Pubblicato da: miclischi | 3 maggio 2016

La Sinfonietta di Janáček a Roma: che meraviglia!

Valčuha e Janáček: acccoppiata vincente

Valčuha e Janáček: acccoppiata vincente

Vigilia di primomaggio al Parco della Musica. Un bel programma variegato (come è d’uso nelle stagioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia – basti uno sguardo al calendario dei concerti). Quando si arriva all’intervallo il pubblico gioioso ed entusiasta si è già goduto oltre un’ora di musica. Prima il delicato e intenso omaggio di Aleksandr Glazunov a Pushkin (la Cantata per Pushkin mezzo-soprano, tenore, coro e orchestra) – davvero una bella scoperta – e poi il tour de force del terzo concerto di Sergej Rachmaninov (insomma, il Rach 3, come ormai viene confidenzialmente chiamato – c’è scritto proprio così anche sul biglietto…).

Sul podio Juraj Valčuha (direttore dell’Orchestra della RAI). Al pianoforte il giovane Federico Colli.

Questo direttore slovacco, giovane ed esuberante, trova una straordinaria sintonia con tutte le sezioni dell’orchestra, e trasmette a tutti i musicisti – ma soprattutto al pubblico – la grande gioia del far musica. Il Colli, giovane e riccioluto, eppure con una allure da consumato professionista, impeccabile e bravissimo – ancorché non sprizzi simpatia – con la sua interpretazione ha entusiasmato il pubblico che ha preteso ben due bis. Come si conviene dopo la maratona del Rach 3, i bis sono di solito placidi e defatiganti: una trascrizione di Handel e una di Bach.

Grande contentezza in sala. Qualcuno dopo l’intervallo non rientrerà. Dopo tutto l’attrattiva della serata, per molti, era proprio quel concerto straordinario eseguito da quel pianista straordinario. Ma per chi è rimasto, e soprattutto per chi era venuto proprio soprattutto per sentire la seconda parte del programma, è cominciato lo spettacolo vero.

Juraj Valčuha, una direzione entusiasmante

Juraj Valčuha, una direzione entusiasmante

Gli addetti portano via il pianoforte, rimettono in ordine le postazioni dei musicisti, e poi dispongono nel settore del coro, sovrastante l’orchestra, ben quattordici leggii. Quando pian pianino ricomincia l’afflusso dei professori d’orchestra, dietro ai leggii si dispongono altrettanti ottonari. Poi si accordano gli strumenti, torna il direttore, e comincia la magia della Sinfonietta di Leóš Janáček. La quintessenza della fanfara (nell’organico completo si trovano 25 ottoni).

Il primo movimento lo suonano solo gli ottoni e i timpani. Un tripudio di musica entusiasmante. E i violinisti, nell’attesa che tocchi anche a loro, si godono lo spettacolo. Poi, nei movimenti successivi, questa sinfonietta si ingegna a esaltare tutte le sezioni dell’orchestra in atmosfere diversissime e continuamente cangianti. Con gli ottoni sempre pronti a dire la loro, i flauti e gli altri legni che si lanciano in pericolosissime acrobazie, e gli archi che finalmente si esprimono a mestieri, financo con i pizzichi e le morbidissime sordine.

Poi nell’ultimo movimento (toh guarda, sembra di ritrovarci le sorprendenti sovrapposizioni nella chiusa della purceliana Guida di Britten…) ritornano possenti i timpani e gli ottoni dell’inizio. Ma stavolta non da soli, bensì impastati sapientemente nel gran mescolone di tutta l’orchestra.

Fino al finale che, dopo il percussivo fragore ritmato di trombe e tromboni, persistente e fortissimo, si concede, subito prima del silenzio, qualche stupefacente brivido (sono proprio brividi!). Forse la più convincente rappresentazione sinfonica dell’orgasmo.

Che meraviglia!

Leóš Janáček

Leóš Janáček

Per la cronaca 1: anche se il suono elettronico è alquanto fastidioso, ci si può fare un’idea della fanfara iniziale della Sinfonietta, seguendola sullo spartito, qui.

Per la cronaca 2: fra le innumerevoli esecuzioni che si trovano su internet, c’è questa (Proms del 2011) che rende bene anche la spettacolarità e la variegatezza delle voci orchestrali.

Per la cronaca 3: è già uscito il programma di Santa Cecilia 2016-17. Roba da leccarsi i baffi.

Dalla Torre di Galata (2006)

Dalla Torre di Galata (2006)

La stranezza che ho nella testa. Un romanzo lungo e lento. Eppure piacevolissimo. Una specie di saga familiare nel ‘900 cui si sovrappongono la storia sociale, economica e urbanistica della città a cavallo fra Europa e Asia.

Orhan Pamuk usa una tecnica narrativa piana e regolare, scossa – solo un poco – di tanto in tanto da bruschi salti spazio-temporali oppure dal bell’espediente di passare la penna dal narratore ai vari personaggi. Ognuno ha l”opportunità di dire la sua, di presentare la propria versione dei fatti, di raccontare le proprie sensazioni, la propria visione della realtà.

Da una parte: l'Asia. Dall'altra: l'Europa.

Da una parte: l’Asia. Dall’altra: l’Europa.

Si immaginano un po’ tristi e grigi, vestiti di grigio o di beige, questi personaggi che si aggirano per le strade tristi e grigie di Istanbul. E pure tale è tanta la loro vivacità interiore – soprattutto quella dell’irriducibile Mevlut – e l’affetto con cui accompagnano il lettore nei loro incessabili pellegrinaggi, che ci si sente come abbracciati durante la lettura, e pagina dopo pagina si entra davvero a far parte di questo variegato e ruvido nucleo familiare allargato.

Eppure respirò quell’odore unico, che non aveva trovato in nessun altro posto: era l’odore di suo padre, del suo stesso corpo, dei loro aliti, della polvere, del fuoco, delle minestre che da vent’anni venivano cucinate lì, della biancheria sporca, delle vecchie cose, era l’odore della loro vita.

Uscito da Einaudi nel 2015

Uscito da Einaudi nel 2015

C’è anche la storia dell’immigrazione dall’Anatolia alla metropoli del Bosforo, con una progressiva sovrapposizione dell’inurbazione dei contadini dei villaggi poveri delle campagne ai flussi migratori dei curdi in fuga dalla guerra. Ci sono le sfumature della religiosità (e della non religiosità), c’è il raki, c’è la boza.

Ci sono i matrimoni combinati, ma anche le fuitine. Ci sono le donne tradizionali (con il capo coperto) e quelle all’europea. E ci sono anche le europee, gli stranieri, i turisti, in questa città che piano piano cambia aspetto e cambia pelle. Ma Mevlut, il protagonista, continua a cercare se stesso fra le vie note e meno note di Istanbul.

A volte nelle sere d’estate, dopo aver guardato per ore la tv con le figlie, che nel frattempo si erano addormentate, Mevlut usciva a fare lunghe passeggiate. Le ombre delle foglie gettate dai lampioni stradali, i muri che si estendevano senza fine, le vetrine illuminate al neon e le scritte sulle vetrine sembravano comunicare con lui.

