Belushi

Pubblicato da Sagoma Editore nel novembre del 2020.

Sono  passati quasi quarant’anni da quella sera di luglio del 1981 al Cinema Nuovo in piazza della Stazione a Pisa. Su insistente invito di un amico (Cecco?), quella sera ci fu la storica visione del film The Blues Brothers.

Prima visione? No: prima e seconda. Come testimoniato dalla puntigliosa registrazione sul taccuino “Cinema – Teatri – Concerti”, alla prima visione seguì immediatamente la seconda, senza uscire dalla sala del cinema, senza neanche alzarsi dalla seggiola. Tanto quel film risultò fulminante, coinvolgente, assolutizzante. Si evince dal citato taccuino che un mese dopo, a Firenze, il film fu visto per la terza volta.

E poi chissà quante altre volte ancora, tanto da entrare a far parte, con i suoi dialoghi, le sue musiche, le sue situazioni, nelle vite di quel ristretto gruppo di amici, forestali e non solo.

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La testimonianza dal taccuino “Cinema – Teatri – Concerti”.

Pochi mesi dopo quell’esperienza cinematografica, John Belushi, insomma Joliet Jack Blues, sarebbe morto a Los Angeles in circostanze poco chiare. 

In questi quasi quarant’anni ci sono sono stati diversi tentativi di raccontare la storia di questo attore-personaggio-uomo straordinario. E forse, adesso, si può dire che qualcosa di definitivo (come dice il sottotitolo) sia stato pubblicato per davvero. Per iniziativa dell’editore italiano Sagoma, è uscito alla fine del 2020 questo librone messo insieme con una ben riuscita operazione di editing approvata dall’autrice. Si tratta del libro John Belushi – La biografia definitiva della vedova dell’attore, Judith Belushi Pisano.  La traduzione è di Nunziante Valoroso.

1990 Corsica Tizzano

La Blues Boat a Tizzano (Corsica) nel 1990. Quando ci fu decidere che nome dare al Piviere 6,14 a deriva arrivato nel 1990, non ci furono dubbi. Fra l’altro, nel libro Judy racconta che l’idea del nome “Bluesmobile” venne proprio a lei, spontaneamente.

In pratica sono stati rielaborati – proprio sull’iniziativa dell’editore italiano – due precedenti libri di Judith Belushi: Samurai widow del 1990 e Belushi del 2005. Il libro è infatti strutturato in due parti molto diverse fra loro. La prima, che inizia proprio con la morte dell’attore e dei convulsi e disperati giorni che seguirono, ripercorre poi tutta la vita e la carriera dell’attore, inframezzando numerosissimi incisi con testimonianze diverse di chi lo conobbe, lavorò con lui, insomma amici, colleghi, ammiratori…

La seconda parte, separata dalla prima da un notevolissimo apparato iconografico anche con foto provenienti dall’archivio familiare, mai pubblicate prima, racconta invece il lento e difficile percorso di Judith nell’elaborazione del lutto, per trovare la forza di andare avanti, continuare a vivere, possibilmente a lavorare… Fanno da sottofondo a questa seconda parte del libro due fatti: dapprima il coinvolgimento di Bob Woodward (il giornalista che portò alle dimissioni il Presidente Nixon a seguito dello scandalo Watergate) per cercare di far luce su quel che veramente accadde a Los Angeles, e poi la vicenda di Cathy Smith, la donna che si trovava con Belushi quando morì, proprio colei che – così pare – gli iniettò la dose letale di eroina.

Marina BB

C’è chi, fin dalla tenera età, è stata abituata alla presenza domestica dei Fratelli Blues. Anche se magari con una netta predilezione per Elwood a discapito di Jack…

Bob Woodward era stato originariamente contattato con l’idea di far uscire un articolo o una serie di articoli investigativi per scoprire i lati oscuri dell’episodio tragico, nascosti, forse offuscati anche da connivenze della polizia. Judy e Bob si vedono spesso, lei si fida di lui, gli legge ampie parti dei suoi diari, gli passa delle foto personali… Alla fine Woodward, fregandosene degli accordi che avevano precedentemente preso, fa uscire, oltre che a qualche articolo, un libro (Wired, pubblicato in Italia con il titolo Chi tocca muore) che si concentra sull’epilogo della vita di John Belushi, facendolo risultare quasi un bieco tossico che, tutto sommato, non c’è da stupirsi che abbia fatto la fine che ha fatto.

La vicenda di Cathy Smith, sorprendentemente poco coinvolta nelle indagini poi scappata in Canada, poi l’estradizione, il processo… Una vicenda molto penosa per Judith che alla fine si asterrà dal giudicarla, ma la considererà soprattutto, anche lei, una vittima della situazione, auspicando per lei un percorso riabilitativo invece che detentivo (Cathy Smith morirà nel 2020 e Judy le dedica delle parole affettuose nell’epilogo al libro).

Insomma due vicende dolorose che accompagnano quei mesi e quegli anni dolorosi, fino a una sorta di lieto fine, quando Judy riesce finalmente, come si suol dire, a rifarsi una vita, anche sul piano affettivo.

belushi libreria

L’angolo belushiano dello scaffale dei libri di argomento musicale.

A fare da contorno a questo corposo libro (in tutto sono circa 500 pagine), un prima e un dopo: tre brevissime prefazioni (di John Lendis – regista del film The Blues Brothers, di Dan Aykroyd – Elwood Blues –  e dell’editore italiano, Carlo Amatetti). Alla fine, due brevi epiloghi e tre appendici. Nel primo epilogo l’autrice racconta sommariamente quel che è successo dal 1987 (quando si svolgono le ultime vicende narrate nel libro) fino a oggi, cioè nel settembre 2020. Il secondo epilogo consiste in una breve chiacchierata fra l’editore italiano e l’autrice. Qui l’editore pone alcune domande precise su alcuni episodi della vita di John Belushi, sui film a cui ha lavorato, sui suoi colleghi; e si conclude con un affettuoso saluto di Judith ai suoi lettori italiani. Le tre appendici, più tecniche, consistono in un who’s who con una concisa presentazione  di tutti coloro che sono citati nel libro,  nella filmografia e nella discografia di John Belushi.

Insomma una bella lettura, appassionante anche se a tratti angosciante (pare proprio strano che sia stato pubblicato da una casa editrice che si fregia dell’alias “libri divertenti”). Non si può proprio definire “divertente”, questo libro, dato che parla soprattutto della morte, del lutto, del come relazionarsi alla scomparsa di un marito, oppure di un collega, di un amico, o di una persona incondizionatamente ammirata da infinite schiere di fan. Infatti, meglio fu assimilarlo a piccole dosi grazie alla tecnica della lettura cessuale. Ma per chi ha sempre venerato il mito John Belushi, questo libro è una fonte di tantissime informazioni, di gradevoli scoperte, di riscoperte… Insomma,  un modo come un altro per confermare che a distanza di quarant’anni il mito ancora esiste e resiste.

Per la cronaca 1: Fra le testimonianze più toccanti nella prima parte del libro ci sono quelle dei cantanti di R&B che sono risorti da periodi difficili grazie al rilancio nel film The Blues Brothers. Pare che sia stato proprio l’interessamento di Jonh Belushi per la loro arte e le loro difficoltà a far sì che fossero coinvolti nel film, il che per alcuni di loro significò salvarsi la vita, nel vero senso del termine. Sono davvero molto belle le parole di gratitudine che alcuni di loro esprimono nel libro. Forse, fra le doti di John Belushi che sono riportate dagli innumerevoli interventi di chi lo conobbe, quella che ricorre con più frequenza e convinzione è la bontà.

Per la cronaca 2: Qui sotto c’è un video in cui l’autrice, collegata da Martha’s Vineyars, partecipa alla presentazione del libro per iniziativa dell’editore italiano.

