Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Da dove si potrebbe cominciare? Dalla libreria allo Slipway di Dar es Salaam? Un bellissimo locale affollato di libri di tutti i generi, forse l’unico negozio del mini-centro commerciale che non sia smaccatamente a misura di turista a caccia di souvenir, una libreria confortevole gestita da personale competente. Insomma una perla che rende lo Slipway al tempo stesso un tempio della gamenità e un polo librario importante. Fu proprio dagli scaffali di quel bookshop che emerse con forza l’immagine di copertina del romanzo How to be both pubblicato da Ali Smith nel 2014.

Oppure si potrebbe cominciare dai fiori di Kerouac? Come tradusse Fernanda PivanoGuardai i fiori della siepe: uno era caduto: un altro era appena sbocciato: nessuno dei due era triste o felice.  Ma i fiori della siepe possono essere tristi o felici? Forse Ali Smith si chiederebbe: un fiore della siepe può essere al tempo stesso triste e felice? Può essere tutte e due le cose? Si può essere contemporaneamente tristi e felici?

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

E il teletrasporto? Si potrebbe cominciare anche da lì, dalle vaghe ispirazioni dalle pagine d’apertura dei versetti rushdiani, quando l’angelo Gibreel precipita consapevolmente / inconsapevolmente nel mondo provenendo dall’alto dei cieli… Ma qui – anche qui nelle primissime pagine del libro – a essere teletrasportato, suo malgrado, in un portentoso viaggio spazio-temporale, è l’artista-protagonista: dalla Ferrara del ‘400 alla Cambridge del XXI secolo. Si può vivere nel passato ma anche nel presente? Si può essere morti e vivi allo stesso tempo? Si può essere tutte e due le cose?

Si potrebbe forse cominciare anche dalle ultime pagine del libro, e ricominciare subito a leggere l’inizio – per scoprire che sono proprio le ultime pagine del racconto, quelle che vengono descritte all’inizio. Solo che alla fine è il narratore che racconta il presente, mentre all’inizio quel che succede viene visto attraverso gli occhi di un artista del ‘400, come in un esercizio di empathy / sympathy.  E poi continuare e rileggerlo subito tutto, questo libro straordinario, per ripercorrere la fascinazione, la stratificazione di storie, tempi, personaggi, emozioni… Ma una scena può essere al tempo stesso l’inizio e la fine di un libro? Può davvero essere tutte e due le cose?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. mese di marzo, il decano di destra. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l'autoritratto dell'artista?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. Mese di marzo. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l’autoritratto dell’artista?

Ma si potrebbe cominciare anche da quel dilemma morale che si ripropone lungo tutta la narrazione sotto tante facce e che viene stigmatizzato nella lettera che Francesco del Cossa scrisse il 25 marzo 1470 a Borso d’Este, il quale gli aveva commissionato gli affreschi di tre dei mesi nel portentoso ciclo allegorico di Palazzo Schifanoia a Ferrara, per chiedergli di essere pagato meglio degli altri artisti coinvolti nel progetto. La storia di Francesco del Cossa, così come quella di George / Georgie / Georgia, l’alter-ego adolescente odierno dell’artista ferrarese (Questo ragazzo è una ragazza), è piena zeppa di dilemmi morali, così come quella del padre e della madre di George, della sua amica H, dell’amica di sua madre, per non parlare dei genitori di Francesco del Cossa, o dei suoi amici, dei suoi colleghi artisti, del suo fido assistente con la faccia da ladruncolo, Ercole de’ Roberti. Giusto o ingiusto? Moralmente accettabile oppure no? Si può essere tutte e due le cose allo stesso tempo?

Ma forse proprio la copertina, o meglio le copertine, la prima e la quarta, potrebbero essere un buon punto di partenza. Sul davanti, sotto autore e titolo, una fotografia scattata da Jean-Marie Perier nel 1960 raffigura le cantanti francesi Sylvie Vartan e Françoise Hardy. Sylvie Vartan viene presentata nel libro come un idolo anni ’60 della madre di George, morta pochi mesi dopo aver visitato con i figli Palazzo Schifanoia, e pochi mesi prima lo svolgersi dei fatti narrati al giorno d’oggi. E i versi d’apertura della canzone Le testament di Sylvie Vartan sono citati proprio  in epigrafe al libro. A farle compagnia, per inciso, l’artista ferrarese protagonista, Eugenio Montale, Hannah Arends e Giorgio Bassani (ferrarese anche lui). Sul retro, un dettaglio dal mese di marzo nel salone dei mesi a Ferrara. Uno dei cosiddetti decani. Nel corso della narrazione queste due immagini di copertina vengono descritte come se in entrambi i casi si trattasse di opere pittoriche, magari due affreschi. Dalla storia della realizzazione degli affreschi grandiosi di Ferrara, narrata dal redivivo artista catapultato ai giorni nostri, emerge che questo personaggio riportato in quarta di copertina, questa figura dai tratti delicati e riccamente vestita sarebbe proprio l’autoritratto dell’artista. Ma è un uomo o una donna? Un ragazzo o una ragazza? Come fa ad essere tutte e due le cose?

Francesco ddel Cossa: Santa Lucia (faceva originariametne parte del Politticoo Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), come San Vincenzo Ferrer.

Francesco del Cossa: Santa Lucia (faceva originariamente parte del Polittico Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), insieme al ritratto di San Vincenzo Ferrer. Oggi si trovano l’una a Washington, l’altro a Londra.

Ma da qualche parte bisogna davvero cominciare, e forse si può partire dalla struttura. Il libro è diviso in due parti. La prima porta in epigrafe una stilizzazione degli occhi floreali della Santa Lucia di Francesco del Cossa; la seconda invece il disegno di una videocamera. Visione umana e visione elettronica. Un’altra delle numerose sovrapposizioni operate dall’autrice. Nei fatti del ‘400 ferrarese le immagini sono disegnate dalla luce del sole, da un seme che cade in una pozza generando cerchi concentrici, dallo stecco con cui l’artista-bambino traccia per terra le prime figure sotto la guida della madre; sono ritratti arrotolati in tubi di pelle perché non si bagnino, oppure dipinti e affreschi.  Nel XXI secolo le immagini compaiono persistentemente su smartphone e Ipad. Che siano i fotogrammi in movimento di un film porno o fotografie scattate, poi stampate e appese al muro, accanto alle fotografie argentiche dell’infanzia della mamma di George. Dove sono le immagini antiche? Sono nei musei, nei palazzi. Bisogna viaggiare per andarle a vedere, e così il pellegrinaggio a Ferrara si ripropone, dopo la morte della madre, sotto forma di pellegrinaggio alla National Gallery di Londra per osservare la raffigurazione di San Vincenzo Ferrer.

Gli occhi di Santa Lucia

Gli occhi di Santa Lucia

Ali Smith ha abituato i suoi affezionati lettori a un uso decisamente disinvolto della struttura narrativa e della scrittura in sé. Discorso diretto e indiretto si mescolano gioiosamente senza mai usare le virgolette, e anche i salti di contesto (in questo romanzo sono soprattutto possentemente spazio-temporali) possono verificarsi senza frapporre neanche il delicato gesto d’un capoverso. Nella prima parte del libro questi salti fra la vita dell’artista ferrarese e le ansie dell’adolescente inglese si susseguono con ritmi variabili. Prendendo come riferimento la numerazione della pagine nella edizione Hamish Hamilton 2014 e identificando con il rosso l’inizio della narrazione contemporanea e con il blu quello della narrazione quattrocentesca, ci si può fare un’idea della frequenza e della consistenza degli sbalzi spazio-temporali:

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Nella seconda parte del libro, quella dell’occhio elettronico, i due contesti fra i quali sobbalza di continuo la narrazione sono soprattutto quelli fra la vita di George con la madre, in particolare la visita a Ferrara,  e il dopo: la solitudine, la tristezza, il padre che si mette a bere, il fratellino da accudire, le sedute di counseling a scuola… Scompare – come personaggio – Francesco del Cossa, ma permangono le sue opere e i personaggi delle sue opere.