Ci sono le parentele (e le trappole delle parentele) i lavori precari, gli scambi di favori. Ci sono quelli che si arricchiscono e quelli che rimangono nella loro dignitosa povertà. Ci sono le scuole, i negozi, le caserme, ma anche i cambiamenti che questi ambienti subiscono nello scorrere del tempo (le storie raccontate nel libro si svolgono dal 1969 al 2012).

Insomma un libro che fa molta compagnia,  che rilassa e pacifica. Uno dei tanti poteri della lettura.

… girovagare per le strade della città di notte faceva nascere in lui la sensazione di aggirarsi nei meandri della propria mente. Perciò parlare con i muri, i manifesti, le ombre e gli strani e misteriosi oggetti di cui, al buio, non riusciva a discernere i contorni era per lui come parlare con se stesso.

Orhan Pamuk: La stranezza che ho nella testa. Traduzione di Barbara La Rosa Salim. Einaudi, 2015. 584 pagine, 22 Euro.

Il vecchio e il nuovo (2006)

Il vecchio e il nuovo (2006)

 

 

Pubblicato da: miclischi | 14 aprile 2016

Emma Dante e la famiglia Macaluso: non c’è pace.

A Cascina il 13 Aprile 2016

A Cascina il 13 Aprile 2016

Chi muore non giace e chi resta non si dà pace. Che difatti questi esagitati membri della famiglia Macaluso anche dopo morti sono parecchio arzilli. E c’è quella che continua ad affogare nell’acqua, e l’emulo di Maradona che continua a dribblare e a palleggiare, e i genitori finalmente riuniti che si accoppiano instancabilmente ballando, ché la danza – come ci insegna la primogenita, anche lei attivissima danzatrice invece di starsene ferma a riposare nella bara – è quasi il filo conduttore della storia di questa Famiglia Macaluso raccontata da Emma Dante.

E chi resta? Chi resta non si dà pace per niente, e nel ripercorrere le miserie e le speranze e le gioie e i drammi e i lutti della famiglia, è tutto un bollire di voci e di movimenti. Davvero senza pace.

Ci sono le gerarchie, le relazioni, gli sberleffi, le unioni e le divisioni. C’è il lavoro, ma anche l’assenza di lavoro. Ci sono le umiliazioni e le soddisfazioni. I ruoli. Come in tutte le famiglie.

Uno spettacolo trascinante e frastornante. In cui le lacrime e le risate si fondono in scena in un bellissimo caos di voci, di andare e venire, di gesti e di musica. La gioia più bella per le sorelle Macaluso: andare tutte insieme al mare. La scena acquatica è davvero di fortissimo impatto. Fantastica.

E chi assiste, comodo e fermo in poltrona, così staticamente diverso dai personaggi che si raccontano in scena, è come obbligato a proiettarsi interiormente nella storia della propria famiglia, e ne vede a sua volta dipanarsi le miserie, le speranze, le gioie; e i drammi, e i lutti.

Poi le luci si spengono. Applausi. E si torna a casa. Ma quell’infinito flashback non si ferma. Allora vuol dire che questo spettacolo funziona davvero. Grazie.

Emma Dante: Le sorelle Macaluso. Il cartellone completo si trova qui. Il calendario dei prossimi appuntamenti è qui.

Danele Gatti dirige l'Elia a Firenze

Danele Gatti dirige l’Elia a Firenze

Felix Mendelssohn Bartholdy è uno di quei musicisti che ebbe vita breve e pur prolifica. Uno di quei musicisti che, forse consapevoli nell’intimo che sarebbero morti giovani, hanno prodotto opere di grande profondità e maturità quando erano ancora nel fiore degli anni.

Mendelssohn compose le musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate quando aveva 17 anni. La quinta sinfonia (la Riforma) a vent’anni, l’Italiana a 24… Ma quello che fulmina per la sua tragica intensità è l’Elia, l’oratorio che compose a 37 anni, un anno prima di morire.

L’aria nella quale il profeta di rivolge a Dio per dirgli basta, ne ho abbastanza, riprenditi la mia anima, lasciami morire… pare impossibile sia stata scritta da musicista non ancora quarantenne. Sembra il lamento di un vecchio deluso e amareggiato dalle sconfitte della vita, e la tensione musicale che Mendelssohn riesce a creare è veramente pazzesca.

La consultazione dello spartito - come sempre - è illuminante

La consultazione dello spartito – come al solito – è illuminante

Mendelssohn era innamorato della musica sacra dei secoli precedenti, aveva riportato al pubblico la musica dimenticata di Bach e Handel, era insomma, come s’ebbe a dire, un romantico con il vizio del barocco. E in questa opera sacra che costruisce intorno alla storia del profeta Elia si ritrovano gli elementi di base già consolidati dai suoi predecessori (anche se qui manca il narratore – o l’evangelista delle Passioni). Alternanza di parti solistiche, cori, dialoghi fra personaggi, dialoghi fra i solisti e le masse corali… C’è però una caratteristica di questo Elia che lo rivela come parecchio diverso: sono proprio poche, pochissime le parti soltanto strumentali. Tranne l’Ouverture – che segue l’invettiva di Elia all’inizio – non ci sono in pratica parti musicali non accompagnate dal canto. Scompaiono le lunghe introduzioni strumentali cui ci avevano abituato le arie bachiane (in cui a un solista, o a un duetto, sono associati uno o più strumenti solisti che fanno la loro parte presentando i temi prima che poi arrivi ad affiancarli la voce dei cantanti). Tranne pochissime eccezioni, alle arie dei cantanti solisti fanno da sfondo tutta l’orchestra, oppure tutti gli archi, o i legni (come in una delle arie più operistiche dell’ Elia, Höre, Israel, all’inizio della seconda parte), o tutti i violoncelli nel Lamento di Elia poco dopo (Es ist genug!). L’introduzione dell’oboe solista all’Arioso (n. 37 – Ja es sollen wohl Berge weichen)  dura solo quattro battute, mentre nell’aria per contralto Sei stille dem Herrn und warte auf ihn (n. 31) il flauto e la cantante partono insieme senza alcuna introduzione strumentale.

Elia presso il torrente Cherit, nutrito dai corvi

Elia presso il torrente Cherit, nutrito dai corvi

E’ come se il compositore sentisse l’urgenza di lasciar scorrere la narrazione drammatica senza troppe interruzioni. Per cui la musica e la parola sono sempre fuse, e all’ascoltatore viene richiesto di seguire contemporaneamente il dipanarsi della storia e lo svolgersi del tessuto sonoro.

Un lavoro straordinario che finalmente, dopo anni di ascolti, si è potuto finalmente vedere nella bella cornice del Teatro dell’Opera di Firenze. La direzione di Daniele Gatti, attentissima a tutte le sezioni dell’orchestra e del coro del maggio Musicale Fiorentino, è risultata entusiasmante (come testimoniato dai 20 minuti di applausi scroscianti con cui il pubblico ha acclamato tutti gli interpreti).

