Uscito da Mondadori nel 2018

Carmine Abate proviene da Carfizzi, uno dei paesi calabri dove si parla albanese. La sua comunità, difatti, immigrò in tempi remoti in Calabria. Immigrato, dunque, si dirà. Però poi le vicende della famiglia portarono il nonno, poi il padre, infine lui stesso a partire per lidi lontani, che fossero dall’altra parte dell’oceano, o in nord-Europa o in nord-Italia, a cercare lavoro. Emigrato, quindi, si dirà. Questione di punti di partenza e punti di arrivo.

Pare però che nel linguaggio di questo inizio di millennio, inizio che a dire il vero ormai si è già avviato alla fine del primo ventennio, sia molto in voga l’espressione migrante, cioè senza “e” e senza “in”. Ché forse rende meglio l’idea dello status della persona, della famiglia, della comunità, ma anche del gruppo eterogeneo che si trova nell’atto di migrare, di spostarsi, senza chiara definizione né della provenienza né della destinazione.

Ci ha sempre parlato di persone in movimento, Carmine Abate, di emigranti che prendevano il volo per altre vite.  C’è una frase, nel suo libro Vivere per addizione, di cui si parlò tempo addietro qui, che forse riassume il variegato concetto di emigrazione, e di come gli emigranti sono percepiti dalle persone che incontrano:

Se per i tedeschi  continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale, o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese, o “ghiegghiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni…

Verso la fine di questo 2018, Carmine Abate se ne esce con un nuovo libro, Le rughe del sorriso che affronta gli stessi temi da una prospettiva completamente diversa: quella di chi si trova dall’altra parte, di chi si trova ad accogliere nella propria terra, nel proprio paese, persone e gruppi di persone che vengono da lontano, insomma persone che hanno dovuto emigrare, e che quando arrivano da noi perdono la “e” e diventano migranti.

Carmine Abate presenta il suo libro al Pisa Book Festival 2018

Come ha ben spiegato in occasione della presentazione del libro al Pisa Book Festival 2018, Carmine Abate ha sentito l’impulso di scrivere questa storia quando gli si è focalizzata negli occhi e nella mente molto precisamente una immagine nettissima, proprio quella immagine che descrive all’inizio del libro: una ragazza di colore che, in mezzo al gran casino di una manifestazione di violenza e arroganza contro gli immigranti in un quartiere di Roma, semplicemente e spontaneamente, sorride. … non un sorriso di sfida e neppure ironico, ma un sorriso incredulo – a momenti distratto come di chi fissa il nulla -, che forse racchiudeva una timida richiesta di comprensione o una preghiera.

La storia viene raccontata su tre livelli: c’è il racconto di come gli abitanti del piccolo paese calabro accolgono gli immigrati nel loro centro di seconda accoglienza – che ha dato lavoro anche ad alcuni ragazzi che altrimenti forse sarebbero emigrati – , come percepiscono questi stranieri, come ci interagiscono; poi c’è il racconto che ripercorre gli infiniti episodi che hanno obbligato il piccolo nucleo familiare somalo a lasciare la propria terra per cercare la salvezza in Europa; poi ci sono i rari interventi “esterni” dell’autore, che ogni tanto si inserisce per precisare o chiarire questo o quell’aspetto della vicenda e della sua scelta narrativa.

All’inizio si rimane un po’ sorpresi, al limite quasi delusi da questa radicale diversità narrativa, questo contrasto fra la frizzante prosa infiorettata di espressioni dialettali calabre con cui vengono descritti gli ambienti paesani, ma anche i pensieri e le emozioni e, dall’altra parte, il racconto quasi piatto delle vicende somale e la storia del viaggio fino all’Italia. Poi, a poco a poco, quando la storia di Sahra, suo fratello, sua cognata e la nipotina si fa sempre più crudamente difficile, violenta, tragica, si comincia a intuire la necessità di raccontare quei fatti nudi e crudi, senza abbellimenti o preziosismi.

Il momento delle dediche: un’occasione per fare due chiacchiere cordiali.

I due racconti corrono in parallelo, e parallelamente crescono di intensità emotiva; e alla fine del libro si rimane quasi senza fiato.

Un libro importante e coinvolgente che arriva in libreria in uno dei periodici momenti di picco un cui la tragedia delle migrazioni viene impugnata ora da questa ora da quella parte politica per motivi strumentali. Eppure – lo dice Abate stesso – questo di sicuro non è un instant book, ma anzi risponde alla irrefrenabile e imprescindibile esigenza di raccontare le storie che vanno raccontate.

Un libro che propone tanti spunti per pensare e ripensare le tante sfaccettature di una realtà che tropo spesso viene semplificata e degradata riducendola in slogan di facile presa. Ché non ci sono solo le vicende tragiche dei viaggi disperati, della detenzione, la tortura, la violenza che subiscono coloro che riescono a scappare e forse, forse, un giorno approderanno a Lampedusa o in Calabria. Ci sono anche le implicazioni che si sovrappongono ai rapporti personali, alle relazioni familiari, alle modalità di comunicazione e condivisione dei tempi e degli spazi di un piccolo paese del sud Italia. E le diverse modalità in cui questo coacervo di scelte e sensazioni può tradursi – oppure no – in soluzioni di accoglienza vera.

Troppi morti nei nostri mari, troppi sbarchi di profughi e migranti, drammi collettivi trasformati in numeri per attutire i rimorsi, dimenticare in fretta le loro ferite, aggrapparci all’alibi della compassione.

Una variazione sul tema delle migrazioni che Carmine Abate interpreta ad altissimo livello. Un altro grande libro del piccolo grande autore che schiva il clamore del successo e preferisce affermarsi nella sua prosa avvolgente e potente. Di nuovo grazie.

Per la cronaca: Di questo libro di Carmine Abate si è occupata anche la trasmissione Fahrenheit di Radio Tre, nella rubrica Il libro del giorno. Si può ascoltare qui.

 

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Pubblicato da: miclischi | 24 novembre 2018

Jacopo Ghilardotti racconta la genesi dell’Otello: Viva Verdi!

Pubblicato nel 2013 dall’editore Ponte alle Grazie

Che sull’acclamazione VIVA VERDI! Jacopo Ghilardotti ironizzi parecchio non c’è dubbio. Già fin dal titolo (Il Viva Verdi) e poi giù giù nella narrazione, dove il compositore di Busseto viene chiamato proprio Viva Verdi invece che semplicemente Verdi. Questo nomignolo viene appiccicato a Giuseppe Verdi proprio per prenderne un po’ in giro l’indiscussa acclamazione popolare e istituzionale.

Il libro – gustosissimo, forse ancor più per i milanesi che riconoscono luoghi e ambienti – racconta quasi cronachisticamente gli accadimenti che accompagnarono la lunga gestazione dell’opera. Difatti i capitoli portano il nome degli anni: dal 1879 al 1887, anno in cui finalmente l’opera andò in scena.

Parecchia ironia c’è anche nella scelta narrativa dell’autore, che fa narrare la storia in prima persona da Tobia Gorrio, pseudonimo scelto da Arrigo Boito per firmare alcuni dei suoi libretti, come quello della Gioconda di Ponchielli. Ora, il fatto è che proprio Arrigo Boito, il librettista dell’Otello, è uno dei personaggi chiave della storia, che quindi ne è al tempo stesso interprete e narratore.

Arrigo Boito con Giuseppe Verdi

Ci sono gli ambienti degli intellettuali dei musicisti e dei musicofili a Milano. Ci sono- soprattutto – i musicisti: Verdi che su tutti troneggia, ma anche Ponchielli, Catalani (dipinto come un irrimediabile e malinconico sfigato), Boito stesso con il suo Mefistofele;  si affaccia anche Puccini e ci solo tanti riferimenti ai sostenitori e ai detrattori di Wagner. Ci sono gli ambienti dei teatri, dei cantanti d’opera, dei salotti, della casa editrice Ricordi e dei suoi concorrenti. Ma c’è anche la villa di Sant’Agata, rifugio campagnolo di Verdi il quale sembra interessarsi più alla gestione delle proprie terre che non alle smanie degli ambienti milanesi che aspettano con ansia una nuova opera.

Insomma un racconto densissimamente fitto fitto di personaggi, episodi, corrispondenze, rappresentazioni teatrali, rivalità fra cantanti, fra autori, fra librettisti, fra teatri, direttori, impresari.

