrato per sempre nel mio modo di viaggiare. Vorrei dire ai turisti accanto a me: buttate via guide e tour operator, costruitevi da soli i vostri sentieri invisibili. Ritrovate la dimensione fantastica del viaggio.

Ah, che bella storia, ah che bei viaggi, ah che bel modo di raccontare…

Paolo Rumiz: Annibale. Feltrinelli (Universale Economica), 2013. 192 pagine, 8 euro.

Pubblicato da: miclischi | 18 maggio 2015

Jolanda Nardi-Lischi, dieci anni dopo

Jolanda nel 1959

Jolanda nel 1959

Dieci anni, sembra impossibile ma sono già passati dieci anni da quando Jolanda se ne è andata.

Ma da quel maledetto 18 maggio fatto di concitazione, ambulanze, lettighe e pronto soccorso, questi dieci anni hanno consolidato la presenza di Jolanda nelle persone che le hanno voluto bene. Jolanda agrodolce, spiccia e brusca anche nel suo esser affettuosa, Jolanda e i suoi insegnamenti, sparsi ai Quattro Venti (!) fra quanti hanno potuto o voluto accoglierli.

Nel 2012 – nel frattempo se n’era andato anche Luciano – in un libriccino di poche pagine si raccolgono testimonianze, ricordi, emozioni.

L’amica da sempre – Bruna Cordati – e la figlia di Jolanda – Sandra – intrattengono una specie di corrispondenza sulle pagine di questo libro e ricordano la loro mamma/amica, ognuna dal proprio punto di vista.

Quel libriccino, per chi non lo avesse visto, si può leggere online qui, oppure lo si può acquistare a prezzo di costo (naturalmente scegliendo l’opzione “copertina morbida”) dalla pagina web di Blurb.

Si può leggere online (basta cliccarci su)

Si può leggere online (basta cliccarci su)

 

Pubblicato da: miclischi | 15 maggio 2015

Vivaldi secondo Sardelli: una storia seria

Il Maestro Sardelli mentre presenta il suo libro da Feltrinelli a Pisa il 3 aprile 2015

Il Maestro Sardelli mentre presenta il suo libro da Feltrinelli a Pisa il 3 aprile 2015

Federico Maria Sardelli, irresistibile penna satirica e irriverente del Vernacoliere, quando vuole sa essere molto serio. Ma proprio serissimo. Per esempio in uno dei suo alter ego, quello del musicista-musicologo, in particolare studioso ed esecutore delle musiche di Antonio Vivaldi. Nel suo saggio-romanzo pubblicato all’inizio del 2015 da Sellerio, L’affare Vivaldi, non parla propriamente del compositore veneziano, bensì della storia del ritrovamento dei suoi manoscritti autografi all’inizio del ‘900, dopo un paio di secoli di oblio. Questa storia l’aveva raccontata molto bene nella prima puntata del suo ciclo di trasmissioni dedicate a Vivaldi su Radio3 (nel programma I maestri cantori, qui c’è il podcast), ma in questo libro mette in pratica una tecnica narrativa molto efficace: alterna la storia delle vicende seguite alla morte di Vivaldi nel 1741 con il racconto della riscoperta dei manoscritti nel 1925 da parte degli studiosi della Biblioteca Nazionale di Torino.

