Pubblicato da: miclischi | 15 febbraio 2018

Ciao, Giuseppe!

Il Motta all’Isola del Giglio nel 2009 per i cinquant’anni del Gorgona Club Pisa

Il Motta se ne è andato.

Senza clamore, nel sonno, a casa sua, nella notte dopo San Valentino. Giuseppe Motta (ma veniva quasi sempre chiamato, appunto, “il Motta”), non ci chiamerà più puntualmente per farci gli auguri di compleanno. Non inveirà più contro chi si scordava di chiamarlo per il suo, di compleanno.  Non allieterà più le gite, i pranzi e le cene del Gorgona Club, circolo subacqueo di cui è sempre stato attivissimo socio, pur non avendo mai fatto immersioni, né in apnea ne – figuriamoci! – con le bombole.

Amico di lunghissima data della vecchia guardia del Circolo (e specialmente dei due soci fondatori Luciano Lischi e Ettore Rigobon), si interessava a tutti, trovava sempre il modo di scambiare due parole anche con i giovani delle nuove generazioni subacquee, di vezzeggiare i bambini, di allietare i tanti eventi sociali cui ha partecipato con le sue epiche imprese (specialmente quando si trattava di mangiare un polpo crudo, meglio se ancora vivo) e con le sue perentorie affermazioni, i suoi sberleffi, i suoi giocosi insulti.

Quando ci si incontrava, che fosse al Barrino a Marina, o a casa a Fichino per il suo compleanno, su qualche isola, o a tavola, mi approcciava sempre con la solita curiosità: Che cosa hai letto di interessante ultimamente? Che libro stai leggendo? Quando ci siamo visti l’ultima volta, per il pranzo pre-natalizio del Gorgona Club nel dicembre 2017, ho voluto fargliele io quelle domande. Ma mi ha risposto che la vista non era più quella di una volta, e che non riusciva più a leggere. Che tristezza, se si pensa quale importanza abbia sempre avuto la lettura nella sua vita!

Ma pensare al Motta suscita anche innumerevoli moti di allegrezza e di gioia per i tanti momenti condivisi, per i tanti luoghi, le tante situazioni liete e memorabili.

Pensare al Motta significa ricordare la Citroen DS che si alzava sulle sospensioni pneumatiche prima di partire, quando s’era bimbi e si condivideva con Rosaria e Filippo la confraternita del bimbaio. Oppure pensare a Fichino, al suo vino bianco, ai sodi e ai trattori agricoli, alle innumerevoli stanze e agli innumerevoli oggetti di quella misteriosa e fantastica casa dal sapore meaulnesiano in mezzo alla campagna, ai pranzi con gli arancini. Ci fu anche il periodo naturista sui gommoni del Gorgona alla fine degli anni ’70. Poi l’impegno politico, la delusione per la deriva craxiana del PSI e le conseguenti invettive di Giuseppe. Poi la casa di Roma, a un passo da quella dei miei amici  sulla Salaria. Poi gli innumerevoli racconti, lo scrupolo nell’analizzare una lettura, un brano di un libro, o di un articolo di giornale.

Quando compii cinquant’anni Giuseppe ci tenne a regalarmi le Confessioni di Sant’Agostino. Il volume è rimasto lì sullo scaffale dei libri in attesa. Forse è giunto il momento di andare a curiosare fra quelle pagine, per ritrovarci e rinverdire le sagge parole del Motta. Forse, leggendo alcuni brani di quel libro, verrà spontaneo sentirsi comparire sul viso uno di quei sorrisetti a labbra strinte che Giuseppe sapeva così finemente dispensare.

Grazie Giuseppe, amico indelebile, compagno di letture e d’avventure. Mi mancherai.

Alcuni dei pranzi del Gorgona Club Pisa

 

 

 

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Pubblicato da: miclischi | 8 febbraio 2018

La fanciulla di Puccini: un western all’opera

Puccini nel Far West

Ritorna al Teatro Verdi di Pisa quest’opera esotica di Puccini, La fanciulla del West.  Esotica non già nel senso dell’oriente come nei suoi più celebrati lavori di ambientazione cinese o giapponese, bensì bensì del far west, della California ai tempi della febbre dell’oro. Il pubblico di appassionati d’opera, e di Puccini in particolare, affolla il teatro, anche se il livello di scetticismo e di mugugno è notevole. O quella? ‘un mòre neanche il soprano… Oppure: See… un’opera di Puccini che non fa neanche piangere… Si sa, si è sempre saputo, che il pubblico va a teatro per vedere quel che già conosce e che vuole ritrovare e rinnovare emozioni già note. Ma per chi non aveva mai visto quest’opera in teatro la curiosità e le aspettative sono alte.

Si comincia nel saloon, come in ogni western che si rispetti. Folla di omìni, il barista che volteggia fra un tavolo e l’altro, carte da gioco, personaggi maligni oppure inteneriti da lei, l’unica donna in scena, la inarrivabile Minnie, grande regista delle emozioni degli avventori. C’è lo sceriffo – ci mancherebbe – e si affacciano anche i banditi. Grande mescolone di personaggi (il libretto ne elenca in totale ben 18!), di voci, di accenti. Proiettati sullo sfondo, mirabili e cangianti paesaggi delle Montagne delle Nubi, in una girandola di panorami mozzafiato.

E qui si affaccia già la caratteristica principale di quest’opera modernissima e audace: la musica. Non è musica che ammicca allo spettatore/ascoltatore per andarne a toccare le corde più intime dell’emozione e dello sdilinquimento (come Puccini sa ben fare). No, in quest’opera il compositore si lancia in sperimentazioni melodiche, armoniche e tonali che risultano davvero sbalorditive. Ben più audace della successiva Turandot, quest’opera  esplora degli ambienti sonori davvero inusitati. Bene, benissimo. Sembra però che questa affascinante ricerca compositiva, almeno per chi è affezionato al Puccini classico, non si leghi poi così bene con i ruoli canori e con la vicenda dalla debole drammaturgia e dal discutibile linguaggio del libretto di  Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. Viene da pensare che quella musica meriterebbe di essere ascoltata senza l’ingombrante interferenza di quel che si raccontano i personaggi in scena.

Minnie  (Amarilli Nizza) nel saloon del primo atto (foto Andrea Simi)

Il bandito non è il cattivo della situazione, anzi, il povero Ramerrez si presenta come un cellettone impacciato che alla fine si è trovato a vestire i panni del malvivente per una sorta di ineluttabile obbligo ereditario… Il cattivo è quello che dovrebbe essere il tuttore della legge, lo sceriffo ottenebrato dalla passione non ricambiata da Minnie. Lei, altro che sdilinquita fraschetta affetta da qualche incurabile male: Minnie è la roccia solida che gestisce le situazioni, non esita a impugnare una pistola o a maneggiare con destrezza (e scaltrezza) le carte da gioco per dominare senza cedimenti l’universo squallidamente maschile che la circonda.

Nel secondo atto a casa di Minnie, un simpatico ancorché astruso siparietto etnico con gli indiani d’America che parlano usando i verbi all’infinito (roba che i dubbi sollevati dalle connotazioni razziali dell’otelliano selvaggio dalle gonfie labbra impallidiscono). Poi questa scena di finta seduzione in cui, una volta stabilito che il bandito (ancora non rivelatosi come tale) passerà la notte lì, viene poi invitato a sistemarsi sullo strapuntino.  Poi la concitazione, l’arrivo dello sceriffo con i suoi sgherri, gli spari, le sgocciolature di sangue di machbettiana memoria… Poi la scena chiave dell’opera, quella più convincente sotto tutti i profili: la partita a poker.

