Pubblicato da: miclischi | 27 settembre 2016

Ilford Obscura: una pinhole per fotografi molto pazienti

La Ilford Obscura in posizione di scatto (sportellino aperto)

La Ilford Obscura in posizione di scatto (sportellino aperto)

Chi scatta ancora in pellicola suole affermare, a ragione, che una delle tante differenze di approccio fra la fotografia analogica e quella digitale sta anche nella disponibilità limitata di scatti. In un rullino 135 ce ne stanno di solito 36 (di più con il mezzoformato, di meno con le panoramiche). Con il medio formato si passa dai 15 fotogrammi del 4.5×6, ai 12 del 6×6, ai 10 del 6×7 agli 8 scatti del 6×9. E’ vero che uno può portarsi dietro anche tanti rullini, ma il solo pensiero di quel che segue (caricare la sviluppatrice, sviluppare, fissare, sciacquare, asciugare, provinare, etc.) fornisce una specie di autoregolazione alla smania scattistica. Con il grande formato, poi, tutto dipende dalla quantità di chassis che ci si porta dietro, ma considerando che le sviluppatrici in circolazione sono da 6 o da 12 pellicole piane, difficilmente in una sola sessione fotografica saranno scattate più di dodici foto.

Poi ci sono le scelte estreme, quelle riservate ai fotografi che davvero si contentano di scattare poche foto e che hanno soprattutto molta pazienza. Come la scelta di fare foto con la Ilford Obscura. Una macchina fotografica di grande formato con foro stenopeico per pellicola (o carta) nel formato 4×5 pollici (circa 10×12 cm). Si sa che ci sono macchine fotografiche di grande formato da usare con chassis portapellicola alle quali si può applicare il foro stenopeico (invece dell’obiettivo), oppure pinhole a pellicola. Ma in questo caso la grande pazienza richiesta al fotografo sta nel fatto che questa macchina fotografica può essere caricata (proprio aprendola e richiudendola al buio completo) con un solo fotogramma alla volta.

La Ilford Obscura infatti è una scatoletta in cui i due pezzi (il frontale con il foro stenopeico e il meccanismo di apertura e chiusura dello stesso – e il dorso) si infilano l’uno nell’altro. Il pezzo del frontale mantiene in posizione il foglio di pellicola (o di carta) che si adagia proprio in fondo al dorso. La posizione è assicurata da dei magnetini che tengono le due valve della scatoletta saldamente ancorate.

Le due metà della Ilford Obscura

Le due metà della Ilford Obscura

L’alloggiamento della pellicola (all’interno), il foro con l’apertura, l’innesto per il cavalletto. Non c’è altro. Per fare fotografie questo è l’essenziale, e si può fare a meno di tutto il resto.

Bisogna studiarci un po’, per poter utilizzare questa macchinetta. Soprattutto per saper decidere l’esposizione giusta. Il kit della Obscura conteine anche un regolo calcolatore circolare, ma per queste prime prove ci si è invece affidati al già collaudato Pinhole designer di David Balihar.

Naturalmente, però, il lavorio più impegnativo è quello necessario per caricare e scaricare la pellicola. Dopo un po’ di prove si è visto che con una black bag di adeguate dimensioni (è stata usata una 70×70 cm) ci si riesce più che bene anche tenendo il tutto sulle ginocchia. Non c’è bisogno di accattarsi una sorta di micro-tenda a igloo come raccomandato su vari forum (fra l’altro quegli attrezzi sono ben più costosi di una black bag). In pratica come si fa? Per scaricare la pellicola che è già in macchina (dopo lo scatto) e caricare la pellicola vergine, bisogna fare un po’ di attenzione, ma ci si riesce abbastanza agevolmente.

Il primo scatto con la Obscura: macchina sul davanzale, 3 minuti di esposizione

Il primo scatto con la Obscura: macchina sul davanzale, 3 minuti di esposizione

1. mettere nella black bag la macchina, la scatola di pellicola nuova e la scatola per riporre la pellicola esposta (è fornita dalla Ilford insieme alla Obscura, ed è del tipo a tre valve, per assicurare la sicurezza contro le infiltrazioni di luce).

2. una volta chiuse le due zip, infilare le braccia, aprire la macchina e aprire la scatola per la pellicola esposta. Inclinando il dorso della macchina se ne scende la pellicola e la si ripone nella scatola con i suoi due coperchi.