Copie aurografate

Copie aurografate

Un libro piacevole e svelto che ci guida attraverso ipotetici scenari succeduti alla morte del prete rosso (e qui emerge il personaggio storico/narrativo del fratello di Vivaldi, Francesco), i vari collezionisti che si aggiudicarono i manoscritti vivaldiani, via via fino all’oblio, causato principalmente dall’inconsapevolezza – da parte dei vari successivi e frammentati proprietari – del valore storico ma sopratutto musicale di quei volumi rilegati. A far da contraltare, gli scenari – molto più documentati – legati al ritrovamento e alla valorizzazione dei manoscritti, prima una parte poi l’altra, una in Piemonte, l’altra a Genova. In entrambi i casi, in pieno fascismo, i mecenati che resero possibile l’acquisizione dei manoscritti da parte della Biblioteca Nazionale di Torino (Roberto Foà e Filippo Giordano) erano entrambi ebrei, e poco dopo furono costretti a scappare per salvarsi la vita. E in pieno fascismo compaiono le figure di Ezra Pound, che pure contribuì alla diffusione della musica di Vivaldi, caratterizzato da Sardelli come insopportabilmente arrogante, e anche di Mussolini, che beneficiò anche del dono del violino ritrovato insieme ai manoscritti. Ma i personaggi che il Sardelli non esita a definire eroi di questa vicenda sono Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, e Alberto Gentili, musicista e musicologo che per primo capì il valore dei manoscritti. Grazie a loro gli spartiti vivaldiani sono oggi patrimonio comune, invece di esser finiti dispersi chissaddove fra collezionisti, mercanti d’arte, mercatini etc.

Manoscritto vivaldiano

Manoscritto vivaldiano

E racconta e racconta, il Sardelli, a volte partendo per gradevolissime digressioni narrative (come lo splendido episodio dell’anarchico genovese rifugiato a casa Durazzo), ma poi tornando subito a bomba, alla ricostruzione filologica e serissima della vicenda dei manoscritti. Ecco, è come se fra le due tendenze che si attirano e si respingono quasi fossero legate a un elastico (la vena narrativa pura e il rigore del musicologo) prevalesse alla fine la seconda. E in questa frase dedicata all’abasciatore a Venezia Giacomo Durazzo, uno dei tanti collezionisti che hanno avuto fra le mani gli spartiti vivaldiani, il Sardelli pare proprio parlare di sé e della propria inestinguibile passione:

Uscito nel 2015

Uscito nel 2015

…. Non si può immaginare  quante soddisfazioni possano dare questi oggetti inanimati e polverosi a chi li ama; chi inizia a provarne piacere finisce poi per diventarne schiavo, maniaco, ma è ripagato da gioie ed eccitazioni quasi infantili, inimmaginabili dai non iniziati.   Federico Maria Sardelli: L’affare Vivaldi. Sellerio, Palermo, 2015. 304 pagine, 14 euro.

Un’intervista a Sardelli, trasmessa da Radio 3 nel programma Radio 3 Suite, si può ascoltare qui.

Pubblicato da: miclischi | 13 maggio 2015

Una breve tappa a Ferrara – Schifanoia e altro

Ombrelli sopra a Ferrara

Ombrelli sopra a Ferrara

Mettiamo che, dopo aver letto l’ultimo romanzo di Ali Smith (di cui si ragionava tempo addietro qui)  un viaggiatore diretto verso il  Nordest voglia fare una breve tappa a Ferrara per vedere gli affreschi di Palazzo Schifanoia. Già dopo esser sceso dal treno gli viene lo scoramento perché un gentile ferroviere, interrogato all’uopo, rivela che in quella stazione non c’è deposito bagagli (Sa, dopo l’undici settembre…).

Il viaggiatore comincia a trascinare il trolley pesante (ma per fortuna munito di efficientissime rotelle) per le strade di Ferrara che per l’occasione sfoggiano una inusitata afa estiva, e già recita persistentemente l’usuale mantra: Se andavo a Lucca (emoticon blasfemi) spendevo meno (emoticon blasfemi). Ma, all’improvviso, passato lo stadio e raggiunto il centro, appare l’insegna dell’Hotel Carlton.

Qui la benemerita receptionist, che viene spavaldamente informata delle circostanze dal viaggiatore il quale, a onor del vero, era stato più d’una volta ospite del suddetto albergo in passato, ben accoglie la richiesta di depositare nell’apposito magazzino alberghiero la stramaledetta valigia a rotelle. Viva le receptionist gentili e comprensive, viva l’atmosfera di tangibile umanità (perlopiù ciclo-munita) che si respira a Ferrara.