Ed ecco l’epilogo, il terzo atto che contiene l’unica romanza dell’opera (Ch’ella mi creda ibero e lontano, molto ben interpretata dall’acclamato tenore Enrique Ferrer), in cui si dipanano i temi della giustizia e della questione morale, come si direbbe oggi. Alla fine trionfano sciropposamente i buoni che prevalgono sui rancorosi cattivi. E vissero felici e contenti…

Lo sceriffo Jack Rance (Elia Fabbian) con il cappottone di pelliccia e  Minnie (Amarilli Nizza) – foto Andrea Simi

Insomma, una vicenda un po’ deboluccia sul piano narrativo, con un libretto che non affascina, con parti canore non limpidamente legate alla musica… Eppure, alla fine ne è venuta fuori una bella serata all’opera, e le aspettative sono state soddisfatte. Messa in scena godibilissima, regia e movimenti scenici (di Ivan Stefanutti) ben congegnati, finalmente delle video proiezioni (di Michael Baumgarten)  che non puntano solo sulla spettacolarità, ma che producono davvero degli effetti scenici funzionali, efficaci, belli.

Già, ma i cantanti? Nella folla di personaggi/interpreti (il cartellone completo di trova qui), il pubblico acclama e premia nell’applausometro finale soprattutto i due personaggi principali, la Minnie di Amarilli Nizza e il bandito Ramerrez di Enrique Ferrer, con un omaggio lievemente minore per il baritono Elia Fabbian nei panni dello sceriffo. I due amanti si sono espressi al meglio dal secondo atto in poi, mentre nel primo atto pareva che dovessero ancora mettere bene a fuoco la voce. Elia Fabbian a dire il vero ha fornito una bella prova, e fra gli innumerevoli personaggi si sono messi in luce in particolare il basso Alessandro Abis nei panni di Ashby (una voce estremamente espressiva) e il tenore Gianluca Bocchino, interprete del tuttofare Nick, amico fedele di Minnie, che dopo la prova opaca del primo atto (vocalmente parlando: la sua presenza scenica svolazzante è stata favolosa), si è espresso in modo molto soddisfacente nel terzo.

Una bella scena d’insieme nella foresta innevata (foto Andrea Simi)

Ma l’applausometro finale ha giustamente premiato anche quello che forse è stato il vero protagonista della serata: il Maestro James Meena che ha condotto con grande abilità l’Orchestra della Toscana negli insidiosi meandri di questa partitura.

Per la cronaca 1: Niente da fare, anche alla fine dell’opera quei pucciniani tradizionalisti che erano scettici, scettici sono rimasti.

Per la cronaca 2: Tornando a casa dopo lo spettacolo viene da fischiettare l’unica romanza dell’opera. Ma… mistero: o come mai canticchiando la melodia di Ch’ella mi creda libero e lontano, quasi senza accorgersene si va a finire sulle note di Un bel dì vedremo? Che sia quest’aria dunque il trait-d’union tra l’esotismo western e quello orientale?

Pubblicato da: miclischi | 4 febbraio 2018

L’undicesima di Šostakovič a Firenze 47 anni dopo

Leopold Stokowski fu il primo a eseguire l’undicsesima negli USA

Era il 10 ottobre 1971 e il concerto pomeridiano al Comunale di Firenze (in programma: l’undicesima sinfonia di  Šostakovič) era diretto da Francesco de Masi. Fu una folgorazione. Una cosa mai sentita prima nell’ampio panorama della musica classica. Delicate atmosfere d’angoscia alternate a fragoroso clamore. Sonorità inusitate, presenza preponderante di legni, ottoni e percussioni, anche qualcosa che somigliava a una batteria (ma come, la batteria non si usava nei gruppi moderni tipo i Beatles?).

Fu amore a prima vista per questo compositore sovietico mai più abbandonato. Fu comprato subito il cofanetto di due dischi dell’undicesima sinfonia diretta da Stokowski, poi fu trovato qualche disco di pianoforte, anche lo spartito della versione per due pianoforti del secondo concerto, poi le edizioni Melodija dell’Associazione ITALIA-URSS, poi concerti in giro per l’Italia, poi i CD, il cofanetto dei preludi e fuga trovato a Arles, poi Martha Argerich a Roma… fino a questo ritorno dell’undicesima a Firenze.

Sono cambiate molte cose, è cambiato anche il Teatro di Firenze. Ma il richiamo di questa sinfonia di Šostakovič è stato irresistibile.

Domenica pomeriggio 3 febbraio 2017. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, sul podio il giovanissimo Alpesh Chauhan.

A dire il vero il concerto prevedeva nella prima parte due prime esecuzioni di due soporifere composizioni di Ottorino Respighi per flauto traverso e archi (solista: Roberto Fabbriciani). Poco a che vedere con la seconda parte del concerto, questa mielosa musica che ha fatto anche addormentare qualcuno (davvero!, in galleria si sentiva anche sommessamente russare… sarà stata l’occasione post-prandiale…). Ma dopo l’intervallo, finalmente, ecco l’undicesima, dedicata alla rivoluzione del 1905.

Alpesh Chauhan, foto di Patrick Allen

Si comincia con questo languorosissimo lento e appena percepibile lavorio dell’impasto degli archi, con puntualizzazioni delle arpe e grande impegno del timpanista, al lavoro praticamente sempre, soffusamente anche lui. Entrano poco a poco i veri protagonisti di questa sinfonia: i legni e gli ottoni, e tutto funziona a meraviglia. Nel secondo movimento, invece, quando viene il momento del fragore clamoroso, l’impasto si fa un po’ sfuocato. Nel terzo movimento rifulge l’aria cantata da tutte le viole e nel complesso ne vien fuori un bel risultato. Nei tempi fragorosi di questa sinfonia fiorentina, però, si perde un po’ di lucidità.  Forse quelle accelerazioni vertiginose e sconcertanti che il direttore ha imposto agli ottoni nei loro ingressi, qualche problema lo ha creato. Nel folgorante quarto movimento, invece, torna tutto, e questa alternanza fra piano e forte, fra sottili atmosfere eteree e fragorosissime fanfare, canti e nenie popolari , colpi, grida, l’assolo formidabile del corno inglese e le acrobazie del clarinetto basso, gli arrampicamenti pazzeschi dell’ottavino, i sei percussionisti impiegati a tempo pieno, insomma funziona tutto e si rinnova, a 47 anni di distanza,la magia di un finale che culmina con una lunghissima corona sugli ultimi rintocchi di campana che lasciano il pubblico ipnotizzato.

Abène, rivedere dal vivo questa sinfonia, per di più dalla galleria, con la possibilità di vedere per bene tutti gli strumentisti dell’orchestra (47 anni fa s’era in platea); che gioia condividere l’entusiasmo del pubblico, godersi lo spettacolo del giovane direttore che esalta e ringrazia, uno a uno, gli strumentisti che si sono messi particolarmente in luce (legni e ottoni), e tutte le sezioni dell’orchestra, una a una… Un pomeriggio entusiasmante almeno come fu quello del maggio 1971.