Un libro di grande impatto (del resto come avrebbe potuto essere altrimenti? Non capita poi così spesso, dopo essere arrivati alla fine, di ricominciare subito la lettura completa dall’inizio). Una storia piena di interrogativi, di curiosità, di mescolanze fra la realtà e la ricostruzione storica o l’immaginazione, in una girandola di infinite possibilità. Un libro straordinario se non altro perché presenta con passione l’artista Francesco del Cossa, le sue opere, e quel poco che si sa della sua vita. E, oh, quanto opportuna fu la parola artista, che si usa indifferentemente per un pittore o una pittrice… La parola both, oltre che nel titolo, compare innumerevoli volte nel testo (fra l’altro è anche l’ultima parola della prima parte). Alcuni esempi (solo alcuni):

By both luck and justice;

To be able to do gods and humans both;

I made things look both close and distant;

How can I be seed or tree or both?

It was comic and sad both;

How can the same water be both?

It will give out both at once darkness and brightneess;

Past or present? Male or female? It can’t be both. 

Shock of the new and the old both at once;

There are rabbits, or hares, no, both;

… talking and  not talking, and the whens and the wheres and the hows of both of these;

Ma di sicuro questo lavoro monumentale non è un arido esercizio di stile.  Anzi. La narrazione immaginifica di Ali Smith racconta per immagini e, di converso, prende spunto dalle immagini per costruire la narrazione.

She stood in the dust with her wet feet : her ankles were beaded with light.

… the boy run past us in the street, a beauty of a boy moving so fast that I felt the the air shift (still feel it now when I remember)…

Quando, durante o dopo la lettura, si vanno a ricercare le opere di Francesco del Cossa su internet o sui libri d’arte, si vedono immagini già note, tanto minuziosamente sono state descritte nel libro. E leggendo (e rileggendo) si scopre che innumerevoli dettagli iconografici sono presi a prestito per arricchire la narrazione (che siano gli occhi di Santa Lucia, o il Cristo anziano nel San Vincenzo Ferrer, o i dettagli architettonici, le innumerevoli figure nelle allegorie dei mesi…).

Una lettura estremamente appagante, stimolante, emozionante. Un’altra grande prova di Ali Smith, tanto matura e ricca che viene proprio da domandarsi che cosa sarà capace ancora di scrivere per stupirci di nuovo e di più. E’ difficile staccarsi anche fisicamente da questo libro, perché viene voglia di risfogliarlo e andare a ripescare qua e là dei brandelli poetici di lacerante bellezza.

…cause love and painting both are works of skill and aim : the arrow meets the circle of its target, the straight line meets the curve or circle, 2 things meet and dimension and perspective happen : and in the making of pictures and love – both – time itself changes its shape : the hours pass without being hours, they become something else, they become their own opposite, they become timelessness, they become no time at all.

Un'altra foto di Jean-Marie Perrier dalla stessa serie di quella in copertina

Un’altra foto di Jean-Marie Perier dalla stessa serie di quella in copertina (Sylvie Vartan e Françoise Hardy)

Fotografia di Benedetta Toti

Fotografia di Benedetta Toti

Enter Lady Macbeth, spettacolo della Compagnia di Simona Bucci, è andato in scena a Pisa il 20 e 21 marzo nella chiesa di Sant’Andrea, nell’ambito della Stagione di Danza del Teatro Verdi. Cinque danzatrici in scena, tutte straordinariamente simili fisicamente, quasi a sottolineare quanto l’autrice stessa spiega prima dell’inizio: non c’è un filo narrativo, nessuna delle interpreti è chiaramente caratterizzata come la terribile Lady o come strega. Nelle luci flebilissime dell’inizio della performance tutte e cinque le danzatrici sembrano proprio una fotocopia l’una dell’altra.

Fin da subito entra il tema dell’essere umano che ne sfrutta un altro per i propri scopi: ci si appoggia, si fa sostenere, lo sfrutta, lo annienta. E nei vari numeri che via via si svolgono in un’oretta di spettacolo, si susseguono le varie facce del potere come negatività, ma anche attrazione fatale, fascinazione e addirittura suggestione mistica. A far da sfondo che si mescola sempre con il tutto: la magia.

Foto di Gabriele Termine

Foto di Gabriele Termine

I numeri statici o lentissimi risultano a tratti meno godibili, anche perché la musica (una composizione elettronica di Paki Zennaro) essenziale e mai ammiccante, proprio nei numeri con poco movimento contribuisce alla rarefazione delle atmosfere, e anche le danzatrici sembrano imbrigliate nelle trame della vicenda che si fa tetra e pesante (del resto il peso del potere, o della ricerca del potere, è anche questo).

Ma nei numeri dinamici, oh, quei numeri dinamici… scoppia il finimondo di frenesia diabolica (ora streghesca, ora spietatamente calcolatrice) e i numeri d’insieme, di solo o di duetto sono veramente emozionanti nel creare un vortice di situazioni, di suggestioni, di strappi imprevedibili e affascinanti.

Foto di Gabriele Termine

Foto di Gabriele Termine

Le danzatrici, tutte, mostrano una perizia pazzesca nell’assoluto dominio del corpo, del movimento, della rapidità del gesto e della sincronia corale. Uno spettacolo mozzafiato. Poi, subitaneamente, tutto si ferma (tranne il silenzioso ma persistente ansimare delle interpreti piegate dallo sforzo estremo). E alla violenza e alla sfuggevolezza si sostituisce l’intensità interpretativa. Dove il lievissimo gesto d’un braccio o d’un piede, o lo sguardo penetrante rivolto verso il pubblico o un’altra danzatrice fa da contraltare al movimento più spettacolare. E poi il vortice ricomincia.

Una bella serata in un bello spazio multifunzionale adatto a tanti tipi diversi di performance, cinque danzatrici straordinarie. Rimane qualche dubbio sulla linearità del progetto, o meglio sulla rappresentazione dell’idea attraverso una performance corale di danza. Solo a tratti in quel che succede in scena riecheggiano le tematiche del Macbeth verdiano (ops, pardon, shakespeariano – del resto è imminente la prima dell’omonima opera lirica al Verdi, proprio a due passi da Sant’Andrea…). Ma prevale su tutto la gioia per queste abilissime performer e per la loro bravura, quindi, alla fine, lo spettatore rimane contento.

Eccole, le danzatrici: Eleonora Chiocchini, Sara Orselli, Françoise Parlanti, Maru Rivas e Frida Vannini. Importantissime, ben disegnate e manovrate le luci di Gabriele Termine. Il cartellone completo di trova qui.

Foto di Benedetta Toti

Foto di Benedetta Toti

Pubblicato da: miclischi | 23 marzo 2015

In Verruca per i novant’anni di Luciano Lischi

Luciano Lischi nell'ufficio di Porta a Lucca negli anni '90.

