Pubblicato da: miclischi | 26 febbraio 2015

Il Leviatano di Philip Hoare: le balene, le storie, la Storia

Uscito in inglese nel 2008. L'edizione italiana (Einaudi) è del 2013

Uscito in inglese nel 2008. L’edizione italiana (Einaudi) è del 2013

In inglese è cosa comune che la stessa parola sia usata come sostantivo o come forma verbale. Call, ad esempio, significa sia chiamare che chiamata. Whale, la balena, nella forma verbale to whale significa cacciare balene, e nel participio sostantivizzato whaling diventa l’attività baleniera. Un po’ come fish, to fish, fishingBalenare in italiano ha più a che fare con i temporali che con i cetacei, e nonostante il dittico ittio-nautico sia affascinante,  salpa/salpare non funziona. Con pesce/pesc(i)are ci si avvicina un po’, non fosse per quella i di troppo. Nel settore zoo-venatorio non va molto meglio: nel caso del leopardo, il verbo leopardare – segnatamente nel participio aggettivizzato – ha più a che vedere con l’abbigliamento ghiozzo o con la proverbiale tazza che con i safari africani.

Ma si diceva: la balena, la caccia alla balena. Questo poderoso libro pubblicato dall’inglese Philip Hoare nel 2008, Leviathan,  guarda alle balene da innumerevoli punti di vista, e la sovrapposizione della stessa parola, ora a designare l’animale (o meglio numerosi animali) ora le attività di caccia (nelle sue innumerevoli evoluzioni legate alla storia della marineria, al mutare dei contesti socioeconomici delle varie regioni del mondo e al progresso tecnologico) accompagna tutta la narrazione.

Perché di narrazione si tratta. Mascherato da saggio sulle balene, sulla biologia di questi animali conosciuti quasi solo da morti, ma anche sulle attività baleniere, sui conflitti internazionali e  sulla graduale consapevolezza della necessità di adeguate misure di conservazione, questo libro si può leggere anche come un romanzo avvincente.

La cornice imponente all’interno della quale si srotolano tutte le storie che ruotano intorno alle balene è, naturalmente, Moby Dick, di Hermann Melville.

… un libro da leggere due pagine alla volta, un testo trascendentale. Ogni volta che lo leggo, è come se fosse per la prima volta. Studio la mia edizione tascabile durante un tragitto in metropolitana con la stessa concentrazione con cui la donna col velo seduta vicino a me legge il suo Corano.

Ma il numero impressionante di fonti verificate dall’autore, i volumi consultati, le interviste fatte ai quattro angoli del mondo, rendono la dimensione del racconto davvero poliedrica.

Una delle illustrazioni del libro

Una delle illustrazioni del libro

Per di più, l’autore, narratore, ricercatore, whale-watcher non fa per niente l’asettico o il distaccato. Anzi. La propria personale esperienza è sempre presente: dalle fascinazioni fanciullesche, alle letture giovanili, alle emozionanti esplorazioni adulte, in un crescendo vertiginoso di immedesimazione con il mondo acquatico dei cetacei e di percezione sempre più precisa delle affinità fra gli umani e le balene. Come nella scena toccante della morte della madre, con quell’ultimo respiro…

Eppure l’autore, pur nelle sue sempre presenti e fortissime emozioni, non sconfina mai nelle melensaggini new-age o nei deliri animalisti. Piuttosto, passa in rassegna con grande lucidità la storia del sistematico sterminio delle balene. E qui si mescolano le eroiche imprese dei marinai e degli armatori di Nantucket con i conflitti per il dominio mondiale del mercato dell’olio di balena (proprio negli anni della rivoluzione americana anche questo scontro commerciale entrò nello scenario geopolitico), con le innumerevoli applicazioni dei prodotti della caccia alle balene, che cominciarono a declinare quando si diffuse l’uso del petrolio.

Londra divenne la città meglio illuminata del mondo. Negli anni ’40 del ‘700 cinquemila lampioni bruciavano olio di balena…

Un'altra immagine dal libro

Un’altra immagine dal libro

Ci sono i dati crudi e agghiaccianti sul numero di balene cacciate in un dato anno o in un dato periodo. L’arrivo dei cannoni lancia-arpioni. L’ingresso del Giappone nella corsa al cetaceo. Le navi attrezzate per la pesca e la lavorazione e conservazione del prodotto. La riluttanza della Norvegia ad accettare le convenzioni internazionali. I dati falsificati al ribasso dalle autorità sovietiche… Ma ci sono anche innumerevoli passi poetici, tantissimi richiami alla letteratura, pagine molto appassionanti sui rapporti fra Melville e Hawthorne, insomma un libro che scorre via veloce come l’acqua sotto la chiglia di un veliero. Fra l’altro tutta la narrazione è fittamente arricchita di immagini. Che siano antiche incisioni, pubblicità d’epoca, fotografie antiche o moderne.

Un libro che lascia, alla fine, con due desideri dominanti:

1. Rileggere per l’ennesima volta Moby Dick. Forse, dopo essersi appassionatamente addentrati nel lavoro di Philip Hoarse, il capolavoro di Melville rivelerà nuove dimensioni sorprendenti;

2. Trovare il modo, prima o poi, di andare a gettare un’occhiata su quelle coste del New England dove una volta era concentrata la marina baleniera più potente del mondo, quelle stesse coste dalle quali sentì l’impellente necessità di salpare proprio lui, Ismaele.

Infine...

Infine…

Per la cronaca 1: L’edizione italiana Einaudi eccola qui.

Per la cronaca 2: L’edizione inglese si può ordinare da qui.

Pubblicato da: miclischi | 8 febbraio 2015

L’Otello di Lo Cascio al Verdi di Pisa: moderatamente godibile

Luigi Lo Cascio parla del suo lavoro durante l'incontro con il pubblico organizzato da Franco Farina poco prima dello spettaccolo

Luigi Lo Cascio parla del suo lavoro durante l’incontro con il pubblico organizzato da Franco Farina poco prima dello spettacolo

Prologo

– Gua’, o te? ‘Sa ci fai vì, ‘un eri un patito der Montino? O quella d’andà ar Doppiozzero?

