Pubblicato da: miclischi | 7 marzo 2019

Austerlitz di Sebald: una storia densa, intensa e avvolgente

Pubblicato in Italia da Adelphi nel 2002

Chissà come mai, quasi per caso, mi accorsi così in ritardo di quel particolare importante; avevo appena finito di fare la doccia e, mentre mi asciugavo con il telo di spugna spessa, ero rimasto un po’ come imbambolato a guardarmi intorno: quella sala da bagno sontuosa in stile coloniale presentava molti elementi che catturarono la mia attenzione e infatti, prima di scostare i vari indumenti che in parte coprivano il libro, mi soffermai alquanto ad osservare l’asciugacapelli – strumento decisamente anacronistico in quel contesto – e soprattutto il supporto al quale era appoggiato, una specie di blocco di plastica bianca che comprendeva al suo interno una varietà di prese elettriche, studiate in modo da adattarsi alle varie esigenze dei viaggiatori internazionali. Ripresomi da quel temporaneo stupore, mi accinsi a raccogliere i miei vestiti dal piano adiacente al lavandino; non ricordo se fu spostando la maglietta o le mutande che notai, sul retro del libro appoggiato a faccia in giù, quell’etichetta che era stata messa lì per nascondere il prezzo, giacché pare si usi tuttora così quando si intende regalare un libro, che l’etichetta venga applicata proprio da uno degli addetti dalla libreria, e infatti questo libro mi era stato regalato da una carissima amica; ma mi sorprese davvero il fatto che, pur essendo ormai giunto a oltre due terzi del libro, non mi fossi mai accorto prima di quel bollino dalla forma rattangolare con i bordi stondati  di tinta dorata recante la scritta in nero su due righe, LIBRERIA Fogola, quest’ultima parola in caratteri gotici. Quella scritta apparsa fra le pieghe di panni sgualciti mi parve un ritrovamento preziosissimo, anche perché scatenò immediatamente il materializzarsi di una miriade di immagini chiarissime: la libreria di Corso Italia, accanto alla Galleria del Disco, la Casa della Penna, l’edicola di Piazza del Carmine dove aspettavo l’autobus per tornare a casa e il negozio Vittadello Euromoda, quello della mia giacchetta pied-de-poule. Immediatamente si associarono a queste immagini – quasi come in un rullo cinematografico fatto avanzare a velocità accelerata – anche i destini di quei negozi, o di quelle persone, nei decenni successivi a quella istantanea rievocazione liceale. Credo che oggi in quella via sia rimasta proprio soltanto quella libreria, che ricordo – in occasione di una qualche visita in anni recenti – in particolare per la gentilezza delle persone che la fanno sopravvivere nonostante l’avanzata veloce dei tempi moderni.

Forse, emergendo dalla lettura di questo libro densissimo e senza interruzioni,  Austerlitz di Winfried Georg Maximilian Sebald, nella traduzione italiana di Ada Vigliani pubblicata da Adelphi nel 2002,  questa storia che racconta la vita del Prof. Austerlitz riraccontata dall’autore, e le vite di innumerevoli personaggi a sua volta raccontate da Austerlitz, insomma, dopo questa esperienza totalizzante, si rimane impregnati da questo stile lento, continuo eppure pieno di pause di riflessione e di osservazione, con un’attenzione quasi maniacale ai dettagli.

Ché ogni piccolo e apparentemente insignificante dettaglio viene trattato in questo libro come se si trattasse di un importantissimo e imprescindibile tassello della narrazione, della storia, della vita. Forse perché davvero ognuno di essi è importatissimo e imprescindibile.

E’ una lettura decisamente appagante, questo Austerlitz, un libro dal quale è difficile staccarsi, anche perché poi andare a riprendere il discorso – fatto di lunghissime ed articolatissime frasi nelle quali si inseriscono senza soluzione di continuità brani in inglese, francese cèco o olandese – un discorso che non si interrompe mai neanche con un capoverso, tranne proprio alla fine del racconto (e raramente con un punto fermo…), obbliga a fare qualche passo indietro per riallacciare alla memoria quel che si stava leggendo prima di interrompersi. Ecco, a pensarci bene, questo è un libro che andrebbe letto tutto di seguito, senza fermarsi mai, tranne forse per una tazza di caffè ogni tanto.

Nelle oltre trecento pagine del libro, mai, ma proprio mai, un capoverso. Tranne che alla fine, prima delle ultime pagine.

Ci sono tante storie, tante visioni, tanti modi di considerare la vita, la memoria o l’assenza di memoria, in questo libro.  Tutta la vicenda di Austerlitz viene narrata nel corso dei vari incontri con l’autore, dapprima casuali, poi sempre più intenzionali. In uno dei primi incontri Austerlitz afferma: Sin dall’infanzia e dalla giovinezza non ho mai saputo chi in realtà io sia. E da qui in poi è tutto un susseguirsi di intuizioni, indagini, ricerche, ricordi che riaffiorano dolorosamente dalla memoria… Insomma Austerlitz ricostruisce la propria vita a poco a poco, girovagando per varie città d’Europa, incontrando innumerevoli persone, consultando documenti in archivi, biblioteche e musei, insomma, conducendo una sorta di esistenza parallela: a lui che fa il professore di storia dell’architettura si affianca l’altro sé, quello che studia la storia di se stesso e, così facendo, studia di fatto la storia dell’Europa del ‘900 e delle radici che la hanno fatta germogliare, e delle sue ramificazioni che tendono a rimanere nascoste. Dice uno dei tanti personaggi incontrati da Austerlitz: Il nostro rapporto con la storia è un rapporto con immagini già predefinite e impresse nella nostra mente, immagini che noi continuiamo a fissare mentre la verità è altrove, in un luogo remoto che nessun uomo ha ancora scoperto.

Ecco, appunto, le immagini. Insieme alle tantissime persone, ai diversissimi luoghi, e anche oggetti o situazioni che Austerlitz descrive, ci sono anche, qua e là, inserite nel testo come piccoli incisi oppure a tutta pagina o addirittura in rari casi a pagina doppia, delle fotografie. Senza nesso apparente, senza didascalia, senza nulla. Eppure sono immagini legatissime a quel che il testo racconta. E a quanto Austerlitz stesso racconta, giacché egli stesso in più di una occasione ricorda di essersi soffermato a scattare qualche istantanea. Dapprima con una Ensign a soffietto, poi non è dato sapere con quale macchina.

La ricerca continua e dolorosa di Austerlitz nella propria vita, o meglio lungo le poche tracce che la vita gli ha lasciato, è una ricerca che non trova mai pace. Dice a un certo punto: … non sapevo più in quale periodo della mia vita stessi vivendo. (…) e anche oggi, pensando ai miei viaggi sul Reno (…), nella mente tutto si confonde: ciò che ho visto e ciò che ho letto, i ricordi che affiorano e tornano a inabissarsi, le immagini che incalzano e i dolenti vuoti dove non c’è più nulla. Questa ansia del sapere, cercando di colmare le lacune dell’ignoranza, le lacune della Storia con la esse maiuscola, sfiniscono Austerlitz, lo rendono sempre più instabile e sofferente. E anche il lettore arriva in fondo con un discreto livello di spossatezza addosso. Ché dal nulla nasce questa storia, e nel nulla finisce.

Ma il lettore rimane di sicuro con la sensazione di avere avuto la fortuna di incontrare un capolavoro, di averlo maneggiato e sfogliato, lasciandosene avvolgere e quasi stregare. Proprio una bella scoperta.

W. G. Sebald. Dalla pagina Wikipedia

Per la cronaca 1: La realtà della vita di Sebald sembra proprio sovrapporsi in modo inquietante con le vicende di Austerlitz. L’autore del libro morì sul colpo alla fine del 2001 (l’anno di pubblicazione del libro) in seguito a infarto mentre era alla guida, andandosi a schiantare contro un’auto che veniva in direzione contraria. Fortunatamente, la figlia che era con lui nell’auto si salvò.

Per la cronaca 2: A proposito di immagini: questo blog pubblica occasionalmente foto scattate sulle tracce dei racconti di Austerlitz.

Per la cronaca 3: Come sottolinea Eric Homberger nel necrologio di Sebald pubbicato sul Guardian nel dicembre 2001, lo scrittore preferiva chiamarsi con il secondo middle-name, che non compare neanche nelle iniziali usuali: Maximilian. Questo stesso nome, così scoprirà Austerlitz durante le sue ricerche, era anche quello del proprio padre. A proposito, Homberger è un habitué de necrologio. Qui ce ne sono proprio tanti scritti da lui, soprattutto a proposito di scrittori e poeti.