Per gli otellisti convinti questo lungo racconto è fonte inesauribile di informazioni e di curiosità. Soprattutto sugli innumerevoli ritocchi, ripensamenti, aggiunte e innovazioni scaturiti dal sodalizio Verdi-Boito durante la lunghissima gestazione dell’opera.

Davvero una bella storia, ripescata dopo tempo immemore dallo scaffale dei libri lungodegenti. E, naturalmente, questa lettura fa tornare la voglia di riascoltare (e possibilmente ritornare a vedere) l’Otello. Ma fa venire anche un pizzico di desiderio di andare a scuriosare nella fitta corrispondenza che Verdi intrattenne col suo editore Ricordi e con il suo librettista Boito (Giuseppina La Face Bianconi ne parla diffusamente qui). Insomma la funzione caleidoscopica di questo libro viaggia stabilmente sul doppio binario della lettura e della musica. Abène!

 

Pubblicato da: miclischi | 13 novembre 2018

Rossini serio al Teatro Verdi di Pisa: il Mosè vince e convince

Un Rossini serio, anzi, serissimo: Mosè in Egitto.

In questa stagione 2018-19 del Teatro Verdi di Pisa s’era cominciato con la rappresentazione di una – dichiaratamente – nonopera. Secondo titolo in calendario, altro che opera: un’operona! Il Mosè in Egitto di Gioacchino Rossini.

Un indizio affidabile sul quale basare una valutazione di qualità di uno spettacolo musicale: se si va a sentire (e vedere!) qualcosa che non si era mai ascoltato prima, e la musica accoglie e affascina, incuriosisce e appassiona, e lo spettacolo nel suo complesso (scene, luci, regia) acchiappano e convincono, via, allora vuol dire che la musica è una gran musica, eseguita bene, e che lo spettacolo è davvero riuscito.

La scena, fin da subito, anzi, prima ancora dell’inizio dell’opera, ché il sipario era già aperto all’ingresso in sala, si presenta in un bell’equilibrio di essenzialità e potenza. Quattro pilastroni sghembi e una pedana centrale (come era già stato ampiamente pubblicizzato prima della rappresentazione, le scene sono state realizzate con materiali riciclati).

La scena essenziale e pur potente (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi comincia la musica, che fin da subito si presenta come l’elemento dominante dello spettacolo: una musica fluida, coinvolgente, possente anche nei suoi tratti delicati… senza mai accennare agli ammiccamenti cui tanto repertorio operistico ci ha abituato. Fin dal tema cantilenante che abbraccia le fasi iniziali dell’opera, si nota una magica fusione fra musica e canto. Sia nei recitativi (che sono ricchissimi e assai lontani dall’idea del piattume amelodico) che nelle parti solistiche e d’insieme (con un ruolo importante riservato al coro), è come se non ci fosse mai una intenzione di far prevalere il divismo degli interpreti. Insomma, una specie di progetto cooperativo nel quale tutti contribuiscono allo sforzo comune del costruire pariteticamente lo spettacolo.

Nell’intervallo dopo il primo atto si scambiano le prime impressioni con alcuni compagni d’avventura, tutti o quasi tutti alla loro prima esperienza del Mosè. La sensazione prevalente è quella della gioia nello scoprire questa perla di Rossini.

Mosè (Federico Sacchi) guida i suoi in fuga dall’Egitto (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi si continua con le vicende dei deportati ebrei in Egitto, dei loro oppressori, le beghe familiari del Faraone, i complotti, i voltafaccia, questo anda e rianda che si gioca su più piani: quello delle decisioni del Faraone nei confronti di Mosè e dei suoi (lasciarli andare oppure no?); quello della relazione clandestina fra Osiride e Elcia (allora, ci si lascia o no?); quello delle trame del perfido Mambre (pare quasi un vice-Premier) che impone il suo volere al debole faraone e gli fa fare quel che vuole, anche con lo zampino dell’ambiguo Osiride; quello di Amaltea, che in famiglia conta come il due di briscola e viene più volte richiamata al suo ruolo di sottomissione; quello di Mosè che ogni due per tre fa i bagagli e poi li risfà a seconda dei capricci del faraone, e allora per raddrizzare la situazione invoca di volta in volta le piaghe sul popolo egiziano (nell’opera di Rossini assistiamo alle tenebre, alla pioggia di fuoco e ghiaccio e alla morte dei primogeniti).

Queste alternanze sono giocate anche sul piano scenico e musicale con movimenti e contro-movimenti scenici, musicali e vocali, e per questo l’opera non ha pause, né momenti di calo, e mantiene sempre altissimo il livello di attenzione del pubblico, che spesso e volentieri profonde applausi a scena aperta.

Poi c’è il micro-intervallo fra il secondo e il terz’atto. Un intervallo per permettere il rapido cambio di scena ma che avrebbe supposto la permanenza del pubblico al proprio posto. Ecco, forse sarebbe stato meglio se la suadente voce che raccomanda di spengere i telefoni (invito come al solito disatteso alla grande), avesse dato delle indicazioni anche su questo pseudo intervallo. Così magari si sarebbero evitati i rientri tardivi di quelli che comunque si sono ingegnati lo stesso per uscire dalla sala, e che poi bellamente sono riandati a posto a musica già iniziata, scatenando rosari di mòccoli sussurrati. Passons.

Ultimo breve atto sulle rive del Mar Rosso (Eritreo, come etimologicamente ci ricorda il libretto). I profughi sono scettici ma la possente fede di Mosè li smentisce una volta di più e le acque si ritirano per lasciarli passare (e per poi richiudersi subito dopo sugli egiziani che li rincorrevano). Qui la soluzione riciclo-scenica ha optato per raffigurare il mare sotto forma di qualcosa che assomiglia a una grande rete da pesca la quale si abbassa per far passare i fuggitivi e poi si rialza per imprigionare i rincorritori. Una scena davvero di grande effetto.

Terz’atto: sulle rive del Mar Rosso (foto Imaginarium Creative Studio).

E la musica? E i cantanti? l’Orchestra della Toscana sotto la guida del Maestro Francesco Pasqualetti ha di molto ben figurato, tanto che alla fine sono stati proprio per il direttore e i suoi musicisti gli applausi fra i più calorosi. Dopo qualche lieve incertezza nelle primissime fasi dell’opera (nei settori dei legni e degli ottoni), l’amalgama orchestrale si è poi ricomposta benissimo e la prova è stata davvero entusiasmante. Grande prova anche del Coro Ars Lyrica sotto la guida del Maestro Marco Bargagna.

I cantanti, come si diceva prima, sono stati tutti all’altezza, ed hanno veramente dato l’impressione di collaborare per uno sforzo collettivo. L’applausometro finale ha riservato calorosissimi applausi per tutti, anche se è parso di notare due picchi di particolare entusiasmo per l’Amaltea di Silvia Dalla Benetta e l’Osiride di Ruzil Gatin (oltre che, come detto, per il Maestro Pasqualetti). Se proprio si vuole andare a pescare un qualche neo, lo si può trovare in un apparente deficit di possanza nella voce del pur apprezzatissimo Faraone di Alessandro Abis, specie nelle parti in cui si confronta vis-à-vis con l’altro basso, il Mosè di Federico Sacchi, al quale di certo la possanza non fa difetto.

Insomma è andata proprio bene, tutti i cantanti hanno ben figurato (il cartellone completo si trova qui), così come le scene e i costumi di Josè Yaque e Valentina Bressan, la regia di Lorenzo Maria Mucci, l’uso sapiente delle luci di Michele Della Mea. Insomma, come su suol dire, uno spettacolo che funziona!

La scena si trasforma – grazie all’uso delle luci – nella caverna in cui si rifugiano Osiride e Elcia per ragionare del proprio futuro (foto Imaginarium Creative Studio).

Per la cronaca 1: si diceva delle invettive un tantinello machiste nei confronti di Amaltea nel libretto di Andrea Leone Tottola. Nella scena quinta del primo atto il Faraone le si rivolge in questo perentorio modo: Alle muliebri cure, donna, rivolgi il tuo pensier (della serie: donne all’acquaio). Nella quinta scena del secondo atto: pensa a te stessa, e me pur lascia in pace (della serie: fatti i c**** tuoi).

