Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2018

Luciano Lischi, otto anni dopo

Alcune delle pipe di Luciano

Luciano Lischi fumava la pipa. Da ultimo anche le sigarette (MS), ma per tutta la vita era sempre stato un appassionato fumatore di pipa.

Anzi sosteneva che la ritualità del caricamento della pipa, l’accensione, l’uso del pigio per compattare il tabacco, costituivano nell’insieme un approccio al fumo che niente aveva a che vedere con la frenesia dei fumatori di sigarette. Insomma, di quelli che ne fumano una dietro l’altra. Fra l’altro, così diceva, non si può caricare e fumare una pipa che sia ancora tiepida dalla fumata precedente: la pipa nella quale si carica il tabacco deve essere fredda.

Non prediligeva particolarmente il tipo dritto o quello a S. Fumava tutti i modelli di pipa con cui si trovasse bene. Ma ce ne era una che preferiva e infatti la chiamava la favorita. Chissà se la chiamava lui così, o se era proprio il nome del modello.

Si faceva da sé la miscela, mescolando il tabacco Prince Albert dei bei barattoli di latta rossi con il nostrano Italia nel pacchetto marrone. Poi scoprì anche varie qualità di Dunhill che usava per correggere la miscela base, o a volte fumava anche puri. E le scatole rotonde di latta dei tabacchi Dunhill, soprattutto quella blu e rossa, venivano poi riciclate per metterci viti o buloni in garage, ma anche guarnizioni e accessori della custodia fotografica subacquea.

Poi c’era il rituale della pulizia delle pipe, di solito la domenica pomeriggio. Sciorinava qualche pagina di giornale sul tavolo da pranzo e lì puliva, grattava, cambiava le cannucce, usava a profusione gli scovolini colorati: insomma uno spettacolo ganzissimo da osservare con curiosità e ammirazione.

Fumare la pipa era parte integrante dell’approccio di Luciano alla vita: godersela con lentezza, senza fretta e senza smanie, assaporandone ogni respiro. Per questo, ripensando a Luciano, viene anche da raffigurarselo con la pipa in bocca.

In ordine sul porta-pipe

 

Con Enrico Cappelletti al Salone Nautico di Genova, 1978

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Pubblicato da: miclischi | 23 luglio 2018

Andrea Kerbaker: in un libro, un libro parla di sé

Un libro racconta la propria vita

Anche per chi ama la lettura e i libri, anche per chi li ama come personaggi importanti della propria vita, può risultare inquietante che l’io narrante di un racconto sia proprio un libro.

E’ proprio quello che succede in diecimila, libriccino graziosissimo di Andrea Kerbaker, pubblicato da Frassinelli nel 2003. Con un sottotitolo significativo: autobiografia di un libro.

Come si rapporta l’oggetto-libro agli ambienti nei quali si ritrova durante la sua esistenza? Ci sono gli scaffali delle librerie, nel senso di negozi, e quelli delle biblioteche domestiche; i tavolinetti del salotto ingombri di oggetti disordinati o i pianetti del bagno accanto alle medicine, oppure il comodino accanto al letto, ma anche lo scatolone nel quale viene riposto con i colleghi per un trasloco, o la bisaccia nella quale viene messo da un proprietario che lo porta a rivendere in una libreria antiquaria.

Ci sono i suoi vicini, gli altri libri, con i quali a volte scambia le proprie opinioni, o dai quali a volte è ammorbato con interminabili racconti che hanno per oggetto – naturalmente – la loro trama. Alcuni li ammira, di altri a ha scarsissima opinione. Complici, sodali, pazienti compagni di attesa, la lunghissima attesa che accada qualcosa. Cioè che il libro venga scelto e acquistato (in libreria) o che venga finalmente letto da chi lo ha comprato.

L’apice dell’esperienza del personaggio-libro è proprio quello del contatto con il lettore. Ché difatti i rapporti con le persone sono di gran lunga i più importanti.

Scruta, il libro, dal proprio punto di osservazione, e commenta senza peli sulla lingua i comportamenti. Che sia il libraio, o il frequentatore della libreria, o chi finalmente se lo è portato a casa. Il libro è partecipe della vita delle persone che lo circondano, ci interagisce, ne è emozionato, oppure deluso, divertito o intristito.

C’è l’ansia nell’attendere che chi si aggira fra gli scaffali del negozio si fermi proprio davanti a lui, magari lo veda, lo sfogli, lo scelga. Ma invece forse proprio il suo vicino di scaffale viene preferito al posto suo.  Ma c’è anche l’ansia, il terrore quasi, di fare la triste finaccia del macero, dopo lunghi mesi o anni di disinteresse da parte degli avventori.

La lunga attesa dei libri nello scaffale

Ma ci sono anche i sentimenti calorosamente affettuosi e riconoscenti nei confronti dei lettori che si appassionano per le sue pagine, che leggono e rileggono, si trascrivono dei passaggi, sottolineano (a matita!), scribacchiano delle note a margine. Ma anche qui, a far da contraltare, c’è l’amarezza nei confronti di quei proprietari che lo hanno letto frettolosamente e poi non se ne sono più interessati, fino al fatale momento di rivenderlo. Oppure l’ansia e il desiderio di essere maneggiato e sfogliato da una donna avvenente o interessante.

Di proprietari ne ha conosciuti quattro (finora) e il quarto è appunto quello che gli ha dato la parola. Ché difatti Andrea Kernaker chiarisce nel suo prologo (e qui si capisce il titolo):  …ha fatto ingresso nella mia collezione il volume numero diecimila. Nell’occasione uno di loro ha chiesto la parola…

Una lettura piacevolissima ed emozionante. Anche un invito a ripensare ai tanti libri che se ne stanno lì nella libreria, forse malinconicamente sofferenti, forse placidamente soddisfatti. O ai libri angosciati nel settore degli acquisti ancora da leggere. Alcuni sono lì da anni e forse hanno paura di non essere mai sfogliati. Un libro, questo di Kerbaker,  che sprigiona tenerezza (casomai ce ne fosse bisogno) nei confronti dei libri e dell’atto del leggere. Per continuare questa storia d’amore con i volumi, i volumetti, le brossure, gli opuscoli, i libri d’arte, i romanzi, i racconti… insomma con tutti i libri.

Nella edizione Interlinea

Per la cronaca 1: L’autore parla del suo libro in un breve video, qui.