Luciano Lischi nell’ufficio di Porta a Lucca negli anni ’90.

Il 23 marzo 2015 Luciano Lischi avrebbe compiuto novant’anni.

Il giorno prima, anche approfittando di una giornata inusitatamente bella (il meteo dei giorni precedenti aveva persistentemente annunciato pioggia) la figliolanza / generanza / nipotanza decise di fare una escursione celebrativa alla rocca della Verruca.

Infatti proprio la Verruca era sempre stata una delle mete preferite di Luciano per le gitarelle domenicali sui monti pisani con la famiglia. La rocca in quanto tale, ma anche la chiesina che s’incontra prima dell’ultimo tratto, sulla quale occasionalmente effettuava dei rilievi.

Muro verrucano

Muro verrucano

Partenza rigorosamente da Montemagno, il sentiero verso il cimitero, e poi un tratto nella pineta per poi riaffacciarsi sulla strada forestale e arrivare alla sella e infine alla rocca. Zaini e giacche d’epoca, ovasode, paniname, borracce d’acqua e di vino, thermos di caffè e boccetta di ammazzacaffé, la combriccola raggiunse la vetta ventosa dopo l’ultima pettata nello scenario spettacolare fra i lecci e le rocce che circondano la rocca.

Gli anni (i decenni) passano, ma la Verruca è sempre un bel posto. Con i suoi muri che resistono al tempo, i sotterranei affascinanti e spaventosi, la vista speciale su tutti i fronti (anche se stavolta a dire il vero c’era un po’ di foschìa).

Proprio una bella giornata, e un bel modo di ricordare Luciano Lischi.

Autoscatto celebratico alla Verruca

Autoscatto celebrativo alla Verruca

 

 

Pubblicato da: miclischi | 8 marzo 2015

Zanzibar Capital Art Studio

il vecchio timbro

Il vecchio timbro

Come illustra molto in dettaglio questo ricchissimo sito su Zanzibar e la sua storia, lo studio fotografico Zanzibar Capital Art Studio fu aperto nel 1940 dal fotografo di origine indiana Ranchod Oza. Per decenni ufficiale della corte del Sultano, Oza raccolse con le sue Rolleiflex innumerevoli testimonianze della città e dell’Isola, della gente, delle strade, della società in continua evoluzione, fino alla rivoluzione del 1964 e dopo, fino alla sua morte, nel 1984. Una delle peculiarità dell’arte di Ranchod Oza consisteva nel colorare a mano le stampe in bianco e nero. Per decenni queste sue stampe colorate costituirono uno dei più preziosi e affascinanti ricordi di Zanzibar, anche per i turisti che iniziarono a riaffiorare sull’isola all’inizio degli anni ’90.

Il nuovo timbro

Il nuovo timbro

Il figlio di Ranchod, Rohit, gestisce tuttora (2015) lo studio fotografico, al cui interno conserva ancora con orgoglio l’insegna dello studio del padre, traslocata lì quando il negozio fu trasferito. Già negli anni ’90 Rohit lamentava l’impossibilità di continuare la raffinata arte coloristica del padre. Sono cambiate le carte fotografiche, diceva, e anche i colori sono cambiati, non si riesce più a colorare come una volta. Dopo alcuni esperimenti malriusciti, infatti, abbandonò l”impresa.

2015 fotografo zanzibar

Alcune vecchie foto colorate a mano da Ranchod Oza

Dopo vent’anni e oltre, lo sguardo del fotografo è cambiato, come tutto intorno, del resto. Il suo sguardo è pieno di tristezza, salvo rari luminosissimi lampi di quieta gioia che si accendono proprio quando parla di fotografia. Era già un po’ triste, quello sguardo, quando parlava delle fotografie colorate che non venivano più bene. Oggi non fa quasi più pellicola e ha del tutto abbandonato il formato 135. Scatta fotografie, solo occasionalmente, con le Rolleiflex di suo padre. Estrae da sotto il banco le scatole ricolme di stampe 18×24. Alcune sono le stesse che erano in vendita negli anni ’90; del resto sono foto d’epoca. Alcune sono nuove; ma non c’è verso, sono tutte, vecchie e nuove, stampate su carta glossy e non danno lo stesso gusto di una volta. Sono in vendita a 10.000 scellini (circa 5 euro) e c’è davvero l’imbarazzo della scelta. La gratitudine nei confronti di questa persona antica, accogliente e paziente, induce a fare qualche acquisto.

Alcuni acquisti del 2015

Alcuni acquisti del 2015

Il fotografo ha accettato di buon grado, a distanza di oltre vent’anni, di fare  ancora una foto nella sua sala di posa (il retrobotttega) dove lo sfondo vagamente classicheggiante è sempre lo stesso, dove c’è ancora la stessa poltroncina avveniristica (chissà quando era avveniristica!) su cui far sedere, a richiesta, il soggetto. Scatta con la nostra digitale. La pellicola scarseggia (deve farsela arrivare dal Kenya), per non parlare della carta. Alla richiesta di scattare comunque con la pellicola, dietro pagamento dei costi, e di non preoccuparsi dello sviluppo e stampa, cortesissimamente declina l’invito, con uno dei quei suoi sorrisi tristi che risultano assolutamente disarmanti.

Le foto di Natale 1991-92-93-94

Le foto di Natale scattate da Rohid Oza nel 1991-92-93-94

Lo stesso studio di posa, la stessa sedia, nel 2015

Lo stesso fotografo, lo stesso studio di posa, la stessa sedia, nel 2015

Già nel 1994 Rohit Oza aveva accettato di far scattare delle foto nel suo studio. Ed è abbastanza impressionante notare come quasi nulla è cambiato, soprattutto nelle foto appese agli armadi e nelle vetustissime pubblicità. Non sono cambiati tanto neanche quegli occhi lucidi, come a quei tempi in cui la fotografia digitale ancora non esisteva. Adesso lo studio sopravvive grazie a occasionali feste di matrimonio, o eventi ufficiali, oltre alle fototessera per i documenti di identità. Solo in rarissime occasioni Rohit Oza usa la Rolleiflex, con pellicola rigorosamente Ilford, come la carta, del resto. Il laboratorio non ce l’ha allo studio, ma a casa. Le fototessera e ritratti in studio li fa con una piccola compatta digitale Nikon, di cui è molto soddisfatto. Ma, al tempo stesso, nel maneggiare questo apparecchietto elettronico, riaffiora nei suoi occhi quella liquida tristezza sconfortante. Uno sguardo ben diverso quando prende una Kodak a soffietto 6×9 e la mostra orgoglioso: la sua prima macchina fotografica.

Lo studio fotografico nel 1994

Lo studio fotografico nel 1994

Nel 2015

Con Rohit Oza nel 2015

Dopo aver fatto un autoscatto anche con la sua compatta digitale, Rohit Oza incarta le vecchie stampe in bianco e nero in una busta di carta ruvida marroncina. Precisa, a mo’ di rassicurazione, che ha messo nella busta anche un pezzo di cartoncino spesso, uno scrupolo in più come a sottolineare quanto ci tenga a che le sue fotografie non si sciupino. Ma forse ha capito che ci tiene anche l’acquirente!

 

Zanzibar Capital Art Studio, poco più avanti dell'ufficio postale, poco rima di arrivare all'orologio della Corte di Giustizia

Zanzibar Capital Art Studio, poco più avanti dell’ufficio postale, poco prima di arrivare all’orologio della Corte di Giustizia

Per la cronaca 1: Una serie di foto d’epoca acquistate allo studio fotografico da Geordie Mott sono state scansionate e poi caricate su questo Album Flickr.