Per la cronaca 2: Il personaggio di Amaltea (omonima del localino nell’adiacente Piazza della Berlina) deve aver colpito parecchio il pubblico. Conversazione sentita all’uscita dal teatro: Ma seòndo te a Amartea ni garbicchiava Mosè? Ni garbicchiava eccome, quer popò di fratacchione grandeggrosso con tutte velle magìe…

Pubblicato da: miclischi | 12 novembre 2018

Jérôme Ferrari 2018: Corsica, morte e fotografia

Uscito nel 2018 da Actes Sud, casa editrice di Arles

Secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, i verbi coinvolgere e sconvolgere significano l’uno il contrario dell’altro. Allora, come è mai possibile che la lettura di un libro risulti al tempo stesso coinvolgente e sconvolgente?

Tutto cominciò in una libreria di Bruxelles. Quando si trova un libro di Jérôme Ferrari, eccelso scrittore di origine còrsa, vien voglia di sfogliarlo per farsene un’idea, magari comprarselo e leggerlo. Bastarono poche righe della sinossi in quarta di copertina per fugare qualsiasi dubbio (nonostante l’odioso formato-listino). La protagonista è una fotografa, qui si parla di fotografia e di Corsica: via, va letto di sicuro! Il libro si chiama À son image ed è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Actes Sud.

Poi: non è forse trascurabile il fatto che il libro fu letto, appunto, nel corso di una breve escursione proprio in Corsica, e che proprio il giorno dopo aver letto del tragico incidente che apre il racconto si percorresse proprio quella strada lungo la costa dell’Ostriconi (anche se in senso contrario)…

Coinvolgente, questa lettura, perché quasi fin da subito ci si sente parte di quella famiglia, di quella comunità, di quei legami e di quegli affetti. Viene da condividere con la protagonista, Antonia, le gioie dei primi scatti con la macchina fotografica regalata dallo zio (quello zio che poi si farà prete e che sarà chiamato dalla famiglia, proprio lui, a celebrarne il funerale). Le gioie di Antonia, le sue incertezze, la ricerca dell’inquadratura, dell’esposizione… Ma poco a poco si fa strada anche questa sensazione strana di condivisione delle esperienze di Antonia nel giornale, come fotogiornalista, poi di fotografa di matrimoni, ma anche delle sue esperienze personali e private. E lo zio? Quello che non si dà pace, quello che ai tempi di Antonia bambina e adolescente era forse fra i parenti quello che più la incoraggiava e la sosteneva? Anche con lui viene da condividere il dolore, le incertezze, i rimorsi e i rimpianti.

Una foto scattata a pochi chilometri dalla costa dell’Ostriconi, il giorno dopo l’inizio della lettura. Siamo a St. Florent, al cimitero (!) dei soldati musulmani morti per la Corsica.

Che cosa sconvolge di questo libro? Un libro che già dopo il primo capitolo, quello in cui si racconta la morte di Antonia, avvolge e stravolge. Una serie di avvenimenti, lontani nel tempo e nello spazio, si ritrovano tutti ricuciti insieme. C’è l’incontro di Antonia con Dragan che aveva visto per l’ultima volta in Yugoslavia dieci anni prima, giusto il tempo di fargli una foto. In quell’incontro, nella rievocazione di una vita precedente, nel ritrovarsi per poi andare a morire subito dopo, c’è già una storia, un racconto, un romanzo. E, naturalmente, una fotografia (anzi, come si scoprirà alla fine del romanzo, due fotografie).

Ché ogni capitoletto ha un titolo e un’epigrafe: i titoli indicano, una dopo l’altra, tutte le sezioni della messa da requiem nella forma classica in latino; le epigrafi sono titoli di fotografie. In alcuni casi si tratta delle foto scattate da Antonia; in altri, si tratta di immagini realizzate da fotografi di guerra che ossequiosamente Ferrari indica alla fine del libro.

Ché infatti alle vicende còrse e Antoniesche si accompagna in parallelo anche un sottofondo di orrore kurtziano scandito da immagini, episodi, vite dei fotografi che le hanno realizzate… tutte intorno al tema della guerra e della morte.

E così si sovrappongono indissolubilmente i passi della messa da requiem e le fotografie. Ché difatti la narrazione, fin dal primo capitolo, si svolge tutta durante l’accaldatissima messa funebre nella chiesetta del paese di Antonia, dei suoi genitori, di suo fratello, dello zio prete, delle amiche e degli amici che furono fra i suoi primi soggetti fotografici. Intervallati ai versi del requiem, e alla descrizione di quel che succede a questo o quel personaggio durante la messa – ma anche al prete stesso -, compaiono come fulmini inattesi i tanti tasselli che hanno costituito le varie fasi della vita di Antonia. Questa alternanza senza preavviso fra la tragica attualità della messa funebre e i ricordi di una vita vissuta intensamente dalla protagonista è forse l’aspetto più sconvolgente del romanzo. Ma non il solo.

Jérôme Ferrari, da sito della casa editrice Actes Sud.

Perché ci sono anche le infinite pieghe della vita di Antonia, dei suoi amici, dello zio, dei genitori e del fratello. E le lotte intestine nel movimento nazionalista còrso. Ma anche il rapporto intimo e intenso di Antonia con la Fotografia. Antonia – da giovanissima – inizia ad appassionarsi per le vecchie foto di famiglia, ma questo interesse presto si traduce in profondi e laceranti interrogativi (Capitolo secondo, Requiem aeternam):

L’énigme consistait en l’existence de la trace elle-même: la lumière réfléchie par les corps désormais vieillis ou depuis longtemps tombés en poussière avait été captée et conservée au cours d’un processus dont l’aspect miraculeux ne pouvait être épuisé par des simples explications techniques. (…) …il semblait à Antonia que tous les lieux familiers et, depuis ces lieux, l’immensité du monde entier, s’emplissaient de formes silencieuses comme si tous les instants du passé subsistaient simultanément, non dans l’éternité, mais dans une inconcevable permanence du présent.

Dopo anni di lavoro in cui la fotografia di Antonia viene svuotata di significati (tornei di bocce, feste di paese, uso del grandangolo in modo da inquadrare più persone possibile, in modo che poi più persone comprino il giornale) la protagonista viene sempre più attratta dal legame tragico fra la fotografia e la morte. Per questo prende un periodo di aspettativa, investe i propri risparmi e parte per la Yugoslavia lacerata dalla guerra. Ci tornerà altre volte, sempre attratta da quella assurda convivenza della morte con la perpetuazione della morte tramite la fotografia. E queste foto, quelle per lei più importanti e personali – ecco forse la trovata narrativa più efficace e sconvolgente – Antonia deciderà di non svilupparle mai (Capitolo 10, Agnus Dei):

… elle ne voudrait pas que des yeux étrangers puissent se poser avec curiosité ou indifférence sur le désastre complet dont elle a aujourd’hui été témoin. Ce désastre, elle ne veut pas le dupliquer. (…) Demain, elle rentrera chez elle, elle quittera pour toujours ce pays dont tous les noms sont provisoires, et les pellicules d’aujourd’hui iront rejoindre dans un carton toutes celles qui les y attendent et qu’elle ne développera pas.  Elle ne croit pas au péché, elle ne croit pas non plus en l’agneau de Dieux qui enlève le péché du monde. Mais, au moins, à ce qu’est le monde, autant qu’il est en son pouvoir, elle, Antonia V., n’ajoutera rien.

C’è anche, nel corso di tutta la narrazione, possente e quasi opprimente come il caldo che attanaglia la chiesetta, la liturgia. Nei versi della messa funebre, nel canto dei polifonisti corsi che ne cantano tutte le parti durante il rito, ma anche nei richiami infiniti agli episodi dei Vangeli e alla cultura cattolica di cui è profondamente impregnata la vita della comunità del paese di Antonia.

Uno di quei libri ad alta densità che vien voglia di tenere a portata di mano per poterlo riasfogliare di quando in quando, per lasciarsi avvolgere in questa prosa potente e profonda, per scoprirci sempre nuovi tratti, nuovi piani, nuovi dettagli. Un po’ come quando si riprende in mano una foto scattata tanti anni fa, che non ci stanca mai di riguardare.

Forse la lettura più appassionante di questo 2018.

Corsica, novembre 2018. Alla Stazione di PIetralba.

Per la cronaca 1: La messa cantata dai polifonisti còrsi è quasi come se fosse la colonna sonora di tutta questa tragica storia. Chissà quale versione, chissà quali cantanti… Una ricerca in rete rivela che si possono trovare innumerevoli brani e filmati di canti sacri in Corsica. Qui si può ascoltare un Libera me (l’ultima parte della messa da Requiem) cantato da un gruppo di polifonisti còrsi (Choeur d’hommes de Sartène).