Per la cronaca 3: E’ stato davvero un bel regalo di fine 2020, questo libro (grazie Sandra!). Come a volte succede con i libri regalati, anche qui c’è un piccolo toppino in quarta di copertina, messo lì apposta per tappare il prezzo. Che chi lo fa e chinò. Ora, quel che c’è di interessante, in questa pratica, è che il toppino stesso, la sua fattura le sue diciture, specialmente alla fine della lettura di un libro così coinvolgente, possono avvolgere con il loro potere evocativo. E così, eccola lì, in quel piccolo tondino adesivo, la libreria Tra le righe, in via Corsica a Pisa. Che già basterebbe quell’indirizzo, e quell’isola, in quanto a evocazioni. Ma quella libreria è quella che una volta era quella di riferimento, quella dove era entrato in uso una specie di gioco. All’ingresso veniva sempre detto: scommettiamo che questo libro che cerco non ce lo avete? E infatti così era, che una libreria piccina non ci si può certo aspettare che abbia tutto, mica è un supermarket. Ma il piacere era proprio quello: ordinare il libro, fare due chiacchiere e poi, di lì a qualche giorno, tornare a recuperarlo, e fare di nuovo due chiacchiere. Pratica che adesso si è quasi pari-pari trasferita alla libreria Civico14 di Marina. Ma quella libreria era anche quella che era collegata, al suo interno, con l’adiacente Caffè dei Cavalieri, uno dei pochi casi in Italia, si diceva allora. Era il Bar di Domenico con Laurina a preparare i suoi mohiti, il punto di ritrovo dei gorgonauti dove si fecero anche un paio di consegne dei brevetti sub. E il luogo in cui si svolsero tanti incontri, episodi buffi e meno buffi… insomma pezzi delle nostre storie. Ma era anche il bar dove si andò a prendere un aperitivo con Daniela prima di andare al Verdi per il Rigoletto (galeotta fu l’opera…). Quante cose, tutte stipate dentro quel piccolo bollino tondo…

 

Pubblicato da: miclischi | 16 aprile 2021

USA, Cina, ping-pong, anniversari, slogan

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La rassegna stampa di Radio Tre: un piacere quotidiano

Era il 10 aprile, pochi giorni fa, e durante la rassegna stampa di Radio Tre, prima pagina, il giornalista Alberto Chiara ha presentato verso la fine della rassegna un gustoso articolo di Gianni Riotta su La Stampa di Torino che racconta il fatto fortuito che portò al celebre incontro politico-diplomatico-sportivo di Pechino, quando alcuni atleti americani andarono a giocare a ping-pong con i colleghi cinesi, proprio il 10 aprile di cinquant’anni fa. C’è anche un’estesa pagina di Wikipedia sul celebre incontro sportivo – e non solo – fra USA e Cina.

In pratica tutto cominciò dal fatto che l’atleta statunitense Glenn Cowan, ai campionati mondiali di ping-pong in Giappone del 1971, perse il pullman della propria nazionale e chiese un passaggio a quello dei colleghi cinesi. E fu da lì, narra la leggenda (e l’articolo di Riotta) che a poco a poco si concretizzò il progetto di far incontrare i tennistavolisti dei due paesi che, sport a parte, erano a quei tempi acerrimi nemici nel bel mezzo della guerra fredda anche sulla scia della recente guerra di Korea. I campioni del capitalismo e dell’imperialismo da una parte e i rivoluzionari comunisti-maoisti dall’altra.

A quell’incontro sportivo fece poi seguito, l’anno dopo, la visita del presidente statunitense Richard Nixon a Pechino.

ping-pong

Dalla pagina di Wikipedia dedicata al ping-pong

Curioso, che a distanza di cinquant’anni, sia rimasto in testa uno slogan che si diffuse in quei tempi, e che evidentemente colpì un ragazzino tredicenne attento a quel che succedeva nel mondo, ma anche all’uso delle parole e della lingua. C’era qualcuno, infatti, a quei tempi, che non si accodava all’entusiasmo per questo evento distensivo, e non tutti, se proprio avevano delle perplessità, le indirizzavano verso gli americani, potenzialmente colpevoli di andare a giocherellare nella tana del nemico rosso. No, c’era anche qualcuno, forse non proprio fra i maoisti convinti, che disapprovava questa apertura dei cinesi nei confronti degli statunitensi.

Strano che, a seguito di una ricerca internettistica proprio sulle parole di quello slogan, sia emerso soltanto uno, ma proprio soltanto un risultato: un articolo sul Corriere della Sera del 27 ottobre 2017 (niente a che fare con gli anniversari) a firma di Paolo Lepri, a proposito del giocatore di ping-pong nigeriano Aruna Quadri e sulle sue chances di prevalere sui dominatori orientali del ping-pong alle olimpiadi in Giappone del 2020 (olimpiadi che, risaputamente, vennero poi posticipate a causa della pandemia). Paolo Lepri cita correttamente lo slogan dell’inizio degli anni ’70 del Novecento, definendolo assurdo

Già, ma cosa diceva quello slogan del 1971? Un messaggio chiaro, limpido, coniato nella lingua ritmata delle parole d’ordine da gridare nei cortei, arricchito dalla curiosa assonanza in rima di due parole strane, una d’uso comune fra i ragazzini nel retro del Bagno Gorgona, e una appannaggio dei telegiornali e dei giornali che parlavano della guerra in Vietnam. Eccolo, quel piccolo capolavoro di metrica poetica, portatore di un messaggio forte e inequivocabile:

 

NON SI GIOCA A PING-PONG

CON CHI SPARA SUI VIETCONG

 

Pubblicato da: miclischi | 15 aprile 2021

Qualche prova con la Praktica MTL 3

La Praktica MTL3 prodotta nella DDR a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del Novecento.

Riemersa da chissaddove, ecco una gloriosa, pesante, solida macchina fotografica della DDR con innesto a vite 42×1. E’ la Praktica MTL3, forse, ma solo forse, di provenienza cippiana. Aggallata con un bellissimo Tamron 35mm f. 2.8. Poi, cercando bene negli sportelli e nelle scatole, riemersero anche un Soligor 28mm f. 2 e uno zoom Itorex 70-200 mm f. 4.5, oltre a un obiettivo “ufficiale” Pentacon 50mm 1.8 recuperato da un’altra vecchia Praktica non funzionante e un tubo di prolunga per le macro. Insomma, un corredo di tutto rispetto.

Nonostante si fosse riusciti a recuperare una vetusta batteria PX625 in buono stato (o quasi), l’esposimetro risultò non funzionante. Pazienza, qualche giratina con questo bell’apparecchio andava fatta.

Una macchina sobria e classica, apparentemente senza particolari caratteristiche distintive.

Infatti l’esposimetro non funzionante risultò essere l’unico vistoso difetto di questo apparecchio. La grande ergonomia del posizionamento del pulsante di scatto, ad esempio: ci si fa subito l’abitudine e risulta molto più naturale poggiare il dito su quel pippolone messo di sbieco sul frontale della macchina che nella solita posizione sulla parte superiore. Poi, accanto al pulsante di scatto, c’è la levetta che chiude manualmente il diaframma (per controllare la profondità di campo), la stessa levetta che, se funzionasse, aziona anche l’esposimetro.

Il posizionamento del pulsante di scatto e della levetta per chiudere il diaframma e azionare l’esposimetro.

Altre caratteristiche tecniche: tempi da un secondo a 1/1000 +B, slitta porta-accessori con contatto caldo, memo per la sensibilità della pellicola e autoscatto. Naturalmente il pippolo di scatto ospita la filettatura per lo scatto flessibile. Insomma, verrebbe da dire che non gli manca niente a questo apparecchio tedesco-orientale. 

Per finire, la filettatura per il cavalletto è un po’ avanzata rispetto al fondo della macchina, verso la base dell’obiettivo, il che fornisce un bilanciamento migliore.

Già, ma le prove? Fu utilizzato soprattutto il 35mm, ma anche gli altri obiettivi presero parte alle prove. A dire il vero un piccolo difettuccio si trovò: si pensava di poter utilizzare anche altri prestigiosi obiettivi su questo innesto veramente “universale”, ma lo zoccolo dell’obiettivo è predisposto per “sentire” l’asticella che comanda la chiusura del diaframma e, in assenza di questa, la macchina proprio non scatta. Si provò un bello Zeiss 50mm proveniente da una vecchia Contax difettosa, ma non ci fu verso.