Per la cronaca 2:Un bel servizio giornalistico corredato da fotografie di Katie Lin su Rohit Oza e sul suo studio fotografico si trova qui.

Per la cronaca 3: Una bellissima foto di Rohit Oza, scattata da Ezequiel Scagnetti, si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 26 febbraio 2015

Il Leviatano di Philip Hoare: le balene, le storie, la Storia

Uscito in inglese nel 2008. L'edizione italiana (Einaudi) è del 2013

Uscito in inglese nel 2008. L’edizione italiana (Einaudi) è del 2013

In inglese è cosa comune che la stessa parola sia usata come sostantivo o come forma verbale. Call, ad esempio, significa sia chiamare che chiamata. Whale, la balena, nella forma verbale to whale significa cacciare balene, e nel participio sostantivizzato whaling diventa l’attività baleniera. Un po’ come fish, to fish, fishingBalenare in italiano ha più a che fare con i temporali che con i cetacei, e nonostante il dittico ittio-nautico sia affascinante,  salpa/salpare non funziona. Con pesce/pesc(i)are ci si avvicina un po’, non fosse per quella i di troppo. Nel settore zoo-venatorio non va molto meglio: nel caso del leopardo, il verbo leopardare – segnatamente nel participio aggettivizzato – ha più a che vedere con l’abbigliamento ghiozzo o con la proverbiale tazza che con i safari africani.

Ma si diceva: la balena, la caccia alla balena. Questo poderoso libro pubblicato dall’inglese Philip Hoare nel 2008, Leviathan,  guarda alle balene da innumerevoli punti di vista, e la sovrapposizione della stessa parola, ora a designare l’animale (o meglio numerosi animali) ora le attività di caccia (nelle sue innumerevoli evoluzioni legate alla storia della marineria, al mutare dei contesti socioeconomici delle varie regioni del mondo e al progresso tecnologico) accompagna tutta la narrazione.

Perché di narrazione si tratta. Mascherato da saggio sulle balene, sulla biologia di questi animali conosciuti quasi solo da morti, ma anche sulle attività baleniere, sui conflitti internazionali e  sulla graduale consapevolezza della necessità di adeguate misure di conservazione, questo libro si può leggere anche come un romanzo avvincente.

La cornice imponente all’interno della quale si srotolano tutte le storie che ruotano intorno alle balene è, naturalmente, Moby Dick, di Hermann Melville.

… un libro da leggere due pagine alla volta, un testo trascendentale. Ogni volta che lo leggo, è come se fosse per la prima volta. Studio la mia edizione tascabile durante un tragitto in metropolitana con la stessa concentrazione con cui la donna col velo seduta vicino a me legge il suo Corano.

Ma il numero impressionante di fonti verificate dall’autore, i volumi consultati, le interviste fatte ai quattro angoli del mondo, rendono la dimensione del racconto davvero poliedrica.

Una delle illustrazioni del libro

Una delle illustrazioni del libro

Per di più, l’autore, narratore, ricercatore, whale-watcher non fa per niente l’asettico o il distaccato. Anzi. La propria personale esperienza è sempre presente: dalle fascinazioni fanciullesche, alle letture giovanili, alle emozionanti esplorazioni adulte, in un crescendo vertiginoso di immedesimazione con il mondo acquatico dei cetacei e di percezione sempre più precisa delle affinità fra gli umani e le balene. Come nella scena toccante della morte della madre, con quell’ultimo respiro…

Eppure l’autore, pur nelle sue sempre presenti e fortissime emozioni, non sconfina mai nelle melensaggini new-age o nei deliri animalisti. Piuttosto, passa in rassegna con grande lucidità la storia del sistematico sterminio delle balene. E qui si mescolano le eroiche imprese dei marinai e degli armatori di Nantucket con i conflitti per il dominio mondiale del mercato dell’olio di balena (proprio negli anni della rivoluzione americana anche questo scontro commerciale entrò nello scenario geopolitico), con le innumerevoli applicazioni dei prodotti della caccia alle balene, che cominciarono a declinare quando si diffuse l’uso del petrolio.

Londra divenne la città meglio illuminata del mondo. Negli anni ’40 del ‘700 cinquemila lampioni bruciavano olio di balena…

Un'altra immagine dal libro

Un’altra immagine dal libro

Ci sono i dati crudi e agghiaccianti sul numero di balene cacciate in un dato anno o in un dato periodo. L’arrivo dei cannoni lancia-arpioni. L’ingresso del Giappone nella corsa al cetaceo. Le navi attrezzate per la pesca e la lavorazione e conservazione del prodotto. La riluttanza della Norvegia ad accettare le convenzioni internazionali. I dati falsificati al ribasso dalle autorità sovietiche… Ma ci sono anche innumerevoli passi poetici, tantissimi richiami alla letteratura, pagine molto appassionanti sui rapporti fra Melville e Hawthorne, insomma un libro che scorre via veloce come l’acqua sotto la chiglia di un veliero. Fra l’altro tutta la narrazione è fittamente arricchita di immagini. Che siano antiche incisioni, pubblicità d’epoca, fotografie antiche o moderne.

Un libro che lascia, alla fine, con due desideri dominanti:

1. Rileggere per l’ennesima volta Moby Dick. Forse, dopo essersi appassionatamente addentrati nel lavoro di Philip Hoarse, il capolavoro di Melville rivelerà nuove dimensioni sorprendenti;

2. Trovare il modo, prima o poi, di andare a gettare un’occhiata su quelle coste del New England dove una volta era concentrata la marina baleniera più potente del mondo, quelle stesse coste dalle quali sentì l’impellente necessità di salpare proprio lui, Ismaele.

Infine...

Infine…

Per la cronaca 1: L’edizione italiana Einaudi eccola qui.

Per la cronaca 2: L’edizione inglese si può ordinare da qui.

Pubblicato da: miclischi | 8 febbraio 2015

L’Otello di Lo Cascio al Verdi di Pisa: moderatamente godibile

Luigi Lo Cascio parla del suo lavoro durante l'incontro con il pubblico organizzato da Franco Farina poco prima dello spettaccolo

Luigi Lo Cascio parla del suo lavoro durante l’incontro con il pubblico organizzato da Franco Farina poco prima dello spettacolo

Prologo

– Gua’, o te? ‘Sa ci fai vì, ‘un eri un patito der Montino? O quella d’andà ar Doppiozzero?

– Esaòsa, c’era un pigiapigia dar Montino, poi mi sa che cor negozio rifatto c’è ancora meno spazio, s’aveva fretta, siamo venuti a provà vì.

– Era bòna la pizza?

– Guarda, ormai guasi dappertutto (ma dar Montino no!) usa la pizza finefine che se provi a prendenne ‘na fettina ‘n mano ti ‘asca tutta penzoloni. Dice a’ giovani ni piace ‘osì. La cecina però, si pole dì?, era favolosa.

– Obbravo. E ora dove c’hai d’andà, così a corsa?

– Si va a vedé l’Otello ar Verdi.

– L’Otello? O ‘un era l’anno scorso? O che banda è, lo rifanno digià?

– Ar Verdi, mìa di Verdi! Vésto vì è ‘n prosa. Ma no véllo di Scèspi, dice l’ha rifatto a modo suo Lo Cascio, véllo de’ Cento passi. Addirittura pare lo faccino in siciliano, ce l’ha raccontato pòo fa ir regista nella sala dei concerti ar treatro.