Per la cronaca 2: Il libro che si racconta non parla mai della sua vita “prenatale”, cioè delle vicende editoriali e tipografiche che lo hanno generato.  Peccato, perché per questo in titolo in particolare ci sarebbe forse parecchio da raccontare. L’edizione Frassinelli 2003 annuncia che il libro era stato pubblicato quattro anni prima (con il titolo espresso in cifre e non in lettere) dalla casa editrice All’insegna del pesce d’oro di Vanni Scheiwiller.  Poi però, cercando questo titolo sul catalogo online della Frassinelli non se ne trova traccia (né del libro né del suo autore). Però, cercando e ricercando, si scopre che è stato ripubblicato (pare nel 2017) dalla editrice Interlinea. Ma con il titolo tutto maiuscolo! Quindi…

Per la cronaca 3: Andrea Kerbaker, DIECIMILA, Interlinea, 80 pagine, 12 euro.

La stagione del Maggio Musicale Fiorentino di chiude il 13 giugno 2018 con Riccardo Muti e il Macbeth

13 luglio 2018. Si chiude la stagione del Maggio Musicale Fiorentino con la seconda rappresentazione di Riccardo Muti che dirige il Macbeth di Giuseppe Verdi in forma di concerto. C’è chi gli piace e chi no, assistere a questo tipo di concerti, specialmente in un teatro dell’opera. Per lo meno quello di Firenze assomiglia parecchio a un auditorium, quindi magari anche i puristi non si saranno risentiti più di tanto. Se s’è visto Wagner, in forma di concerto, si potrà ben vedere anche Verdi! Così almeno non c’è da preoccuparsi di come saranno rese le streghe (barbute o no? gnude o no? con le parti intime incerottate come l’ultima volta al Verdi di Pisa?), e neanche le numerose ammazzatine. E i balletti, poi chissà come li faranno?

Prima del concerto, si sa, a Firenze organizzano sempre delle belle sedute di introduzione (guida all’ascolto) e anche stavolta il pubblico ha partecipato numeroso e con interesse. Chi è arrivato in anticipo si è subito sistemato sulle seggioline della sala lassù per aria, e per ingannare l’attesa si è dedicato alla lettura del programma di sala, o del giornale, o di altro libro o libretto comprato al bookshop del teatro. Ma una signora era anche ben attrezzata con la settimana enigmistica e la matita.

Nella grande sala c’è un’aria condizionata diaccissima, meno male per il provvidenziale maglioncino leggero. L’età media dei presenti è alquanto alta, ed è impressionante la percentuale di spettatori stranieri (compresi dei giapponesi attrezzatissimi con il libretto in italiano affiancato dalla traduzione in ideogrammi).

Due passi all’aperto nell’intervallo fra il primo e il secondo atto.

Arriva Muti che viene sommerso di applausi  e di entusiasmo dal pubblico del teatro.  E fin dalla Sinfonia si percepisce la valenza di questa rappresentazione che mette in risalto gli aspetti – appunto – sinfonici di quest’opera. Non a caso gli applausi a scena aperta, oltre che ai bravissimi solisti vocali, sono dedicati anche ai brani particolarmente intensi in cui la vera protagonista è l’orchestra, specie nel terz’atto. Un’orchestra in cui hanno ben figurato tutte le sezioni e tutte le parti solistiche. Si sa, Muti non è un direttore che dispensa sorrisi facilmente, specie rivolgendosi al pubblico. Eppure pare che con i professori dell’orchestra, invece, ci sia stata una bell’intesa, al limite della complicità, specialmente con il primo violino dell’Orchestra del Maggio, con il quale ha scambiato innumerevoli lazzi, sorrisi, ammiccamenti, insomma una goduria di intesa musicale e umana.

Le streghe del coro, splendide nel loro canto fermo e non tremulo come tante volte è capitato di sentire, si guadagnano subito un ruolo preminente, insieme ai colleghi maschi, e il coro diretto da Lorenzo Fratini ha davvero ben figurato.

Visioni notturne

I solisti: tutti all’altezza; ma ha davvero incantato la Lady Macbeth della koreana Vittoria Yeo. Si sa, quando viene rappresentata un’opera in forma di concerto, gli spazi per l’interpretazione fisica cono alquanto limitati, e del tutto esclusi per quanto concerne i movimenti. Ma la mimica facciale, l’atteggiamento interpretativo della Yeo sono risultati assolutamente impressionanti. Il suo invito al brindisi nel secondo atto per esempio (Si colmi il calice di vino eletto), cambia completamente dall’avvio della scena alla sua fine, dopo l’apparizione dello spettro di Banquo e lo stravolgimento di Macbeth. Il viso della Yeo, la sua mimica facciale, il suo atteggiamento canoro nel cantare le la stessa frase sembravano quasi provenire da due persone diverse. Davvero straordinario.

Il povero Macbeth, interpretato dal baritono Luca Salsi, ci ha fatto la sua figura, ben rappresentando il suo status di succube degli eventi, della moglie, della maldestra sete di potere. Più a suo agio nel registro acuto, ha mostrato un po’ di deficit di possanza in quello più grave, specie nel primo atto, quando aveva accanto il Banquo interpretato dal basso Riccardo Zanellato, davvero splendido, espressivo, possente. Ma nell’addentrarsi nella tragedia, e dopo essersi appunto liberato dell’ingombrante Banquo, Salsi ha davvero sfoggiato una grande fermezza e sicurezza interpretativa, meritandosi gli applausi tributati dal pubblico.

In quest’opera decisamente dominata dalla perfida Lady e dal succube di lei marito, il tenore ha dichiaratamente un ruolo minoritario. Il Macduff di Francesco Meli ci ha messo un po’ ad ambientarsi nella vicenda, ma ha decisamente brillato nel quart’atto, quando lui, non nato di donna, ha fatto muovere la foresta di Birnam. Anche lui si è meritato una cospicua dote di applausi.

Tanta gente a godersi il notturno fiorentino fra un atto e l’altro

A proposito di applausi: si è verificato in questa rappresentazione fiorentina un fatto alquanto inusitato: la quantità di chiamate al proscenio dei solisti e del direttore, i cori quasi da stadio che inneggiano a tutti gli interpreti, al coro,  all’orchestra e al Maestro Muti, sono cominciati dal primo intervallo. Quel che di solito si vede alla fine dell’opera qui si è cominciato a vederlo fin da subito. Con un filo di imbarazzo per questo continuo andirivieni degli interpreti, e con il paziente attendere da parte degli orchestrali e dei coristi, aspettando il momento della agognata pausa di riposo. Stessa cosa nell’intervallo dopo la fine del secondo atto.  Ma alla fine dell’opera, allora sì che il pubblico si è scatenato per davvero. E c’è stato anche l’applausometro individuale, che ha decisamente premiato tutti, con una piccola sproporzione a favore della Yeo e del Maestro Muti.