 

Pubblicato da: miclischi | 24 gennaio 2018

Kate Braverman: tre donne a Los Angeles

Nell’edizione Seven Stories Press, con una appendice stimolante.

Che bellezza, un libro così denso, spesso di idee e di parole, affollato di sensazioni, di odori e di colori, di fiori, di luoghi, di persone, di implicazioni. Ritrovato in un pianetto della libreria, rimasto lì per anni, in attesa di lettura dopo le folgoranti esperienze del libro su Frida Khalo e la raccolta di racconti.

Palm Latitudesdel 1988, è un altro splendido lavoro della scrittrice californiana Kate Braverman. Attraverso la storia di tre donne, le cui vite si sfiorano con grande intensità, fino all’epilogo fatto solo di sguardi da lontano, l’autrice racconta  al femminile l’universo degli abitanti latinoamericani di Los Angeles.

No, her grandchildren did not recognize the significance of that particular afternoon, the mixtures of blood and gods and alphabets, the confusion of channels and climates which comprised the city of their birth, which was irrefutably Los Angeles defining herself.

Le relazioni e i conflitti familiari, i problemi con la lingua e l’integrazione, il lavoro, le trasformazioni della città… Ma tutte queste ambientazioni esterne sono raccontate attraverso il percorso interiore, mentale e fisico, che accompagna le tre donne cui sono dedicate, una per ciascuna, le tre parti del romanzo.

Francisca Ramos, la Puta de la Luna, domina il marciapiede con la sua indiscussa autorevolezza. Nel suo presente si affollano le implicazioni del suo passato, delle sue illusioni, delle servitù cui si è adattata prima di diventare, finalmente e tragicamente, padrona di se stessa. Viene temuta e rispettata dagli uomini e dai ragazzi che la desiderano, e che sono ammutoliti dalla sua ieraticità. They lack the necessary concepts with which to form a vocabulary that would describe her.

Gloria Hernández, moglie e madre suo malgrado, si narra in prima persona (I was perceived as unnecessary and dismissed as slow-witted, a creature possessing an alphabet of only astringent winds, sand, rock and mud ). Coltiva le sue frustrazioni fino a quando diverranno incontenibili ed esploderanno con grande violenza. Si confronta con l’indifferenza del marito e dei figli tollerando fin che può le limitazioni che la vita le ha imposto. Quando tutte queste implicazioni sfoceranno nell’intolleranza per le attenzioni che il marito rivolge alla nuova vicina di casa giovane, avvenente e insopportabilmente bionda, a sorpresa si produrranno effetti devastanti.

Marta Ortega, la bruja del barrio, sacerdotessa che tutto osserva, tutto amministra, tutto rielabora dall’altezza della sua maturità anagrafica ed emotiva, occupa la terza e la quarta parte del libro, anche se aveva già fatto delle apparizioni significative nella parti precedenti. Anche lei con una storia di delusioni e frustrazioni accompagnate dalle immancabili implicazioni. Mariti insipidi, figlie complicate e nipoti innumerevoli. Poi la passione per le orchidee, per la coltivazione, la selezione  e l’ibridazione dei fiori. Marta ama le lettura e legge gli autori in ordine alfabetico. Quando arriva alla Z ricomincia con un altro libro di A… Le liste in ordine alfabetico saranno uno dei metodi da lei utilizzato durante tutta la vita – in tutti i contesti della vita – per esorcizzare le ansie e per consolarsi delle proprie sventure. Una tecnica che trasmetterà a figlie e nipoti e anche, inconsapevolmente, alla sfortunata vicina di casa. Giacché il luogo della narrazione, per Marta e Gloria è proprio la strada in cui abitano, Flores Street, con la coppia di uomini saggi e amanti del blues, con il va e vieni delle figlie di Marta (e dei loro figli e figlie), con il pendolarismo di Gloria, con i filari ordinati, multicolori ed odorosi dei fiori.

Red Lake. L’opera del 1986 di Carlos Almaraz, da cui è tratta la copertina del libro.

Le frasi di Kate Braverman sono dense, ricche, piene di parole, di articolati e raffinati sostantivi e aggettivi piazzati al posto giusto. Non appesantiscono, queste tante parole. Al contrario, arricchiscono di evocazioni, ispessiscono, incitano a fermarsi, pensare, rileggere, ascoltare, declamare.

And the lake has the voice of one lone exiled cello and the resonance of Sunday church bells across a damp valley floor in winter at nightfall. The sound is simultaneously primitive and refined.

Un libro magico, pieno di suggestioni, ricchissimo nella raffinatezza, difficile da definire. Seguendo il consiglio di Marta Ortega si potrebbe provare a formulare una lista di parole per questo libro.

Kate Braverman

America: lo sfondo di tutte queste affollate storie. L’America degli USA, l’America del Messico, l’America Latina. Bellezzala bellezza dei luoghi, del mare, del cielo, dei libri, dei fiori, dei pensieri; la bellezza gioiosa dei nipotini di Marta, la bellezza fastidiosa nelle smanie sexy delle sue figlie, la bellezza mortifera della nuova vicina della famiglia di Gloria, la bellezza nonostante tutto. Chiesa: La chiesa del quartiere, la chiesa dove ci si sposa, o dalla quale si è scomunicati, la chiesa con i preti anziani che tutto ricordano, la Chiesa che genera dèi, miti, stregonerie. Donnaessere donna come Marta, oppure come Gloria, oppure come la Puta de la Luna. Donna come figlia, come nipote. Ma anche come mamma e  nonna. Donna-rivale, donna debole, delusa, fiera. Epica: come in un mito dell’antica Grecia, gli eroi epici di questa storia interagiscono ieraticamente con le situazioni e i luoghi. Fiori: conforto, odore, colore, sperimentazione, ordine, calma, commercio, interazione, ibridazione. Nei fiori Marta trova di tutto, soprattutto un’oasi di pace nel caos. Giorni: le storie si succedono giorno dopo giorno, sono scandite dalle giornate diversamente vissute dalle tre donne. Ogni giorno è un’entità a sé stante, indipendente e finita. Ogni giorno si conclude come se fosse una chiusa definitiva. E il giorno dopo si ricomincia. Acca: come non capirci un acca. Ma senza cullarsi nell’ignoranza e nell’incomprensione. Anzi, lasciando emergere dalle situazioni incomprensibili i lampi rivelatori che, a ben vedere, ci sono sempre. Implicazione: ogni fatto, ogni episodio, ogni momento ne implica altri. I quali a loro volta rincorrono altre implicazioni. La somma delle implicazioni si chiama realtà. Los Angeles: la scena cangiante nel tempo e nello spazio. Barrio diventato metropoli, caos con isole di quiete, crogiolo sempre in ebollizione, bisogna fare attenzione a non scottarsi. Miracolo: ogni libro è un miracolo, ogni persona, ogni pensiero. Notte: non sempre porta frescura. Ma l’oscurità che la caratterizza prelude – sempre – al ritorno della luce. Orrore: come nei versi eliotiani. L’orrore con cui tutti sono chiamati a convivere per sopravvivere. Potere: anche nei ristretti ambiti familiari o di vicinato, si scatenano senza pietà i giochi di potere ai quali è difficile opporsi. Qualità: qualità della vita, qualità della scrittura, qualità dell’evocazione, del pensiero, della rappresentazione pittorica. Rinuncia: vite fatte di rinunce, passate a rincorrere ciò cui si ha dovuto rinunciare. Sogno: il sogno e la realtà si mescolano ed è difficile distinguerli. Ma forse non è necessario capire dove finisce l’uno e dove inizia l’altra. Tutto: un libro sul tutto: il tutto delle persone, il tutto delle relazioni familiari, sociali, affettive – e delle loro implicazioni. Uomini: tutti miserevoli ed esecrabili, gli uomini con cui hanno avuto a che fare le tre donne e le figlie di Marta. Con una notabile eccezione: Joseph e Bill, la coppia di pacifici amanti che abitano anche loro in Flores Street. Colti, profondi, adeguati. Vita: la vita pulsa, la vita stravolge, duole… Alla fine, ovviamente, la vita ammazza. Ma c’è modo e modo di vivere la propria vita, come Marta l’educatrice spiega a tutti quelli che la circondano. Zolle: terra riarsa, terra fertile: tutto nasce dalla terra e ritorna alla terra. Le zolle devono essere frantumate, lavorate, irrigate, per poter dare dei frutti.

