Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2015

Luciano Lischi cinque anni dopo

Una mini-galleria di foto d’epoca per ricordare la vita piena di Luciano, a cinque anni da quel 24 luglio 2010, quando se ne andò.

Luciano nella tipografia in PIazza del Castelletto

Luciano nella tipografia in Piazza del Castelletto

 

A Vienna nel 1968

A Vienna nel 1968

 

Agli albori del Gorgona Club (a Montecristo negli anni '50?)

Agli albori del Gorgona Club (a Montecristo negli anni ’50?)

 

Immersione subacquea in una grotta sul Monte Pisano

Immersione subacquea in una grotta sul Monte Pisano

Escursione domenicale sul Monte Pisano

Escursione domenicale sul Monte Pisano

Pubblicato da: miclischi | 20 luglio 2015

Caleidoscopio 4 – Il filo di Arianna passa anche da Chicago

Edward Reginald Frampton - Ariadne on the Isle of Naxos

Edward Reginald Frampton – Ariadne on the Isle of Naxos

La povera Arianna, sola e abbandonata sull’isola di Naxos. Dopo l’impresa contro il minotauro di Minosse a Creta, Teseo fece tappa nell’isola di Naxos, che del resto si trova proprio sulla rotta per rientrare a Atene. La bibbia di Robert Graves (The Greek Myths) dice laconicamente: Teseo lasciò Arianna addormentata sulla spiaggia e se ne andò. Il perché lo fece rimane un mistero. Il Graves formula però tre ipotesi fra le più accreditate: 1) che nel frattempo Teseo si fosse innamorato di un’altra donna (Egle, una delle Esperidi); 2) che non osasse affrontare lo scandalo di rientrare a Atene con Arianna; 3) che questa misteriosa e improvvisa dipartita fosse stata orchestrata da Dioniso che aveva messo gli occhi addosso alla bella cretese. Lo sviluppo di numerosi altri miti connessi a Dioniso e Arianna fa propendere per quest’ultima ipotesi. Sembra essere di parere radicalmente diverso Nathaniel Hawthorne nel suo Tanglewood Tales del 1853, tradotto in italiano da Romualdo Bacci per l’edizione italiana pubblicata da Marzocco nel 1965 con il titolo Il libro degli eroi.

L'edizione italiana del libro di Hawthorne

L’edizione italiana del libro di Hawthorne

Adesso c’è della gente di animo basso, che pretende di raccontare a modo suo la storia di Teseo e di Arianna ed ha la faccia di affermare che quella donzella regale e virtuosa fuggisse veramente, col favore della notte, insieme al giovane straniero al quale aveva salvato la vita. Dicono poi che il principe Teseo, il quale non avrebbe fatto del male a una mosca, fosse stato invece così ingrato da abbandonarla in un’isola deserta dove la nave aveva fatto scalo durante il viaggio per Atene. Bisognerebbe che Teseo li sentisse, questi calunniatori! Certamente farebbe far loro la fine del Minotauro. Secondo Hawthorne, Teseo chiese a Arianna di partire con lui, ma la ragazza rifiutò, adducendo come motivo la necessità di occuparsi del padre anziano e Teseo non si sentì di insistere. Ma se davvero Arianna fosse stata così virtuosa, se non fosse partita con Teseo per poi farsi lasciare a Naxos, che ne sarebbe stato di tutti i miti e le storie che ne seguirono? Davvero pare un’ipotesi soprattutto moralista ma scarsamente sposabile. Resta il fatto che questa mitica vicenda della povera Arianna che rimane lì sulla spiaggia, imprevedibilmente abbandonata dal ganzo per seguire il quale aveva tradito e lasciato la famiglia, ha sempre avuto un impatto fortissimo sull’immaginario collettivo, e sull’espressione artistica in particolare. Non si contano le opere figurative di tutte le epoche dedicate a questa sventurata, ma anche musica e letteratura hanno subito il fascino di questi temi eterni: l’abbandono, la solitudine, il dolore.

Evelyn de Morgan: Ariadne in Naxos

Evelyn de Morgan: Ariadne in Naxos (1877)

