Pubblicato da: miclischi | 25 marzo 2017

Yuja Wang ammalia il pubblico della Pergola

Yuja Wang a Firenze: trionfo.

I bis. Sette bis. Non s’erano mai visti sette bis. Concordano tutti i coinquilini del palchetto al Teatro della Pergola di Firenze. Alla fine del suo concerto con musiche di Chopin e Brahms, la pianista Yuja Wang viene osannata dal pubblico entusiasta e ripetutamente si esibisce in bis in cui alterna pezzi di clamoroso virtuosismo acrobatico a brani più calmi e intimisti. Quando si siede per il quarto (o era il quinto?) bis, dal pubblico viene un grido: Gluck!. La pianista annuisce e attacca un brano dall’Orfeo e Euridice, quello che suona al flauto dolce Isabella Rossellini nel film Il prato dei fratelli Taviani. Alla fine proprio questo placido e struggente brano sarà quello che più colpisce fra quelli dei bis.   Al ritorno della Wang in scena, il pubblico si scatena ancor di più e piovono le richieste. Uno grida: Rachmaninoff! E lei, sta al gioco: accenna le prime note della cantilena iniziale del Rach 3, ma smette subito. Il pubblico aizzato insiste: Scarlatti! Dvorak!… Etc. Par d’essere a una karaoke bar, oppure ai tempi della prime radio libere quando gli ascoltatori telefonavano per farsi metter su questa o quella canzone. Finché la sala si zittisce e lei fa di testa sua. Fra il sesto e il settimo bis non si prende neanche la briga di uscire di scena, forse per risparmiarsi i rischi dell’arduo montare e scendere dal gradino del palco con i suoi tacchi vertiginosi. Dopo il settimo bis, esausta, la pianista si è ritirata fra gli applausi insistenti.

I vestiti. Tre vestiti. E’ risaputo che Yuja Wang ci tiene al design, e per questa occasione ha sfoggiato tre mises: abito lungo e marrone – quasi da sacerdotessa africana – con trasparenze sulle gambe e tacchi vertiginosi per Chopin (i tacchi e il velo semitrasparente si sono un po’ intralciati durante l’esecuzione). Corto e scollato, verde con schiena nuda e geometrie assortite per Brahms (con i soliti tacchi). Sobria (!) pelle nera per gli autografi nel foyer.

La musica. Si comincia con i 24 preludi op. 28 di Chopin per continuare, dopo l’intervallo, con le variazioni di Brahms su un tema di Haendel. Tocco leggero e preciso, interpretazione impeccabile, agilità mostruosa. Pareva però che lo Steinway sforzasse un po’ nel registro grave, specie quando saliva il volume sonoro. Per questo sono risultate particolarmente godibili le parti di grande agilità ma suonate con delicatezza e a volume basso. Yuja Wang ha dimostrato una padronanza totale della tastiera e una grande forza interpretativa, specie  nel ripetuto alternarsi di parti delicatissime e veementi.

L’autografo sul libretto del CD “Sonatas & Etudes” con musiche di Chopin, Ligeti, Scriabin e Liszt. Fotografia di Felix Broede.

Autografi. Dopo il concerto la Wang è scesa nel foyer per farsi acclamare dal pubblico festante e per sottostare pazientemente al rituale degli autografi sui CD che erano in vendita per l’occasione. Esausta ma felice, ha mostrato – finalmente – il suo lato umile e dimesso, quasi modesto e più umano, rispetto a quello da super-eroe che aveva sfoggiato sul palco. Anche quando qualcuno, in mezzo al marasma, le chiedeva una dedica e le faceva lo spelling del nome…

Che bel concerto, che bella interprete, che bel pomeriggio a teatro!

Per la cronaca 1: Pochi giorni prima di questo concerto, l’11 e il 12 marzo,  proprio i preludi di Chopin erano stati oggetto di pregevoli Lezioni di musica su Radio Tre. Il podcast si può scaricare qui.

Per la cronaca 2: Youtube pullula di video con le performance di questa pianista. Qui c’è il primo preludio di Chopin. Una ricerca dei suoi concerti mostrerà un sacco di perle musicali, per esempio questa, dove si esibisce con quattro percussionisti.

 

Il Messiah secondo Koopman: una splendida serata

Entra in sala al seguito dei quattro solisti, diffondendo intorno i suoi famosi sorrisi traboccanti di gioiosa gratitudine. La sala grande – Santa Cecilia – lo accoglie con una ovazione, e lui si arrampica sul podio e continua a sorridere. Ma prima di cominciare dà la consueta stretta di mano al primo violino.

Poi Ton Koopman inizia a dirigere questo Messiah di Haendel, calandosi nella grandiosità della musica e distribuendo gesti e ammiccamenti in qua e in là per i ranghi (ridotti all’occorrenza) dell’orchestra dell’Accademia. Ci sono le quattro sezioni degli archi (i violini sono supportati da un oboe e un corno inglese; i violoncelli e i contrabbassi possono contare sulla complicità di un fagotto); poi una organista, e basta. Più tardi si udrà il suono della tromba che entra di fianco al proscenio senza mostrarsi, ma poi dopo l’intervallo si accomodano sul palco anche due trombe e il timpanista.

Abène. L’introduzione strumentale dà già un assaggio dell’intensità dell’esecuzione. Ma il primo soprassalto di vera gioia arriva con l’ingresso del tenore Tilman Lichdi (Comfort ye…). Una voce splendida accompagnata da grande espressività. Non stupisce leggere sul programma di sala che costui ha una grande esperienza come evangelista nelle passioni bachiane.

L’attacco del tenore

Si continua con queste gioiose alternanze di arie, cori, parti strumentali (il coro dell’Accademia fa la sua bella figura, specie nelle parti cui le quattro sezioni si alternano e si rincorrono) , ed appare fin da subito una caratteristica importante di questa esecuzione: Kooopman va via veloce, senza fronzoli, a dire il vero a un ritmo metronomico abbastanza scioccante se paragonato, ad esempio, a quello della versione di Harnoncourt del 1982 (e anche quella di Somary del 1970 cui si accenna qui sotto). Si sente particolarmente nel coro For unto us a child is born, questo ritmo incalzante, quando non c’è tempo di fermarsi in modo enfatico sulle parole Wonderful!… Counselor!... E il coro assume un altro sapore, meno solenne  e più festoso.

Coro festoso

Poco a poco comincia a farsi strada nell’ascoltatore incantato un’idea sul cammino proposto da questo straordinario direttore barocchista olandese: via la pompa, via la solennità, che rimanga un’asciutta e fresca gioia del far musica. Non si sofferma su  rallentati fatali, ma privilegia invece le brillanti alternanze di forte e piano o viceversa, facendosi intendere ora da questa ora da quella sezione degli archi o del coro con ampi gesti e – si immagina vedendolo di spalle – eloquentissimi sguardi.

Viene il momento del Basso, il veterano Klaus Mertens (il programma di sala specifica che è attivo da oltre quattro decenni…). Una voce splendida che si arrampica nelle difficoltà della partitura e che supplisce comme il faut, quando ce n’è necessità, con la sua grande esperienza a qualche piccolo deficit di possanza qua e là. Un’altra bella scoperta.

Viene il turno della prima aria di contralto, qui interpretato dal giovane controtenore Maarten Engeltjes . Non facile, per lui, affrontare questa parte, ma se la cava bene. Però il vero terremoto deve ancora arrivare. La soprano cubana Yetzabel Arias Fernandez affronta l’ardua prova dell’aria Rejoice… (preceduta dal recitativo There were shepherds) con una abilità quasi sfrontata. Ecco: ora che si sono sentite le doti dell’orchestra, del coro e dei quattro solisti, l’ascoltatore si rilassa sapendo che assisterà a una serata di grande qualità.

Splendida prova del soprano Yetzabel Arias Fernandez

E così è. Alla fine della prima parte il direttore si gode l’esultanza del pubblico e la condivide con i solisti, il coro e l’orchestra. Poi comincia il giro delle strette di mano: a tutti i musicisti in prima fila (violini primi e secondi, viole, violoncelli).