– Esaòsa, c’era un pigiapigia dar Montino, poi mi sa che cor negozio rifatto c’è ancora meno spazio, s’aveva fretta, siamo venuti a provà vì.

– Era bòna la pizza?

– Guarda, ormai guasi dappertutto (ma dar Montino no!) usa la pizza finefine che se provi a prendenne ‘na fettina ‘n mano ti ‘asca tutta penzoloni. Dice a’ giovani ni piace ‘osì. La cecina però, si pole dì?, era favolosa.

– Obbravo. E ora dove c’hai d’andà, così a corsa?

– Si va a vedé l’Otello ar Verdi.

– L’Otello? O ‘un era l’anno scorso? O che banda è, lo rifanno digià?

– Ar Verdi, mìa di Verdi! Vésto vì è ‘n prosa. Ma no véllo di Scèspi, dice l’ha rifatto a modo suo Lo Cascio, véllo de’ Cento passi. Addirittura pare lo faccino in siciliano, ce l’ha raccontato pòo fa ir regista nella sala dei concerti ar treatro.

– Allora poi magari va a finì che ‘un ci ‘apisci ‘na seganulla.

– Dice si ‘apisce uguale. Vai, domani te lo ridìo.

– Bòna.

– Bòna.

Il poderoso Vincenzo Pirrotta (Otello) con Giovanni Calcagno (il soldato)

Il poderoso Vincenzo Pirrotta (Otello) con Giovanni Calcagno (il soldato)

Il giorno dopo.

– Oh, rieccoti, allora era bello vest’Otello? L’Esurtate l’ha fatto ammodo?

– Ma allora sei duro, dé, te l’avevo detto ‘un era ‘véllo di Verdi! Era uno spettàolo di prosa! Ma anche se ‘un ha fatto l’Esurtate, te lo posso dì? ‘Vest’Otello, coso, Vincenzo Pirrotta, era proprio un fenomeno. Recitava, s’agitava di và e di là come un ossesso, rantolava, piangeva, si buttava per le terre… Un attore davvero coi fiocchi. E nelle frasi d’amore alla su’ povera Desdemona, tu l’avessi sentito… roba da brividoni. La rabbia (mi veniva da dì la turchesca rabbia), l’odio e l’amore, la tristezza, l’esurtanza (!), la tenerezza, tutte velle robe lì racchiuse in quer pover’omo, ir Pirrotta l’ha fatto proprio bene, bisogna proprio dillo.

– E ir siciliano? Via giù, dillo, che un c’hai ‘apito nulla.

– No guarda, t’assiùro, ir siciliano alla fine ‘un è stato un gran probrema. Fattelo dì da uno che ha sentito tutto ‘r Boris in russo alla Scala dal loggione, e ha goduto da morì. Secciripenzo… ott’ore di ‘oda per la strada e poi cinqu’ore ‘n piedi, abène, s’era giovani… Ir fatto è che in certi momenti di vést’Otello ‘un si sentiva guasi nulla.

– Dé, come un lo sapessi che sei doventato sordo a forza d’andà sott’acqua! Ar treatro ci devi andà, sì, ma con la ‘ornetta all’orecchio!

– O lascia sta’ ‘subacquei! Se ti dìo che un si sentiva ammodo dammi retta. A vorte sì, ma a vorte no. Come quando dé, arriva Iago (che poi sarebbbe proprio lulì, Luigi Lo Cascio detto Gigi) che si strascina per tutto ‘r corridoio della pratea ir sordato che lo tiene per una fune, e principia a ragionà… , te lo posso dì, lì davvero ‘un s’è capito ‘na sega. Hanno vorsuto usà ‘migrofani, ma si vede avevano spippolato un po’ a casaccio sulle ‘onsolli ‘lettronie, e alle vorte arrivava un sòno ‘mpastato che davvero un si ‘apiva nulla.

– Mah, sarà, per me siei te che ‘un capivi.

– Ascorta, la povera pupporona Desdemona, peresempio, un parlava mìa siciliano, parlava di morto italiano, eppure anche lei, sarà che sapeva che di lì a pòo l’avrebbano ammazzata, ma ‘un si sentiva mìa bene véllo che diceva. Si dimenava co’ cortelli o co’ bastoni in mano, ma quando c’aveva varcosa da dì, ir migrofano non l’aiutava mìa tanto. Valentina Cenni, si chiama l’attrice, e ir regista aveva spiegato pòo prima d’andà ‘n scena che l’aveva fatta parlà in italiano per fa vedé com’era diverza da Otello (ir quale, già che ‘un era negro, armeno quarche diversità se la dovevano ‘nventà).

– Insoma, via, dillo, t’ha fatto caà.

– Nono, maccosa dici: lo spettàolo ner su’ inzieme ‘un m’ha mìa sfavato! Iago l’aguzzino, inzomma, via, la merdaccia della situazione, Gigi l’ha fatto ammodo, e poi s’è ‘nventato di principià e finì la storia cor ir corpevole in prigione… e anche la scena guasi finale di luilì che si fa fa’ ‘r ritratto, varda, è stata davvero ‘na ganzata. Non c’ho capito ‘na sega di perché alla fine vanno a finì ‘n sulla luna, o cosa c’incastra? Ma dicedé, se si ‘apisce tutto ‘un c’è gusto… Poi c’era anche ir sordato, quello che sta lì sur bordo der parco a raccontà ver che succcede nella storia, un po’ come vell’omìni dei carretti siciliani che raccontano le storie dell’eroi delle crociate e l’ammazzamenti nelle guerre e nelle storie di ‘orna… Oppure velli là che manovrano i burrattini siciliani con le spade técche ‘n mano… Ecco, quella era proprio una bell’idea, e anche lui (Giovanni Calcagno) c’ha fatto la su’ figura.

– Ma un bell’Otello come quello dell’anno scorso con Palombi, dillo, giù, t’avrebbe fatto godé di più.