Nelle sue Metamorfosi Ovidio dedica alla sfortunata Arianna e all’abbandono da parte di Teseo un breve tratto del Libro VIII, come a voler disbrigare la pratica in poche parole (14 versi). Non la nomina neanche (riferendosi a lei come la figlia di Minosse), in un episodio strizzato a forza fra quello del Minotauro nel labirinto e quello di Dedalo e Icaro. Volendo attribuire al verbo rapio  una connotazione di vox media, quel rapta non chiarisce fino in fondo la volontà – o meno – di seguire Teseo nel suo viaggio di ritorno, mentre il fuoco centrale del breve episodio è la crudeltà del figlio di Egeo (anche qui Teseo non viene nominato) nell’abbandonare la poveretta in illo litore, con il conseguente lamento della sua amica (così Francesco Maspero traduce comitem suam). Compare subito dopo Dioniso che tosto crea una costellazione dal diadema della poveretta. Cesare Pavese dedica uno dei suoi densissimi dialoghi ad Arianna e Leucotea (la Leucò del titolo). Si chiama La vigna. Le due donne si confrontano sul tema dell’espressione del dolore e quindi del lamento (e sulla legittimità del lamento). Quando Leucotea spiega alla povera Arianna che proprio povera non è, visto che è in arrivo per lei il più giovane degli dèi, Arianna tituba, ma alla fine non pare così affranta alla prospettiva di questa nuova evoluzione nella sua vicenda. Quindi Pavese opta decisamente per l’abbandono orchestrato da Dioniso più che per la perfidia di Teseo.

Una delle innumerevoli interpretazioni del Lamento d'Arianna

Una delle innumerevoli interpretazioni del Lamento d’Arianna

Miti, storie, pitture… anche musica. Delle vicende ariannesche narrate in musica nell’antichità resta immortale e tutto sommato modernissimo il frammento di Monteverdi, unico sopravvissuto all’Opera Arianna su testo di Ottavio Rinuccini, noto come Lamento di Arianna. Forse, dopo tutto il silenzio prima di Bach non era poi così silenzioso. Questo brano lungo (dura oltre dieci minuti), accorato, musicalmente avvolgente e coinvolgente, è in sé un piccolo capolavoro. Ne esistono innumerevoli interpretazioni, sia da parte di cantanti donne che uomini. Se si dovesse indicarne una: quella di Helga Müller-Molinari sotto la direzione di René Jacobs. Compose anche Benedetto Marcello un’opera sullo stesso soggetto e con lo stesso titolo, ma non deve aver avuto molta fortuna. In epoca più recente, rimanendo nella musica per il teatro, non si può mancare la geniale rielaborazione meta-teatrale del duo Hugo von Hoffmanstahl / Richard Strauss (Ariadne auf Naxos), nella quale è pure presente, mutatis mutandis, il Lamento di Arianna.

Il DVD del film con la colonna sonora dell'Art Ensemble of Chicago dove si trovano anche la variazioni sul Lamento d'Arianna.

Il DVD del film con la colonna sonora dell’Art Ensemble of Chicago dove si trovano anche la variazioni sul Lamento d’Arianna.

Ma tornando a Monteverdi: quella musica straziante e quasi ipnotica nel suo basso insistente e angosciante, con quella voce che si arrampica fra tutti i possibili meandri del dolore per l’abbandono, è proprio curioso scoprirla magari in un album di Jazz del 1970 prima ancora di accostarsi all’originale degli inizi del ‘600. Infatti nel 1970 succede una cosa curiosa: esce un film francese altissimamente annisettantesco – Les stances à Sophie con la regia di Moshé Mizrahi, e la musica del gruppo di improvvisatori afroamericani dell’Art Ensemble of Chicago. Il film non ebbe una gran fortuna, ed anzi rimase ignoto e invisibile per decenni. Poi qualche anno fa ne fu reso nuovamente disponibile il DVD (qui), che però al momento di scrivere questo testo risulta essere “out of stock”. Ma la musica, ah quella musica, quella colonna sonora che sta proprio bene in piedi da sé a prescindere dal film, con quei brani diversi e pur coerenti, con la voce di Fontella Bass nel pazzesco Tema di Yoyo e poi, inusitatamente, quelle variazioni su un tema di Monteverdi, tema che, manco a farlo apposta, è proprio quello del Lamento di Arianna. Fa un certo effetto, effettivamente, accostarsi alla musica di Monteverdi per scoprirci le armonie dell’Art Ensemble od Chicago (invece che viceversa!). E ascoltando e riascoltando, e concentrandosi su Monteverdi sentendo  Les stances à Sophie, e poi all’inverso, si scopre che l’approccio dei musicisti di Chicago è filologicissimo.