 

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Pubblicato da: miclischi | 28 febbraio 2019

Alcuni esperimenti fotografici ispirati da Thomas Lang

L’opera di Thomas Lang esposta alla rassegna di Arles nel 2018.

Era l’estate del 2018 e alla rassegna di Arles (Les Rencontres de la Photographie di cui a suo tempo si parlò qui) colpì – fra le tante –  l’immagine composita del fotografo francese Thomas Lang. Non poteva non colpire, quell’opera, un fotografo che ha sempre pensato che un’immagine, un ritratto, una situazione, insomma un soggetto potesse anche risultare non soltanto da uno scatto singolo, ma da una serie di scatti, sia in sequenza che in composizione collagesca.

Nella serie di Lang denominata Gestalt, da cui era tratta l’immagine arlesiana, infatti, il fotografo realizza ogni immagine utilizzando tutti e trentasei fotogrammi di un rullino 135. Il risultato finale prende la forma di uno di quelli quelli che una volta si chiamavano provini a contatto. Era la tecnica che si utilizzava, prima dell’era degli scanner per negativi, ponendo tutte le strisce di sei fotogrammi su un foglio di carta fotografica sotto la luce dell’ingranditore, per avere un’immagine d’insieme di tutti gli scatti del rullino e  vedere come erano venute le foto. Naturalmente i provini a contatto avevano anche una funzione archivistica.

Un provino a contatto degli anni ’80 del ‘900.

Insomma, la visione composita di Lang fece venir voglia di cimentarsi con questa tecnica, provando diverse procedure, ottiche, insomma le infinite e magnifiche varianti cui si presta sempre la sperimentazione fotografica. Per l’uso della macchina, invece, non ci furono dubbi: la Nikon FM2 con il suo motore MD-12, in modo da evitare spostamenti e distrazioni causati dal trascinamento manuale. A dire il vero venne adottata una tecnica mista, vale a dire che invece di eseguire i provini a contatto in camera oscura, fu deciso di utilizzare l’accessorio DigitaLIZA commercializzato da lomography.com che permette di scansionare strisce intere di pellicola, compresa l’area perforata.

L’accessorio DigitaLIZA. Si può acquistare da lomography.com

Le prove iniziali furono concentrate sui ritratti di primissimo piano, in pratica con lo scopo di occupare tutto il campo coperto dai trentasei scatti con il viso del soggetto e poco più.

Con questa idea in mente la scelta dell’obiettivo fu obbligata: il Micro Nikkor 55 mm che permette di mettere a fuoco anche a distanze mosto ravvicinate, 24 cm per la precisione, con un campo inquadrato molto ridotto.

Fu pensato fin da subito che per scatti così ravvicinati, a pochissima distanza dal viso del soggetto, bisognasse senz’altro da procedere a mano libera (niente cavalletto o calcoli per cercare di far combaciare i fotogrammi più precisamente possibile). Inoltre fu necessario disporre di un adeguato livello di illuminazione diffusa, poiché fu scartata l’ipotesi del flash o illuminatore anulare da macro, che fra l’altro avrebbe prodotto fastidiosi cerchietti riflessi nelle pupille. In altre parole: gli scatti furono realizzati all’aperto in un bel pomeriggio luminoso.

Immaginando la serie di sei strisce di negativo da far combaciare per costruire l’immagine complessiva, fu scelto di procedere per strisce verticali dal basso verso l’alto, la prima a sinistra estrema, poi via via spostandosi un poco a destra all’inizio di ogni nuova striscia. Partire in basso a sinistra e cominciare a scattare e contare spostandosi verso l’alto. Arrivati a sei, si ritorna alla base, vi si sposta approssimativamente di un fotogramma a destra e si riparte verso l’alto, contando a ogni scatto. Arrivati a 12 si torna giù e si continua così striscia dopo striscia fino alla scatto 36. Naturalmente, prima di cominciare a scattare si prendono un po’ di misure, non tanto e non solo di esposizione e di messa a fuoco, ma proprio provando  a simulare i sei scatti in verticale e i sei spostamenti in orizzontale per verificare che la proporzione sia giusta, e soprattutto che il punto di partenza sia giusto.

I primissimi ritratti langhiani realizzati con la Nikon FM2 e il Micro-Nikkor

Dopo i primi esperimenti si presentò subito un dilemma: riprodurre le strisce scansionate così come sarebbero sortite da un provino a contatto fatto in camera oscura, oppure giocare sulla disposizione delle strisce per ricomporre più realisticamente il ritratto? Alla fine fu deciso di adottare questo secondo approccio, che oltretutto movimenta ulteriormente l’immagine composita.

Ma venne anche la curiosità di sperimentare altri soggetti, altre tecniche, altre ottiche. Ed ecco due serie di scatti realizzati a Marina di Pisa, usando il NIkkor 135 montato sul cavalletto, per tentare di realizzare composizioni architettoniche.

Due edifici di Marina di Pisa fotografati con il 135 mm.

Prima l’obiettivo normale (ancorché macro), poi il tele. E se si usasse il grandangolo? Una immagine composita fatta con il grandangolo fornisce, cercando di non sovrapporre più di tanto i fotogrammi, una immagine simile a quelle prodotte con un obiettivo fish-eye. Fu scelto come soggetto un tratto di pineta. Il risultato non fu particolarmente convincente, il che spinse a rivolgersi di nuovo agli edifici per questo tipo di visioni grandangolari.

La pineta di Marina con il 35 mm.

Infatti, dopotutto, anche usando l’obiettivo “normale”, se non si è troppo vicini al soggetto (come nel caso dei ritratti), è giocoforza adottare un approccio sferico piuttosto che piano (cioè si ruota la macchina sia durante le strisce in verticale che durante le traslazioni in orizzontale), invece di spostare proprio macchina-obiettivo solo in due dimensioni. Per questi esperimenti fu deciso di fare qualche scatto in piazza del duomo a Pisa, scegliendo come soggetti il battistero e un dettaglio del lato nord dell’abside della cattedrale.

In piazza del duomo a Pisa con il 55-Micro.

Alla fine però il soggetto preferito rimane il viso. La scomposizione dell’immagine in 36 fotogrammi crea nuove espressività, nuovi sguardi (a volte multipli!), insomma un nuovo punto di vista visionario.

Qui sotto ci sono altri tre ritratti realizzati con il Micro NIkkor 55 mm.

Da molto vicino con il 55 Micro Nikkor.

Già, si era parlato di ottiche; e le pellicole, gli sviluppi? Per questi esperimenti sono state utilizzate parecchie diverse combinazioni di pellicole e sviluppi, ma un punto fermo c’è comunque: la sensibilità. Si tratta sempre di pellicole da 400 ASA nominali. Il motivo di tale scelta risiede nella possibilità di utilizzare fattori di esposizione che non penalizzino troppo la profondità di campo (specie nei primissimi piani) e anche per ridurre il rischio del mosso.

C’è ancora molto da sperimentare, e quindi occasionalmente si proverà qualche altra soluzione tecnica, o criterio di inquadratura, soggetto, illuminazione etc. Intanto, un grande grazie a Thomas Lang per aver fornito questa fonte di ispirazione.

Per la cronaca: Gli scatti compositi realizzati per questa sperimentazione sono stati raccolti in questo album web (nel quale verranno occasionalmente caricate ulteriori immagini).

L’ultimo (alla data di pubblicazione di questo testo) esperimento di ritratto da molto vicino: un bi-ritratto!

 

 

La Bohème torna a Pisa

Era il novembre del 2018 e la stagione lirica del Verdi di Pisa avanzava a passi decisi nel suo variegato repertorio con il Mosè in Egitto di Rossini. L’opera si concluse con gli ebrei fuggiaschi che attraversano il Mar Rosso miracolosamente ritiratosi per volere divino in modo da lasciarli passare. Quell’opera quindi si chiudeva con il passaggio del Mar Rosso.

Per una di quelle curiose magie dell’Opera, questo messaggio estremo nell’opera rossiniana fece da ponte per lanciare, di lì a pochi mesi, un’opera che invece inizia con il passaggio del Mar Rosso, La Bohème di Puccini.