– O come ragioni? Cosa c’incastra, te lo devo ridì? E vero che nel mentre che si svorgeva la storia, siciliano o non siciliano, si rionoscevano arcuni de’ pezzi forti (Ora e per sempre addio, Dio mi potevi scagliar…) E poi quando arriva Otello ‘n camera e sveglia la povera Desdemona e ni dice di pregà, guarda, siciliano o non siciliano, Lo Cascio o Boito, esaòsa, Scèspi ci sapeva di morto andà, e anche in questo spettàolo vì, te l’asssiùro, l’amosfera d’Otello e de’ su’ trabagai l’hanno resa di morto bene.

– Allora ni si pole dà un ber voto?

– All’Otello, sia come opera che come personaggio e interprete, di siùro sì. Te l’ho detto e te lo ridìo: quer Pirrotta mi c’ha lasciato davvero di stucco. Per ir resto, sì, è stata ‘na bella rivisitazione della storia che si ‘onosce tutti per lo meno per via di Verdi. Ma ver sòno che andava e veniva e per lo più ‘un si sentiva, guarda, mi c’ha fatto rimané male. Mi riveniva ‘n mente la mi’ nonna che quando sulla televisionina in bianchennero guardava gli sceneggiati televisivi e arrivava una scena girata ar buio, e si mescolava tutto nello schermo sgranato pieno d’intelferenze (specie se era sur seondo, malidetto ir Monte Serra) diceva sempre la stessa frase: Quei barbagianni! Vogliono fa’ i firmi di notte e ‘un gli riesce. Ecco, dopo quest’Otello viene da dì che vogliano fa’ gli spettacoli co’ migrofani e ‘un gli riesce.

Luigi Lo Cascio

Luigi Lo Cascio

– Via giù, ci si rifarà alla prossima.

– Ci puoi giurà. Intanto siamo già qui a ballettà aspettando ir prossimo Scèspi, dice fanno il Màcbe a Marzo.

– Boia dé, in siciliano anche véllo?

– Ma càa dici, no, véllo di Verdi, vedrai lì ‘un ce n’è di migrofani.

– Ah, dé, menomale. Allora ci si vede lì. Bòna Ugo.

– Bòna. Alla prossima. Ma…, scusa se te lo ridìo, guarda che quell’Otello che parla in siciliano, e piange, e soffre, e ama… insomma, te lo posso ridì? Questo Pirrotta fenomenale m’è rimasto addosso come un Niun mi tema fatto a mestieri. Bòna…

Uscito in Francia nel gennaio 2015

Uscito in Francia nel gennaio 2015

Dopo le classicheggianti vicende dei localini della rive gauche e dei suoi inguaribili ottimisti, dopo l’epopea del ‘900 raccontata attraverso la prospettiva di una sola persona, con l’improvvisa comparsa di Che Guevara, Jean-Michel Guenassia cambia decisamente registro in questo romanzo crudele e avvincente che apre il 2015.  Prima di tutto ci si sposta in Inghilterra, con significative puntate in India e nei teatri di guerra delle “forze di pace” in medioriente. E poi, dalla grande narrazione epica l’autore sposta l’attenzione soprattutto sull’individuo, le sue sensazioni, le sue passioni, la sua conscia o inconscia spiritualità, sulle irrisolvibili tensioni derivanti dai suoi legami familiari, sul suo arduo percorso interiore.

Si chiama Trompe-la-mort, questo nuovo corposo lavoro di Guenassia: quasi quattrocento pagine pubblicate da Albin Michel. Scampamorte, questo protagonista che sembra immortale, tanto è sopravvisuto a innumerevoli incidenti, accidenti, cadute, risse, valanghe, ferite, fino all’abbattimento dell’elicottero con cui si apre il racconto, e oltre.

Fa un po’ effetto, proprio un 5 di febbraio, giovedì, rileggere questo incipit fulminante:

Sono morto giovedì 5 febbraio 2004 alle 7 e 35.

Già, perché uno dei temi su cui ruota la storia, e che si presta al titolo, è proprio la morte, intesa in senso lato. Davvero, quando si muore, si muore? Ma le persone morte sono morte davvero? E quando una persona sembra morta, non è che per caso è ancora viva? E ancora: si può decidere che una persona sia morta, cancellarla dalla propria esistenza, anche se in realtà è viva e vegeta? Si può decidere di sottrarsi agli altri, come se si fosse morti?

Il valore della vita, il valore della morte. La vita è una malattia incurabile, ammonisce la madre del protagonista poco prima della tragedia che lo segnerà per sempre. E quando Tom diventerà suo malgrado una star del cinema documentario di guerra, fornirà la sua personalissima visione del coinvolgimento delle coalizioni occidentali in medio oriente: Vinceranno loro perché non gli importa di morire. Noi invece abbiamo paura di scomparire, cerchiamo di proteggerci con ogni mezzo e diamo alle nostre vite un valore smisurato.

Jean-Michel Guenassia

Jean-Michel Guenassia

Tom Larch, nato a New Delhi nel 1972 da un ingegnere inglese e dalla collega indiana che viene ripudiata dalla famiglia per non aver acconsentito alle nozze preconfezionate già decise da suo padre, vivrà sempre un’esistenza fatta di contrasti. L’autorità paterna che contrasta la libertà di giocare con l’aquilone sul tetto della casa di Delhi; l’angoscia di vedersi catapultato nel suburbio londinese dove tutto è grigio; la presa di conoscenza della discriminazione razziale – lui che si considera indiano -, i conflitti nello sport, nei primi innamoramenti adolescenziali… e poi ancora, l’attaccamento formidabile alla madre e l’assenza del padre, la curiosità per la religione, mai del tutto esplorata, fino alla decisione di abbandonare il padre e arruolarsi volontario nei Royal Marines per farsi una vita davvero propria.

qui le persone erano grigie come i muri e gli impermeabili, il prato e il cielo…

Fin qui la storia si dipana in modo abbastanza lineare. Ma la frattura nella vicenda familiare di Tom produce anche una frattura narrativa. Si ritrova Tom anni dopo, già con un notevole bagaglio di esperienze militari in Irlanda del nord, in Africa, in Afghanistan, e infine in Iraq. E l’abbattimento dell’elicottero. Poi l’incontro con la reporter inglese, la ricostruzione della sua storia infinita di morti scampate, la scoperta dell’amore, la paternità…

I contorni della storia si sfrangiano un po’ con l’arrivo di nuovi personaggi, di nuove situazioni che non sembrano scalfire gli incrollabili principi del protagonista (un uomo senza telefono cellulare, che non è interessato ai soldi né al successo, ma solo al rispetto dei valori in cui crede). Eppure, questa prosa fluida e convincente, senza intoppi e addirittura avvincente, incoraggia a navigare senza esitazioni nella storia che sembra acquisire sempre nuove sfaccettature, rompendo schemi e riservando di continuo sorprese e cambiamenti di rotta.