Si ricomincia dopo l’intervallo e si procede con grande gioia (e altre straordinarie prove di soprano, basso e tenore), passando per l’Hallelujah (il coro per cui il Messiah e lo stesso Haendel sono famosi), ci scappa anche un applauso da parte di qualche entusiasta nel pubblico subito zittito (e Koopman, naturalmente, ci fa su un bel sorriso). Particolarmente intensa l’aria del basso The trumpet shall sound, nella quale interviene – appunto –  con grande perizia la tromba di Andrea Lucchi.

Il brano più atteso dal pubblico

Si naviga in questa bella serata musicale fino al coro finale impeccabilmente eseguito dai coristi dell’Accademia, per approdare infine sull’Amen liberatorio. Tripudio. Quel tripudio che Koopman spiega bene nell’intervista di Luca Pellegrini inclusa nel programma di sala. A differenza di Bach, Haendel trasmette soprattutto gioia, dice il Maestro olandese, e all’uscita dopo un Messiah il pubblico sorride. Detto da lui, un professionista del sorriso… Alla fine, non contento della prima fila, Koopman va a stringere la mano anche più indietro, ai contrabbassi, ai legni e alle due trombe.

L’autografo barocco di Ton Koopman

Si sofferma all’uscita del palco, il Maestro, per fare due chiacchiere nel suo splendido italiano incerto con chi gli si avvicina per congratularsi. Ci scappano anche una stretta di mano (morbidissima) e un autografo. Ton Koopman impugna la penna e si produce in un poderoso scarabocchio. Poi dice: il prossimo lo faccio un po’ meno barocco. Peccato che non c’è stato un secondo autografo: la penna biro si era clamorosamente schiantata durante la produzione del primo. Pazienza. Dice Koopman che verrà a Pisa (bella città) per i concerti per due, tre e quattro clavicembali. Già non si vede l’ora.

Per la cronaca 1: Questo concerto era la prima delle tre rappresentazioni in programma nella stagione dell’Accademia di Santa Cecilia (23-24-25 Marzo). Sul sito dell’Accademia si può vedere un interessantissimo video di cinque minuti in cui il Maestro Koopman illustra (in italiano) il Messiah.

Dalla copertina del vinile del 1970

Per la cronaca 2: I primi ascolti del Messiah furono fatti su una selezione (in vinile, ci mancherebbe, s’era verso l’inizio degli anni settanta…) regalata dallo Zio Carlo. Era una scelta di alcuni brani dalla versione eseguita dalla English Chamber Orchestra diretta da Johannes Somary e dalla Corale Amor Artis sotto la guida di John McCarthy (registrazione del 1970). Se non lo scancellano, qui c’è questo Messiah tutto intero. Poi arrivò la versione integrale di Karl Richter con la London Philharmonic Orchestra, quella con il crocifisso di Dalì sulla copertina (era il 1973).

Per la cronaca 3: Un neo nella magnifica serata nella Sala Santa Cecilia. A differenza di quanto succede per esempio al Teatro Verdi di Pisa, l’annuncio prima dell’inizio dello spettacolo si limita a segnalare la necessità di spengere i telefoni cellulari. Così c’è qualcuno che per essere sicuro che non suoni, abbassa il volume e via. Ma al Parco della Musica non viene segnalato, con la dovuta fermezza, che la luminosità degli schermi di telefoni e tablet risulta parecchio fastidiosa per gli altri. E così è successo che l’ipnotica suggestione causata dalla musica di Haendel fosse turbata, interrotta violentata, dall’imprescindibile necessità che qualcuno in platea sentiva di smessaggiare, o controllare l’ora, o chissà che altro che saranno anche  fatti suoi ma che se ne faceva anche volentieri a meno, accidentalloro…

Le astronavi Mondochiwan al Parco della Musica

Pubblicato da: miclischi | 20 marzo 2017

Manon Lescaut al Verdi di Pisa: deserti e fantascienza

Manon Lescaut torna al Teatro Verdi

Ecco un proto-Puccini al Teatro Verdi di Pisa, popolare ma non troppo, insomma decisamente un’opera minore ma non per questo meno appetitosa. Durante la presentazione in teatro, una settimana prima della prima serata, il Direttore Artistico del Teatro, Stefano Vizioli, ha sottolineato alcune finezze musicali (illustrando  esempi al piano), mentre il regista, Lev Pugliese, ha brevissimamente spiegato il suo approccio alla messa in scena, ispirato al concetto di deserto. Deserto è il luogo dove si svolge il quart’atto, ma deserta, quindi abbandonata, è anche la protagonista dell’opera, Manon Lescaut. Vai, pensa lo spettatore navigato: un modo come un altro per risparmiare sull’allestimento, in questi tempi di vacche magre in tutti i teatri. Alquanto desertici si preannunciavano tutti gli atti, giacché – spiega il regista – ogni episodio viene rivissuto come un flash back nella mente della Manon morente – appunto – nel deserto.

La sera della rappresentazione in teatro, per rafforzare il concetto, prima che inizi la musica il sipario si apre sulla landa desolata con i due corpi esanimi degli sfortunati amanti percorsi da formicolii di termiti bianche. Ah no, già, c’è il sibilo del vento e anche sul fondale si intuisce che trattasi di sabbia desertica che tùrbina per ogni dove.

Via, si comincia con la musica. E con lo spettacolo. Sulla scena il popolo che affolla l’osteria è vestito tutto uguale, con una specie di grembiuli sbaditini. Somigliano a quelle divise che indossano nei film di fantascienza gli infermieri delle cliniche del futuro dove si combattono virus alieni o roba del genere. Del resto, ricordiamocelo, siamo in un onirico flash-back, sicché i ricordi dei comprimari sono solo sfumati. Difatti solo i personaggi principali portano un costume di scena che li caratterizza e li contraddistingue.

Des Grieux (interpretato dal tenore Gianluca Zampieri) caracolla facendo il duro, ma poi casca come una pera cotta quando arriva Manon (la soprano Rachele Stanisci), la signorina indebolita destinata a farsi sòra. Ecco, appunto, ma non era meglio se si faceva sòra, invece di impelagarsi in tutti quei trabagai che la porteranno alla fine tragica nel quart’atto ? Il fratello di lei, che si chiama solo per cognome, Lescaut, è il baritono Sergio Bologna, mentre Geronte, il vecchiaccio viscido – ma ricco, è il basso Carmine Monaco d’Ambrosia.

Manon (Rachele Stanisci) a suo agio nei lussi di Geronte

Allora, questo primo atto, musicalmente, convince poco. Ci sono sovrapposizioni ardite di strati sonori (c’è anche il copioso coro di infermieri e infermiere!) che se pur raffinati e musicalmente di livello, non sono funzionali alla narrazione melodrammatica. Se poi si aggiungono le voci del tenore (di emissione che pare estremamente agevole, ma non di altrettanto agevole controllo), della povera Manon (che esordisce con una voce scura e turandottesca), e del poco incisivo vecchiaccio bavoso… insomma via, non c’è di che gioire, e lo spettatore trova quasi una conferma di quest’opera come titolo davvero minore del maestro lacustre. Ci fa la sua figura Sergio Bologna, che pare tenere la bandiera del canto pieno e stabile. E una menzione anche per l’oste della taverna, il basso Alessandro Ceccarini (lo si ritroverà più tardi in altri panni).

Second’atto. Siamo a casa del vecchiaccio viscido; e la Manon che solo pochi minuti prima aveva scelto di non farsi sòra per inseguire l’amore passionale di un giovane senza né arte né parte, ora la vediamo perfettamente a suo agio fra i lussi e i servitori, i gioielli, i cosmetici e i nèi finti. Soliti temi da melodramma. C’è lei con l’acconciatore, poi arriva il fratello, poi il vecchio, si ragiona di vì e si ragiona di là, poi la poveretta (ma che poveretta: è diventata ricca sfondata!) confessa al fratello che oimmene come si stava bene quando a mantrugiarla non era il già citato vecchio bavoso, ma il giovane focoso e nerboruto… E vai rieccolo, l’antico amante, che si intrufola anche lui nell’alcova. Ma dove siamo, in Corso Italia? E sicché, come prevedibile, si ritrovano e si vezzeggiano, e fanno finalmente il loro duetto d’amore (che non convince lo spettatore più di tanto), e poi il ritorno del vecchio, i soldati, il parapiglia, l’arresto della poveretta (macché poveretta!) che invece di scappare col ganzo si attarda ad arraffare gioielli (ma allora ti decidi? Vuoi l’amore e la passione oppure il vile denaro?).

