Pubblicato da: miclischi | 30 maggio 2020

Marina di Pisa, Piazza delle Baleari: ieri, oggi…

Il prezioso libriccino di Gianfranco Bernardi pubblicato da Felici nel 2010

Per chi arriva da Pisa, Piazza delle Baleari rappresenta il primo affaccio sul mare. Nel grazioso librino di Gianfranco Bernardi dedicato alla toponomastica di Marina di Pisa (Le strade e le piazze di Marina di Pisa), a questa piazza è dedicato un capitoletto corposo, anche con una descrizione delle varie modifiche occorse nel tempo, da quando si chiamava “La rotonda” fino allo stato di allora (il libro è del 2010), con la lamentata eliminazione degli alberi di circa vent’anni prima, e la presenza della sola erba nelle aiuole.

Sempre parlando di toponomastica, in questa piazza (che ricorda l’omonima impresa della Repubblica Pisana nel XII secolo) confluiscono didascalicamente le vie Maiorca, Ivizza (sic) e Minorca.

Ne ha visti tanti, di cambiamenti, questa piazza. Viene da ripensarci, e da ricercarli, proprio in questi giorni in cui sono in corso i lavori che cambieranno di nuovo faccia a questo luogo. Ci sono le riproduzioni storiche nei libri dedicati, le cartoline più o meno antiche, le foto del nonno e quelle più recenti. Insomma, c’è di che presentare un percorso iconografico sui cambiamenti subiti da questa piazza. In attesa di quelli che verranno…

Una delle immagini più antiche, bellissima perché lascia intendere che la cittadina si sviluppò poco a poco in un ambiente dunale (come quello che persiste sull’altra sponda dell’Arno), compare su una antica cartolina riprodotta nel pregevole volume di Giuseppe Meucci dal titolo Boccadarno – Le storie, i personaggi, le immagini,pubblicato da ETS nel 2007. Siamo nell’800, i tracciati delle strade sono appena accennati nella rena e comincia a profilarsi il contorno degli edifici attorno alla rotonda.

XIX Secolo, dal volume “Boccadarno” di Giuseppe Meucci

In un’altra immagine più o meno della stessa epoca (la didascalia recita “fine del XIX secolo”) si vede la stessa piazza da altra prospettiva, verso sud. Stesso ambiente sabbioso con presenza di tamerici e poche o punte tracce di intervento umano. Questa viene da un altro volume di Giuseppe Meucci: Storia illustrata di Pisa al Mare, pubblicato da Pacini nel 2013.

Fine del XIX secolo, da “Storia illustrata di Pisa al mare” di Giuseppe Meucci

Ci sono poi le cartoline raccolte dall’edicolante di Via Maiorca negli anni che furono, quando erano ancora in circolazione quelle testimonianze dei tempi lontani. Anche se la prima sembra avere una fattura più antica, le due cartoline qui sotto sembrano essere coeve, almeno a giudicare dalle dimensioni degli alberi (tamerici) che accompagnano l’attraversamento della piazza da via Maiorca fino al lungomare, oltre che nei vialetti interni. Nella aiuole pare di scorgere dei cespugli di pitosforo (o forse evonimo, tuttora presente nell’attigua piazzetta con la casina della Teti). Siamo forse negli anni ’50?

Cartolina pubblicata da Dina Castelli Vitali di Marina di Massa

 

Cartolina pubblicata da Giuntini – Marina di Pisa

Le prossime due cartoline presentano immagini scattate quasi esattamente dallo stesso punto di vista (uno dei piani alti della casa all’angolo fra la piazza e l’inizio del lungomare lato sud, puntando verso nord). Considerando che la casa che costruì Leopoldo Nardi all’angolo opposto è del 1960-61, e che nella prima foto la casa non compare, probabilmente questi due scatti sono da ascriversi agli anni ’50 e ’60 (ma prima della costruzione del Barrino!). Nella seconda fanno chiaramente la loro comparsa, nelle aiuole, le agavi. Curiosamente, nessuna delle due cartoline riporta l’indicazione di chi le pubblicò. Ma per entrambe, come per le due precedenti, è indicato lo stesso stampatore: Fototipia Berretta di Terni.

Cartolina degli anni ’50.

 

Cartolina dell’inizio degli anni ’60.

E’ degli inizi degli anni ’60 (prima del Barrino) anche questa foto scattata da Leopoldo Nardi durante una violenta libecciata che spazza letteralmente tutta la piazza. Quando le dighe di protezione erano ancora basse.

La libecciata che Leopoldo Nardi fotografò da casa sua all’inizio degli anni ’60.

Facciamo un balzo in avanti fino agli anni ’80: in questa foto a colori si nota che le tamerici una volta rigogliose lungo la strada non ci sono più: si notano dei fustarelli smilzi delle tamerici ripiantate dopo aver rimosso quelle antiche. Prosperano invece i pitosfori (o gli evonimi?) con acconciatura sferica e le agavi.

Anni ’80, foto di Michele Lischi.

Poi alla fine degli anni ’80, a essere precisi nel 1989, la tragedia. Viene deciso di fare piazza pulita, di rimuovere tutti gli alberi e gli arbusti, e di costituire una sorta di pratino all’inglese. Fra l’altro, la marginatura delle aiuole che era stata fino ad allora realizzata con pietre irregolari dall’aspetto rustico e ruspante, venne sostituita con lastre di materiale marmorescente. Qui sotto alcune foto scattate durante i lavori a quei tempi. Si nota anche il vespasiano (in una foto c’è anche Cippi Pitschen che ci si affaccia), ma colpisce in particolare il cartello affisso da un anonimo contestatore alla transenna che delimita il cantiere. La frase in latino recita: Hostium rabies diruit. Una frase inquietante, dato che questo fu il motto adottato dalla Repubblica Sociale Italiana per contraddistinguere una serie di francobolli raffiguranti i monumenti danneggiati dai bombardamenti alleati.

Da una serie di diapositive realizzate nel 1989 da Michele Lischi

Sono passati quarant’anni da quella scelta radicale che suscitò molte perplessità, soprattutto in merito all’eliminazione della vegetazione arborea e arbustiva che era stata sempre presente, ancor prima dell’urbanizzazione della costa. Poi arriva il 2020 e ricominciano i lavori. Stavolta, almeno nelle intenzioni dei progettisti, in direzione completamente opposta a quella delle scelte della fine degli anni ’80. A prescindere dalla quasi completa pedonalizzazione, l’eliminazione della strada che attraversa la piazza e la nuova ripartizione delle aiuole, è previsto un rinverdimento massiccio della piazza con alberi, arbusti, cespugli e – come si suol dire – quant’altro. Qui sotto alcune foto scattate durante i lavori del 2020.

I lavori del 2020. Foto di Michele Lischi.

Certo che fa una bella impressione vedere la progressiva trasformazione di questa piazza in luogo quasi-boscato. Anche se non può mancare qualche perplessità dato che l’esperienza (e una passeggiata sul lungomare di Marina) mostrano che le specie arboree capaci di resistere sul fronte-mare sono quasi solo la tamerice e il pitosforo (che infatti erano presenti prima dello scempio del 1989 e che sono state ripiantate anche quest’anno). Si tratta di specie resistenti non solo alla furia del vento, che anzi le disegna in forme estrose e quasi poetiche, ma anche all’aerosol marino che porta sul fogliame non solo il salmastro ma anche gli inquinanti riversati in mare dalle acque dell’Arno. Speriamo bene per i lecci (specie costiera ma solitamente non in prima linea sul mare) e per le altre specie di nuovo impianto. Speriamo davvero bene.