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Uno dei primi scatti con il 35 mm.

Altri esperimenti furono poi fatti con il tubo di prolunga, applicandoci sia il 50 mm che lo zoom 70-200 che anche il grandangolo 35mm. I risultati sono stati proprio interessanti.

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Alcune prove con il tubo di prolunga e vari obiettivi

Insomma una macchina che vien voglia di continuare a esplorare, nella sua essenziale semplicità, accompagnata da una spontanea facilità d’uso e da una resa più che accettabile. In particolare, c’è da addentrarsi di più nell’uso dello zoom, anche se finora la preferenza è andata decisamente al 35 mm Tamron.

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Qualche scatto sul muretto in un giorno di libeccio.

Non mancheranno in futuro le pubblicazioni di altri album tematici con altre sperimentazioni di questa piacevole e sorprendente Praktica. SI può seguire la pubblicazione degli album sulla piattaforma Flickr.

Per la cronaca 1: Altre serie di immagini, oltre a quelle qui a cui si può accedere cliccando sugli slideshow qui presentati, sono disponibili qui: il primissimo rullo scattato in pineta; altri scatti dal primo rullo a casa e sul mare; altri scatti sparsi da altri due rulli di prova.

Per la cronaca 2: Il manuale d’uso, come di consueto, lo si trova qui, sul meritorio sito di Michael Butkus. Un altro interessante approfondimento lo si trova qui.

Per la cronaca 3: Qui sotto c’è una curiosa video-recensione della Praktica MTL3.

Pubblicato da: miclischi | 12 aprile 2021

L’approccio di Binyavanga Wanaina alla vita e alla realtà

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L’edizione italiana del 2013 con il favoloso disegno in copertina di Julia Binfield

Un’infanzia nel Kenya post-coloniale. Famiglia, scuola, giochi curiosità… Ma questo bambino ritrovato nei ricordi vivissimi dell’io narrante vive in una villetta del quartiere ex-coloniale-residenziale di Nakuru, viene da una famiglia benestante, frequenta scuole private… Eppure fin da piccolo si confronta con questa cosa curiosa che è la multietnicità. Il babbo di etnia Kikuyu, la mamma originaria dell’Uganda, con qualche nonno che si dice forse provenisse addirittura dal Congo… Sono fatti curiosi e quasi divertenti, per quel bambino: lingue, dialetti, usanze diverse che si mescolano quasi come in un gioco.

Fin da piccolo comincia a percepire come le cose attorno a lui possano bruscamente cambiare quando cambia il presidente della repubblica. A seconda del gruppo etnico da cui proviene. E così comincia a percepire anche a scuola (o nell’esclusione dalla scuola) che ciò che a lui pareva un gioco o un divertimento, insomma questa diversità, può diventare motivo di rivalità, conflitto, violenza.

Comincia con la propria infanzia, Binyavanga Wanaina, la narrazione nel suo straordinario e coinvolgente libro Un giorno scriverò di questo posto, pubblicato in Italia da 66thand2nd nella collana Bazar, nella fluidissima e convincente traduzione di Giovanni Garbellini.  

A volte mi chiedo se la sostanza che noi chiamiamo realtà non sia in effetti un’organizzazione priva di forma quanto le strisce bianche e vaporose che gli aerei si lasciano alle spalle mentre volano.

Continua il suo cammino verso la vita adulta, questo ragazzo che sente il bisogno irrefrenabile di leggere tantissimo, di rifugiarsi nei libri, nelle vicende dei personaggi, nelle tecniche narrative. Parte per studiare in un Sudafrica che si sta affacciando sull’era Mandela, si confronta con nuovi aspetti della multietnicità, si appassiona e si disamora per lo studio senza mai abbandonare la passione per la lettura. Poi torna a casa, vaga in cerca di se stesso; poi torna in Sudafrica e finalmente trova la propria strada: sarà scrittore. Grazie ad alcuni mentori che gli daranno fiducia comincia e continua a scrivere sempre di più. Vince un premio letterario, finalmente ha fiducia in se stesso.

One day

La prima edizione da Greywolf Press, nel 2011.

Da quel momento cambia anche un po’ la scrittura, la lingua, la costruzione narrativa del libro. Se prima si leggeva il racconto di un bambino e poi di un ragazzo con una grande testa ma con tanti disagi, con una lingua sorprendente e certamente matura per un personaggio di quell’età, adesso l’autore si lascia veramente andare, si sbizzarrisce, capisce che può osare, e c’è da credere che il traduttore Giovanni Garbellini abbia reso pienamente merito a questa evoluzione linguistica nel corso della narrazione.

Scrive articoli per siti e riviste, viene inviato (o chiamato) a recarsi all’estero, in Ghana, in Togo… poi sbarca negli Stati Uniti, dover rimarrà a lungo, e dove ancora una volta comincia ad avere una nuova percezione del concetto di etnicità. Segue da lontano le vicende politiche del proprio paese , questo prevalere delle rivalità etniche sull’interesse comune, si spazientisce, discute, litiga… Torna in Kenya ma preferisce non andare a votare per delle elezioni presidenziali per le quali si preannunciano soprattutto brogli. Si rifugia nel passato remoto della città di Lamu e ascolta alla radio lo sviluppo della situazione, i risultati, le violenze che ne scaturiscono….

Poi, verso la fine, fa un brusco salto nel passato, quando aveva dodici anni, quando si affacciava con curiosità sulla vita. Prima di una conclusione estremamente lirica e struggente in cui l’autore – ritornato al presente –  trova nella musica tradizionale la unica vera lingua comune, la unica ragione di sentire un’identità nazionale kenyota, torna all’infanzia e alla fascinazione per i libri, per trovarci, anche lì, un qualcosa che supera le differenze, le incompatibilità, le disuguaglianze condite da pregiudizi.

A volte mi domando se non ci sia un terzo tipo di esseri umani. Ci sono quelli in carne e ossa. Ci sono quelli della tv e della radio. Ci sono quelli dei libri. Le persone dei libri non hanno una voce che le tue orecchie possano sentire. Non le puoi vedere. Tu, il lettore, collabori con un bravo autore per farle muovere dentro la tua testa, fargli scrollare i capelli, odiare e amare, e desiderare con ardore le cose.

Per la cronaca 1: Binyavanga Wanaina è morto a Nairobi nel 2019, all’età di 48 anni. 

Per la cronaca 2: Quando il libro uscì negli Stati Uniti nel 2011, il New York Times pubblicò un’entusiastica recensione di Alexandra Fuller. Eccola qui.

Pubblicato da: miclischi | 10 marzo 2021

In brutta: Giacomo Guantini torna a stupire nei mesi del Covid

In brutta

Finalmente! Uscito nel gennaio 2021.

Erano tanti anni (per la precisione: nove) che si aspettava un nuovo libro di Giacomo Guantini. Tutte le volte che si passava allo stand delle Edizioni Il foglio al Pisa Book festival si chiedevano notizie e Gordiano Lupi scuoteva la testa, affrettandosi a consigliare qualche altro autore da lui pubblicato. Ora, finalmente, ecco il nuovo libro del Guantini: In brutta, uscito nel gennaio di quest’anno.

A dire il vero c’era stato un piacevole intermezzo nel dicembre del 2018: una performance di lettura e musica (con il sassofonista Beppe Scardino) alla  mostra fotografica di Enrico Nocchi, nella biblioteca comunale di Livorno (un po’ di foto scattate in quella occasione si trovano qui). Ma un libro, dopo tanto tempo, ci voleva proprio.

Una copertina dal vago sapore escheriano (la fotografia è di Enrico Nocchi, sì, quello della succitata mostra), che fornisce anche un assaggio degli ambienti sgarrupati e crudi nel quali si dipanano le vicende dei personaggi. I principali sono tre: lui, lei e il bimbo. Lido, Leda e Nilo. Un tessuto familiare ammantato dalla costante e rassicurante presenza di un amore scoppiettante e tenero, allegro e commovente. Anche se tutto intorno c’è il caos. C’è il disagio, c’è la violenza, c’è l’ingiustizia, c’è insomma la vita vera, non quella dei sogni. E bisogna pur farci i conti.