Di crisi in crisi, di rottura in rottura, Tom finalmente rimette piede in India nel 2014, ed è come se si aggiungessero nuovi strati di consapevolezza, nuove angolazioni secondo le quali considerare la realtà, le tante manifestazioni della realtà.  La realtà? Ma quale realtà? La realtà raccontata da quale verità? Questo è davvero il tema dominante della storia.

Non riesco ad abituarmi al fatto che, in questo universo di finzione, nessuno dica la verità. La quale non ha nessuna importanza, è come una corrente d’aria, un raggio di sole, un ornamento della realtà, una tonalità di colore che la riflette e che si fa cangiante secondo i desideri o gli stati d’animo. Qui la verità non è binaria. Mi sono appena reso conto che è un’impossibilità assoluta. C’è un numero infinito di verità. Tutte ugualmente esatte e situate sullo stesso piano. Ce n’è forse una tangibile e concreta? Credo proprio di no. Anzi, questa è ormai la sola cosa di cui sia sicuro.

Nell’avvicinarsi alla fine del libro, ci sia aspetta una svolta, un lampo di redenzione… ma ormai si è fatta strada la convinzione che in un universo senza verità non ci possa essere alcuna soluzione all’esistenza difficile del protagonista. E infatti la storia si termina con una fine che è un nuovo inizio. Come una morte che ridiventa vita, come a sottolineare il tema strisciante – delicatamente indiano – della vita che trova nuove forme dopo la morte.

Un libro coinvolgente, conturbante, commovente, lieve nella lettura ma pesante nei contenuti, fonte infinita di riflessioni sui temi della solitudine, del potere, dell’onestà; ma forse, soprattutto, sulle difficili alchimie che regolano i rapporti fra genitori e figli.

Nessuno può predire il destino dei propri figli, se il loro percorso sarà quello delle nostre speranze o quello delle nostre peggiori paure. 

Wembley 1988

Wembley 1988

Per la cronaca 1: La colonna sonora del romanzo, che ritorna come mantra ossessivo, è la canzone Brothers in arms di Mark Knopfler, che il protagonista aveva sentito a Wembley nel 1988 eseguita dai Dire Straits con Eric Clapton in occasione delle celebrazioni per il settantesimo compelanno di Nelson Mandela. Qui c’è il video, mentre qui c’è il testo della canzone. Dallo stesso concerto sono citate anche Sultans of swingRomeo and Juliet.

Per la cronaca 2: Dei precedenti romanzi si era ragionato qui ( Le Club des Incorrigibles Optimistes) e qui (La Vie rêvée d’Ernesto G).

Jean-Michel Guenassia: Trompe-la-mort. Edizioni Albin Michel, gennaio 2015. 400 pagine, 22 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 1 febbraio 2015

Il vademecum di Bruno Canino: saggezza, ironia e umorismo

Un bel ritratto di Bruno Canino da Flo'n the go

Un bel ritratto di Bruno Canino (da Flo’n the go)

Vedi la bellezza delle fiere del libro: navigando fra gli innumerevoli stand e le cataste interminabili di libri del Pisa Book Festival 2014, capita anche di trovare un libriccino svelto e invitante, pubblicato nel 1997 da Passigli e mai notato prima. Si tratta del Vademecum del pianista da camera  scritto dal pianista Bruno Canino per fornire qualche dritta alla categoria del tutto particolare di esecutori che sono appunto i pianisti da camera.

Violino e pianoforte, pianoforte e chitarra, trii, quartetti, quintetti, pianoforte a quattro mani, due pianoforti, e innumerevoli altre combinazioni.

Strutturato per argomenti in ordine alfabetico (da abitovoltapagine) il libriccino (140 pagine in formato tascabile) passa davvero in rassegna tantissime situazioni che ruotano attorno alla performance da camera con pianoforte. Prevale con forza l’intento didattico per fornire dritte agli esecutori basate sulla lunghissima esperienza di studio e di palco. Ma Bruno Canino non si lascia scappare l’occasione di dire come la pensa un po’ su tutti gli argomenti, musicali e non.

L’abbiamo or ora detto a proposito del fortepiano: aggiungiamo qui, una volta per tutte, che certamente al pianista non farebbe male conoscere il clavicordo, il clavicembalo, l’organo. E, certamente, essere capace di cantare.

Passigli, 1997

Passigli, 1997

E’ una prosa svelta, precisa, raffinata, infiorettata qua e là, senza strafare, di parole tedesche o francesi, o anche in greco antico. Ma la leggibilità è davvero massima anche per i semplici appassionati di musica. Non mancano accenni ironici alla rivalità fra gli interpreti che si contendono gli spazi sul palco o che pretendono di prevalere sugli altri musicisti, mentre l’approccio caniniano è decisamente paritario. Ci sono qua e là anche accenni al lavoro dell’interprete: i disagi delle trasferte, le controversie sui compensi… Insomma proprio un compendio di idee sul far musica, incidentalmente con il pianoforte, incidentalmente suonando musica da camera.

Ci sono lampi di sorprendente lirismo, o sbuffi d’umorismo, ma anche idee narrative geniali, come l’incipit della voce Voltapagine:

S’incarna in una fanciulla bionda un po’ demodée, o in un signore anziano, forse vedovo…

Infine, nel capitolo omonimo, un bel discorso sull’improvvisazione:

Ma in realtà il più vero senso dell’improvvisazione, a nostro parere, deve essere – in un certo tipo di repertorio – nella disponibilità, da parte di chi suona, a dimenticare di aver letto, studiato e ristudiato, eseguito e straeseguito un pezzo; ad addentrarcisi con la gioia e la trepidazione della scoperta, simulando con candida fede di non conoscerlo; e ad accettare suggerimenti e stimoli che gli possano giungere da una diversa considerazione del testo, o dai suoni che i compagni di viaggio producono; e anche dallo strumento, dallo stato del proprio animo e dai propri muscoli; e da mille altre sollecitazioni esterne.