3. Si apre la scatola della pellicola vergine, si mette il sacchetto nero in posizione verticale per estrarre meglio un solo foglio, si cerca con le dita il marcatore e lo si posiziona in modo da assicurarsi che l’emulsione sia verso l’alto e lo si lascia cadere sul fondo della Obscura. A questo punto si fa scivolare il frontale della macchina dentro al dorso fino a fine corsa e il gioco è fatto.

4. Ma attenzione: c’è ancora da richiudere il sacchetto nero ripiegandolo, risistemarlo nella scatola della pellicola vergine e chiudere il coperchio. Solo ora si potranno riaprire le due zip e andare a scattare una foto.

Un altro scatto dalla prima sessione di prove con pellicola Fomapan 100. Esposizione di 3'

Un altro scatto dalla prima sessione di prove con pellicola Fomapan 100. Esposizione di 3′

Non c’è mirino, quindi bisogna regolarsi sapendo che l’angolo di ripresa è di poco inferiore ai 90° (corrisponde grossomodo a un grandangolo 26 mm nel formato 135). Magari cercando di tenere la macchina in bolla (il piano superiore è davvero grande e ci si può comodamente adagiare un telefonino sul quale si sia installata la App della livella a bolla). Considerando i tempi di ripresa lunghetti (l’esposizione più breve che si è fatta in queste prove ha comunque richiesto 25 secondi) il cavalletto è irrinunciabile, anche se un davanzale riparato dal vento può andar bene ugualmente.

 

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The making of… Lettura dell’esposizione con la D200 e scatto finale con la Obscura. 35″ di esposizione con la Fomapan 200 un po’ tirata per poterla sviluppare insieme alla 100 ASA.

Quindi, una volta sistemata la Obscura sul cavalletto, e dopo aver “mirato” nella direzione giusta, si tratta solo i determinare il tempo di esposizione. Usando la pellicola Fomapan 100 (primi cinque scatti di prova) i tempi di esposizione sono andati da 2′ a 22′ (giornata piovosa e coperta). Con una Fomapan 200 e un bel sole di finestate, i tempi sono andati da 25″ a 2′. Impostando tutti i dati richiesti (compreso il tipo di pellicola) sul calcolatore del citato pinhole designer si ottengono i tempi-equivalenti per una esposizione con f. 22 (l’apertura di diaframma di questa pinhole corrisponde a f.290!). Una volta trovati i tempi-equivalenti  si tratta di trascriverseli su un taccuino oppure di salvare e stampare la tabella generata dal programma. Poi, prima di scattare, bisognerà leggere l’esposizione con un esposimetro o con una macchina fotografica dotata di esposimetro per trasformare i tempi per f. 22 in tempi-equivalenti per la Obscura.

E i risultati? Più che soddisfacenti. Le prime foto piovose, con una luce cupa e luminosa al tempo stesso, lì per lì sembravano convincenti. Peccato che con 3 minuti di esposizione la pioggia si sia fatta vedere, conferendo alle immagini quel che di blurred che le opacizza un po’.

Con la Obscura a Villana. Fomapan 200. Esposizione da 25" (al sole) a 2' (ombra).

Con la Obscura a Villana. Fomapan 200. Esposizione da 25″ (sole) a 2′ (ombra). Stare immobili per 25″ non è cosa facile e solo a qualcuno riesce.

Nella giornata di sole, tutta un’altra musica. Tempi più brevi, più variazioni sul tema, e anche due scatti di ritratti per mettere alla prova i soggetti: Vediamo se siete capaci di rimanere immobili per 25 secondi!

Insomma una macchinetta dalle grandi potenzialità (c’è da provare anche la carta Harmann Direct Positive!) e soprattutto estremamente portatile perché leggerissima (anche se è vero che c’è da portarsi dietro un po’ di materiale accessorio. Se ne vedranno delle belle!

Ultimo scatto della giornata con la Fomapan 200. Esposizione di 30".

Ultimo scatto della giornata con la Fomapan 200. Verso la Verruca. Esposizione di 30″.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 24 settembre 2016

La Passione di Matteo secondo Sir John

La Passione di Sir John

La Passione di Sir John

22 settembre 2016, penultimo appuntamento di questa formidabile stagione di Anima Mundi: la Passione secondo Matteo di J. S. Bach con Sir John Eliot Gardiner e i suoi complessi, English Baroque Soloists Monteverdi Choir, e con il Trinity Boys Choir. Pienone in duomo a Pisa, orario anticipato per via del lungo programma, il sindaco e le autorità nelle prime file.