Per la cronaca 1: L’edizione Seven Stories Press porta in appendice dapprima una sorta di scheda di lettura sotto forma di questionario che invita alla riflessione, e poi una breve ma ricchissima intervista all’autrice. Qui viene svelata in parte la tecnica narrativa, derivata direttamente dalla scrittura poetica. E l’autrice esplicitamente invita a leggere il libro ad alta voce. The novel is composed of poems. It’s a quilt of a novel, with the fabric being poetry. I selected words for their female resonance. I wanted to feminize English. I wanted to tropicalize English. I wanted to find female sounds and rhytms, a whole other geography, fragrant, lush, hot, pagan.

Per la cronaca 2: la traduzione italiana di questo libro pare non sia mai stata pubblicata. Da un ricerca in rete pare di poter  concludere che soltanto due titoli siano stati tradotti in italiano:  Litio per Medea e (se ne era parlato tempo fa quiL’incantesimo di Frida KMalauguratamente, pare che entrambi siano andati fuori catalogo.

L’edizione inglese

Un quattordicenne-adulto racconta le vicende rocambolesche che si accavallano in una manciata di giorni freneticamente vissuti. L’isoletta danese con il babbo prete, la mamma organista della chiesa (oltre che esperta di tecnologie elettroniche), la sorella carismatica e il fratellone muscoloso… Poi l’affannosa trasferta a Copenaghen dei tre fratelli per cercare di sventare un attentato al sinodo pan-religioso in programma…

In un romanzo che si dipana lungo una vicenda gialla e poliziesca, l’autore, per il tramite del suo piccolo io narrante, sciorina una vastissima gamma di argomenti, situazioni,  filosofie e soprattutto persone, che sbeffeggia senza pietà, con l’ironia di cui è capace e che ci ha fatto assaggiare in tanti dei suoi romanzi e racconti.

Ci sono gli stereotipi della vita su un piccola isola frequentatissima dai turisti, ci sono i preti, gli adepti di questa o quella religione (nessuna viene risparmiata dall’ironia, ma proprio nessuna), i poliziotti, gli insegnanti di scuola, i calciatori, le escort e i frequentatori di escort, i fanatici, i terroristi, i mistici, gli innamorati, i fidanzati e i delusi d’amore… Non si salva proprio nessuno.

Many of the great religions take the view that if only one leans back in one’s seat everything will be all right.

E in questo stile fluido e colloquiale, in questo racconto affidato a un adolescente che la sa lunga sulla vita, sull’amore, sulla spiritualità, ma anche sulla necessità di prendere in fretta delle decisioni cruciali, l’autore accompagna il lettore che non riesce a staccarsi dal libro: una riuscitissima miscela di avvincenza e spessore.

Because the prison, which in the life of every single one of us and the way we live it, this prison is not simply built of stone, it’s also made of words and thoughts. And we are all of us involved in building and maintaining it, and that’s the worst part of the whole thing.

L’edizione italiana

I figli dei guardiani di elefanti, letto nell’edizione inglese con traduzione di Martin Aitken, è un altro grande libro dello scrittore danese Peter Høeg, già apprezzato in passato, e mai deludente.

Per la cronaca 1: La traduzione italiana di Bruno Berni è stata pubblicata da Mondadori.

Per la cronaca 2: Tra gli innumerevoli riferimenti, ribedoli e rimandi, l’autore cita anche le interpretazioni  da parte del baritono Dietrich Fischer-Dieskau dei lieder di Schubert su testo di Ghoete, per esemplificare la profonda e potente espressività di una voce. It’s a voice that knows things it has no intention of revealing.

Per la cronaca 3: Il titolo del romanzo si ispira  a un antico detto indiano: Vuoi essere amico di un guardiano di elefanti? Allora assicurati di avere posto per l’elefante.

 

Pubblicato da: miclischi | 15 gennaio 2018

L’Iris di Mascagni al Teatro Verdi di Pisa: abène…

Stagione lirica 2017-18 al Verdi di Pisa: Iris!

Durante la presentazione dell’opera la mattina prima della prima i due direttori artistici (di Pisa e Livorno), il musicologo, il direttore d’orchestra e l’interprete del ruolo protagonista si sono preoccupati soprattutto di una cosa: convincere il pubblico che l’Iris di Mascagni è una bella opera, checché se ne possa dire, checché se ne sia scritto e detto, insomma, d’accordo, non è la Cavalleria rusticana, ma rimane tuttavia un’opera che vale la pena vedere.

Come mai questo giocare sulla difensiva? Come mai questa tattica cautelativa che sa tanto di qui s’excuse s’accuse?

Dopo tutto ognuno nel pubblico ha i propri gusti: c’è chi ritiene che l’opera più godibile in assoluto sia I puritani di Bellini, c’è chi non sopporta Wagner, ci sono i verdiani e i pucciniani,  gli Otellisti e i Falstaffiani, ci sono quelli che preferiscono rivedere per la centesima volta una Boheme invece di approcciarsi a un’opera mai vista prima… Insomma, come si sa, de gustibus… eccetera. Come se per ogni composizione che si mette in produzione ci volesse la giustificazione firmata dai genitori o da chi ne fa le veci per scusarsi perché quel che si va a vedere non è proprio quel che si è abituati a vedere. O quella? Si sa che la stragrande maggioranza del pubblico si aspetta che dietro al sipario ci sia il famoso grammofono che riproduce all’infinito cose già sentite e risentite, e precisamente nel modo in cui le si è già sentite. Ma forse un approccio aperto, disponibile e, soprattutto rispettoso di chi tanto ha lavorato per portare in scena una produzione, ecco forse quello sarebbe il modo giusto per prepararsi ad assistere a ogni rappresentazione.

La sera della prima, tutto ha funzionato a dovere (a dire il vero: quasi tutto: le ruote delle scene girevoli si sono inceppate un paio di volte e il tenore si è presentato agli applausi finali esibendo una vistosa zoppìa). Sì, ha funzionato tutto benissimo nel trasmettere la potenza di questa musica straordinaria e nell’allestire questa storia straziante e terribile in scene che hanno trovato un giusto equilibrio fra la scarna sobrietà e il giusto fasto dei costumi, degli arredi, delle nipponiche proiezioni sullo sfondo cangiante.