Non che il musicista di Torre del Lago abbia proprio messo in scena il mare che si apre per far fuggire gli ebrei dall’Egitto: si tratta invece del tema del quadro che il pittore Marcello tenta senza successo di dipingere proprio all’inizio dell’opera, nella soffitta fredda che si affaccia sui tetti di Parigi.

Difatti eccola puntuale, il 16 febbraio 2019, La Bohème che torna al Verdi. E quando si alza il sipario e le allegre note preannunciano il dialogo fra gli artisti spiantati in soffitta, e si aspetta la prima battuta di Marcello che parla appunto del Mar Rosso, non si può fare a meno di sentire sulle labbra formarsi un sorrisetto, ripensando al Mosè rossiniano e a queste straordinarie ed inebrianti liaison che il teatro musicale riesce a creare.

Una serata all’opera può colpire per uno o più aspetti della rappresentazione. A volte magari sono le scelte registiche – tradizionali o rivoluzionarie -, o le doti canore dei solisti, magari del coro, oppure l’uso delle luci, delle videoproiezioni, dei movimenti di danza, eccetera. Questa Bohème di sicuro ha colpito soprattutto per la straordinaria prova dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Italiana sotto la direzione di Gianna Fratta.

Gianna Fratta, direttore d’orchestra (dalle gallerie del sui sito web).

Aspettando l’inizio dell’opera vien sempre voglia di andare a gettare un occhio nella buca dell’orchestra. Ci sono i musicisti che si stanno preparando, attentamente leggendo lo spartito per riprovare alcuni passi, oppure sbizzarrendosi nel suonare un motivo da tutt’altro contesto, tanto per scaldarsi un po’. Poi ci sono quelli che chiacchierano fra loro, oppure spippolano sul telefono, oppure scattano foto alla sala che si sta riempiendo, o anche dei selfie.

Affacciarsi sulla buca prima di questa Bohème ha rivelato una schiera di ragazze e ragazzi non giovani, come suggerisce la denominazione dell’orchestra, ma per lo più giovanissimi.

Emanazione della Scuola di Musica di Fiesole e fondata nel 1980 da Piero Farulli (indimenticato violista del Quartetto Italiano), l’Orchestra Giovanile Italiana ammette allievi sulla base di un bando annuale che pone precisi limiti di età: dai 18 ai 27 anni. Sarà che far musica mantiene giovani, ma alcuni fra i ragazzi e le ragazze dell’orchestra della Bohème pisana sembravano anche sotto-soglia. Tutt’altra storia, invece, quella dell’approccio alla musica. Già nel guardare i musicisti che scaldavano gli strumenti pareva di scorgere un piglio da professionisti consumati.

L’Orchestra Giovanile Italiana (dalle gallerie del sito ufficiale).

Cos’è, cosa non è, queste prime impressioni hanno poi trovato conferma nell’esecuzione di tutta l’opera, con una riuscita più che buona sia degli impasti d’insieme che della parti strumentali solistiche. Hanno fatto la loro figura in particolare i legni, ma nel complesso tutta l’orchestra ha fatto un figurone, senza sbavature, ma anzi con un’esecuzione precisa e convincente.

Naturalmente un peso determinante nella prova dell’orchestra lo ha avuto lei, Gianna Fratta, direttore d’orchestra. S’era già avuto modo di apprezzarla nel Rigoletto pisano del 2016, ma stavolta forse ha convinto ancora di più. Il fatto di avere un’orchestra di giovanissimi strumentisti la ha forse stimolata ulteriormente ad adottare un approccio anti-autoritario e optare per quello collaborativo; ed il risultato è stato clamorosamente raggiunto!

Ah già, ma questa era una serata all’opera, non un concerto sinfonico. E i cantanti, le voci? E’ presto detto, la prestazione dei cantanti è risultata nel complesso abbastanza deludente. Fra i quattro cellettoni  ha convinto davvero soltanto il Marcello di Jaime Eduardo Pialli, dotato di voce potente ed espressiva, oltre che di un’adeguata presenza scenica, mentre fra le bimbe la povera Mimì (Maria Bagalà) è entrata nella parte un po’ al rallentatore e ha davvero convinto solo nel terzo e nel quarto atto, specie nel coinvolgente Addio del terz’atto e nel Sono andati del quarto . Il cartellone completo si trova qui.

Il Coro Lirico Toscano ha fatto vocalmente la sua parte, anche se per stradine parigine del secondo atto è rimasto un po’ impalato…

Il pubblico pisano ha generosamente applaudito tutti gli interpreti, anche se è parso di cogliere un lieve squilibrio a favore dei citati due cantanti e dell’orchestra con il suo direttore. Le opere realizzate nell’ambito dei laboratori di Opera Studio hanno dato un passato prove più convincenti, ma tant’è, bisogna sapersi accontentare; ed anche apprezzare  i risultati di un laboratorio didattico.

Una serata, insomma, che soprattutto ha spostato l’attenzione dal canto alla musica. Brava Orchestra Giovanile Italiana, brava Gianna Fratta!

Per la cronaca: Forse non a tutti piace che un’orchestra di giovani e giovanissimi possa assurgere a risultati di rilievo. Si legge sulla Repubblica di Firenze in due articoli, uno del primo gennaio e uno del due gennaio del 2019, che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha deciso di tagliare i finanziamenti all’Orchestra. La questione viene affrontata con ulteriori dettagli anche sul sito web dell’emittente fiorentina Controradio il due gennaio. Arrivano poi rassicurazioni dal Ministro che in parte tenta di ridimensionare le decisioni e affronta il tema con dei tecnicismi sulle modalità di ottenimento dei finanziamenti dall’ente fiesolano; ma il fatto rimane: col taglia di qui e il taglia di là sembra che i fiori all’occhiello della cultura nazionale non risultino degni di essere sostenuti. Tagli alla cultura, musicisti giovani e meno giovani. Proprio in questo periodo arriva un altro duro colpo a un’istituzione musicale nazionale d’eccellenza, il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia. Il blocco del turnover da parte della dirigenza, in atto già da anni e riproposto anche per quelli a venire, di fatto riduce l’organico e innalza l’età media dei cantanti i quali, una volta usciti per pensionamento, non vengono rimpiazzati. Da un lato si scoraggia un’orchestra di giovani; dall’altro si riduce l’organico e si spinge un coro di rilevanza mondiale all’innalzamento dell’età (come ben evidenziato da Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano il tre febbraio 2019). Ma un giovane e bravo musicista o cantante che prospettive ha in Italia?

Il pubblico dell’Auditorium sostiene il Coro di Santa Cecilia contro i tagli dell’organico (gennaio 2019)

Pubblicato da: miclischi | 18 febbraio 2019

Eric Vuillard racconta la presa della Bastiglia minuto per minuto

Pubblicato da Actes Sud nel 2016

Quattordici luglio, festa nazionale francese. La presa della Bastiglia che diede inizio alla rivoluzione, la marsigliese, il terzo stato, reminiscenze scolastiche e di balli nelle caserme dei pompieri nei villaggi della campagna francese.

Un evento, quello del 14 luglio 1789, di dimensioni storiche mondiali che fece seguito, solo pochi anni dopo, alle rivolte che diedero corpo alla rivoluzione americana nello colonie del nuovo mondo.

Eric Vuillard, premio Goncourt 2017 con L’ordre du jour, esplora gli eventi storici da una prospettiva diversa, incentrata sulle persone, note e meno note, che ne furono gli attori. In questo 14 Juillet, pubblicato l’anno prima del romanzo che gli valse il prestigioso premio, Vuillard esplora la presa della bastiglia spostando l’attenzione dall’evento storico alle microstorie degli individui.

Si comincia con la stesura del verbale sui cadaveri rimasti come doloroso strascico del preludio alla rivoluzione, la rivolta di quattro mesi prima della Bastiglia da parte delle maestranze della fabbrica Folie Titon. Gli attori delle proteste che portarono alla rivoluzione hanno un nome, un corpo, degli abiti, anche da morti. E, alla fine del libro, si ritorna con l’attribuzione dell’identità a un morto del 14 luglio da parte della vedova. A un cadavere viene riassegnato il suo nome, la sua famiglia, la sua storia.