Ma lui, Sir John, sta tranquillamente a chiacchiera all’ingresso della cattedrale prima dell’inizio mentre i musicisti si preparano e riscaldano gli strumenti vagando nei transetti e nelle navate.

Poi si comincia, dopo l’annuncio da parte dello speaker che il Maestro dedica il concerto alla memoria di un collaboratore, e che sarà registrato un CD live dalla serata.

Una serata lunga e densa, emozionante e coinvolgente. Almeno per chi era venuto a sentire Bach e i suoi interpreti. Chi era venuto solo per partecipare a una serata mondana forse si è più che altro annoiato, sfogliando senza interesse il programma di sala, dimenandosi senza requie sulla seggiolina, cercando qualche distrazione nel ravanare nella borsa e rumorosamente mangiando pavesini. Del resto, per uno cui non interessa la musica sacra barocca, la serata sarà stata una vera tortura, sia per per la lunghezza del programma, che per i temi poco allegri (e per di più cantati in tedesco). E che disappunto quando al sospirante meno male agli applausi prima dell’intervallo un vicino ha precisato: questa è solo la fine della prima parte

Passons. Nonostante questi elementi di disturbo, la serata è stata senza mezzi termini favolosa.

Si abbassano le luci e ci si appresta a calarsi di nuovo nella magia. Come quella prima volta alla XII Sagra Musicale Lucchese (era il 12 giugno 1974) con Wenzinger alla viola da gamba – una folgorazione, che impose l’urgente acquisto del cofanetto Archiv di Karl Richter con le incisioni di Albrecht Dürer) – e poi con Harnoncourt al palasport di Firenze negli anni ’80 (non si sentiva nulla) fino alla Finlandia negli anni ’90, e poi ancora più volte a Pisa, anche in duomo, fino al Parco della Musica a Roma con Pappano nel 2013.

La traduzione del testo (ciclostilata!) - Lucca, 1974

La traduzione del testo (ciclostilata!) – Lucca, 1974

Il coro iniziale, grandioso, infinito, perfetto. Sulla minuscola partitura tascabile Eulenburg si segue il dipanarsi delle voci e degli strumenti, ed è illuminante concentrarsi solo sul rigo delle voci bianche (il corale sovrapposto al coro) e sentirsi sommergere dagli strati sonori. Il Monteverdi Choir non fallisce mai e provoca emozioni straordinarie.

Il tenore James Gilchrist (Evangelista) si gode i meritati applausi accanto al maestro Gardiner

Il tenore James Gilchrist (Evangelista) si gode i meritati applausi accanto al maestro Gardiner

Poi comincia la sua parte l’evangelista, il narratore della storia della passione, insomma, Matteo. Si può dire? Si può davvero dire? Il tenore James Gilchrist è probabilmente il miglior Evangelista sentito negli ultimi anni, e non solo dal vivo. Voce piena ed espressiva, abile nella potenza e nei delicati piano… oltretutto in sintonia telepatica e vibrazionale con il Maestro e con l’organista. Infatti era posizionato più in avanti, e poteva solo udire gli attacchi senza vedere. Non ne ha sbagliato neanche uno. L’altro solista “previlegiato”, nel senso posizionato sul proscenio e titolare di un ruolo che si è sviluppato durante tutta la vicenda, insomma, Gesù, era interpretato dal basso Stephan Loges. Bella voce calda, forse un po’ in deficit di volume nel registro basso, ma tutto sommato soddisfacente.

Come già ci aveva abituato Sir John nei precedenti concerti, le altre parti vocali solistiche sono state interpretate dai coristi che, a seconda dei casi, scendevano in proscenio oppure restavano al loro posto. Due sorprese: alcune arie del contralto sono interpretate dalla splendida voce del controtenore Reginald Mobley, e la prima aria per soprano non è cantata dalla “titolare” Hannah Morrison (che avrà modo di mettersi in luce in numerose occasioni successive), ma da una giovanissima altra soprano che non è dato sapere chi sia. Mai sentito prima un controtenore nelle passioni di Bach. Ma il risultato è stato notevole, e per qualche approfondimento sul tema, vedasi una bella e ben articolata discussione qui. Per quanto riguarda la prima aria di soprano (ignota), ha trasmesso una purezza e limpidezza di voce straordinarie. Conclude la rosa dei solisti “principali” il contralto Eleanor Minney, che ha unito alle capacità vocali un grande temperamento e una partecipazione emotiva alle vicende cantate davvero impressionanti.

