Pubblicato da: miclischi | 23 aprile 2015

La campagna toscana quando aveva da venì baffone

Uscito alla fine del 2014

Uscito alla fine del 2014

A ripensarci adesso sembra quasi uno stereotipo pittoresco come i mandolini di Napoli o i gondolieri con le magliette a righe di  Venezia, ma le gustosissime reminiscenze di Pilade Cantini puntualizzano e contestualizzano quella che era davvero una realtà diffusa: prima della caduta del muro di Berlino, nei paesi toscani (in alcuni dei quali il Partito Comunista Italiano aveva la maggioranza assoluta) il mito sovietico era fortissimo, ed era vissuto con estrema serietà.

A Ponte a Egola (frazione di San Miniato, provincia di Pisa) c’è davvero la Piazza Rossa, come a Mosca. Quando si trattò di intitolare la nuova piazza del paese, i gruppi consiliari di San Miniato si trovarono subito d’accordo: il sindacalista Guido Rossa, ammazzato dalle Brigate  Rosse, per un verso o per l’altro andava bene a tutti. E così anche questo paesino della campagna toscana, fra Pisa e Firenze, aveva anche lui la sua Piazza Rossa.

Cantini nel suo libriccino svelto dal titolo, appunto, Piazza Rossa, racconta la storia per paragrafi brevi. Aneddoti, resoconti di fatti storici, estratti da scritti, discorsi, poesie. Tutti che ruotano attorno allo steso tema: il comunismo – o meglio l’appartenenza al Partito – come modo di vivere, di rapportarsi ai fatti alle persone, insomma in tutto e per tutto come fede (quasi) incrollabile. Ma non solo. L’anelito al modello socialista sovietico era radicato e possente, e l’estrema coerenza dei militanti non ammetteva dubbi.

Pilade Cantini sulla PIazza Rossa a Mosca

Pilade Cantini sulla Piazza Rossa a Mosca

Ma, trovandoci in Toscana, alla seriosità delle tesi politiche si affiancava la quotidianità dei gesti e delle parole, dello sberleffo e del vernacolo. Ed ecco allora un racconto che coniuga un intimo amarcord di tempi neanche troppo lontani (ma che la propaganda ossessiva secondo cui non ci sarebbero più destra e sinistra – neanche fossero mezze stagioni – spinge a considerare remoti) con la ricostruzione di fatti locali, nazionali e internazionali, di pagine gloriose o tragiche della nostra storia, con personaggi storici famosi o figure di valenza ultralocale.

Un esempio fra tutti: il paragrafetto più breve (ma con il titolo più lungo):

Sintesi della riflessione della mia mamma a proposito della lotta di classe in Occidente nel secondo Novecento

“Si sarà ottenut’anche pòo, ma gli s’è fatto tanta paura…”.

Si legge in un soffio, questo libro, perché è svelto, paragraficamente leggero, a tratti divertente. E in quest’atmosfera agrodolce di sorriso e di e di amarezza sta proprio il suo pregio principale.

C’è il cencio di Arafat, c’è Cossutta che viene in visita e si ferma umilmente a parlare con tutti (a differenza di altri dirigenti comunisti); ci sono in TV le partite di calcio dell’Unione Sovietica, i funerali di Berlinguer in diretta, la partecipazione a tutte le feste nazionali dell’Unità e l’organizzazione di quelle locali; c’è insomma un pezzetto di storia che è giusto ricordare e fermare sulla carta stampata. Peccato per quella cura grafico-editoriale non così accurata…

Pilade Cantini: Piazza Rossa – La provincia toscana ai tempi dell’URSS. Eclettica Edizioni, 2014. 152 pagine, 12 euro.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 17 aprile 2015

Third person di Paul Haggis: alla fine torna tutto

Caleidoscopio allucinante

Caleidoscopio allucinante

Cinema Galleria di Bari, proiezione in lingua originale con sottotitoli, sala gremita ai limiti della capienza. Third person, film di Paul Haggis del 2013. Fin da subito lo spettatore teme di essere caduto nel solito polpettone con gli stereotipi: lo scrittore maturo che dopo un lampo di successo ha gravi problemi di creatività; scrive e beve e fuma in una lussuosa camera d’albergo… la topina con la quale si trastulla… e fin qui niente di nuovo. Poi però, poco a poco, il caleidoscopio di situazioni une e trine (con gli intrecci che si replicano e si confondono fra Roma, Parigi e New York, e con una folla di personaggi che pare una commedia di Giacinto Benavente) si squaderna in tutta la sua sconcertante complessità. Liam Neeson (lo scrittore) è roso dall’angoscia, così come i suoi alter ego Adrian Brody e Mila Kunis. E questi intrecci apparentemente lontanissimi (anche geograficamente) che poi si mescolano e si confondono producono un effetto di stordimento piacevolmente violento.

Neeson-Wilde: coppia improbabile

Neeson-Wilde: coppia improbabile

Tutte le vicende apparentemente lontanissime e variegate ruotano intorno allo stesso irrisolvibile tema: come convivere con un lutto insopportabile? Come non lasciare che gli affetti siano disintegrati dal dolore, dall’angoscia, dai sensi di colpa? Si può rimediare? Si deve? Che cosa ci si inventa per sopravvivere? In che modo si interagisce con se stessi, con i propri affetti, con l’ignoto? Un film molto complesso che riesce nell’intento di inculcare nello spettatore il tarlo del pensarci e ripensarci, e dell’arrovellarcisi. Che cosa sperare di più? Un’apparente anomalia che lascia dei dubbi: la presenza  e il ruolo di Olivia Wilde, già interprete della topina “Tredici” della serie del Dr. House. Spicca per la frigida topaggine, mostra qualche frammento di nudità qua e là, ma si fa notare anche per la scarsa attorialità. Ed ecco il dubbio: lo fa apposta, di fare la ciotarella gnifita, oppure è schiacciata dalla presenza possente di Liam Neeson, oppure proprio va bene per gli sceneggiati televisivi ma per il grande cinema non è bona?