Quindi continua l’avvicinamento alla meta, non senza difficoltà, visto che i cartelli indicatori a tratti spariscono, e non senza piacevoli sorprese, come la distesa di ombrelli colorati appesi sopra a una via passata la Cattedrale.

Passati gli ombrelli, passata qualche altra via e viuzza, dopo il reindirizzamento grazie a un gentile signore che spiega la strada, ecco la facciatona lunga di Palazzo Schifanoia, e la biglietteria (qui sì che c’è il deposito bagagli dove lasciare lo zainetto).

Un piano di scale, ed eccolo tutto qui, tutto abbracciato subito da un unico sguardo: il Salone di Mesi. In fondo a destra le figure ormai familiari dei Decani di Marzo, ma tutto intorno un tripudio di affreschi tanto ricchi e dettagliati che risultano quasi ipnotici.

Tutto in un colpo d'occhio

Tutto in un colpo d’occhio

L’illuminazione è scarsa e diseguale, ma pazienza, dopo un po’ l’occhio si abitua. E la macchina fotografica la si può appoggiare su uno dei pilastrini delle luci per scattare con tempi  lunghi (yes, qui si può, a patto di non usare il flash).

Sguardo perforante

Sguardo perforante

Il viaggiatore, fuorviato dai racconti smithiani, si inchioda soprattutto davanti ai mesi di marzo, aprile e maggio, quelli di Francesco del Cossa, e vien da passarci un tempo infinito a cercare dettagli infiniti. Come lo sguardo perforante che emerge alle spalle della folla sotto l’ingresso del Palazzo di Giustizia, o i gesti dei contadini che potano le vigne, o ancora la sorprendente ripetizione dello stesso tipo di drappeggio nei carri che trasportano le divinità nelle fasce alte.

E poi ci sono loro, naturalmente, l’omonero e la figura androgina, primo e terzo decano di marzo.

E questo Tuttomondo da guardare e riguardare fino a perdercisi.

Per riprendersi un pochettino, nella saletta attigua c’è un bel video ricco di animazioni che  mostra le varie evoluzioni nella struttura del palazzo col passare dei secoli; per riprendersi un po’ di più, una sosta a frascheggiare con paninetto-birrino-caffè alla baracchina-bar-souvenir in giardino. Di impostazione decisamente fricchettona, questa installazione inusitata contribuisce a calarsi ancora di più in quell’atmosfera di sogno.

Costumi storici (e caldi) in mezzo alla folla

Costumi storici (e caldi) in mezzo alla folla

Ma via, c’è da tornare alla stazione, anzi, prima c’è anche da recuperare il bagaglio… Ma per la via c’è tempo anche di trovare qualche libro interessante al secondo piano del Libraccio: la anastatica del volume celebrativo per l’apertura del Museo Civico di Palazzo Schifanoia alla fine dell’Ottocento, un opuscoletto-miniguida proprio sul Salone dei Mesi e anche una raccolta di brevi saggi storico-artistici su quegli affreschi straordinari. Per di più, c’è da attraversare anche la folla venuta a vedere il palio degli sbandieratori, con queste squadre colorate che si allenano in un cortilone proprio accanto alla piazza, e i musicisti che cercano un riparo all’ombra prima del loro turno per non schiattare nei pesanti costumi d’epoca.

Via giù, proprio bella questa tappa a Ferrara. Hassi a rifar…

Il Palio: musica e bandiere

Il Palio: musica e bandiere

Pubblicato da: miclischi | 9 maggio 2015

Il piccolo atlante poetico di Judith Schalansky

L'edizione inglese. In Italia lo ha pubblicato Bompiani

L’edizione inglese. In Italia lo ha pubblicato Bompiani

Edizione Penguin in inglese: un piccolo scrigno color del sole da cui si affacciano i margini color del mare delle pagine.