I quattro solisti hanno ben figurato, anche se una nota di merito va in particolare alla soprano Genia Kühmeier (che si è ben destreggiata in tutte le parti della serata, e in particolare nella lunga ed articolata aria già citata Höre, Israel) – e soprattutto al basso-baritono Peter Mattei. La sua interpretazione del profeta Elia è stata superlativa. E deve essere stata straordinaria anche l’intesa con il Direttore Gatti, specie nell’avvicinamento a suon di violoncelli – con una sapiente amministrazione dei tempi e dei volumi di suono – all’ingresso della voce nel suo Es ist genug! Il cartellone completo si trova qui.

Ma il vero protagonista di questa opera sacra estenuante (è stato scelto di non fare neanche l’intervallo fra la prima e la seconda parte) è il coro. Un tour de force micidiale di oltre due ore in cui il coro ha quasi sempre da lavorare. Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino (il Maestro è Lorenzo Fratini) ha dovuto destreggiarsi nell’interpretazione di una folla di personaggi diversi, e ha superato con disinvoltura i bruschi cambiamenti di ritmo e di tonalità prescritti dalla partitura. Una splendida accoppiata, quella con l’Orchestra del Maggio, che ha prodotto una serata davvero memorabile.

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) in una incisione di Friedrich Jentzen.

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) in una incisione di Friedrich Jentzen.

Per la cronaca 1: potendo arrivare al teatro di Firenze un po’ in anticipo, vale la pena salire al secondo piano a sentire la guida all’ascolto che viene sempre (quasi sempre) organizzata prima dell’inizio degli spettacoli. Grande merito alle capacità di sintesi degli oratori che riescono a condensare in poco tempo l’essenza di quel che c’è da sapere.

Per la cronaca 2: niente intervallo. Bene o male? Da un lato non si è interrotta la tensione narrativa e drammatica. Però c’è mancato lo sfogo dell’applauso alla fine del coro conclusivo della prima parte (Dank sei dir, Gott): uno dei momenti più emozionanti della serata. Qualcuno ci ha provato, ma è stato subito zittito dagli usuali ssshhhhh! Oltre due ore filate di concerto, parecchi anziani in sala… all’uscita qualcuno commentava lo svenimento di una signora. Sarò vero?

Per la cronaca 3: bellissimo libretto di sala, con testo originale in tedesco e traduzione a fronte, una ricca nota introduttiva di Daniele Gatti, e le note biografiche su tutti gli interpreti. Però… sarà stato un problema dovuto alla concitazione dell’impaginazione? Possibile che nessuno si sia accorto che il coro finale (Alsdann wird euer Licht hervorbrechen) sia scomparso sia nella versione tedesca che in quella italiana? Lo spettatore che segue sul libretto, dopo il quartetto in cui tutti e quattro i solisti cantano insieme gira pagina e trova una bella fotografia del coro, che infatti proprio un coro, quello conclusivo, avrebbe dovuto esserci. Ma il testo, chissà che fine ha fatto.

 

Dopo 44 anni torna il Mefistofele

Dopo 44 anni torna il Mefistofele

Fra vari parametri utilizzati dai commentatori sportivi per spiegare le partite di calcio spesso compare il possesso di palla, espresso in termini percentuali a favore dell’una o dell’altra squadra.

Ecco, se si potesse fare un ardito parallelo con l’universo dell’opera lirica, e traslare il concetto verso quello del possesso di voce, forse si potrebbe affermare che il Mefistofele si caratterizza per una percentuale estremamente alta di condivisione del possesso di voce. Numerosissime parti vocali (anche di diversi cori contemporaneamente), ma anche parti solistiche (o di duetto) che si sovrappongono al magma corale che rappresenta forse uno dei punti di forza di questo lavoro straordinario del musicista e poeta-librettista Arrigo Boito.

In verità questa opera presenta tantissime particolarità e stranezze. Per esempio c’è una sola aria solista del tenore discretamente nota – ancorché alquanto melensa – e quindi inserita qua e là nei repertori recitalistici (Dai campi, dai prati). Poi ci sono nella narrazione dei salti spazio-temporali pazzeschi, poi c’è Dio e c’è il Diavolo (… è bello udir l’Eterno col Diavolo parlar sì umanamente), poi ci sono le poderose masse dei coristi… insomma un bello zibaldone. Che qui al Verdi è stato proprio ben rappresentato.

L'antico libretto in edizione Ricordi.

L’antico libretto in edizione Ricordi.

Si esce dal teatro con la piacevole sensazione di aver assistito a uno spettacolo straordinario. E, ripercorrendo la serata, si ricorda soprattutto il forte impatto emotivo delle grandi masse canore e sceniche del Prologo e dell’Epilogo.

Inoltre – finalmente! – uno spettacolo in cui hanno un senso, parecchio senso, le videoproiezioni. Dall’iperspazio con atmosfere da Enterprise con gli astri sempre in movimento, ai giochi di luce, allo straordinario e appropriatissimo paesaggio umano e urbano di Pieter Bruegel il Vecchio che si fonde benissimo con la scena della domenica di Pasqua, ai due sabba, al carcere… E poi le lucette in mano ai coristi… E lo studio di Faust tappezzato e affollato di innumerevoli libri di tutte le dimensioni… insomma scene e regia (qui Enrico Stinchelli ha fornito una prova davvero ottima) veramente all’altezza di quest’opera complessa e diabolica.

Uno degli elementi che ha contribuito alla riuscita di questa rappresentazione mastodontica è di sicuro l’Orchestra della Toscana sotto la guida del Maestro Francesco Pasqualetti. Non ci stava tutta, nella buca, e allora si è impadronita anche dei palchi di proscenio di primo e secondo ordine. E dall’alto della loro postazione gli ottoni celesti (dalla perentorietà wagneriana) ci hanno fatto la loro figura. Ma tutte le sezioni dell’orchestra hanno fatto la propria parte a mestieri, e infatti non è un caso che al momento dell’applausometro il maestro e il complesso musicale abbiano ricevuto ovazioni fra le più convinte.

Pieter Bruegel il Vecchio: Lotta fra Carnevale e Quaresima (1559)

Pieter Bruegel il Vecchio: Lotta fra Carnevale e Quaresima (1559) – la scena del dipinto si sovrappone a quella che si svolge sul palco nel primo atto.

I cantanti: in quest’opera c’è una spietata suddivisione dei ruoli fra principali e secondari. Nel senso che i principali sono solo tre (a parte il coro!), e tutti gli altri sono secondari con parti tutto sommato ridotte. Ma il protagonista indiscusso è lui il Diavolo, Mefistofele. Il basso Giacomo Prestia, nonostante avesse messo le mani avanti in occasione della presentazione dell’opera un paio di settimane prima della prima, sottolineando le difficoltà della parte, ha fatto un ottimo lavoro. Una voce gradevolissima e piena, precisa e intonata in tutta l’estensione richiesta dalla partitura, potente e soprattutto diabolica laddove serviva. Si presenta in pantaloni di pelle nera e gileino nero da bullo di periferia, ma nonostante questo abbigliamento esprime davvero una forte carica diabolica. E’ stato proprio lui il trionfatore della serata: nella sua prova sul palco, ma anche nell’applausometro finale.

Mefistofele (Giacomo Prestia) e Faust (Antonello Palombi) si preparano a stringere il patto nello studio di Faust.

Mefistofele (Giacomo Prestia) e Faust (Antonello Palombi) si preparano a stringere il patto nello studio di Faust. Foto di Massimo D’Amato – Firenze.