lo spartito del Lamento d'arianna

Uno spartito del Lamento d’Arianna

La prima variazione, difatti, non è propriamente una variazione (se non per l’uso sapiente dei diversi strumenti e della percussione che fa capolino sullo sfondo). L’impasto musicale che ne vien fuori non si allontana poi così tanto dall’originale e dalle sue voci. Curioso che nella prima edizione (in vinile) la prima variazione fosse alla fine del lato A e la seconda all’inizio dl lato B. Nella seconda variazione (qui a partire da 3:00) si scatena subito l’improvvisazione pazzesca dei musicisti dell’AEC. Ma tosto si inseriscono i flauti che, pur nel casino che scoppia tutt’intorno, seguono alla lettera la linea melodica del lamento, senza lasciarsi intimidire dalle dissonanze e dai salti di tonalità. Trasmettono incertezza, debolezza, titubanza, insicurezza. E quella voce flebile che nonostante tutto tiene fede alla musica di Monteverdi appare ancora più sconsolata di qualsiasi interpretazione vocale. Una versione del Lamento, questa dell’Art Ensemble of Chicago, che ne dimostra – qualora ce ne fosse bisogno – l’incredibile modernità, già contenuta in quelle righe musicali del ‘600. Pazzesco, pazzesco.

E Nietsche? E il suo dialogo fra Dioniso e Arianna che si conclude con l’ammonimento alla sconsolata?

Sii saggia Arianna!…

Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:

metti là dentro una saggia parola!-

Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?…

Io sono il tuo Labirinto…

E tutti gli altri itinerari di rivisitazione del tema ddll’Arianna abbandonata? Questo labirinto caleidoscopico di Arianna e delle sue lamentazioni percorre infinite strade e si esaurisce in infiniti vicoli ciechi. E riscoppia ora qua ora là in un verso poetico, o in un racconto, un’immagine, una musica barocca, o novecentesca, o nell’improvvisazione jazz. Che cosa si può chiedere di più a un mito che ha già dato prova d’eternità?

Herbert James Draper (English, 1863-1920), “Ariadne” (detail)

Herbert James Draper (English, 1863-1920), “Ariadne” (detail)

Per la cronaca: i precedenti caleidoscopi erano dedicati ai seguenti temi:

La morte e la fanciulla

Fotografia secondo Geoff Dyer

Joseph Conrad e l’orrore di Kurtz

La foto di Cippi Pitschen e la copertina di Amedeo Postiglioni

La foto di Cippi Pitschen e la copertina di Amedeo Postiglioni

La fiera del libro di Pisa, si sa, non manca mai di produrre piacevoli sorprese. E  fu così che nell’edizione 2014 una foto di copertina attirò fortemente l’attenzione. La coperta di una nave da carico che punta la prua verso il mare mosso. Come non ricordare una delle tante foto scattate da Cippi Pitschen, Capitano della Marina Mercantile Svizzera, vagabondo dei mari del mondo, fotografo, amico indelebile?

Golfo del Messico, un marinaio riposa appoggiato ad una scala

Golfo del Messico, un marinaio riposa appoggiato ad una scala (fotografia di Amedeo Postiglioni)

Le rotte del ferro salato è un fotolibro, ma anche un diarioL’esperienza d’imbarco di un allievo ufficiale della Marina Mercantile si trasforma in un racconto fatto di frasi brevi e incisive, ma anche di innumerevoli fotografie. Tutte in bianco e nero, soprattutto dedicate ai temi del lavoro in mare, del ferro salato delle navi, delle persone che permettono il funzionamento della poderosa macchina dei trasporti marittimi (nel 2010 la flotta mondiale ha movimentato circa novemila milioni di tonnellate di merci, scrive l’autore nella Prefazione).

Amedeo Postiglioni, classe 1991, racconta le sue giornate in mare, ma anche nei porti, le operazioni di carico e scarico, la pulizia delle stive, le innumerevoli riparazioni e operazioni di manutenzione che si susseguono senza fine. E gli orari massacranti, le nottate, la fatica perenne.

Israele, un ufficiale supervisiona le operazioni di inserimento di una ruspa in stiva (fotografia di Amedeo Postiglioni)

Israele, un ufficiale supervisiona le operazioni di inserimento di una ruspa in stiva (fotografia di Amedeo Postiglioni)

Un racconto della vita a bordo carico di umanità, quello di Postiglioni. Di sicuro, al centro delle sue attenzioni narrative e fotografiche c’è l’uomo di mare. Cippi Pitschen, per raccontare le sue giornate (i suoi decenni!) sulle navi svizzere, scrisse innumerevoli lettere. Le immagini invece, quelle foto scattate con le sue Nikon in bianco e nero ai tempi del Photomic (dapprima, poi anche a colori), riservarono tutto sommato uno spazio abbastanza marginale alla vita di bordo. Aveva la smania di scendere a terra, Cippi, e lì scattava la maggior parte delle sue foto, nei porti e nei luoghi del mondo (e in un porto algerino una volta gli successe anche di dover cedere la propria macchina fotografica sotto la minaccia di un coltello). Ci sono anche le foto delle sue navi, negli sterminati archivi cippiani, ma raramente scattò foto dei membri dei suoi equipaggi, o del lavoro a bordo.