Intervallo, e poi Intermezzo. Perché prima che cominci il terz’atto c’è un breve interludio musicale piacevole e struggente. Ma soprattutto sorprendente, perché fa capolino la musica di Guerre Stellari! Ah, ecco perché c’erano gli rifermenti delle cliniche del futuro… (passons).

Siamo al porto e le donne svergognate stanno per essere imbarcate dalla Buoncostume per essere deportate nelle Americhe. Così come in tante altre opere si son visti i concitati dialoghi nelle carceri, o aspettando il plotone di esecuzione o il patibolo, qui analogamente si tenta di sottrarre la Manon al suo destino. Ma il tentativo di corruzione va in vacca e la triste amante viene intruppata con le altre prigioniere per imbarcarsi. Ma ecco il moto d’eroismo del pesce lesso Des Grieux: si propone di fare la traversata come mozzo! E vai, s’imbarca anche lui. Anche qui si sovrappongono scomodamente le parti solistiche e quelle corali, ma per lo meno – saranno i patimenti? – la voce di Manon si fa più chiara e precisa, e la godibilità dello spettacolo aumenta.

Quart’atto. Des Grieux (Gianluca Zampieri) e Manon (Rachele Stanisci) duettano aspettando la morte. Foto di  Federico Jonathan Cusin.

Rieccoci al deserto, siamo nel quart’atto e i due tapini stanno morendo di sete nei turbini di sabbia. Finalmente soli in scena (è la prima volta dall’inizio dell’opera), possono finalmente prendersi la musica tutta per loro, e la differenza si sente. Lo struggimento pucciniano, che non si sentiva più di tanto negli atti precedenti, qui si fa finalmente chiaro e riconoscibile. E ne beneficiano anche le voci dei due interpreti, finalmente limpide e sottili (dé, stanno morendo…).

Morte, applausi, brava. Applausi tutto sommato tiepidi a dire il vero, e anche l’applausometro finale si sbilancia verso un’esultanza quasi vera e propria solo per lei, Rachele Stanisci. Il direttore Alberto Veronesi sale sul palco e omaggia visibilmente l’Orchestra della Toscana (nella quale in questa serata hanno brillato notabilmente soprattutto i legni), e poi arriva il regista vestito da regista. Il pubblico si alza e si avvia, con qualche mugugno. Ma come: vengo a sentire un’opera di Puccini e non mi viene neanche da piangere? S’incontra il Macchi, compagno di cantate liceali. – Viva Verdi? – Viva Verdi!

Per la cronaca 1: Alle scene desertiche (non solo in questa ma anche in tante altre opere) ci siamo abituati, del resto c’è da fare i conti anche con i bilanci dei teatri. E – complice la scena spoglia – spesso i deserti scenici sono accompagnati dalle famose video proiezioni. Ora, va bene la sabbia che turbina fra le dune, ma quelle mani sudaticce che si strofinano sullo sfondo, enormi, a rievocare i possenti amplessi, erano per lo meno raccapriccianti.

Per la cronaca 2: Sul riutilizzo del tema pucciniano nella saga spaziale si è scritto molto e la rete pullula di considerazioni e analisi. Ma, se vogliamo lasciar parlare la musica, qui c’è un breve video di confronto abbastanza inequivocabile.

Per la cronaca 3: Il libretto dell’opera risulta “anonimo”. Non è che sia un capolavoro, questo libretto, anzi. Nonostante sia stato documentato che furono in parecchi a metterci mano, forse nessuno alla fine ha voluto che apparisse nero su bianco il suo nome. Così, magari, ognuno ha sempre avuto buon gioco a negare di essere stato l’autore di quel testo infelice.

Per la cronaca 4: il cartellone completo è qui.

Pubblicato da: miclischi | 15 marzo 2017

Ducati: una mini-Leica da sogno

Una macchinetta veramente minima

Con un po’ di fortuna può capitare di trovarsi fra le mani questo piccolo ma pesante gioiello fotografico: la Ducati Sogno, Sì, proprio la Ducati quella delle moto, dei Monster. Una specie di Leica in miniatura con ottime ottiche della Galileo di Firenze e un sacco di accorgimenti tecnici che, al di là delle dimensioni minuscole, la colloca a buon diritto nell’Olimpo delle macchine fotografiche di alta gamma.

Tanto di alta gamma, si legge qui, che quando fu messa in produzione e in vendita, nel 1946, era un po’ cara, specie in quel momento storico, e il successo commerciale fu alquanto modesto. Era davvero troppo cara. Sul sito photocorner un articolo di Massimo Bertacchi stima che il costo di 80.000 (dal catalogo Ducati del 1947) corrisponderebbe, riportato a tempi più moderni, di circa tre milioni e mezzo di lire.

La Ducati con i suoi mini-rullini

Usa la pellicola 135, questa Ducati, ma le sue minuscole dimensioni non permettono di inserire un rullino tradizionale, per cui è necessario caricare (con apposita bobinatrice) un mini-rullino fatto apposta: se ne possono ricavare tre da un rullino classico da 36 pose. Il formato del fotogramma, manco a dirlo, è ridotto anche lui (mezzo formato rispetto al 24×36) e l’immagine che si vede nel mirino è – difatti – verticale.

I mini-rullini a confronto con un rullo normale e la bobinatrice.

L’ambaradàn per bobinare i mini-rullini utilizzando un comune rullo 135.

Come da tradizione Leica, ci sono due mirini: uno per inquadrare e uno per mettere a fuoco tramite telemetro a immagine sovrapposta. Ma il mirino per l’inquadratura contiene una particolarità: una lunetta rossa copre parte del campo inquadrato se ci si è dimenticati di trascinare la pellicola (e ricaricare l’otturatore). Anche la manopolina per mettere a fuoco è simile a quella delle Leica con il passo a vite, mentre la ghiera dei diaframmi è proprio sul frontale dell’obiettivo, con numeri piccolissimi (da 2.8 a 16) e difficile da manovrare (ergonomia scarsissima). I tempi di otturazione (da 1/20 a 1/500 + B) vengono regolati ruotando una rotellina – anche questa – in tutto e per tutto simile a quella delle Leica coeve.

Altri dati tecnici: l’obiettivo è un Vitor 35 mm estraibile (come nelle Leica!) con distanza minima di messa a fuoco a 80 cm. Ma, essendo ispirata alle Leica, naturalmente le ottiche sono intercambiabili (uno sguardo sulla rete rivelerà che sono praticamente introvabili, ma qui si trova una foto del corredo completo, davvero impressionante).

Volendo – e potendo – ci sono anche le ottiche intercambiabili!

Altre particolarità dell’uso pratico: il rullino si carica a destra e quindi si trascina a sinistra della macchina (al contrario di come succede nella maggior parte degli apparecchi 135). Poi: il pulsante di scatto si trova sul frontalino dell’apparecchio, e non va premuto dall’alto in basso bensì proprio dal davanti verso il corpo-macchina. Ci si fa presto la mano, così come a ruotare la macchina per fare scatti orizzontali invece del verticale di prammatica. C’è poi un contapose da azzerare dopo aver caricato la pellicola (un mini-rullino permette una quindicina di scatti) e addirittura anche una levetta per il correttore di diottrie nel mirino della messa a fuoco. Sul davanti, a fianco delle finestrelle dei mirini, si notano dei pippoli che servono per agganciare i correttori di focale da usare quando si cambia obiettivo. C’è poi anche un occhiellino per attaccare un laccetto, a meno che non si sia dei fortunati possessori di una custodia in cuoio (visibile nel corredo completo di cui sopra).  Per finire, le due ghiere (per il trascinamento e per il riavvolgimento) sono di ergonomia veramente minima, del resto è proprio minima tutta la macchinetta, quindi bisogna farsene una ragione.

Visione dall’alto.