Gli eventi che prepararono la rivolta del 14 luglio, l’assedio alla Bastiglia, i negoziati fallimentari, l’assalto, la vittoria del popolo e lo smantellamento del simbolo dell’autorità, sono tutti narrati da Vuillard tramite una cronaca iperdettagliata dei particolari. Gente per strada, tantissima gente, ognuno con un’identità, una professione, una provenienza. Ognuno con un corpo sudato, piagato, ferito, in alcuni casi massacrato, sanguinante, mutilato, sfregiato. Ci sono i rumori delle strade, gli odori delle fogne, il vento e la pioggia. Ci sono tutti questi elementi con cui l’autore ci cala in mezzo alla folla per spostare l’attenzione sulle persone, sulle loro paure, i loro ideali, le loro speranze. Una folla di nomi.

Bien sûr, un nom ce n’est pas grand-chose. Un métier, une date, un lieu, modeste état civil, une étiquette. Ce sont les syllabes de la vérité.

Si fa fatica ad avanzare in questa storia, stritolati dagli eventi e dalla folla. Si fa fatica a navigare fra queste estenuanti liste di nomi, innumerevoli, ognuno citato per restituire a ciascuno la propria dignità di individuo nel meccanismo della storia. Una lettura a piccole dosi, tuttavia, permette di lasciarsi cullare nel flusso narrativo e di apprezzare questo immane lavoro che coniuga efficacemente la storia con la narrazione. Una lettura appassionante e appagante.

Per la cronaca 1: Un estratto del libro si può leggere qui.

Per la cronaca 2: L’autore parla del proprio libro in questo video.

Pubblicato nel 2018 da Neri Pozza

Vivian Maier divenne famosa dopo la sua morte. Non che ci avesse mai tenuto, a diventare famosa, anzi. Il fortuito ritrovamento di innumerevoli suoi negativi, rullini ancora da sviluppare, filmati e anche registrazioni audio portarono questa fotografa sconosciuta alla ribalta pochi anni fa. Ma chi era, davvero, Vivian Maier?

Se ne sa pochissimo, della sua vita. E su quei pochi fatti, conditi dalle intense immagini da lei fermate sulla pellicola,  si basa uno straordinario romanzo pubblicato nel 2018 da Neri Pozza. Si tratta di Dai tuoi occhi solamente, della scrittrice Francesca Diotallevi.

Un romanzo appassionante costruito su pochi, pochissimi dati disponibili su questa bambinaia riservata e solitaria che coltivò per tutta la vita una maniacale passione per l’accumulo di oggetti, informazioni, articoli di giornale e, soprattutto, scatti fotografici. Pochi fatti che generano una storia articolata e dolorosa, giocata sull’alternanza fra presente e passato, alla ricerca di quei frammenti di infanzia e di prima giovinezza che costruirono il carattere di Vivian.

E’ vero, sono per lo più ipotesi. Ma l’abilità della narratrice riesce appieno a costruire una storia vivissima, credibile, coinvolgente. Del resto, non si tratta certo di una biografia, bensì di un romanzo.

Jeanne Betrand in un articolo del Boston Globe del 1902.

E’ una storia personale fatta di abbandoni. Vivian, figlia abbandonata da una madre a sua volta abbandonata dai genitori. Sradicata fin dalla nascita, a New York, figlia di una immigrata francese lasciata ben presto anche dal padre della bambina. Vivian abbandonata anche dal fratello, dalla prozia francese che preferì accompagnarsi con un uomo gretto e violento piuttosto che occuparsi di lei. Una vita trascorsa a rimettere insieme i cocci di un’esistenza sfasciata, traumatizzata, disperata. Oltre che in un irresistibile impulso a occuparsi dei bambini nel suo ruolo di tata, lei che era stata una bambina di cui nessuno si era occupato, l’altra cura per la sua eterna tragedia Vivian la trovò nella fotografia.

Nella narrazione di Francesca Diotallevi gioca un ruolo chiave l’amica della nonna con cui coabitò – insieme alla madre – nella prima infanzia: Jeanne Bertrand, una fotografa anch’essa tormentata che, per prima, la stimolò a guardare la realtà attraverso l’obiettivo di una fotocamera e che, per prima, intuì il grande talento di Vivian nell’osservare i fatti e soprattutto le persone intorno a sé. Ecco, in questo brano di Francesca Diotallevi, come Jeanne Bertrand si rivolge a Vivian Maier che va a trovarla da adulta, tanti anni dopo la loro convivenza:

Non so dirti come, ma se sono ancora qui, se tutto questo non mi ha consumato, è perché ho sempre avuto una macchina fotografica fra le mani. Mi ha tenuto sospesa sull’abisso, mi ha dato una ragione per esistere, nonostante tutto. Non sempre è bastato, e tu questo lo sai. (…) Attraverso la fotografia ho esorcizzato un mondo interiore che andava a pezzi, l’ho ricomposto, ne ho suturato gli squarci.

Una delle particolarità di Vivian Maier, sia come fotografa reale che come personaggio del romanzo, è la necessità di fotografare che si esaurisce nell’atto stesso di osservare attraverso il mirino e scattare. E’ molto interessante notare come la soddisfazione si fermi lì, allo scatto, senza sentire la necessità di sviluppare e possibilmente stampare le sue fotografie. Un po’ come faceva Antonia, la protagonista del romanzo di Jérôme Ferrari del 2018, À son image, di cui si era ragionato tempo addietro qui. E, come nel romanzo di Ferrari, anche Francesca Diotallevi costella la sua narrazione di infinite descrizioni di scatti, senza farceli vedere. Come se le circostanze che portarono Vivian a scattare, la loro minuziosa descrizione, bastassero allo scopo, senza bisogno di mostrare immagini. Un po’ come fece Geoff Dyer nel suo The ongoing moment, un libro sulla storia della fotografia americana (se ne era ragionato qui) in cui le foto sono per lo più raccontate, non mostrate.

Poi, però, a un certo momento Vivian sente il bisogno di svilupparli, quei rullini, per vedere come sono venute le foto. Nel romanzo c’è la narrazione dell’acquisto dei prodotti chimici necessari, poi l’uso del minuscolo bagnetto attiguo alla sua stanza per trattare i negativi, ed anche una intensa riflessione della fotografa durante l’attesa che il processo si porti a termini all’interno della tank.

Si domandò se era così che si sentiva una donna, quando aveva un figlio dentro di sé. Se era quella la sensazione che si avvertiva, quell’attesa che era insieme paura e desiderio, angoscia e speranza. Lei non concepiva, forse, a ogni scatto che faceva? E quel contenitore in cui galleggiavano immagini in attesa di venire alla luce non poteva forse essere paragonato a un utero?

Si arriva in fondo al libro con la piacevole/amara sensazione di aver abbracciato durante la lettura tutta l’esistenza tormentata di Vivian Maier, dalla prima infanzia fino alla sua morte.

Alzando lo sguardo dal libro si guardano gli altri passeggeri del treno e viene da pensare chissà come li avrebbe fotografati, Vivian Maier. Chi avrebbe scelto. Chissà se avrebbe insistentemente guardato nel pozzetto durante lo scatto, oppure se avrebbe distolto lo sguardo dal mirino per puntarlo sul soggetto, e poi scattare in questa sorta di atto duale. Alla fine della lettura, oltre alla gratitudine per Francesca Diotallevi e per il modo in cui ha raccontato questa storia, viene anche voglia di andare a ripescare la Rolleiflex nel cassetto dove è riposta. Ritornare a scattare con quella macchina. Ripensare al modo di scattare.

La versione italiana del film documentario di John Maloof

Per la cronaca 1: Il materiale fotografico, cinematografico ed audio di Vivian Maier, insieme a innumerevoli oggetti, fu acquistato all’asta da John Maloof nel 2007. Solo negli anni successivi Maloof cominciò ad interessarsi a quel ritrovamento, con una passione frenetica pari quasi a quella della fotografa sconosciuta. La sua esperienza è descritta nel film documentario realizzato con Charlie Siskel nel 2013. Il film, corredato di innumerevoli scatti realizzati da Vivian Maier, documenta anche la catalogazione degli altri tantissimi oggetti, articoli di giornale, vestiti, eccetera, e comprende straordinarie interviste alle persone che, nella loro infanzia, avevano avuto la Maier come tata. Maloof ha anche indagato sulle foto di paesaggi montani francesi fotografati dalla Maier e, attraverso un confronto su internet basato sulla forma del campanile, è riuscito ad identificare il paesino delle Alpi francesi da cui proveniva la famiglia della fotografa. Ha raccolto testimonianze anche lì, e ci ha organizzato una mostra. Il documentario, veramente godibile ed appassionante, è corredato anche di parecchie sequenze dai filmini girati da Vivian Maier in 8 e 16 mm. Il video, pubblicato in Italia da Fetrinelli col titolo Alla ricerca di Vivian Maier, è corredato da un libriccino – dal titolo La bambinaia fotografa – con vari interventi e commenti sul film e sulla fotografa, a cura di Naima Comotti.