E’ davvero ben riuscita la rappresentazione delle due personalità contrapposte: Mefistofele e Faust. Il primo possente, sicuro, padrone di se stesso e delle situazioni. Il misero Faust, un povero disgraziato nonostante la sua immensa cultura, viene presentato come un vecchietto ringobbito che si appoggia al bastone (prima di beneficiare dei vantaggi del patto col Diavolo). Ma anche dopo il ringiovanimento, e anche nel suo lasciarsi andare alla lussuria e nelle sue partecipazioni ai sabba satanici, rimane sempre in ombra rispetto alla possanza del suo socio: indeciso, titubante, debole. Scenicamente e – ahimé – anche un po’ vocalmente. Antonello Palombi, che fu acclamatissimo Otello nella stagione 2012-2013, non sembra aver espresso appieno le due doti vocali, privilegiando le mezze voci per gran parte dell’opera, e ritrovando la propria possanza solo verso la fine. Proprio delle mezze voci nel Mefistofele tesse un elogio Enrico Stinchelli qui. Ma certo, se nel duetto carcerario si sente quasi solo Margherita…

Meefistofele (il basso Giacomo Prestia) conduce il Sabba. Foto massmo D'Amato, Firenze.

Mefistofele (il basso Giacomo Prestia) conduce il Sabba. Foto Massimo D’Amato, Firenze.

E la povera Margherita? Bel personaggio, forse quello che davvero rappresenta l’umanità. E’ un ruolo molto interessante sia dal punto di vista del testo che da quello musicale. Naturalmente il suo grande momento è quello del carcere, dove Valeria Sepe (che già era stata notata e apprezzata nello Chénier della stagione 2013-2014) ha davvero ben figurato, tanto da essere acclamata dal pubblico con molta convinzione.

Valeria Sepe nei èanni di Margherita in carcere. Foto di Massimo D'Amato, Forenze.

Valeria Sepe nei panni di Margherita in carcere. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Ma, come detto, il coro (i cori) son quelli che davvero hanno contribuito alla grandiosità dello spettacolo e al suo successo d’insieme. Oltre al Coro Lirico Toscano, per questa rappresentazione ne sono stati impiegati ben altri tre: il Coro Laboratorio Lirico di San Nicola, il Coro dell’Università di Pisa e il coro di voci bianche Pueri Cantores di San Nicola e Santa Lucia.

C’è stato un momento, dopo la fine dell’opera, dopo gli applausi e i riapplausi, dopo che finalmente si è chiuso definitivamente il sipario, che è stato forse il più emozionante della serata. Il coro (i cori), finalmente sciolta la tensione della prima, si sono lasciati andare in un possente, acuto e prolungato grido liberatorio. Cantanti amatoriali e bambini che si son trovati forse per la prima volta su un palcoscenico d’opera insieme ai colleghi professionisti… Deve essere stata per loro proprio una grandissima emozione. E quel grido giunto al pubblico attraverso la spessa cortina del sipario, davvero è riuscito a coinvolgere tutti in quel momento magico.

La fine del prologo fra le stelle. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

La fine del prologo fra le stelle. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Per la cronaca 1: Il cartellone completo dell’Opera si trova qui.

Per la cronaca 2: La poesia di Boito, piena di arzigololature e di parole complesse (una fra tutto: cadavericamente), non ha ancora raggiunto le vette dei libretti shakespeariani dell’ultimo Verdi. Spiccano fra parentesi le curiose variazioni d’accento a scopo metrico, come nel duetto Lontano, lontano, lontano, che impone l’uso del celeberrimo oceàno. Ma c’è anche quell’atòmo che ritroveremo poi nel Credo dell’Otello.

Per la cronaca 3: Nella sezione video della pagina Facebook del Tatro Verdi ci sono parecchi videini gustosi su questa rappresentazione del Mefistofele.

Con traduzione e note di Filippo Donini

Con traduzione e note di Filippo Donini

Può succedere, forse è un evento raro o rarissimo, ma può succedere: a distanza di un giorno, trovare in due diversi libri la citazione degli stessi versi della stessa poesia. Ma proprio in due libri diversissimi. Deve trattarsi di un evento davvero raro. E così, per celebrare questa rarità, il libro di poesie fu cercato e trovato proprio laddove ci si aspettava che fosse, nella variegata sezione eliotiana nella libreria del salotto.

Fa sempre un certo effetto riprendere un libro che non si era sfogliato per tanti anni, e andare a leggere l’annotazione a penna:  Comprato da Vallerini a Pisa il 6 maggio 1975. La Goliardica non ce l’aveva.

Ed eccolo qui, questo libriccino edito da Garzanti nel 1959 (ma questa era la quarta edizione del 1972), sottile, eppure ben protetto da una solida rilegatura con copertina rigida telata, a sua volta protetta da una sovraccoperta grigio-azzurrina. Quasi una rappresentazione del testo che racchiude: scarno, breve, sottile, eppure pesantissimo, tanto da esigere un contenitore robusto.  Si tratta di Quattro quartetti, l’ultimo sforzo poetico di T. S. Eliot (si chiamava Thomas Stearns, ma è più frequente trovare il suo nome solo con le iniziali).

Nel principio è la mia fine.

Nella mia fine è il mio principio.

Ecci i due versi (sono il primo e l’ultimo – l’inizio e la fine) del secondo Quartetto, East Coker. Due frasi, o meglio la stessa frase allo specchio, che ben rappresentano questo caleidoscopico libretto che contiene quattro poemetti strutturati come se fossero composizioni musicali (quartetti, appunto).

I due versi riportati sulla lapide sulla tomba di Eliot

I due versi riportati sulla lapide mortuaria di Eliot

Nel leggere (una rilettura dopo così tanto tempo forse è di nuovo una prima lettura) e assaporare questi versi densissimi, e nel notare le frequenti annotazioni a lapis (sulla versione italiana di Filippo Donini), stupisce che un testo così complesso e in gran parte oscuro e difficile avesse potuto catturare un adolescente negli anni di piombo. Eppure la fascinazione di Eliot poeta e drammaturgo, critico, intellettuale, pensatore, forse colpisce proprio particolarmente chi sta cercando di farsi un’idea di che cosa sia il mondo.

Giacché proprio di questo parlano i quartetti. Che sono pieni di domande e di risposte su quasi tutto. La percezione della realtà,della natura, del tempo, ad esempio, come in questi due brevi lampi dal primo movimento del primo Quartetto (Burnt Norton):

… for the roses

Had the look of  flowers that are looked at.

*****

Time past and time future

What might have been and what has been

Point to one end, which is always present.

E qui il caleidoscopio comincia a impazzire, quando in questi ultimi versi riecheggiano le parole di Erda a Wotan nella quarta scena del Rheingold di Wagner: Wie alles war; wie alles wird; wie alles sein wird…

O ancora nel secondo quartetto (secondo movimento), un primo assaggio sul concetto di conoscenza:

… There is, it seems to us

At best, only a limited value

In the knowledge derived from experience.