Per la cronaca 2: Tutto il libro è costellato da minuzionisissime descrizioni di fotografie. L’autore spiega in appendice che in alcuni casi si tratta di precise immagini scattate in varie epoche in varie guerre che hanno insanguinato tante diverse regioni del mondo. Una specie di racconto parallelo a quello delle vicende di Antonia). Ma le fotografie di Antonia sono invece immaginarie. Eppure sembra di vederle, tanto sono descritte nei minimi particolari. Una pazzesca analogia con un’esperienza di fotografie immaginarie (a quei tempi vennero definite Fotografie senza macchina fotografica) realizzate nel 2012 proprio in Corsica! Se ne ragionava qui.

Per la cronaca 3: La foto di copertina invece è di Mervyn O’Gorman: una delle prime foto a colori scattata nel 1913! Un interessante articolo di Internazionale a firma di Giovanna D’Ascenzi approfondisce l’argomento.

Per la cronaca 4: In questo video, da una trasmissione televisiva francese, l’autore parla del suo libro. Nel corso della trasmissione vengono mostrate anche alcune delle fotografie (non quelle immaginarie!) che vengono citate durante la narrazione. In quest’altro video, l’autore parla brevemente del proprio libro (sottolineandone i due cardini: la fotografia di Antonia e la messa da requiem) e ne legge un breve brano che racconta le prime esperienze fotografiche della protagonista. Infine, in questa video-intervista trasmessa da un’emittente televisiva còrsa, Ferrari si sofferma in particolare sulla fotografia.

Per la cronaca 5: Una selezione delle foto scattate in Corsica nei giorni della lettura del libro si trova qui.

Per la cronaca 6: Tempo addietro su queste pagine si era parlato di altri tre libri di Jérôme Ferrari: Le Sermon sur la chute de Rome (nel 2013), Où j’ai laissé mon âme, (nel 2014) e Le principe (nel 2015).

Uscito nel 2018, giusto in tempo per Lucca Comics

Dopo il webcomic, dopo le autoproduzioni, le sceneggiature e le collaborazioni, Lorenzo Ghetti presenta finalmente un libro tutto suo. Un vero libro, un romanzo a fumetti ricco e corposo che si chiama Dove non sei tu.

Si comincia con un’ambientazione domestica: un ragazzo che si sveglia per andare a scuola. Il suono della sveglia proviene da un comune smartphone, l’arredamento e l’abbigliamento sono del tutto “normali” e dei nostri tempi. Vengono inquadrate le ciabatte infradito sul pavimento.

Si volta pagina e in questo tranquillo quadretto domestico arriva a sorpresa il futuro. Un futuro prossimo, si direbbe, visto il contesto. L’elemento futuribile di questa storia è la tuta ScOut che permette di essere dove non si è (come suggerisce il titolo). In pratica il padre del ragazzo, che è lontano da casa per un convegno, è virtualmente presente a casa nella sua  tuta ScOut per fare due chiacchiere durante la colazione.

Ecco, questa coesistenza del futuro con il presente è uno dei perni del romanzo. La tecnologia, si sa, ha drasticamente cambiato le modalità di comunicazione interpersonale, forse proprio in quel sotto-insieme raccontato in questa storia: gli adolescenti, i compagni di scuola, gli amici. Chi ha sulle spalle un po’ di decenni oppure, più semplicemente, chi ha figli adolescenti, tende a fare quasi in automatico un confronto fra le modalità di un tempo (quando non c’erano telefonini, né email, né SMS, figuriamoci gli smarphone e i social media)  e quelle attuali. Un confronto quasi impossibile, che provoca soprattutto innumerevoli dubbi sul come si faccia – oggi – a comunicare prevalentemente in modo così lontano dal contatto fisico e diretto.

La tuta ScOut è una proiezione delle possibili evoluzioni della tecnologia della comunicazione, un’evoluzione che punta sempre più sulla progressiva spersonalizzazione dei rapporti umani.

Dopo la comparsa della tuta ScOut con il padre a colazione, la si ritrova anche a scuola, dove un compagno di Lido (così si chiama il ragazzo), manda in classe la tuta e se ne rimane a casa con la scusa che aveva la tosse. Questi due esempi di uso pratico della tuta sono solo un assaggio di quel che verrà. In classe infatti c’è un’altra tuta, quella di Mobi, la nuova compagna di scuola che sta per trasferirsi e, in attesa di venire di persona, per intanto ha mandato la tuta.

Di qui in avanti la narrazione si impernia proprio sulla comunicazione con questa persona che c’è eppure non c’è, e sul contrasto fra i rapporti diretti che Lido ha con gli altri compagni di scuola e questo rapporto singolare, paravirtuale, insomma a tutti gli effetti anomalo. Perché un conto è dialogare con la tuta del padre o dell’amico; tutt’altra storia è confrontarsi con la tuta di una sconosciuta.

Destinazione stelle (qui con un altro titolo) di Alfred Bester, il libro che accompagna tutto il racconto

Tutte queste problematiche vengono vissute dalla prospettiva soggettiva di Lido. Questo Lido che presenta senza pudori le proprie insicurezze, i propri dubbi, le proprie difficoltà o reticenze a uniformarsi con i modi comportamentali del gruppo. Si scorgono in questi temi alcuni sprazzi mestamente autobiografici di Lorenzo Ghetti. Lido non è disinvolto, non fa spontaneamente battutine a doppio senso sulla nuova arrivata, non ama spettegolare sui compagni di classe. I suoi modi di espressione collettiva si esprimono grazie al suo ruolo di Master di un gioco di ruolo in rete con i suoi amici. Ma quando vuole veramente sentirsi se stesso si dedica alla lettura, appassionandosi per il libro che accompagna, quasi ne fosse una sorta di colonna sonora, tutto il romanzo. Si tratta di Destinazione stelle dell’autore statunitense Alfred Bester.

I momenti in cui Lido riesce a trovare un contatto che non sia davvero solo virtuale con Mobi sono proprio quelli in cui lei, incuriosita, gli chiede di leggerle alcuni brani del libro. E in quei momenti – forse – poco importa che chi lo ascolta sia una persona in carne e ossa o una tuta ScOut. Perché Mobi riesce a fargli sentire la propria presenza e partecipazione.

La storia prosegue con una brusca e inaspettata rottura, con le ricerche che Lido fa per cercare di saperne di più su Mobi… scivolando verso un epilogo (che qui verrà taciuto) in cui questo ragazzo e questa ragazza trovano finalmente una modalità di comunicazione che sia compatibile con le individualità, le storie e i sentimenti di ognuno. Fino alle ultime pagine che celebrano con semplice solennità l’emozione del condividere la bellezza.

Una storia avvincente, fluida, coinvolgente (non solo per ragazzi!). La narrazione riesce a condire la continuità della vicenda con precisi salti e sobbalzi, e alla fine il lettore deve ricominciare da capo perché nel leggere il romanzo, trascinato dalla trama, ha forse trascurato qualche aspetto grafico.

Ché infatti la grafica ha un ruolo davvero importante, e come! L’impaginazione si basa su due elementi principali: le vignette del racconto e quelle, usualmente piccole, quasi a mo’ di riempitivi, di contorno. Questi piccoli tasselli possono contenere dettagli ambientali (le ciabatte infradito!, ma anche un orologio, gli oggetti che Lido si mette in tasca prima di uscire, pagine di calendario), oppure icone internettistiche, brani di chat, voci fuori campo.

Lorenzo Ghetti a Lucca Comics 2018

Le vignette narrative sono caratterizzate da un tratto essenziale. Le espressioni dei volti sono tracciate in modo iper-rarefatto, eppure estremamente efficace. Poi ci sono i dialoghi concitati, rappresentati molto efficacemente dalle nuvolette dei fumetti che si rincorrono – anche da una vignetta all’altra – e danno proprio il senso del ritmo serrato della conversazione.

Fra le pagine più grafi-narrativamente coinvolgenti e stupefacenti ci sono quelle in cui Lido va all’aeroporto a prendere Mobi e, non avendola mai vista di persona, visualizza una serie di possibili opzioni, il tutto senza nessuno stacco narrativo, come se questi incontri si verificassero davvero, invece che nella sua immaginazione.