Quelli che sono rimasti dentro visti da quelli che sono andati fuori

Siccome il pubblico non desisteva. il Maestro Muti ne ha approfittato per un fuoriprogramma: è salito sugli spalti del coro, ha chiamato due coristi, una donna e un uomo, a richiesto il silenzio e ci ha tenuto a ringraziare, insieme a tutti i coristi, in particolare questi due cantanti alla fine della carriera iniziata tanto tempo fa. Nel caso della corista, poi, ci ha tenuto a precisare che la sua prima esperienza nel coro fu in un Otello diretto proprio da lui, innumerevoli anni fa. L’affetto con cui il Maestro ci ha tenuto a salutare e ringraziare questi due coristi ha ulteriormente riscaldato il pubblico, che è andato letteralmente in delirio.

Insomma, proprio una bella serata, in un bel teatro, con una bella orchestra  e un bel coro, con solisti all’altezza e un grande Maestro Muti che ha mostrato una volta di più questo straordinario equilibrio fra la pacatezza e la potenza del gesto direttoriale. E poi il Macbeth fa sempre bene risentirlo, anche senza scene, senza balletti e senza streghe stravagantemente vestite o svestite. Che è davvero una grande opera, con parti orchestrali e strumentali di grandissimo livello e  il cui brindisi del secondo atto meriterebbe una celebrazione almeno pari a quello della Traviata. Alla fine, dopo mezzanotte, il pubblico esce contento (e i più persistenti che hanno pazienza di aspettare potranno anche attendere il Maestro che si offrirà al bagno di folla). Una goduria totale. E poi, non ci si dimentichi di ricordarlo e di proclamarlo una volta di più: Viva Verdi!

Per la cronaca 1: il cartellone completo di trova qui.

Per la cronaca 2: la presentazione dell’opera a cura dei musicologi de Maggio, la stessa che si è potuta sentire prima dell’inizio dello spettacolo, si può ascoltare qui.

Per la cronaca 3: c’è il Macbeth di Verdi e quello di Shakespeare. E naturalmente molti aspetti, personaggi, situazioni, sono sovrapposti. Per cui nell’immaginario collettivo è impossibile distinguere da quale fonte provenga una suggestione o una evocazione. Chissà a quale fonte si ispirò il Prof. De Martis quando, in una classe di liceo alla fine degli anni ’70 del novecento, esclamò all’indirizzo di uno dei suoi studenti: Non incomba come l’ombra di Banko su Macbeth!

Pubblicato da: miclischi | 16 luglio 2018

L’ultima dea: la prosa perentoria di Ernesto Ragazzoni.

Ripubblicato nel 2004 dalle Edizioni Interlinea

Grazie a Marco Malvaldi e al suo Buchi nella sabbia, di cui si ragionò a suo tempo qui, si accese la curiosità per questo formidabile personaggio-letterato-giornalista-poeta a cavallo fra ‘800 e ‘900: Ernesto Ragazzoni. E così, dallo scaffale dei libri lungodegenti in attesa di lettura, emerse questo L’ultima dea

Prima cosa curiosa: ma com’è possibile che un romanzo (questo romanzo) sia lasciato a mezzo e che poi l’editore dei suoi tempi (fu pubblicato a puntate sul Novelliere del popolo) annunci semplicemente che il romanzo incominciato dal Sig. Ragazzoni vien continuato da altro distinto scrittore?

Ma chi è questo continuatore? Non è dato sapere. Ma si nota, e come, un notevole cambio stilistico, e soprattutto la perdita della fantastica forza dei dialoghi e la scomparsa delle magnifiche affermazioni perentorie del Ragazzoni.

Ecco qui alcune perle ragazzoniane:

Una donna bella non è perfetta se non possiede anche un bel nome. Il nome compie la persona, il nome dà un alito di vita a ciò che la bellezza ha scolpito, aggiunge qualche cosa alla leggiadria, dona un fascino di più allo splendore miracoloso dell’occhio, un tepore più soave all’incarnato delle guancie e un profumo più inebbriante alla morbidezza dei capelli.

*   *   *

Nell’aria c’era quell’angoscia profonda e misteriosa che si potrebbe chiamare l’ansietà del sole assente. 

*   *   *

Una partenza secondo quel che si ha nell’anima è un sollievo o un accasciamento.

*   *   *

La collera della montagna è più terribile che la collera del mare. Tra le onde il disastro è più fatale, tra le rupi più lugubre.

*   *   *

L’indifferenza è la forma più terribile della disperazione.

Ernesto Ragazzoni

La ricchezza di questa prosa aulica e pomposa, e pur non pesante, è più importante, per il narratore, della trama della storia raccontata. Ché infatti la trama si spezzetta e si frantuma in infiniti rivoli di storie parallele, sovrapposte, inusitate. Come se il filo della sotria fosse meno importante degli episodi di cui si compone. Infiniti ribedoli trasportano il lettore nel tempo e nello spazio. Difatti alla fine il godìo della lettura sta proprio in questo lasciarsi strapazzare dagli eventi, dalle persone, dagli ambienti.

C’è la montagna con i suoi pericoli e i suoi poteri fascinosi, ci sono le relazioni parentali e amorose; ci sono i miti, le superstizioni, le religioni, l’occultismo e l’esoterismo; ci sono i meandri della memoria con i suoi incubi e i suoi stimoli; ci sono i contrabandistas della banda internazionale con i loro succosissimi dialoghi in spagnolo; c’è l’India con i suoi conflitti sociali; c’è la violenza, ci sono gli ammazzamenti, i duelli, la morte nella neve; ci sono gli sdoppiamenti di personalità e le agnizioni; una quantità di episodi da melodramma che a confronto La forza del destino è una giacchettata… insomma, proprio un bel gorgo dal quale lasciarsi rapire.

Insomma grazie a Marco Malvaldi, grazie alle Edizioni Interlinea, grazie anche a Cesare Bermani per la succosa introduzione al testo.

Per la cronaca 1: Ernesto Ragazzoni: L’ultima dea. A cura di Cesare Bermani. Interlinea Edizioni, 2004. 288 pagine, 15 Euro.

Per la cronaca 2: E le poesie del Ragazzoni? Eccole qui.