– Allora poi magari va a finì che ‘un ci ‘apisci ‘na seganulla.

– Dice si ‘apisce uguale. Vai, domani te lo ridìo.

– Bòna.

– Bòna.

Il poderoso Vincenzo Pirrotta (Otello) con Giovanni Calcagno (il soldato)

Il poderoso Vincenzo Pirrotta (Otello) con Giovanni Calcagno (il soldato)

Il giorno dopo.

– Oh, rieccoti, allora era bello vest’Otello? L’Esurtate l’ha fatto ammodo?

– Ma allora sei duro, dé, te l’avevo detto ‘un era ‘véllo di Verdi! Era uno spettàolo di prosa! Ma anche se ‘un ha fatto l’Esurtate, te lo posso dì? ‘Vest’Otello, coso, Vincenzo Pirrotta, era proprio un fenomeno. Recitava, s’agitava di và e di là come un ossesso, rantolava, piangeva, si buttava per le terre… Un attore davvero coi fiocchi. E nelle frasi d’amore alla su’ povera Desdemona, tu l’avessi sentito… roba da brividoni. La rabbia (mi veniva da dì la turchesca rabbia), l’odio e l’amore, la tristezza, l’esurtanza (!), la tenerezza, tutte velle robe lì racchiuse in quer pover’omo, ir Pirrotta l’ha fatto proprio bene, bisogna proprio dillo.

– E ir siciliano? Via giù, dillo, che un c’hai ‘apito nulla.

– No guarda, t’assiùro, ir siciliano alla fine ‘un è stato un gran probrema. Fattelo dì da uno che ha sentito tutto ‘r Boris in russo alla Scala dal loggione, e ha goduto da morì. Secciripenzo… ott’ore di ‘oda per la strada e poi cinqu’ore ‘n piedi, abène, s’era giovani… Ir fatto è che in certi momenti di vést’Otello ‘un si sentiva guasi nulla.

– Dé, come un lo sapessi che sei doventato sordo a forza d’andà sott’acqua! Ar treatro ci devi andà, sì, ma con la ‘ornetta all’orecchio!

– O lascia sta’ ‘subacquei! Se ti dìo che un si sentiva ammodo dammi retta. A vorte sì, ma a vorte no. Come quando dé, arriva Iago (che poi sarebbbe proprio lulì, Luigi Lo Cascio detto Gigi) che si strascina per tutto ‘r corridoio della pratea ir sordato che lo tiene per una fune, e principia a ragionà… , te lo posso dì, lì davvero ‘un s’è capito ‘na sega. Hanno vorsuto usà ‘migrofani, ma si vede avevano spippolato un po’ a casaccio sulle ‘onsolli ‘lettronie, e alle vorte arrivava un sòno ‘mpastato che davvero un si ‘apiva nulla.

– Mah, sarà, per me siei te che ‘un capivi.

– Ascorta, la povera pupporona Desdemona, peresempio, un parlava mìa siciliano, parlava di morto italiano, eppure anche lei, sarà che sapeva che di lì a pòo l’avrebbano ammazzata, ma ‘un si sentiva mìa bene véllo che diceva. Si dimenava co’ cortelli o co’ bastoni in mano, ma quando c’aveva varcosa da dì, ir migrofano non l’aiutava mìa tanto. Valentina Cenni, si chiama l’attrice, e ir regista aveva spiegato pòo prima d’andà ‘n scena che l’aveva fatta parlà in italiano per fa vedé com’era diverza da Otello (ir quale, già che ‘un era negro, armeno quarche diversità se la dovevano ‘nventà).

– Insoma, via, dillo, t’ha fatto caà.

– Nono, maccosa dici: lo spettàolo ner su’ inzieme ‘un m’ha mìa sfavato! Iago l’aguzzino, inzomma, via, la merdaccia della situazione, Gigi l’ha fatto ammodo, e poi s’è ‘nventato di principià e finì la storia cor ir corpevole in prigione… e anche la scena guasi finale di luilì che si fa fa’ ‘r ritratto, varda, è stata davvero ‘na ganzata. Non c’ho capito ‘na sega di perché alla fine vanno a finì ‘n sulla luna, o cosa c’incastra? Ma dicedé, se si ‘apisce tutto ‘un c’è gusto… Poi c’era anche ir sordato, quello che sta lì sur bordo der parco a raccontà ver che succcede nella storia, un po’ come vell’omìni dei carretti siciliani che raccontano le storie dell’eroi delle crociate e l’ammazzamenti nelle guerre e nelle storie di ‘orna… Oppure velli là che manovrano i burrattini siciliani con le spade técche ‘n mano… Ecco, quella era proprio una bell’idea, e anche lui (Giovanni Calcagno) c’ha fatto la su’ figura.

– Ma un bell’Otello come quello dell’anno scorso con Palombi, dillo, giù, t’avrebbe fatto godé di più.

– O come ragioni? Cosa c’incastra, te lo devo ridì? E vero che nel mentre che si svorgeva la storia, siciliano o non siciliano, si rionoscevano arcuni de’ pezzi forti (Ora e per sempre addio, Dio mi potevi scagliar…) E poi quando arriva Otello ‘n camera e sveglia la povera Desdemona e ni dice di pregà, guarda, siciliano o non siciliano, Lo Cascio o Boito, esaòsa, Scèspi ci sapeva di morto andà, e anche in questo spettàolo vì, te l’asssiùro, l’amosfera d’Otello e de’ su’ trabagai l’hanno resa di morto bene.

– Allora ni si pole dà un ber voto?

– All’Otello, sia come opera che come personaggio e interprete, di siùro sì. Te l’ho detto e te lo ridìo: quer Pirrotta mi c’ha lasciato davvero di stucco. Per ir resto, sì, è stata ‘na bella rivisitazione della storia che si ‘onosce tutti per lo meno per via di Verdi. Ma ver sòno che andava e veniva e per lo più ‘un si sentiva, guarda, mi c’ha fatto rimané male. Mi riveniva ‘n mente la mi’ nonna che quando sulla televisionina in bianchennero guardava gli sceneggiati televisivi e arrivava una scena girata ar buio, e si mescolava tutto nello schermo sgranato pieno d’intelferenze (specie se era sur seondo, malidetto ir Monte Serra) diceva sempre la stessa frase: Quei barbagianni! Vogliono fa’ i firmi di notte e ‘un gli riesce. Ecco, dopo quest’Otello viene da dì che vogliano fa’ gli spettacoli co’ migrofani e ‘un gli riesce.

Luigi Lo Cascio

Luigi Lo Cascio

– Via giù, ci si rifarà alla prossima.

– Ci puoi giurà. Intanto siamo già qui a ballettà aspettando ir prossimo Scèspi, dice fanno il Màcbe a Marzo.

– Boia dé, in siciliano anche véllo?

– Ma càa dici, no, véllo di Verdi, vedrai lì ‘un ce n’è di migrofani.

– Ah, dé, menomale. Allora ci si vede lì. Bòna Ugo.