Grande folla di personaggi e interpreti

Grande folla di personaggi e interpreti

Pubblicato da: miclischi | 15 aprile 2015

Shosta 1 a Santa Cecilia: un concerto emozionante

Temirkanov-Argerich: accoppiata vincente

Temirkanov-Argerich: accoppiata vincente

Aprile 2015, Parco della Musica a Roma. Un evento molto atteso: il concerto per piano n. 1 di Shostakovic, altresì noto come il concerto per pianoforte, tromba e archi op. 35, eseguito da Martha Argerich al piano, Giuliano Sommerhalder alla tromba, e Yuri Temirkanov alla guida degli archi di Santa Cecilia.

La pianista Argentina dall’argentea chioma siede al piano e comincia subito con l’inusitato dialogo con la tromba. Di lì in avanti sarà tutto un dialogare: l’orchestra con il piano, il piano con la tromba, l’orchestra con la tromba. E in questo incalzante botta e risposta il piano si prende i suoi tempi: stravolge i ritmi, si concede delle libertà con grande maestria, ironia, autorevolezza. Si sofferma in particolare su alcune note, la Argerich, quasi isolandole dal contesto e facendole brillare come piccole esplosioni di luce, producendo quella “Sorpresa” che era tutto sommato rimasta abbastanza assente nell’esecuzione della Sinfonia No.94  di Haydn, subito prima del concerto sovietico.

Nel secondo movimento, lento, gli archi smorzati dalla sordina risultano in un’atmosfera magica e possentemente russa. Una scelta metronomica particolarmente lenta produce un impasto che incanta il pubblico che si scuote da tanto stupore grazie alle note cristalline prodotte dalla pianista sulla tastiera. Roba da brividoni.

Inizio ipnotico

Inizio ipnotico

Nell’incalzante galoppata che scivolando dal terzo al quarto movimento porterà al tripudio del gran finale, questa componente del dialogo fra orchestra e pianoforte sarà ulteriormente evidenziata. Si ferma, a tratti, la Argherich, quando le viene data la parola. Indugia, riparte, accelera, rallenta. Quando produce il celebre inusitato accordo dissonante, il direttore si ferma anche lui un attimo nel silenzio, si volge verso la pianista come a dire: ma che fai? Il pubblico accenna una risatina, ma la musica riparte incalzante verso la galoppata finale. Del resto, come citato qui, l’autore ne sarebbe rimasto contento, visto che proprio dopo la prima esecuzione del suo concerto ebbe a dire: Voglio difendere il diritto di ridere all’interno della cosiddetta musica seria… Quando gli ascoltatori ridono ad un concerto con musiche sinfoniche mie non sono turbato, ma, al contrario, me ne compiaccio.

Il finale ha suscitato nel pubblico un tripudio talmente insistente che alla fine direttore e solisti sono tornati alle proprie postazioni per ricominciare da capo proprio con l’ultimo movimento.

E lei? La ieratica sacerdotessa della musica? Fin troppo facile associare la sua autorevole presenza con quella dell’altrettanto – pur diversamente – ieratica Patti Smith, altrettanto argentea nella chioma. Martha Argerich siede al piano, la visuale verso il direttore è coperta dal cofano lucente, per cui si concentra piuttosto sul primo violoncello che si ritrova proprio di fronte. In questo tunnel creato dal coperchio la pianista scambia ammiccamenti, risatine, sottolineature con il suo interlocutore privilegiato dell’orchestra. Ma guarda anche il pubblico delle prime file: sorride, oppure rivolge sguardi di compostissima serietà, ma più spesso riesce a trasmettere la gioia quasi fanciullesca di eseguire questa composizione pazzesca, poliedrica, caleidoscopica. Le scappa proprio quasi una risatina quando si sente in sala un accenno di suoneria telefonica, oppure guarda proprio alle prime file con autoironico sconcerto quando le scappa una nota storta nel bis… Insomma un’interprete che ha di sicuro catturato il pubblico, che infatti ha manifestato deciso entusiasmo.

Si sa, una pianista così nota e dalla carriera così lunga era la principale attrattiva della serata, ed era quasi fatale che tendesse, per quanto involontariamente, ad oscurare l’altro solista e il direttore. Ma in realtà così non è stato. La tromba di Giuliano Sommerhalder, squillante e incalzante nei passaggi frenetici, straziantemente dolce e languida nei lenti ovattati con sordina, ci ha fatto di molto la sua figura. E Yuri, il settantasettenne direttore già sovietico, è riuscito nel miracolo di far suonare gli archi ceciliani come se fossero proprio russi.

Suono, impasto, pedale. Nel dopo-concerto ritorna come di consueto l’annosa questione: il confronto con l’esecuzione del concerto da parte del suo stesso autore in veste di pianista. C’era il famoso disco sovietico con l’autore al piano, c’è anche un breve estratto su youtube proprio del finale. La celeberrima limpidezza del suono di Shostakovic pianista (“si sentono tutte le note una a una”) a confronto con le varie sfumature di pedalizzazione apportate dai vari interpreti. La Argerich ha pedalato alquanto; eppure nella sua reinterpretazione fatta di ritmi stravolti è come se fossero state sottolineate a dovere le inusitate successioni di temi, ritmi e atmosfere diversissimi di questo concerto.

Del resto, il libretto di sala ricorda molto opportunamente come questa partitura richiami le successioni di musiche variegate con le quali l’autore accompagnava al piano i film muti all’inizio della carriera. Ci stava bene anche quello. Quell’impasto di suoni – a tratti così in netto contrasto con la limpidezza quasi bachiana dell’autore-pianista – è un’altra – una delle tante – sorprendenti brusche sterzate che hanno caratterizzato questo concerto straordinario.

Una esecuzione molto emozionante, una serata indimenticabile.

Uscito in Italia nel 2014 (Keller Editore)

Uscito in Italia nel 2014 (Keller Editore)

quell’uomo poco appariscente dall’età indefinibile. Ecco come viene descritto efficacemente Gábor Kolozs, protagonista del romanzo Il declino dell’economista, dell’ungherese György Dalos.

Una persona grigia dall’esistenza grigia. Passa attraverso gli stravolgimenti personali parallelamente a quelli dell’Europa dell’Est, sempre con calma rassegnazione. Conduce un’esistenza modesta, progressivamente scivolando verso i limiti della sopravvivenza. Si nutre con i pasti portati dalla comunità ebraica al padre ormai morto, e paga le bollette facendo finta che il vecchio genitore sia sempre vivo, beneficiando quindi del modesto vitalizio assegnato al sopravvissuto dal campo di Mauthausen.