Per la cronaca 3: La poesia Ballata, quella dei buchi nella sabbia, si può ascoltare qui nell’interpretazione di Vittorio Gassman.

Per la cronaca 4: Un bell’articolo di Mario Baudino sullo scrittore novarese, pubblicato sulla Stampa dopo l’uscita del libro del Malvaldi, si trova qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 1 luglio 2018

Emmanuel Carrère racconta Philip K. Dick. Insomma…

Uscito nel 2015

Dopo aver letto la storia di Limonov, di cui si era ragionato qui, capitò fra le mani un altro libro biografico a opera di Emmanuel Carrère: quello dedicato allo scrittore statunitense di fantascienza Philip K. Dick. Il libro si chiama Je suis vivant et vous êtes morts ed è stato pubblicato in Italia da Adelphi nella traduzione di Federica e Lorenza Di Lella con il titolo Io sono vivo, voi siete morti.

La vita complicata di questo autore complicato sembra fatta apposta per essere romanzata. E Carrère ben si destreggia nei meandri della sua prima giovinezza, nel suo affacciarsi sulla vita, sulle illusioni, sulle suggestioni. I primi amori, le prime convinzioni, la vocazione a diventare scrittore…

La spigolosità della vita di Philip K. Dick si trasforma nei guizzi narrativi di Carrère e tutto regge benissimo.

Poi però, a poco a poco, la vita di Dick si sfalda, le sue visioni e le sue intuizioni cominciano ad essere suscitate dall’assunzione in dosi massicce di vari tipi di droghe e altri veleni (nel senso etimologico dei farmaci).

L’edizione italiana

La vita dello scrittore americano è dominata da uno stato di perenne ansia, agitazione, paranoia, ossessione, insomma da un coacervo di disagi neuro-emotivi che se da un lato gli aprono nuovi mondi (fantascientifici), dall’altro rendono la sua vita un gran casino. Passa da una donna giovanissima a un’altra donna giovanissima, semina figli qua e là, sprofonda in crisi mistiche o di altra natura. Insomma il caos. E in questo caos che è fatto di ossessività, ripetitività, confusione mentale… perde di lucidità anche la narrazione. E questo ripetersi ossessivo delle situazioni e delle suggestioni sullo sfondo sfuocato di un’esistenza sempre al limite, alla fine, pare contagiare anche il biografo, e la lettura si fa via via meno godibile e a tratti – orrore! – quasi pallosa.

C’è una netta ripresa nelle ultime decine di pagine del libro, nelle ultime fasi della vita di questo sfortunato autore. Il quale fra l’altro cominciò a percepire anche cospicui compensi per la trasposizione della storia di uno dei suoi libri nel fim Blade Runneruscito proprio nell’anno della morte dello scrittore (1982).

Quando si incomincia vedere la fine (lo scrittore e il biografo incominciano a vedere la fine), è come se una placida quiete si trasfondesse nella narrazione, che si fa alla fine parecchio più godibile e intensamente coinvolgente.

Alla fine il lettore si sente un po’ spossato, dopo aver navigato in queste acque difficili di un’esistenza arzigogolata come quella di Dick. E rimane anche un misto di piacere di lettura e di stanchezza dovuta alla pesantezza. Insomma, via, questa storia, a confronto di come fu narrata quella di Limonov, alla fine risulta parecchio meno godibile (a prescindere dal soggetto).

Per la cronacaUna delle parti del libro più godibili è quella dedicata all’uso (ossessivo, ci mancherebbe) che Dick faceva della consultazione del Libro dei mutamenti, l’oracolo cinese, insomma,  I Ching . Nel Capitolo 6 della biografia c’è una pregnante introduzione a questo oracolo cinese, che si conclude così (il soggetto è Il libro dei mutamenti): A qui tâtonne dans les ténèbres il apprend que la lumière reviendra, à qui exulte sous le soleil de midi que le crépuscule est déjà commencé, à l’homme sage l’art subtil de se laisser porter par le cours des choses comme un barque vide par le fleuve. E a chi gli chiede lumi sull’uso del libro per la scrittura dei suoi romanzi Dick risponde in questo modo: Il lui expliqua comment il s’était servi de l’oracle, qui avait tout décidé pour lui, le sujet, la période historique, les personnages, et fait les mille petits choix nécessaires à l’élaboration d’une histoire.

 

Pubblicato da: miclischi | 29 giugno 2018

Agfa Super Silette: il telemetro!

La Super Silette degli anni ’50

Di una delle Agfa Silette, quella  della prima comunione, si era parlato tempo addietro qui. Poi successe di imbattersi, al mercatino di Marina di Pisa, in una Super Silette, più anziana ma decisamente più solida e metallica, e soprattutto dotata di telemetro a immagini sovrapposte.

Nella Silette plasticosa del 1968 per la messa a fuoco ci si doveva fidare dei pittogrammi da impostare sulla ghiera sull’obiettivo. Ma qui, nella macchina prodotta a partire da dieci anni prima, la cosa si fa seria.

Dettaglio del gruppo-obiettivo

Una macchina per certi versi rudimentale, questa Super Silette (basti pensare che per riavvolgere la pellicola alla fine del rullo bisogna ruotare faticosamente una rotella senza manovella). Ma solida, con un buoni obiettivo e un buon otturatore, insomma un’altro apparecchietto da provare.

I dati tecnici in sintesi: Obiettivo Solinar 45 mm f. 3.5 (fino a f. 16). Tempi da 1 secondo a 1/500 + B su otturatore Synchro Compur. Distanza minima di messa a fuoco: 1 metro. La macchinetta comprende anche una slitta porta accessori, il contatto per il flash, l’autoscatto, il contapose da azzerare all’inizio del rullo e il memorandum per la sensibilità della pellicola.

Il prestigioso astuccio Génaco con filtri, lenti e paraluce

Tanto per non lasciare niente al caso, per il primo rullo di prova fu scelto un Ilford HP4 (!) bobinato da Punto Reflex nel settembre 1980. Inoltre, già che ci s’era, si usarono finalmente anche i filtri graziosamente confezionati un un astuccio di cuoio, che erano rimasti inutilizzati per lungo tempo in assenza di un diametro compatibile. Si tratta di una serie di filtri colorati (giallo, verde e arancio) più una lente addizionale e un filtro probabilmente diffusore e anche un paraluce. La serie di filtri fu prodotta dalla Génaco e la confezione comprende anche due fogliettini sgualciti con le istruzioni d’uso, sia per i filtri che per le lenti addizionali.