Naviga fra le idee, Eliot, le esperienze, le sensazioni, le gioie e gli sconcerti provocati dai sensi, i luoghi, i tempi e gli spazi. Ripercorre i propri versi, o quelli di Dante.  Fa a capolino anche l’ailanto (nel primo movimento del terzo quartetto – The dry salvages, quello sulla grande allegoria del fiume e del mare),  albero “nauseabondo”, nella traduzione di Donini (rank).

Per andare dove dobbiamo andare...

Per andare dove dobbiamo andare…

Nel primo movimento del quarto quartetto (Little gidding) c’è poi una terzina degna del dialogo di Totò e Peppino con il vigile urbano milanese (un generale austriaco?):

If you came this way

Taking the route you would be likely to take

From the place you would be likely to come from…

 

E poi la sorprendente analisi nel secondo movimento: il poeta ci rivela i doni riserbati alla vecchiaia, soffermandosi sui tre che lucidamente poi descrive: il raffreddarsi dei sensi, il cambiamento nella prospettiva con cui considerare gli altri, ma anche in quella con cui considerare se stessi. Qui davvero c’è da domandarsi che cosa abbia cercato o trovato in questi versi un diciassettenne del secolo scorso.

Nel terzo movimento di questo quarto quartetto, un sobbalzone, ricompaiono loro, i fiori della siepe di Kerouak, quella parabola della diversità nella somiglianza, quel both sviscerato da Ali Smith, insomma un’altra rappresentazione della realtà:

There are three conditions which often look alike

Yet differ completely, flourish in the same hedgerow…

Pubblicato nel 2012

Pubblicato nel 2012

Questi versi della maturità, ammantati di gioia per la vita – e per la fine della vita – pregni di misticismo religioso, rappresentano soprattutto, specialmente in questa riscoperta, il paradigma stesso della lettura: ogni libro è un caleidoscopio.

Già, a proposito di caleidoscopio, ne parla anche Ali Smith (!) nel suo ricchissimo Artful, una delle più straordinarie elegie d’amore per i libri e la letteratura.

Nell’introdurre l’ambiguità del termine riflessione, Ali Smith prende a prestito l’immagine del caleidoscopio:

Broken things become pattern in reflection. The way a kaleidoscope works is to allow fragmentary or disconnected things to become their own harmony.

Ogni libro è un frammento spezzato in cerca di altri frammenti per ricreare un’armonia. Ma un altro libro diventa a sua volta una fonte di altri frammenti, un caleidoscopio, e il gioco non finisce mai. E’ questo il bello del gioco. Il bello della lettura. Come nei libri di Ali Smith, come in Artful (dice il Daily Express a proposito di questo libro: If you’re interested in writing and literature this is a treasure).  Ma in ogni libro c’è un tesoro. In ogni libro c’è un caleidoscopio. E Eliot nei suoi quartetti non perde occasione di ricordarcelo. Grazie Eliot, grazie autori che citate  di Eliot, grazie occasione fortuita che ha riproposto questa lettura…

Pubblicato in Italia da Iperborea

Pubblicato in Italia da Iperborea

Per la cronaca 1: i due libri che contengono l’identica citazione eliotiana sono proprio diversi.

Il primo è Tumbas – Tombe di poeti e pensatori, un libro-progetto fatto di scrittura e fotografia (l’autrice delle foto è Simone Sassen, quello dei testi Cees Nooteboom).  Un itinerario in giro per il mondo per trovare – e fotografare – le tombe dei poeti. A fianco della foto, un testo. Possono essere riflessioni dell’autore, oppure versi del poeta del quale ha scelto di visitare la tomba, scritti di altri scrittori… Poche righe, qualche pagina… Dipende. E’ pubblicato in Italia da Iperborea nella traduzione di Fulvio Ferrari. Nonostante la veste editoriale che non rende giustizia alle fotografie, si tratta comunque di un libro estremamente stimolante e caleidoscopico, e naturalmente contiene l’immagine della lapide di Eliot con i due versi speculari.

L’altro è un libriccino dell’editore CartaCanta, dal titolo I termini dell’amore di Davide Rondoni e Federica D’Amato. Un dialogo fra due poeti sull’amore e le parole dell’amore nella letteratura e nella vita, pieno zeppo di citazioni e rimandi. Quindi, nuovamente un piccolo caleidoscopio. Anche qui, fra innumerevoli citazioni, ricompaiono i due versi eliotiani sull’inizio e la fine.

Due poeti parlano d'amore

Due poeti parlano d’amore

Per la cronaca 2: Pare che i Quattro quartetti non siano più nel catalogo dell’editore Garzanti. Ce ne sono però svariate altre edizioni italiane (qui la pagina ibs).

Per la cronaca 3: La Libreria Vallerini in Lungarno sotto all’Hotel Vittoria è un pezzo che non c’è più. Fu rilevata dal Tosi e diventò la Libreria del Lungarno.  Poi passò di mano un’altra volta, poi si spostò al Salone Napoli, e ora non c’è più.

Per la cronaca 4: I precedenti caleidoscopi si trovano qui. Gli argomenti trattati:

La morte e la fanciulla;

Geoff Dyer e la fotografia;

Cuore di tenebra;

Il lamento d’Arianna.

 

 

Uscito in Italia nel XXXX

Uscito in Italia nel 2015

Come si fa a raccontare un libro di racconti? Come si fa a non affermare soltanto che il libro è di una bellezza assoluta, e fermarsi lì? Come si fa a spiegare l’inspiegabile, questo monumentale lavoro di raccolta di testimonianze che l’autrice è riuscita a trasformare in un lungo struggente racconto? La guerra non ha un volto di donna, libro del 2005 della giornalista e scrittrice bielorussa Svjatlana Aleksievič, pubblicato in Italia da Bompiani nel 2015,  è un libro di storia, un atlante geografico, un manuale di antropologia, un testo di teoria politica… ma è soprattutto un libro che parla di umanità.

Innumerevoli storie raccolte con infinita pazienza nell’arco di un quarto di secolo, dal 1978 al 2004. Racconti di donne mature, anziane, quelle adolescenti o poco più che negli anni ’40 del Novecento lasciarono la propria casa, la propria famiglia, i propri affetti in preda a un irrefrenabile slancio patriottico: difendere il sacro suolo della patria dall’invasore. E che decenni dopo, semplicemente, raccontano. Può trattarsi di un frammento di poche righe oppure una storia di qualche pagina. Lampi di ricordo esitanti, oppure estese e meditate ricostruzioni di quel che accadde durante la guerra contro i nazisti.

tumblr_lzpwkz7DDZ1r0nza9o1_500

La tiratrice Roza Shanina col suo fucile (1944). Dal suo diario: l’essenza della mia felicità  sta nel combattere per la felicità degli altri.

 

Ufficiali, medici, infermiere, soldatesse semplici, lavandaie e cuoche, aviatrici, artigliere, tiratrici scelte, geniere e sminatrici. Le donne dell’Armata Rossa, le combattenti che seppero guadagnarsi pari dignità nelle trincee e sui campi di battaglia insieme ai soldati maschi. Ma anche tutte quelle altre donne e ragazze che parteciparono in prima persona alla mobilitazione collettiva in difesa della patria, quella guerra che costò all’Unione Sovietica oltre 20 milioni di vittime.