Dagli entusiasmi per il modello socialista, all’università di Mosca, a un posto di responsabilità nel governo ungherese. Poi il crollo del muro di Berlino e il crollo di tanti ideali, accompagnato dai innumerevoli insuccessi personali: il matrimonio fallito, il rapporto problematico con i genitori con i quali convive fino a quando rimane solo nell’appartamento familiare, la perdita del lavoro, la povertà, la modestissima abitazione fatiscente, le piccole e grandi ossessioni di una vita senza scossoni.

Eppure, nel leggere questo libro tradotto fluidamente da Franco Filice e pubblicato nella serie “Passi” da Keller Editore, non si trova mai un passaggio melenso, o noioso, insomma, grigio. E’ come se nel raccontare questa vita sfortunata l’autore fosse riuscito nel miracolo di non lasciarsi contagiare dall’angoscia che dettaglia con impietosa minuzia. La scrittura è anzi pervasa da una luminosa vigorìa narrativa che riesce sempre piacevole. Ecco il miracolo: trovare la luce nel grigiore, evidenziare le asperità di un’esistenza piatta, affascinare il lettore invece che gettarlo nella disperazione.

Gyorgy Dalos at Leipzig book fair - Photo by Rainer Justen.

Gyorgy Dalos at Leipzig book fair – Photo by Rainer Justen.

György Dalos : Il declino dell’economista (traduzione dal tedesco di Franco Filice). Keller Editore, 2014. 224 pagine, 15 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2015

Il Macbeth di Verdi al Verdi: applausi e risate

I tre ruoli principali: Dimitra Theodossiou come Lady macbeth, Giuseppe altomare come macbeth e Giorgio Giusepppini cone Banco.

I tre ruoli principali: Dimitra Theodossiou come Lady Macbeth, Giuseppe Altomare come Macbeth e Giorgio Giusepppini cone Banco.

Commento udito per strada fra la folla che lascia il teatro dopo la prima del Macbeth al teatro pisano: Costumi: zero! Spruzzi di sangue; zero! Cantanti: dieci!

C’è chi è venuto a teatro proprio per lui, il regista Dario Argento. Non appassionati di opera lirica, quindi, ma fan dell’horror sanguinolento dell’autore di Profondo rosso.

Ma naturalmente c’era anche il popolo dei melomani. Dopotutto Verdi è Verdi, e il Macbeth è il Macbeth, Argento o non Argento.

Quindi una rappresentazione che ha attirato un pubblico variegato e che, di sicuro, non mancherà di attirare anche critiche accese o alzate di sopracciglia da una parte (gli argentisti) e dall’altra (gli operisti).

Il regista Dario Argento con il direttore d'orchestra Simon Krečič

Il regista Dario Argento con il direttore d’orchestra Simon Krečič

Nel torrido teatro c’è grande attesa, e si fanno fin da subito notare le scarsissime note di regia nel libretto di sala. Del resto chi aveva partecipato alla presentazione dell’opera la settimana precedente aveva già potuto farsi un’idea del fatto che il regista non aveva poi tanta voglia di parlare del suo approccio a questo dramma lirico. Comunque, le poche note spiegano l’essenziale: la vicenda viene ambientata durante la prima guerra mondiale (complice il centenario?), ci saranno proiezioni di scene di guerra e si farà uso di effetti speciali.

Calano le luci, entra in sala il giovane direttore sloveno Simon Krečič. Giovane, ma con un bel curriculum, sia come direttore che come pianista (fra l’altro è il direttore artistico dell’Opera di Maribor, importante teatro lirico sloveno). Prima che cominci la musica passa sul proscenio un drappello di soldati che acclama Macbeth (una delle tante gratuità registiche; del resto,via, poteva anche andare peggio). Parte la musica sotto l’attenta direzione di Krečič e l’Orchestra del Festival Pucciniano ci fa la sua figura. Proiezioni di foto di trincea della Grande Guerra, ritagliate in formato tondo. In scena, due cadaveri di cui uno orrendamente mutilato e un cavallo morto. Arrivano le streghe (tre signorine ignude, del resto si sapeva) che a prescindere dalla nudità non è che manifestino poi tante attitudini streghesche. Poi entrano Macbeth e Banco e qui si capisce subito quale sarà la punta di diamante di tutta la serata: la splendida voce del basso Giorgio Giuseppini, un Banco stupendo. Pare non del tutto a punto, all’inizio, la voce del Macbeth di Giuseppe Altomare, più a suo agio nel registro acuto che in quello grave, ma nel prosieguo dell’opera questo interprete troverà invece un perfetto dominio del proprio strumento vocale, fino al tripudio nell’aria della bestemmia. E lei? la tremenda Lady? Presenza scenica assolutamente adeguata di Dimitra Theodossiou, voce che ci mette un po’ a scaldarsi, ma poi una prova superata decisamente a pieni voti.

Banco (Giorgio Giuseppini) e Macbeth (Giuseppe Altomare): due cantanti molto apprezzati dal pubblico. Foto di Giulia Ponti

Banco (Giorgio Giuseppini) e Macbeth (Giuseppe Altomare): due cantanti molto apprezzati dal pubblico. Foto di Giulia Ponti

Ora, a parte il sangue che comincerà a colare – anzi, a spruzzare –  negli atti successivi (il quale sangue più che orrore, ha provocato nel pubblico qualche sonora risata), colpiscono due scelte registiche: 1) lasciare i cadaveri e il cavallo della RAI stramazzato al suolo anche nelle scene successive del prim’atto, anche se a regola si svolgerebbero dentro il castello; 2) la straordinaria fissità dei cantanti, come se avessero una crocetta segnata a terra e lì si fossero piazzati, e da lì gli fosse stato ordinato di non muoversi (tranne quando la Lady si mette a cavalcioni del marito!). Comunque, via, passons.

Gli ammazzamenti: il povero re muto viene trucidato mentre annaspa contro la vetrata che si affaccia sulla scena e che tosto si fa tutta rossa di sangue mentre la vittima si agita negli ultimi spasimi. A dire il vero la vetrata era già un po’ rosina anche prima dell’ammazzamento, si vede che non c’erano andati già abbastanza duri con il Vetril dopo l’assassinio precedente nella generale. Banco viene ammazzato dai sicari nella foresta, dopo aver fatto scappare il figlioletto. Qui è venuta davvero fuori una bella risata collettiva quando dal corpo del poveretto sono partiti comicissimi spruzzi di sangue. E per pulire il pavimento nel rapido cambio di scena dietro il sipario avranno dovuto usare ettolitri di Mastrolindo. Infine proprio lui, Macbetto, nell’ultima scena: circondato dagli avversari che vogliono tutti partecipare alla kermesse, ricompare poi come fantoccio iperrealistico che Macduffo decisamente decapita, provocando un geiser rosso che oltre alle risate ha provocato anche un sonoro buuuuu!