La quotidianità nel quartiere popolare, uscire, lavorare, stare in casa, andare a prendere il bimbo, o accompagnarlo, interagire con gli altri abitanti del palazzo e del quartiere… Passano così le giornate di questo trio magico, in un intreccio molto ben dosato di elementi narrativi e descrittivi dai quali spuntano con fragrante efficacia i luminosissimi dialoghi che animano la storia, le storie.

Il libro è preceduto da un breve e incisivo Cappello a firma di Valerio Nardoni il quale dice proprio ammodo quello che c’è da dire su questo libro, sulla trama, sulla struttura, sulla lingua… che c’è da dire di più? Fra l’altro, dé, invece che come cappello il suo scritto lo poteva per lo meno mettere come pantofola (“se si capisce il senso”). Vabbè, tant’è. Comunque quel che andava detto lo dice proprio bene.

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Giacomo Guantini legge alcuni suoi testi alla performance livornese del dicembre 2018

Ma andiamo alla lettura del libro. Se proprio volesse, un purista puritano potrebbe leggere in questo romanzo anche una sorta di apologia della violenza e della dilinguenza (in entrambe le attività si adoperano occasionalmente e pseudo-professionalmente i genitori di Nilo). Ma l’impasto di questo libro (che Nardoni giustamente definisce surreale) contiene anche notevoli dosi di iperrealismo. Per paradossale che possa sembrare, quel che è si confonde con quel che dovrebbe essere, con quel che non è, con il detestabile, con l’accettabile… un grande frullato di situazioni in cui tutto viene rimesso in discussione, sì, anche la violenza e la dilinguenza che non sono certo esclusivo appannaggio degli abitanti dei quartieri popolari e degradati, anzi… La dimensione sociale, come già si era visto in altri libri di questo autore, è sempre presente. Lontana dagli stereotipi ma necessaria, l’attenzione ai disagi e alle diseguaglianze sociali, ai soprusi, agli sfruttamenti c’è sempre, quasi un tessuto nel quale si intrecciano le vicende dei personaggi.

A volte, la situazione da surreale sfugge nell’astrattismo puro.

Ci sono altri aspetti notevoli sui quali ci mette in avviso il Nardoni. Uno, davvero – come preannunciato – affascinantissimo, tanto da rimanere nella memoria come uno degli spunti creativi più potenti del libro, lo troviamo nelle storie che Lido racconta al bimbo quando lo mette a letto. Sono favole favolose, anche queste grondanti di surrealismo e iperrealismo, ma soprattutto sono sapientissimamente intercalate con i commenti di Nilo e i contro-commenti del babbo, che vanno a fondersi alla narrazione della storia. Hanno dei titoli, queste storie serali, anch’essi affascinanti e accattivanti: Sergio Vedrai, La vera storia di come si è stinto il dinosauro, L’immaginario collettino, Asl, Il pianeta dei Buzzoni… Abène, si vorrebbe che non finissero mai, queste storie di messalletto…

Poi c’è il linguaggio: una scrittura articolata, ma piana e diretta al tempo stesso (… il giorno agguanta le pareti). Colta e popolare, vernacola e non, riesce nel delicato e difficile compito di esigere l’attenzione del lettore. Perché ogni costruzione, ogni attributo, ogni inflessione e ogni allusione richiedono che ci si fermi un pochettino a guardare, leggere, forse rileggere, e compiacersi di quelle profondità sulle quali ci si può affacciare sfiorando con le dita quella superficie velata di polvere, o di polline, o di chissaccosa.

È un uomo semilibero e sovraesposto, istintivamente non velleitario, con un figlio indaco e più scritte addosso di quante qualcuno dei suoi amici ne abbia mai lette in un libro e una moglie circo cinema ruota panoramica montagne russe (…).

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Un’altra immagine dalla performance del 2018.

Poi, a un certo punto, in queste dinamiche familiari, di quartiere, del ristretto circolo di amicizie e di rapporti lavorativi arriva lo stravolgimento  di una novità inattesa. Arriva il Covid. Ma non sotto forma di virus, di pandemia e compagnia bella, ci mancherebbe. Il delirio portato nella vita di tutti dalle dolorose novità planetarie viene tradotto e reinterpretato dal Guantini in un modo assolutamente singolare (che qui sarà taciuto per non rovinare la sorpresa). Se, come e quando uscire dalla propria abitazione, le precauzioni da prendere, le notizie sui morti, le nuove dinamiche causate dallo stare sempre o quasi a casa… tutto questo è reinventato con scalpitante fantasia, un’altra sorpresa nella sorpresa.

Non è per nulla facile ma, se si considera che il mondo a forza di girarsi ha perso le coperte, tutto sommato se la cavano abbastanza. D’altronde era inevitabile.

Chi sovrintende alla realtà ha delle mire arcane ed è su quelle che ci valuta. Fin dove possa spingersi non si sa immaginare o non si vuole.

Così, di punto in bianco, è partita la mattanza.

Però si continua, nonostante tutto, nonostante le novità che cambiano la vita. Tanto ci si è abituati, ad adattarsi. La resilienza non l’hanno mica inventata ieri, non è mica solo roba da giornaliradi o da libri dotti. E anche in questo periodaccio si trova ancora lo spazio per qualcosa di allegro, di solidale, insomma qualcosa che nonostante tutto dia ancora la forza di andare avanti. E, alla fine della storia, una storia. Stavolta Lido non la racconta a Nilo, ma a Leda. E la storia, manco a farlo apposta, si chiama proprio così: In brutta.

Ci voleva, un bel libro. Ci voleva, il ritorno del Guantini. Intanto godiamoci questo. Ma già si comincia a chiedersi quando arriverà il prossimo, e di che cosa parlerà, e di come ne parlerà…

Per la cronaca 1: In passato si era ragionato su queste pagine di altri due libri di Giacomo Guantini:  Aldo – una vita davvero nel 2009 e poi  Prima del blu nel 2002.

Per la cronaca 2: Le illustrazioni che arricchiscono ulteriormente il libro sono di Paolo Migone, chissà se cià sempre il contender…

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Giacomo Guantini con Beppe Scardino alla performance del 2018

Pubblicato da: miclischi | 1 marzo 2021

I Racconti di Cesare Pavese: la tragedia è sempre presente

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L’edizione attualmente disponibile da Einaudi.

Era dai tempi dei Dialoghi con Leucò (se ne ragionò tempo addietro su queste pagine a proposito del mito di Arianna) che non ci si riavvicinava a Cesare Pavese, quindi fu accolta con piacere la sorpresa di trovare, su una bancarella del mercatino sul lungomare di Marina di Pisa, l’edizione in due volumetti dei Racconti  pubblicati da Einaudi nel 1968. Due libriccini snelli, quasi tascabili, con la copertina grigina e qualche peculiarità. Prima di tutto, niente, ma proprio niente in quarta di copertina, né nei risvolti. Che so, due parole sulle date di composizione di questi racconti, se erano stati pubblicati da qualche parte… Niente. Poi la curiosità della numerazione delle pagine che continua nel secondo volume senza ripartire dall’inizio (in totale: circa 500 pagine).

Insomma, secondo il noto (incauto) principio del perché no?, i due volumi furono accattati per i soliti du’ bicci. Ma, come spesso succede, rimasero a lungo in attesa, fino a quando – per cause imprecisate – venne voglia di leggerli.

Storie di campagna e di città, di giovinezza mai spensierata ma al contrario molto tormentata. Amicizie, amori, signorine delle “case”, viaggi, girate in barca sul Po, infanzia, adolescenza, età matura,  musica e musicisti… insomma un cocktailone in cui a fare da protagonista c’è sempre lei, l’angoscia del vivere. Un pessimismo imperante che il Leopardi a confronto pare quasi una giacchettata.