Sì ma… e all’atto pratico? Allora, alle dimensioni ridotte ci si fa subito l’abitudine, anche grazie al peso notevole che bilancia in parte la scarsa volumetria. Il mirino è nitidissimo e altrettanto nitido è il telemetro. Lipperlì ci vuole un piccolo sforzo per ricordarsi dove si trova lo scatto, e anche per ricordarsi si avvolgere con la rotella di sinistra e non con quella di destra. Bisogna anche fare attenzione a tenere sotto controllo il contapose, perché se si forza troppo il trascinamento dopo l’ultimo scatto, c’è il rischio che la pellicola si sganci dal caricatore, e quindi bisognerà poi aprire la macchina in camera oscura.

Le prime prove con la Ducati. Per solidarietà con l’età della macchina, fu caricata una PAN F bobinata da Punto Reflex alla fine degli anni ’70 del ‘900.

Sì, ma le foto? Un momento, prima di vedere come sono venute le foto c’è da sviluppare il rullino. O meglio, gli spezzoni di rullino giacché ogni caricatore Ducati contiene una lunghezza di film pari a circa 1/3 di rullino da 36, quindi caricare sulla spirale due o tre spezzoni uno dietro all’altro, giuntandoli con un po’ di nastro (insomma come si fa di solito con due pellicole 120 caricate su una spirale singola). Ed ecco una pratica che si rivela quasi una necessità: usare una spirale AP (compatibile anche con le Tank Paterson, ma non con le Jobo), perché grazie alle alette che facilitano l’inserimento della pellicola diventano più facili anche le operazioni di giuntatura. Già, perché i rocchetti dei caricatori Ducati hanno l’asse molto sottile, e quindi il film risulta parecchio arzigogolato e difficile da maneggiare nel black bag.

Sì, ma le foto?!? Decisamente una splendida sorpresa. Nonostante il formato ridottissimo del fotogramma, i risultati sono più che soddisfacenti: un indizio delle qualità dell’ottica. Fu usata la pellicola Ilford PAN F esposta a 50 ASA proprio per ovviare al piccolo formato, ma probabilmente anche una 100 ASA va più che bene.

Casomai, come si può notare su questi scatti, è molto alto il rischio di danneggiare la pellicola durante le manipolazioni in camera oscura (decisamente meglio una stanza buia dell’angusta black bag), specialmente nelle operazioni di estrazione dei mini-caricatori e poi di giuntatura per montare più spezzoni sulla stessa spirale.

Ma, come si può vedere, è magari preferibile usare una pellicola moderna invece che una vecchia di quarant’anni! In entrambi i casi la pellicola è stata esposta a 50 ASA; sviluppata in ID11 in soluzione stock e scansionata con Epson Perfection V600 Photo.

Di nuovo una PAN F per le seconde prove, ma stavolta si tratta di una pellicola moderna!

Alla fine: davvero un gioiello. Un vero piacere fotografico, al di là di tutte le macchinosità supplementari che si aggiungono alla già arzigogolata pratica della fotografia argentica (e bobinare i mini-rotolini, e riavvolgerli indaginosamente, e caricare la spirale montando gli spezzoni uno dietro l’altro, e accapigliarsi con la pellicola che si arrotola caparbiamente, anche nel montarla nella slitta dello scanner…). Abène, che bello affrontare tutte queste prove per poi ottenere delle belle immagini. Grazie a questa piccola Ducati, che è davvero un piccolo sogno!

Anche in formato orizzontale!

Per la cronaca 1: Come ben spiegano i siti web segnalati qui sopra, la “Sogno” era il modello di punta della Ducati. Ne fu prodotto anche un modello più modesto, la “Simplex”, senza telemetro.

Per la cronaca 2: Per una mini-storia della divisione ottica della Ducati, si veda qui. Fra l’altro questo sito comprende anche alcune immagini del manuale d’istruzioni. A proposito del manuale d’uso: si legge qui che fu scritto nientepopodimenoché da Margherita Hack, ai tempi in cui collaborava appunto con la divisione ottica della Ducati. Questa pagina comprende anche delle belle immagini delle pagine del manuale.

Un primopiano per questa piccola grande macchina fotografica

Mamiya 67 RB

La Ducati fotografata con la Mamiya 67 RB

Pubblicato da: miclischi | 27 febbraio 2017

Argoflex E, una 6×6 così così

Una 6x6 statunitense del 1948

Una 6×6 statunitense del 1948

S’era provato un bel po’ di tempo fa il mattoncino della Argus (“the brick”), e se ne era ragionato qui. Poi capitò l’occasione di accattarsi una biottica 6×6 della stessa casa produttrice americana, e quindi perché no? E’ venuta voglia di scattare qualche foto anche con questa macchina medio-formato. Detto fatto. Si tratta di una Argoflex E che fra l’altro arrivò con una bellissima custodia originale di cuoio. L’identificazione del modello fu ottenuta da questo sito, grazie al numero di serie labilmente inciso all’interno del dorso. Così si apprese che trattasi dell’ultima serie della “E”, prodotta nel 1948.

La custodia con laccetto da collo è molto comoda, del resto come per tutte le 6×6 biottica, ma questa ha anche degli agganci per mettere, volendo, un laccetto anche dirittamente sul corpo macchina. L’ergonomia sarebbe abbastanza buona, anche se la messa a fuoco con ruota dentata non è il massimo. Tempi e diaframmi sono indicati ai lati dell’obiettivo da ripresa e lo scatto è a levetta e bisogna stare molto attenti ai tempi lenti (a meno di non usare un cavalletto). Inoltre non c’è necessità di ricaricare ogni volta l’otturatore, quindi occhio alle doppie esposizioni, a meno che non siano volute. I tempi vanno da 1/10 a 1/200 + B & T, mentre i diaframmi vanno da 4.5 a 18. La ghiera della messa a fuoco (in piedi e non in metri!) mostra sul lato superiore dell’obiettivo del mirino la distanza minima 3.5 (circa un metro) e sotto alle distanze sono riportati i diagrammi delle profondità di campo a seconda del diaframma utilizzato.

Con il cappuccio smontato

Con il cappuccio smontato

E fin qui, come si suol dire, niente di strano. Quando però ci si accinge finalmente a provare la macchina per scattare qualche foto, qualcosa non torna: guardando nel visore della messa a fuoco si vede un’immagine di scarsissima nitidezza. Si avvicina e si allontana la macchina, si prova a usare il lentino d’ingrandimento (peggio che mai) e solo in esterno con illuminazione molto forte (sole pieno) si riesce a vedere qualcosa di decente. Si intravedeva qualche sbaffo sul vetro e quindi, pensando che magari meritasse una pulita, si smontò il cappuccio della macchina (sono solo 4 viti) per dare una pulita al vetro smerigliato (venne in aiuto questo sito che guida alle operazioni di riparazione e restauro di un modello simile di Argoflex). Macché, nonostante la polita con alcol sia del vetro che del lentino, una volta rimontata la macchina non pare che la situazione sia migliorata. Viene da pensare che a un certo punto il vetro originale si sia rotto, e sia stato sostituito con un qualsiasi pezzo di vetro smerigliato grigiognolo di quelli che si usavano una volta nei gabinetti delle scuole medie. Quindi, a meno di non trovarsi davvero in pieno sole, bisogna piuttosto affidarsi alla scala delle distanze sulla ghiera del mirino (facendo mentalmente i calcoli per convertire piedi in metri) e ai diagrammi delle profondità di campo.

E le foto? Furono scattati due rulli, entrambi con pellicola Fomapan 100 poi sviluppata in R09 One Shot in soluzione 1+50. Il primo rullo fu scattato a Boccadarno al tramonto, in compagnia di due fotografi ampezzani impegnati in paesaggistica di alto livello. La nitidezza non è che sia risultata eccellente, ma le condizioni non erano delle migliori.

Tramonto fotografico a Boccadarno

Tramonto fotografico a Boccadarno

Per il secondo rullo si optò invece per foto domestiche, magari soffermandosi anche su soggetti più ravvicinati oppure su immagini che permettessero di valutare la profondità di campo. Sempre con la difficoltà di mettere a fuoco nel visore, furono comunque ottenuti risultati più incoraggianti dei precedenti, anche se non eccelsi.

Un dettaglio della custodia di cuoio.

Un dettaglio della custodia di cuoio.

Alla fine questa piacevole macchinetta con la sua bella custodia di cuoio e con il suo sapore vintage rimane nel novero delle curiosità invece che nelle macchine da usare con soddisfazione. A differenza della sorella in formato 135 che invece, anche a dispetto della macchinosità, produsse risultati alquanto dignitosi.