L'uccisione di Banco (Giorgio Giusepppini). Subito prima degli spruzzi di sangue. Fotografia di Mario Finotti

L’uccisione di Banco (Giorgio Giusepppini). Subito prima degli spruzzi di sangue. Fotografia di Mario Finotti

Tolte queste pacchianate, l’argentismo non si è poi manifestato con particolare insistenza. Qualche lampo di bomba sullo sfondo durante la battaglia (da un regista cinematografico ci si potevano forse aspettare videoproiezioni più efficaci) e poco più.  E il pubblico alla fine è rimasto con il dubbio: ma dov’erano gli effetti speciali annunciati “naturalmente” dal regista?

L'ammazzamento di Duncano (foto di Giulia Ponti)

L’ammazzamento di Duncano (foto di Giulia Ponti)

Ma non bisogna dimenticare l’opera, la musica, i cantanti. Opera precoce e pur matura; opera dimenticata, vituperata, accusata di portar sfiga… in realtà è grandiosissima. Ricca di spunti musicali, di suggestioni drammatiche, di sottigliezze e di momenti epici. Anche se non è dotata di arie celebri di quelle che si canticchiano in bicicletta tornando a casa (tranne forse il brindisi), il valore primario di quest’opera sta proprio nella ricchezza musicale. E bene fece il maestro Krečič a metterne in risalto tutte le pieghe, anche se a tratti – pare – con delle scelte metronomiche alquanto lente. Il tripudio dei tripudi, come sottolineato anche dall’apprezzamento del pubblico, sì è raggiunto nelle scene corali del quart’atto: un’esecuzione magistrale.

E il libretto? Francesco Maria Piave non manca di proporre i suoi strepitosi voli lirici, specialmente nelle formulazioni magiche delle streghe, fra i quali si segnala un capolavoro di argomento gastronomico:

… sollecite giriam la pentola,

mesciamvi in circolo possenti intingoli!

Insomma una bella serata di musica e di canto. L’applausometro finale premia il trio dei personaggi principali  con il coro di Parma e il direttore d’orchestra; qualche bercio di sguiato apprezzamento all’indirizzo delle signorine evitiche, onore alla bella prova di tutti gli altri cantanti (fra i quali il Macduffo di Emanuele Servidio), e qualche dileggio all’indirizzo del regista.

Via giù, cominciamo a prepararci per la prossima stagione, questa è andata tutto sommato bene.

Lo strepitoso brindisi del second'atto con Lady Macbeth (Dimitra Theodossiou) e Macbeth (Giuseppe Altomare). Foto di Giulia Ponti

Lo strepitoso brindisi del second’atto con Lady Macbeth (Dimitra Theodossiou) e Macbeth (Giuseppe Altomare). Foto di Giulia Ponti

Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Da dove si potrebbe cominciare? Dalla libreria allo Slipway di Dar es Salaam? Un bellissimo locale affollato di libri di tutti i generi, forse l’unico negozio del mini-centro commerciale che non sia smaccatamente a misura di turista a caccia di souvenir, una libreria confortevole gestita da personale competente. Insomma una perla che rende lo Slipway al tempo stesso un tempio della gamenità e un polo librario importante. Fu proprio dagli scaffali di quel bookshop che emerse con forza l’immagine di copertina del romanzo How to be both pubblicato da Ali Smith nel 2014.

Oppure si potrebbe cominciare dai fiori di Kerouac? Come tradusse Fernanda PivanoGuardai i fiori della siepe: uno era caduto: un altro era appena sbocciato: nessuno dei due era triste o felice.  Ma i fiori della siepe possono essere tristi o felici? Forse Ali Smith si chiederebbe: un fiore della siepe può essere al tempo stesso triste e felice? Può essere tutte e due le cose? Si può essere contemporaneamente tristi e felici?

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

E il teletrasporto? Si potrebbe cominciare anche da lì, dalle vaghe ispirazioni dalle pagine d’apertura dei versetti rushdiani, quando l’angelo Gibreel precipita consapevolmente / inconsapevolmente nel mondo provenendo dall’alto dei cieli… Ma qui – anche qui nelle primissime pagine del libro – a essere teletrasportato, suo malgrado, in un portentoso viaggio spazio-temporale, è l’artista-protagonista: dalla Ferrara del ‘400 alla Cambridge del XXI secolo. Si può vivere nel passato ma anche nel presente? Si può essere morti e vivi allo stesso tempo? Si può essere tutte e due le cose?

Si potrebbe forse cominciare anche dalle ultime pagine del libro, e ricominciare subito a leggere l’inizio – per scoprire che sono proprio le ultime pagine del racconto, quelle che vengono descritte all’inizio. Solo che alla fine è il narratore che racconta il presente, mentre all’inizio quel che succede viene visto attraverso gli occhi di un artista del ‘400, come in un esercizio di empathy / sympathy.  E poi continuare e rileggerlo subito tutto, questo libro straordinario, per ripercorrere la fascinazione, la stratificazione di storie, tempi, personaggi, emozioni… Ma una scena può essere al tempo stesso l’inizio e la fine di un libro? Può davvero essere tutte e due le cose?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. mese di marzo, il decano di destra. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l'autoritratto dell'artista?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. Mese di marzo. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l’autoritratto dell’artista?

Ma si potrebbe cominciare anche da quel dilemma morale che si ripropone lungo tutta la narrazione sotto tante facce e che viene stigmatizzato nella lettera che Francesco del Cossa scrisse il 25 marzo 1470 a Borso d’Este, il quale gli aveva commissionato gli affreschi di tre dei mesi nel portentoso ciclo allegorico di Palazzo Schifanoia a Ferrara, per chiedergli di essere pagato meglio degli altri artisti coinvolti nel progetto. La storia di Francesco del Cossa, così come quella di George / Georgie / Georgia, l’alter-ego adolescente odierno dell’artista ferrarese (Questo ragazzo è una ragazza), è piena zeppa di dilemmi morali, così come quella del padre e della madre di George, della sua amica H, dell’amica di sua madre, per non parlare dei genitori di Francesco del Cossa, o dei suoi amici, dei suoi colleghi artisti, del suo fido assistente con la faccia da ladruncolo, Ercole de’ Roberti. Giusto o ingiusto? Moralmente accettabile oppure no? Si può essere tutte e due le cose allo stesso tempo?