Con la pellicola Ilford HP4 del 1980

Il telemetro funziona bene, se non fosse che la ghiera della messa a fuoco è non dura, bensì durissima, e farla ruotare, anche con l’aiuto della apposita levetta, è un’impresa, roba da mettersi i guanti per non sbucciarsi le dita. Cioddetto, la macchina si maneggia bene, e la lettura dell’immagine spezzata è molto chiara, nonostante l’età. Come anche per altre macchine con questo sistema di accoppiata obiettivo-otturatore, come la Kodak Retina, è un po’ indaginoso operare indipendentemente sulle due ghiere, quella dei tempi e quella dei diaframmi, ma dopo un po’ ci si fa l’abitudine.

Sorelle (HP4 del 1980)

La lente addizionale, dopo alcune prove con le varie distanze indicate sul foglietto illustrativo, risultò essere quella da una diottria (messa a fuoco a 50 cm se la ghiera è impostata su un metro, a 1 metro se la ghiera è impostata su infinito). Infatti, forse per questo, l’unica indicazione sulla ghiera della lente è un solo pallino rosso.

Con la lente addizionale dalla distanza di 50 cm (pellicola Rollei RPX 100 sviluppata in ID 11 stock)

Per il secondo rullo di prova fu adoperata una più moderna pellicola Rollei RPX 100. Ma nel fare alcune prove si rivelò un altro problemuccio, del resto alquanto comune nelle macchine vecchiotte: l’otturatore fallisce nei tempi lunghi (1/15 o più lento). Ci se ne accorge già scattando, e il negativo conferma il fiasco. Oltre alle prove della lente addizionale furono anche testati più scientificamente i filtri, che risultarono di buona qualità.

Due scatti con la Rollei RPX 100.

Insomma una bella macchinetta da portarsi in giro per foto in piena luce, con la dotazione di filtri e lenti. Un altro bel ritrovamento al mercatino di Marina.

Per la cronaca 1: Come di consueto, il dettagliato manuale d’istruzioni si trova sul meritorio sito web di Michael Buktus.

Per la cronaca 2: Sul sito collection-appareils si trovano invece le istruzioni dei filtri e delle lenti addizionali, proprio gli stessi che, spiegazzati, erano nella confezione di cuoio. Qui c’è quello delle lenti, qui quello dei filtri.

Il contapose azzerabile si trova sull’asse della leva di trascinamento della pellicola.

 

Pubblicato da: miclischi | 22 giugno 2018

Primi esperimenti con la Lomo Instant Square

La Lomo Instant Square. Si nota il pulsante di scatto con il logo, e anche lo specchio parabolico che dovrebbe assistere nella composizione degli autoscatti.

Le macchine fotografiche che usano pellicola a sviluppo istantaneo (quello che una volta era il dominio indiscusso della Polaroid), oggigiorno sono principalmente le Fuji Instax. Così come Fuji sono le pellicole istantanee più diffuse, guarda caso fatte apposta per gli apparecchi Fuji (ché infatti qualche anno fa fu dismessa la produzione delle pellicole Fuji FP che andavano nelle vecchie Polaroid Land e anche nei dorsi Polaroid applicabili a un bel numero di macchine fotografiche di medio e grande formato – maledizione!).

Pare naturale, quindi, che chi si accinga a produrre altri apparecchi per pellicole istantanee li predisponga per usare pellicole Fuji. E così fu anche per la Lomographic Society International, confidenzialmente “Lomo”, che si è messa a produrre e commercializzare apparecchi di questo tipo.

Tra i vari ammennicoli si notano il telecomando, il dorso per le pellicole mini, i filtrini colorati da applicare nel flash, il filtro per riprese ravvicinate e la mascherina splitzer.

Avendo ricevuto in omaggio da un gruppo di colleghi (grazie!) una Lomo Instant Square, vien subito voglia di ruzzarci. Primo approccio: il manuale d’uso che si trova nel kit consta di ben (!) tre pagine. In pratica, a parte le utilissime indicazioni su come inserire le pile nella macchina e nel telecomando, e come mettere la cartuccia di pellicole in questo o quel dorso, non dice quasi niente. Per esempio sull’utilizzo dei filtri che sono compresi nel kit. Ma non c’è da stupirsi, non è forse questa la filosofia dei lomografi? Te scatta, senza pensare tanto, e vedrai che qualcosa ne vien fuori.

Non è un apparecchio per fotografi precisini che anelebbero sapere che tempi o che diaframmi utilizza la macchina in modalità “A”, automatico (che poi è l’unica, visto che l’altra è per i tempi di posa). Viene in aiuto, almeno  in parte, la paginetta (che a dire il vero si aggiunge alle citate tre) che contiene le specifiche tecniche.  Si apprende che l’apertura, in automatico, va da f. 10 a f. 22 (oppure è semplicemente l’una o l’altra?); che il tempo di otturazione (sempre in automatico) va da 8 secondi a 1/250; che il pippolo per la sotto- o sovra-esposizione provoca uno scarto di +/- uno stop; che il numero guida del flash incorporato è 9. Per quanto riguarda la messa a fuoco, ci sono tre posizioni del gruppo-obiettivo: 0,8 m; 1,2 – 5 m; infinito. Occhio che nel maneggiare la macchina e soprattutto nell’applicare filtri o manovrando lo splitzer, la messa a fuoco va a farsi friggere.

I primissimi scatti con la pellicola mini. Si nota un tentativo di doppia esposizione, uno scatto con il telecomando e una inquadratura decisamente cannata.

Comunque, seguendo i dettami della fotografia lomografica, si inizia subito a scattare, per vedere l’effetto che fa. Nell’intenzione di fare le prime prove al risparmio, fu scelto di  montare il dorso Instax Mini, che utilizza un formato un po’ più piccolo che fra l’altro costa poco meno. Per inciso, nel formato mini (ma non in quello square, almeno per ora) esistono anche pellicole in bianco e nero.

Errore (montare il mini). Nel senso che – per cause imprecisate – bisogna stimare a occhio il campo inquadrato nel mirino della square. Vabbè l’approccio lomografico, ma almeno sapere dove si mira e che cosa si fotografa… dopo qualche scatto cannato, poi più meno ci si abitua, ma l’aleatorietà è significativa. E le foto? Non male, anche se bisogna ricordarsi (ogni volta che si apre la macchina) che il flash viene inserito d’ufficio, quindi se si vuole scattare senza (cioè quasi sempre) bisogna ricordarsi di disinserirlo, che se poi magari uno aveva anche impostato la sovraesposizione, ne vien fuori il proverbiale ber troiaio.