– Bòna. Alla prossima. Ma…, scusa se te lo ridìo, guarda che quell’Otello che parla in siciliano, e piange, e soffre, e ama… insomma, te lo posso ridì? Questo Pirrotta fenomenale m’è rimasto addosso come un Niun mi tema fatto a mestieri. Bòna…

Uscito in Francia nel gennaio 2015

Uscito in Francia nel gennaio 2015

Dopo le classicheggianti vicende dei localini della rive gauche e dei suoi inguaribili ottimisti, dopo l’epopea del ‘900 raccontata attraverso la prospettiva di una sola persona, con l’improvvisa comparsa di Che Guevara, Jean-Michel Guenassia cambia decisamente registro in questo romanzo crudele e avvincente che apre il 2015.  Prima di tutto ci si sposta in Inghilterra, con significative puntate in India e nei teatri di guerra delle “forze di pace” in medioriente. E poi, dalla grande narrazione epica l’autore sposta l’attenzione soprattutto sull’individuo, le sue sensazioni, le sue passioni, la sua conscia o inconscia spiritualità, sulle irrisolvibili tensioni derivanti dai suoi legami familiari, sul suo arduo percorso interiore.

Si chiama Trompe-la-mort, questo nuovo corposo lavoro di Guenassia: quasi quattrocento pagine pubblicate da Albin Michel. Scampamorte, questo protagonista che sembra immortale, tanto è sopravvisuto a innumerevoli incidenti, accidenti, cadute, risse, valanghe, ferite, fino all’abbattimento dell’elicottero con cui si apre il racconto, e oltre.

Fa un po’ effetto, proprio un 5 di febbraio, giovedì, rileggere questo incipit fulminante:

Sono morto giovedì 5 febbraio 2004 alle 7 e 35.

Già, perché uno dei temi su cui ruota la storia, e che si presta al titolo, è proprio la morte, intesa in senso lato. Davvero, quando si muore, si muore? Ma le persone morte sono morte davvero? E quando una persona sembra morta, non è che per caso è ancora viva? E ancora: si può decidere che una persona sia morta, cancellarla dalla propria esistenza, anche se in realtà è viva e vegeta? Si può decidere di sottrarsi agli altri, come se si fosse morti?

Il valore della vita, il valore della morte. La vita è una malattia incurabile, ammonisce la madre del protagonista poco prima della tragedia che lo segnerà per sempre. E quando Tom diventerà suo malgrado una star del cinema documentario di guerra, fornirà la sua personalissima visione del coinvolgimento delle coalizioni occidentali in medio oriente: Vinceranno loro perché non gli importa di morire. Noi invece abbiamo paura di scomparire, cerchiamo di proteggerci con ogni mezzo e diamo alle nostre vite un valore smisurato.

Jean-Michel Guenassia

Jean-Michel Guenassia

Tom Larch, nato a New Delhi nel 1972 da un ingegnere inglese e dalla collega indiana che viene ripudiata dalla famiglia per non aver acconsentito alle nozze preconfezionate già decise da suo padre, vivrà sempre un’esistenza fatta di contrasti. L’autorità paterna che contrasta la libertà di giocare con l’aquilone sul tetto della casa di Delhi; l’angoscia di vedersi catapultato nel suburbio londinese dove tutto è grigio; la presa di conoscenza della discriminazione razziale – lui che si considera indiano -, i conflitti nello sport, nei primi innamoramenti adolescenziali… e poi ancora, l’attaccamento formidabile alla madre e l’assenza del padre, la curiosità per la religione, mai del tutto esplorata, fino alla decisione di abbandonare il padre e arruolarsi volontario nei Royal Marines per farsi una vita davvero propria.

qui le persone erano grigie come i muri e gli impermeabili, il prato e il cielo…

Fin qui la storia si dipana in modo abbastanza lineare. Ma la frattura nella vicenda familiare di Tom produce anche una frattura narrativa. Si ritrova Tom anni dopo, già con un notevole bagaglio di esperienze militari in Irlanda del nord, in Africa, in Afghanistan, e infine in Iraq. E l’abbattimento dell’elicottero. Poi l’incontro con la reporter inglese, la ricostruzione della sua storia infinita di morti scampate, la scoperta dell’amore, la paternità…

I contorni della storia si sfrangiano un po’ con l’arrivo di nuovi personaggi, di nuove situazioni che non sembrano scalfire gli incrollabili principi del protagonista (un uomo senza telefono cellulare, che non è interessato ai soldi né al successo, ma solo al rispetto dei valori in cui crede). Eppure, questa prosa fluida e convincente, senza intoppi e addirittura avvincente, incoraggia a navigare senza esitazioni nella storia che sembra acquisire sempre nuove sfaccettature, rompendo schemi e riservando di continuo sorprese e cambiamenti di rotta.

Di crisi in crisi, di rottura in rottura, Tom finalmente rimette piede in India nel 2014, ed è come se si aggiungessero nuovi strati di consapevolezza, nuove angolazioni secondo le quali considerare la realtà, le tante manifestazioni della realtà.  La realtà? Ma quale realtà? La realtà raccontata da quale verità? Questo è davvero il tema dominante della storia.

Non riesco ad abituarmi al fatto che, in questo universo di finzione, nessuno dica la verità. La quale non ha nessuna importanza, è come una corrente d’aria, un raggio di sole, un ornamento della realtà, una tonalità di colore che la riflette e che si fa cangiante secondo i desideri o gli stati d’animo. Qui la verità non è binaria. Mi sono appena reso conto che è un’impossibilità assoluta. C’è un numero infinito di verità. Tutte ugualmente esatte e situate sullo stesso piano. Ce n’è forse una tangibile e concreta? Credo proprio di no. Anzi, questa è ormai la sola cosa di cui sia sicuro.

Nell’avvicinarsi alla fine del libro, ci sia aspetta una svolta, un lampo di redenzione… ma ormai si è fatta strada la convinzione che in un universo senza verità non ci possa essere alcuna soluzione all’esistenza difficile del protagonista. E infatti la storia si termina con una fine che è un nuovo inizio. Come una morte che ridiventa vita, come a sottolineare il tema strisciante – delicatamente indiano – della vita che trova nuove forme dopo la morte.

Un libro coinvolgente, conturbante, commovente, lieve nella lettura ma pesante nei contenuti, fonte infinita di riflessioni sui temi della solitudine, del potere, dell’onestà; ma forse, soprattutto, sulle difficili alchimie che regolano i rapporti fra genitori e figli.

Nessuno può predire il destino dei propri figli, se il loro percorso sarà quello delle nostre speranze o quello delle nostre peggiori paure. 

Wembley 1988

Wembley 1988

Per la cronaca 1: La colonna sonora del romanzo, che ritorna come mantra ossessivo, è la canzone Brothers in arms di Mark Knopfler, che il protagonista aveva sentito a Wembley nel 1988 eseguita dai Dire Straits con Eric Clapton in occasione delle celebrazioni per il settantesimo compelanno di Nelson Mandela. Qui c’è il video, mentre qui c’è il testo della canzone. Dallo stesso concerto sono citate anche Sultans of swingRomeo and Juliet.

Per la cronaca 2: Dei precedenti romanzi si era ragionato qui ( Le Club des Incorrigibles Optimistes) e qui (La Vie rêvée d’Ernesto G).

Jean-Michel Guenassia: Trompe-la-mort. Edizioni Albin Michel, gennaio 2015. 400 pagine, 22 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 1 febbraio 2015

Il vademecum di Bruno Canino: saggezza, ironia e umorismo

Un bel ritratto di Bruno Canino da Flo'n the go

Un bel ritratto di Bruno Canino (da Flo’n the go)

Vedi la bellezza delle fiere del libro: navigando fra gli innumerevoli stand e le cataste interminabili di libri del Pisa Book Festival 2014, capita anche di trovare un libriccino svelto e invitante, pubblicato nel 1997 da Passigli e mai notato prima. Si tratta del Vademecum del pianista da camera  scritto dal pianista Bruno Canino per fornire qualche dritta alla categoria del tutto particolare di esecutori che sono appunto i pianisti da camera.