Ma forse proprio la copertina, o meglio le copertine, la prima e la quarta, potrebbero essere un buon punto di partenza. Sul davanti, sotto autore e titolo, una fotografia scattata da Jean-Marie Perier nel 1960 raffigura le cantanti francesi Sylvie Vartan e Françoise Hardy. Sylvie Vartan viene presentata nel libro come un idolo anni ’60 della madre di George, morta pochi mesi dopo aver visitato con i figli Palazzo Schifanoia, e pochi mesi prima lo svolgersi dei fatti narrati al giorno d’oggi. E i versi d’apertura della canzone Le testament di Sylvie Vartan sono citati proprio  in epigrafe al libro. A farle compagnia, per inciso, l’artista ferrarese protagonista, Eugenio Montale, Hannah Arendt e Giorgio Bassani (ferrarese anche lui). Sul retro, un dettaglio dal mese di marzo nel salone dei mesi a Ferrara. Uno dei cosiddetti decani. Nel corso della narrazione queste due immagini di copertina vengono descritte come se in entrambi i casi si trattasse di opere pittoriche, magari due affreschi. Dalla storia della realizzazione degli affreschi grandiosi di Ferrara, narrata dal redivivo artista catapultato ai giorni nostri, emerge che questo personaggio riportato in quarta di copertina, questa figura dai tratti delicati e riccamente vestita sarebbe proprio l’autoritratto dell’artista. Ma è un uomo o una donna? Un ragazzo o una ragazza? Come fa ad essere tutte e due le cose?

Francesco ddel Cossa: Santa Lucia (faceva originariametne parte del Politticoo Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), come San Vincenzo Ferrer.

Francesco del Cossa: Santa Lucia (faceva originariamente parte del Polittico Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), insieme al ritratto di San Vincenzo Ferrer. Oggi si trovano l’una a Washington, l’altro a Londra.

Ma da qualche parte bisogna davvero cominciare, e forse si può partire dalla struttura. Il libro è diviso in due parti. La prima porta in epigrafe una stilizzazione degli occhi floreali della Santa Lucia di Francesco del Cossa; la seconda invece il disegno di una videocamera. Visione umana e visione elettronica. Un’altra delle numerose sovrapposizioni operate dall’autrice. Nei fatti del ‘400 ferrarese le immagini sono disegnate dalla luce del sole, da un seme che cade in una pozza generando cerchi concentrici, dallo stecco con cui l’artista-bambino traccia per terra le prime figure sotto la guida della madre; sono ritratti arrotolati in tubi di pelle perché non si bagnino, oppure dipinti e affreschi.  Nel XXI secolo le immagini compaiono persistentemente su smartphone e Ipad. Che siano i fotogrammi in movimento di un film porno o fotografie scattate, poi stampate e appese al muro, accanto alle fotografie argentiche dell’infanzia della mamma di George. Dove sono le immagini antiche? Sono nei musei, nei palazzi. Bisogna viaggiare per andarle a vedere, e così il pellegrinaggio a Ferrara si ripropone, dopo la morte della madre, sotto forma di pellegrinaggio alla National Gallery di Londra per osservare la raffigurazione di San Vincenzo Ferrer.

Gli occhi di Santa Lucia

Gli occhi di Santa Lucia

Ali Smith ha abituato i suoi affezionati lettori a un uso decisamente disinvolto della struttura narrativa e della scrittura in sé. Discorso diretto e indiretto si mescolano gioiosamente senza mai usare le virgolette, e anche i salti di contesto (in questo romanzo sono soprattutto possentemente spazio-temporali) possono verificarsi senza frapporre neanche il delicato gesto d’un capoverso. Nella prima parte del libro questi salti fra la vita dell’artista ferrarese e le ansie dell’adolescente inglese si susseguono con ritmi variabili. Prendendo come riferimento la numerazione della pagine nella edizione Hamish Hamilton 2014 e identificando con il rosso l’inizio della narrazione contemporanea e con il blu quello della narrazione quattrocentesca, ci si può fare un’idea della frequenza e della consistenza degli sbalzi spazio-temporali:

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Nella seconda parte del libro, quella dell’occhio elettronico, i due contesti fra i quali sobbalza di continuo la narrazione sono soprattutto quelli fra la vita di George con la madre, in particolare la visita a Ferrara,  e il dopo: la solitudine, la tristezza, il padre che si mette a bere, il fratellino da accudire, le sedute di counseling a scuola… Scompare – come personaggio – Francesco del Cossa, ma permangono le sue opere e i personaggi delle sue opere.

Un libro di grande impatto (del resto come avrebbe potuto essere altrimenti? Non capita poi così spesso, dopo essere arrivati alla fine, di ricominciare subito la lettura completa dall’inizio). Una storia piena di interrogativi, di curiosità, di mescolanze fra la realtà e la ricostruzione storica o l’immaginazione, in una girandola di infinite possibilità. Un libro straordinario se non altro perché presenta con passione l’artista Francesco del Cossa, le sue opere, e quel poco che si sa della sua vita. E, oh, quanto opportuna fu la parola artista, che si usa indifferentemente per un pittore o una pittrice… La parola both, oltre che nel titolo, compare innumerevoli volte nel testo (fra l’altro è anche l’ultima parola della prima parte). Alcuni esempi (solo alcuni):

By both luck and justice;

To be able to do gods and humans both;

I made things look both close and distant;

How can I be seed or tree or both?

It was comic and sad both;

How can the same water be both?

It will give out both at once darkness and brightneess;

Past or present? Male or female? It can’t be both. 

Shock of the new and the old both at once;

There are rabbits, or hares, no, both;

… talking and  not talking, and the whens and the wheres and the hows of both of these;

Ma di sicuro questo lavoro monumentale non è un arido esercizio di stile.  Anzi. La narrazione immaginifica di Ali Smith racconta per immagini e, di converso, prende spunto dalle immagini per costruire la narrazione.