Ah già, con il formato mini si può anche scegliere se scattare in verticale o in orizzontale (qui uno scatto con la mini bianco e nero).

Un’altra precauzione: nell’approcciarsi a questa macchina, maneggiandola per studiarne l’impugnatura, o semplicemente per familiarizzarsi un po’ con questa forma astrusa, occhio a non appoggiare inavvertitamente un dito sullo scatto, che non sembra per niente un pulsante di scatto, ma proprio un logo ornamentale sul davanti della macchina.

Nel formato mini esistono anche le pellicole in bianco e nero, nel formato square no.

Anche nell’approcciarsi al formato mini, una delle potenzialità più interessanti che si è rivelata fin da subito è quella delle esposizioni multiple. Basta schiacciare il pippolo apposito, e poi si possono sovrapporre quanti scatti si vuole. Una volta finita la serie, si ripigia lo stesso pippolo e la foto viene espulsa.

Altra ganzata consiste nella disponibilità di avere sempre a portata di mano un telecomando per gli scatti a distanza, il che non è poco.

Ma le vere soddisfazioni sono arrivate con il formato square. Prima di tutto il mirino inquadra (più o meno) il campo che verrà poi ritrovato sulla foto. Poi le dimensioni maggiori forniscono un prodotto che è di certo assai più godibile del piccolo mini. Ne vien fuori una stampa di circa 7×7 cm, più o meno come nelle foto scattate con la Mamiya 67 RB e il vecchio dorso Polaroid.

Alcune doppie esposizioni nel formato square. Decisamente meglio usare un treppiede e un fondo scuro.

Il formato square induce decisamente a scattare con più frizzore, a sperimentare, forse a sposare un po’ di più lo spirito lomografico. E quindi via alle doppie esposizioni (ma non è chiaro se la macchina applica automaticamente un fattore di correzione dell’esposizione agli scatti dopo il primo). E via anche a degli scatti che producono delle foto già più grandicelle. Insomma, se non fosse per l’assenza (per ora) della pellicola in bianco e nero, verrebbe da dire che questo square è proprio il formato da previlegiare. Viene anche da provare la lente per ritratti ravvicinati (che però non è chiaro quanto debbano essere ravvicinati, e quindi sono venuto sfuocati).

Da vicino, ma senza istruzioni precise, ci mancherebbe!

Anche per l’uso della mascherina splitzer non ci sono istruzioni, e bisogna andare per tentativi, ma se non si vuole avventurarsi con gli spicchi di torta ad angolazioni bizzarre, limitandosi alla separazione del fotogramma in due parti verticali (o orizzontali) e usando le esposizioni multiple, qualcosa ne vien fuori abbastanza con agio.

Esposizioni multiple con la mascherina splitzer

Insomma, questa Lomo Instant è un ruzzino tutto da esplorare nelle sue varie modalità di scatto e di induzione alla creatività. Fra l’altro la macchinetta è molto leggera e quasi tascabile, quindi un bel giocattolino da portarsi in giro.

Per la cronaca 1: Nel caso uno volesse avventurarsi in qualche considerazione dotta sull’esposizione delle foto, è bene sapere che la sensibilità della pellicola Fuji instax è indicata come 800 ISO.

Per la cronaca 2: Sono allo studio dei dorsi capaci di ospitare le  moderne pellicole Fuji, da applicarsi alle vecchie macchine di medio formato con dorsi intercambiabili (Mamiya, Zenza Bronica, etc.). Qualche informazione eccola qui.

Per la cronaca 3: una panoramica di macchine fotografiche Lomo per uso con pellicole a sviluppo istantaneo si trova qui.

Esposizione multipla di quattro scatti.

Pubblicato da: miclischi | 11 giugno 2018

Praga cinquant’anni dopo.

Agosto 1968: al Castello di Praga (il “Vicolo d’oro”). Foto di Luciano Lischi

Era l’agosto del 1968 e le vacanze estive della famiglia Lischi, dopo una visitina ai nonni sulle Dolomiti e una settimanetta a Vienna (la mitica Pensione Quisisana), improvvisarono una deviazione oltre-cortina per andare a visitare la città di Praga. Espletate le necessarie procedure per i visti con bolli e controbolli sui passaporti,  la Fiat 124 giallina si spinse sulle strade della Cecoslovacchia (dove fu anche incontrata un’altra macchina targata Pisa). Fu deciso di alloggiare all’Hotel Axa e la figliolanza fu edotta – nel caso di smarrimento – ad imparare a memoria, oltre al nome dell’albergo, l’indirizzo (all’incrocio di Na PoriciNa Florenci, che – si scoprì – significavano Via Parigi e Via Firenze).

Dall’archivio fotografico di Luciano Lischi: a Praga nel 1968

Nelle memorie offuscate rimangono le immagini di una città grandiosa e al tempo stesso un po’ desolata e triste. Le piazze grandiose, il fiume, il castello, il bassorilevo di Kafka su una delle case un cui abitò, il magico orologio con le statuine che ruotavano affacciandosi da una finestrina sull’alto di una torre, con i turisti a guardare all’insù. Nei ristoranti venivano serviti enormi boccali di birra o, per i bimbi, di limonata. Nelle piazze c’erano i gelatai che vendevano il gelato, invece che nei coni, in delle specie di dischetti concavi, bassi e larghi, dai quali leccare direttamente. Insomma una specie di compromesso fra il cono e la coppetta.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di quell’anno, pochi giorni dopo la partenza della famigliola pisana sulla via del ritorno,  arrivarono a Praga i carri armati sovietici. Pochi mesi dopo, era il gennaio 1969, lo studente Jan Palach si dette fuoco per protesta. Un atto estremo che, molti decenni prima di internet, ebbe una risonanza mediatica enorme, tanto da essere citato anche sul giornalino di classe della quinta A delle scuole elementari Collodi di Pisa, in un articolo a firma del Taccini.

Il paginone centrale del “Corrierino Informazione” del 7 febbraio 1969.

Di passaggio a Praga nel maggio 2018. Cinquant’anni sono tanti, e cercare di ricostruire le emozioni di allora, o anche i ricordi, non è cosa semplice. Ma tornare a Praga è di per sé una bella esperienza a prescindere dalla rievocazione dei tempi dell’infanzia. Perché Praga era e rimane una città favolosa.