Ci sono anche i racconti delle staffette partigiane, delle combattenti clandestine nei territori occupati: donne soldato molto meno protette e gratificate delle soldatesse in divisa. Sono i racconti delle partigiane quelli più drammatici.

L’autrice di questo poderoso racconto a tantissime voci non si intromette più di tanto. Usa poche parole, solo quelle che servono, per spiegare come è nata e come si è sviluppata la sua ricerca, oppure per introdurre alcuni capitoli tematici. Ma lo fa quasi con pudore, con lo scrupolo irrinunciabile di farsi da parte per lasciar parlare solo loro, le donne che hanno vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra e che trovano una interlocutrice che sa bene come ascoltarle e come dar loro voce. Tuttavia l’ascolto di Svjatlana Aleksievič non è asettico e passivo. Anzi.

Il magnetofono registra le parole, ne conserva l’intonazione. Le pause. Il pianto e lo smarrimento. Però mi rendo conto che quando una persona parla succedono molte più cose, e diverse, rispetto a ciò che si riesce poi a fissare sulla carta. Soffro di non poter “registrare” gli occhi, le mani, la loro vita di movimento durante la conversazione, il loro racconto, per così dire autonomo. I loro testi.

Un'altra immagine di Marja Dolina, l'aviatrice raffigurata in copertina

La foto utilizzata per la copertina: una delle tante eroine sovietiche nella guerra contro il nazismo

C’è l’orrore della morte tutto intorno, ci sono i feriti, i mutilati, il sangue che scorre incessante. Il sangue che impregna i pantaloni delle infermiere e che poi si congelano addosso e diventano taglienti. Ci sono i corpi bruciati e piagati, ci sono i corpi schiacciati dai cingoli dei carri, i corpi seppelliti in fretta e furia nei boschi e nelle paludi. Ci sono le stagioni che si alternano, il gelo che attanaglia e il caldo soffocante. Ci sono incredibili distanze percorse a piedi, c’è il peso insopportabile dei proiettili da trasportare a mano e da caricare nei cannoni, e il peso ancora più gravoso dei feriti da recuperare sul campo di battaglia. Ci sono le parole affettuose con cui le donne in divisa, le infermiere, le dottoresse confortano i moribondi. Ci sono le storie d’amore che nascono al fronte, ci sono le famiglie smembrate, sterminate, le case bruciate, i villaggi cancellati. C’è il vestiario militare che non prevede taglie femminili né tanto meno la biancheria intima. Ci sono donne che sentono di trasformarsi in uomini. Via le trecce, via il trucco, via il vestiario. Alcune raccontano che durante gli anni al fronte non hanno più avuto il ciclo.

Eppure, più forte dell’orrore, c’è la necessità di ricordare e raccontare. E a decenni di distanza possono riemergere anche ricordi epici, eroici, quasi piacevoli, tutti impregnati dell’impegno patriottico spontaneo e indiscutibile (più d’una donna racconta di aver fatto letteralmente carte false – soprattutto riguardo all’età – per poter partire verso il fronte e combattere).

C’è tutto questo, nei racconti delle donne dell’Armata Rossa, c’è molto di più. C’è la voce delle donne in un universo tradizionalmente maschile. La Storia raccontata da una voce che era rimasta per decenni inascoltata.  Per tanti versi è un’altra Storia. Ma c’è anche il racconto del ritorno a casa, degli anni dopo la guerra, dopo la Vittoria, quando per molte di queste donne è iniziata un’altra guerra. Per il lavoro, per la dignità, per la difficile convivenza con il ricordo, con l’insonnia e gli incubi, con le fobie, ma anche con i pregiudizi nei confronti delle donne tornate dal fronte, le accuse di “traditori del popolo” nei confronti dei sopravvissuti dai campi tedeschi, le epurazioni, le deportazioni. L’incredulità per il crollo del mito di Stalin.

Una delle foto scattate dal fotografo James Hill del New York Times in occasione delle celebrazoni per il Giorno della Vittoria a Gorky Park, Mosca, 2010

Una delle foto scattate dal fotografo James Hill del New York Times in occasione delle celebrazioni per il Giorno della Vittoria a Gorky Park, Mosca, 2010.

Ma in questo libro straordinario prevale su tutte una sensazione: che queste storie dovessero essere raccontate, che queste reduci dalla guerra le abbiano raccontate proprio bene, e che Svjatlana Aleksievič abbia operato un montaggio veramente efficace.

Tra le innumerevoli parole delle sopravvissute al massacro della guerra, solo questa frase, che ne racchiude tante altre:

Voglio dirti una cosa: ricordare fa paura, ma fa ancora più paura non ricordare più.

Per la cronaca 1Svjatlana Aleksievič: La guerra non ha un volto di donna. Traduzione di Sergio Rapetti. Bompiani, 2015. 448 pagine, 20 Euro.

Per la cronaca 2: La motivazione per il conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2015: For her polyphonic writings, a monument to suffering and courage in our time.

Pubblicato da: miclischi | 21 febbraio 2016

Ruzzare con il 90mm della Kiev 6×6 montato sulla Graflex 4×5

Il 90 mm DDDD e il lens board con l'adattore passo 42 mm

Il 90 mm Vega della Kiev e il lens board con l’adattore passo 42 mm

Alcuni modelli delle Graflex di medio o grande formato hanno anche l’otturatore a tendina posteriore, per cui con un po’ di bricolage si può giocare a montare in pratica qualsiasi obiettivo. E’ vero che ci sono problemi di tiraggio, di vignettatura, di messa a fuoco, etc. Ma un gioco è un gioco, e basta divertirsi, magari vedendo se viene fuori anche qualcosa di interessante.

Si era già provato tempo fa a montare il Leitz 50 mm sulla Graflex “baby” (2×3), ma stavolta si decise di puntare in alto dedicandosi alla sorella maggiore, la 4×5, anche in virtù del fatto che per quest’ultima si può realizzare un lens board ad hoc ritagliando semplicemente un pezzetto di compensato di 10 cm x 10 cm. Per questo si possono acquistare convenientemente obiettivi d’epoca montati direttamente su otturatore centrale: basta poi fare un foro sulla tavoletta di compensato e il gioco è fatto. Ma anche con gli obiettivi senza otturatore, potendo contare sulla tendina, ci si può avventurare in esperimenti fotografici.

Il possente 90 mm XXX montato sulla Soeed Graphic 4x5

Il possente 90 mm Vega montato sulla Speed Graphic 4×5

Gli imponenti e pesanti obiettivi per la Kiev 6C (compatibili con la Pentacon Six e con la Praktisix) avevano già dato risultati interessanti in passato, anche con i tubi di prolunga, per cui si decise di sperimentarne l’uso sulla Graflex.

Il sistema di regolazione dell'otturatore a tendina

Il sistema di regolazione dell’otturatore a tendina

La baionetta Kiev con ghiera di serraggio è abbastanza complicata, per cui si decise di usare un adattatore (che può essere ovviamente usato anche su reflex 35 mm). La scelta dell’adattatore cadde su quello per il passo da 42 mm, considerando la sua universalità e versatilità (sono parecchie le macchine fotografiche con quel passo, e con un semplice ulteriore anello si possono usare quelle ottiche anche con la Nikon analogica o digitale).