Scrive Postiglioni nel suo diario del 10 aprile, giornata di mal di stomaco e mal di testa:

Golfo del Messico, operai intenti nella pulizia delle stive (fotografia di Amedeo Postiglioni)

Golfo del Messico, operai intenti nella pulizia delle stive (fotografia di Amedeo Postiglioni)

Stringo fra le mani la macchina fotografica, l’inseparabile compagna delle mie giornate. Ci sono momenti in cui penso che non sarei qui senza quel piccolo oggetto dotato di lente. Con lei fra le mani mi sembra di avere un senso per andare avanti. Altre volte mi sento costretto nel portarmela dietro. La cinghia, mentre lavoro, mi sega il collo, quasi a ricordare un fardello da portare.

Già; ma anche in questo caso, come è pratica comune in tantissimi fotolibri, non si dice mai con quale macchina sono state scattate le foto…

Insomma una bella scoperta, questa fatta al Pisa Book Festival del 2014. E chissà che da cosa non nasca cosa, che si comincino a vedere in giro un po’ di fotografie di Amedeo Potiglioni (curiosamente una ricerca su Google immagini produce come risultato solo le copertine dei suoi libri), e venga fuori ancora qualche altro bel fotolibro.

Amedeo Postiglioni: Le rotte del ferro salato. Edizioni Myra, Porto Azzurro, 2014. 122 pagine, 20 Euro.

Cippi Pitschen ffotografaga poco la vita a bordo delle sue navi. IN compenso non si risparmiava nel fotografare quel che gli capitava di vedere quardandosi intorno, verso l'orizzonte (dalle  sue gallerie di Facebook)

Cippi Pitschen fotografava poco la vita a bordo delle sue navi. In compenso non si risparmiava nel fotografare quel che gli capitava di vedere guardandosi intorno, verso l’orizzonte (dalle sue gallerie di Facebook)

In una sua lettera del 1989, Cippi Pitschen racconta un episodio fotografico capitatogli a bordo, episodio che produce una riflessione sul senso della vita. Quel brano si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 1 luglio 2015

Werner Heisenberg secondo Jérôme Ferrari: angoscia

Uscito nel 2015 da Actes Sud

Uscito nel 2015 da Actes Sud

In questi anni fitti di rievocazioni della grande guerra 14-18, Jérôme Ferrari si sofferma invece sul secondo conflitto mondiale; o meglio su uno dei suoi personaggi forse marginali, ma importante, e ricordato soprattutto per altro.

Si tratta di Werner Heisenberg, fisico tedesco classe 1901 che si guadagnò il Nobel per la fisica nel 1932 per la creazione della meccanica quantistica, la cui applicazione, tra le altre cose, ha portato alla scoperta delle forme allotrope dell’idrogeno.

In particolare, il suo Principio di indeterminazione afferma che la misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quantità di moto oppure energia e tempo, non può essere compiuta senza un’incertezza ineliminabile.

Dunque Il principio (Le principe), che è proprio il titolo di questo libro dello scrittore còrso, uscito dall’editore arlesiano Actes Sud in questo primo scorcio di 2015.

In virtù delle sue conoscenze in tema di fisica atomica, Heisenberg fu coinvolto dal regime nazista nel gruppo di scienziati che cercavano applicazioni militari dell’energia nucleare. Suo malgrado? Per disattenzione? Convinto? Sabotatore del programma? Ferrari lascia intravedere tutte queste sfumature in una prosa che per una volta si fa contorta e pesante.

Quasi il suo scopo preciso fosse proprio quello di trasmettere la difficoltà del pensiero, l’ansia, l’angoscia.

Werner Heisenberg

Werner Heisenberg

Non ci sono, tranne che in poche, luminose pagine, tracce della sua narrazione fluida e piacevole, magari anche nel narrare la tragedia o il terrore. Questa prosa non è per niente piacevole, né cerca di esserlo. Periodi lunghissimi e contorti, paginate e paginate senza un capoverso, frasi che stentano a trovare un bandolo…

Davvero, se voleva trasmettere il tormento del pensiero di Heisenberg, ci è riuscito benissimo.

Questo librino piccolo – quasi un messale – inusitatamente di forma oblunga (o quella?) brilla solo occasionalmente dei lampi ferrariani cui ci avevano abituato altri suoi precedenti romanzi. Ma alla fine, miracolosamente, rimane la sensazione di aver letto un libro importante. Triste, pesante, angoscioso. Ma pur sempre un libro importante.

Per la cronaca 1Jérôme Ferrari: Le principe. Actes Sud, marzo 2015. 176 pagine, € 16,50. Qui si può leggere l’inizio del libro.