C’è però un altro aspetto della ristrutturazione della piazza, quasi più preoccupante della scelta delle specie. La marginatura delle nuove aiuole interne viene fatta con dei lamierini infissi verticalmente e arginati da colature di cemento. Ora, chi è marinese sa bene che un lamierino (visibilmente già rugginoso) sul mare dura proprio poco: pronto a sbriciolarsi in pochissimo tempo. Abbiamo un triste esempio a poca distanza dalla piazza, di questa incauta scelta altamente opinabile: le aiuolette sula terrazza che porta al fanale verde d’ingresso al nuovo porto. Anche lì furono usati i lamierini di ferro e le foto qui sotto mostrano chiaramente che fine hanno fatto…

Il lamierino di ferro sul mare è destinato a fare una brutta fine (qui, al porto di Boccadarno).

Insomma, come si suol dire, chi vivrà vedrà. E di sicuro speriamo tutti di avere anche domani, dopodomani e negli anni a venire una bella piazza alberata e verdeggiante. E che le piante durino magari un po’ di più di quelle trapiantate nelle aiuole sul lungomare: fecero un figurone nell’estate nel 2019, ma nella primavera dell’anno dopo erano già tutte morte.

Le nuove piantine messe a dimora sul lungomare nella primavera 2020, dopo che quelle dell’anno prima erano morte tutte.

Infatti proprio in questo maggio è stata realizzata la ricollocazione di nuove piantine gioiosamente fiorite. Forse sarebbe stato possibile optare per piante perenni resistenti ai venti marini?

Speriamo anche che le scelte di riqualificazione della piazza portino davvero a una migliorata fruizione da parte della popolazione. Non come, per esempio, nel caso del malaugurato scivolo di alaggio che fu spostato dall’estremità sud a quella nord del piazzale antistante proprio Piazza delle Baleari. Nella posizione originaria aveva operato con soddisfazione di tutti (e senza rilevanti problemi idraulici) per decenni. Il nuovo scivolo – invece – ha cominciato a provocare problemi fin da subito: alla prima libecciata l’acqua arrivò fino a Via Maiorca, allagandola, e la protezione civile venne a installare sacchi di sabbia sulle porte e i cancelli del lungomare. Tanto che dopo varie esperienze di apri-e-chiudi, adesso lo scivolo è sbarrato e inaccessibile dal luglio del 2018. Con buona pace della fruibilità delle strutture pubbliche, della nautica popolare di chi pratica il mare con canoe, gommoni e derive, del consenso dei cittadini. Non è che magari (ma è solo un’ipotesi) il primo scivolo era stato ben progettato e il secondo no?

Speriamo davvero che chi ha progettato la nuova Piazza delle Baleari – e i nuovi impianti arborei – abbia fatto i conti anche con il libeccio, il salmastro, insomma con la marinesità del contesto.

Pubblicato da: miclischi | 27 maggio 2020

Cosina CX-2 una compattina riesumata dagli anni ’80

Era ferma da decenni

Una piccola tascabile 35mm acquistata di seconda mano negli anni ’80 per i soggiorni africani. Con la Pentax (poi la Nikon) si scattavano le diapositive, mentre con la piccola (di nome e di fatto) Cosina CX-2 si puntava a qualche scatto in bianco e nero. Difatti in Senegal fu acquistato da una signora francese anche un piccolo Durst per fare qualche stampa on-site, nonostante le temperature torride dei liquidi in camera oscura.

Malauguratamente negli archivi dei negativi africani (meno ordinati di quelli precedenti e successivi) non furono trovate pellicole certamente ascrivibili a quella macchina fotografica, per cui non c’è testimonianza confermata di quei primi usi. Tuttavia, venne voglia di rimetterci le pile, dato che pareva funzionare, per scattarci qualche foto di prova, nonostante la ruggine evidente e qualche segno di vecchiaia.

Aperta e chiusa.

Questa Cosina ha un sistema di lettura automatica dell’esposizione (naturalmente bisogna impostare gli ASA) che decide l’accoppiata tempi-diaframmi. In alternativa, sapendo che il tempo di sincronizzazione del flash è di 1/45, si può scattare in manuale, impostando il diaframma (da 2.8 a 16). L’obiettivo è un Cosinon 35mm 2.8 e per la messa a fuoco ci sono quattro posizioni: 0,9; 1,5; 3 metri e infinito. Queti valori sono visibili sotto all’obiettivo ma sono rappresentati anche sulla parte superiore sotto forma di pittogrammi. L’obiettivo è protetto da un coperchio che si apre quando si ruota di novanta gradi lo scudo frontale: si apre una saracinesca e l’obiettivo si scopre. C’era anche la levetta dell’autoscatto (non più funzionante su questa macchina) e addirittura questo apparecchio era predisposto per l’uso con un motor drive dedicato.

Dopo ever inserito le pile e verificato che le spie effettivamente funzionavano, si provò qualche scatto senza pellicola in diverse condizioni di luce, per cercare di percepire l’effettivo cambiamento di rumore nel movimento dell’otturatore, oppure di sbirciare attraverso l’obiettivo dal dorso aperto. Ma non si percepisce niente di particolare, forse anche perché la decisione arbitrariamente presa dalla macchina (combinare temi e diaframmi) non permette di farsi un’idea “a orecchio” o “a occhio” sulle effettive variazioni della velocità di otturazione. Tranne che per i tempi veramente lunghi (il sistema prevede fino a due secondi). Comunque, siccome pareva funzionasse, si caricò un rullo di HP5 per fare un po’ di prove.

Visione dall’alto: si nota anche la finestrella con i pittogrammi delle distanze.

Fa molto piacere riprendere in mano a distanza di decenni una macchina fotografica e ritrovarci la posizione delle mani, i comandi per la messa a fuoco, l’ergonomia… insomma ritrovarsi in mano qualcosa di noto anche se quasi dimenticato.

Qualche scatto di prova ai lavori in Piazza delle Baleari.

Le foto di prova risultarono, tutto sommato, così così. L’aspetto esterno della lente pareva a posto, senza opacizzazioni, funghi o altro. Probabilmente, però, nelle viscere della macchina l’umidore e la lunga inattività devono aver prodotto qualcosa, dato che le immagini – in molti casi – non sono risultate particolarmente nitide.

Inoltre, quando gli pare a lui, l’otturatore mostra un po’ di pigrizia, rallenta, manda all’aria l’esposizione produce delle clamorose flashate sul fotogramma.

Ecco qui accanto un tentativo di scattare quattro foto alle quattro distanze previste: tutto bene fino ai tre metri, ma nell’ultimo scatto realizzato da una distanza maggiore ecco il disastro.

Fu fatta anche qualche prova con il flash. Il contatto caldo funziona e basta impostare il flash in modalità manuale e fare i calcoli della distanza, oppure – con i flash che hanno questa funzione – impostarlo sullo stesso diaframma impostato sulla macchina (così fu scelto di fare, con il flash Nikon SB-800). Qui sotto due scatti indoor, il primo con flash e il secondo, in scarse condizioni di luminosità, con l’esposizione automatica senza flash.

Con e senza flash.

Insomma, alla fine fu deciso di ricominciare a utilizzarla, questa macchinetta quasi dimenticata. Magari con l’uso più frequente l’otturatore si riprende e questa gloriosa piccoletta tornerà agli antichi splendori.