Ma è mai bastato uno spettacolo di angoscia altrui, per aprir gli occhi a un uomo? O non occorrono invece sudori d’agonia e la pena vivace, che si leva con noi, ci accompagna spietata, sempre fresca e vergognosa? (da Viaggio di nozze).

Ma la lettura è piacevole, e come! Pavese illustra con particolareggiatissima puntigliosità tutto quel che racconta: che siano luoghi, persone, stati d’animo. E’ come se ci tenesse proprio a chiarire bene ciò di cui sta parlando. E non c’è dubbio che riesca benissimo nell’intento.

Pavese racconti 2

I due volumetti recuperati dal mercatino di Marina di Pisa (edizione 1968)

C’è un racconto, fra i tanti, nel quale prevale forse l’ironia sull’angoscia, l’umorismo nell’alludere alle dinamiche di coppia  sulla tristezza di tante situazioni coniugali. Si tratta di un singolarissimo dialogo teatrale fra Adamo ed Eva nel paradiso terrestre che si sviluppa in tre scene (a un certo punto compare anche un altro personaggio: l’angelo del Signore). Si tratta di Si parva licet. A dire il vero il titolo del racconto è proprio virgolettato, visto che trattasi proprio di una citazione parziale dalle Georgiche di Virgilio (la citazione completa sarebbe stata Si parva licet componere magnis). Nelle chiacchiere surrealiste fra gli unici due esseri umani (che tuttavia si punzecchiano con questioni di gelosia) vengono riproposte le goffaggini delle situazioni incongruenti e avvilenti che tanto spesso vengono a crearsi nelle coppie. Ma il surrealismo prevale, e questo alla fine risulterà uno dei racconti più godibili, non solo per la qualità della scrittura, ma perché riesce a fare anche un po’ sorridere.

Ci sono poi i (pochi) casi dei racconti narrati in prima persona da voce di donna, con un’atmosfera del tutto particolare; poi quelli che sono soltanto abbozzi incompleti… (Casa al mare coniuga entrambi gli elementi). Oppure l’ultimo racconto della raccolta, quello fatto a capitoletti alterni, narrati uno da lui, uno da lei. Visioni diverse con approcci diversi – al maschile e al femminile –  della stessa situazione vissuta insieme.

Alla fine del secondo volumetto, ecco la vera sorpresa: non annunciate (l’indice è alla fine e non all’inizio), ecco le Note al testo. Finalmente si scopre qualcosa in più su questi racconti angosciosi e pure di appassionante lettura. Prima di tutto le date di composizione (i racconti si susseguono in scrupoloso ordine cronologico, dai primi della serie di Masino del 1931 fino all’ultimo del 1946). Poi delle informazioni sui racconti, sulle modalità di stesura dei manoscritti o dei dattiloscritti; poi alcuni dettagli sui temi che, dopo essere stati accennati in alcuni di questi racconti, sarebbero poi stati sviluppati in alcuni dei romanzi pavesiani. Infine l’informazione cruciale sull’ultimo racconto della raccolta, Fuoco grande, scritto effettivamente a quattro mani con Bianca Grufi.

Insomma, alla fine, una lettura di grande soddisfazione, anche se, complessivamente, lascia con la sgradevole sensazione di aver navigato fra le pagine di un autore strangolato da una permanente e irrimediabile angoscia.

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L’edizione italiana è stata pubblicata da Olschki nel 2020.

Ci sono pochi dubbi: gli alberi di Ginkgo biloba si distinguono facilmente da tutti gli altri, per lo meno quando hanno le foglie. Quella caratteristica forma a ventaglio delle sue foglie, quel colore giallo-dorato quasi abbagliante nell’autunno… insomma una pianta non come le altre.

La si è sentita definire sovente come “fossile vivente”, questa specie, visto che era già presente sul nostro pianeta circa duecentocinquanta milioni di anni fa, e la si vede sempre più spesso nei giardini pubblici e privati delle nostre città.

Per chi si è lasciato affascinare da questa specie fin dall’infanzia, per chi si incuriosisce per questi tappeti di ventagli dorati che coprono il terreno d’autunno nei giardini in cui si trova, per chi insomma avesse voglia di saperne di più, ecco pubblicato anche in italiano un libro che dice proprio tutto quel che c’è da sapere su quest’albero, sotto tantissimi punti di vista. Si tratta di Ginkgo – L’albero dimenticato dal tempo del paleobotanico britannico Peter Crane, pubblicato in Italia da Leo S. Olschki nella traduzione di Gianni Bedini e con presentazione di Fabio Garbari.

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In piazza della Stazione a Pisa.

Un libro di poco più di duecento pagine, ricchissimamente illustrato e suddiviso in trentacinque capitoli dai titoli essenziali, quasi sempre di una sola parola. Per esempio: Tempo, Identità, Crescita, Riconoscimento, Viaggi, Strade…

Sono forse volutamente enigmatici, questi titoli dei capitoli; infatti, leggendo il libro, ci si accorge che, anche in quelli apparentemente più espliciti, si trovano in verità molteplici ed articolati contenuti. E non  è per niente detto che si riesca a trovare quel che si cerca ispirandosi al titolo di questo o quel capitolo. Infatti, anche se l’autore prende lo spunto da un argomento specifico, pare quasi che non possa fare a meno di divagare, di agganciarsi ad altri argomenti, spunti, episodi, personaggi… tutti legati a questa pianta speciale.

Come a dire: non esiste un modo lineare e semplice di raccontare quest’albero: bisogna addentrarsi negli infiniti meandri delle sue vicende (paleo)botaniche, tassonomiche, fisiologiche, storiche, sociali, gastronomiche, spirituali, farmaceutiche, e via dicendo. Passando dalla geologia, dall’urbanistica, dall’archeologia subacquea, dalle collezioni di fossili e dai giardini botanici di tutto il modo e, come si suol dire, chi più ne ha più ne metta.

Uno dei perni della storia narrata da Crane, è la complicata storia dei rapporti fra Oriente e Occidente. Questo albero è originario della Cina, ma si diffuse in Giappone già nell’antichità anche in ragione della venerazione di cui fece oggetto nell’ambito di vari culti, tanto che oggi fra gli individui monumentali più rilevanti in Oriente ci sono quelli che furono piantati in prossimità dei templi, e che persistono anche laddove gli edifici sacri non ci sono più. Quindi, forse, non c’è da stupirsi più di tanto se il capitolo 6 (Statura) inizia con un accenno alle vicende di Cho-Cho-San e Pinkerton, insomma la Madama Buttlerfly di Puccini… E fra le storie più affascinanti e appassionanti ci sono quelle degli scienziati e botanici occidentali (fra cui Philipp Franz von Siebold) che si affacciarono su quei mondi lontani, si dedicarono allo studio di questo albero curioso e lo portarono in Europa.

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Un tappeto inconfondibile

Così come appassionante e straordinariamente coinvolgente è il capitolo 24 (Viaggi) nel quale si racconta con tantissimi particolari la storia del ritrovamento, nel 1975, del relitto della nave di Shinan, naufragata nel XIV secolo al largo delle coste koreane;  e del successivo allestimento di un museo ad hoc. Perché raccontare questa storia? Perché fra gli oltre ventimila oggetti rinvenuti sul relitto c’è anche un seme di ginkgo. Una testimonianza antica di come questa specie fosse oggetto di interesse e di trasferimento da un luogo all’altro già in quei tempi lontani.

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Inconfondibile anche per terra, sul marciapiede.