Per la cronaca 2: Tempo addietro si era ragionato su due altri libri di Ferrari:  qui (anima perduta) e qui (il sermone).

Pubblicato da: miclischi | 24 giugno 2015

Le macchine fotografiche di Luciano Lischi 8/8

Compattina Pentax Espio

Compattina Pentax Espio

Ed eccoci all’ultima macchina fotografica con cui Luciano Lischi ha scattato delle foto. Era la compattina della moglie Jolanda, regalatale dal figlio perché voleva  fotografare i pescatori sugli scogli davanti a casa. Non si era mai dilettata di fotografia con le macchine “complicate” del babbo Leopoldo Nardi o del marito. Ma con questa compattina dal prodigioso zoom Jolanda trovò una sua ispirazione fotografica. Nei suoi archivi, oltre alle tante foto dei nipoti e del cane Pico, anche i paesaggi marinesi, specie quelli invernali, o la maniacale documentazione delle intemperanze parcheggistiche dei camper e delle roulotte sul lungomare. E c’è anche quello scatto delle bilance di Boccadarno con dietro le Apuane innevate che le fruttò un premio al concorso fotografico organizzato dalla circoscrizione, nella categoria “anziani”.

Una delle ultime foto scattate da Luciano: potature a Portalucca

Una delle ultime foto scattate da Luciano: potature a Portalucca

Luciano ereditò volentieri quella macchinetta quasi tascabile, e prese a portarsela in giro per congressi e viaggi di piacere, diventati rari negli ultimi anni della sua vita. E proprio con quella compattina, si tratta di una Pentax Espio 115, scattò le ultime foto di una potatura d’alberi a Portallucca. Forse un’abitudine durata tutta la vita: documentare operazioni realmente o presuntamente dannose per l’ambiente e il paesaggio.

Lo stesso rullo contiene anche foto scattate nel salotto di casa a Pisa, ai familiari, e anche una foto di sapore cippiano a una inusitata scritta polemica sui cani feroci e pericolosi.

Lo stesso rullo, quello con cui Luciano aveva scattato le sue ultime foto, fu poi finito – anche per vedere cosa c’era dentro – in occasione di una visitina al mercatino di Bientina

Dall'ultimo rullo di Luciano

Dall’ultimo rullo di Luciano

Ed ecco le foto di Bientina, scattate alla fine dell’estate 2010, pochi mesi dopo la scomparsa di Luciano.

Al mercatino di Bientina per finire l'ultimo rullo di Luciano

Al mercatino di Bientina per finire l’ultimo rullo di Luciano

Alcuni scatti marinesi del 2015

Alcuni scatti marinesi del 2015

Negli anni ’80 e ’90 del ‘900, quando l’avvento del digitale era ancora lontano,  fu tutto un fiorire di compatte di tutte le fogge, e la gara (un po’ come succede oggi con le bridge digitali) si giocò soprattutto sulla potenza degli zoom. Questa ha un modesto 38-115 f. 4 (apertura minima 8.8) rumorosamente motorizzato, che ai tempi (uscì nel 1992) doveva apparire abbastanza fenomenale.

Totalmente automatica (si può solo scegliere si non usare il flash, di scattare esposizioni multiple, e simili), questa compatta presenta tuttavia alcune soluzioni tecniche utili, come il correttore di diottrie per il mirino e la possibilità di scattare foto “panoramiche” (in realtà viene tagliato il fotogramma e la striscia sul negativo misurerà 13×36 mm). C’è anche il modo macro, e insomma qualche ruzzino ci si può fare. Come usava a quei tempi, la sensibilità della pellicola viene letta in automatico sul codice del rullino. Se non trova il codice, considera in automatico 25 ASA.

Fatti un paio di rulli per riprendere la mano con questa compattina rimasta troppo a lungo inutilizzata, si constatò che sembra gradire i 400 ASA più che i 100, anche nel regolarsi con il flash. La limitazione maggiore, oltre a un’ottica non eccellente, deriva dalla rumorosità dello zoom, che a volte risulta quasi imbarazzante. Però una macchinetta di piccole dimensioni, pronta all’uso e con flash incorporato, dopotutto, perché no?

Notturno con flash

Notturno con flash

Per la cronaca 1: Il manuale d’uso di questa compattina si trova qui.