Dall’archivio fotografico di Luciano Lischi: a Praga nel 1968

Stupisce la quantità impressionante di turisti che affollano tutti ma proprio tutti i luoghi del centro, provocando veri e propri ingorghi Ma poi,  riguardando le foto del passato, si ricorda che tanti turisti c’erano anche allora, magari non coi i telefoni abbarbicati sulle asticelle per i selfie. Quindi una delle prime cose che viene in mente è che forse varrebbe la pena alzarsi presto, ma molto presto, per poter girellare in città senza traffico pedonale.

Foto e selifie anche in cattedrale (2018)

Un giorno e mezzo di tappa a Praga è un po’ pochino, ma almeno si può girare a sfinimento per le strade e le viuzze, sui ponti, su al castello e fin sulle torri delle chiese. L’orologio astronomico è in manutenzione, mannaggia, ma c’è una bella esposizione nel vecchio palazzo comunale. Il Castello è sempre il castello, nonostante la folla, e una ascesa sulla torre sella cattedrale di San Vito offre un panorama su tutta la città. C’è poi la viuzza con la casina di Kafka, il cosiddetto Vicolo d’oro, in cui ogni bugigattolo è stato trasformato in botteguccia, libreria, rivendita di prodotti artigianali, eccetera. Insomma la pressione turistica si sente e come, anche nella risposta della città. Ciò non toglie che sia una goduria comunque.

Poi la musica: ci sono infiniti luoghi e occasioni per andare a sentire musica di tanti tipi a tutte le ore. Tanti localini Jazz e tanti concerti classici (con un occhio di riguardo alle hit locali di Dvorak e Smetana) in chiese, auditorium, palazzi, insomma dappertutto. Sembrano un po’ più attrazioni turistiche che concerti veri e propri, ciò non toglie che siano godibili, e poi sono anche una buona occasione per sbirciare in una chiesa non ancora vista, e riposare un po’ le gambe delle lunghe camminate urbane.

Panoramica sul soffitto della cattedrale (2018)

Il verde: come si vede anche dalle foto del 1968, gli spazi verdi ci sono e servono a riposarsi un attimo rinfrescarsi, leggere, scrivere o pensare. Ci sono tuttora tanti spazi verdi, parchi o giardinetti, o anche cortiletti di chiese, che offrono un po’ d’ombra e ristoro al turista camminatore.

Cibo e bevande. Un birrino e una salsiccia li si trova sempre dappertutto. C’è da sgomitare un po’ nella folla turistica, ma potendosi sedere un attimo per fare due chiacchiere con il cameriere, magari ci scappa anche la possibilità di gustare qualcosa di diverso.

Musei. Troppo poco tempo, il museo nazionale è chiuso per restauri… insomma sarà per la prossima volta. Solo una visitina alla sede provvisoria del museo per dare un’occhiata, ma niente di che.

La stazione Centrale. Grandiosa, splendidamente decorata, insomma un bel posto. Ma come mai l’atrio è semi-deserto? Chieste informazioni in un barrino per cercare qualcosa da mettere qualcosa sotto ai denti, si scopre l’arcano: i tempi cambiano, e ora la vita frenetica di bar ristoranti e negozi si svolge sottoterra. Basta un piano di scale mobili e si apre un mondo affollato e rumoreggiante. Il tempo di mangiare un boccone e poi via subito di sopra, a godersi questo palazzone inusitatamente calmo.

E Venceslao? La piazzona che ha visto tutti gli avvenimenti più importanti nella storia della città? Sembra più un vialone immenso che una piazza. Piena di luce e fiancheggiata da negozi, ristoranti, librerie (dove si trovano anche dei pregevoli vinili d’epoca, dei tempi della Supraphon), è una piazzona davvero spettacolare, anche se la sera si anima tristemente di localini erotici con omoni muscolosi a far da buttafuori e squinzie che ammiccano dall’interno… Nella piazza sono presentati su grandi pannelloni gli eventi storici che si sono svolti proprio in questo enorme vialone-piazza.

In piazza San Venceslao (2018)

Insomma: bisognerà tornarci, e fermarsi un po’ di più, a Praga. Che davvero vien voglia di sperdersi per le viuzze, senza meta, senza mappa, senza guida, per respirare un po’ di questa capitale che emana un senso di nobiltà decaduta ma che riserva ogni dove sprazzi di arte e di bellezza che non se ne ha mai abbastanza.

Per la cronaca 1: L’Hotel Axa esiste ancora. Qui c’è il sito web.

Per la cronaca 2: Un album di foto digitali scattate a Praga nel 2018 si trova qui. Un altro album, di foto scattate in pellicola con la Nikon FM2, si trova qui.

Per la cronaca 3: Nonostante si veda chiaramente in più d’una foto del 1968 l’apparecchietto Agfa Silette I, i negativi delle foto scattate allora dal turista decenne non sono ancora riemersi dagli archivi familiari. Per ora.

Dalla torre dell Cattedrale (2018)

 

 

Pubblicato da: miclischi | 6 giugno 2018

Tanti luminosi viaggi nei racconti di Fabiano Corsini

Uscito nel maggio 2018

Un altro libro di Fabiano Corsini, un’altra presentazione al Fortino. Eppure, a differenza delle narrazioni marinesi cui l’autore marinese ci aveva abituato nei precedenti libri, stavolta gli orizzonti si allargano per davvero. Già il titolo promette itinerari, girovagari, esplorazioni, ma anche ritorni. Da Pisa andata e ritorno – Racconti fuori dal tempo. E la promessa titolistica è proprio mantenuta.

Si parte da Pisa ma dove si va? Si ritorna a Pisa, ma da dove? Forse si tratta di quei luoghi, situazioni di spazio-tempo, insomma le dimensioni che si trovano in ogni libro? O in quel libro che compie un viaggio quando si trova fra le mani di un pisano in modo del tutto casuale? (Il prologo). O anche alla dimensione di viaggio che creano nell’immaginazione del lettore le suggestioni narrative?

Il passaggio fra le mani del lettore cambia i luoghi e le dimensioni del racconto, proprio come ogni viaggio cambia chi lo compie.

Una decina di storie di viaggi. Come quello del racconto sull’Aiellino. Una storia sui libri, sul viaggio che ogni libro rappresenta. Per poi tornare a Pisa. Andata e ritorno. Come il viaggio di Stefano fino in Turchia e – in Turchia – il viaggio nell’immaginario, o nel visionario, o nell’allucinatorio. Anche senza l’aiuto di un narghilè, ogni libro è un viaggio.

O la storia del cosmonauta dimenticato nello spazio? Anche qui compaiono con forza i libri (Dostoevskij). E le storie ascoltate alla radio. E i viaggi contenuti nei libri, e i libri contenuti nei viaggi.