She stood in the dust with her wet feet : her ankles were beaded with light.

… the boy run past us in the street, a beauty of a boy moving so fast that I felt the the air shift (still feel it now when I remember)…

Quando, durante o dopo la lettura, si vanno a ricercare le opere di Francesco del Cossa su internet o sui libri d’arte, si vedono immagini già note, tanto minuziosamente sono state descritte nel libro. E leggendo (e rileggendo) si scopre che innumerevoli dettagli iconografici sono presi a prestito per arricchire la narrazione (che siano gli occhi di Santa Lucia, o il Cristo anziano nel San Vincenzo Ferrer, o i dettagli architettonici, le innumerevoli figure nelle allegorie dei mesi…).

Una lettura estremamente appagante, stimolante, emozionante. Un’altra grande prova di Ali Smith, tanto matura e ricca che viene proprio da domandarsi che cosa sarà capace ancora di scrivere per stupirci di nuovo e di più. E’ difficile staccarsi anche fisicamente da questo libro, perché viene voglia di risfogliarlo e andare a ripescare qua e là dei brandelli poetici di lacerante bellezza.

…cause love and painting both are works of skill and aim : the arrow meets the circle of its target, the straight line meets the curve or circle, 2 things meet and dimension and perspective happen : and in the making of pictures and love – both – time itself changes its shape : the hours pass without being hours, they become something else, they become their own opposite, they become timelessness, they become no time at all.

Un'altra foto di Jean-Marie Perrier dalla stessa serie di quella in copertina

Un’altra foto di Jean-Marie Perier dalla stessa serie di quella in copertina (Sylvie Vartan e Françoise Hardy)

Fotografia di Benedetta Toti

Fotografia di Benedetta Toti

Enter Lady Macbeth, spettacolo della Compagnia di Simona Bucci, è andato in scena a Pisa il 20 e 21 marzo nella chiesa di Sant’Andrea, nell’ambito della Stagione di Danza del Teatro Verdi. Cinque danzatrici in scena, tutte straordinariamente simili fisicamente, quasi a sottolineare quanto l’autrice stessa spiega prima dell’inizio: non c’è un filo narrativo, nessuna delle interpreti è chiaramente caratterizzata come la terribile Lady o come strega. Nelle luci flebilissime dell’inizio della performance tutte e cinque le danzatrici sembrano proprio una fotocopia l’una dell’altra.

Fin da subito entra il tema dell’essere umano che ne sfrutta un altro per i propri scopi: ci si appoggia, si fa sostenere, lo sfrutta, lo annienta. E nei vari numeri che via via si svolgono in un’oretta di spettacolo, si susseguono le varie facce del potere come negatività, ma anche attrazione fatale, fascinazione e addirittura suggestione mistica. A far da sfondo che si mescola sempre con il tutto: la magia.

Foto di Gabriele Termine

Foto di Gabriele Termine

I numeri statici o lentissimi risultano a tratti meno godibili, anche perché la musica (una composizione elettronica di Paki Zennaro) essenziale e mai ammiccante, proprio nei numeri con poco movimento contribuisce alla rarefazione delle atmosfere, e anche le danzatrici sembrano imbrigliate nelle trame della vicenda che si fa tetra e pesante (del resto il peso del potere, o della ricerca del potere, è anche questo).

Ma nei numeri dinamici, oh, quei numeri dinamici… scoppia il finimondo di frenesia diabolica (ora streghesca, ora spietatamente calcolatrice) e i numeri d’insieme, di solo o di duetto sono veramente emozionanti nel creare un vortice di situazioni, di suggestioni, di strappi imprevedibili e affascinanti.

Foto di Gabriele Termine

Foto di Gabriele Termine

Le danzatrici, tutte, mostrano una perizia pazzesca nell’assoluto dominio del corpo, del movimento, della rapidità del gesto e della sincronia corale. Uno spettacolo mozzafiato. Poi, subitaneamente, tutto si ferma (tranne il silenzioso ma persistente ansimare delle interpreti piegate dallo sforzo estremo). E alla violenza e alla sfuggevolezza si sostituisce l’intensità interpretativa. Dove il lievissimo gesto d’un braccio o d’un piede, o lo sguardo penetrante rivolto verso il pubblico o un’altra danzatrice fa da contraltare al movimento più spettacolare. E poi il vortice ricomincia.

Una bella serata in un bello spazio multifunzionale adatto a tanti tipi diversi di performance, cinque danzatrici straordinarie. Rimane qualche dubbio sulla linearità del progetto, o meglio sulla rappresentazione dell’idea attraverso una performance corale di danza. Solo a tratti in quel che succede in scena riecheggiano le tematiche del Macbeth verdiano (ops, pardon, shakespeariano – del resto è imminente la prima dell’omonima opera lirica al Verdi, proprio a due passi da Sant’Andrea…). Ma prevale su tutto la gioia per queste abilissime performer e per la loro bravura, quindi, alla fine, lo spettatore rimane contento.

Eccole, le danzatrici: Eleonora Chiocchini, Sara Orselli, Françoise Parlanti, Maru Rivas e Frida Vannini. Importantissime, ben disegnate e manovrate le luci di Gabriele Termine. Il cartellone completo di trova qui.

Foto di Benedetta Toti

Foto di Benedetta Toti

Pubblicato da: miclischi | 23 marzo 2015

In Verruca per i novant’anni di Luciano Lischi

Luciano Lischi nell'ufficio di Porta a Lucca negli anni '90.

Luciano Lischi nell’ufficio di Porta a Lucca negli anni ’90.

Il 23 marzo 2015 Luciano Lischi avrebbe compiuto novant’anni.

Il giorno prima, anche approfittando di una giornata inusitatamente bella (il meteo dei giorni precedenti aveva persistentemente annunciato pioggia) la figliolanza / generanza / nipotanza decise di fare una escursione celebrativa alla rocca della Verruca.

Infatti proprio la Verruca era sempre stata una delle mete preferite di Luciano per le gitarelle domenicali sui monti pisani con la famiglia. La rocca in quanto tale, ma anche la chiesina che s’incontra prima dell’ultimo tratto, sulla quale occasionalmente effettuava dei rilievi.