Alcuni scatti dal secondo rullo

Alcuni scatti dal secondo rullo

Per la cronaca 1: Fra le curiosità di questa Argoflex: l’alloggiamento del rullino non prevede l’inserimento in pernietti per lo srotolamento (come invece sarà per il rullo ricevente per l’avvolgimento). Di fatto viene appoggiato semplicemente in un incavo. Chissà se è anche per questo che i fotogrammi non risultano perfettamente allineati sulla pellicola (il bordo dell’immagine non è parallelo al bordo del film), il che provoca qualche stortura nelle scansioni, da correggere a posteriori.

Per la cronaca 2: Il manuale della Argoflex E si trova qui, sul meritorio sito di Mike Butkus. Un altro approfondimento su questa macchina si trova qui.

Per la cronaca 3: I fotografi all’opera a Boccadarno sono Marco Migliardi e Edi Dal Farra. Ecco qui sotto due delle foto scattate da Marco e Edi in quella serata.

La foto di Marco Migliardi

La foto di Marco Migliardi

La foto di Edi Dal Farra

La foto di Edi Dal Farra

Un'opera spassosissima, questa di Nono Rota!

Un’opera spassosissima, questo Cappello di paglia di Firenze  di Nino Rota!

Una volta tanto, un’opera mai vista né sentita, tranne qualche ascolto frammentario e distratto su YouTube, tanto per farsi un’idea, e la lettura dell’arzigogolato libretto. Che uno, a leggerlo, si domanda ma come faranno i cantanti a cantare quelle lunghe parti narrative e descrittive che pare un racconto più che un libretto d’opera? Poi si va a teatro, si prende posto, si ammira la straordinaria giovinezza dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Italiana (che giovanile è davvero), poi calano le luci, arriva il Direttore Francesco Pasqualetti e si comincia con Il cappello di Paglia di Firenze, opera di Nino Rota su libretto suo e della madre Ernesta Rinaldi, tratto dalla commedia di Eugène Labiche.

Durante l’Ouverture, che pare una reinterpretazione degli echi dell’opera buffa rossiniana, in scena si assiste a una ripresa in uno studio cinematografico francese all’inizio del ‘900, con tanto di paesaggio che scorre sullo sfondo a simulare una girata in calesse. Infatti il regista, Lorenzo Maria Mucci, spiega nelle note di sala che l’ispirazione la ha trovata proprio lì, nella versione cinematografica della commedia di Labiche (da cui è tratto il libretto dell’opera) realizzata da René Clair. E alcuni accessori di scena dello studio (un faro-prioiettore, una sedia da regista che fra l’altro sarà utilizzata anche da uno degli interpreti in disparte durante l’opera) rimangono lì in proscenio per tutta la rappresentazione.

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Poi si sgombera lo studio e comincia la baraonda dei personaggi, delle situazioni, dei paradossi, delle scene inverosimili e imbarazzanti, delle macchiette, dei caratteristi (fenomenale lo zio sordo!), in un susseguirsi instancabile e movimentatissimo che terrà tutti impegnati fino alla pausa fra il secondo e il terzo atto. Già, ma come si fa a creare una interruzione in questo flusso continuo di musica e di convulsi movimenti scenici? Bè, ricordiamoci che siamo in ambiente cinematografico. Alla fine del secondo atto compare sullo sfondo della scena un fotogramma che rimane bloccato nel proiettore e che quindi, fatalmente, si brucia e si scioglie in bolle nerastre. Una situazione che non capita praticamente più di vedere nei cinemi di oggi, dove fra l’altro domina la proiezione digitale e non più quella in pellicola. Una bella idea vintage per causare una interruzione forzata. Tanto per restare in tema, proprio alla fine dell’opera, sullo stesso schermo in fondo alla scena comparirà la scritta tremolante Fin in bianco-e-nero-seppia. Una meraviglia.

Sì, ma l’opera? Opera di impianto deboluccio, soprattutto per le parti vocali, che a dirla tutta non sono dei capolavori compositivi, si salva per la parte musicale propriamente detta, e viene valorizzata, in questa edizione pisana, proprio dalle scelte registiche. Se da un lato a volte viene da distrarsi dalla vicenda che si svolge sul palco per concentrarsi sull’orchestra, impegnata in un tour de force pazzesco in tutte le sezioni, per gustare le sfumature di una musica davvero godibilissima, anche la scena stessa non lascia molti spazi alla distrazione, proprio in virtù della prova attoriale più che buona da parte di tutti gli interpreti, insomma i cantanti, chiamati a far proprio anche gli attori. Un esempio fra tutti: la parte del protagonista, Fadinard, non è che vocalmente sia poi questo gran capolavoro, ed è stata interpretata, nella prima recita dell’11 febbraio dal tenore Claudio Zazzaro, dalla voce leggera, ma parecchio leggera. Eppure si è fatto amare dal pubblico, questo interprete, tanto da farsi osannare nell’applausometro finale, proprio in virtù delle sue eccezionali doti sceniche. Ha saltabeccato tutto il tempo in compagnia dei personaggi fra i più disparati, flirtando e fuggendo, rimediando a disastri e causandone di altri, con un’abilità davvero ammirevole.

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Tra i personaggi, tutti fortemente caratterizzati, il pubblico ha particolarmente apprezzato i ruoli femminili, non tanto la moglie fedifraga, Anaide, interpretata nella prima recita da  Federica Grumiro, non perché non fosse brava, ma il personaggio nasce apposta per risultare un po’ antipatico; ma piuttosto la avvenente e dominatrice Baronessa di Champigny (il contralto Antonia Fino) e soprattutto la sposa Elena (soprano Maria Veronica Granatiero), che fra i personaggi femminili è quello che ha più possibilità di mettere in luce le proprie doti vocali.

Nei ruoli maschili, oltre al citato protagonista, anche il tremendo suocero interpretato dal baritono Veio Torcigliani ha conquistato il pubblico con le sue intemperanze e il reiterato tuono del suo Tutto a monte! E le gag irresistibili del cornuto Beaupertuis (il baritono Alessandro Biagiotti) il quale, oltre a cantare, e anche bene, si trova alle prese prima con il pediluvio, poi con le scarpe strette e in altre gustose scenette che hanno fatto scoppiare delle vere e proprie risate fragorose fra il pubblico. Lo zio Vézinet sordo e rincoglionito, che alla fine fornirà inconsapevolmente la soluzione al rompicapo intorno al quale ha ruotato tutta la storia, ha pure lui più che ben figurato (il tenore Nicola Vocaturo).

Nellìatelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Nell’atelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una farsa musicale – insomma un’opera buffa – che è stata messa in scena proprio bene, con indovinatissime scelte registiche, scene convincenti (di Emanuele Sinisi), giovani e bravi interpreti sul palco e nella buca dell’orchestra. La preponderanza della componente narrativa e l’avvincenza delle assurdità fantastiche della vicenda sbilanciano un po’ questo lavoro che sembra quasi una commedia con musica piuttosto che un’opera. Nel senso che sembra quasi di sentir poco la musica perché il susseguirsi dei fatti e fattarelli che si dipana in scena focalizza l’attenzione. Ma alla fine, che importa? Se si esce dal teatro allegri e contenti non c’è proprio di che lamentarsi!

La Sagra della Primavera al parco della Musica

La Sagra della Primavera al parco della Musica

Accademia Nazionale di Santa Cecilia, febbraio 2017. Una bel trittico di compositori russi sotto la direzione di Valery Gergiev. Roba da non lasciarsi sfuggire. Non tanto per il Rach3, che s’era già sentito nella stessa sede l’anno scorso (non che non faccia sempre piacere rivedere un pianista alle prese con questa maratona), bensì per uno Ščedrin da scoprire (mai sentito prima), e soprattutto per vedere finalmente dal vivo un’orchestra alle prese con la Sagra della Primavera di Stravinskij.