La copertina del libro allegato al film nella versione italiana. Uno dei tanti autoritratti scattati dalla Maier con la Rolleiflex.

Per la cronaca 2: Sia nel romanzo che nelle foto più diffuse in cui Vivian Maier ritrae se stessa riflessa in specchi o vetrine, la macchina fotografica di cui si serve è la Rolleiflex biottica. Pare che questo costoso apparecchio, utilizzato usualmente solo dai fotografi professionisti, sia stato acquistato in seguito alla vendita delle proprietà in Francia che la prozia aveva lasciato a Vivian. Tuttavia, sia dai ritrovamenti di Maloof che da varie documentazioni fotografiche, risulta evidente che la Maier utilizzò anche parecchie altre macchine fotografiche, anche in formato 135, fra cui la Leica. La Rolleiflex fu fra le macchine fotografiche utilizzate con passione da Luciano Lischi, anche sott’acqua, nella custodia Rolleimarin (se ne ragionò tempo addietro qui).

Per la cronaca 3: La storia di Vivian Maier, del ritrovamento dei suoi negativi e del successo che poco a poco ha portato gli scatti della fotografa a girare il mondo in tantissime esposizioni, è raccontata in un sito web appositamente realizzato a questo scopo, che comprende anche innumerevoli immagini organizzate per portfolio tematici.

Per la cronaca 4: Il titolo del romanzo di Francesca Diotallevi è tratto da una poesia del poeta spagnolo Pedro Salinas. La poesia –  Tú vives siempre en tus actos (in italiano: Tu vivi sempre nei tuoi atti) – è tratta dalla raccolta La voz a ti debida (Pubblicata in Italia da Einaudi nella traduzione di Emma scoles: La voce a te dovuta). La poesia si può leggere qui in spagnolo, qui in italiano.

La rolleiflex biottica, quasi il simbolo della fotografia di Vivian Maier

 

Una storia appassionante

Carlo Gesualdo, chi era costui? Nobile napoletano vissuto a cavallo fra il ‘500 e il ‘600 fu uno straricco signorotto del sud, suddito del re di Spagna, proprietario di sconfinate terre, apparentato con potenti e cardinali, protagonista di una vita movimentata, tragica e affollata di fatti clamorosi. Ma, a dispetto della ragion di stato, degli arzigogolati meccanismi fatti di matrimoni combinati e di strategie successorie, la sua vera passione era la musica. Ce lo racconta per bene in un libro di molto avvincente Giovanni Iudica. Il libro si chiama Il principe dei musici ed è stato pubblicato da Sellerio nel 1993, con successive edizioni rivedute e ampliate.

O meglio, per essere precisi, la musica ha solo un ruolo marginale, da basso continuo in questa storia di Giovanni Iudica che ripercorre tutta la vita e le vicende di Carlo Gesualdo. La musica come intimo atto consolatorio, ma anche come espressione di un ingegno straordinario, tanto da meritarsi l’apprezzamento di Claudio Monteverdi,  suo quasi contemporaneo. ma di certo molto più noto ai giorni nostri. Fanno capolino nella narrazione, difatti, anche le vicende editoriali dei suoi Libri di madrigali, e anche lo stratagemma di far comparire l’autore non come tale, ma come dedicatario della musica, ché un nobile del suo rango non si supponeva dovesse dedicarsi al faticoso lavoro del far musica, fosse anche per esprimere la sua creatività.

Si legge come un romanzo avvincente, questa storia della vita del Principe di Venosa costruita sulla base di innumerevoli fonti studiate molto approfonditamente da Iudica. Ché di episodi appassionanti ed avvincenti ce ne sono davvero tanti. Fra tutti, il celebre uxoricidio commesso dal Principe per far giustizia del disonore causatogli dalla bellissima moglie/cugina bisvedova Maria D’Avalos la quale, dopo aver fermamente resistito alle avances di tutto l’entourage dei cortigiani, cedette senza riserve alla passione di Fabrizio Carafa, duca d’Andria e conte di Ruvo.  Si fece aiutare dai suoi fedelissimi, Carlo Gesualdo, e fece fuori gli amanti nella di lei camera da letto. Proprio il fatto che non provvedé da solo al castigo, ma si fece aiutare, fu interpretato come una grave infrazione del codice cavalleresco. Sul piano penale, invece, nessun dubbio: l’assassinio era assolutamente legittimo, come decretò il processo (il cui verbale è presentato in appendice al libro).

Il perdono di Carlo Gesualdo, pala d’altare realizzata nel 1609 da Giovanni Balducci

Ma ci sono altri fatti, situazioni e contesti che il libro descrive molto bene. Prima di tutto la spartizione del potere nella penisola fra pochi casati potenti e sempre alla ricerca di alleanze fra loro e con il potere della Chiesa. Ché la presenza del papato e dell’aristocrazia ecclesiastica è sempre rilevante in tutti i fatti narrati. Poi l’ingerenza delle priorità politiche nelle questioni familiari. I matrimoni erano di fatto alleanze o risultati di calcoli di convenienza e le donne venivano date in spose qua e là (anche giovanissime) per motivi che ben poco avevano a vedere con i loro intimi desideri. Ché le donne, questo emerge chiaramente, non contavano niente agli occhi dei potenti, e venivano solo considerate come pedine nei loro giochi di ruolo e di potere. Anche il secondo matrimonio di Carlo Gesualdo, con Eleonora D’Este, fu combinato sulla base di puri calcoli di convenienza per il casato ferrarese.

Un altro fatto che colpisce nel corso del racconto è la presenza frequente della morte. Maria d’Avalos, quando sposò Carlo Gesualdo, aveva 24 anni ma era già rimasta vedova due volte. Poi ci sono le morti dei bambini, fra cui l’erede di Carlo, da cui scaturì un arzigogolatissimo testamento che menzionava anche due ipotesi successorie radicalmente diverse a seconda che la nuora gravida partorisse un maschio o una femmina.

Come si diceva sopra, si parla poco di musica, in questo libro. Del resto, tali e tanti sono gli avvenimenti sviscerati e appassionatamente narrati, che quasi quasi viene da accontentarsi e accettare di buon grado che questo particolare aspetto della vita di Gesualdo da Venosa non sia anch’esso analizzato in dettaglio. Ma, grazie alla curiosità scatenata da questa storia, viene proprio da saperne di più, e anche da ricercare ed ascoltare la musica dello sfortunato principe dei musici. Che davvero, una delle più belle funzioni dei libri ben riusciti è quella di fare da catapulta per altre letture o, come in questo caso, anche nuovi ascolti.

L’inizio di Tenebrae factae sunt

Per la cronaca 1Nel suo saggio dal titolo Madrigali malinconici il musicologo siciliano Massimo Privitera dedica un breve capitolo a Carlo Gesualdo, Il Principe malinconico. Questo breve testo si conclude con queste intense parole: In queste composizioni il cromatismo pervade ogni strato compositivo: si presenta sia nella dimensione lineare dei soggetti, sia in sequenze di accordi che tolgono al discorso musicale ogni linearità logica, lasciando l’ascoltatore sospeso nella cupa contemplazione del doloroso abisso.

Per la cronaca 2: Naturalmente una ricerca su Internet o Youtube permetterà di farsi una bella scorpacciata di musica gesualdiana. Per esempio, qui c’è tutto il sesto libro dei madrigali.

Per la cronaca 3: Un’altra delle catapulte azionate dal libro di Iudica porta al film documentario realizzato da Werner Herzog nel 1995 su Gesualdo da Venosa, che approfondisce anche alcuni aspetti musicali, con varie esecuzioni nei luoghi del Principe di Venosa. Si chiama Gesualdo: morte a cinque voci Realizzato in tedesco, si può trovare anche in inglese (qui c’è il trailer). Finché c’è, il film è disponibile qui.