Per la cronaca 1: alcuni approfondimenti su questa macchina fotografica e sul suo uso si trovano qui e qui.

Per la cronaca 2: il manuale d’uso, ancora una volta, è reperibile sul sito di Michael Buktus.

Altri scatti dal rullo di prova.

L’edizione Abacus del 1994

Lui e lei. Lei narra in prima persona, mentre lui viene raccontato in terza persona. Ci sono anche dei siparietti fatti di scambi epistolari. E dei salti indietro e in avanti che paiono proprio cinematografici. Where or when, un libriccino del 1993 della scrittrice statunitense Anita Shreve comprato tantissimo tempo fa quando ancora c’era la libreria Mel Books in Via Nazionale a Roma. Non lo voleva proprio nessuno, quel libro, vista l’abbondanza di etichette che ne riducono progressivamente il prezzo fino a 3.000 lire. Ma, come si sa, il piano di sotto di quella libreria ha riservato non poche piacevoli sorprese nel corso degli anni.

Lui e lei si incontrano – quattordicenni – in un campo estivo dei preti. E si innamorano. Quando ancora non sanno cosa sia l’amore scoprono l’emozione, il sentimento, l’incerta passione adolescenziale.

Poi non si rivedono più per trentuno anni. Fino a quando lui, per caso, vede una foto di lei su una rivista: è la recensione di un libro di poesie che lei ha pubblicato.

In quei trentuno anni ognuno si è costruito la propria vita, la propria famiglia, i figli, il lavoro, la quotidianità.

Ma quando lui scopre che lei esiste ancora, tutto cambia. La necessità di ritrovarla, di tornare a parlarle, rivederla, tenerla per mano, insomma  riprendere un discorso interrotto trentuno anni prima: tutto cambia e niente potrà più essere come prima.

Il progressivo ribasso del prezzo.

Due persone adulte e sposate con figli che all’improvviso si ritrovano e che sono pronti (forse sì, forse no) a mandare tutto all’aria. Potrebbe sembrare una storia banalotta. Ma la tecnica narrativa, il montaggio dei capitoli, l’avvincenza della storia raccontata in modo poliedrico dalla Shreve rendono questo racconto davvero straordinario. Immaginifica e stupefacente, incalzante nella sua ineluttabilità, la storia di Siân e Charles è fatta soprattutto di dubbi, di passi in avanti e subitanee ritirate. Ma la forza di quel ricordo presente non è facile da sconfiggere e neanche da ignorare.

Was there, or could there ever be, he wondered then, and wonders now, a reconciliation between innocence and sexuality?

L’edizione italiana ormai fuori catalogo.

Un racconto fatto di sobbalzi, di piccole e grandi – grandissime – tragedie, di quotidianità nella provincia americana ai tempi della crisi economica che porta tante famiglie al collasso. Una scrittura attenta che affascina e rapisce, che trasmette al lettore l’ansia di sapere se e come andrà a finire. Quel dove e quel quando che ripropongono in continuazione il luogo e il tempo preciso in cui i due giovanissimi si incontrarono, ma al tempo spesso propongono l’incognita angosciante di un dove e di un quando futuri e forse possibili.

La presenza del passato, le incertezze del presente, il sogno di un futuro. Davvero una bella scoperta.

Per la cronaca 1: Il titolo proviene da una canzone di Lorenz Hart musicata da Richard Rodgers (del 1937). Infatti la storia è accompagnata da una colonna sonora (determinante per lo sviluppo degli avvenimenti) che lui incide per lei su una cassetta.  Il testo della canzone è riportato in appendice al libro.

Per la cronaca 2: Il libro fu pubblicato in Italia da Bompiani nel 1994, nella traduzione di Marcella Dallatorre. Oggi è reperibile solo sui mercati dell’usato.

Per la cronaca 3: Anita Shreve ha scritto tantissimi romanzi (qui c’è una panoramica). La scrittrice è morta nel 2018 all’età di 71 anni. Qui c’è il necrologio pubblicato sul Guardian.

Pubblicato da: miclischi | 15 maggio 2020

La scoperta di Janet Frame e del suo Maniototo

L’edizione Women’s Press

Un altro libro riemerso dal riordino delle librerie, rimasto lì da una parte per chissà quanto tempo. Si tratta di Living in the Maniototo, libro del 1979 della scrittrice neozelandese Janet Frame. Una vecchia edizione della Women’s Press non più in catalogo presso questa casa editrice, ma ripubblicato fra gli altri da Penguin.

Una scrittura discontinua, frammentata, sussultante, a tratti angosciosa, così come – si suppone – sia angosciata la scrittrice. Sempre alla ricerca di diversi modi di scrivere, di descrivere, di dare i nomi alle persone, ai luoghi, alle situazioni.

(…) I loved him because he had an abiding passion for the French language. The apparent purity and vastness of his feeling gave him, in my eyes, a kind of greatness, for I feel that language in its widest sense is the hawk suspended above eternity (…).

E’ tutto un andirivieni, questo libro, fra le vicende raccontate e i vari modi in cui si possono raccontare, con un’attenzione quasi maniacale al linguaggio e all’uso del linguaggio, nella narrativa e nella vita. Il tutto condito da una scioccante frammistione fra narrazione e realtà. Come nel fulminante finale, dove dopo un lungo tratto di racconto più quasi-sereno e fluido, torna lo shock delle situazioni surreali (della narrazione) che si sovrappongono alla realtà (ma è davvero realtà?) dei fatti e dei personaggi narrati.

Nella sua vita costellata di tragedie nella convulsa cittadina di Blenheim in Nuova Zelanda, come nei suoi viaggi negli Stati Uniti, a Baltimora e in California, l’autrice non arresta mai questa ricerca del modo di tradurre la realtà nella narrazione, e si pone in continuo dubbi sull’uso della parola e degli espedienti narrativi.

L’edizione italiana nella traduzione di Pietro ferrari (1992)

A sentence which keeps its feet clean from beginning to end is good. A sentence which, travelling, looks out of portholes as far as horizons and beyond is good. A sentence which goes to sleep is good, if the season is winter; bad, if it is early spring. A sentence which stumbles on useless objects instead of  on buried trasure is bad, and worse if it illuminates useless objects with artificial light, but good if it casts a unique radiance upon them.

La biografia di Janet Frame (raccontata nel sito web ufficiale a lei dedicato, ma anche da lei stessa nei libri dai quali è stato tratto il film An Angel at my Table di Jane Campion) rivela che in gioventù passò lunghi anni in ospedali psichiatrici. Fu solo grazie alla qualità della sua scrittura (il suo primo libro vinse un premio letterario) che poté tornare alla vita “normale”. Ma la sua vita e il suo approccio alla vita erano stati segnati per sempre.

… the kind of pain that makes a writer want to throw away the words that are screens, movable walls, decorations, unnecessary furniture, and keep only the load-bearing words (the load-bearing birds?) that stop the sky from falling.

Insomma una bella scoperta, una scrittura inusitata e stupefacente, un grandissimo piacere di lettura. Una scrittrice tutta da esplorare.

Per la cronaca 1: L’edizione italiana fu pubblicata nel 1992 dall’editore Marco Tropea. La voce su Wikipedia relativa a questa casa editrice informa che non esiste più dal 2014. Per cui il libro è fuori catalogo ed è reperibile solo scuriosando sui mercatini internettistici e non.