Oppure l’episodio di Essaouira in Marocco, la storia fantascientifica con stravolgimenti spazio-temporali del passaggio di Jimi Hendrix da quei luoghi. Dall’angoscia nasce la bellezza della creazione artistica, che non ha tempo.

O un altro viaggio nel tempo, quello di Dinamico. La nave dei sogni diventa il rigassificatore, che è anch’esso un sogno. O un incubo. Ma serve anche quello a evocare la bellezza.

Il Corsini

C’è poi la tristissima storia del pittore Hans a Berlino, alla ricerca del tono della speranza. Un viaggio nelle epoche che cambiano anche se non ci se ne accorge. E torna l’abbraccio appassionante e indissolubile fra la miseria – la tristezza – l’angoscia, e la purezza dei sentimenti più alti. Per poi tornare, come sempre, a Marina.

L’andata e il ritorno di Fiorilli non sono solo fra i luoghi (la ritirata di Russia) e i tempi, ma anche fra le varie facce – pragmatiche o spirituali – della bellezza umana, dei gesti, delle idee.

E’ sempre presente, nei luoghi e negli spazi, con forza, l’idea. L’espressione o la repressione dell’idea. Come in particolare nella storia sulle vicende marinesi del 1928. Dove il rigore e la coerenza dell’idea si sposano con la bellezza e la purezza dell’arte di Viviani.

Eolo è un laico spirituale, lo esprime senza dubbio sul suo letto di morte, dove per sta per fare un altro viaggio. Come il viaggio che ripercorre nella memoria, ritornando alla grotta di Uliveto che ci ha insegnato Fernanda, per approdare poi a Marina, anche lui. Le storie dei personaggi, in viaggio, diventano libri.

Conclude la raccolta la storia forse più straziante, a coronare una serie di racconti di tristezza e di angoscia, di morti e perdite. La morte di Fernanda, il racconto che l’autore definisce come l’ultimo capitolo del precedente libro dedicato a sua madre (Il secolo di Fernanda). E’ la storia più tragica. Una storia dalla quale è un po’ più difficile far emergere la bellezza. Eppure c’è, e come. Nello sguardo di Fernanda, nei luoghi e nei tempi che si porta dentro.

Sono tutte storie, musicalmente parlando, in tonalità minore. Eppure luminose. Letti di morte, storie di guerra, di dolore, di starmale. Eppure sono storie luminose. Perché la luce sta nella bellezza che c’è in ognuna di esse e nei loro personaggi. Sembra pazzesco o assurdo, ma è proprio così.  Forse perché questo alone di luce sta proprio nella bellezza del raccontarle, queste storie. Ché, si sa, come fu già detto, che queste erano storie che andavano raccontate, e Fabiano Corsini le ha raccontate proprio bene. E nel raccontarle così bene ci risucchia in quei viaggi pazzeschi, ce li fa fare con i suoi personaggi, e si sta lì a stupirsi, a vivere con loro le loro emozioni e le loro passioni. Perché ogni racconto è un caleidoscopio che suggerisce evocazioni, divagazioni, allucinazioni. Un caleidoscopio nel quale perdersi e meravigliarsi.  Abène, queste sì che sono storie raccontate proprio bene!

Per la cronaca 1: Fabiano Corsini: Da Pisa andata e ritorno – Racconti fuori dal tempo. Edizioni ETS, 2018. 82 pagine, 10 Euro.

Per la cronaca 2: Gli altri libri pubblicati da Fabiano Corsini con ETS si trovano qui.

Pubblicato da: miclischi | 12 maggio 2018

Di fototessera in fototessera: come passa il tempo…

Una vita raccontata dalle fototessere

C’erano i biglietti dell’ATUM che erano rosini e costavano 50 lire. E ai tempi del liceo l’abbonamento prevedeva la possibilità di indicare due linee (per esempio, il 2 P.ta Lucca e il 4 I Passi). Poi c’era l’attestato di  identità (prima del rilascio della carta d’identità), le tesserine della FIV, della biblioteca, i primi brevetti subacquei. Il tesserino da militare con una foto che sembra segnaletica. Poi la patente (ma quella dei diciott’anni fu rubata a Calafuria), la patente nautica, le tessere degli ostelli, i passaporti. C’è anche il Laissez-passer delle Nazioni Unite ai tempi della FAO (ma all’arrivo all’aeroporto di New York il funzionario scettico delle dogane chiese di esibire per favore il passaporto nazionale). Ci sono anche i documenti rilasciati dalle autorità di paesi africani. Ai primi tempi del soggiorno in Botswana, la patente di guida rilasciata dal governo autonomo di Zanzibar suscitò l’interesse di un poliziotto a un posto di blocco sanitario per contenere la diffusione delle malattie del bestiame. Accettò incondizionatamente la patente estera, ma chiese umilmente: mi scusi, Zanzibar è un nome che ho sentito tante volte, ma mi può spiegare per favore dove si trova?

Quando c’era l’ATUM

Ci sono i documenti, l’evoluzione dei documenti, a scandire il tempo. Ma naturalmente ci sono anche le foto. Non tanto e non solo perché documentano la crescita e l’invecchiamento, ma anche in termini di mutazioni nell’abbigliamento, nell’acconciatura, insomma nello stile. La maglietta del WWF, l’inusitato completino pied-de-poule con tanto di panciotto e cravatta (Giorgio aveva una giacchetta quasi uguale, forse erano state entrambe comprate da Vittadello Euromoda di fianco a Piazza del Carmine), la tuta del CUS Lecce prestata da Orietta per andare a Nervi per fare l’esame di istruttore con Duilio Marcante, la camicina o la maglietta, la lunghezza variabile dei colletti, i giacconi e le sciarpe. Capelli lunghi o corti, barba folta o curata, o assente.

Con un filo di kajal

Le foto vengono quasi tutte dalle macchinette automatiche. Dapprima quelle che producevano la striscia con le quattro foto verticali in bianco e nero, poi quelle a quadrato a colori, fino a quelle delle macchinette digitali che producono più foto anche in diversi formati. Ma ce ne sono di scattate dai fotografi africani, oppure autoprodotte con l’autoscatto.

Il laissez-passer delle Nazioni Unite con la fototessera realizzata dal fotografo di Bahar Dhar sul lago Tana, in Etiopia.

Per la cronaca: tutte le foto recuperate dai documenti di variegata natura (una trentina) si trovano qui.

La patente etiope (in amarico!)

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