Proprio una bella scelta narra-grafica. Come, verso la fine, le pagine dedicate a quel che nei film di un tempo, fra una dissolvenza e l’altra, si sarebbe materializzato nella scritta che compare sullo schermo: Qualche tempo dopo…

Insomma, un gran bel libro, ben ideato e disegnato, con un tessuto narrativo solido e con delle soluzioni grafiche davvero accattivanti e convincenti.  Last but not least, un volume impeccabilmente realizzato da Coconino Press.

A quando il prossimo?

Per la cronaca 1 : Lorenzo Ghetti si era già messo in luce anni fa con il pluri-premiato webcomic dal titolo To be continued

Per la cronaca 2: Pochi giorni prima dell’uscita sono state pubblicate in anteprima da Fumettologica alcune pagine del libro, eccole qui. Dalla stessa pagina web si accede anche a una specie di trailer del libro preparato dall’autore stesso; eccolo qui.

Allo stand di Coconino Press, Lucca Comics 2018

Pubblicato da: miclischi | 29 ottobre 2018

Ali Smith istiga a leggere Muriel Spark

Uscito nel 2018, nel centenario dalla nascita di Muriel Spark

Un libriccino-ino-ino che presenta al pubblico la trascrizione del discorso commemorativo che la scrittrice scozzese Ali Smith ha fatto per la Muriel Spark Society in occasione del centenario dalla nascita della collega e connazionale Muriel Spark. E’ uscito nel 2018 dalla casa editrice Polygon e si intitola In the Spirit of Spark.

E’ un libro-discorso appassionante e coinvolgente anche per chi non ha mai letto niente della Spark. Ma, ovviamente, fa venir voglia di addentrarsi nell’opera letteraria di questa prolifica scrittrice di romanzi e racconti. Tanto più che la Smith attinge a piene mani, per il suo saggio-rievocazione, proprio dalle opere della Spark.

In particolare, la Smith si sofferma su un racconto, The House of the Famous Poetcon il quale inizia e poi chiude la sua orazione. Un racconto breve e denso che forse dà un buon saggio dello stile e degli intenti della Spark, e che in qualche modo stigmatizza le origini della sua missione di scrivere e descrivere.

Detto fatto: fu reperito il corposo volume che racchiude tutti i racconti della Spark (The complete short Stories), fu letto, per poi tornare alla lettura a ragion veduta del libriccino della Smith. Perché scegliere i racconti invece di questo o quel romanzo? Forse uno dei principi-guida di questa scelta fu il fatto che l’esordio di Ali Smith – nel 1995 – fu proprio con una formidabile raccolta di racconti (Free Love and Other Stories). Quindi una specie di omaggio congiunto alle due scrittrici scozzesi, ma anche al particolare genere letterario della Short Story.

Un efficace campionario dei comportamenti umani nel doloroso limbo dell’umana esistenza

Questo cosiddetto tascabile con i racconti completi della Spark è un bel volume di quasi seicento pagine e contiene una quarantina di racconti. Più lunghetti i primi, quelli dedicati alle ambientazioni nel Sudafrica coloniale, poi via via più corti. La maggior parte si aggira sulla dozzina di pagine. Tutte queste storie diverse, in ambienti diversi, in epoche diverse, sono innumerevoli variazioni su un unico tema principale: le modalità di relazionarsi che le persone adottano, consapevolmente o inconsapevolmente, nelle situazioni più diverse. Ci sono le differenze di classe sociale, o di genere, o di religione, i legami parentali, gli atteggiamenti più o meno marcati, più o meno ipocriti… Non mancano neanche, ripetutamente, le inusitate relazioni con i fantasmi. Insomma una specie di bestiario del genere umano e delle modalità che le persone adottano, di volta in volta, per interagire con chi le circonda.

Curioso che questo compendio dei racconti della Spark non segua un ordine cronologico ma, piuttosto, un ordine sparso. Dall’appendice che riporta le testate su cui furono pubblicati la prima volta questi racconti (non tutti, a dire il vero mancano le fonti editoriali di cinque di loro) si desume un andamento cronologico per lo meno sorprendente, che di certo non aiuta il lettore a percepire l’evoluzione della tecnica narrativa della Spark.

La sequenza cronologica della raccolta completa dei racconti di Muriel Spark. I buchi indicano quei racconti per i quali non è stata indicato il riferimento bibliografico.

Ma non ci sono solo le persone, nei racconti di Muriel Spark, ci sono anche minuziose ed affascinanti descrizioni degli ambienti, delle situazioni, delle dinamiche. E poi questa attenzione su particolari che diventano elementi fondamentali della storia. Ecco un estratto da The Curtain blown by the Breeze:

That a slight movement of the curtains should be the sign of a summer breeze seems somewhere near to truth, for me truth has airy properties with boyant and lyrical effects; and when anything drastic starts up from some light cause it only proves to me that something false has got into the world.

Ci sono tanti riferimenti alle relazioni causa-effetto, nelle storie di Muriel Spark, e forse è anche per questo che Ali Smith, nella sua orazione, sottolinea più volte la forte connotazione politica della prosa sparkiana.

Ali Smith racconta Muriel Spark nel centenario dalla nascita

Tornare a rileggere il discorso di Ali Smith su Muriel Spark dopo essersi goduto questa cascata di racconti è un nuovo piacere. E proprio la Smith sottolinea l’importanza della rilettura (In fact, all my re-readings have brought me surprises. Each of them has come bearing gifts I wasn’t wise to or somehow managed not to notice were even there in my earlier readings). Subito dopo questa riflessione la Smith cita una straordinaria poesia della Spark proprio su questo tema: Authors’ Ghosts. Guarda caso, per illustrare la sorpresa della rilettura, la Spark chiama in causa i fantasmi, personaggi che compaiono di frequente melle sue storie.

Una fra le tante sottolineature di Ali Smith sull’opera di Muriel Spark è dedicata in particolare all’uso della parola nevertheless. E cita un brano della Spark che contiene una affermazione perentoria: I find that much of my literary composition is based on the nevertheless principle.

E’ proprio un piacere leggere le considerazioni di Ali Smith, le sue analisi, le sue emozioni. Verso la fine del suo discorso commemorativo, prima della chiusa in cui affettuosamente e poeticamente esprime riconoscenza per il lascito letterario della Spark, Ali Smith fa un accenno anche all’universalità dei temi sparkiani, e alla loro attualità:

(…) to think of Spark in the same room as recent technology’s newfound global powers, its attractions, its freedoms, its fakeries, its fascisms and its seductions, it is to know immediately that they’re just the same old same-odds, the seductions of every form of language, of all the centuries of the human choice between power play and poetry, lies and truth. She’d have found the ghost in the machine; she just does, every time. She does it so we can, too.

Per la cronaca:  Alcuni brani dal discorso di Ali Smith sono stati pubblicati sul Guardian.

Opera e non-opera

Ricomincia la stagione operistica al Teatro Verdi di Pisa. Abène. Un modo come un altro per consolarsi dell’inesorabile avvicinarsi dell’inverno.

Come ormai la direzione artistica di Stefano Vizioli ci ha abituato nelle passate stagioni, il programma prevede anche rappresentazioni di spettacoli meno noti (o del tutto sconosciuti). E così, meritoriamente, il teatro cittadino assolve al meritorio compito di informare, di educare, di portare al popolo qualcosa da scoprire, invece dei soliti rigoletti e delle solite butterfly  che si son visti tante volte. E’ vero che fa un po’ strano una stagione al Verdi senza neanche un’opera di Verdi, ma almeno si riscopre quello che è forse uno dei valori chiave del Teatro con la T maiuscola: il piacere della sorpresa, l’approfondimento delle conoscenze, lo stupore.

The Beggar’s OperaO che è? Durante la succosa presentazione di questa apertura di stagione, una settimana prima della prima, il Maestro Vizioli e il musicologo e critico musicale Luca Della Libera hanno ben illustrato questo fenomeno musicale che scosse l’universo del teatro musicale della Londra di inizio Settecento. Fenomeno perché lo spettacolo di John Gay con arrangiamenti musicali di Johann Christoph Pepusch si propose alle platee inglesi come elemento di rottura. Rottura con gli schemi dominanti dell’opera italiana basati sul divismo degli interpreti e sulle vicende storico-mitiche dell’antichità classica, favorendo invece un contatto diretto con la realtà contemporanea, i disagi sociali, i soprusi del potere e, soprattutto, le connivenze dei governanti con la malavita organizzata.