Il problema semmai è che questo adattatore costituisce di fatto una sorta di tubo di prolunga che allontana ulteriormente la lente dal piano focale (da cui l’imponente vignettatura). In una prossima occasione si proverà a fare un foro nel lens board che accolga il barilotto del “tubo”, in modo da spingere l’obiettivo più all’indietro. Anche in questo caso, come fu per l’accoppiata Leitz-Graflex Baby, la messa a fuoco è possibile a distanza molto ravvicinata.

Quindi la scelta di provare delle pseudo-macro con piccoli oggetti appoggiati sul fondo di una tazzina capovolta.

Primo scatto: la noce

Primo scatto: una noce

La profondità di campo ridottissima e l’incerta accuratezza dell’otturatore a tendina (con l’uso delle due combinazione delle due regolazioni: dimensione della finestra nella tendina e rapidità di scorrimento) naturalmente non sono fattori incoraggianti, ma intanto dal primo scatto è uscito qualcosa di interessante.

Una particolarità sta anche nel fatto che il foro nel compensato (fatto con una apposita campana montata sul trapano a colonna) era proprio di 42 mm, per cui è stato possibile innestare l’adattatore sul lens board direttamente, facendo l’appanatura forzando un po’ sulla cedevole tavoletta, senza il bisogno di usare la ghiera di serraggio posteriore.

Secondo scatto: tamarindo

Secondo scatto: tamarindo

Alto ostacolo: il sistema di trasmissione della posizione del diaframma (per la lettura “tutta apertura”) ovviamente non funziona, visto che dietro l’obiettivo non c’è il corpo macchina. Poco male: si mette a fuoco con il diaframma tutto aperto (2.8) e poi si chiude al momento di scattare. Il fatto è che per motivi che non si è riusciti a chiarire, una volta montato l’obiettivo sull’adattatore, anche azionando o disazionando la levetta laterale per la trasmissione dei movimenti del diaframma, questo non si chiude oltre la posizione 5.6. Quindi si è dovuto necessariamente usare questa apertura, e regolarsi di conseguenza con i tempi.

Una testina ddelle vecchie macchine per scrivere elettriche IBM. La fotografia qui è ritagliata perché il negativo si era danneggiato in una zona periferica.

Terzo scatto: una testina delle vecchie macchine per scrivere elettriche IBM. La fotografia qui è ritagliata perché il negativo si era danneggiato in una zona periferica.

Insomma, un bel giochino, utile anche per familiarizzarsi con la tecnica di ritaglio e foratura del lens board, con l’ausilio di una mola per rastremare il bordo inferiore; mentre sarebbe bene lasciar stare gli altri lati. Altrimenti, come si è verificato con questo obiettivo Kiev, si riscontra un po’ di preoccupante ciottolìo.

Quarto scatto: per finire: un pezzetto di corallo.

Quarto scatto: per finire: un pezzetto di corallo.

Per la cronaca: in post precedenti si era parlato della Kiev in quanto tale,  e del suo uso per realizzare macro con un tubo di prolunga.

 

Pubblicato da: miclischi | 9 febbraio 2016

José Eduardo Agualusa: solenne modestia

José Eduardo Agualusa

José Eduardo Agualusa (dal sito web delle Edizioni dell’Urogallo)

Un’altra piacevole sorpresa dalle Edizioni dell’Urogallo. Di nuovo al Pisa Book Festival, di nuovo due chiacchiere con gli editori di letterature lusofone, parole, consigli, ed ecco nella borsa due raccolte di racconti di José Eduardo Agualusa, scrittore angolano. Passano i mesi, i libri si accumulano nell’angolo delle letture in attesa. Poi, senza premeditazione, arriva il momento giusto, e questi due libri snelli, lievi e densi al tempo stesso, vengono finalmente letti.

Davvero una bella sorpresa, questa scrittura di viaggio, di persone, di sovrapposizione di strati temporali, di felici salti geografici fra Angola, Portogallo e Brasile, con qualche incursione a Barcellona.

Ecco i due libri: Passeggeri in transito  (pubblicato da Urogallo nel 2015) e L’educazione sentimentale degli uccelli (pure pubblicato in Italia nel 2015). Si tratta di racconti brevi, a volte brevissimi, raramente lunghetti.

Lampi di memoria, narrativa ridotta ai minimi termini, felicissime immagini evocative, oniriche, fantastiche. C’è la luce dell’Africa, nella prosa solenne e pur lieve di Agualusa, ci sono le vie di Lisbona e di Barcellona, le coste del Brasile, ma ci sono soprattutto le persone.

XXXX

Incontri fugaci

XXXXX

Riflessi di personalità

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pittori, musicisti, viaggiatori, scrittori: sono tutti compagni di viaggio, passeggeri in transito nella vita dell’autore. E ognuno, per quanto fuggevole sia la sua comparsa, viene eletto a personaggio importante. E la sua prosa modesta e schiva, riesce tuttavia ad assumere un carattere di grande solennità nel raccontare questi istanti significativi nelle vite dei personaggi. Un esempio fra tutti, il contrabbassista incontrato inusitatamente nella savana africana, e ritrovato anni dopo in un locale di Barcellona.

Per quanto ricordo suonavo Charles Mingus.

Più incentrato sul viaggio (geografico o interiore) il libro sui passeggeri, più sui personaggi della nostra epoca (il secondo). Entrambi, ricchissimi di vivide immagini.

Le tre tele erano tutte sui toni dell’ocra, astratte, come tutto ciò che Belisário aveva dipinto negli ultimi anni. C’era in esse l’ardore abbandonato che si trova a volte sui lati arrugginiti delle navi lasciate vicino alle spiagge.

Entrambi i libri sono godibilissimi, tranne qualche lievissima pecca nelle traduzioni, ma la preferenza va forse al primo (quello dei passeggeri), proprio per la fulminea brevità delle storie, per questa capacità di Agualusa di dire tutto in poche parole, e di sorprendere, quasi con un soprassalto, con le sue descrizioni fulminanti.

Le acacie fragili, in preda alla pazzia, che fluttuavano in lontananza contro la linea tremula dell’orizzonte.

Autori di lingua portoghese

Autori di lingua portoghese

Per la cronaca 1: José Eduardo Agualusa: Passeggeri in transito (2006). Traduzione di Luca Creta. Edizioni dell’Urogallo, 2015. 124 pagine, 12 Euro.

Per la cronaca 2 José Eduardo Agualusa: L’educazione sentimentale degli uccelli (2011). Traduzione di Federica Silvestri. Edizioni dell’Urogallo, 2015. 106 pagine, 11 Euro.

 

Pubblicato da: miclischi | 2 febbraio 2016

L’Aida al Verdi di Pisa – Gennaio 2016

SI torna all'opera!

Riecco l’Aida!

Rieccola, l’Aida, pochi anni dopo la precedente rappresentazione a Pisa (era il 2011). L’Aida, come quella della canzone anti-neo-colonialista di Rino Gaetano. Aida, quella che il babbo di un noto scrittore pisano si chiamava Radamès (il nome della mamma invece era Lirica). Il dramma nilotico che tratta il tema eterno di amore e guerra, come nel film di Woody Allen del 1975.