Tutti gli interpreti, sia vocali che musicali, si sono dimostrati all’altezza della sfida poderosa. Fra gli strumentisti, una nota di merito ai flauti e ai violini solisti, di entrambe le orchestre.

Tripudio finale

Tripudio finale

Sono state scritte tante pagine sulle passioni, e su questa di Matteo in particolare, sulla sua dimensione drammatica e drammaturgica, quasi operistica. Ma il Maestro Gardiner, ancora una volta, e non solo con le sue interpretazioni musicali, ci aiuta ad addentrarci in questo capolavoro con indicazioni luminosissime. E’ suo il testo incluso nel programma di sala, e in quelle paginette fitte fitte dice davvero proprio quel che c’è da sapere sulla storia, sulla vocalità, sulla musicadi questa Passione. Un testo splendido, essenziale eppure densissimo. Una frase fra tutte:

Le caleidoscopiche permutazioni di colore trovate da Bach nella strumentazione appaiono infinite.

Aspettando la seconda parte: lo spartito sulla tastiera.

Aspettando la seconda parte: lo spartito sulla tastiera.

Nel suo testo Gardiner si sofferma anche su uno degli elementi caratterizzanti questa Passione: il dialogo. E proprio i dialoghi fra l’evangelista, i cori e gli altri solisti – specie nella seconda parte, dove sono numerosissimi – sono stati resi dal maestro in modo assolutamente incalzante. Non c’è pausa fra le parti vocali  e le riprese del narratore: la voce del tenore riparte quando ancora non si è spenta la sonorità dell’ultimo accordo vocale. Questa scelta del Maestro esalta ulteriormente la dimensione drammaturgica del capolavoro bachiano – e coinvolge ancor più il pubblico nella narrazione.

La successione incalzante di arie e parti vocali, il succedersi caleidoscopico degli strumentisti solisti, il delicatissimo corale che segue l’annuncio della morte di Gesù (cantato a cappella dopo una infinita pausa) portano verso la fine della storia con il coro conclusivo. Un tripudio di applausi, di entusiasmo da parte del pubblico – non solo e non tanto i signori e gli psicopompi, come avrebbe detto Gadda,  ma i tanti appassionati di musica e in particolare di Bach e della sua musica corale.

L'autografo si Sir Joohn Eliiiiot Grdiner sul frointespizio della partitura tascabile Eulenburg.

L’autografo di Sir John Eliot Gardiner sul frontespizio della partitura tascabile Eulenburg.

Poi il Maestro si defila negli angusti spazi riservati ai musicisti, proprio di fianco al palco. Il tempo di una stretta di mano; poi, al porgergli la partitura da autografare, subito si nega precisando: un momento, prima devo occuparmi dei miei musicisti. Sarà stata l’intensità dello sforzo interpretativo, sarà stata l’occasione particolare del ricordo dell’amico e collaboratore scomparso. Fatto sta che Sir John bacia e abbraccia tutti i suoi musicisti. Con alcuni si sofferma più che con altri. Dai suoi abbracci si sprigiona un senso di umanità percepibile anche a distanza fra quanti pazientemente aspettano di poterlo avvicinare. Un assistente gli porge un bicchiere di birra defatigante. Poi, poco a poco, solo dopo che tutti i musicisti si sono avviati verso l’uscita, si rende disponibile ai suoi ammiratori, molto più numerosi che nelle scorse occasioni. Chi gli porge il programma di sala, chi il libriccino del suo CD della Passione, chi la partitura. Ma come fa, con il birrino in mano? Gli giunge in soccorso una guardia del duomo in divisa. Lui le porge il bicchiere ma la ammonisce, serissimo: Mi raccomando non te la bere! E poi, con grande fatica, spossatissimo ma gentile e disponibile come sempre, distribuisce autografi, sorrisi, battutine. E continua ad emanare quel che per tutta la sera ha profuso ai suoi musicisti, ai coristi, ai solisti, al compositore a cui ha dedicato gran parte della sua vita artistica. Lui, il Maestro rigidissimo e rigoroso, in questa serata ha mostrato soprattutto la sua grande umanità. Grazie di cuore.