Per la cronaca 2: Il film sulla vita di Janet Frame è stato tradotto in italiano (doppiato) con il titolo Un angelo alla mia tavola. Qui sotto c’è il trailer della versione originale.

Pubblicato da: miclischi | 12 maggio 2020

Graflex RB Serie B: un vero piacere fotografico.

La Graflex RB Serie B nel formato 2¼×3¼.

Dopo alcune esperienze con la Graflex Speed Graphic “baby” 2×3 (sia con otturatore a tendina che senza) e poi con la 4×5 (di cui si ragionò qui dopo i primi cento scatti), fu trovato un altro modello interessante: la Graflex RB Serie B in formato 2×3 (per essere precisi: 2¼×3¼ pollici). Una macchina che negli anni è stata utilizzata tutto  sommato abbastanza poco. RB è una sigla comunemente usata per indicare “revolving back”, cioè dorso girevole. Questo sistema permette di decidere di scattare foto orizzontali o verticali (le cosiddette modalità landscape oppure portrait) senza dover ruotare tutto il corpo macchina, ma soltanto, appunto,  il dorso che ospita la pellicola. Un altro illustre esempio è la Mamiya 67 RB.

A parte questa particolarità (comodissima) del dorso, c’è un’altra vistosa differenza rispetto alle Speed Graphic: la messa a fuoco non viene fatta sul piano-pellicola dal dorso dell’apparecchio, bensì dall’alto, tramite uno specchio, proprio come si sarebbe poi fatto sulle più moderne reflex medio-formato.

Questa macchina fu prodotta dalla ditta statunitense dal 1923 al 1951.

Le prime prove di questo apparecchio furono realizzate con la pellicola piana (fra parentesi: non facile da reperire, a differenza dei formati più grandi 4×5 e 5×7 pollici). Una grandissima menata, anche perché per sviluppare le pellicole piane di quel formato fu necessario acquisire una tank Yankee a passo variabile, che permette di sviluppare fino a dodici fogli di pellicola fino al formato massimo di 4×5 pollici.

Il caricatore da sei pellicole.

Per caricare la pellicola sul dorso fu trovato un piccolo gioiellino: un caricatore per sei fogli (il Grafmatic Film Holder) che è un vero miracolo tecnico-meccanico. Dopo ogni scatto basta estrarre completamente e riimmettere con vigore fino in fondo una slide, e lo chassis con la nuova pellicola si dispone nella posizione giusta mentre quello della foto appena scattata retrocede in ultima fila.

Particolare del dorso per pellicola 120, riadattato da una Speed Graphic.

Peccato però che il caricamento sia assolutamente indaginoso, così come lo sviluppo, per non parlare della misteriosa pellicola sulla cui scatola, recuperata a Berlino, c’è scritto semplicemente B&W negative sheet film panchromatic ISO 100 senza nessuna altra indicazione. Per questo, alla fine, fu deciso di far adattare dal Gini un caricatore Graflex 23 normalmente utilizzato sulla Speed Graphic per poter scattare otto foto in formato 6×9 su una comune pellicola formato 120.

Questa macchina è dotata di obiettivo Kodak Ektar 127 mm f. 4.5 (chiusura diaframma fino a f. 32). L’obiettivo compare alla vista solo ruotando un pomello che lo fa avanzare sulle rotaie e quindi fa aprire una feritoia verso l’alto sul frontale della “scatoletta”.

Il passo dell’obiettivo è a vite 42×1 ma la struttura del lens board, e soprattutto il posizionamento delle vitine di serraggio dello stesso, non permettono l’agevole sostituzione della lente con altre dello stesso passo (a dire il vero si era tentato – senza successo -con uno Zeiss 58 smontato da una Contax, e addirittura anche con un tubo di prolunga).

La tabellina per calcolare il tempo di esposizione

Il lato destro della macchina con il pomello della messa a fuoco (che serve anche a estrarre l’obiettivo) e i meccanismi per regolare il tempo di esposizione.

Per quanto riguarda i tempi di esposizione, la cosa si fa leggermente più complicata. Infatti il tempo desiderato si ottiene dall’uso combinato di due meccanismi: l’apertura della feritoia sulla tendina scorrevole e la tensione della molla che fa scattare la tendina.

Ci sono infatti due pomelli sui quali agire, sul lato destro della macchina, verso il retro, e una utilissima tabellina istruisce sul da farsi. I tempi disponibili sono ben 24, da 1/10 fino a 1/1000 di secondo.

La macchina è ingombrante ma relativamente leggera e dopo un po’ ci si prende facilmente la mano. Anche a mano libera, se pure il treppiede viene spontaneo usarlo quasi sempre. Il pulsante di scatto, una levetta sul lato destro della macchina, verso il frontale, fa rialzare lo specchio e aziona l’otturatore in base alle impostazioni selezionate tramite i due pomelli di cui sopra.

Prove di esposizione.

Dopo qualche scatto sparso realizzato negli anni passati, in questa occasione si decise di fare qualche test più mirato, soprattutto in relazione ai tempi di scatto ché, si sa, nelle macchine vecchiotte l’affidabilità dell’otturatore può essere di molto dubbia, specie nei tempi lunghi.

Qui a fianco due scatti allo stesso soggetto con esposizioni equivalenti ma con due diverse formulazioni di tempi e diaframmi: quella in alto con 1/500 (combinazione 1/D) f. 8 e quella in basso con 1/30 (combinazione 5/A) e f. 32. La seconda è risultata lievemente sovraesposta, come a dimostrare che effettivamente i tempi lunghi sono un po’ rallentati, ma non in modo estremo. Tuttavia un’altra prova, presentata qui sotto, con il tempo di otturazione su 1/15 (combinazione 5/A) risultò tutto sommato ben esposta.

Un’altra prova di esposizione

Alla fine una macchina che dà molte soddisfazioni, proprio per la manualità che richiede nel predisporre i vari meccanismi per impostare l’esposizione, oltre per la gioia di maneggiare un apparecchio davvero vintage.

A proposito di vintage: considerando il lungo periodo di produzione di questo modello, ci si può interrogare sull’epoca in cui fu effettivamente prodotto questo apparecchio in particolare.

Grazie a questo sito si può datare la macchina: si tratta di una produzione del 1946. Il reperimento del numero di serie non è poi così agevole: dopo lunghe ricerche fu trovato all’interno del coperchio che si apre per estrarre il mirino superiore.

Tra parentesi, a proposito di manualità, è necessario aprire tutto il diaframma per mettere a fuoco, dopodiché bisogna riportarlo sul valore necessario prima di scattare, con conseguente oscuramento dell’immagine sul vetro smerigliato, scarsamente leggibile. Questa operazione risulta un po’ più complessa quando la mesa a fuoco è sull’infinito (l’obiettivo rientra nella feritoia e raggiungere la ghiera dei diaframmi non è semplice).

Insomma, una bella macchina con cui ci sarà ancora tanto da ruzzare e sperimentare.

Altre prove con la Graflex RB (dal 2017 al 2020). La foto della pipa fu fatta con pellicola in fogli

Per la cronaca 1: la Graflex RB fu prodotta in vari formati “standard”. Oltre al 2¼×3¼ anche nei formati 3¼×4¼, 4×5 e 5×7.  Si possono trovare informazioni aggiuntive sul sito Graflex.

Per la cronaca 2: il manuale operativo, per quanto un po’ scarno, si trova come al solito qui, sul meritorio sito di Michale Buktus.