Si comincia con Ščedrin e il suo brevissimo Concerto per orchestra dal titolo Naughty Limericks. Gustosissimo pezzo di musica che suona divertente, beffardo, irriverente, sorprendente, con salti di ritmo e di stile, insomma davvero proprio come un limerick della migliore tradizione irlandese. Grande sfoggio delle potenzialità di tutte le sezioni dell’orchestra. Davvero una bella scoperta. Tra l’altro anche qui, come si sentirà dopo nella Sagra, all’inizio gli archi tacciono, e per una volta si godono le evoluzioni dei legni e degli ottoni prima di mettersi a loro volta al lavoro.

Si prosegue con il terzo concerto di Rachmaninoff. Al piano il giovane solista koreano, premiato al Concorso Chopin, Seong-Jin Cho. Incanta all’inizio con una resa assolutamente languida (e non scandita) della celebre cantilena che dà avvio al concerto. E rimane straordinario nelle parti di agilità melodica. Quando si tratta però di percorrere in lungo e in largo la tastiera con quelle pazzesche successioni di accordi che si rincorrono, diventa un po’ pedaloso e il suono perde di lucidità. E’ giovanissimo, si farà.

Finalmente, dopo l’intervallo arriva quel che si aspettava: La sagra della primavera di Stravinskij.

La foto di Richard Avedon sulla copertina del disco

La foto di Richard Avedon sulla copertina del disco

Una composizione che finora era stata ascoltata e riascoltata soprattutto sui solchi consumati di un disco CBS (vinile) di chissà quanto anni fa, con l’autore sul podio. Una di quelle composizioni che, anche se eseguita in forma di concerto (pur senza le coreografie per le quali era stata immaginata), costituisce di per se stessa una performance da vedere, oltre che da sentire. Infatti è uno di quei pezzi (una moltitudine di pezzi, a dire il vero) che celebrano l’orchestra, le sue sezioni, i suoi strumenti e, naturalmente, i suoi strumentisti.

E’ noto che al momento della prima rappresentazione questa novità rivoluzionaria suscitò sopratutto scandalo (e l’indignazione in particolare di Debussy, che tuonò contro gli stravolgimenti proposti da Stravinskij). E’ passato poco più di un secolo, e adesso questa composizione geniale è diventata a tutti gli effetti decisamente un classico. E lo spettacolo musicale, specie se eseguito da una compagine di altissimo livello come quella di Santa Cecilia, sotto la attentissima e struggente guida di Valeri Gergiev, è davvero impagabile.

Comincia da solo il fagotto. Poi si uniscono i corni (innumerevoli) e i clarinetti (c’è anche il quartino e il basso), poi il corno inglese, i flauti (ce ne sono cinque, di cui due ottavini), e poi via gli innumerevoli legni e ottoni; compaiono le percussioni (numerosissimi professori occupano tutta l’ultima fila, ci sono addirittura due set di timpani e due grancasse), e infine gli archi (9 contrabbassi!). Una meraviglia di musica, di sorprese, di sfide assai ardue per tutti gli strumentisti. E nello scorrere degli episodi si alternano toni tenui con fragori pazzeschi. Davvero, una celebrazione della musica, una celebrazione dell’orchestra. Andava proprio vista, oltre che sentita. Abène. Ci voleva.

Per la cronaca 1: Una parte cospicua della Sagra della Primavera fu utilizzata nel film musicale di animazione di Walt Disney (era il 1940). L’episodio rappresenta l’inizio della vita sulla Terra fino alla comparsa dei dinosauri. Un estratto video della seconda parte si trova qui.

Per la cronaca 2: Bisogna pur ricordare che la Sagra è nata come musica per un balletto (per quanto breve). Qui c’è il video di una rappresentazione con la coreografia di Pina Bausch.

Per la cronaca 3: I ritratti di Richard Avedon: Stravinskij e non solo. Qui c’è un bell’articolo del New York Times su Avedon ritrattista, con alcune foto. Qui invece si può ascoltare una bella radio-intervista a Richard Avedon ottantenne in occasione dell’inaugurazione di una sua mostra di ritratti al MOMA di New York.

Per la cronaca 4: I video della rappresentazione orchestrale permettono di apprezzare il lavoro dei singoli strumentisti e delle varie sezioni dell’orchestra. Qui c’è un video dei BBC Proms del 2013. Qui invece c’è proprio Gergiev, con la London Symphony Orchestra.

 

Pubblicato da: miclischi | 26 gennaio 2017

La Leica di Goldfinger

Vero o falso?

Vero o falso?

Oh quale piacevole sorpresa quando Joachim Seinfeld si presentò con questo inusitato presente. Leicista convinto da tempo immemore, non si lasciò ingannare da questa Leica dorata, ma pensò giustamente che sarebbe stata apprezzata come curiosità.

Perché, cosa c’è che non va in questa Leica? Prima di tutto il numero di serie (15257). Dalla pregevole pubblicazione di Gianni Rogliatti (Leica – cinquant’anni) si desume che quel numero corrisponde a una Leica I prodotta nel 1929. Ora, una caratteristica delle Leica I era la vistosa staffa metallica a fianco del corpo obiettivo, per il blocco della messa a fuoco in posizione infinito. E in questa Leica dorata quella staffa non c’è; e l’aspetto è simile  a quelle delle successive II e III (la lista completa dei numeri di serie delle Leica con passo a vite si trova anche su Internet, qui). E poi c’è una accurata disamina di tutti i modelli della Leica I su questo sito.

La visione dall'alto è particolarmente utile per notare le differenze fra la vera e la falsa Leica .

Anche la visione dall’alto è utile per notare le differenze fra la vera e la falsa Leica .

Ma questo è solo l’inizio. Infatti ci sono fior di siti web che aiutano a districarsi fra le varie imitazioni (per lo più sovietiche) delle Leica a vite. Uno fra i più completi e pratici, perché mostra proprio sei parti del corpo macchina che differiscono visibilmente, si trova sul sito web di Rick Oleson. Salta subito all’occhio, per esempio, fra cui è abituato a maneggiare le Leica a vite, che manca la ghiera per i tempi lenti sul frontalino della macchina.

Si erano già incontrate in passato delle copie della Leica che però erano dichiaratamente tali (come le Zorki  o Fed). Qui invece si tratta proprio di un falso più che di una copia, visto che l’apparecchio è proprio marcato Leica.

Dettaglio della marcatura Leica

Dettaglio della marcatura Leica e del numero di serie

Comunque, dopotutto, perché no? E’ un bell’apparecchietto vintage gradevole e tascabile, con la sua bella custodia di cuoio… magari poi è anche di qualità. Per cui si scattò un rullo di prova. Era il 2014 (!) e la prova rivelò subito il problema principale di questa macchina d’oltre-cortina: la tendina forata. Problema già riscontrato per l’appunto in altre macchine dell’est Europa, mentre non si è mai notato sulle pur vetuste Leica originali. C’è anche qualche dubbio sulla rapidità dell’otturatore sui tempi lenti, ma insomma quella tendina sforacchiata che produce aliene luninosità sul fotogramma rende questa Leica dorata quasi inutilizzabile (a meno che non si sia proprio alla ricerca di effetti speciali).

Dal primo rullo di prova scattato nel 2014.

Dal primo rullo di prova scattato nel 2014.

Vabbè, si potrebbe dire, tutto sommato non è poi così male, e poi l’entità dei pallini luminosi si nota e non si nota, a seconda anche di quanto rimane alla luce la macchina (con la tendina chiusa) fra uno scatto e l’altro.

E così, per cause imprecisate, passarono altri quattro anni e rotti. Poi venne voglia di riprovarla, questa Leica effetto-Goldfinger, e fu ripresa in mano in questo inizio di 2017.

Qualcosa è cambiato? Decisamente sì! A star lì inutilizzata la tendina di sicuro non si è autoriparata, ma anzi pare che le lacerazioni si siano parecchio ingrandite, tanto da apparire proprio delle presenze aliene sul fotogramma, adesso molto più di prima. E anche lo scorrimento della tendina non appare dei più fluidi, pertanto anche i tempi di esposizione possono risultare largamente approssimativi.

Il secondo rullo di prova scattato nel 2017. Per la cronaca era un PAN-F bibonato da >Punto Reflex alla fine degli anni '70 del secolo scorso.

Il secondo rullo di prova scattato nel 2017. Per la cronaca era un PAN-F bobinato da Punto Reflex alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.