Una serata indimenticabile

Una serata indimenticabile

 

 

Pubblicato da: miclischi | 21 settembre 2016

Il trionfo di Zelenka in duomo a Pisa

Collegium 1704 + Zelenka: accoppiata vincente

Collegium 1704 + Zelenka: accoppiata vincente

20 settembre 2016: un’altra bellissima serata in questa rassegna Anima Mundi 2016. Due autori coevi, uno noto e uno meno, un pezzo notissimo, il Magnificat di J. S. Bach e uno quasi del tutto ignoto a queste latitudini, la Missa Omnium Sanctorum di Jan Dismas Zelenka. Di questo autore si era avuto un assaggio qualche giorno prima nel Camposanto Monumentale (se ne era ragionato qui), ma la Messa naturalmente si prefigurava come una composizione più ricca del precedente concerto da camera.

Sul palco, il complesso strumentale e vocale praghese Collegium 1704 sotto la direzione del Maestro Václav Luks. Il programma prevede dapprima il Magnificat e, a seguire, la Messa di Zelenka. Come nei concerti rock viene chiamato ad aprire la serata un gruppo “minore” in attesa delle grandi star, qui a fare da apertura c’è Bach. Come dire: guardate che il pezzo forte della serata sarà la Messa di Zelenka. Che sia stato un intento patriottico, quello del complesso praghese, per presentare al pubblico di Pisa la loro gloria nazionale barocca? Forse. Fatto sta che le attese non sono state deluse.

Entrano i musicisti e i coristi, e si comincia con lo straordinario coro iniziale del Magnificat. A dire il vero la grandiosità del coro non è che abbia risuonato come ci si poteva aspettare, soprattutto i bassi quasi non si sentivano. Ma si vede che avevano da scaldar le voci, perché nel prosieguo della serata – invece – il coro a davvero fatto un figurone in tutte le sezioni, bassi compresi! Si prosegue con l’alternanza di arie e cori, in questa composizione bachiana fantastica ma breve (una mezzoretta) che si caratterizza anche per arie estremamente corte, con poche concessioni alle ripetizioni e ai lunghissimi da capo che invece si sentono spesso in altri lavori sacri di Bach. I solisti-coristi, quando tocca a loro, scendono dal loro settore per sistemarsi accanto al direttore, e fanno proprio un figurone, tutti, anche se un plauso in particolare va alla straordinaria forza espressiva e alla qualità della voce del controtenore Filippo Mineccia, davvero notevole nell’Esurientes implevit bonis e nel trio con le due soprano Suscepit Israel.

Un'immagine molto pertinente del direttore Vaclav Luks - Foto di Stephane Moccozet

Un’immagine molto pertinente del direttore Vaclav Luks – Foto di Stephane Moccozet

In un paio di numeri (specie nella prima aria dopo il coro iniziale – Et exsultavit spiritus meus) il maestro si lancia in tempi metronomici un po’ vertiginosi, ma la riuscita complessiva è davvero più che buona, sia per le parti d’insieme, che per i solisti vocali e strumentali (con un plauso in particolare alle oboiste e alle flautiste). Anche se quel “quasi-legato” nel duetto d’apertura dell’Esurientes… Disse una delle due interpreti, interrogata dopo il concerto, che il Maestro Luks lo volle proprio così.

Escono le trombe, i timpani e i flauti, si riaccordano gli strumenti, e si riparte con la Messa di Zelenka. Un lavoro già più imponente come durata (un’oretta), anche se con organico ridotto rispetto al Magnificat. Fin dall’inizio (Kyrie eleison / Christe eleison) si comincia a fare l’orecchio a una musica di natura diversa da quella bachiana. Ci sono frequenti cambi di ritmo e salti ritmici nelle parti dell’accompagnamento, e sono frequenti le spericolate acrobazie in cui si lanciano i violini nelle parti d’insieme. Sono solo quattro le arie propriamente solistiche, la prima con il tenore che si inserisce fra il primo e il secondo Kyrie, con uno struggente Christe eleison. Già il secondo Kyrie (coro) suona per lo meno sconcertante, con scelte ritmiche e armoniche che suonano un po’ (soprattutto dopo aver sentito Bach) sorprendenti.