Per la cronaca 2: le precedenti macchine di Luciano Lischi sulle quali s’era ragionato sono queste:

Sida,

Fiamma Box 127,

Ferrania Condor,

Leica con passo a vite,

Rolleiflex, 

Minox microfilm,

Jenaflex AM-1.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 28 maggio 2015

L’organo della cattedrale di Zanzibar

Al lavoro sulle canne

Al lavoro sulle canne

Sarà stato forse il 1995. A Zanzibar arrivò un omìno con la tuta da lavoro accompagnato dalla moglie in ciabatte. Passava le giornate in chiesa, nel senso nella cattedrale anglicana (c’è anche quell’altra, cattolica) a trafficare in ambienti semibui e angusti. Era un operaio in pensione di una fabbrica britannica di organi (chissà se era proprio la Henry Willis & Sons) che era venuto a occuparsi del massiccio restauro del poderoso strumento, datato 1880.

A quei tempi il distinto operaio britannico permise di scattare un bel po’ di foto (probabilmente con la Pentax MX o la ME Super) che però poi si erano perse nel dimenticatoio.

Al lavoro negli anfratti della cattedrale (1995)

Al lavoro negli anfratti della cattedrale (1995)

Una visita recente a Zanzibar (se ne parlò tempo addietro qui, a proposito dello studio fotografico Capital Art Studio) fu l’occasione di andare a dare di nuovo un’occhiata all’organo (il quale nel frattempo – a detta degli incaricati della chiesa – è nuovamente in uno stato che necessita manutenzione straordinaria). E quindi, conseguentemente, ricerca dei negativi fortunatamente ben archiviati (ma senza data!), scansione, ed eccoli qua, quegli scatti di argomento artigianal-musical-storico.

Fu un’esperienza straordinaria, assistere a quel lavoro possente e arcaico. La quantità e la varietà delle canne smontate e posate a terra in angusti sgabuzzini o magnifici ambienti ecclesiastici era davvero stupefacente. Le canne a sezione quadrata in legno, quelle di metallo classiche a tubo, quelle a trombetta… E le dimensioni: da quelle possenti e pesantissime a quelle che parevano fischietti… E la pazienza, l’infinita pazienza con cui quell’artigiano esperto maneggiava, smontava, rimontava, registrava… Davvero delle giornate indelebili.

Alcune delle foto scattate durante il restauro degli anni '90.

Alcune delle foto scattate durante il restauro degli anni ’90.

Non c’è traccia dell’organo di Zanzibar sul sito del costruttore, ma neanche sul pregevole sito della International Organ Foundation, una delle organizzazioni che si occupano dei censimenti di organi a canne in tutto il mondo. Non c’è neanche la Tanzania nel database dei paesi fra i quali cercare…

L'organo di Zanzibar fotografato nel 2014

L’organo di Zanzibar fotografato nel 2015

Intanto però questa visita del 2015 ha ricordato il restauro degli anni ’90, e ha indotto a ritrovare questi vecchi negativi. E son soddisfazioni…

Durante l'accordatura

Durante l’accordatura (anni novanta)

Uno dei pippoloni dei registri

Uno dei pippoloni dei registri

Terme & Riviere - Anno 78 n. 2 - Febbraio 1979

Terme & Riviere – Anno 78 n. 2 – Febbraio 1979

Era il febbraio del 1979. Sul mensile Terme e Riviere fu recensita una recita dell’Italiana in Algeri di Rossini al teatro Regio di Torino. Fu una rappresentazione contestatissima dal pubblico, che scagliò grida e insulti (anche qualche monetina) all’indirizzo dei direttore d’orchestra (Vladimir Delman) e del regista (Ugo Gregoretti), colpevoli di aver “personalizzato” il lavoro rossiniano.

Scene paradossali, sfogo di aggressività repressa, fu scritto, evocatrici del film Rollerball. Questo passaggio, forse chiarisce la situazione:

Il pubblico gode quando un’opera è cantata così come la sente lui, ed è tanto più soddisfatto quanto più l’esecuzione si avvicina a quella dei dischi che ascolta comodamente dalla poltrona del salotto e la scenografia gli ricorda quel meraviglioso allestimento di tanti anni fa. Questo pubblico si dimentica un po’ troppo spesso del fatto che dietro al sipario non c’è un grande grammofono che produce musica e canto a richiesta, ma c’è una gran quantità di persone, di artisti, che lavorano, pensano, creano con una sensibilità umana e artistica loro propria, con tutta probabilità non coincidente con quella di coloro che sono venuti a vedere i risultati dei loro sforzi.

Ecco, quell’immagine del grande grammofono dietro al sipario ha continuato a frullare e rimbalzare fra gli angoli della mente per tutti questi anni.

Se ne ragionava tempo addietro qui a proposito della prima mondiale del Ghetto di Colombini al Teatro Verdi di Pisa, e delle considerazioni si Nikolaus Harnoncourt proprio sui motivi che spingono il pubblico ad andare a teatro.