Vabbè, curiosità era e curiosità rimane. Peccato non poterla usare. A meno di non voler proprio cercare degli effetti inaspettati (fra l’altro le lacerazioni luminose si trovano proprio al centro del fotogramma quindi, sapendolo, ci si potrebbe anche ragionare sopra. E fare qualche nuovo esperimento!

Ormai non più disponibile.

Ormai non più disponibile.

Per la cronaca 1: pare che il libro di Gianni Rogliatti, scomparso nel 2012, non sia più disponibile. Magari però lo si trova sul ricco mercato dell’usato internettistico.

Per la cronaca 2: Fra i siti web che trattano delle copie delle Leica, oltre al già citato foto-documentatissimo articolo di Rick Oleson, ce ne sono vari altri, parecchio interessanti. Questo sito è dedicato proprio alle falsificazioni operate in Russia sulle Leica a telemetro della serie con passo a vite. Un sito dedicato in particolare alle finte Leica dorate si trova qui. Un ricco articolo (in italiano) sulle false Leica si trova sul sito Nadirmagazine.

Per la cronaca 3: Un’altra curiosità di questa finta-Leica dorata: a differenza di quanto accade spesso nelle macchine d’epoca a telemetro, dove lo specchio semitrasparente è diventato del tutto trasparente o quasi, rendendo di fatto inutilizzabile il mirino della messa a fuoco (lo si era notato per esempio a proposito delle Condor Ferrania) in questo modello il telemetro è di una nitidezza sconcertante. Almeno quello…

Un vero peccato che non sia in perfetto ordine. Però, che macchina!

Un vero peccato che non sia in perfetto ordine. Però, che macchina!

 

Pubblicato da: miclischi | 22 gennaio 2017

Luigi Malerba: storie contadine con lampi finali.

Il libro d'esordio (pubblicato per la prima volta nel 1963)

Il libro d’esordio (pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1963)

Volle il caso che durante un nebbioso finesettimana nelle campagne di Parma cascasse l’occhio su un bell’articolone di Gino Ruozzi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore dedicato a Luigi Malerba, scrittore proprio delle campagne collinari parmensi. O questo? Ma chi è? Tanto importante che Mondadori gli ha dedicato un volume dei Meridiani? E così (del resto proprio a quello, se ben scritte, spingono le recensioni letterarie), fu trovato, ordinato e avidamente letto il suo libro d’esordio, La scoperta dell’alfabeto.

Una fresca cascatella di racconti brevi, a volte brevissimi (come il primo, che dà il titolo alla raccolta), animati da una piccola folla di personaggi. A far da sfondo, percepibile proprio solo sullo sfondo, la tragedia della guerra. Lì per lì ci si sente come riaccompagnati fra le atmosfere rurali e silvestri delle Veglie di Neri, ma poi ci si accorge ben presto che la musica è un’altra (dopo tutto qui siamo in terra verdiana, mentre il Fucini si trovava in ambienti piuttosto pucciniani).

Infatti una delle peculiarità di questo straordinario affresco rurale è che tutte le storie si dipanano nella stessa comunità di persone. Così lo stesso personaggio lo si ritrova in storie diverse, e magari in alcuni racconti altri personaggi (di cui si era già letto) vengono solo nominati o citati. A poco a poco Malerba ci porta a conoscerle tutte, queste persone, e i luoghi, le situazioni, le ubbìe, gli acciacchi, i pregiudizi, le storie nascoste e quelle condivise.  Inoltre, mentre nei racconti fuciniani fanno capolino anche gli aristocratici personaggi da melodramma, qui le storie sono tutte dedicate al proletariato rurale.

Che meraviglia! Una scrittura schiettissima, alleggerita e fluidificata anche da un parchissimo uso della punteggiatura, che cattura il lettore mentre viene accompagnato fra questi 22 quadretti di vita vissuta. E così si entra nelle famiglie, nelle situazioni. Verso la fine si entra addirittura nel letto di un malato, insieme al medico che era andato a visitarlo e che si era infradiciato sotto la pioggia.

Fa anche capolino, nel dialogo fra marito e moglie che considerano il proprio destino anche una citazione quasi pari pari da Epicuro: …non c’è da aver paura, perché fintanto che siamo qua noi la morte non c’è, e quando c’è la morte non ci siamo più noi. Epicuro lo aveva scritto nella sua lettera a Meneceo.

Un pregio narrativo in questi raccontini malerbiani, poi, sta nella fulminea genialità dei finali. Proprio le ultime frasi. Eccone una piccola, piccolissima antologia:

La raccolta di racconti e romanzi pubblicata nei Meridiani Mondadori.

La raccolta di racconti e romanzi pubblicata nei Meridiani Mondadori.

Sui vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico.

*   *   *

I pensieri gli facevano compagnia e quando trovava le parole adatte era contento perché finalmente sentiva di avere una testa e era capace di servirsene.

*   *   *

“Non è soltanto una questione di latte, nel mondo”, disse Federico arrabbiato, “ci sono anche gli aeroplani”.

*   *   *

Sulla tomba della moglie non crebbero mai le erbacce e i primi fiori di ogni primavera erano per lei.

*   *   *

La terra, il cielo, il mare. Bisogna vederli tutti e tre, pensò Rodolfo. Dopo, uno sta tranquillo.

*   *   *

Per questa ragione i libri del turismo sconsigliano di visitare Pietramagolana quando c’è la neve perché nemmeno l’occhio più acuto riuscirebbe a vederla.

*   *   *

… il vecchio stava già camminando verso casa cantando a scannagola. Non era proprio una canzone ma delle parole che si inventava lì per lì.

*   *   *

Nessuno mi vuole mai credere, sembra che io me le invento le cose.

*   *   *

“Quando le bestie sono così ignoranti”, disse Federico, “non c’è niente da fare, bisogna trattarle come i cristiani”.

*   *   *

Il dottore sentì questi discorsi, sentì che il prete e la vecchia andavano avanti a parlare, poi non sentì più niente.

*   *   *

Laggiù in basso si vedeva la casa del Perlaro dove aveva abitato Ambanelli, e i campi abbandonati coperti dall’erba tenera di primavera, verde come il mare.

Per la cronaca 1: Luigi Malerba: La scoperta dell’alfabeto. Mondadori – Oscar Scrittori Moderni. 208 pagine, 9 Euro. Il volume dei Meridiani (Romanzi e Racconti) consta invece di 1856 pagine, è stato pubblicato alla fine del 2016, e costa 80 Euro.

Per la cronaca 2: Un bell’articolo di Nadia Terranova su Luigi Malerba si trova qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 17 gennaio 2017

Lindsay Kemp torna a Pisa con il Flauto Magico di Mozart

Torna Lindsay Kemp cpon il Flauto Magico

Torna Lindsay Kemp con il Flauto Magico

Non c’è che dire: tornare a vedere Lindsay Kemp al teatro Verdi a Pisa, prima nella Sala Titta Ruffo per la presentazione dello spettacolo, poi sul palco per raccogliere gli applausi alla fine del Flauto Magico di Mozart (una produzione del teatro Goldoni di Livorno), fa un certo effetto. Infatti sono passati una quarantina d’anni dai tempi in cui stupiva e affascinava con i suoi spettacoli pisani. Reinterpretazioni fantastiche, provocatorie, grandiose eppure delicate che sono rimaste lì, indimenticabili. E ora rieccolo, con la sua maglietta a righe, il suo sorrisetto ironico, la sua dizione solenne e precisa (tanto precisa che nella Sala Titta Ruffo ripete due volte, per essere sicuro che il messaggio sia passato bene, la parola lovelessness, una delle amare caratteristiche del nostro tempo che il Flauto Magico ci aiuta ad affrontare).

Chissà che avrà combinato stavolta, si domanda lo spettatore sedendosi in attesa che si apra il sipario. Passa l’Ouverture, si apre il sipario e si dipana lo spettacolo. La messa in scena kempiana – si può dire? – è risultata tutto sommato sobria. E anche se all’inizio qualcuno ha un po’ rabbrividito all’ingresso del dinosauro che rincorre il povero Tamino, il prosieguo della storia  è stato narrato senza particolari eccessi scenici o registici.

Lindsay Kemp con la sua assistente Daniela Maccari durante la presentazione dello spettacolo.

Lindsay Kemp con la sua assistente Daniela Maccari durante la presentazione dello spettacolo.