La musica. Un’opera non ammiccante, giusto, se non altro perché c’è una sola aria che volendo di potrebbe fischiettare tornando a casa in bicicletta (la pseudo-cabaletta Apri la tua finestra – forse non popolare come la Jovannottiana Affacciati alla finestra, ma perlomeno altrettanto orecchiabile se non di più). Il poderoso inno del sole che apre l’opera dopo un lugubre e intensissimo preludio, anche quello è un brano famoso dell’opera, ma un po’ complicato da canticchiare sulla suddetta bicicletta.

Nel primo atto: Osaka (Denys Pivnitskyi), Kyoto (Carmine Monaco D’Ambrosia), Dhia (Maria Salvini) – photo Imaginarium Creative Studio

Ma la musica, ah, la musica… è di uno spessore e di una varietà stupefacenti. Per di più, il sound che l’Orchestra Filarmonica Pucciniana è riuscito a produrre sotto la guida del Maestro Daniele Agiman ha del favoloso. Sonorità nipponico-mascagnesche, impasto degli archi – sordinati e non, oppure tazzinati – di precisione impeccabile; ingressi degli ottoni mai tronfi ma sempre sapientemente dosati… insomma un godimento supremo per l’orecchio musicale. Come fu sottolineato durante la suddetta presentazione, proprio dal Maestro Agiman, una delle complessità esecutive ed interpretative sta nel fatto che la musica evolve di continuo senza ritornare su se stessa. Ecco, forse è proprio questo cammino evolutivo e convolutivo che provoca questa sensazione di meraviglia, di stupore, di completa soddisfazione. E già questo basta a rendere una serata a teatro proprio una bella serata.

Già, ma i cantanti? Lei, la protagonista, sfortunata, bistrattata, rapita, abusata, infine trattata come monnezza e destinata infatti ad essere ritrovata nel terz’atto da cenciai alla ricerca di rifiuti da riciclare, insomma la povera Iris, è stata interpretata impeccabilmente da Paoletta Marrocu, esperta calcatrice di scene, brava attrice, docente nei corsi di Mascagni Opera Studio, insomma chi meglio di lei? Ha fatto veramente una buona riuscita in tutte le varie pieghe interpretative richieste dal ruolo, e si è ben meritata gli applausi a scena aperta e il primato nell’applausometro finale (condiviso con il Maestro Agiman). Il sabato mattina aveva anche raccontato agli intervenuti il suo lavoro sulla voce, per spogliarla della  gravità drammatica e renderla più leggera e sottile, considerando la fanciullezza del personaggio (qui c’è la Marrocu che interpreta la cosiddetta Aria della piovra dal second’atto, al Teatro Goldoni di Livorno nel dicembre 2017, un mese prima della rappresentazione pisana).

Nel second’atto: Osaka (Denys Pivnitskyi) e Iris (Paoletta Marrocu) – photo Imaginarium Creative Studio

E i perfidi maschi? Quei tre personaggi che alla fine dell’opera compariranno solo per il tramite dei propri rispettivi egoismi? Il giovinotto riccastro e depravato in cerca di vergini prepuberi, Osaka, è stato interpretato dal giovane tenore ucraino Denys Pivnitskyi, già presente in una recita livornese in Dicembre, corso a rimpiazzare il titolare della serata pisana, influenzato. Impeccabile la serenata di Jor di cui sopra (ben meritato l’applauso a scena aperta), nel resto dell’opera ha mostrato a tratti un po’ di carenze nel controllo della voce (pecche scusabilissime considerando il subentro d’emergenza). Il gestore del bordello di Yoshiwara, il bavoso Kyoto rapitore di fanciulle da spacciare sul mercato della carne fresca, è stato interpretato dal baritono Carmine Monaco d’Ambrosìa. La sua immedesimazione attoriale nel personaggio è stata pazzesca, tanto che ogni volta che entrava in scena faceva quasi paura per la sua spietata rozzezza. Di voce ferma e sicura, ha convinto pienamente il pubblico. Il babbo cieco, un ruolo minoritario rispetto agli altri due, è stato interpretato senza scossoni dal basso Manrico Signorini.

L’edizione Ricordi del 1898: Lire 4,-.

Una piccola menzione di merito per due ruoli secondari che sono stati molto ben interpretati: la Guècha (sic!) da parte di Maria Salvini (anch’essa una sostituta – era comunque in programma la sua interpretazione della replica del giorno successivo) e il cenciaiolo da parte del tenore Didier Pieri.

Il coro Ars Lyrica sotto la guida di Marco Bargagna, chiamato a far la sua parte soprattutto all’inizio e alla fine dell’opera, ha davvero ben figurato, con voci ferme e convincenti. A completare il quadro, la regia di Hiroki Ihara, le scene di Simiko Masuda, i costumi di Tamao Asuka e le coreografie di Rina Ikoma. Il cartellone completo si trova qui.

 

 

L’edizione Ricordi del 1898

Un risultato scenico complessivamente soddisfacente, anche se alcune scelte registiche sono alquanto opinabili. Ad esempio, nel secondo atto è stato omesso il gesto cruciale di Kyoto  che mostra a Iris il precipizio nel quale finirà se non obbedisce agli ordini. E al momento di gettarvisi per sua propria scelta, Iris semplicemente sparisce verso il retroscena, senza che risulti chiaro che fine abbia fatto. Oppure l’invettiva del babbo cieco che, invece di scagliare il fango contro la figlia (e coglierla in faccia nonostante la cecità) si manifesta facendo a pezzi la bambola che avevamo visto nel primo atto.

Ché infatti, come è anche stato sottolineato nel programma di sala, le indicazioni di Luigi Illica nel libretto (le cosiddette didascalie) sono estesissime e dettagliatissime, e si configurano come parte del tessuto drammaturgico-narrativo. L’autore del dramma infatti si rivolge ora al lettore/spettatore, ora ai personaggi, ora al regista… Un dramma nel dramma.

Per la cronaca 1: La presentazione del sabato mattina è integralmente visionabile qui.

Per la cronaca 2: Anche per questa opera, un curioso e gustoso video creativo in cui il Direttore Artistico del Teatro Verdi, Stefano Vizioli, racconta la vicenda e non solo. Eccolo qui.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 11 gennaio 2018

Una scrittrice comoriana e il suo romanzo di lotta: Ghizza

Uscito nel 2015

Trovato per caso, iniziato a sfogliare con curiosità, questo Ghizza, romanzo della giornalista e scrittrice comoriana Faïza Soulé Youssouf, giornalista, classe 1985, risultò avvincente e appassionante; difficile staccarsi dalla lettura. Pagina dopo pagina si naviga in questa cronaca giorno per giorno della vita di una ragazza di vent’anni a Moroni,  capitale delle Isole Comore. Si alternano umori liberi e gioiosi con riflessioni cupissime e attanagliate, dove par di ritrovare echi delle narrazioni poliedriche e allucinate di Kate Braverman.

Si tratta del racconto di quel che succede alla protagonista in una settimana in particolare: quella seguente all’annuncio della decisione, da parte della sua famiglia, che una settimana dopo – appunto – avrebbe sposato un uomo che neanche conosce.

Una donna senza marito è socialmente morta (una morta che respira, comunque). Una donna senza marito non ha alcuna esistenza reale nella nostra società.

E così lei, orfana dell’amato padre, distantissima dalla madre che comunica con lei solo via sms, distante da tutta la famiglia che la considera un po’ una aliena, si ritrova a fare i conti con se stessa, con le proprie aspirazioni, le proprie paure, con il desiderio di non morire.