Muro verrucano

Muro verrucano

Partenza rigorosamente da Montemagno, il sentiero verso il cimitero, e poi un tratto nella pineta per poi riaffacciarsi sulla strada forestale e arrivare alla sella e infine alla rocca. Zaini e giacche d’epoca, ovasode, paniname, borracce d’acqua e di vino, thermos di caffè e boccetta di ammazzacaffé, la combriccola raggiunse la vetta ventosa dopo l’ultima pettata nello scenario spettacolare fra i lecci e le rocce che circondano la rocca.

Gli anni (i decenni) passano, ma la Verruca è sempre un bel posto. Con i suoi muri che resistono al tempo, i sotterranei affascinanti e spaventosi, la vista speciale su tutti i fronti (anche se stavolta a dire il vero c’era un po’ di foschìa).

Proprio una bella giornata, e un bel modo di ricordare Luciano Lischi.

Autoscatto celebratico alla Verruca

Autoscatto celebrativo alla Verruca

 

 

Pubblicato da: miclischi | 8 marzo 2015

Zanzibar Capital Art Studio

il vecchio timbro

Il vecchio timbro

Come illustra molto in dettaglio questo ricchissimo sito su Zanzibar e la sua storia, lo studio fotografico Zanzibar Capital Art Studio fu aperto nel 1940 dal fotografo di origine indiana Ranchod Oza. Per decenni ufficiale della corte del Sultano, Oza raccolse con le sue Rolleiflex innumerevoli testimonianze della città e dell’Isola, della gente, delle strade, della società in continua evoluzione, fino alla rivoluzione del 1964 e dopo, fino alla sua morte, nel 1984. Una delle peculiarità dell’arte di Ranchod Oza consisteva nel colorare a mano le stampe in bianco e nero. Per decenni queste sue stampe colorate costituirono uno dei più preziosi e affascinanti ricordi di Zanzibar, anche per i turisti che iniziarono a riaffiorare sull’isola all’inizio degli anni ’90.

Il nuovo timbro

Il nuovo timbro

Il figlio di Ranchod, Rohit, gestisce tuttora (2015) lo studio fotografico, al cui interno conserva ancora con orgoglio l’insegna dello studio del padre, traslocata lì quando il negozio fu trasferito. Già negli anni ’90 Rohit lamentava l’impossibilità di continuare la raffinata arte coloristica del padre. Sono cambiate le carte fotografiche, diceva, e anche i colori sono cambiati, non si riesce più a colorare come una volta. Dopo alcuni esperimenti malriusciti, infatti, abbandonò l”impresa.

2015 fotografo zanzibar

Alcune vecchie foto colorate a mano da Ranchod Oza

Dopo vent’anni e oltre, lo sguardo del fotografo è cambiato, come tutto intorno, del resto. Il suo sguardo è pieno di tristezza, salvo rari luminosissimi lampi di quieta gioia che si accendono proprio quando parla di fotografia. Era già un po’ triste, quello sguardo, quando parlava delle fotografie colorate che non venivano più bene. Oggi non fa quasi più pellicola e ha del tutto abbandonato il formato 135. Scatta fotografie, solo occasionalmente, con le Rolleiflex di suo padre. Estrae da sotto il banco le scatole ricolme di stampe 18×24. Alcune sono le stesse che erano in vendita negli anni ’90; del resto sono foto d’epoca. Alcune sono nuove; ma non c’è verso, sono tutte, vecchie e nuove, stampate su carta glossy e non danno lo stesso gusto di una volta. Sono in vendita a 10.000 scellini (circa 5 euro) e c’è davvero l’imbarazzo della scelta. La gratitudine nei confronti di questa persona antica, accogliente e paziente, induce a fare qualche acquisto.

Alcuni acquisti del 2015

Alcuni acquisti del 2015

Il fotografo ha accettato di buon grado, a distanza di oltre vent’anni, di fare  ancora una foto nella sua sala di posa (il retrobotttega) dove lo sfondo vagamente classicheggiante è sempre lo stesso, dove c’è ancora la stessa poltroncina avveniristica (chissà quando era avveniristica!) su cui far sedere, a richiesta, il soggetto. Scatta con la nostra digitale. La pellicola scarseggia (deve farsela arrivare dal Kenya), per non parlare della carta. Alla richiesta di scattare comunque con la pellicola, dietro pagamento dei costi, e di non preoccuparsi dello sviluppo e stampa, cortesissimamente declina l’invito, con uno dei quei suoi sorrisi tristi che risultano assolutamente disarmanti.

Le foto di Natale 1991-92-93-94

Le foto di Natale scattate da Rohid Oza nel 1991-92-93-94

Lo stesso studio di posa, la stessa sedia, nel 2015

Lo stesso fotografo, lo stesso studio di posa, la stessa sedia, nel 2015

Già nel 1994 Rohit Oza aveva accettato di far scattare delle foto nel suo studio. Ed è abbastanza impressionante notare come quasi nulla è cambiato, soprattutto nelle foto appese agli armadi e nelle vetustissime pubblicità. Non sono cambiati tanto neanche quegli occhi lucidi, come a quei tempi in cui la fotografia digitale ancora non esisteva. Adesso lo studio sopravvive grazie a occasionali feste di matrimonio, o eventi ufficiali, oltre alle fototessera per i documenti di identità. Solo in rarissime occasioni Rohit Oza usa la Rolleiflex, con pellicola rigorosamente Ilford, come la carta, del resto. Il laboratorio non ce l’ha allo studio, ma a casa. Le fototessera e ritratti in studio li fa con una piccola compatta digitale Nikon, di cui è molto soddisfatto. Ma, al tempo stesso, nel maneggiare questo apparecchietto elettronico, riaffiora nei suoi occhi quella liquida tristezza sconfortante. Uno sguardo ben diverso quando prende una Kodak a soffietto 6×9 e la mostra orgoglioso: la sua prima macchina fotografica.

Lo studio fotografico nel 1994

Lo studio fotografico nel 1994

Nel 2015

Con Rohit Oza nel 2015

Dopo aver fatto un autoscatto anche con la sua compatta digitale, Rohit Oza incarta le vecchie stampe in bianco e nero in una busta di carta ruvida marroncina. Precisa, a mo’ di rassicurazione, che ha messo nella busta anche un pezzo di cartoncino spesso, uno scrupolo in più come a sottolineare quanto ci tenga a che le sue fotografie non si sciupino. Ma forse ha capito che ci tiene anche l’acquirente!