Insomma una lettura davvero coinvolgente, e la scoperta che un bravo musicista può anche essere un bravo scrittore.

Bruno Canino: Vademecum del pianista da camera. Passigli editore, 1997. 144 pagine, 10 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 25 gennaio 2015

Pietro Leveratto: vivere in compagnia della musica

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

E’ abbastanza raro incontrare una persona che non abbia nessun interesse per nessun tipo o genere di musica. Esistono, ma sono rare. Forse altrettanto rare sono le persone che trovano interessi, emozioni e stimoli in tutti i generi musicali. Di sicuro Pietro Leveratto è uno di quest’ultima categoria.

Nel suo libro Con la musica – Note e storie per la vita quotidiana, uscito alla fine del 2014 per Sellerio, infatti, non c’è settore che rimanga ignorato: dall’opera, al jazz, al pop italiano ed estero, alla musica classica, quella etnica, e anche un bel po’ di musica “sconosciuta”. Si legge nel risvolto che fa il docente di conservatorio e il contrabbassista, ma certo queste professioni musicali non basterebbero di per sé. Si intuisce che l’autore è una di quelle persone che della musica ha bisogno come di nutrimento, e nel cibarsene non ha pregiudizi di nessuna sorta.

E sembra quasi incredibile che l’indice dei nomi in fondo al volume occuppi soltanto tredici pagine, tanti  sono gli artisti citati come soggetti principali, o secondari, o solo come comparse negli infiniti ribedoli. Nel compilare questo catalogo delle emozioni musicali l’autore ricorre a dei “pretesti”, diligentemente elencati in ordine alfabetico (si va da Agorafobia fino a Vulcaniani e altri extraterrestri).

E così, abbastanza naturalmente, troveremo nel capitolo Insonnia un corposo ragionamento sulle Variaizoni Goldberg, con significativi incisi su Wanda Landowska e Glenn Gould. Nel capitolo Farsi un amico, perdere un amico si arriva a ragionare sui rapporti fra musicista e librettista (Verdi e Boito, ma anche Richard Strausss e Hugo von Hofmansthal). Curioso però che la sezione dedicata a questi  ultimi due sia intitolata all’opera Arianna a Nasso, benché poi si parli di tutt’altro (nel senso di altre opere).

Pietro Leveratto (fotografia di Roberto Serra)

Pietro Leveratto (fotografia di Roberto Serra)

A proposito di titoli, citazioni. etc.: l’autore si pregia di citarli sempre in originale (tedesco, inglese, francese, etc.). Ma soltanto quando fa citazioni in cirillico si premura (e meno male!) di tradurle in italiano Forse presuppone nel lettore (in tutti i lettori!) una cultura paneuropea che forse, invece, via, giù…

Musica, musicisti,brani, situazioni, storie, aneddoti… questo libro, a volerlo esplorarlo tutto nei suoi riferimenti bibliografici e musicali, non basterebbe una vita. Eppure la lettura risulta particolarmente piacevole, per almeno due motivi.

Prima di tutto contiene una mole di informazioni pazzesca, e senza questo libro fosse non si sarebbe mai venuti a sapere che Graham Nash (quello di CSN&Y) si esibì al festival di Sanremo nel 1967 (nel gruppo The Hollies) in coppia con Mino Reitano! La canzone era Non prego per me, di Mogol-Battisti.

E così si scopre che Nah è stato a Sanremo nel 1967...

E così si scopre che Nash è stato a Sanremo nel 1967…

Poi ci sono tantissime idee, spunti e riflessioni su tutte le possibili sfaccettature del poliedro musica. Ecco un esempio:

… qual è la sostanza della musica? La risposta sbagliata sarebbe dire che sia fatta di suoni, in realtà è evidente come la materia che la compone sia il tempo, proprio quello fisico che vediamo scorrere se guardiamo l’orologio.

Voilà, una lettura coinvolgente, appagante, a tratti divertente. Rimane la curiosità di sapere da dove viene questa inestinguibile sete di musica. Forse dall’infanzia, dai dischi che gli facevano ascoltare da bambino? Oppure, come si leggeva nelle biografie romanzate dei grandi musicisti, per reazione contro chi voleva avviarlo a sani studi di economia e commercio?

Pietro Leveratto: Con la musica – Note e storie per la vita quotidiana. Sellerio editore, 2014. Collana Il contesto. 340 pagine, 16 euro.

Pubblicato da: miclischi | 20 gennaio 2015

La Rondine di Puccini: meno male che c’è Lisette

In scena a Pisa, Lucca e Livorno

Stagione 2014-15: in scena a Pisa, Lucca e Livorno

La Rondine  al Teatro verdi di Pisa. Un’opera di Puccini, per di più minore e non rappresentata di frequente, neanche in Toscana (al Maggio di Firenze: mai). C’erano davvero tutti gli elementi per partire parecchio prevenuti. Poi però, durante la presentazione del 14 gennaio, il direttore d’orchestra Massimiliano Stefanelli aveva saputo trovare parole molto convincenti per svelare le qualità della partitura, per cui, via, alla fine, l’andata a teatro non fu improntata allo spirito “oimmene chi me lo fa fa’“, ma fu anzi animata da un flebile ottimismo.

Sabato 17 gennaio 2014. Le note di sala contengono elementi utili per approcciarsi all’opera, con scritti del direttore, del regista, della scenografa e anche di Fedele d’Amico e Dacia Maraini. Curioso però che quasi tutti giochino in difesa, come a cercar di rimediare a un’ingiustizia quasi secolare nei confronti di quest’opera bistrattata dai critici in tutte le epoche.