Ma è con il lungo e articolato Gloria che si entra appieno nella sonorità di Zelenka: una parte corale nella quale si inseriscono di quando in quando i cantanti solisti, mentre gli strumentisti giocano a rincorrersi allegramente, con attacchi in controtempo molto frequenti e con qualcosa che verrebbe da chiamare proto-sinfonismo. Le due compagne di banco (violini primi) suonano tutto questo numero sorridendo, quasi ridendo, sprizzando gioia da tutti i pori. E sì che invece stanno facendo un lavoro faticosissimo! C’è poco da fare: questo Zelenka suona pazzescamente moderno, a confronto di Bach. Del resto, come spiegano adeguatamente le note sul programma di sala, a differenza di Bach che rimase chiuso nelle sue chiese e nelle sue famiglie germaniche, Zelenka ebbe la possibilità di girare un po’ di mondo da giovane (Vienna e l’Italia, per esempio), il che probabilmente contribuì non poco ad allargare i suoi orizzonti, anche quelli compositivi.

Con Qui tollis peccata mundi arriva la seconda aria (soprano), impeccabilmente eseguita (davvero i solisti vocali hanno fatto una grande impressione,  finalmente anche il tenore ha dispiegato una voce bella piena, invece di quelle vocine striminzite che spesso si sentono nelle rappresentazioni sacre). Di nuovo il coro; poi, con il secondo Quoniam tu solus Sanctus, viene il turno del Contralto.

Ci si avvia verso il finale con un pazzesco Cum sancto Spiritu in cui sono i coristi a rincorrersi vertiginosamente. Segue il lungo, articolato e perentorio coro del Credo nel quale si inseriscono i cantanti solisti (e l’orchestra incalza con grande potenza) fino al pluriarticolato Amen (che arriva qui, invece che alla fine della messa come ci si poteva aspettare). Di nuovo il coro per il Sanctus. E poi arriva il pezzo forse più struggente di tutta la messa: quel Benedictus in cui cantano delicatissimamente insieme il soprano e il contralto, con i violini che sotto sotto si lanciano in arpeggi dolcissimi in un pianissimo che solo apparentemente ne maschera la complessità. Un momento davvero magico, per di più con una chiusa nuovamente sorprendente. Con l’Osanna le sezioni del coro tornano a rincorrersi giocosamente. L’Agnus dei inizia di nuovo con il coro, ma tosto si inserisce il basso per l’ultima parte vocale solista della messa.

Il Collegium 1704 con la connazionale Magdalena Kožená in concerto a Istanbul nel 2012.

Il Collegium 1704 con la connazionale Magdalena Kožená in concerto a Istanbul nel 2012. Foto di Cem Turgay.

Dona nobis pacem. Ma davvero stiamo ascoltando una messa barocca? Questo attacco del coro è di una modernità – di nuovo – sorprendente. E questo coro finale pian pianino si spegne sulla parola pacem quasi in sordina, con nessuna grandiosità, ma anzi ispirando davvero la sensazione della pace.

Che bellezza, che grande scoperta quella di questo compositore, che interpreti straordinari, che bella serata!

Per la cronaca 1: Entrambi i pezzi di questo concerto sono ascoltabili (e visibili) su youtube nell’interpretazione del Collegium 1704 con Václav Luks: il Magnificat e la Messa di Zelenka.

Per la cronaca 2: la serata delle dimenticanze. Come si può vedere dalle foto di questo post, la macchina fotografica rimase a casa. Rimase in duomo invece il programma di sala, e stranamente il cartellone della serata con tutti gli interpreti non è pubblicato online. Veramente una stranezza, in questa rassegna che altrimenti è impeccabilmente organizzata. Quindi mancano qui i riferimenti a quasi tutti i solisti (pardon), del resto andare a mente non è cosa facile (pardon). Per la cronaca, mannaggia, non fu trovato online neanche il testo integrale della messa.

Pubblicato da: miclischi | 20 settembre 2016

Contax S-D con HP5 del 1977: che vintage sia!