Per la cronaca 3: dalla memoria sembrava riemergere qualche ricordo di immagini di Edward Weston alle prese con questo tipo di macchina. Infatti, sul sito del Collettivo Weston si trova proprio un resoconto delle esperienze del fotografo americano con questo tipo di Graflex, specialmente nel periodo messicano con Tina Modotti.

 

Pubblicato da: miclischi | 3 maggio 2020

Progetto fotografico collettivo: una settimana di autoscatti

In attesa dell’autoscatto

Nacque un po’ per gioco, un po’ per coinvolgere gli amici fotografi in un progetto per ingannare il tempo in questi giorni di confinamento, un po’ per vedere che cosa ne sarebbe venuto fuori…

Poi, con il passaparola l’idea si è un po’ diffusa fra le conoscenze vicine e lontane. Ed ecco, alla fine, una trentina di aderenti al progetto collettivo.

L’idea era quella di realizzare un autoscatto al giorno per una settimana (da sabato 18 aprile a venerdì 24 aprile) con alcuni vincoli/stimoli: ogni giorno era legato a un certo tipo di abbigliamento da abbinarsi con alcuni oggetti.

Perché l’autoscatto? Perché volendo privilegiare le foto scattate alle persone e non agli ambienti o agli oggetti, considerando che a casa ci sono anche tante persone sole senza possibilità di uscire, l’autoscatto permette di fare dei ritratti anche in solitario.

Questi i temi proposti per ogni giorno:

Giorno 1: Camicia bianca + bicchiere e bottiglia;

Giorno 2: Canottiera + libro;

Giorno 3: Costume da bagno + occhiali da sole;

Giorno 4: Maglia a righe + spazzolino e dentifricio;

Giorno 5: Giacca invernale con cappuccio + quaderno e penna;

Giorno 6: Camicia e giacca + macchina fotografica;

Giorno 7: Giacca senza camicia + frutto.

Il dispositivo a molla da applicare al pulsante di scatto nelle machine senza autoscatto

Fin da subito, in base alle reazioni di alcune delle persone invitate a partecipare, si capì che l’idea avrebbe potuto svilupparsi secondo direttrici molto diverse, a seconda dell’interpretazione dei temi, ma anche della stravaganza, della spinta alla digressione, dell’ispirazione del momento.

C’è forse un filo conduttore comune fra tutti questi scatti: il surrealismo. Giacché surreale è il periodo che stiamo vivendo, e surreali tendono a essere anche le situazioni catturate in fotografia.

L’autoscatto della Nikon F2 permette di scegliere di quanti secondi viene ritardato lo scatto

Per i più giovani il concetto di autoscatto è quasi sconosciuto, mentre è molto più familiare quello di selfie. Infatti sono forse pochissimi coloro che si sono posti il problema di scegliere una macchina fotografica dotata, appunto, di autoscatto.

Oppure di dover ricorrere all’uso di uno di quei marchingegni a molla da avvitare sul pulsante di scatto (dove di solito si applica lo scatto flessibile). Alla fine soltanto una persona ha utilizzato una macchina fotografica a pellicola (una Nikon F2), mentre quasi tutti hanno utilizzato il telefono cellulare (come ben si evince dalla forma allungata dei fotogrammi) o altri device digitali.

Ma alcune persone hanno fatto una scelta ancora più drastica, e cioè non di autofotografarsi, bensì di farsi fotografare da qualcun altro. Per non parlare degli autoritratti virtuali scattati a una persona-non-persona.

Se è vero che l’atteggiamento del soggetto di fronte a una macchina senza fotografo è assai diverso da quello di chi si mette in posa per qualcun altro, queste scelte furono accolte nello spirito dell’anarchica ricerca di alternative rispetto ai dettami dei metodi suggeriti. Fra l’altro, poter disporre di qualcuno che scatta risolve il non picciol problema della messa a fuoco di una inquadratura dove il soggetto non c’è.

Il settimo giorno di Morgane.

Abbigliamento: c’è chi si è posto il problema di conciliare a pochi giorni di distanza il costume da bagno con il giaccone invernale. E chi sta ai tropici e il giaccone invernale non ce l’ha? E chi non si sentiva ancora pronto a indossare il costume da bagno in questa stagione non ancora propriamente balneare?

E la bottiglia? Di vino? D’acqua? di che cosa? E il frutto è un frutto da intendersi in senso gastronomico o in senso botanico? E chi la macchina fotografica non ce l’ha come fa a realizzare lo scatto del sesto giorno? Anche qui, l’inventiva ha avuto la meglio. E, come si diceva una volta, Vive la difference!

Le immagini ricevute sono state organizzate insieme a Tsaramaso (che dà qui una sua interpretazione di questa esperienza) in una sorta di galleria virtuale (visitabile qui).

Sono stati allestiti spazi espositivi individuali, nei quali sono mostrati i sette scatti proposti da ciascun partecipante; ma anche una sezione più tematica, in cui sono raccolti, per ogni giorno, gli scatti realizzati da tutti i partecipanti. Oltre a qualche contenuto extra.

E’ stata una bella esperienza, e chissà che un domani, magari, non la si riproponga con nuove idee, nuovi temi, nuovi stimoli all’immaginazione fotografica. Nel frattempo, buona visita della galleria!

Il primo giorno di Jan Willem (il Ketelone!)

 

Pubblicato da: miclischi | 24 aprile 2020

Il Museo di Orhan Pamuk: lasciarsi rapire dall’ossessione?

La versione inglese pubblicata da Faber and Faber

C’è voluto un po’ di tempo prima di decidersi ad affrontare questo vero e proprio mattoncino di oltre settecento pagine stampate con carattere piccolo piccolo. Era stato acquistato nell’aprile del 2018 nella libreria appena aperta a Marina di Pisa in Via Maiorca, accanto al giornalaio.

Anzi, il personale della libreria fu particolarmente lieto di segnalare che quel libro era proprio il primissimo acquisto da parte del primissimo cliente della nuova libreria, orientata decisamente sui libri fuori catalogo e in offerta (i cosiddetti Remainders).

Chissà perché venne voglia di comprare proprio quel libro, chissà perché proprio in inglese. Forse per il piacevolissimo ricordo delle precedenti letture di Orhan Pamuk (di una in particolare si era ragionato qui), forse per la veste grafica, forse per il prezzo scontatissimo. Fatto sta che The Museum of Innocence venne parcheggiato nello scaffale dei libri in attesa, e lì rimase per quasi due anni.

Poi venne il momento di affrontarlo. E fu una lettura impegnativa ma piacevolissima. Come si era già constatato in altri libri di questo autore, è straordinaria l’abilità di Pamuk nel trascinare il lettore nelle sue atmosfere: che siano i luoghi di Istanbul, o le relazioni umane, le convenzioni sociali e culturali, oppure – come decisamente in questo testo – le elucubrazioni mentali.

Il transito continuo di navi e traghetti (qui fotografati nel 2006) è una presenza costante a Istanbul. E anche in questo libro di Orhan Pamuk.

Tutto ruota attorno al tema dell’ossessione. Il protagonista, che narra la storia in prima persona, tranne nella bella sorpresa che ci riserva proprio verso la fine, ci racconta la sua storia. Sui trent’anni, membro di una famiglia dell’alta borghesia di Istanbul, lanciatissimo uomo d’affari, fidanzato con una sua pari-grado moderna e occidentalizzata (infatti gli si concede anche prima del fidanzamento ufficiale) si innamora totalmente di una lontana parente diciottenne, di estrazione più modesta (fa la commessa in un negozio) e perde la testa. Nel vero senso della parola. Al momento di fidanzarsi ufficialmente con la sua promessa, la storia focosissima con la divina Füsun si interrompe bruscamente. Ma la passione e l’ossessione non vengono meno. L’amante sparisce da un giorno all’altro, ma lui continua a pensarla ossessivamente. Tanto da mandare all’aria il fidanzamento, ritrovarsi solo e disperato, continuare a sopravvivere solo nutrendo la sua ossessiva passione.