S’apre il sipario sul primo atto con sfarzi da magione lussuosa, signorine indebolite, cicisbei, poeti, svolazzamenti di abiti ingolfanti, bicchierini, sigari, amenità. Par d’essere ripiombati nel salotto della contessa di Coigny nel prim’atto dell’Andrea Chénier. Però qui, a far da contraltare proletario alla patrizia prole non c’è l’austero Gerard, bensì l’audace, impertinente e ruspante cameriera Lisette. Questo primo atto (quanti se ne saranno visti d’atti d’opera ambientati in un salotto bene dove si consumano le verduriniane mollezze della nullafacenza?) s’anima da un riuscitissimo cocktail fra le parti colloquiali o d’insieme e le emersioni solistiche. E anche la Magda di Maria Luigia Borsi, apparsa dapprima scura nella voce e negli umori, si eleva sottile, limpida ed eterea nelle parti solistiche, in particolar modo nelle trasognate note della lenta canzone. Sottolineature orchestrali ben congegnate, bel gioco delle parti,  insomma un prim’atto veramente godibile, anche grazie a una regia che ha curato benissimo i movimenti dei personaggi (fino addirittura a far “suonare” il piano a Prunier mentre canta la sua canzone!) e alla presenza scenica (e alla voce!) più che adeguata di tutti gli interpreti. Emerge fin dal prim’atto quello che sarà il personaggio davvero vivacizzante di tutta la storia. Proprio lei: la spumeggiante e sfrontata Lisette (qui interpretata da Lavinia Bini, che avevamo visto qualche mese prima apprezzatissima interprete di Zerlina nel Don Giovanni).

La location del secondo atto

La location del secondo atto

Secondo atto da Momus, ops, pardon, da Bullier. Grande folla di bevitori, signorine (grisettes), studenti, ballerine e ballerini, in una grande scena d’insieme variegata, animata, potenzialmente divertente. Ma qui l’amalgama fra la scena e la musica scema un po’, le parti si mescolano in una marmellata di musica e voci non molto saporita; e se non fosse – di nuovo – per la spumeggiante imprevedibilità di Lisette, alla fine questo gran pandemonio rimarrebbe sorprendentemente piatto. Non vien giocata come ci si poteva aspettare da Puccini la carta della doppia coppia (si sarà forse troppo abituati davvero alla scena di Momus?) e anche i valzerini sciapi di cui s’infarcisce questa scena… a Musetta e al suo valzer (quello sì) non legano neanche le scarpe.  Sarà, ma alla fine i personaggi più interessanti questo second’atto risultano i due ineffabili camerieri…

Terz’atto: siamo a Viareggio (ops, pardon: in Costa Azzurra), al mare, nido d’amore dei due fuggitivi dalle follie parigine. Il giovine campagnuolo e la grisette parigina s’immedesimano nella parte dei puri amanti, se non fosse che poi i soldi scarseggiano e, allo scopo di farsi mandare urgentemente un vaglia dai genitori, il povero Ruggero ricorre alla scusa di aver trovato il vero amore. Il fatto è che lui ci crede davvero, e sua madre ancor di più, mentre in un sussulto d’indipendenza la Magda instabile ma fiera annuncia che lei, di sposarsi, proprio non se ne parla. Conoscendo il contesto della famiglia di lui, ricorre a un mezzuccio infallibile: fa leva sull’onore dei sòceri che si perita ad infangare (definendosi “contaminata”). Ora, via, ma possibile che l’ingenuo Ruggero pensasse davvero che una tizia incontrata in un bar, che dopo due birrette gliela dà subito, possa essere mite, pura, che ha tutte le virtù come indica la lettera della mamma? Ah, la lettera: ce ne sono svariate, di lettere, nel panorama del melodramma. Basti pensare a quella parlata del Macbeth o quella altamente drammatizzata della Butterfly. Ma come sarà pallosa quella della Rondine! E anche la concitata azione che ne segue, accompagnata da quello zum-pa-pà… via, ma davvero non gli è venuto in mente niente di meglio, a Puccini? In questa chiusa squallidotta si riassume il vero fattore incrinante di tutta l’opera: il fatto che forse al musicista non gli è mica poi garbata tanto, questa storia…

I valzerini del secondo atto (al teatro del Giglio a Lucca)

I valzerini del secondo atto (al teatro del Giglio a Lucca)

E alla fine riaffiora il dilemma dominante: opera o operetta? Rifiuto totale della seconda in favore della prima da parte del musicista, a quanto pare. Ma questo riciclaggio alla fine non pare sia del tutto ben riuscito. E in chiusura rimane soprattutto una sensazione di scarso spessore.

Lavinia Bini: acclamata per la seconda volta nella stessa stagione lirica al Verdi di Pisa

Lavinia Bini: acclamata per la seconda volta nella stessa stagione lirica al Verdi di Pisa

Eppure, a parte la conferma almeno parziale delle iniziali ragioni dell’esser prevenuti, lo spettacolo nel suo complesso è stato tutto sommato gradevole. Prima di tutto per l’Orchestra della Toscana sotto la guida di Massimiliano Stefanelli, che è riuscito a valorizzare le numerose pieghe della partitura (distogliendo lo sguardo dalla scena e astraendosi dalla vicenda sciropposa si riusciva finalmente a godere dell’elemento meglio riuscito di questo polpettone: la musica). E poi per i cantanti (qui c’è il cartellone completo) tutti all’altezza, e tutti democraticamente applauditi dal pubblico pisano senza particolari preminenze, se non per un’evidente e incondizionata approvazione per la briosa Lavinia Bini. Poi le scene gradevolissime (di Rosanna Monti) ancorché un po’ “piene” nei primi due atti, e la regia senz’altro efficace di Gino Zampieri.

Insomma, lo spettacolo nel suo insieme può anche reggere, ma come opera, La Rondine, via giù, minore si annunciava e minore rimane.

Per la cronaca 1: Lo scritto di D’Amico nel programma di sala ben chiarisce il mistero delle diverse versioni del terzo atto in circolazione (che infatti se uno va a fare una giratina su Youtube rimane sorpreso nel notare che la fine della storia d’amore non è decretata da Magda ma da Ruggero stesso, in seguito a lettera anonima e ricomparsa di Rambaldo).

Per la cronaca 2: Il tenore Andrea Giovannini (Prunier) ha caricato su Youtube una serie di video su questa Rondine.