Prodotta negli anni '50 del '900

Prodotta all’inizio degli anni ’50 del ‘900

Riordinando gli scaffali è riemersa questa macchina che era stata accantonata per usarne soltanto l’obiettivo, un Carl Zeiss Jena Biotar 58 mm f. 2, montato sulla DSLR grazie ad adattatore per innesto su corpo Nikon di obiettivi con innesto a vite 42mm (con risultati discreti). La macchina è una Contax reflex, modello S, variante D, ben illustrata qui.

S’impose una prova, e la scelta cadde “quasi” casualmente su un un vetusto rullino di Ilford HP5 bobinato da Punto Reflex nel 1977. Chissà come conservato, tranne gli ultimi anni in frigo, ma insomma una roba da testare anche quella.

Visione dall'alto

Visione dall’alto

Macchina pesante e gloriosa, un filino scomoda da usare, ma affascinante. Per la messa a fuoco naturalmente bisogna aprire tutto il diaframma, dopodiché bisogna riportarlo nella posizione desiderata e scattare (quasi al buio!). La ghiera dei tempi comanda una rotellina visibile in una finestrella nella quale compaiono due serie: quella dei tempi lenti e quella dei tempi rapidi. La selezione la si fa spostando una levetta sul dorso della macchina. Così, per esempio, con la ghiera in posizione su 1/200 basterà spostare la levetta e il tempo sarà 1/5.  Il pulsante di scatto si trova sul frontale ed è filettato per il flessibile. C’è anche l’autoscatto, mentre il contatto per il flash, curiosamente, si trova sulla parte superiore del corpo macchina. Il trascinamento è a manopola, così come il riavvolgimento (niente leva né manovella, come nelle vecchie Leica pre-M).

Il pulsante di scatto sul davanti, la finestrella dei tempi di otturazione con la mua manopolina e, in basso, il selettore tempi lenti-tempi veloci. A destra, la manopola del trascinamento con il contapose.

Il pulsante di scatto sul davanti, la finestrella dei tempi di otturazione con la sua manopolina e, in basso, il selettore tempi lenti – tempi veloci. A destra, la manopola del trascinamento con il contapose.

Insomma, un bell’oggetto. E la prova? Ahimè, come spesso succede nelle macchine di quel’epoca (ma non nelle Leica!), la tendina è andata (perforata) e qua e là compaiono delle stelline di luce, inoltra a seconda dei tempi di otturazione usati la tendina rimane un po’ chiusa e i fotogrammi risultano di formato che si avvicina al rapporto 6:7 (invece che 2:3). La pellicola di quasi quarant’anni fa, poi, mostra anche lei i suoi segni di vetustà oltre che di schiccolamento. Ma se si volevano ottenere degli scatti dall’incomparabile sapore vintage, il risultato è stato raggiunto di sicuro!

Alcuni scatti dal rullo di prova

Alcuni scatti dal rullo di prova

Per la cronaca 1: Il manuale d’uso di questa macchina fotografica, naturalmente, si trova sul sito web di Michael Butkus.

Per la cronaca 2: Il rullino è stato sviluppato con Ilford Microphen in soluzione stock. Lo slideshow è stato realizzato su picasion.com.

Pubblicato da: miclischi | 13 settembre 2016

Concerto al Camposanto Monumentale con corda spezzata

L'Accademia Giocosa nel Camposanto Monumentale

L’Accademia Giocosa nel Camposanto Monumentale

Ci sono episodi collaterali, non musicali, che a volte rimangono nella memoria come elemento caratterizzante di una serata concertistica. E così fu in questo bel concerto dell’Accademia Giocosa, secondo appuntamento di questa rassegna Anima Mundi 2016, nella cornice incomparabile del camposanto monumentale con la luna che fa capolino di fra i colonnati.

Secondo numero in programma, una cantata da camera di Bach per soprano. Poco prima del recitativo Doch Gott Muss Mir Genädig Sein  si sente – sovrapposto alla musica e al canto –  un secco ko-twang… La corda acuta del violino di Nimrod Guez – silente al momento del fatto – ha mollato. Lui è desolatissimo, scambia sguardi scapeggianti con la collega vicina, si intuisce che sta pensando rapidamente a una soluzione e poi, alla fine del pezzo, scappa nel retropalco a cercare un altro violino per ricomparire poco dopo fra gli applausi incoraggianti del pubblico. Un grande sorriso e via, si continua. Un piccolo episodio – un incidente sul lavoro – che l’ensemble tedesco gestisce benissimo, accogliendo la complicità del pubblico e continuando impeccabilmente il proprio lavoro sul palco.