L’edizione in italiano pubblicata da Einaudi

Un’ossessione che si esprime ancor più tragicamente quando, dopo aver ritrovato l’amante (che nel frattempo si era sposata e si era installata con il marito dai propri genitori) prende l’abitudine di andare a cena da loro quasi ogni sera (per otto lunghi anni!), al solo scopo di poter godere della presenza dell’amata. Con la fermissima convinzione che presto o tardi potrà coronare il sogno di vivere felicemente con lei.

Fin da subito il protagonista (Kemal) si mette quasi spontaneamente ad accumulare oggetti che sono stati di Füsun, o che lei semplicemente ha maneggiato (come una saliera a casa dei genitori) e questo accumulo di oggetti darà origine all’idea di farne un museo.

Il museo dell’innocenza? Ma quale innocenza? C’è ben poca innocenza, a dire il vero, in questa smania di controllo di Kemal, abituato – straricco com’è – a potersi permettere tutto quel che desidera. Spendere e spandere, lasciare che i propri affari vadano a rotoli, pagare tizio e ciao, finanziare una casa di produzione cinematografica per alimentare le illusioni dell’amata e del di lei marito… E’ davvero convinto, Kemal, di poter ottenere sempre quello che vuole. E questa smania lo rende cieco: non gli fa percepire quello che invece vorrebbe – o avrebbe voluto – lei, Füsun, stritolata in questo contesto che pare dominato soprattutto dall’esercizio dei poteri.

Più frizzanti e avvincenti i primi capitoli del libro, quelli in cui nasce e si concretizza questa storia pazzesca; più smenci quelli lungamente dedicati all’attesa (otto anni!); più sorprendenti quelli in cui, verso la fine della storia, Kemal continua a crederci, nel suo sogno irrealizzabile; fino agli strascichi tragici e poi al finale, quello sì davvero sorprendente, in cui avviene l’incontro fra il protagonista e lo scrittore, sì, proprio fra Kemal e Orhan Pamuk: una invenzione narrativa davvero efficace.

In questo cammino tortuoso attraverso i lunghi anni della storia, l’autore riesce sempre a tenere stretto a sé il lettore: un po’ perché cresce la curiosità di sapere come andrà a finire la vicenda, ma soprattutto per la disarmante onestà con la quale Kemal racconta tutte le sue debolezze (più che di innocenza sarebbe forse più opportuno perlare di ingenuità).

Il libro è destinato ai visitatori del museo che Kemal ha creato accumulando gli innumerevoli oggetti che testimoniano la sua storia. Una via di mezzo fra una vera e propria guida al museo e una ricostruzione dei contesti che hanno portato alla sua ideazione. E questa idea dell’accumulo di oggetti con intento museale è forse fra le più convincenti del libro.

After all, isn’t the purpose of the novel, or of a museum, for tht matter, to relate our memories with such sincerity as to transform individual happiness into a happiness all can share?

Che dietro il modo di disporre e esporre gli oggetti ci sia un sottinteso intento museale?

Forse ognuno, consciamente o inconsciamente, conserva degli oggetti in virtù del loro potere evocativo. Forse ognuno ha un cassetto o una scatola da scarpe dove sono conservati biglietti, lettere, souvenir di epoche lontane. Forse anche una serie di magneti applicati sulla porta del frigorifero potrebbe rappresentare un intento museale. Forse una mensola con vari oggetti (spregiativamente chiamati “soprammobili”, mentre il vero fuoco dell’attenzione sono loro, gli oggetti, e non il mobile che li sostiene), disposti in un modo preciso e non in un altro, nascondono un intento museale. Anche le fotografie o i quadri appesi al muro del salotto, nel loro piccolo, potrebbero essere catalogati, spiegati, rievocati, come nella guida di un museo.

Insomma, questo bel libro di Orhan Pamuk risulta in particolar modo efficace nell’indurre a una riflessione: non tanto sulle passioni totalizzanti, ossessive e impossibili, ma piuttosto sul potere evocativo degli oggetti, sul modo di conservarli, disporli, esporli, valorizzarli. A patto di non lasciarsene ossessionare!

Soprammobili. Ognuno con la sua storia da condividere.

Pe rla cronaca 1: la libreria dove fu comprato questo libro non c’è più. Però alla fine del 2019, sempre in via Maiorca, ha aperto una nuova gioiosa libreria: Civico 14.

Per la cronaca 2: Il capitolo 69 del libro si intitola Sometimes. E’ costituito di dozzine (forse centinaia!) di periodi che iniziano tutti con la parola Sometimes. Uno splendido esercizio di tecnica narrativa.

 

Pubblicato da: miclischi | 15 aprile 2020

I frammenti di Sarah Manguso: una bella scoperta

Scoperto alla libreria Civico 14

Era il dicembre del 2019 e si inaugurava festosamente a Marina di Pisa una nuova libreria: Civico 14.  Presentazione dell’ultimo libro di Giuseppe Meucci, due chiacchiere con l’autore, con la libraia e con gli altri intervenuti, il rinfresco… Ma ,soprattutto, il grande piacere di scuriosare fra gli scaffali quasi domestici di questo bel locale accogliente.

Una scelta molto particolare, quella di Civico 14: puntare sugli editori piccoli e piccolissimi, privilegiare i libri ben fatti oltre che ben scritti, insomma invogliare alla lettura e alla scoperta. Fu così che ci si lasciò sedurre da questo irresistibile invito e si scelse, fra i tantissimi titoli stimolanti, un libro di Sarah Manguso. Un po’ per la copertina, un po’ per la cura editoriale, un po’ per questa curiosità suscitata da una scrittura per frammenti: ogni micro-capitolo sta tutto in una pagina. Anzi, in parte di una pagina. A volte sono soltanto poche righe.

Si tratta del libro pubblicato da NN Editore:  Sottovoce (titolo originale: Hard to admit and harder to escape).

A volte vedo passare un cervo dalla finestra davanti alla scrivania. E’ sempre una sorpresa meravigliosa vedere un cervo mentre lavoro. (…) Nei momenti di distrazione in cui lavoro e armeggio con i due dispositivi, penso per un attimo che mi piacerebbe premere un bottone per far comparire il cervo.

Frammenti di vita, quasi compilati alla rinfusa, come ricordi che riaggallano in ordine sparso dalla memoria. Ci sono momenti della vita scolastica (dall’asilo fino alle superiori), o dei campi estivi (come quelli dove andava Charlie Brown), oppure dell’esperienza lavorativa, della vita sentimentale in tutte le epoche della vita. Ma un posto particolare spetta ai frammenti di ricordi da tutte le età legati alla vita nella casetta di legno nel bosco: la paura e la fascinazione della foresta tenebrosa e dei suoi abitanti, i sentieri, le luci (o l’assenza di luce), le ombre.