Ma la magia… quella sì. Scena cangiante grazie al sapiente uso delle luci di David Haughton, movimenti scenici dei solisti  e dei coristi del Coro Lirico Toscano ben congegnati (unica eccezione: il povero Tamino, decisamente ingessato per la maggior parte del tempo), costumi proprio da favola, coreografie convincenti di Daniela Maccari, fratacchioni in costume da Hare Krishna, uccellatori come si conviene,  insomma, un bel dipanarsi della vicenda scenica che scorre via con estrema piacevolezza. Con due tocchi da maestro, due elementi chiave per la riuscita dell’intento magico.

Prima i fanciulli (quelli che Bergman mise su una mongolfiera) – insomma i risolutori di problemi, quelli che nella loro infantile innocenza invece la sanno parecchio lunga – che arrivano in bicicletta. Tre bimbe-cantrici vestite di bianco su biciclette bianche, a ribadire il concetto di purezza e candore; peccato per quei freni rumorosi, quasi da far concorrenza a quelli delle bici a nolo del campeggio City di Arles… E peccato anche che i bicicli fossero un po’ sovradimensionati per i tre piccoli genietti, che hanno avuto non pochi problemi a mantenere l’equilibrio, con gravi rischi per se stessi, ma anche per le vinte tra le quali dovevano incunearsi per uscire di scena.

Poi la progenie dei Papageni. Quella folla di bambinetti caracollanti che invade la scena allo sbocciare dell’amore fra i due personaggi piumati è davvero magica. Ma ancora più magica, pochi secondi dopo, è la Papagenina minuscola (quanto avrà, due anni ? forse tre?) che si slancia a sua volta in scena. Inaspettata, stupefacente, fantastica, insomma magica.

Proprio per lui, il regista scenografo di questo Flauto davvero Magico, sono stati gli applausi fra i più calorosi alla fine della serata.

Livorno, Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico”. Il finale dell’opera. Foto di Augusto Bizzi, Livorno Foto Augusto Bizzi

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico”. Il finale dell’opera. Foto di Augusto Bizzi, Livorno

Ah già, il regista; ma la musica, i cantanti? Allora, sul fronte canoro non ci sono dubbi: la serata è stata dominata dal baritono costaricano  William Hernández Ramírez, interprete straordinario di Papageno. Voce piena ed espressiva, mimica facciale favolosa e soprattutto una presenza scenica comme il faut. Uno spettacolo nello spettacolo. Praticamente ha incarnato il paradigma del cantante d’opera che è bravo non solo perché sa cantare, ma anche perché sa stare in scena. A fargli compagnia nell’applausometro fra gli artisti più acclamati dal pubblico, la soprano giapponese Yukiko Aragaki nei panni di Pamina. Voce limpida e sicura, e buona attorialità.  E’ proprio riuscito bene questo sodalizio fra i due cantanti-personaggi, tanto che i duetti Papageno-Pamina sono risultati più affettuosi di quelli fra principe e principessa. Si dice che nel Flauto Magico ci sono talmente tante sfaccettature che ci si può vedere praticamente tutto. Che questa rappresentazione ci abbia aperto uno spiraglio su possibili intrallazzi fra Pamina e l’uccellatore piumato?

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico” . in primo piano William Hernandez (Papageno), trionfatore della serata. Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Teatro Goldoni Livorno: “Il flauto magico” . In primo piano William Hernandez (Papageno), trionfatore della serata. Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Una delle aspettative suscitate da quest’opera sta negli agili sperticamenti nel registro acuto della Regina della notte. Non del tutto impeccabili nella rappresentazione del sabato sera. Più che buona invece la prova del basso Manrico Signorini. Nei panni di Sarastro si è spinto senza esitazione nella cupezza del registro estremamente grave. Inoltre il ruolo di gran sacerdote proprio gli stava bene addosso. E così hanno pure ben figurato le dame della regina, il principino ingessato e un po’ poco ardente interpretato da Blagoj Nacoski e il nero Monostratos. Il cartellone completo si trova qui.

E nella buca dell’orchestra? Nella presentazione della mattina il direttore dell’Opera di Belgrado,  Dejan Savić, si era fatto notare per un atteggiamento disinvolto e spigliato. Ha raccontato barzellette e ha magnificato il teatro in cui lavora (700 dipendenti, due repliche al giorno tutti i giorni) e quindi ha elogiato quel che si riesce a fare nonostante qui da noi con teatri ridotti al minimo, staff risicato e risorse difficili da trovare. Insomma si era guadagnato spontaneamente l’interesse e la curiosità degli intervenuti. Peccato che poi la sera questa spigliatezza non si sia tradotta anche nell’interpretazione musicale, che è risultata nel complesso, invece, piuttosto smencia. Scarsa coesione orchestrale, qualche attacco non proprio azzeccato… insomma, come se ci fosse stato un deficit di prove. Peccato; anche perché l’Orchestra della Toscana s’era già vista in tante occasioni e aveva dato ottime prove di qualità.

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico” . I tre fanciulli-genietti-ciclisti (dietro ci sono le tre dame dellqa Regina). Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Teatro Goldoni Livorno: “Il flauto magico” . I tre fanciulli-genietti-ciclisti (dietro ci sono Pamino, Papageno e le tre dame della Regina). Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Ma alla fine della serata prevale l’atmosfera così bene evocata da Kemp nella presentazione della mattina. Quest’opera da vivere come un toccasana contro i mali della nostra epoca. E così tornando a casa si può allegramente fischiettare, e ripensare alla scena, alle luci, alla musica. E sorridere. Davvero la magia è riuscita benissimo. E anche nei giorni successivi, riascoltare questa musica nel suo susseguirsi di numeri così diversi eppure uniti, intervallati da quei recitativi (per di più in tedesco! – come tutta l’opera del resto)… Al di là della vicenda raccontata, del testo del libretto, delle immagini del teatro, è una musica che fa star bene. Come un mantra curativo da interiorizzare per vivere meglio.

Per la cronaca 1: Questa è la prima opera presentata dal nuovo direttore artistico del Teatro Verdi, Stefano Vizioli, in carica dall’inizio dell’anno. Benvenuto e buon lavoro!

Pubblicato nel 1940

Pubblicato nel 1940

Per la cronaca 2: Il direttore artistico del Goldoni di Livorno, Alberto Paloscia, aveva menzionato nella presentazione del sabato mattina la versione ritmica in italiano realizzata per il Flauto Magico dal livornese Giovanni de Gamerra. A quanto pare è introvabile. Emerse dagli archivi famigliari un simpatico fascicoletto di quelli arancioncelli dei libretti d’opera di tanti anni fa. Questo Flauto Magico in italiano fu pubblicato dalle Edizioni “A. Barion” della Casa per Edizioni Popolari – S. A. di Sesto San Giovanni (stampato il 9 aprile 1940). Incredibile a dirsi, tuttavia, non è indicato da nessuna parte di chi sia la traduzione!

De’ suoi desir, – del suo gioir,

No, dono il ciel – più bel – non ha,

Donna ed uom, se unisce amor,

Donna ed uom Nume si fa.

Per la cronaca 3: In occasione di questa rappresentazione è stata allestita nel foyer del Teatro una bella mostra fotografica di Giovanna Talà con alcuni scatti dedicati a Lindsay Kemp (Sogni di luce). Le figlie della fotografa – Enrica e Paola –  hanno presentato la mostra, insieme a qualche ricordo personale, durante l’incontro del sabato mattina nella Sala Titta Ruffo. Curioso che non siano mai entrate mai in contatto con Cippi Pitschen, che anche lui di scatti a Lindsay Kemp ne aveva fatti parecchi, e bazzicava Livorno assiduamente. Forse lo conosceva mamma, dice una delle figlie. Chissà… Intanto, fortunatamente, ci si possono godere un bel po’ di foto scattate dal Cippi a Lindsay Kemp in varie città e teatri, in occasione di diversi spettacoli, non sulle sue gallerie Facebook (dove di foto di Kemp non ce ne è neanche una) bensì proprio sul sito ufficiale di Cippi Pitschen. Eccone qui sotto una piccolissima selezione.

Dal sito web del fotografo Cippi Pitschen

Dal sito web del fotografo Cippi Pitschen

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