Se ne va in giro per la città, va in spiaggia, incontra un uomo dal quale si lascia corteggiare e al quale si concede, pur senza dargli troppa confidenza (per questo episodio esplicitamente erotico l’autrice è stata severamente accusata da alcuni tradizionalisti del suo paese). Va in giro per cimiteri e fraternizza con uno che viene chiamato Il Pazzo. Cerca senza successo un contatto con le zie, con la madre. Si ritrova quasi sempre da sola, nella sua camera o per le strade della città, a pensare e a ripensare, a cercare dentro di sé la propria limpida e quasi ingenua felicità.

Mi piace tantissimo stare nuda. Stare nuda, per me, è importante quanto mangiare o bere. Non è un modo di mettermi in mostra. E’ un bisogno vitale.

Dove si trovano le Comore?

E’ bello lasciarsi avvolgere da queste volute di pensieri che si rincorrono, da questa ansia di trovare una propria identità a prescindere da quella che gli altri vorrebbero appiccicarle addosso. E anche se nella seconda parte del romanzo c’è un netto calo stilistico e nella tensione narrativa, questo libro è risultato davvero una bellissima scoperta.

Un libro di lotta, un libro di denuncia, permeato da quello slogan (Io sono mia!) che qui diventa personale, tangibile, vissuto sulla propria pelle da questa giovane ribelle in lotta con una tradizione opprimente che regola le relazioni sociali annullando l’individuo e, in particolare, la donna. Un grido di dolore. Per la protagonista della storia, ma anche per tutte le donne. Davvero una bella scoperta.

Faïza Soulé Youssouf, Ghizza – Editions Cœlacanthe, 2015 – 136 pagine –  12€.

Per la cronaca 1: Un’intervista all’autrice, dalla rivista Salwa Mag, si trova qui.

Per la cronaca 2: Un paio di recensioni interessanti del romanzo Ghizza . che sottolineano anche le polemiche suscitate dal libro – si trovano qui e qui.

Pubblicato da: miclischi | 31 dicembre 2017

La delicatezza nei racconti di Sandra Lischi

Opera di Matias Guerra per “Particelle” di Sandra Lischi

Cercando nelle pieghe della propria vita possono emergere fatti, luoghi, emozioni, suoni, odori, colori…

Quando Sandra Lischi pesca nella propria memoria ne emergono soprattutto persone. Sono persone, naturalmente, legate a fatti, luoghi, emozioni, eccetera (o meglio, come direbbe lei, eccetra). Ma tutto quel contorno è come la scena di una rappresentazione, e le persone rievocate nella raccolta Particelle sono come personaggi sul palcoscenico della memoria. Ora, il palcoscenico si trova in un teatro, e il teatro è fatto anche da una moltitudine di altri luoghi (i palchi, la platea, le quinte, gli spazi tecnici, gli spogliatoi, il foyer…) ma anche di persone: gli interpreti, gli spettatori, i tecnici.

A far da raccordo – o da storia parallela – fra questi quindici micro-racconti pubblicati dalle Edizioni La Camera Verde, un’altra storia che si svolge, infatti, in teatro. Sandra Lischi fa parte del Coro dell’Università di Pisa e in questa storia parallela – le innumerevoli prove per tanti spettacoli al Teatro Verdi di Pisa, fra i quali domina il Mefistofele di Arrigo Boito – racconta il suo rapporto con il teatro, la musica, i compagni di coro, i direttori, i tecnici, i registi, il pubblico… Insomma: una moltitudine di persone a far da contorno a una moltitudine di persone.

E nel ribadire l’importanza di una felice convivenza di tutti i ruoli del teatro al fine di ottenere un buon risultato d’insieme, Sandra Lischi ci fa notare anche come tutti questi personaggi dei racconti siano al tempo stesso interpreti e spettatori – o tecnici – di ciò che vivono. Tutti siamo al tempo stesso interpreti e spettatori di quel che viviamo.

Ma chi sono questi personaggi che riemergono dalla memoria? C’è una grande varietà di persone, e colpisce il fatto che – a differenza della sua maestra Bruna Cordati – Sandra Lischi non va a pescare nella propria infanzia. Si spinge, e neanche tanto, tutt’al più fino agli anni dell’adolescenza. La stragrande maggioranza delle persone raffigurate in questi micro-ritratti sono state incontrate nell’età adulta.

Ho iniziato a osservare con attenzione la casa in cui ho abitato per trent’anni nel momento in cui ho capito che me ne sarei andata.

C’è la mamma Jolanda con le sue crociate contro le fisime; ci sono le persone con cui ha condiviso pezzi di vita o solo pochi intensi momenti, gli amici e le amiche, e il popolo variegato che frequentava la sua vecchia casa in Piazza della Berlina.

Perché anche quando il fuoco della storia è un luogo (la casa) o addirittura un singolo oggetto (un candelotto lacrimogeno raccolto per terra ai tempi delle manifestazioni), a far da contorno ci sono sempre tante persone.

C’è Walter Mazzi lo scenotecnico-falegname geniale, con Daniela, l’amica dell’Arsenale; c’è Joachim Seinfeld fotografo e artista a Berlino ma anche a Firenze; ci sono anche le compagne di liceo.

C’è Cippi Pitschen con la sua biblioteca sparpagliata nel mondo, ci sono anche gli amici con cui, ai tempi della Lega dei Comunisti, passava le nottate a ciclostilare. E altri personaggi ancora, in altri tempi e il altri luoghi.

Arriva Walter, dimagrito e con il pizzetto fatto biondo…

Da questo grande affresco delle emozioni emergono con forza alcuni messaggi. Fra tutti un invito a ricercare la ricchezza che c’è nella vita di ognuno. La gioia di ritrovare e rivivere i momenti, ma soprattutto le persone. C’è la consapevolezza di conservare nel presente tutte le infinite particelle di cui è fatto il passato. E c’è – sempre – il desiderio di approcciarsi a questo ricchissimo patrimonio, soprattutto, con delicatezza. Ci sono i momenti belli e quelli brutti, le tante persone che ci hanno lasciato, le situazioni difficili e quelle entusiasmanti. Ma a tutta questa variegata schiera di infiniti istanti, Sandra Lischi si accosta sempre con delicatezza, quasi come affacciandosi sul palcoscenico della memoria senza voler disturbare gli interpreti al lavoro.

Questa pacata modestia accompagna tutte le narrazioni, tutte diverse eppure tutte legate insieme saldamente dal desiderio di ricordare e di raccontare.

Sandra Lischi: Particelle. Edizioni La Camera Verde, Roma, 2017. Collana Cassandra. 88 pagine, 20 Euro.

Per ordinare il libro bisogna inviare una mail come indicato qui.

Pubblicato da: miclischi | 23 dicembre 2017

Éric Vuillard: i piccoli passi che portano alle catastrofi

Smilzo ma ponderoso

Passando in una libreria di Bruxelles in un freddo giorno di novembre, saltò all’occhio la fascetta rossa su un libriccino smilzo di autore mai sentito prima. La fascetta indicava che quello era il libro che si era aggiudicato il Premio Goncourt 2017. Era già successo in passato, di affidarsi ciecamente a questo importante riconoscimento per avventurarsi nella lettura di quelli che si sarebbero poi rivelati come libri straordinari (Michel Houellebecq, Pierre Lemaitre, Jérôme Ferrari) quindi perché non provarci ancora?