Dai e poi dai, alla fine venne l’idea di chiedere all’artista Guido Bartoli di pensare quell’immagine, da utilizzare proprio su queste pagine per introdurre d’ora in avanti tutte le recensioni di spettacoli musicali. Due chiacchiere con l’artista per illustrare l’idea, qualche schizzo maldestro, ed ecco finalmente l’eccellente risultato scaturito dal pensiero, dal tratto e dai colori di Guido Bartoli, il quale è riuscito alla perfezione nel tradurre l’idea originale in un’opera d’arte. Bene! Bravo! Bis!

Il talento di Guido Bartoli

Il talento di Guido Bartoli

Pubblicato da: miclischi | 24 maggio 2015

Paolo Rumiz: in viaggio con Annibale

Un libro di avventure

Un libro di avventure

Ah, che bella storia, ah che bei viaggi, ah che bel modo di raccontare… Il libro di Paolo Rumiz dal titolo Annibale, pubblicato dapprima nel 2008 e poi riproposto nella Universale Economica Feltrinelli nel 2013, si legge tutto d’un fiato. Infatti è un libro di avventure.

Ma è anche un libro di storia (dopo tutto si parla del condottiero cartaginese ricordato soprattutto per gli elefanti con cui attraversò le Alpi); ma è anche un libro di geografia (ci porta in giro dal Nordafrica alla Spagna, a varie regioni d’Italia e poi in Medio Oriente, fino all’Armenia e poi infine sulle rive asiatiche del Bosforo); ma è anche, soprattutto, un inno alla gioia del sapere, dello studiare, dello scoprire e del riscoprire, alla sete inestinguibile di conoscenza.

Nel raccontare il proprio  viaggio l’autore salta in continuazione in avanti e all’indietro compiendo salti di oltre duemila anni. Cambiano i luoghi e i contesti, lungo l’itinerario sulle orme di Annibale, e Rumiz non si esime dall’affiancare gli squallori della modernità alle ricostruzioni storiche basate sulle testimonianze degli storici romani. E così, il capitoletto La malinconia dei popoli vinti inizia con queste desolanti note: Rossano è un orrore cementizio tagliato fuori dal mare da una linea ferroviaria priva di sottopassi e separato dalla montagna grazie a una viabilità assurda che non indica alcuna direzione.

Gebze (Turchia): monumento a Annibale

Gebze (Turchia): monumento a Annibale

Ma ci sono anche le pagine poetiche dedicate agli innumerevoli incontri lungo le strade degli anni 2000: le più toccanti sono quelle che narrano dell’incontro con un pastore armeno e la sua famiglia, spersi in mezzo al nulla, a parlare di Annibale, quello che ha fatto il grande giuramento contro Roma.

Un libro sulla curiosità, fonte primaria del seguir virtute e canoscenza, ma anche un libro sulle modalità del viaggio. E così, una volta compiuta la missione di ritrovare tutte le tappe di Annibale, nel riattraversare il Bosforo verso l’Europa, Rumiz si sofferma sull’essenza stessa del viaggiare: …forse, grazie a quell’uomo, qualcosa di nuovo è entrato per sempre nel mio modo di viaggiare. Vorrei dire ai turisti accanto a me: buttate via guide e tour operator, costruitevi da soli i vostri sentieri invisibili. Ritrovate la dimensione fantastica del viaggio.

Ah, che bella storia, ah che bei viaggi, ah che bel modo di raccontare…

Paolo Rumiz: Annibale. Feltrinelli (Universale Economica), 2013. 192 pagine, 8 euro.

Pubblicato da: miclischi | 18 maggio 2015

Jolanda Nardi-Lischi, dieci anni dopo

Jolanda nel 1959

Jolanda nel 1959

Dieci anni, sembra impossibile ma sono già passati dieci anni da quando Jolanda se ne è andata.

Ma da quel maledetto 18 maggio fatto di concitazione, ambulanze, lettighe e pronto soccorso, questi dieci anni hanno consolidato la presenza di Jolanda nelle persone che le hanno voluto bene. Jolanda agrodolce, spiccia e brusca anche nel suo esser affettuosa, Jolanda e i suoi insegnamenti, sparsi ai Quattro Venti (!) fra quanti hanno potuto o voluto accoglierli.

Nel 2012 – nel frattempo se n’era andato anche Luciano – in un libriccino di poche pagine si raccolgono testimonianze, ricordi, emozioni.

L’amica da sempre – Bruna Cordati – e la figlia di Jolanda – Sandra – intrattengono una specie di corrispondenza sulle pagine di questo libro e ricordano la loro mamma/amica, ognuna dal proprio punto di vista.

Quel libriccino, per chi non lo avesse visto, si può leggere online qui, oppure lo si può acquistare a prezzo di costo (naturalmente scegliendo l’opzione “copertina morbida”) dalla pagina web di Blurb.