Due paginette di introduzione dell’autrice per spiegare l’origine del suo progetto; una ventina di pagine per parlare della fascinazione irresistibile delle mappe e degli atlanti, e di quella ancora più irresistibile suscitata dalle isole, in particolare dalle isole remote sparse nel mondo; e poi eccole: sono loro, cinquanta isolette in tutti i mari e gli oceani, lontane, misteriose, belle e terribili.

E’ il libro strepitoso (per gli amanti del mare, della navigazione, della geografia, dell’esplorazione, delle isole) di Judith Schalansky, tedesca dell’Est classe 1980: Pocket Atlas of Remote Islands.

Un libro che si legge come un messale, un libro di poesie, un potente vademecum delle emozioni. Cinquanta schede sistematicamente ripetute secondo lo stesso modello. Per ogni isola, isoletta o atollo c’è una scheda identificativa sintetica di poche righe che illustrano il nome (o i nomi in varie lingue, a seconda degli scopritori o dei dominatori che si sono avvicendati), le coordinate geografiche, una micro-mappa che la localizza sul planisfero, la superficie, il numero di abitanti (che in alcuni casi sono assenti o sono poche decine), la distanza da altre isole o da porti continentali, e una timeline che indica graficamente la scoperta (o l’avvistamento) e alcuni fatti storici salienti. Segue poi una mappa un cui questi pezzettini di terra appaiono come sparutamente collocati in mezzo al “nulla” azzurro del mare. Infine, due paginette scarse nelle quali l’autrice racconta un fatto.

Judith Schalansky

Judith Schalansky

Quali fatti? I più diversi. Dalle cronache dei primi avvistamenti o dei primi sbarchi, alla stazione meteorologica ex-sovietica abbandonata sull’isoletta artica di Ostrov Uyedineniya (Isola della Solitudine), alla spedizione d Sant’Elena per recuperare le spoglie di Napoleone, storie di naufragi, di tragedie, di sofferenza. C’è la tragicomica esperienza della spedizione di astronomi francesi fino a Campbell Island (nuova Zelanda) nel 1874 per vedere il transito di Venere davanti al sole… Ma il cielo al momento clou si copre di nuvole e gli astronomi che han fatto un viaggio così lungo non vedranno nulla…  Oppure la storia di Magellano che nel 1521 arriva per primo all’isola di Napuka (oggi nella Polinesia francese) alla ricerca disperata di acqua e cibo, ma non trova nulla e per questo le dà il nome di “Isola della delusione”…

E così via, e così via. E nel narrare queste storie è come se l’autrice compisse essa stessa i viaggi di esplorazione e scoperta. Non ho inventato niente, ma ho scoperto tutto. Ho trovato queste storie e le ho fatte mie, proprio come l’esploratore fa sua la terra che ha scoperto.

Una lettura estremamente appagante, una scrittura da leggere lentamente, paragrafi da rileggere per farsi possedere dalla loro poesia, una scoperta entusiasmate. Dopo tutto scoprire un libro nella massa infinita delle produzioni editoriali, esplorarlo, farlo proprio,  può essere appassionante quanto scoprire un’isola in mezzo all’oceano.

Per la cronaca 1: L’edizione Bompiani (Atlante tascabile delle isole remote) – 240 pagine come l’edizione inglese – costa 15 euro e si trova qui.

Per la cronaca 2: Una bella intervista di Valentina Pigmei all’autrice si trova qui  (Minimaetmoralia).

Per la cronaca 3: Un paio di dubbi: come mai nell’indicare la distanza da altre isole o altri porti viene usata l’unità di misura kilometri? Siamo in mare, diobonino, ci volevano le miglia nautiche! E poi, perché viene indicata la distanza su scala lineare unidimensionale? Non sarebbe stato forse più opportuno usare una grafica bidimensionale per indicare la posizione cardinale relativa di ogni isola rispetto agli altri luoghi? Ma dopo un po’ si fa strada la convinzione che forse l’assenza di questa informazione è proprio voluta: il lettore che sia incuriosito da questa o quell’isola ha il compito preciso di andarsela a cercare su un atlante!