Nel covo di Peachum

Ci ha tenuto a precisare, il Maestro Vizioli, che la musica di Pepusch è “semplice”, in quanto viene usata proprio per passare messaggi che arrivino agilmente al pubblico, e che i cantanti di questa non-opera non sono, appunto, cantanti d’opera, bensì attori. Ché, difatti, questo spettacolo assomiglia più a una rappresentazione di prosa con intermezzi musicali che viceversa.

Quindi attesa, trepidazione, curiosità.

Quando si entra in sala il sipario è già aperto. Sullo sfondo una muraglia fatta di scatoloni. Per le terre, un senzatetto si rigira nel sacco a pelo. Si presume sia il mendicante del titolo. Il pubblico si accomòda, fa due chiacchiere, arcua sopraccigli, insomma attende, trepida, si incuriosisce.

Poi succede il finimondo: suoni forti e persistenti, personaggi che cominciano a saltar fuori da tutte le parti nella platea, dalle uscite laterali, e si avviano tutti sul palco in un parossismo pazzesco. Fra i personaggi che salgono furtivamente sul palco, vestiti da membri di gang metropolitane con le felpe e i cappelli da baseball messi al contrario, ci sono anche i musicisti (una delle soluzioni meglio riuscite, questa frammistione di ruoli fra i musicisti e i personaggi). Questa piccola folla comincia a maneggiare vertiginosamente gli scatoloni, sulla sinistra del palco la catasta di casse e pacchi si trasforma poco a poco nella postazione dei musicisti, diventando sedili e leggii. Dal cumulo emerge anche – inusitato – un clavicembalo. I musicisti appoggiano gli Ipad degli spartiti sugli scatoloni e comincia un calderone di balletto-coro-manicomio in cui lo spettatore di rammarica di avere soltanto due occhi per guardare. Ché ci sono davvero troppe cose da guardare: acrobazie, sincronismi di ballo perfetti, e questi derelitti vestiti di stracciacci delle pezze che si mettono a suonare i loro strumenti d’epoca (si tratta dei musicisti del prestigioso ensemble Les arts florissants sotto la direzione di Florian Carré).

Inusitate acrobazie dal sapore quasi belushiano.

Poi si comincia con questa alternanza di parti recitate e parte cantate (le cosiddette Arie). Allora, nel primo ambiente siamo nel covo-magazzino dei banditi e il loro capo, Mr. Peachum, a differenza degli altri, è ben vestito e si dà arie da signore. Del resto, per il suo lavoro deve spesso assumere la sua identità di avvocato e frequentare gli ambienti del potere. Poi c’è la signora Peachum (il personaggio che in questa rappresentazione ha fornito la più forte caratterizzazione caricaturale, apprezzatissima dal pubblico) e la loro figlia Polly, rea di aver sposato di nascosto il bandito Macheath. Ecco il germe del plot: questo matrimonio non s’avrebbe dovuto da fare, ma si fece, e allora bisogna toglier di mezzo Macheath per appropriarsi delle sue ricchezze, e risolvere la sciagurata scelta dell’ingenua Polly. E in quest’impresa si adopera anche Lockit, poliziotto carceriere, giacché anche la figlia di quest’ultimo, Lucy, corre dietro a Macheath. Insomma, una situazione che parrebbe proprio la trama di un’opera buffa. Ma si inseriscono altri elementi – volutamente – di disturbo, come la schiera di battone dell’harem di Macheath che viene assoldata da Peachum per catturarlo, o le scene nel pub, poi in carcere, dove Lucy organizza la fuga di Macheath (il quale nega di aver sposato Polly); poi l’incontro al pub, sia fra i due banditi-potenti che fra le due rivali in amore che – ogni coppia a suo modo – fingono solidarietà ma tramano delitti e tradimenti… Poi la ricattura di Macheath, la comparsa delle sue numerose donne con la di lui prole al seguito… e il finale che, così come nelle intenzioni di Gay, è una sorta di distorto happy ending. E’ caduto il governo, c’è un nuovo primo ministro, ed ecco che quasi per magia l’avvocato-bandito e il carceriere vanno in galera e i banditi diventano ministri, nel tripudio generale sottolineato da balli e acrobazie mozzafiato.

Applausi, applausi, applausi. Uniformemente e democraticamente dedicati a tutti gli interpreti – attoriali – vocali – musicali – in egual misura, tranne che per il picco di entusiasmo per Beverley Klein, interprete della citata signora Peachum. Il cartellone completo si trova qui.

Una rappresentazione elettrizzante. Mentre si esce dal teatro si scambiano due parole con altri spettatori. Tanti sono contenti, con gli occhi luccicanti. Alcuni scapeggiano. Non è il mio genere. Un musical? O quelle cantatine? La musica non era un granché. Eccetera. Forse quelli che non si sono divertiti o entusiasmati (fermo restando il principio che de gustibus eccetera) non si sono presentati in sala con tutti i pori aperti, pronti ad accogliere l’inusitato. Musical? Generi musicali? Forse è proprio il caso di rispolverare lo ieratico anatema di Ivan Della Mea: se invece di cercare parossisticamente di appiccicare etichette questi scettici si fossero abbandonati al piacere della scoperta, forse – forse – si sarebbero proprio goduti lo spettacolo.

Il godimento supremo di questo allestimento sta nella straordinaria capacità di rappresentare il tutto in perfetta armonia: musica, recitazione, movimenti scenici, balli, acrobazie, scene, luci, regia teatrale (del canadese Robert Carsen), coreografia (di Rebecca Howell)… il tutto condito dalla succosa attualizzazione dei tempi dei dialoghi riportati all’attualità. Ma si sa, lo spettro del grammofono dietro il sipario, di cui qui sopra in cima a sinistra, aleggia sempre fra il pubblico delle rappresentazioni musicali, e forse qualcuno se va al teatro d’opera vuole sentire l’opera (l’opera come se la immagina o se la ricorda) e basta.

Un inizio di stagione audace, coraggioso, dissacrante… ganzissimo. S’è già detto ma si ridica: un plauso a questa scelta che riporta in primo piano l’istituzione teatrale cittadina come bene comune che avvicina tutti al concetto stesso di Teatro. Bene, bravo, bis.

Per la cronaca 1: Il libretto dell’Opera del mendicante, che era stato concepito ai suoi tempi per essere graffiante, satirico e ironico nei confronti dei potenti di quei tempi, è stato rielaborato in chiave contemporanea (nel senso di contemporanea agli inizi del terzo millennio) dal regista Robert Carsen e dal drammaturgo Ian Burton. Oltre alle allusioni dirette ai temi politici di oggi (i partiti inglesi, la premier May, la Brexit), compaiono anche i telefoni cellulari (e i selfie!), e le bande di malavitosi si dedicano soprattutto al traffico di droghe. A far da contorno, nel settecento come oggi, la corruzione dei politici e la collusione mafia-stato. Per chi fosse curioso di vedere com’era il libretto originale di Gay, qui si può scaricare il pdf.

Per la cronaca 2: Il lavoro di Gay-Pepusch ha inciso talmente sulla storia del teatro musicale che è stata rivisitata e rielaborata nei secolo sia nei testi che negli arrangiamenti musicali. La rielaborazione più nota è forse L’opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper) di Bertolt Brecht con musiche di Kurt Weill. Nel 1953 Peter Brook girò una versione cinematografica di The Beggars’ Opera. Fra gli interpreti, Lawrence Olivier. Qui c’è un piccolo assaggio.

Per la cronaca 3: Come spiega il programma di sala, tra i motivi musicali usati da Pepusch  ce ne sono anche di noti, all’epoca, di Purcell e di Handel, oltre a innumerevoli canzonette e temi popolari. Fra questi, si sono riconosciuti il tema celtico del Lilluburlero e la canzone popolare inglese Greensleves. Quest’ultimo motivo, in particolare, ha ispirato dozzine di musicisti di tutte le epoche. Per esempio, ecco qui la versione di John Coltrane,

 

Pubblicato da: miclischi | 13 ottobre 2018

La Resistenza secondo Ludvík Vaculík

Scritti sparsi di Ludvík Vaculík

Uno dei piaceri – innumerevoli piaceri – del girovagare per Praga consiste anche nell’affacciarsi nelle numerose librerie. Si tratta spesso di ambienti estremamente accoglienti, con personale gentile e disponibile, e anche con reparti dedicati alla musica, dove si possono ritrovare anche dei nostalgici LP dei tempi della Supraphon.