La copertina dell’edizione originale

Vedo il sole basso filtrare nel sottobosco, in fasci di luce che screziano i tronchi, e le felci selvatiche e le viole bianche. Sono preoccupata perché so di dover ricordare quella scena perfettamente, perché è la cosa più bella che abbia mai visto. Ma so di non poterla descrivere a parole. Alla fine decido di scrivere la data e l’ora su un cartoncino e di metterlo in un cassetto della mia scrivania.

Ecco: ricordi che sono per lo più immagini. E quelle pagine mezze vuote, che lì per lì fanno pensare: che spreco di carta!, invece, sembrano proprio fatte apposta affinché il lettore possa concentrarsi su quello spazio bianco, apparentemente vuoto, e riempirlo con i ghirigori della propria fantasia, magari tracciarci anche qualche linea a matita, o avventurarsi addirittura nel disegnarci qualcosa. Evocazioni che provocano evocazioni, immagini che provocano immagini.

Sembrano proprio, tantissimi di questi frammenti di Sarah Manguso, delle fotografie senza macchina fotografica (FSMF, come si definirono qui anni addietro). E ogni immagine si porta dietro il suo bagaglio di sensazioni, di suggestioni, di angosce o di sorrisi.

Sarah Manguso (dal sito dell’edizione italiana)

Anche se, occorre dirlo, sono davvero pochi i sorrisi che trapelano da queste pagine. Casomai sono sorrisetti sardonici. I momenti fissati in questi frammenti sono per lo più angoscianti, o sconcertanti, dolorosi e cupi. C’è tanto rimpianto, in queste righe, a volte anche un po’ di risentimento – se pure stemperato sapientemente con la giusta dote di ironia e autoironia. Eppure pare prevalere su tutto la gioia e la soddisfazione di averli fermati, quei momenti. Per costruirne un collage caleidoscopico che non ci stanca mai di risfogliare alla ricerca di questa o quella immagine.

La mia vergogna mi sembra amore. Questa vergogna è la parte migliore della mia vita. Se la chiamo amore non sarà più qualcosa di cui vergognarsi.

Per la cronaca: Alla fine del libro, un’altra piacevole sorpresa: una breve nota della traduttrice, Gioia Guerzoni. Tre paginette impregnate di mangusismo. L’esperienza della residenza per traduttori in Canada, la gioia dell’incontro con l’autrice, la vivacità delle discussioni sulle parole, sulle case, sulle cose.

Pubblicato da: miclischi | 7 aprile 2020

Una breve incursione nell’universo fotografico 828

Tre macchine che utilizzano pellicola 828

Erano in tempi del collezionismo delle macchine fotografiche che usavano pellicola 127 (larga 4 cm). Furono fatte tante piacevoli scoperte in quel particolarissimo universo fotografico. Dalle Kodak Brownie alle numerose Bencini, alle folding di varia marca, alle plasticose, alle metalliche, fino alle ammiraglie Rollei e Yashica “Baby“.

A quei tempi venne voglia di gettare uno sguardo anche su un universo parallelo, quello degli apparecchi per pellicola formato 828. Questa pellicola è larga come quella cinematografica (35 mm), con la particolarità di non essere perforata. Naturalmente questo tipo di pellicola non esiste più da tempi remoti, ma considerando la compatibilità con le attuali 135 (35 mm), si pensò di fare qualche prova. E così si trovò sul mercato internettistico qualche apparecchio ai proverbiali du’ bicci: l’ammiraglia (in questa mini-collezione) Koday Pony, la più limitata Coronet Viscount e la Coronet Cub, tutte degli anni ’50 del ‘900.

La Kodak Pony.

La Kodak Pony è la macchina più completa e versatile fra le tre. Infatti permette di regolare i tempi (da 1/25 a 1/200 + B) e i diaframmi (da 4.5 a 22) e anche la distanza (da 2,5 piedi all’infinito). Inoltre ha il caricamento manuale dell’otturatore centrale, il contatto per il flash e un pannellino di memorandum della pellicola utilizzata (Super XX, Plus X, Kodachrome tipo A e Panatomic X). Inoltre arrivò con la sua scatolina gialla originale e anche con il manuale di istruzioni. Inoltre, tra le tre macchine della collezione era quella decisamente in stato migliore, senza segni rilevanti di ossidazione sulle parti metalliche, né funghi o opacizzazioni su lente e mirino.

Il frontalino della Kodak Pony rivela le numerose opzioni di esposizione e messa a fuoco.

Quando fu scelto di provare a fare qualche scatto (una decina d’anni fa?), si optò per la preparazione di un rullo utilizzando una normale pellicola 135. La confezione di una pellicola 828 necessita della preparazione di una striscia di carta di protezione (come nei rulli 120 e 127) alla quale fissare la porzione di giusta lunghezza di pellicola nella giusta posizione. Fu scelto di usare la carta di un rullo 127. Naturalmente tutta l’operazione va fatta al buio (in questo caso si optò per una capiente black bag). E fu fatto al buio anche il caricamento della pellicola nella macchina fotografica, che con questi rulli preparati artigianalmente non si sa mai che scappi un po’ di luce sotto la carta arrotolata a mano..

Fu necessario poi scrivere a mano i numeri della sequenza di fotogrammi (8) da verificare nella finestrella sul dorso della macchina per posizionare la pellicola nel punto giusto ad ogni operazione di trascinamento.

Il moderno rullo senza perforazioni utilizzato per costruire una pellicola 828, con la carta ritagliata da un rullo 127 e i rocchetti trovati nelle macchine.

Ahimé, la prima prova risultò un disastro, giacché le lamelle dell’otturatore centrale – cosa che si verifica abbastanza spesso con le macchine d’epoca – si erano un po’ impigrite, tanto da mandare all’aria ogni tentativo di esposizione sensata. In alcuni casi l’otturatore rimaneva decisamente aperto, bruciando il fotogramma.

Il rullo di carta ricavato da un rullo 127 e i due rocchetti su cui montare la pellicola.

Forse fu proprio a causa di quel tentativo fallito che le macchinette 828 furono accantonate nella loro apposita scatolina, e lì rimasero per lunghi anni, nonostante nel frattempo fosse stato reperito (grazie, Daniela!) un rullo di pellicola senza perforazione, un General Photo 400 ASA, con l’indicazione perentoria e laconica del tempo di sviluppo con un solo prodotto (D76, uguale all’Ilford ID11). Per la croncaca: undici minuti a 20° C. Per la cronaca: questa azienda tedesca (e quindi anche questa pellicola) sembra non esistere più.

A tanti anni di distanza, complici i lunghi tempi a disposizione durante il confinamento a casa, si decise di riprendere in mano quelle macchinette e fare qualche prova. Naturalmente non la Kodak ma le altre due.

La Coronet Viscount

Si cominciò con la Viscount. Questa macchina, pur essendo a fuoco fisso, permette almeno qualche regolazione di esposizione: tempi di 1/30  o 1/100 + B e diaframmi a scelta fra 8 e 16. Furono fatti degli scatti nel pomeriggio di sole,e le temute sovraesposizioni dovute alla pellicola da 400 ASA (decisamente non uno standard negli anni in cui furono prodotto queste macchine) si verificarono puntualmente. Inoltre, la vetustà produsse anche qualche appannamento dal sapore vintage.

Alcuni scatti di prova con la Viscount.

La Coronet Cub

Poi venne il turno della Coronet Cub. Fra le tre, la macchinetta più semplice, senza nessuna possibilità di impostare valori di esposizione né di distanza di messa a fuoco. Tutto probabilmente pre-settato su valori “medi”.