Una delle

Una delle “scene” descritte dall’autrice nel capitoletto su Sant’Elena

Pubblicato da: miclischi | 23 aprile 2015

La campagna toscana quando aveva da venì baffone

Uscito alla fine del 2014

Uscito alla fine del 2014

A ripensarci adesso sembra quasi uno stereotipo pittoresco come i mandolini di Napoli o i gondolieri con le magliette a righe di  Venezia, ma le gustosissime reminiscenze di Pilade Cantini puntualizzano e contestualizzano quella che era davvero una realtà diffusa: prima della caduta del muro di Berlino, nei paesi toscani (in alcuni dei quali il Partito Comunista Italiano aveva la maggioranza assoluta) il mito sovietico era fortissimo, ed era vissuto con estrema serietà.

A Ponte a Egola (frazione di San Miniato, provincia di Pisa) c’è davvero la Piazza Rossa, come a Mosca. Quando si trattò di intitolare la nuova piazza del paese, i gruppi consiliari di San Miniato si trovarono subito d’accordo: il sindacalista Guido Rossa, ammazzato dalle Brigate  Rosse, per un verso o per l’altro andava bene a tutti. E così anche questo paesino della campagna toscana, fra Pisa e Firenze, aveva anche lui la sua Piazza Rossa.

Cantini nel suo libriccino svelto dal titolo, appunto, Piazza Rossa, racconta la storia per paragrafi brevi. Aneddoti, resoconti di fatti storici, estratti da scritti, discorsi, poesie. Tutti che ruotano attorno allo steso tema: il comunismo – o meglio l’appartenenza al Partito – come modo di vivere, di rapportarsi ai fatti alle persone, insomma in tutto e per tutto come fede (quasi) incrollabile. Ma non solo. L’anelito al modello socialista sovietico era radicato e possente, e l’estrema coerenza dei militanti non ammetteva dubbi.

Pilade Cantini sulla PIazza Rossa a Mosca

Pilade Cantini sulla Piazza Rossa a Mosca

Ma, trovandoci in Toscana, alla seriosità delle tesi politiche si affiancava la quotidianità dei gesti e delle parole, dello sberleffo e del vernacolo. Ed ecco allora un racconto che coniuga un intimo amarcord di tempi neanche troppo lontani (ma che la propaganda ossessiva secondo cui non ci sarebbero più destra e sinistra – neanche fossero mezze stagioni – spinge a considerare remoti) con la ricostruzione di fatti locali, nazionali e internazionali, di pagine gloriose o tragiche della nostra storia, con personaggi storici famosi o figure di valenza ultralocale.

Un esempio fra tutti: il paragrafetto più breve (ma con il titolo più lungo):

Sintesi della riflessione della mia mamma a proposito della lotta di classe in Occidente nel secondo Novecento

“Si sarà ottenut’anche pòo, ma gli s’è fatto tanta paura…”.

Si legge in un soffio, questo libro, perché è svelto, paragraficamente leggero, a tratti divertente. E in quest’atmosfera agrodolce di sorriso e di e di amarezza sta proprio il suo pregio principale.

C’è il cencio di Arafat, c’è Cossutta che viene in visita e si ferma umilmente a parlare con tutti (a differenza di altri dirigenti comunisti); ci sono in TV le partite di calcio dell’Unione Sovietica, i funerali di Berlinguer in diretta, la partecipazione a tutte le feste nazionali dell’Unità e l’organizzazione di quelle locali; c’è insomma un pezzetto di storia che è giusto ricordare e fermare sulla carta stampata. Peccato per quella cura grafico-editoriale non così accurata…

Pilade Cantini: Piazza Rossa – La provincia toscana ai tempi dell’URSS. Eclettica Edizioni, 2014. 152 pagine, 12 euro.

 

 

Older Posts »

Categorie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 71 follower