Violino e pianoforte, pianoforte e chitarra, trii, quartetti, quintetti, pianoforte a quattro mani, due pianoforti, e innumerevoli altre combinazioni.

Strutturato per argomenti in ordine alfabetico (da abitovoltapagine) il libriccino (140 pagine in formato tascabile) passa davvero in rassegna tantissime situazioni che ruotano attorno alla performance da camera con pianoforte. Prevale con forza l’intento didattico per fornire dritte agli esecutori basate sulla lunghissima esperienza di studio e di palco. Ma Bruno Canino non si lascia scappare l’occasione di dire come la pensa un po’ su tutti gli argomenti, musicali e non.

L’abbiamo or ora detto a proposito del fortepiano: aggiungiamo qui, una volta per tutte, che certamente al pianista non farebbe male conoscere il clavicordo, il clavicembalo, l’organo. E, certamente, essere capace di cantare.

Passigli, 1997

Passigli, 1997

E’ una prosa svelta, precisa, raffinata, infiorettata qua e là, senza strafare, di parole tedesche o francesi, o anche in greco antico. Ma la leggibilità è davvero massima anche per i semplici appassionati di musica. Non mancano accenni ironici alla rivalità fra gli interpreti che si contendono gli spazi sul palco o che pretendono di prevalere sugli altri musicisti, mentre l’approccio caniniano è decisamente paritario. Ci sono qua e là anche accenni al lavoro dell’interprete: i disagi delle trasferte, le controversie sui compensi… Insomma proprio un compendio di idee sul far musica, incidentalmente con il pianoforte, incidentalmente suonando musica da camera.

Ci sono lampi di sorprendente lirismo, o sbuffi d’umorismo, ma anche idee narrative geniali, come l’incipit della voce Voltapagine:

S’incarna in una fanciulla bionda un po’ demodée, o in un signore anziano, forse vedovo…

Infine, nel capitolo omonimo, un bel discorso sull’improvvisazione:

Ma in realtà il più vero senso dell’improvvisazione, a nostro parere, deve essere – in un certo tipo di repertorio – nella disponibilità, da parte di chi suona, a dimenticare di aver letto, studiato e ristudiato, eseguito e straeseguito un pezzo; ad addentrarcisi con la gioia e la trepidazione della scoperta, simulando con candida fede di non conoscerlo; e ad accettare suggerimenti e stimoli che gli possano giungere da una diversa considerazione del testo, o dai suoni che i compagni di viaggio producono; e anche dallo strumento, dallo stato del proprio animo e dai propri muscoli; e da mille altre sollecitazioni esterne.

Insomma una lettura davvero coinvolgente, e la scoperta che un bravo musicista può anche essere un bravo scrittore.

Bruno Canino: Vademecum del pianista da camera. Passigli editore, 1997. 144 pagine, 10 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 25 gennaio 2015

Pietro Leveratto: vivere in compagnia della musica

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

E’ abbastanza raro incontrare una persona che non abbia nessun interesse per nessun tipo o genere di musica. Esistono, ma sono rare. Forse altrettanto rare sono le persone che trovano interessi, emozioni e stimoli in tutti i generi musicali. Di sicuro Pietro Leveratto è uno di quest’ultima categoria.

Nel suo libro Con la musica – Note e storie per la vita quotidiana, uscito alla fine del 2014 per Sellerio, infatti, non c’è settore che rimanga ignorato: dall’opera, al jazz, al pop italiano ed estero, alla musica classica, quella etnica, e anche un bel po’ di musica “sconosciuta”. Si legge nel risvolto che fa il docente di conservatorio e il contrabbassista, ma certo queste professioni musicali non basterebbero di per sé. Si intuisce che l’autore è una di quelle persone che della musica ha bisogno come di nutrimento, e nel cibarsene non ha pregiudizi di nessuna sorta.

E sembra quasi incredibile che l’indice dei nomi in fondo al volume occuppi soltanto tredici pagine, tanti  sono gli artisti citati come soggetti principali, o secondari, o solo come comparse negli infiniti ribedoli. Nel compilare questo catalogo delle emozioni musicali l’autore ricorre a dei “pretesti”, diligentemente elencati in ordine alfabetico (si va da Agorafobia fino a Vulcaniani e altri extraterrestri).

E così, abbastanza naturalmente, troveremo nel capitolo Insonnia un corposo ragionamento sulle Variaizoni Goldberg, con significativi incisi su Wanda Landowska e Glenn Gould. Nel capitolo Farsi un amico, perdere un amico si arriva a ragionare sui rapporti fra musicista e librettista (Verdi e Boito, ma anche Richard Strausss e Hugo von Hofmansthal). Curioso però che la sezione dedicata a questi  ultimi due sia intitolata all’opera Arianna a Nasso, benché poi si parli di tutt’altro (nel senso di altre opere).

Pietro Leveratto (fotografia di Roberto Serra)

Pietro Leveratto (fotografia di Roberto Serra)

A proposito di titoli, citazioni. etc.: l’autore si pregia di citarli sempre in originale (tedesco, inglese, francese, etc.). Ma soltanto quando fa citazioni in cirillico si premura (e meno male!) di tradurle in italiano Forse presuppone nel lettore (in tutti i lettori!) una cultura paneuropea che forse, invece, via, giù…

Musica, musicisti,brani, situazioni, storie, aneddoti… questo libro, a volerlo esplorarlo tutto nei suoi riferimenti bibliografici e musicali, non basterebbe una vita. Eppure la lettura risulta particolarmente piacevole, per almeno due motivi.

Prima di tutto contiene una mole di informazioni pazzesca, e senza questo libro fosse non si sarebbe mai venuti a sapere che Graham Nash (quello di CSN&Y) si esibì al festival di Sanremo nel 1967 (nel gruppo The Hollies) in coppia con Mino Reitano! La canzone era Non prego per me, di Mogol-Battisti.

E così si scopre che Nah è stato a Sanremo nel 1967...

E così si scopre che Nash è stato a Sanremo nel 1967…

Poi ci sono tantissime idee, spunti e riflessioni su tutte le possibili sfaccettature del poliedro musica. Ecco un esempio:

… qual è la sostanza della musica? La risposta sbagliata sarebbe dire che sia fatta di suoni, in realtà è evidente come la materia che la compone sia il tempo, proprio quello fisico che vediamo scorrere se guardiamo l’orologio.

Voilà, una lettura coinvolgente, appagante, a tratti divertente. Rimane la curiosità di sapere da dove viene questa inestinguibile sete di musica. Forse dall’infanzia, dai dischi che gli facevano ascoltare da bambino? Oppure, come si leggeva nelle biografie romanzate dei grandi musicisti, per reazione contro chi voleva avviarlo a sani studi di economia e commercio?

Pietro Leveratto: Con la musica – Note e storie per la vita quotidiana. Sellerio editore, 2014. Collana Il contesto. 340 pagine, 16 euro.