Éric Vuillard, classe 1968, lionese, aveva già all’attivo libri e film, quindi di sicuro non si tratta di un novizio, anche se forse non è tanto conosciuto al di qua delle Alpi. Questo libro, L’ordre du jour, si presenta con questa veste editoriale fastidiosa che sta prendendo sempre più piede: libri alti e stretti che sembrano listini, invece di rimanere fedelmente ancorati alle auree tradizioni. Ma tant’è, bisogna farsene una ragione. E, a parte il formato discutibile, la veste editoriale è, come sempre ci si aspetta dalle Edizioni Actes Sud, impeccabile.

All’inizio la narrazione, iper-formale e precisissima, non si capisce bene dove voglia andare a parare.  Viene presentata la cronaca minuto-per-minuto di una riunione di ventiquattro grandi industriali tedeschi chiamati a raccolta per una singolare raccolta-fondi: il sostegno al partito nazional-socialista. Insomma i prodromi dell’ascesa del nazismo. Per la cronaca, fra i ventiquattro c’era anche Gustav Krupp, che viene raffigurato sulla copertina del libro.

Il primo capitolo (La riunione segreta) si presenta come un raccontino a sé stante, come saranno poi anche tutti gli altri tasselli (sono complessivamente sedici) che vanno a costruire la storia. Ecco, all’inizio si fa un po’ fatica a non considerare il libro come una raccolta di flash su episodi, su personaggi, su momenti fissati con stile cronachistico ma lì per lì non coerenti nello sviluppo di una narrazione complessiva.

Poi a poco a poco questi micro-ritratti diventano sempre più evidentemente come dettagli dello stesso ritratto, come in quelle figure composite in cui l’immagine complessiva, a vederla da vicino, si rivela proprio come un collage di piccole o piccolissime immagini fra le più diverse, che però contribuiscono tutte al risultato finale.

Louis Soutter, Or, Or, 1937-1942, dessin au doigt, encre noire et gouache sur papier, 50 x 65 cm

E di immagini proprio si tratta, non solo per la pittorialità – fin nel dettaglio della singola pennellata – della narrazione di Vuillard, ma perché fanno la loro comparsa, in questo montaggio allucinato e tremendo, anche immagini vere. Come per esempio quelle di Louis Soutter, realizzate nell’ospizio di Ballauigues, non lontano dai luoghi in cui si preparava la capitolazione austriaca nei confronti del regime nazista. Ecco, uno dei collanti fra tutte queste storie e questi ritratti è fatto proprio dai dati precisi sulle distanze, sui tempi (precisi al minuto), insomma su questo spazio-tempo che, visto a qualche decennio di distanza, rivela un’immagine d’insieme agghiacciante.

Perché si tratta proprio di un libro tremendo, che colleziona piccoli particolari e dettagli che alla fine contribuiranno tutti alla definizione del quadro complessivo: la presa del potere da parte dei nazisti, le invasioni, la guerra e tutto quel che ne seguì.

Les plus grandes catastrophes s’amnnocent souvent à petits pas.

Cosa facevano le diplomazie dei paesi alleati? Cosa facevano Churchill o il presidente francese, cosa facevano i governanti austriaci, e gli industriali, mentre il mostro stava crescendo poco a poco inesorabilmente? La risposta fornita da questo libro a quella legittima domanda pare proprio essere questa: Facevano finta di nulla.

… les déclarations de nos chefs d’Etat vont être bientôt emportées comme un toit de tôle par un orage de printemps.

A un certo punto il libro comincia a catturare, attanaglia con la sua prosa che si insinua nelle attenzioni del lettore e le soddisfa pienamente. Da un lato con il cinismo della fredda cronaca dei fatti: dall’altro con un lirismo stupefacente, esso stesso quasi una sottolineatura delle tante assurdità raccontate.

Louis Soutter: Potentats de l’infirmité

All’inizio del capitolo-racconto Une journée au Téléphone, un periodo lungo una pagina e mezzo con infiniti incisi e contro-incisi. La scena si svolge nello studio del Presidente della repubblica francese, Albert Lebrun; ma solo verso la fine di questa interminabile scena-periodo si svela il motivo di tanta titubanza: nello stesso momento il cancelliere austriaco Schluschnigg riceve un ultimatum da Hitler. E in questa infinita scena l’autore attribuisce ironicamente al Presidente anche questo pensiero poetico:

… tandis qu’il pleut et que de petites gouttes frappent les vitres comme un morceau de piano exécuté par une main débutante…

Tragedie, atrocità, guerra, prevaricazioni, violenze, persecuzioni… sta accadendo tutto questo, ma nei salotti di Londra o di Parigi si fa attenzione all’etichetta nei confronti degli ospiti o al rispetto delle convenzioni sociali.

Un libro che si fa a poco avvincente e appagante. Un altro Premio Goncourt ben meritato. Alla fine, dopo uno straordinario racconto sulla presenza dei nazisti (sotto forma di costumi cinematografici) anche in un magazzino holliwoodiano, e alcuni flash sul processo di Norimberga, nell’ultimo capitolo-racconto tornano gli industriali tedeschi. Li avevamo visti agli albori del disastro, li troviamo a cose fatte, tuttora prosperi e potenti, nonostante il tremendo gravame di responsabilità di cui si sono caricati durante il nazismo.

Poi, dopo il lieve intervallo di un asterisco, un brevissimo epilogo-riflessione su questo mélange de ridicule et d’effroi che si dipana di fronte alla Storia, déesse raisonnable, statue figée au milieu de la place des Fêtes…

Per la cronaca 1: nel primo racconto viene presentata efficacemente la prerogativa immaginifica della letteratura e l’autore chiama a esempio la splendida figura geometrico-logica del Triangolo di Penrose (tanto caro a Douglas Hofstadter).

Per la cronaca 2: Oltre al riferimento a Luois Soutter, rinchiuso in un ospizio che somiglia moto a un manicomio, torna il tema dell’internamento psichiatrico nel racconto Comment ne pas décider , dove i personaggi parlano estensivamente della musica di Anton Bruckner.

Per la cronaca 3: Nel citato racconto Une journée au Téléphone c’è anche una citazione di Antonio GramsciQuando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Peccato però che questa frase, nella citazione completa, risulta essere a sua volta una citazione fatta da Gramsci, che di fatto la contesta: Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l’accorgerti che ha un po’, o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

Per la cronaca 4: Nel libro si accenna al fatto che Joseph Kessel fu inviato speciale di France-Soir al processo di Norimberga.  I reportage dell’autore di Bella di Giorno, Il leone, Mermoz sono stati ripubblicati dall’editore Tallandier, insieme ai resoconti del processo al Maresciallo Pétain e al processo a Eichmann a Gerusalemme: Jugements derniers.

Pubblicato da: miclischi | 15 dicembre 2017

Ali Smith: il linguaggio dell’inverno

Uscito nel novembre 2017

Eccoci al secondo episodio della saga stagionale della poliedrica scrittrice scozzese Ali Smith. Del suo Autunno si era ragionato qui. Nel Novembre 2017 è uscito il suo atteso Winter.

Dopo il dipinto autunnale in copertina sul precedente romanzo, ecco un’altra opera di David Cockney. Stesso paesaggio, ma ora siamo in inverno.

Questo racconto invernale conferma   l’abilità straordinaria da parte della Smith nel costruire mosaici di storie caleidoscopiche che viaggiano nel tempo e nello spazio dei personaggi e delle situazioni.