Per la cronaca 4: Un’altro universo di cui questo libro suggerisce l’esplorazione è quello del paesaggio, dell’architettura, dell’arte. Palazzi, castelli, chiese, dipinti… Un’altra dimensione delle curiosità scatenate dal libro di Giovanni Iudica.

 

Da non perdere: c’è tempo fino al 15 marzo.

Museo Fattori a Livorno, accanto al centro ma come in un altro mondo. Saranno quei lecci maestosi, quell’aria da tenuta di campagna… Insomma un luogo al quale è bello arrivare, nel quale è bello perdersi alla ricerca dell’edificio nel quale si trova la mostra che si sta cercando.

Alla fine si accede ai Granai di Villa Mimbelli, si sale un maestoso e avvolgente scalone di legno su fino al primo piano, e si comincia con la mostra di Letizia Battaglia, fotografa palermitana con alle spalle una intensa carriera nella cronaca della sua città sui giornali locali.

All’inizio della mostra tre frasi della fotografa, una specie di manifesto della sua visione del linguaggio fotografico, frutto della necessità – e della capacità – di comunicare. Poi il curriculum ricco di premi e riconoscimenti. Infine loro, le foto.

Una foto di grande impatto: Rosaria Schifani, vedova dell’agente di scorta. Fotografata da Letizia Battaglia nel 1993, si trova anche sulla copertina del libro “Passione, giustizia, libertà. Fotografie dalla Sicilia”, pubblicato da 24 Ore Cultura nel 1999.

Ci sono i morti ammazzati per strada, in macchina, sulla rampa del garage, in casa. Morti di mafia. Poi ci sono i poliziotti e i carabinieri sul luogo del delitto. Gli imputati nelle aule di tribunale. Poi ci sono i parenti dei morti, o la mamma che si dispera perché pensa che il figlio sia morto.

E’ una mostra in gran parte dominata dalla morte, quasi come una striscia di sangue unisse tutte quante le fotografie.

Viene da soffermarsi sul pensiero che Letizia Battaglia riusciva sempre ad arrivare nel posto giusto al momento giusto per registrare quelle immagini potenti. Mica si usavano le foto scattate dai passanti col cellulare, per documentare i fatti di cronaca…

E in queste foto d’insieme – alcune sembrano scattate con grandangolo tenendo la macchina  a braccia tese sopra la testa – viene da perdersi a osservare le innumerevoli persone che fanno da contorno al fatto: il cadavere, o l’onorevole, o il mafioso, insomma il soggetto principale.

Sono innumerevoli persone, quelle che affollano gli scatti per strada. Ogni persona con il suo sguardo significativo, il suo atteggiamento particolare, a creare un’immagine corale in cui ognuno contribuisce significativamente al raggiungimento del risultato d’insieme.

Una delle foto più note fra quelle in mostra, usata come copertina del libro ANTHOLOGIA, pubblicato dall’Editore Drago nel 2016.

Poi ci sono le foto della povertà, delle donne sole e disperate, o circondate da grappoli di bambini nelle loro misere dimore.

Donne e bambini, questi sono i soggetti preferiti dalla Battaglia, come lei stessa annuncia nei pannelli all’inizio della mostra.

Come la bambina con il pallone nella foto del 1980, un’immagine dalla potenza sconvolgente (vedasi qui accanto la foto riprodotta sulla copertina di un catalogo battagliano).

A far contrasto a questo strazio, gli sfarzi delle feste della nobiltà a palazzo, diversamente strazianti.

Si gira e si rigira per questa mostra, nelle belle sale ben illuminate, con le immagini ben disposte e affiancate solo da un numerino (il titolo e l’anno di scatto si trovano sulla scheda rigida che si può prendere e poi restituire all’entrata della sala). Con le finestre che si affacciano sugli alberi del giardino buio e propongono interessanti prospettive sui riflessi delle foto.

Si gira e si rigira, e si finisce sempre lì, in quel trittico di immagini che registrano l’assassinio di Piersanti Mattarella, ai tempi presidente della Regione Siciliana. Il fratello dell’attuale Presidente della Repubblica. Sono i tre scatti con cui si conclude la serie della mostra.

Si gira e si rigira per la mostra, che sembra non bastare mai riempirsi gli occhi e il cuore di quelle immagini possenti. Poi si cede alla tentazione e si va sedersi nella saletta in fondo, dove su una tavolata sono sciorinati tanti volumi fotografici con gli scatti di Letizia Battaglia. Per allargare gli orizzonti, per vedere altre storie fotografiche dopo gli anni ’80 e ’90 raccontati nelle immagini della mostra.

E’ una curiosità che rimane in gran parte insoddisfatta. Rimane anche un po’ il rammarico di non aver visto la mostra del MAXXI, nel 2017, che apparentemente offrì una panoramica vastissima e variegata (c’è il catalogo a confermarlo). Ma anche questa selezione livornese, davvero, è da non perdere. Fino al 15 marzo.

Per la cronaca: Come succede nella maggior parte delle mostre fotografiche, anche qui non è dato sapere con che macchine e con che ottiche furono scattate le foto…

La Lucia torna a Pisa

Diciott’anni anni dopo l’ultima rappresentazione (era il dicembre del 2000), torna a Pisa l’opera scozzese di Gaetano Donizetti, la Lucia di Lammermoor. Prima serata venerdì 18 gennaio 2019. Nel doppio ruolo di Direttore Artistico del Teatro, e di regista dello spettacolo, il Maestro Stefano Vizioli.

Presentata e osannata come il prototipo più rappresentativo dell’opera romantica italiana, quest’opera, come tutte del resto, ha appassionati seguaci e scettici detrattori. La rappresentazione pisana nel complesso è ben riuscita, soprattutto grazie a tre fattori determinanti.

Prima di tutto lei, la protagonista, questa eroina impazzita che è stata interpretata dalla soprano croata Marigona Qerkezi. Chiamata in fretta e furia a sostituire la titolare del ruolo che si era ammalata (la soprano Sarah Baratta aveva cantato insieme ai suoi colleghi il sestetto del second’atto in occasione della presentazione del sabato precedente nel foyer del teatro), la Qerkezi ha raccolto un pienissimo successo confermato sia dagli applausi a scena aperta che dall’indiscusso primato nell’applausometro finale. Bella presenza scenica, voce spessa e potente, ma al tempo stesso pienamente dominata, duttile, agile ed espressiva, ha proprio centrato il ruolo in modo assolutamente soddisfacente.

La protagonista assoluta: Marigona Qerkezi nel ruolo di Lucia – Foto Imaginarium Creative Studio.

Poi la scelta azzeccatissima di proporre l’uso della Glass harmonica, strumento inusuale che a quanto pare fu pensato proprio da Donizetti per accompagnare ed evidenziare la pazzia di Lucia. Siamo abituati a sentire la soprano che duetta con il flauto, ma questo dolce suono dei vetri ad acqua, magistralmente maneggiati da Sascha Reckert, ha davvero incantato il pubblico, ed ha anche reso più godibili le infinite serie di sterminati gorgheggi che accompagnano la cosiddetta scena della pazzia. Qui c’è un video, proposto dal Teatro Verdi di Pisa, che mostra il Maestro Reckert alle prese con il suo strumento mentre Lucia dispensa la sua follia.

Infine l’Orchestra della Toscana sotto la direzione del maestro Michael Güttler. Un suono pulito e schietto, anche nei difficili impasti degli ottoni e nelle parti solistiche che introducono le arie dei cantanti (oltre alla citata glass harmonica, sono da segnalare anche le raffinate performance dell’arpa e dell’oboe). Insomma un suono che non sconfina mai nello sdolcinato e che non cede mai alle lusinghe di un romanticismo esasperato. Il che, naturalmente, ha permesso di apprezzare appieno alcune squisitezze musicali del compositore bergamasco.

Marigona Qerkezi (Lucia) con Valeria Tornatore (Alisa) – Foto Imaginarium Creative Studio.

Gli altri cantanti, tutto sommato,  hanno nel complesso ben figurato, specialmente il fratello crudele, Enrico, interpretato dal baritono Alessandro Luongo ed anche il viscido Raimondo del basso Andrea Comelli (entrambi premiati dall’applausometro). Sul fronte dei due tenori rivali, l’amante nemico di famiglia Edgardo e lo sposo imposto Arturo, i due interpreti, rispettivamente Alessandro Luciano e Carlos Natale, sono apparsi invece un po’ debolucci, con voci un po’ esili, specie accanto alla incontenibile prorompenza della Qerkezi. Per terminare il quadro degli interpreti, il personaggio apparentemente secondario di Normanno è stato brillantemente interpretato dal tenore Didier Pieri, che fra l’altro è stato uno dei più convincenti sul piano attoriale e dei movimenti scenici; mentre la piccola parte di Alisa è stata interpretata dalla mezzosprano Valeria Tornatore.