Una particolarità di questa macchinetta, tuttavia, è alquanto interessante: un sistema di rientro dell’obiettivo (ruotandolo e spingendolo verso il corpo-macchina fino a farlo bloccare) rende questo apparecchietto decisamente tascabile.

La Cub con obiettivo estratto e rientrato

Tuttavia, proprio al momento di scattare qualche foto di prova, emerse un problema che lì per lì non era stato notato: mentre l’obiettivo non mostrava vistosi problemi di funghi o altro, il mirino risultò quasi del tutto opacizzato, rendendo in pratica impossibile mirare verso il soggetto. Le inquadrature, difatti, vennero fatte proprio a occhio, insomma come ci si era abituati a fare con la Gopro senza monitor (ma qui non c’è il fish-eye!).

Alcuni scatti di prova con la Coronet Cub.

Insomma, a prescindere dai risultati fotografici, è stata una bella esperienza far tornare a vivere questi vecchi apparecchi ed anche cimentarsi con al ricostruzione di rullini 828.

Due scatti verticali con la Cub.

Per la cronaca: la scansione delle strisce di negativo fu fatta disponendo nel buon vecchio Epson Perfection V600 Photo l’accessorio che permette di comprendere nell’area scansionata anche la parte perforata delle pellicole 135. Cosa che torna ancora più utile quando la parte perforata proprio non c’è! Si tratta di DigitaLIZA, lo chassis che può alloggiare una sola striscia di negativo 25 mm (o anche 828!) invece delle consuete due. Viene commercializzato da lomography.com e se ne era già parlato tempo fa a proposito di alcuni esperimenti ispirati da Thomas Lang.

In alto, con la Viscount al sole (sovraesposta). In basso con la Cub, il giorno dopo, all’ombra, con esposizione “automatica” corretta.

 

La Yashica 270 senza e con flash incorporato.

Chissà perché a volte succede di trovare una macchina fotografica in un mercatino, entusiasmarsene lì per lì, scattare un rullo di prova per vedere se funziona, poi lasciarla in un angolo per un annetto e scattarci un altro rullo, poi far passare ancora due anni per poi finalmente riprenderla in mano e farci qualche test più mirato. Successe proprio così con questa Yashica 270 con zoom Sigma 28-70 trovata al mercatino di Marina di Pisa nell’agosto del 2017.

Una reflex molto pesante e dall’aspetto solido con uno zoom alquanto versatile; insomma, apparentemente una macchina standard senza troppi orpelli.

Questa Yashica si può usare in modalità Program, oppure con automatismo a priorità di tempo o diaframma, e anche in manuale. La lettura dell’esposizione (tempi/diaframmi), però, viene indicata soltanto sul display che si trova sulla parte superiore del corpo-macchina, mentre il display nel mirino mostra solo la correttezza della messa a fuoco, il rischio dovuto a tempi di esposizione lunghi e la scarsità della luce che richiederebbe l’uso del flash.

I valori di esposizione sono mostrati solo sul display superiore e non nel mirino

In altre parole: mirando nell’oculare non si sa quali siano i valori di esposizione scelti dal programma della macchina oppure scelti dalle impostazioni manuali o semi-automatiche. Questo è forse l’handicap più grave di questa macchina. Se è vero che in una macchina totalmente manuale senza esposimetro (oppure con indicazione “esterna” dell’esposizione come nella Yashica Minister D) si ha l’abitudine di impostare i valori desiderati e poi mirare e scattare, in una macchina “moderna” con tanta elettronica ci si aspetterebbe di vedere nel mirino come si scatta oltre a che cosa si scatta.

Per il resto, l’ergonomia è ottima, nonostante il peso, e i comandi e pulsanti vari diventano ben presto familiari. Il mirino è molto luminoso e l’autofocus – nonostante sia leggermente rumoroso – è accurato e abbastanza stabile. Insomma, si usa bene, ed anche la resa degli scatti risulta più che buona.

A sinistra uno scatto dal primissimo rullo di prova (2017). A destra uno scatto dal secondo rullo di prova (un anno dopo!) con uso del flash incorporato.

Come in molte macchine di questo tipo, non è possibile usare rullini bobinati, se non giocando sulle sovra- e sotto-esposizioni da +2 a -2 (indispensabili nel caso si vogliano fare dei tiraggi come da 400 a 1600 ASA). Ma, a differenza di altri apparecchi, qui se non si usa un rullino con codice DX, viene impostata automaticamente la sensibilità di 100 ASA.

La sovraesposizione automatica per soggetti retroilluminati sembra funzionare a dovere.

Fra le varie impostazioni, oltre a scatto singolo e in sequenza e alle suddette modalità di regolazione dell’esposizione, c’è l’autoscatto e anche la levettina per impostare correzioni di sovra- e sottoesposizione. Da notare che, così come si era già notato nella Canon Epoca, anche qui se c’è un soggetto scuro con sfondo chiaro, la macchina applica in automatico una sovraesposizione di correzione.

Fra i vari comandi sulla parte superiore del corpo macchina, accanto al display, c’è anche quello che permette di preselezionare il range di messa a fuoco: da 3 m all’infinito, oppure dalla distanza minima fino a 3 m, oppure, naturalmente, il full-range. Secondo quanto indicato dal manuale d’uso, questa opzione serve a velocizzare l’autofocus; ma francamente non se ne è fatto uso, lasciando sempre l’impostazione sul full-range.

Alcuni scatti di prove con lo zoom alla minima e alla massima estensione.

Fra le particolarità di questa macchina c’è una funzione che incuriosisce e che spinge a fare qualche esperimento. Infatti, fra le varie opzioni “usuali” che si possono scegliere con il comando Drive (scatto singolo o in continuo e autoscatto), c’è anche quella denominata Trap focus. In altre parole, si può usare questa macchina fotografica anche come fototrappola. La spiegazione delle modalità d’uso di questa opzione (sul manuale di istruzioni reso disponibile dal sempre meritorio sito di Michael Buktus) è lievemente indaginosa, ma alla fine si capisce come funziona il sistema (e si può provare anche a macchina scarica prima di inserire la pellicola).

Un altro scatto di prova con 2/3 di sottoesposizione.

In pratica, dopo aver impostato la modalità Trap focus,  si tratta di mettere a fuoco un punto alla stessa distanza dove ci si aspetta che arrivi il soggetto da “intrappolare”; dopodiché si può riaggiustare l’inquadratura (il tutto con la macchina saldamente fissata su un cavalletto); poi si congela la messa fuoco premendo il pulsante di scatto, e il simbolo di questa modalità lampeggia sul display. Quando si presenta un soggetto nel campo inquadrato e alla distanza prefissata, la macchina scatta da sola. Naturalmente si è fatto qualche scatto domestico di prova, invece di auspicare l’arrivo di una farfalla o altro insetto in prossimità di un qualche fiore in giardino, specie in questi giorni freddi di primavera rimandata. Sono state “intrappolati” soggetti come mani e visi all’avvicinarsi al punto focale di riferimento (una pianta o la testa di un ingranditore), e pare che il sistema funzioni!

Alcune prove domestiche di trap focus con la Yashica 270.

Per la cronaca: Alcuni scatti realizzati per provare la Yashica 270 sono stati caricati sui consueti album web: dal primo rullo del 2017 (prima serie e seconda serie), dal secondo rullo (2018), dal terzo, dal quarto rullo (prima e seconda serie) e dal quinto rullo (2020), col quale furono fatti anche gli scatti di prova della fototrappola.

 

 

Older Posts »

Categorie