Ma se si vuole parlare di tempi lontani, bisogna usare un’altra scala temporale. Nell’universo dei fossili, della paleobotanica, insomma dello studio degli organismi che vissero sul nostro pianeta in remote ere geologiche, bisogna essere dotati di grandi capacità di astrazione e di immaginazione. Lo afferma l’autore stesso, proprio nell’ultimo capitolo del libro: Centinaia, migliaia, milioni, decine di milioni, centinaia di milioni di anni: non possiamo comprendere facilmente questi intervalli temporali, che sono comunque pertinenti, in misura rilevante, allo sviluppo di una riflessione su noi stessi e sul nostro vero posto nel mondo. Infatti, proprio alla fine del libro, Crane parla del primo “Summit della Terra” (a Rio de Janeiro nel 1992) e dei primi passi verso la consapevolezza globale delle emergenze ambientali. Da cui presero poi spunto le varie misure condivise di tutela per le specie a rischio di estinzione, l’approfondimento del concetto di biodiversità, eccetera. Ecco, Crane non  manca di porre l’accento sul come questa antica specie, Ginkgo biloba, presente sul nostro pianeta ben prima che vi comparisse la nostra specie, possa – debba – servire da stimolo a meglio riflettere sul nostro ruolo, sui delicati equilibri ambientali, sull’importanza di fare scelte corrette e ben ponderate.

Insomma un libro articolato che rileva soprattutto la grande variegatezza degli interessi dell’autore, che non si limitano di certo alla botanica e alla paleobotanica. Un modo come un altro per illustrare sapientemente come si può sempre andare alla ricerca di quel che c’è dietro esplorando le competenze di altri specialisti (la bibliografia alla fine del volume è sterminata), senza stancarsi mai di indagare. Sempre alla ricerca di quella canoscenza di dantiana memoria, di cui Crane appare un convintissimo seguace. Un libro che appassiona tutti quelli che si lasciano affascinare da questo albero speciale, una lettura coinvolgente – se pur a tratti complessa – anche per chi non ha competenze scientifiche, ma è incuriosito da questa pianta straordinaria.

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La suggestione e il fascino delle foglie di ginkgo anche nei tatuaggi.

Per la cronaca 1: L’edizione originale fu pubblicata dalla Yale University Press nel 2013 con il titolo Ginkgo: The Tree That Time Forgot.

Per la cronaca 2: L’edizione italiana opta decisamente per Ginkgo (al maschile) come nome comune di questa specie. Pare concordare anche il Vocabolario Treccani in quanto al genere, anche se lo spelling proposto è semplicemente ginco. C’è chi opta per il genere femminile (niente a che vedere con il fatto che questa specie sia dioica) forse per la desinenza in “a” del nome specifico. Si sente quindi dire la gincobiloba, con le due varianti dell’accento sulla  penultima o sulla terzultima sillaba. Per quanto riguarda le possibili omonimie o evocazioni della coniugazione al maschile, vedasi la figura qui sotto…

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Ginkgo al maschile? Viene in mente soprattutto l’Ispettore Ginko!

Per la cronaca 3: Si diceva dell’uso di questo albero in ambiente urbano. L’autore presenta una ricca panoramica su molte città del mondo nel capitolo 30 (Strade). Per esempio: Il 10% delle foreste urbane di Manhattan è rappresentato da ginkgo, che è il terzo albero più comune delle alberature stradali.

Per la cronaca 4: La traduzione italiana è di Gianni Bedini, già direttore dell’Orto Botanico di Pisa, dove si trova un esemplare di Ginkgo biloba piantato nel 1787 dall’allora direttore Giorgio Santi. La traduzione è fluida e convincente, e si accettano tutto sommato anche quei pochi anglismi che si affacciano qua e là.  Ma c’è un toscanismo a sorpresa, o forse pisanismo, graditissimo, nel capitolo 9 (Produzione di semi), quando si fa accenno al forte e sgradevole odore dei semi. Un biochimico lo descriverebbe come ricco di acido butirrico. Altri ne riconoscerebbero la forte somiglianza con l’inconfondibile lezzo di vomito umanoGianni Bedini presenta il libro in questo breve video girato proprio davanti alla vecchia pianta di Ginkgo biloba nell’Orto Botanico pisano.

L'anomalie

Uscito nell’agosto del 2020, proprio come Summer di ali Smith.

Nell’agosto del 2020 sono usciti (fra molti altri) due libri destinati a lasciare il segno. Dell’Estate smithiana, ultimo atto della saga stagionale dell’autrice scozzese, si era parlato a suo tempo qui.  L’altro libro, pubblicato nello stesso mese in Francia, si è poi aggiudicato il prestigioso Premio Goncourt 2020. Si tratta di L’anomalie, di Hervé Le Tellier.

Due libri pubblicati nel bel mezzo della pandemia da Coronavirus. Se però Ali Smith fa della diffusione del virus un elemento portante della sua narrazione, Le Tellier vi fa formalmente solo un accenno, quasi en passant, o meglio lo fa fare al Presidente Macron durante un discorso alla Nazione del giugno 2021 (anche se l’anomalia del titolo e delle tante situazioni narrate nel libro non può non richiamare vividissimamente le tante anomalie che il virus ci impone).

Già, perché questo romanzo anomalo, che per certi versi potrebbe essere considerato di fantascienza (anche se l’autore nega decisamente questo approccio), pone il futuro non in chissà quale millennio e in chissà quale galassia, bensì nell’anno successivo alla sua pubblicazione, appunto nel 2021, in vari luoghi del nostro pianeta. Uno dei moltissimi paradossi che costellano questo libro fantastico (in molti sensi), molti dei quali hanno proprio a che fare con il concetto stesso di tempo.

Un caleidoscopio di personaggi, situazioni, tempi e luoghi, in questo appassionante romanzo davvero anomalo. E questa anomalia la si riscontra già dall’inizio, o meglio prima dell’inizio, giacché viene riportata in epigrafe una citazione dal romanzo – appunto – L’anomalia, il cui autore  (Victor Miesel) lo ritroviamo poi ben presto fra i personaggi del libro.  E’ l’autore di questa Anomalia nell’Anomalia il quale, alla fine del libro, ci informa di aver scritto un altro libro (mannaggia, il titolo Anomalia era già stato utilizzato, se no sarebbe stato proprio adatto) per raccontare proprio le vicende che abbiamo appena letto, vicende che coinvolgono tante ma tante persone, tra le quali l’autore (ma chi, l’autore-autore o l’autore-personaggio?) ha identificato undici personaggi principali (che guarda caso sono proprio i personaggi principali del libro che stiamo finendo di leggere).

Paradossi? Certo. Ma paradossi logico-speculativi oppure paradossi fisico-matematici nei quali entrano con un grande ruolo i parametri che regolano tutto ciò che conosciamo? L’uno e l’altro, tanto che la sovrapposizione di ciò che consideriamo reale e ciò che definiamo facilonamente virtuale ammanta tutta la narrazione.

L'anomalia

L’edizione italiana uscirà nel febbraio 2021 (La Nave di Teseo, traduzione di Anna D’Elia).

E’ affascinante, coinvolgente, appassionante, addentrarsi nelle vicende di questi personaggi che appaiono uno a uno nei primi capitoletti del libro. Poi, dopo un po’, come diceva Snoopy, l’intreccio si infittisce. E viene da dire: toh, ma questa persona non la si era già incontrata? E quindi bisogna andare a risfogliare il libro nei capitoli precedenti. E così ancora e ancora, specialmente con la trovata principale del romanzo (che qui non sarà svelata per non rovinare la sorpresa) che gioca proprio sulle diverse sfaccettature che lo stesso personaggio – la stessa persona – può manifestare, a seconda delle situazioni – o delle anomalie – nelle quali si è trovato coinvolto.

E ancora: ma il nostro modo di agire, le nostre scelte, le nostre attitudini, sono qualcosa che è totalmente governato dal fato, oppure possiamo in qualche modo prendere il timone delle nostre esistenze? E che che cos’è che ci può fornire gli strumenti per acquisire una qualche forma di governo di noi stessi? Forse è la conoscenza, o la consapevolezza, il sapere… Ma si è proprio certi che quel che percepiamo, che presumiamo di capire, sia davvero la realtà?