Il Coro Ars Lyrica di Pisa, sotto la guida del Maestro Marco Bargagna, ha ben fatto la sua parte, anche se a dire il vero nel coro di apertura si sentiva un po’ pochino. Forse perché era rintanato in quello scatolone-contenitore che troneggiava sul palco, quasi a mo’ di saloon della Fanciulla? Oppure era l’orchestra che lo sovrastava?

Già, la scena (realizzata su bozzetti di Allen Moyer, così dice il programma di sala). Al succitato scatolone si accede tramite una piattaforma che si protende verso il proscenio. Per accedere alla piattaforma gli interpreti devono perigliosamente avventurarsi su instabili pezzi di quelle che dalla platea paiono  macerie  sparpagliate su tutto il palcoscenico. O quella? Si vorrà rappresentare il rovinoso crollo della famiglia? Poi però, quando la scena si illumina di più, si nota che quegli oggetti di multiforme aspetto appesi alla bell’e meglio sullo sfondo sono effettivamente lapidi, pietre tombali, insomma materiale cimiteriale. Ecco cos’erano quei gradoni instabili su cui si arrampicavano i cantanti. La storia è avvolta nell’atmosfera funebre, ecco, ora torna.

In questa inquadratura dall’alto che riprende Alessandro Luongo (Enrico) e Alessandro Luciano (Edgardo) si nota ciò che dalla platea era invisibile, ovvero, oltre alle lapidi sparpagliate, anche la frattura nella piattaforma, ulteriore prova d’ardimento per i cantanti sul palco – Foto Imaginarium Creative Studio.

 

Per la cronaca 1: il cartellone completo di trova qui.

Per la cronaca 2: sul sito web della soprano Marigona Qerkezi si trovano vari contributi audio-video fra cui due filmati evidentemente realizzati di soppiatto in teatro (ma non s’era detto che era vietato?) che mostrano Il dolce suono. In particolare, questo video mostra il debutto nel ruolo, nel maggio del 2017 a Cagliari.

Per la cronaca 3: Nel libro di Klaus Mann dedicato agli ultimi anni della vita di Pëtr Il’ič Čajkovskij (se ne ragionava recentemente qui) c’è anche un episodio in cui il compositore russo assiste a una rappresentazione della Lucia a Firenze. Ecco alcuni frammenti delle impressioni di Čajkovskij riportate da Mann, nella traduzione di Maria Teresa Mandalari:

La musica di Donizetti è piena di idee attraenti, ma com’è assurdo il testo!

… Lucia impazzisce, aveva da sfoggiare trilli di coloratura a non finire: e l’ha fatto in modo grandioso.

Peraltro, mi sembra che la Dama di picche sia proprio migliore di questa Lucia di Lammermoor.

Per la cronaca 4: Una delle interpretazioni più interessanti, sia dal punto di vista vocale-musicale che, soprattutto, da quello visuale della celebre aria Il dolce suono, si trova nel film Il quinto elemento di Luc Besson. Una versione decisamente indimenticabile. Se ne era ragionato anche tempo addietro qui a proposito di una biografia di Maria Callas.

Pubblicato da Garzanti nel 1990 nella traduzione di Maria Teresa Mandalari, oggi fuori catalogo.

Klaus Mann era figlio di Thomas Mann e fratello di Erika Mann, nota agli appassionati Mazzucchiani per essere stata compagna di avventure di Annemarie Schwarzenbach, protagonista di Lei così amata, straordinario libro del 2000. Quando un cultore di Pëtr Il’ič Čajkovskij si trova fra le mani un libro scritto su di lui dal fratello di Erika Mann, è impossibile resistere.

Il romanzo di Klaus Mann narra gli ultimi anni della tormentata vita del compositore russo. Anni fatti di frenetiche girandole in Germania, Francia, Inghilterra e altri paesi dell’ovest fra concerti, ricevimenti, eventi mondani, nottatacce in alberghi o in ritiri solitari. Ma anche anni fatti di difficili rapporti con i colleghi musicisti, sia compositori che interpreti.  Oppure anche lunghi periodi nelle sue varie case-rifugio in Russia, lontano dai clamori pubblici che si fanno sempre più fastidiosi. Anni dominati da un perenne disagio, da tristezza inconsolabile, da angoscia strisciante, insomma da una profonda depressione.

Vorrei toccare con le mie dita una betulla, sì, ne ho un gran desiderio, darebbe frescura alle mie dita, nulla al mondo è più piacevole da toccare di una betulla russa nella primavera incipiente. E’ davvero una pazzia da parte mia intraprendere viaggi assolutamente insensati.

Il disagio dell’angoscia e della tristezza di Čajkovskij è sciorinato nelle pagine di Mann fin dall’inizio. E lì per lì risulta un po’ disagevole anche la lettura, tanto possenti e pesanti sono i dialoghi interiori che costellano tutta la narrazione, quasi senza soluzione di continuità fra le conversazioni con gli altri e le considerazioni che il musicista fa con se stesso, sulla propria vita, la propria musica, il proprio passato.

Tutto questo ravanare nel disagio prepara il terreno, nella narrazione di Mann, alla composizione della sinfonia che dà il titolo al libro, Sinfonia Patetica. Una sinfonia che il compositore riterrà una sorta di summa della propria tragedia, un requiem per celebrare la propria fine.

Nell’ultimo movimento lento, la creatura, mortalmente stanca, canta il requiem a se stessa. Il suo cuore, infatti, anela a quella buia contrada, dove si sono radunati tanti suoi cari. Egli vi ritroverà i volti perduti. Lo riceveranno, colà, i suoi ricordi, accuratamente raccolti e custoditi? 

Se davvero Čajkovskij si sia suicidato, o sia stato indotto a suicidarsi dal Tribunal d’honneur  di cui ci ha narrato Dominique Fernandez, oppure abbia – alquanto improbabile – bevuto inavvertitamente acqua contaminata, alla fine poco importa. In un modo o nell’altro il compositore percepiva la propria morte come imminente, e la sua ultima sinfonia ne è la celebrazione. Morirà pochi giorni dopo la prima esecuzione pubblica.

Čajkovskij fotografato sul suo letto di morte da Nikolay Gundvizer. San Pietroburgo, 1893.

Lo snodarsi arduo di Mann tra le pieghe private e pubbliche delle angustie Čajkovskijane teletrasporta il lettore in tanti tempi e in tanti luoghi. Nei suoi interminabili dialoghi con se stesso, infatti, Čajkovskij inserisce anche innumerevoli ricordi. Alcune lievi boccate d’aria provengono, nel dipanarsi di questi racconti e questi ricordi, dagli incontri con altri musicisti suoi contemporanei. C’è l’antipatia reciproca con Brahms, oppure la spontanea simpatia suscitata dal giovane Grieg e la di lui moglie. Poi l’incontro con Mahler in veste di direttore d’orchestra, oppure con Saint-Saëns in occasione della laura honoris causa a Cambridge.

Molto più difficili i rapporti con i colleghi russi, specie con il “gruppo dei cinque” che lo accusava di essere troppo filo-occidentale.  E difficili anche i rapporti con la sua finanziatrice, la baronessa Nadežda von Meck, specie dopo che questa lo scaricò abbastanza all’improvviso.  Difficili anche i rapporti con il fratello Modest e con tutti i familiari. Per non parlare delle difficoltà derivanti dalla omosessualità di Čajkovskij  in un’epoca in cui di certo non poteva viverla apertamente. Insomma difficoltà su tutti i fronti.

L’inizio del secondo movimento, in tempo di cinque. Un bel po’ prima di Dave Brubeck!

Il libro di Klaus Mann, ricchissimo di episodi della vita di Čajkovskij e di spunti derivanti dai suoi diari e dalle sue lettere, oltre che di innumerevoli inserti romanzati, attraverso una lettura angosciante ma coinvolgente e di grande godimento, raggiunge soprattutto uno scopo, quello di far tornare all’ascolto della sesta sinfonia, per ritrovarci le angosce e i disagi che ancora sono freschi nella memoria dalla lettura del libro. Oppure interrogarsi sui tempi del secondo movimento, Allegro con grazia, e andare a verificare sullo spartito che sì, effettivamente, era proprio in tempo di cinque (5/4).