Fotografia di Sburk

Fotografia di Sburk

C’è voluta una gestazione di nove mesi, da marzo 2014 a gennaio 2015, e un centinaio di scatti, per farsi un’idea di che cosa significhi avvicinarsi al grande formato e a questa macchina fotografica speciale, quella dei reporter americani dei film d’epoca sulla Casa Bianca e delle fotocronache di Weegee: la Graflex Speed Graphic.

Questo sito web aiuta a interpretare la sigla alfanumerica presente sull’obiettivo (non c’è numero di serie sul corpo macchina) e quindi si risale all’anno di produzione: il 1945, e la serie è quella “Anniversary”. Una scatoletta nera tutto sommato abbastanza portatile, fra l’altro dotata di telemetro Kalart a immagini sovrapposte perfettamente funzionante, il che permette di destreggiarsi anche con fotografie a mano libera, complice l’otturatore posteriore a tendina con tempi fino a 1/1000.

Un oggetto meraviglioso

Un oggetto meraviglioso

Prima di avventurarsi con i primi scatti è stato necessario familiarizzarsi con le operazioni di caricamento della pellicola 4×5 pollici (circa 10×12 cm) negli appositi chassis da due fotogrammi. Fortunatamente la rete pullula di siti con spiegazioni dettagliate, tutorial video, etc. Questo, in particolare, è ultra-dettagliato e pieno di fotografie che spiegano tutto, quindi si capisce proprio bene come procedere. Naturalmente il caricamento della pellicola va fatto al buio completo, oppure dentro un black bag. La macchina arrivò con qualche foglio di pellicola Shanghai 100 ASA, e quella fu usata.

Le prime due foto furono scattate ai primi oggetti a portata di mano: una fruttiera e la solita caffettiera.

Scatti n. 1 e 2, marzo 2014

Scatti n. 1 e 2, marzo 2014

Poi cominciò il trabagai del dopo-scatto, e cioè caricare (sempre rigorosamente al buio) la tank per sviluppare le pellicole. Qui c’è un tutorial video che spiega come caricare la spirale Jobo usando un accessorio apparentemente facilitatore. A dire il vero, con questa tank si riesce abbastanza agevolmente a caricare 6 pellicole anche “a tentoni” nel solito black bag, casomai ci vuole un po’ di pratica a inserire le due staffette di sicura prima di rimettere la spirale nella tank e tappare.

I primi scatti nella tank Jobo dopo il risciacquo.

I primi scatti nella tank Jobo dopo il risciacquo.

Poi lo sviluppo. In questa tank ci va poco meno di un litro e mezzo di sviluppo (e, dopo, di fissaggio); nella Yankee da 12 scatti ce ne va poco di più.  Ecco, la quantità di sviluppo è veramente scioccante, per cui dopo qualche esperimento con la nuova versione del Rodinal (R09 One Shot) in soluzione 1+50, si passò poi definitivamente all’Ilford Id11. Preparando un boccione da 2 litri, e sapendo che 4 fotogrammi 4×5 equivalgono grossomodo, in termini di superficie trattata, a un rullino 135… dopo due ragionamenti e la costruzione di un foglio di calcolo si determinò anche la correzione del tempo incrementale da uno sviluppo all’altro (usando sempre la solita soluzione invece di buttarla via).

Stampe a contatto su vecchia carta baritata

Stampe a contatto su vecchia carta baritata

Nell’attesa di un ingranditore adeguato alle dimensioni del negativo (arrivò solo nel dicembre 2014, grazie a Lucio!) ci si sbizzarrì con le stampe a contatto, che già danno non poca soddisfazione. Ma certo, non appena fatta qualche prova con il Lu.Pa 13×18  (con mascherina di riduzione per il 4×5 pollici) il desiderio di ingrandire anche solo particolari, o di fare un 50×60 per le terre, è fortissimo.

A proposito, la Lu.Pa Friulmec di Udine (da non confondersi con la Fotomeccanica Lupo di Torino) andrebbe indagata a fondo.

L’approccio graduale alla nuova (!) macchina fotografica passò anche dal test di alcuni obiettivi con i quali giunse corredata (oltre al suo standard Kodak Extar 127 mm f 4.7). Oltre ad annotare sul taccuino le varie combinazioni di tempi, diaframmi (ove presenti) e uso o meno dell’otturatore posteriore (per le lenti sprovviste di otturatore centrale), fu necessario identificare anche le foto con la collaborazione del soggetto. Ed ecco quindi il quartetto di foto fatte con gli obiettivi 1 (standard), 2 (Schneider Kreuznach 150 mm), 3 (misteriosa lente filettata senza diaframma che poi, con attenta lettura alla luce radente, risultò essere un Buschrapid Aplanat 20 cm f 7.1) e 4 (lente a stantuffo senza nessuna scritta né diaframma, che assomiglia più alla lente di un proiettore di diapositive che a un obiettivo da macchina fotografica).

Alcuni test (un po' troppo precoci) per testare diversi obiettivi

Alcuni test (un po’ troppo precoci) per testare diversi obiettivi (scatti da 7 a 10)

Infatti una delle ganzate di questa macchina fotografica è che il lens-board è una tavoletta di 4×4 pollici, facilmente realizzabile in compensato, per cui si può montare virtualmente qualsiasi obiettivo (per lo meno quelli a focale lunga, perché se si va ad allontanare troppo la lente dei grandangoli dal piano focale non si riesce a mettere a fuoco che solo da molto vicino). Inoltre, la presenza della tendina posteriore permetterà di scattare anche con lenti sprovviste di otturatore e, naturalmente, anche con apposita piastrina forata stile pinhole.

Ecco infatti qui sotto una foto scattata con obiettivo Leitz 90mm originariamente montato su Visoflex con soffietto macro (passo a vite da ingranditore). La doppia esposizione non è voluta (con il gioco della slide con bordo bianco/nero può succedere anche questo), ma conferisce all’immagine una specie di velata atmosfera onirica.

Disse Gabri: sembra un film di Lynch!

Fotogramma n. 75. Disse Gabri: sembra un film di Lynch!