Pubblicato da: miclischi | 20 gennaio 2015

La Rondine di Puccini: meno male che c’è Lisette

In scena a Pisa, Lucca e Livorno

Stagione 2014-15: in scena a Pisa, Lucca e Livorno

La Rondine  al Teatro verdi di Pisa. Un’opera di Puccini, per di più minore e non rappresentata di frequente, neanche in Toscana (al Maggio di Firenze: mai). C’erano davvero tutti gli elementi per partire parecchio prevenuti. Poi però, durante la presentazione del 14 gennaio, il direttore d’orchestra Massimiliano Stefanelli aveva saputo trovare parole molto convincenti per svelare le qualità della partitura, per cui, via, alla fine, l’andata a teatro non fu improntata allo spirito “oimmene chi me lo fa fa’“, ma fu anzi animata da un flebile ottimismo.

Sabato 17 gennaio 2014. Le note di sala contengono elementi utili per approcciarsi all’opera, con scritti del direttore, del regista, della scenografa e anche di Fedele d’Amico e Dacia Maraini. Curioso però che quasi tutti giochino in difesa, come a cercar di rimediare a un’ingiustizia quasi secolare nei confronti di quest’opera bistrattata dai critici in tutte le epoche.

S’apre il sipario sul primo atto con sfarzi da magione lussuosa, signorine indebolite, cicisbei, poeti, svolazzamenti di abiti ingolfanti, bicchierini, sigari, amenità. Par d’essere ripiombati nel salotto della contessa di Coigny nel prim’atto dell’Andrea Chénier. Però qui, a far da contraltare proletario alla patrizia prole non c’è l’austero Gerard, bensì l’audace, impertinente e ruspante cameriera Lisette. Questo primo atto (quanti se ne saranno visti d’atti d’opera ambientati in un salotto bene dove si consumano le verduriniane mollezze della nullafacenza?) s’anima da un riuscitissimo cocktail fra le parti colloquiali o d’insieme e le emersioni solistiche. E anche la Magda di Maria Luigia Borsi, apparsa dapprima scura nella voce e negli umori, si eleva sottile, limpida ed eterea nelle parti solistiche, in particolar modo nelle trasognate note della lenta canzone. Sottolineature orchestrali ben congegnate, bel gioco delle parti,  insomma un prim’atto veramente godibile, anche grazie a una regia che ha curato benissimo i movimenti dei personaggi (fino addirittura a far “suonare” il piano a Prunier mentre canta la sua canzone!) e alla presenza scenica (e alla voce!) più che adeguata di tutti gli interpreti. Emerge fin dal prim’atto quello che sarà il personaggio davvero vivacizzante di tutta la storia. Proprio lei: la spumeggiante e sfrontata Lisette (qui interpretata da Lavinia Bini, che avevamo visto qualche mese prima apprezzatissima interprete di Zerlina nel Don Giovanni).

La location del secondo atto

La location del secondo atto

Secondo atto da Momus, ops, pardon, da Bullier. Grande folla di bevitori, signorine (grisettes), studenti, ballerine e ballerini, in una grande scena d’insieme variegata, animata, potenzialmente divertente. Ma qui l’amalgama fra la scena e la musica scema un po’, le parti si mescolano in una marmellata di musica e voci non molto saporita; e se non fosse – di nuovo – per la spumeggiante imprevedibilità di Lisette, alla fine questo gran pandemonio rimarrebbe sorprendentemente piatto. Non vien giocata come ci si poteva aspettare da Puccini la carta della doppia coppia (si sarà forse troppo abituati davvero alla scena di Momus?) e anche i valzerini sciapi di cui s’infarcisce questa scena… a Musetta e al suo valzer (quello sì) non legano neanche le scarpe.  Sarà, ma alla fine i personaggi più interessanti questo second’atto risultano i due ineffabili camerieri…

Terz’atto: siamo a Viareggio (ops, pardon: in Costa Azzurra), al mare, nido d’amore dei due fuggitivi dalle follie parigine. Il giovine campagnuolo e la grisette parigina s’immedesimano nella parte dei puri amanti, se non fosse che poi i soldi scarseggiano e, allo scopo di farsi mandare urgentemente un vaglia dai genitori, il povero Ruggero ricorre alla scusa di aver trovato il vero amore. Il fatto è che lui ci crede davvero, e sua madre ancor di più, mentre in un sussulto d’indipendenza la Magda instabile ma fiera annuncia che lei, di sposarsi, proprio non se ne parla. Conoscendo il contesto della famiglia di lui, ricorre a un mezzuccio infallibile: fa leva sull’onore dei sòceri che si perita ad infangare (definendosi “contaminata”). Ora, via, ma possibile che l’ingenuo Ruggero pensasse davvero che una tizia incontrata in un bar, che dopo due birrette gliela dà subito, possa essere mite, pura, che ha tutte le virtù come indica la lettera della mamma? Ah, la lettera: ce ne sono svariate, di lettere, nel panorama del melodramma. Basti pensare a quella parlata del Macbeth o quella altamente drammatizzata della Butterfly. Ma come sarà pallosa quella della Rondine! E anche la concitata azione che ne segue, accompagnata da quello zum-pa-pà… via, ma davvero non gli è venuto in mente niente di meglio, a Puccini? In questa chiusa squallidotta si riassume il vero fattore incrinante di tutta l’opera: il fatto che forse al musicista non gli è mica poi garbata tanto, questa storia…

I valzerini del secondo atto (al teatro del Giglio a Lucca)

I valzerini del secondo atto (al teatro del Giglio a Lucca)

E alla fine riaffiora il dilemma dominante: opera o operetta? Rifiuto totale della seconda in favore della prima da parte del musicista, a quanto pare. Ma questo riciclaggio alla fine non pare sia del tutto ben riuscito. E in chiusura rimane soprattutto una sensazione di scarso spessore.

Lavinia Bini: acclamata per la seconda volta nella stessa stagione lirica al Verdi di Pisa

Lavinia Bini: acclamata per la seconda volta nella stessa stagione lirica al Verdi di Pisa

Eppure, a parte la conferma almeno parziale delle iniziali ragioni dell’esser prevenuti, lo spettacolo nel suo complesso è stato tutto sommato gradevole. Prima di tutto per l’Orchestra della Toscana sotto la guida di Massimiliano Stefanelli, che è riuscito a valorizzare le numerose pieghe della partitura (distogliendo lo sguardo dalla scena e astraendosi dalla vicenda sciropposa si riusciva finalmente a godere dell’elemento meglio riuscito di questo polpettone: la musica). E poi per i cantanti (qui c’è il cartellone completo) tutti all’altezza, e tutti democraticamente applauditi dal pubblico pisano senza particolari preminenze, se non per un’evidente e incondizionata approvazione per la briosa Lavinia Bini. Poi le scene gradevolissime (di Rosanna Monti) ancorché un po’ “piene” nei primi due atti, e la regia senz’altro efficace di Gino Zampieri.

Insomma, lo spettacolo nel suo insieme può anche reggere, ma come opera, La Rondine, via giù, minore si annunciava e minore rimane.

Per la cronaca 1: Lo scritto di D’Amico nel programma di sala ben chiarisce il mistero delle diverse versioni del terzo atto in circolazione (che infatti se uno va a fare una giratina su Youtube rimane sorpreso nel notare che la fine della storia d’amore non è decretata da Magda ma da Ruggero stesso, in seguito a lettera anonima e ricomparsa di Rambaldo).

Per la cronaca 2: Il tenore Andrea Giovannini (Prunier) ha caricato su Youtube una serie di video su questa Rondine.

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