Fuoco di questa storia, vien da pensare, è il linguaggio, il modo di comunicare. Come si parlano due che si stanno lasciando? E due sorelle anziane che sono state in disaccordo fin dalla prima giovinezza? O una madre con il figlio che ha sempre tenuto a distanza?  Come si comunica su un blog o su Twitter? Come si distinguono le fake news twittate per rabbia da chi non è titolare dell’account?  Qual è il linguaggio che si adopera per comunicare con le proprie allucinazioni? Quali sono i parametri di comunicazione che si mettono in gioco in banca o dall’oculista? E qual era il linguaggio delle manifestazioni pacifiste di tanti anni fa? E come parlano (come osano parlarsi) i membri del parlamento? Come – e che cosa – comunicano i razzisti e gli xenofobi che, in tempo di piena Brexit, cercano di far leva sulle paure e sull’ignoranza delle persone? Come è mai possibile che, alla fine, la modalità di comunicazione più limpida, diretta e sincera sia quella che si riesce a stabilire con un’estranea, il personaggio perno del libro, Charlotte/Lux?

But, the girl said. I think this is a secret thing you’re telling me.

It is sometimes easier to talk to a stranger, Sophia said.

L’inverno arriva con il solstizio. Questo trionfo del buio sulla luce, altamente simbolico (I’ve the solstice blog to write, he said). Poi il fuoco si concentra sul Natale (vigilia – Natale – Santo Stefano) in un’atmosfera ricca di surrealismo mescolato con immagini iperrealiste. Le cosiddette festività di Natale passate in una famiglia sfasciata. Lui Arthur (come il re – ma quale re?), detto Art. Autore del blog narcisista e qualunquista (parole della sua ex) che si chiama Art in nature.   Lei, Sophia, la madre di Art, conservatrice, tradizionalista. La zia Iris, sorella maggiore di Sophia, rivoluzionaria e progressista. Si inserisce in questo quadretto la finta Charlotte, una ragazza che Art ha incontrato per caso alla fermata dell’autobus e che assolda per impersonare la parte della fidanzata (la vera Charlotte) che lo ha piantato proprio alla vigilia della visita di famiglia (tanto la mamma non la aveva mai vista). Tutto intorno, la casa spersa nelle campagne, semideserta e disadorna, inospitale tranne che nella cucina riscaldata, lontano da tutto e da tutti. Proprio la casa nella quale decenni prima Iris aveva messo su una comune aborrita da Sophia. Eppure è proprio Sophia che abità lì, adesso. Rimettere le cose a posto, in ordine. Togliersi le scarpe prima di entrare. Lavare piatti e scodelle subitissimo, senza lasciar niente nell’acquaio.

In copertina: il dipinto di David Hockney “Winter Tunnel with Snow, March 2006”.

Come un grandioso plot cinematografico, la scena madre si svolge attorno al tavolo durante un pranzo di Natale che ha davvero poco del pranzo di Natale. E’ il pranzo delle recriminazioni, dei numerosissimi flashback, delle verità rivelate, degli incubi raccontati, delle prese di posizione radicali, ma anche del lasciarsi cullare dai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. In questa lunghissima scena dai tanti ribedoli, si sciorinano davvero i caratteri dei personaggi. E non manca mai di sorprendere la genuina schiettezza di Lux. Lei che non è stata coinvolta nelle amare dinamiche familiari, lei che è decisamente di un’altra (nuova) generazione, lei che, essendo straniera, percepisce la Brexit e la politica britannica sull’immigrazione in un modo decisamente diverso. Sembra un messaggio quasi troppo didascalico, questo della purezza di chi sta fuori dai giochi. Ma la franchezza inaspettata di Lux è proprio la chiave che le aprirà il dialogo con gli altri personaggi di questo sceneggiato familiare. E’ una forma di linguaggio, la sua, che spiazza e convince. Spiazza anche l’anziana Sophia, che le dà senza esitazioni la password per usare il computer (sul quale il figlio Art non era mai stato autorizzato a ciacciare).

Portrait of Barbara Hepworth aged 17 by Ethel Walker. Due artiste che fanno capolino in questo romanzo invernale

She’s never let me use a computer of hers, not once. My whole life, he says.

Perhaps you never asked, Lux says.

E questa situazione paradossale della famiglia-non-famiglia, del natale-non-natale, viene rispecchiata nella storia shakespeariana di Cymbeline, così mirabilmente e concitatamente raccontata da Lux, e poi riassunta in poche incisive parole-chiave da Art proprio alla fine del romanzo:

Cymbeline, he says. The one about poison, mess, bitterness, then the balance coming back. The lies revealed.The losses compensated.

Proprio quello che succede nella famiglia di Art, nella casa di Sophia, in queste dinamiche assurde di questo Natale assurdo.

Meno reader friendly del precedente Autunno, questo Inverno smithiano di nuovo vince e convince. Spinge alla rilettura, alla ricerca di questo o quel passo fra le molte sfaccettature della storia. Giacché i salti spazio-temporali cui ci ha abituato Ali Smith sottolineano, in questa storia natalizia, la coesistenza, a volte facile, a volte insidiosa, del nostro presente con le nostre vicende passate, con le vicende dei nostri familiari o del nostro Paese o della casa stessa, ma anche con le nostre ipotetiche aspirazioni future. E dopo questo incalzare a tratti faticoso fra le storie sovrapposte e ingombranti da cui sono gravati gli scontenti membri di questa famiglia sfasciata, il romanzo si eleva nelle ultime pagine in una placida, quasi eterea conclusione. A far da cornice, da colonna sonora, da atmosfera iconografica, letteraria, olfattiva, insomma emotiva, lei: l’ombra di una rosa rimasta impressa fra le pagine del libro di Shakespeare. Sovrapposizione di reale e immaginario, di presente e passato, di bellezza ed evanescenza. Una bella rappresentazione ideale di questo nuovo grande lavoro di Ali Smith.

Per la cronaca 1: per saperne di più su Barbara Hepworth, c’è una bella retrospettiva qui.

Per la cronaca 2: Il testo integrale di Cymbeline si trova qui.

Per la cronaca 3: La storia della rosa nella Cymbeline shakespeariana non è un’invenzione narrativa smithiana. Si legge infatti nel libro Ornamentalism: The Art of Renaissance Accessories a cura di Bella Mirabella, fra le descrizioni di forme lasciate da oggetti nel libri antichi, anche un preciso riferimento alla rosa nel libro conservato nella biblioteca di Toronto.

Per la cronaca 4: Per chi avesse curiosità: Art in Nature esiste davvero, ma non è un blog, è un newtork di artisti che  lavorano in ambienti naturali (vedasi qui).

Per la cronaca 5: Non potevano mancare, anche in questo romanzo, delle puntuali allusioni alle ambiguità così finemente sviscerate in How to be both.

How could something be this uncomplicated?

How could it be, at the same time, so mysterious?

*   *   *   *   *

… it makes you look through it from different sides, see different things from different positions. It’s also like seing inside and outside something at once.

Quasi nascosto in fondo in fondo al libro, ecco questo luminoso squarcio, che naturalmente ritorna ai temi del libro (il solstizio) e a uno degli artisti che entrano sottilmente a far parte della piccola folla di personaggi. Winter Solstice 1971 Dame Barbara Hepworth

 

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