Insomma un grande libro che nel suo aggrovigliarsi in caleidoscopici meandri ci pone innumerevoli quesiti, e ci fa provare un intensissimo piacere di lettura con la sua qualità di scrittura. Prevalgono forse i temi tragici, tristi, angosciosi, che pure risultano sempre godibili perché non scivolano mai nella pesantezza. E poi ci sono, qua e là, dei lampi di leggerezza, di umorismo, specie nell’ironizzare sui teatrini della politica e dei vari servizi di intelligence che si trovano coinvolti nella gestione della “anomalia” raccontata dal libro. Per non parlare della facile ironia sui modi dell’ormai ex-presidente statunitense.

C’è un altro elemento che fa ripensare alle stagioni smithiane come a dei libri che in qualche modo hanno qualcosa in comune con questo di Le Tellier: entrambi gli autori – oltre a evidenziare le tante anomalie che ci circondano – ricorrono spesso a citazioni di autori del passato: narratori, poeti, filosofi, scienziati… Fra i tanti autori citati da Le Tellier, per esempio, Alfred Jarry con il suo Ubu, oppure Italo Calvino e il suo Se una notte d’inverno….

Insomma un libro, questo premiato nel 2020, che fa riassaporare dopo un po’ di tempo il piacere di leggere un Goncourt veramente grandioso. Per come è scritto, per quello che racconta, per i dubbi che insinua nel lettore, per l’urgenza che impone, di andare a rileggere qualche passaggio dei capitoli precedenti… Insomma una sorta di atlante dell’umanità, nel bene e nel male, con le sue benevole e malevole anomalie. Senza mezzi termini: un capolavoro.

Per la cronaca: E’ difficile raccontare un libro senza raccontarlo, senza rivelare le numerose sorprese che attendono il lettore. Anche nelle varie interviste rilasciate dall’autore spesso c’è questo elemento di disturbo (per lo più da parte degli intervistatori) che guastano la festa. Un’eccezione: in questo video l’autore presenta il proprio libro fornendo un sacco di elementi, stimoli, dettagli (la durata è di una decina di minuti) senza rivelare troppo. E’ proprio da vedere.

Raspsodia mediterranea

Uscito nel 2019

Un altro libro con storie di navigazione, di vela, di burrasche, di approdi in luoghi meravigliosi e suggestivi? Sì, forse. Ma solo in minima parte. Questo libro di Simone Perotti, dal titolo paramusicale Rapsodia mediterranea, parla poco di navigazione (almeno nel senso cui ci hanno abituato tanti resoconti “storici” di navigatori letti sulle pagine delle vecchie edizioni Mursia), ma parla moltissimo di altro.

La pregevole Nuova Enciclopedia della Musica Garzanti del 1983 riporta la seguente definizione per la parola RapsodiaComposizione poetica e musicale, recitata nell’antica Grecia da cantastorie girovaghi e consistente in un libero amalgama di parti di canti o di poemi eroici diversi, specie omerici. (La nuova edizione della Garzantina eccola qui).

Titolo appropriatissimo, quindi, quello di Perotti, che racconta il suo girovagare per il Mediterraneo – con un occhio di riguardo per la Grecia e i suoi arcipelaghi – con frequentissimi rimandi alla mitologia classica. Ma anche quel “libero amalgama” lo si ritrova fra le pagine di Perotti, giacché il libro appare come un grande mescolone di luoghi, contesti, persone, fatti, epoche, emozioni, ricordi, auspici… Una specie di onesta (e quindi in parte spaesata) esposizione del sentire dell’autore, del come la navigazione nelle acque mediterranee (cui egli annette d’ufficio anche il Mar Nero) siano per lui un continuo stimolo a porsi domande, a cercare risposte, ad assorbire tutte le suggestioni che gli propone la sua quotidianità di navigatore.

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Fra gli innumerevoli luoghi raccontati nel libro, un pensiero particolare è dedicato all’isola di Elafonisos (qui fotografata durante la crociera del Gioy nel 1981).

Andare in barca per divertimento? Manovrare, sbolinare, strambare, drizzare e calare le vele, ancorare, ormeggiare, fare lunghi bordi di notte o gioiosi bagni in una caletta solitaria. Tutte cose belle e divertenti, specie se vissute in buona compagnia. Ma per Perotti questo non è abbastanza. E’ come se per lui ogni incontro, ogni porto, ogni esperienza velica e umana implicassero un altissimo livello di consapevolezza. Ecco, forse è proprio questo il tema conduttore del libro: un invito a rapportarsi con la vela, con la navigazione, con la scoperta di coste, isole, approdi non solo per “godersela” superficialmente, ma anche per andare alla ricerca degli effetti che tali stimoli possono avere sull’intimo sentire di chi li vive. E’ per questo che Perotti, in vista di una navigazione verso il porto X o l’isoletta Y, non si accontenta di studiare le carte nautiche e i portolani. Vuole, deve, saperne di più. Sulla storia di quei luoghi, sui miti che li hanno ammantati nell’antichità, sugli dei e gli eroi che li hanno visitati, sulle vicende di chi li ha abitati, sui conflitti che hanno visto svolgersi sul loro territorio, sui giochi geopolitici di cui sono stati e continuano ad essere oggetto…

Simone Perotti

Simone Perotti in quarta di copertina del suo Rapsodia mediterranea

Dopo varie vicende di vita – veliche e non solo, Perotti decide di dar vita a un progetto organico e collettivo di esplorazione del Mediterraneo in tutti i suoi aspetti. Nasce così il Progetto Mediterranea. Un duealberi che va a esplorare tutti gli angoli del Mediterraneo con equipaggi che si alternano, con eventi culturali organizzati in alcuni dei porti di attracco, e con quattro obiettivi principali esplicitamente dichiarati: nautico, culturale, scientifico, sociale. E questa Rapsodia è una sorta di racconto degli anni di quella esperienza.

Multiforme, poliedrica, come si è detto, questa storia. Con cambiamenti di approccio e di stile. Da un inizio più formale e incentrato sulla necessità di incrementare la consapevolezza della mediterraneità, agli sconvolgimenti mediorientali, all’impossibilità di approdare in Egitto e in Libia, ai pensamenti e ripensamenti di alcuni dei promotori iniziali dell’iniziativa, all’anelito sognatore di vedere costituita un domani una Unione Mediterranea… Ci sono anche sbalzi di minuzia nella descrizione dei luoghi visitati, con l’ultima parte (quella in cui la barca si spinge fino a Lisbona per poi tornare verso Genova toccando il Marocco e la Tunisia) decisamente più frettolosa, forse ormai in vista della fine. Sul racconto dell’esperienza mediterranea prende progressivamente il sopravvento anche l’approccio personale dell’autore nei confronti delle situazioni geo-politiche, sulle posizioni dei leader tizio o caio, con sfoghi a tratti un po’ sguaiati su questo o quel contesto, questo o quel personaggio… Insomma, un modo come un altro per far capire al lettore che questa lunga esperienza non è stata tutta rose e fiori.

E’ un racconto nautico sui generis, questo di Perotti. Assomiglia di più a un racconto di vita. All’esposizione di un credo, di un’attitudine mentale, di un’esigenza personale che si tramuta in stile di vita, fatta di bisogni ed esigenze che spesso differiscono da quelli dei più, ai quali bisogna contrapporsi, i quali vanno convinti a cambiare qualcosa nelle proprie abitudini. Ma non per un approccio snob alla vita: proprio il contrario. Perché un viaggio verso la consapevolezza fa capire meglio quali siano le vere necessità, e quali i finti bisogni indotti dalle logiche del mercato, del consumismo, del menefreghismo opportunista. 

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Sì, c’è anche Hieronymus Bosch.

Cita Pier Paolo Pasolini, naturalmente, l’autore. E cita innumerevoli altri autori, storici, poeti, romanzieri, filosofi…

C’è una miniera di fonti di ispirazione lungo tutto il racconto. Fonti ad alcune delle quali viene anche tributato un umile omaggio alla fine del libro, nella apposita sezione dal titolo Come una bibliografia.

Ci sono, ci mancherebbe, Fernand Braudel e Predrag Matvejević  (ai quali dichiaratamente si ispirò anche Jean-Claude Izzo, anch’esso qui più volte citato). E tanti altri riferimenti datati o contemporanei, che vien voglia di andarli proprio ad esplorare.