In una di queste librerie, quella della Università Carolina, la commessa mostrò al visitatore curioso alcuni testi di scrittori cechi tradotti in inglese. Fra questi, dopo una rapida sfogliatura in cerca di ispirazione, fu scelto il volumetto di Ludvík Vaculík dal titolo A Cup of Coffee with My Interrogator, pubblicato da Readers International. Con una bella introduzione di Václav Havel. La traduzione in inglese è di George Theiner.

Questo scrittore ceco fu fra i protagonisti della cosiddetta Primavera di Praga del 1968, quando pubblicò il suo Manifesto delle duemila parole indirizzato agli operai, ai contadini, agli impiegati, agli scienziati, agli artisti, a tutti. Fu poi fra i firmatari della Charta 77 .

Pochi mesi dopo la primavera, nell’agosto Agosto del 1968, arrivarono a Praga i carri armati sovietici e iniziò un periodo triste fatto di repressione, censura, persecuzione dei dissidenti, interrogatori, detenzioni. Tragico simbolo di quei tempi fu il suicidio pubblico dello studente Jan Palach, che si dette fuoco per protesta nel gennaio del 1969.

Ludvík Vaculík

Che cosa fa uno scrittore censurato dal regime, emarginato, privato della libertà, soprattutto della propria libertà di espressione? Scrive, naturalmente. Batte a macchina i suoi testi, li fa circolare fra la cerchia dei suoi amici intellettuali, insomma resiste, resiste, resiste. E in queste brevi cronache (quelle qui raccolte vanno dal 1975 al 1986, con una coda, Postcript, dal titolo Glasnost, del 1987) raccontano la sua esistenza, la sua quotidianità, i rapporti con le autorità, con i colleghi, con i luoghi della città, ma anche le sue preoccupazioni per il degrado ambientale oltre che umano e intellettuale del suo paese.

E’ molto utile ed istruttivo, in questi tempi di becerismo internettistico, vedere come un uomo saggio e di cultura usi per la propria individuale resistenza contro i soprusi del regime proprio le armi della cultura e della saggezza. Con un calmo atteggiamento di profonda riflessività e ispirato agli ideali gandhiani della nonviolenza, Vaculík usa con estrema levità e sottigliezza anche l’arma dell’ironia. Soprattutto, non cede mai alla tentazione di strafare, di scagliarsi, di urlare. Lo si immagina parlare in tono pacato, fermo e convincente.

In uno dei resoconti degli interrogatori cui era sottoposto dalla polizia politica, racconta di essersi rivolto a uno dei suoi interlocutori con questa frase: Il grado di libertà civile non si misura dal modo in cui lo stato tratta i milioni di cittadini che lo sostengono, ma piuttosto da come tratta – diciamo – una dozzina di oppositori.

Fra questi racconti si segnalano quello che dà il titolo alla raccolta, la rievocazione dell’agosto 1968 a distanza di otto anni, e il testo in cui ammette l’importanza che ha avuto l’insegnamento del Mahatma Gandhi nello sviluppo del proprio pensiero politico (irridendo la superficialità con cui gli inglesi trattarono al faccenda ai tempi del movimento per l’indipendenza dell’India).

Una lettura piacevole, illuminante, insomma: una bella scoperta.

Praga nel 1968. pochi giorni prima dell’arrivo dei carri armati sovietici. Foto di Luciano Lischi.

 

Pubblicato da: miclischi | 23 settembre 2018

Sir John chiude Anima Mundi 2018 con il Requiem di Verdi

Sir John conclude Anima Mundi 2018

In questi giorni quasi estivi di fine settembre – con buona pace del fatidico equinozio – c’è un evento sportivo che le attenzioni calciocentriche dei media hanno forse un po’ negletto: i campionati mondiali di pallavolo.

La nazionale italiana ha completato la prima fase con cinque vittorie su cinque, appassionando il pubblico di Firenze ma anche i telespettatori comodamente addivanati. Una delle caratteristiche – fra le altre – di questi campionati è il ritmo serrato con cui si sono susseguite le partite: pochissimi giorni fra una e l’altra. E addirittura nella seconda fase, in programma a Milano, la nazionale è chiamata a tre incontri in tre giorni consecutivi. Pazzesco immaginare questa profusione di impegno con poco tempo a disposizione per il recupero.

Ecco, viene in mente questo ritmo pazzesco di partite ravvicinate considerando che solo due giorni prima del concerto di chiusura di Anima Mundi 2018 nella Cattedrale di Pisa, Sir John Eliot Gardiner con coro, orchestra e solisti si erano esibiti con lo stesso programma (il Requiem di Verdi) nella cattedrale di Westminster a Londra.  Davvero poco tempo (dal 18 al 20 settembre) per il recupero, pensando anche al trasferimento (ma avranno preso la Ryanair o un treno sotto la Manica?).

Prima dell’inizio (Foto EnezVaz)

Aspettare l’inizio del concerto in piazza del duomo è un vero piacere. L’alta temperatura induce agli indugi all’aperto e la piazza e quasi gremita di turisti come di giorno. Che sorpresa deve essere stata, per i turisti ignari, la bella esibizione ottonistica dalla torre pendente (anche se con il fuoriprogramma del mezzo militare di sorveglianza che, proprio all’inizio della performance, ha accecato il pubblico coi fari e poi se ne è andato smotorando). E che curiosa frammistione, quella dei turisti da tutto il mondo con questi distinti signori in nero che, conversando in Oxford English, si avviano verso l’ingresso della cattedrale. Ché i numerosi coristi e artisti del coro (le coriste invero con giacchettina avorio) si sono appropinquati alla spicciolata, un selfie con la torre, uno sguardo alla cattedrale illuminata da luci lunari, e via, verso il concerto. E trotterellando è arrivato anche lui, il Maestro Gardiner, amatissimo dal pubblico pisano dopo tanti anni di presenza regolare alla rassegna Anima Mundi.

Il Maestro Gardiner con i quattro solisti impegnati nel Requiem verdiano (foto di Massimo Giannelli).

In chiesa, come le volte scorse, gli strumentisti si scaldano e si concentrano passeggiando per il transetto e la navata, e ci si prepara a un’altra serata straordinaria con Sir John. Calano le luci, e le poche parole di presentazione, sorprendentemente, si limitano all’usuale invito a spegnere i telefoni cellulari (invito per lo più ignorato) senza una parola di benvenuto per il ritorno del Maestro Gardiner dopo i tanti anni come direttore artistico della rassegna. Passons. Quando poi il maestro arriva davvero e prende posto sul podio, ci pensa il pubblico pisano ad accoglierlo come si deve, con un entusiasmo quasi come quello dei fiorentini nei confronti del loro Maestro Metha.

Il Maestro Gardiner al lavoro. AL suo fianco la mezzosoprano Ann Hallenberg e il tenore Edgaras Montvidas (foto EnezVaz)

Salta subito all’occhio una notevole differenza negli organici Gardineriani rispetto alle performance degli anni scorsi: coro (Il Monteverdi Choir) e orchestra  (l’Orchestre Révolutionnaire et Romantique) sono imponenti (una sessantina di coristi e una settantina di orchestrali). Il requiem verdiano richiede un organico più corposo rispetto ai lavori barocchi che sono la specialità di Gardiner. E lo spettatore, prima ancora dell’inizio, già su preoccupa dei noti problemi acustici della cattedrale quando il volume sono sale al di sopra di una soglia alquanto bassa.

E così, ahimé, fu. La serata è come se fosse stata suddivisa in due sotto-categorie di ascolto: i mirabili momenti di piano, con quei sottovoce del Coro Monteverdi che ne hanno messo in luce ancora una volta la straordinaria coesione, intonazione, insomma efficacia; e poi la tragedia dei maestosi momenti di perentorietà verdiana nei quali il suono, fatalmente, si impasta e si perde. Peccato.

La soprano Corinne Winters nel “Libera me”. Sullo sfondo : il Coro Monteverdi (foto EnezVaz).

Inizia delicatissimamente, appunto, questo Requiem, e l’emozione è fortissima. Nel kyrie del quartetto solistico le voci si perdono e non emergono come dovrebbero. Poi con il Dies Irae ecco la tragedia: non si sente più nulla, e l’emozione la suscita casomai il sound possente che rimane nell’aria cattedralica dopo che voci e strumenti si sono chetati.