Un invito a soffermarsi su questa sinfonia che di solito, forse anche complice l’attributo “patetica”, spesso era stata ritenuta meno degna di considerazione della quinta. Nel descrivere la sesta sinfonia nella sua Guida, Giacomo Manzoni la definisce con queste poche, efficacissime parole: E’ una pagina su cui si stende un velo opaco, è una sconsolata confessione di pessimismo, di sfiducia nella vita.

Questo libro invita in particolare ad ascoltare per bene quell’ultimo movimento, Adagio lamentoso, che va pian pianino a scivolare nel nulla (La morte è il nulla… aveva fatto dire a Jago Arrigo Boito nel suo libretto dell’Otello di Verdi solo pochi anni prima…). Il quarto movimento nella interpretazione della Orchestra del Teatro Mariinsky sotto la guida di Valery Gergiev si può vedere e ascoltare qui. Peccato per quel finale interrotto bruscamente…

Per la cronaca 1: La post-fazione, un breve e illuminante saggio della traduttrice Maria Teresa Mandalari, si sofferma su Klaus Mann e sui paralleli da lui operati nel libro su Čajkovskij fra gli anni ’90 dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento. Ma i paralleli non finiscono qui, con una sorta di identificazione fra le angosce dell’autore e del suo personaggio. Anche Klaus Mann morì suicida come il suo personaggio, nel 1949.

Per la cronaca 2: L’episodio della laura honoris causa conferita a Čajkovskij dall’università di Cambridge menziona di sfuggita anche alcuni altri musicisti europei coinvolti nello stesso evento. Si parla di Bruch (brevemente e non con simpatia), di Grieg che non poté partecipare perché era malato e soprattutto di Saint-Saëns, che Čajkovskij aveva già conosciuto in Russia. Ma, stando a questa testimonianza , si apprende da una lettera al fratello Modest che  c’era anche Arrigo Boito (uomo cordiale), di cui si ragionava qui sopra a proposito del suo Credo

Per la cronaca 3: Il libro è stato ripubblicato dall’Editore Gallucci nel 2012. Però sul sito web dell’editore risulta “non disponibile”.

Per la cronaca 4: Questo libro di Klaus Mann funziona benissimo da caleidoscopio, suscitando tante curiosità e desideri di approfondimento. Fra questi, anche il tarlo del tempo in cinque, quello del secondo movimento della Patetica. A parte Dave Brubek con il suo Take five e la celeberrima canzone Everything’s Alright da Jesus Christ Superstar, chi altro ne ha fatto uso, in quali composizioni, in quali epoche? Ebbene c’è in rete una straordinaria risorsa che spiega approfondisce il tema a dovere. Eccola qui.

Per la cronaca 5: Tra le tante interpretazioni di questa sinfonia abbondantissime su Internet con direttori e orchestre di tutte le epoche, viene da segnalarne in particolare una, quella di Kirill Petrenko alla guida dei Berliner Philharmoniker nel 2017. Si può vedere in rete un trailer di quasi tre minuti dal primo movimento, nel quale si può osservare la totale immersione di Petrenko nelle angosce Čajkovskijane. Potendo ascoltarne la versione integrale, si noterà lo straziante e interminabile silenzio che segue le ultime note alla fine della sinfonia, prima che comincino ad arrivare gli applausi. Come a testimoniare l’efficacia dell’interpretazione nel trasmettere un senso di scivolamento verso una fine che lascia pietrificati.

 

Pubblicato da: miclischi | 31 dicembre 2018

Nettar 515/2, una 6×9 folding degli anni ’30

Prodotta in Germania prima della seconda guerra mondiale.

Grazie al meritorio sito di camera-wiki, si risale al modello di questa Nettar (sulla base della combinazione di obiettivo e otturatore): si tratta di una versione prodotta prima della seconda guerra mondiale (a partire dal 1933) dalla Zeiss Ikon. Una macchina fotografica che ha molte caratteristice in comune con la più blasonata serie Ikonta, solo un po’ meno pretenziosa.

Non c’è il telemetro, infatti, e la distanza di messa a fuoco deve essere impostata manualmente sulla ghiera dell’obiettivo (in questa versione, curiosamente, le distanze sono in piedi invece che in metri).

Anche il mirino, rispetto alle Ikonta, è parecchio approssimativo, visto che si deve utilizzare o quello sportivo pieghevole montato sul corpo macchina, oppure la lentina appannata dagli anni e decenni montata sul gruppo-obiettivo (ruotabile a seconda che si voglia scattare in verticale o in orizzontale).

Per completare la panoramica visuale-operativa, infine, questa macchina arrivò con un mini-scatto flessibile.

Chiusa e aperta. E’ quasi tascabile!

La combinazione obiettivo/otturatore di questa macchina è la seguente: Nettar Anastigmat 10,5 cm f, 6.3 su otturatore Derval. Tempi: da 1/25 a 1/100 + B & T. Messa a fuoco minima: 6 piedi (circa 2 metri). Non c’è da ricaricare l’otturatore a ogni scatto, ed è possibile realizzare esposizioni multiple sullo stesso fotogramma.

All’atto pratico, l’ergonomia nello scattare è parecchio condizionata dalla precaria visione nella lentina orientabile (graffiata ed opacizzata). La si può di fatto utilizzare solo in pienissima luce, e anche in quel caso c’è da intuire la disposizione delle silhouette dei soggetti che si intende fotografare. Alla fine risulta di molto più pratico il mirino sportivo, anche se tocca rinunciare alla visione waist level, e poi con le inevitabili conseguenze dovute alla parallasse.. Anche per la verifica del trascinamento della pellicola c’è bisogno di parecchia luce, perché la feritoia rossa è alquanto scura e spessa, e può risultare problematico vedere bene la numerazione dei fotogrammi. Un altro problemuccio sembra risiedere nella messa a fuoco. Non tanto per l’indice in piedi, dopo tutto è abbastanza semplice fare due calcoli a mente, ma proprio per la scarsa profondità di campo e la difficoltà di una messa a fuoco fine per l’assenza del telemetro. Infine, specie con i tempi lenti, il rischio di mosso è elevato.

All’interno del dorso.

L’ergonomia del caricamento e scaricamento della pellicola (previa apertura del dorso incernierato) è abbastanza buona, anche se il rullo vergine va leggerissimamente forzato nel suo alloggiamento; si ha quasi l’impressione che originariamente questo apparecchio fosse stato pensato per i rulli 620, dal rocchetto di diametro ridotto (a parità di dimensioni del fotogramma) invece che per i moderni 120.

Del resto, le informazioni incise sulla piastra pressa-pellicola danno indicazioni sul formato del fotogramma, ma non sul rullo da utilizzare. Ed anche la graziosa pubblicità della pellicola Pernox della Zeiss Ikon non ne specifica il formato. Comunque, varie fonti compulsate su Internet parrebbero confermare che si tratta di 120 e non 620.

Un po’ scatti nocetani.

All’atto pratico i risultati presentano una grande variabilità. Complice forse anche l’inaffidabilità dell’otturatore sui tempi lenti, l’esposizione a volte è risultata un po’ fantasiosa. Questo, insieme alle angustie della messa a fuoco menzionate qui sopra, rendono di fatto questa macchina scarsamente appetibile per un uso frequente. Tuttavia, scattarci qualche foto non ha mancato di produrre il consueto godimento, cosa che sempre si verifica nel maneggiare queste macchine vecchiotte.

Qualche scatto verticale. Noceto, Asciano, Vicopisano.

Per la cronaca 1: Una panoramica su modelli e versioni si trova qui.

Per la cronaca 2: Il manuale di una Nettar molto simile a quella qui presentata si trova qui.

Per la cronaca 3: Un altro bel ritratto di questa macchina si trova sul sito fotoriflessiva.

Per la cronaca 4: Naturalmente ci sono anche dei video-tutorial per questo apparecchio, o una delle sue versioni. Un video che descrive in dettaglio un modello abbastanza simile a quello qui presentato (anche se con caricatore dell’otturatore e pulsante di scatto sulla parte superiore del corpo-macchina), si trova qui.

Per la cronaca 5: La serie degli scatti compleanneschi realizzati con questa macchina  si trova qui.

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