Sorprende un po’, tuttavia, che non venga fatto nessun riferimento, neanche nelle sezioni in cui si parla di migrazioni, ad Alessandro Leogrande e alla sua Frontiera.

Per la cronaca 1: Volendo conferire a questa Rapsodia anche una connotazione enciclopedica, tali e tanti sono le citazioni, i riferimenti a luoghi, persone, autori, eccetera, che alla fine si sente un po’ la mancanza di un indice analitico…

Per la cronaca 2: Fra gli innumerevoli rimandi ad opere del passato contenuti in questo ricchissimo libro di Simone Perotti si trova anche quello a La nave dei folli di Sebastian Brant (e al dipinto dallo stesso titolo di Hieronymus Bosch). Quindi, secondo il noto principio del caleidoscopio e della lettura che rimanda ad altre letture, o visioni, magari anche ascolti, venne voglia di andarsi a risentire La nave dei folli di Ivan Della Mea.

Pubblicato da: miclischi | 3 gennaio 2021

Certo Doppel: una box-camera medio-doppio-formato

Prodotta negli anni ’30 del ‘900.

Una macchina fotografica che utilizza pellicola per medio formato (120) e che può scattare anche in diverse configurazioni di dimensione del fotogramma? Sì, se ne erano già viste.

Come per esempio la Agfa Isolette capace di scattare sia in formato 6×6 che in 4,5×6; ma bisogna decidere il formato prima di caricare la pellicola.

Oppure la Mamiya 67 RB, con la quale si scatta normalmente nel formato 6×7, ma con cui si possono realizzare anche fotogrammi in formato 4,5×6 (qui si tratta più semplicemente di sostituire il dorso porta-pellicola).

Certamente Certo!

La soluzione rivoluzionaria proposta dalla Certo Camera Werk di Dresda (negli anni ’30 del ‘900!) fu una box-camera nella quale si può passare dal formato 6×9 a quello 4,5×6 dopo aver caricato la pellicola.

Detto in altre parole, si possono realizzare scatti a “pieno formato” o a “mezzo formato” sulla stessa pellicola. All’interno della scatoletta, infatti, c’è una mascherina metallica azionabile con una semplice manopola sul lato esterno della macchina. A seconda di come si posiziona la mascherina, si riduce il formato dell’area della pellicola che viene impressionata dalla luce. Semplice, no?

Alla denominazione della Certo Box viene solitamente applicato l’appetivo doppel (doppio), proprio a significare questa sua particolarissima caratteristica.

Le due posizioni della mascherina e i conseguenti die formati: pieno e mezzo.

Tuttavia, l’indicazione “doppel” non è presente su tutti i modelli nel frontale, come per esempio quello utilizzato per queste prove (dove si trova, però, sul cinghiolo).

Per l’utilizzo del doppio formato bisogna tenere in considerazione tre fatti:

La rotella per settare il formato.

1) il posizionamento della mascherina per la riduzione del formato: se la mascherina è abbassata il formato è 6×9, se è addossata verso il piano pellicola allora si impressiona solo un fotogramma 4,5×6. Per cambiare posizione alla mascherina c’è una rotella sul lato destro della macchina.

In teoria ci sarebbero degli indicatori in una finestrina sulla rotella stessa; ma a causa della vetustà il posizionamento di tali indicatori non è certo (!), quindi è bene magari mettere due etichettine sui due lati della rotella per indicare il formato corretto.

2) l’avanzamento della pellicola: a meno che non si vogliano realizzare doppie esposizioni, prima di scattare bisogna trascinare la pellicola. Sul dorso ci sono tre finestrine rosse: quella centrale (più grande) si userebbe per il 6×9, quella in alto e quella in basso (più piccole) per il mezzo formato. Se si sceglie di scattare in 4,5×6, si porta il numerino sulla finestrina in basso, poi dopo lo scatto di trascina lo stesso numerino fino alla finestra in alto, e così via. Per il formato intero, invece, si utilizza solo la finestrina centrale. Fu usato il condizionale perché la disamina lunga, dettagliata e accuratissima fatta da Mike Eckman a proposito di questa macchina (qui) suggerisce di utilizzare effettivamente sempre le finestrine piccole, facendo avanzare due volte lo stesso numero per il mezzo formato, e portando numeri consecutivi sulla stessa finestrina per il formato intero. Il terzo rullo di prova fu scattato seguendo queste indicazioni con grande soddisfazione, senza sovrapposizioni e con spreco minimo di pellicola. Questo tipo di confondimenti e sovrapposizioni, invece, si verificò scattando il secondo rullo di prova senza troppe precauzioni:

Sovrapposizioni maldestre

3) il mirino. A dire il vero di mirini ce ne sono due, a seconda che si scelga di scattare una foto orizzontale (landscape) o verticale (portrait). Ebbene, la ganzata è che su ognuno dei due mirini ci sono delle righe incise sulla lente che delimitano il campo inquadrato se si usa il mezzo formato. Come si potrà facilmente intuire, se la macchina si trova in posizione orizzontale per scattare in formato pieno, l’inquadratura sarà verticale per il mezzo-formato, e viceversa.

Il selettore di distanza dal soggetto.

Ci siamo soffermati sulle tematiche relative all’utilizzo del doppio formato perché questa è forse la caratteristica principale di questa macchina-scatoletta. Le altre caratteristiche sono presto dette: tre modalità di otturazione: M (circa 1/30); B e T. Tre diaframmi selezionabili: 11, 16 e 22. Due possibilità di scelta per la messa a fuoco: da 2 a 5 metri e da 5 metri all’infinito.

L’obiettivo della box-camera qui presentata è un Ceronar 105 mm (il succitato Mike Eckmann specifica che questa era la lente “meno cara”, mentre la serie di più alta gamma montava un obiettivo Certomat).

Mosso con flashate di luce

Due problemucci relativi allo scatto: otturatore e pulsante. Prima di tutto bisogna fare attenzione al selezionatore dell’otturatore. Può succedere che maneggiando la macchina la levetta si sposti inavvertitamente dalla posizione M alla posizione B (in questo modo se ne andarono tutti gli scatti del primo rullo di prova, irrimediabilmente mossi oltre che sovraesposti). Quindi è bene ricontrollare spesso la posizione della levetta.

Malauguratamente, come succede spesso con le macchine fotografiche vecchiotte (dopo tutto questa ha quasi novant’anni…), l’otturatore, se pur la levetta è posizionata come si deve, non è che scatti sempre alla velocità nominale di 1/30. Né lo scatto e il “rientro” dell’otturatore in posizione di riposo è detto che si verifichino senza incidenti, tipo prolungamento dei tempi, flashate impreviste dopo lo scatto, etc. Alla fine delle prove, le foto in cui l’otturatore non ha dato problemi sono risultate essere proprio pochissime.

Tre fra i pochi scatti decenti ottenuti durante le prove

Poi c’è il pulsante di scatto, abbastanza duro. Visto il tempo di otturazione abbastanza lungo, bisogna fare attenzione che nello sforzo di premere il pulsante non si scuota tutta la macchina, con rischio di mosso.

Ma questa box camera antichissima, arrivata in casa dalla famiglia Nardi, andava provata, se non altro per testare questa possibilità di alternare il pieno formato e il mezzo formato.

Le prove furono svolte con pellicola Fomapan 100. Considerando il tempo di otturazione relativamente lungo e le giornate luminosissime alla fine del 2020, fu scelto di esporre la pellicola a 50 ASA (nonostante i diaframmi relativamente strinti). Per lo sviluppo è stato utilizzato l’ultra-versatile R09 (Rodinal) in soluzione 1/100.

In definitiva, la prova risultò alquanto deludente, soprattutto per quanto riguarda l’inaffidabilità dell’otturatore. Ma si sa, le cose non sempre vanno come si vorrebbe. E alla fine ci siamo divertiti. Speriamo in qualcosa di meglio in occasione delle prossime prove!

Al porto di Marina: un altro scatto quasi accettabile.

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