Quante evocazioni. Ma questa Aida, quella di Verdi, al teatro Verdi? Una bella serata. Teatro tutto esaurito da settimane, allestimento di Zeffirelli per il teatro di Busseto, insomma il richiamo usuale di un classicone. Il cartellone completo di trova qui.

Terz’ultima opera di Verdi, occupa stabilmente una posizione altissima delle hit parade dei melomani. Il che però, a pensarci bene, è quasi un’anomalia. Nell’immaginario collettivo, l’Aida è soprattutto quella della grandiosa marcia trionfale (c’erano anche gli elefanti?) e dell’aria iniziale di Radamès (Celeste Aida) preceduta dall’efficace introduzione Se quel guerrier io fossi… (Qui nell’interpretazione – in studio – di Jonas Kaufmann, stella del momento e nuovo venerato Radamès – notisi fra l’altro il ppp del finale). E il resto? Un’opera di quattro atti, lunga e articolata nella quale non si riscontrano arie soliste di alto impatto (almeno non talmente di alto impatto da guadagnarsi un posto nei repertori dei recital, né tali che poi uno se le canticchia tornando a casa dopo il teatro).

Infatti. Nelle note di Zeffirelli molto opportunamente riportate nel libretto di sala, il regista definisce ingombrante la scena del trionfo, mentre esalta la dimensioni intimiste e tragiche della vicenda.

E proprio così risulterà la rappresentazione pisana (liquidiamo la questione della marcia trionfale rimarcando l’impeccabile esecuzione musicale, con perfetti unisoni e tempi da parte delle iper-trombe in scena e dell’orchestra tutta, nonostante, a dire il vero le schiere dei prigionieri etiopi fossero un po’ sguarnite – del resto, non siamo mica all’Arena…). Bene, benissimo, riuscirà un’interpretazione del dramma che conferisce ruoli di rilevo non già al cellettone indeciso, abituato forse a trattar coi soldati, ma  non a destreggiarsi con le sue spasimanti, bensì alle due donne-chiave della vicenda: Amneris e Aida.

Aida con il babbo

Aida (Donata D’Annunzio Lombardi) con il babbo  (Sergio Bologna) Foto di Massimo D’Amato

Amneris la faraona, qui presentata  come un po’ megera, è interpretata dalla veterana Giovanna Casolla. Aida, principessa schiava, la interpreta Donata D’Annunzio Lombardi; annunciata dal direttore del teatro prima dell’inizio come indisposta, si rivelerà invece alquanto in forma, tranne per un paio di trascurabili piccoli cedimenti. Questa interprete di Aida ha mostrato soprattutto grande dominio della duttilissima voce, e estrema espressività.  Durante tutto l’arco della rappresentazione, queste due donne rivali hanno avuto in comune non solo l’irrefrenabile passione per il tenore, ma anche l’arduo compito di aggirarsi per la scena cercando di non inciampare negli abbondanti drappeggi in cui erano involtolate.

Amneris (Giovanna Casolla) cerca di convincere Radamès (Leonardo Caimi), ma tanto non ce n'è. Foto di Massimo D’Amato.

Amneris (Giovanna Casolla) cerca di convincere Radamès (Leonardo Caimi), ma tanto non ce n’è. Foto di Massimo D’Amato.

Entrambe le interpreti saranno clamorosamente acclamate dal pubblico al momento dell’applausometro finale, ma a loro saranno dedicati anche parecchi brava! e applausi a scena aperta. In particolare, alla fine dell’invettiva di Amneris dopo la condanna di Radamès, quando la Casollla si è esibita in un interminabile acuto, è venuto giù il teatro. E si è udito un significativo commento in platea: Quella se li mangia tutti. Già. Parlando di acuti. L’esordio del Radamès di Leonardo Caimi all’inizio dell’opera non è che sia risultato poi così convincente. Voce poco limpida, acuto risicato… insomma, qualche mugugno c’è stato. Eppure il pubblico del Verdi lo ha generosamente osannato alla fine. E Amonasro? Sergio Bologna (già apprezzato Iago nella seconda rappresentazione dell’Otello pisano del 2013) ha di molto ben figurato, sia vocalmente che scenicamente, anche se nel duetto con la figlia in attesa di Radamès ci si sarebbe aspettati forse un po’ più di cattiveria nella voce.

Comunque alla fine il pubblico pisano ha scelto di osannare un egual misura tutti e quattro gli interpreti principali, con una lieve propensione per i ruoli femminili.

Le due rivali

Le due rivali Aida (Donata D’Annunzio Lombardi) e Amneris (Giovanna Casolla). Foto Teatro di Pisa

E i bassi? Abène, due bassi che cantano uno accanto all’altro non è capiti tanto spesso di vederli e sentirli. Qui accade nella scena della nomina di Radamès a capo dell’esercito egizio nel primo atto. Elia Todisco (il sacerdote Ramfis – del resto aveva interpretato il gran pontefice dell’ebrei nel Nabucco a Pisa) e George Andguladze (il re) ci fanno un figurone come presenze ieratiche, e tutto sommato anche con la voce.

Bella prova anche per l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta sotto l’attenta direzione di Marco Boemi: l’impasto straordinario della sezione degli archi ha incantato fin dalle prime note, mentre per la parti soliste si sono segnalati il flauto e l’oboe (degli ottoni già si disse a proposito della marcia trionfale). Le percussioni invece, almeno dalla platea, sembravano un po’ eccessivamente rimbombanti.  C’era poi il Coro Lirico Amadeus, sotto la guida di Giorgio Mazzucato, ben articolato nella dicotomia dei ruoli maschili e femminili.

Scene solidamente egizie con divinità animalesche, piramidi sullo sfondo, abbondanza di bassorilievi con le silhouette dalle movenze egizie immortalate nel video delle Bangles del 1986.

Insomma, una piacevole serata egizia, musicale, verdiana. L’Aida, ogni tanto, fa bene rivederla.

Per la cronaca 1: Il libretto di Antonio Ghislanzoni riserva qualche amenità. Il coro di donne che prelude alla marcia trionfale canta: Danziam, fanciulle egizie, / le mistiche carole, / come d’intorno al sole / danzano gli  astri in ciel! Ora, forse al tempo delle vicende aidiche (come recita il libretto, “…all’epoca della potenza dei Faraoni”), l’eliocentrismo era ancora parecchio di là da venire…

Per la cronaca 2: O com’è che quando si rappresenta l’Otello ci si premura di tingere al tenore per bene il viso, le mani, insomma le parti visibili del corpo, per farlo apparire di colore come il personaggio, mentre invece Aida se la cava con una ripassata di crema abbronzante, ma certamente la sua negritudine non viene sottolineata più di tanto? Del resto, il Ghislanzoni menziona il presunto pallore di Aida nel dialogo falsamente intimo con Amneris. Ora, via, proprio il pallore come faceva a vedersi?

Per la cronaca 3: Una gustosa versione in romanesco della trama dell’Aida si trova qui.

Aida interpretata da Sophia Loren nel film del 1953

Aida interpretata da Sophia Loren nel film del 1953

Older Posts »

Categorie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 82 follower