E’ stato tutto un po’ così, con questo andirivieni di parti mirabili e parti inascoltabili. E alla fine non è rimasta quella piacevole sensazione che aveva affascinato gli anni scorsi: una sensazione di gioia mista ad appagamento. Difficile valutare quanto dell’impressione generale sulla performance sia stata causata dall’acustica ingiovibile e quando dai dubbi sull’interpretazione verdiana di Gardiner e dei suoi cantanti e strumentisti. Resta il fatto che i soliti limiti acustici si evidenziano proprio con le performance che si vorrebbero grandiose. Ma anche le prestazioni dei solisti non è che abbiano entusiasmato.

Alla fine le voci più apprezzate sono state quelle del mezzosoprano Ann Hallenberg e del basso Gianluca Buratto. Il tenore Edgaras Montvidas ha evidenziato una qualche carenza di spessore – lo si è apprezzato soprattutto nella sua delicata parte dell’Hostias – e la tanto attesa soprano Corinne Winters, oltre a mostrare alcune difficoltà nel planare con sicurezza sugli acuti, ha anche sminuito la sensualità e drammaticità del Libera me, lo straordinario finale dell’opera – pardon, del Requiem.

Applausi finali. Forse un po’ meno calorosi degli anni scorsi (foto EnezVaz)

E’ come se – forse questo è proprio l’aspetto che ha in qualche modo deluso – non si fosse realizzata quella magia di coesione emotiva fra direttore, solisti, orchestrali e coro che aveva così potentemente caratterizzato le esibizione barocche degli anni scorsi. Vabbè. E’ andata così. Ci si rifarà le prossime volte. L’ammirazione per il Maestro Gardiner non è stata scalfita, ma nei commenti del dopo-concerto prevale l’auspicio che lasci perdere Verdi e ritorni ai suoi beneamati Monteverdi e Bach.

Per la cronaca: La recensione di Nick Kimberley pubblicata nel Regno Unito il giorno dopo la performance gardinerana di Londra, due giorni prima di quella pisana), si trova qui . Curioso notare che anche alla Cattedrale di Westminster l’acustica non sia il massimo.

Ma non s’era detto di spengere i telefoni cellulari? Foto EnezVaz.

Pubblicato da: miclischi | 18 settembre 2018

Il barocco celtico a Pisa per Anima Mundi 2018

La musica celtica barocca: quella colta e quella popolare si mescolano.

I concerti Anima Mundi che si svolgono nel Camposanto monumentale hanno un sapore tutto particolare, come si era già notato per la recente esibizione di Michele Campanella.

C’è questa sensazione di essere un po’ al chiuso e un po’ all’aperto, poi le opere d’arte da cui si è circondati (dai grandiosi affreschi ai piccoli ma affascinanti bassorilievi sui sarcofaghi e sulle urne). Poi, a seconda della posizione, c’è anche il cielo stellato che fa capolino di fra i colonnati, o anche la cupola della cattedrale. Poi il Fibonacci che incombe con la sua aria severa…

Insomma un piacere ambientale che si somma al piacere musicale.

A patto di non occupare una fila troppo indietro; che si sa, la pecca dei concerti che non si svolgono in sale appositamente pensate per la musica è che chi non sta nelle prime file è decisamente penalizzato (nel vedere e nel sentire).

Questo concerto (Celtic Baroque) si annunciava come una curiosità da scoprire. Difatti, a differenza di tutti gli altri concerti, non c’era stata diffusione del programma che l’Ensemble Il Suonar Parlante  avrebbe eseguito (limitandosi a indicare “Vittorio Ghielmi, viola da gamba”.

Vittorio Ghielmi illustra al pubblico il programma della serata.

Poi il programma di sala illumina e chiarisce, e sgorga nuovamente da quelle righe la funzione istruttiva e formativa che caratterizza – più di altre – alcune performance musicali. Qui infatti si parla della gioiosa e naturale commistione di musica popolare e musica colta (come poi spiegherà anche a voce dal  palco in una pausa durante la performance il leader dell’Ensemble, Vittorio Ghielmi – che si è esibito con due diverse viole da gamba di diversa taglia). Canti popolari che ispirano musicisti colti e viceversa, musica composta sul foglio musicale che poi trabocca e va a ricomparire anche nelle canzoni popolari e nelle musiche celebrative a soggetto.

Ma quale musica? Celtica e Barocca. Due aggettivi che non si è soliti sentire insieme nelle sale da concerto (o nelle rassegne musicali). Ma questo meraviglioso connubio è risultato alla fine di molto godibile. Con la complicità della percussione celtica (il bodhran di Fabio Biale che ha alternato questa sorta di tamburo con altre percussioni metalliche e con il violino), delle cornamuse (o come diavolo si chiamano) di Fabio Rinaudo e dell’arpa  di Johanna Seitz.

La moltitudine di flauti suonati da Dorothée Oberlinger

Un Ensemble estremamente coeso dal quale traspare con forza lo sforzo comune per ottenere un risultato d’insieme. Impossibile non notare, tuttavia, che in questa performance di musicisti tutti eccellenti il ruolo preminente lo ha assunto la flautista Dorothée Oberlinger.

Dorothée Oberlinger con il flauto più grande di tutti

Ha alternato l’uso di cinque, forse sei (ma non erano sette?) diversi flauti, dal sopranino al basso, più altri di difficile identificazione. Ha mostrato una padronanza stupefacente di tutti questi diversi strumenti, suonati virtuosissimamente ora da seduta ora all’impiedi. Ma ha stregato soprattutto l’efficacia perentoria nelle diverse tecniche di emissione del suono. Una rivelazione davvero pazzesca.

Per completare il panorama flautistico, Fabio Rinaudo si è esibito anche con il tin whistle, il flautino metallico della tradizione irlandese, in un bellissimo duetto con l’arpa.

Insomma un insieme variegato che si è esibito in un programma effervescente che alternava struggenti melodie dolorose a gioiosissimi ritmi di danza.

Il pubblico si è difatti particolarmente scaldato con l’esecuzione di un tema molto noto della tradizione irlandese, quel Lilliburlero che dopo un’esposizione del tema in modalità lenta e pacata scatena tutti gli strumentisti in un ritmo trascinante.

Fabio Biale al violino.

Tutto il concerto è stato caratterizzato da una bella dimostrazione delle potenzialità vocali (da cui la denominazione dell’Ensemble) ed espressive di tutti gli strumenti. Come per esempio nel brano Parson’s Farewell di John Playford, che parte con un incalzante pizzicato della viola da gamba cui  si sovrappongono il violino e l’arpa, ai quali si aggiunge il flauto soprano con delle elaborazioni acrobatiche sui ritornelli ripetuti (si può ascoltare qui). Oppure nel brano tradizionale The Duke of Norfolk, che dopo un assolo delicato di arpa si scatena in un tutti fragoroso in cui emerge la cornamusa, poi il flauto, poi duetti in cui si alternano tutti gli altri strumenti dell’Ensemble, fino alla straordinaria accoppiata di flauto – virtuosismi pazzeschi –  e arpa seguita dall’entusiasmante tutti conclusivo (si può ascoltare qui)

Insomma una serata riuscitissima, trascinante ed istruttiva, che ha aperto una finestra su una nuova dimensione della musica, meno ancorata agli schemi, più libera e liberatoria. Abène.

Per la cronaca 1Alla popolarità del brano Lilliburlero ha di sicuro contribuito anche questa sequenza del film Barry Lyndon di Stanley Kubrik. Lo stesso brano eseguito proprio da Ghielmi e la Oberlinger con l’Ensemble Il Suonar Parlante eccolo qui.

Per la cronaca 2: Alcuni dei brani eseguiti nel concerto pisano si trovano in un CD Harmonia Mundi proprio con Dorothée Obelinger e Vittorio Ghielmi e l’Ensemble 1700 e Il Suonar Parlante. Qui c’è il pdf dell’opuscolo contenuto nel cd.

Per la cronaca 3: Per chi è stato colpito dalla straordinaria bravura di Dorothée Oberlinger, qualche ricerchina in rete rivelerà infiniti gioielli e sorprese. Dalla sua possente discografia dedicata a Telemann, a contributi video. Fra i tanti, questo travolgente primo movimento del quarto brandeburghese in compagnia di Irene Liebau (secondo flauto), Jonas Zschenderlein (violino barocco) e la Jugendbarockorchester Bachs Erben.

 

Il CD che contiene alcuni dei brani eseguiti a Pisa

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