Ci fu poi anche una sessione di foto in campagna, dove necessariamente l’approccio è diverso dal fotografare in casa o in giardino, non fosse altro che per gli omìni che vengono a curiosare.

Scatti 15 e 16: verso Calci

Scatti 15 e 16: verso Calci

E poi qualche ritratto in casa:

Tutti con il 127 mm in dotazione

Scatti n. 37, 49, 81, 97 e 100! Tutti con il 127 mm in dotazione

Nove mesi per realizzare cento scatti, quel che con una digitale di solito si fa in un mezzo pomeriggio. Forse sta proprio in questa lentezza del processo, nelle numerose operazioni che avvengono prima durante e dopo la realizzazione dello scatto, che sta il piacere di scattare con la Graflex 4×5. Ogni scatto è necessariamente meditato, e la complessità delle operazioni richiede di per sé un tempo che esclude a priori la possibilità di scattare “a raffica”, senza pensare. Messa a fuoco sul vetro smerigliato (sotto la cappa scura), per fare la qual cosa è necessario aprire l’otturatore con diaframma spalancato; poi da c’è richiudere tutto, poi c’è da regolare tempi e diaframmi, inserire la pellicola, ricordarsi di togliere la slide, e infine ci si può concentrare sullo scatto vero e proprio. Poi: ricordarsi di rimettere la slide (con il bordo nero verso l’esterno che significa: pellicola esposta), poi estrarre lo chassis e ruotarlo per il prossimo scatto, e ricominciare da capo… Decisamente non si può avere fretta.

Un altro aspetto interessante, in particolar modo per i ritratti: scattando con il flessibile si ha la possibilità di interloquire con il soggetto faccia a faccia, senza l’ingombrante intermediazione della macchina fotografica. Guardare il soggetto in faccia invece che attraverso il mirino e mostrarsi senza protezione, in qualche modo avvicina il fotografo al soggetto, e produce una straordinaria comunione d’intenti che è forse uno degli ingredienti più preziosi quando si fotografano delle persone.

Insomma, il cammino è appena incominciato, ma decisamente l’entusiasmo non manca. E ci sono innumerevoli altre avventure da intraprendere: lenti, pellicole, condizioni di illuminazione, tante cose nuove ancora da sperimentare. Per non parlare del decentramento dell’obiettivo, non ancora esplorato.

Scatto n. 71, uno dei preferiti (un pomeriggio di musica e fotografia a Calci)

Scatto n. 71, uno dei preferiti (un pomeriggio di musica e fotografia a Calci)

Tranne gli scatti fino al 10 (pellicola Shanghai 100 ASA) tutti gli altri sono stati realizzati con Fomapan 100. Tutte le immagini qui riprodotte sono frutto di una scansione delle stampe a contatto con Epson Perfection V600 photo.

Pubblicato da: miclischi | 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo – un disegno di Gipi

gipi charlie

Da “Internazionale”

 

Senza parole.

Pubblicato da: miclischi | 28 dicembre 2014

Federico Guerri e il romanzo universale

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Avvincente, divertente, emozionante, commovente. Cosa si può chiedere di più a un libro?

Questo secondo romanzo di Federico Guerri pubblicato dalle Edizioni Il Foglio (del primo si era ragionato qui) rappresenta efficacemente un caleidoscopio di idee e di contesti e riesce nel difficile intento di collegare con maestria tutti i bandoli di una matassa che si svolge nell’arco di 24 ore ai quattro angoli del mondo.

Si intitola digitalmente 24:00:00 e si sottotitola Una commedia romantica sulla fine del mondo. 

Ma davvero succede tutto solo nell’arco di ventiquattr’ore? Oppure: non sono forse i tanti personaggi di questa storia, queste tantissime “M”, tutti i personaggi di tutte le storie, di tutti i tempi?

La cornice del romanzo, l’ossessione del bibliotecario Magnus Dahl, usa il pretesto dell’universalità della letteratura per squadernare l’universalità delle vicende umane. E anche se i temi ricorrenti dei giochi di ruolo, delle manie internettistiche, dei supereroi, delle chat, sono una specie di contestualizzazione leggera nel mondo attuale, dietro queste amenità si fanno via via strada le profondità insondabili delle personalità, delle circostanze, delle storie.

La Grande Narrazione non era mai stata la storia di Dio. Era sempre stata la storia dell’Uomo, un concerto di personaggi minori in cui non esisteva protagonista e, quindi, lo erano tutti.

E così, i personaggi dei romanzi della letteratura mondiale di tutte le epoche, pazientemente indagati dal bibliotecario, risultano essere tutti personaggi di un’unica immensa storia. Talmente immensa da non finire, nonostante il conto alla rovescia che inizia dal titolo del libro e termina con un inesorabile 00:00:05 – 00:00:04 – 00:00:03 – 00:00:02 – 00:00:01, gli ultimi sussulti di un rap incalzante.

Federico Guerri è co-curatore della Collana "Demian" dello stesso editore

Federico Guerri è co-curatore della Collana “Demian” dello stesso editore

Un elemento importante di queste storie che si accavallano e si rincorrono nello spazio di ventiquattr’ore è la facilità della comunicazione, la velocità dei viaggi. Per questo diventa poco importante che due persone si parlino durante un concerto o in chat, o al telefono – una in India e una a Parigi; oppure in Cina, o in sudamerica… La velocità della rete che di fatto annulla le distanze rende ancora più urgenti le decisioni da prendere, amplia la visione, espande gli orizzonti. A patto di rallentare il ritmo, di sapersi fermare un momento a pensare. Un piccolo grande messaggio: forse in quest’epoca frenetica non è tutto già scontato, già deciso e preordinato. Forse quell’Uomo con la U maiuscola può ancora salvarsi. Forse.

Federico Guerri: 24:00:00 – Una commedia romantica sulla fine del mondo. Edizioni il Foglio, Piombino, 2014. 220 pagine, 14 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 23 dicembre 2014

Joe Cocker (1944-2014)

Nel ricordarne uno, si ricorda anche l’altro!

Il video di “With a little help from my friends” è stato rimosso da Vimeo, ma ce ne è un altro qui.

Ma anche loro due insieme non sono male!

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