 

Zanzibar Capital Art Studio, poco più avanti dell'ufficio postale, poco rima di arrivare all'orologio della Corte di Giustizia

Zanzibar Capital Art Studio, poco più avanti dell’ufficio postale, poco prima di arrivare all’orologio della Corte di Giustizia

Per la cronaca 1: Una serie di foto d’epoca acquistate allo studio fotografico da Geordie Mott sono state scansionate e poi caricate su questo Album Flickr.

Per la cronaca 2:Un bel servizio giornalistico corredato da fotografie di Katie Lin su Rohit Oza e sul suo studio fotografico si trova qui.

Per la cronaca 3: Una bellissima foto di Rohit Oza, scattata da Ezequiel Scagnetti, si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 26 febbraio 2015

Il Leviatano di Philip Hoare: le balene, le storie, la Storia

Uscito in inglese nel 2008. L'edizione italiana (Einaudi) è del 2013

Uscito in inglese nel 2008. L’edizione italiana (Einaudi) è del 2013

In inglese è cosa comune che la stessa parola sia usata come sostantivo o come forma verbale. Call, ad esempio, significa sia chiamare che chiamata. Whale, la balena, nella forma verbale to whale significa cacciare balene, e nel participio sostantivizzato whaling diventa l’attività baleniera. Un po’ come fish, to fish, fishingBalenare in italiano ha più a che fare con i temporali che con i cetacei, e nonostante il dittico ittio-nautico sia affascinante,  salpa/salpare non funziona. Con pesce/pesc(i)are ci si avvicina un po’, non fosse per quella i di troppo. Nel settore zoo-venatorio non va molto meglio: nel caso del leopardo, il verbo leopardare – segnatamente nel participio aggettivizzato – ha più a che vedere con l’abbigliamento ghiozzo o con la proverbiale tazza che con i safari africani.

Ma si diceva: la balena, la caccia alla balena. Questo poderoso libro pubblicato dall’inglese Philip Hoare nel 2008, Leviathan,  guarda alle balene da innumerevoli punti di vista, e la sovrapposizione della stessa parola, ora a designare l’animale (o meglio numerosi animali) ora le attività di caccia (nelle sue innumerevoli evoluzioni legate alla storia della marineria, al mutare dei contesti socioeconomici delle varie regioni del mondo e al progresso tecnologico) accompagna tutta la narrazione.

Perché di narrazione si tratta. Mascherato da saggio sulle balene, sulla biologia di questi animali conosciuti quasi solo da morti, ma anche sulle attività baleniere, sui conflitti internazionali e  sulla graduale consapevolezza della necessità di adeguate misure di conservazione, questo libro si può leggere anche come un romanzo avvincente.

La cornice imponente all’interno della quale si srotolano tutte le storie che ruotano intorno alle balene è, naturalmente, Moby Dick, di Hermann Melville.

… un libro da leggere due pagine alla volta, un testo trascendentale. Ogni volta che lo leggo, è come se fosse per la prima volta. Studio la mia edizione tascabile durante un tragitto in metropolitana con la stessa concentrazione con cui la donna col velo seduta vicino a me legge il suo Corano.

Ma il numero impressionante di fonti verificate dall’autore, i volumi consultati, le interviste fatte ai quattro angoli del mondo, rendono la dimensione del racconto davvero poliedrica.

Una delle illustrazioni del libro

Una delle illustrazioni del libro

Per di più, l’autore, narratore, ricercatore, whale-watcher non fa per niente l’asettico o il distaccato. Anzi. La propria personale esperienza è sempre presente: dalle fascinazioni fanciullesche, alle letture giovanili, alle emozionanti esplorazioni adulte, in un crescendo vertiginoso di immedesimazione con il mondo acquatico dei cetacei e di percezione sempre più precisa delle affinità fra gli umani e le balene. Come nella scena toccante della morte della madre, con quell’ultimo respiro…

Eppure l’autore, pur nelle sue sempre presenti e fortissime emozioni, non sconfina mai nelle melensaggini new-age o nei deliri animalisti. Piuttosto, passa in rassegna con grande lucidità la storia del sistematico sterminio delle balene. E qui si mescolano le eroiche imprese dei marinai e degli armatori di Nantucket con i conflitti per il dominio mondiale del mercato dell’olio di balena (proprio negli anni della rivoluzione americana anche questo scontro commerciale entrò nello scenario geopolitico), con le innumerevoli applicazioni dei prodotti della caccia alle balene, che cominciarono a declinare quando si diffuse l’uso del petrolio.

Londra divenne la città meglio illuminata del mondo. Negli anni ’40 del ‘700 cinquemila lampioni bruciavano olio di balena…

Un'altra immagine dal libro

Un’altra immagine dal libro

Ci sono i dati crudi e agghiaccianti sul numero di balene cacciate in un dato anno o in un dato periodo. L’arrivo dei cannoni lancia-arpioni. L’ingresso del Giappone nella corsa al cetaceo. Le navi attrezzate per la pesca e la lavorazione e conservazione del prodotto. La riluttanza della Norvegia ad accettare le convenzioni internazionali. I dati falsificati al ribasso dalle autorità sovietiche… Ma ci sono anche innumerevoli passi poetici, tantissimi richiami alla letteratura, pagine molto appassionanti sui rapporti fra Melville e Hawthorne, insomma un libro che scorre via veloce come l’acqua sotto la chiglia di un veliero. Fra l’altro tutta la narrazione è fittamente arricchita di immagini. Che siano antiche incisioni, pubblicità d’epoca, fotografie antiche o moderne.

Un libro che lascia, alla fine, con due desideri dominanti:

1. Rileggere per l’ennesima volta Moby Dick. Forse, dopo essersi appassionatamente addentrati nel lavoro di Philip Hoarse, il capolavoro di Melville rivelerà nuove dimensioni sorprendenti;

2. Trovare il modo, prima o poi, di andare a gettare un’occhiata su quelle coste del New England dove una volta era concentrata la marina baleniera più potente del mondo, quelle stesse coste dalle quali sentì l’impellente necessità di salpare proprio lui, Ismaele.

Infine...

Infine…

Per la cronaca 1: L’edizione italiana Einaudi eccola qui.

Per la cronaca 2: L’edizione inglese si può ordinare da qui.

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