Si può leggere online (basta cliccarci su)

Si può leggere online (basta cliccarci su)

 

Pubblicato da: miclischi | 15 maggio 2015

Vivaldi secondo Sardelli: una storia seria

Il Maestro Sardelli mentre presenta il suo libro da Feltrinelli a Pisa il 3 aprile 2015

Il Maestro Sardelli mentre presenta il suo libro da Feltrinelli a Pisa il 3 aprile 2015

Federico Maria Sardelli, irresistibile penna satirica e irriverente del Vernacoliere, quando vuole sa essere molto serio. Ma proprio serissimo. Per esempio in uno dei suo alter ego, quello del musicista-musicologo, in particolare studioso ed esecutore delle musiche di Antonio Vivaldi. Nel suo saggio-romanzo pubblicato all’inizio del 2015 da Sellerio, L’affare Vivaldi, non parla propriamente del compositore veneziano, bensì della storia del ritrovamento dei suoi manoscritti autografi all’inizio del ‘900, dopo un paio di secoli di oblio. Questa storia l’aveva raccontata molto bene nella prima puntata del suo ciclo di trasmissioni dedicate a Vivaldi su Radio3 (nel programma I maestri cantori, qui c’è il podcast), ma in questo libro mette in pratica una tecnica narrativa molto efficace: alterna la storia delle vicende seguite alla morte di Vivaldi nel 1741 con il racconto della riscoperta dei manoscritti nel 1925 da parte degli studiosi della Biblioteca Nazionale di Torino.

Copie aurografate

Copie aurografate

Un libro piacevole e svelto che ci guida attraverso ipotetici scenari succeduti alla morte del prete rosso (e qui emerge il personaggio storico/narrativo del fratello di Vivaldi, Francesco), i vari collezionisti che si aggiudicarono i manoscritti vivaldiani, via via fino all’oblio, causato principalmente dall’inconsapevolezza – da parte dei vari successivi e frammentati proprietari – del valore storico ma sopratutto musicale di quei volumi rilegati. A far da contraltare, gli scenari – molto più documentati – legati al ritrovamento e alla valorizzazione dei manoscritti, prima una parte poi l’altra, una in Piemonte, l’altra a Genova. In entrambi i casi, in pieno fascismo, i mecenati che resero possibile l’acquisizione dei manoscritti da parte della Biblioteca Nazionale di Torino (Roberto Foà e Filippo Giordano) erano entrambi ebrei, e poco dopo furono costretti a scappare per salvarsi la vita. E in pieno fascismo compaiono le figure di Ezra Pound, che pure contribuì alla diffusione della musica di Vivaldi, caratterizzato da Sardelli come insopportabilmente arrogante, e anche di Mussolini, che beneficiò anche del dono del violino ritrovato insieme ai manoscritti. Ma i personaggi che il Sardelli non esita a definire eroi di questa vicenda sono Luigi Torri, direttore della Biblioteca Nazionale di Torino, e Alberto Gentili, musicista e musicologo che per primo capì il valore dei manoscritti. Grazie a loro gli spartiti vivaldiani sono oggi patrimonio comune, invece di esser finiti dispersi chissaddove fra collezionisti, mercanti d’arte, mercatini etc.

Manoscritto vivaldiano

Manoscritto vivaldiano

E racconta e racconta, il Sardelli, a volte partendo per gradevolissime digressioni narrative (come lo splendido episodio dell’anarchico genovese rifugiato a casa Durazzo), ma poi tornando subito a bomba, alla ricostruzione filologica e serissima della vicenda dei manoscritti. Ecco, è come se fra le due tendenze che si attirano e si respingono quasi fossero legate a un elastico (la vena narrativa pura e il rigore del musicologo) prevalesse alla fine la seconda. E in questa frase dedicata all’abasciatore a Venezia Giacomo Durazzo, uno dei tanti collezionisti che hanno avuto fra le mani gli spartiti vivaldiani, il Sardelli pare proprio parlare di sé e della propria inestinguibile passione:

Uscito nel 2015

Uscito nel 2015

…. Non si può immaginare  quante soddisfazioni possano dare questi oggetti inanimati e polverosi a chi li ama; chi inizia a provarne piacere finisce poi per diventarne schiavo, maniaco, ma è ripagato da gioie ed eccitazioni quasi infantili, inimmaginabili dai non iniziati.   Federico Maria Sardelli: L’affare Vivaldi. Sellerio, Palermo, 2015. 304 pagine, 14 euro.

Un’intervista a Sardelli, trasmessa da Radio 3 nel programma Radio 3 Suite, si può ascoltare qui.

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