Prima del concerto: una cornice splendida

Prima del concerto: una cornice splendida

Passons. E il concerto? Di nuovo un plauso alla direzione artistica di questa Rassegna: di nuovo dei pezzi poco noti (per quanto di autori notissimi, tranne forse per Jan Dismas Zelenka, ignoto a molti degli spettatori), di nuovo delle musiche da scoprire per la prima volta dal vivo, invece che alla radio o su YouYube.

Si comincia con Telemann e la Sonata in mi minore per due oboi, due violini, due viole, fagotto e basso continuo (violoncello, contrabbasso e clavicembalo). Una pezzo intenso che mette in risalto i diversi timbri degli strumenti, nonostante non privilegi quasi mai le voci solistiche, preferendo invece unisoni e parti d’insieme.

Si prosegue con la Cantata bachiana di cui sopra, Mein Herze schwimmt in Blut, dal titolo alquanto macabro, ma che si risolve progressivamente verso orizzonti più luminosi – anche musicalmente –  nel finale. La soprano Katja Stuber affronta il lavoro con sicurezza e bene amalgama la propria voce con quella degli oboi e degli archi con cui dialoga.

Katja Stuber accoglie i meritati applausi

Katja Stuber accoglie i meritati applausi

Zelenka, autore Boemo prolifico e di gran valore, ma stranamente quasi sempre ignorato alle nostre latitudini (molto meno in area centro-europea) viene rappresentato in questo concerto con una Sonata per due oboi, fagotto e basso continuo. L’Accademia Giocosa sceglie di posizionare il fagotto in posizione centrale, con i due oboisti ai lati. E bene fece, così il pubblico ha potuto apprezzare il tour de force  cui si è sottoposta Rebecca Mertens con il suo strumento. Quel fagotto che di solito si intravede seminascosto nei ranghi posteriori dell’orchestra qui assurge al ruolo di protagonista. E ai virtuosismi pazzeschi degli oboisti Stefan Schilli e Tobias Vogelmann ha risposto più che adeguatamente anche il fagotto, finalmente riportato in primo piano.

Si prosegue con Händel, un ‘aria per soprano (a dire il vero un’alternanza di recitativi e arie) interpretata da Katia Stuber: Mi palpita il corNon c’è la brillanza delle arie d’opera hendeliane che hanno raggiunto vette straordinarie, ma l’interpretazione della Stuber è impeccabile, con il suo arrrampicarsi fra tutti i registri e con il suo gioioso dialogare con i solisti altrettanto gioiosi.

Per finire: Vivaldi e il suo concerto per tre violini RV 551. Meno famoso forse di quello per quattro violini (fu trascritto da Bach per quattro clavicembali), pure questo concerto ha incantato il pubblico, sia per l’estrema vitalità dei temi, sia – soprattutto – per la sapiente mescolanza di parti d’insieme con parti solistiche. In particolare il secondo movimento, nel quale il violino centrale (Valérie Gillard) si è scatenata nel pizzicato, affiancata dai virtuosismi dell’eclettico Nimrod Guez e di David van Dijk, ha scatenato l’entusiasmo fra il pubblico.

Una bella serata di musica e di scoperte. Un gruppo di musicisti impeccabili che ha centrato l’obiettivo di trasmettere, insieme all’interpretazione di composizioni barocche da camera poco note, l’irrefrenabile gioia del far musica. E’ davvero un piacere assistere a uno spettacolo nel quale i musicisti si ammiccano e si sorridono (in particolare la violoncellista Katerina Yiannitsioty e la contrabbassista Alexandra Scott), si aspettano negli attacchi guardandosi negli occhi, e davvero danno l’impressione, al di là dell’impegno e del rigore, di divertirsi un sacco.

Gli applausi finali

Gli applausi finali

 

Pubblicato da: miclischi | 11 settembre 2016

Anima Mundi 2016 comincia bene con la Santa Ludmilla di Dvořák

Una Ludmilla tutta da scoprire

Una Ludmilla tutta da scoprire

Abène: la rassegna di musica sacra Anima mundi di quest’anno inizia nel Duomo di Pisa con Santa Ludmilla, un oratorio di Dvorak mai sentito, raramente rappresentato dalle nostre parti, di cui si sa poco, di cui su Amazon si trova soltanto un’edizione in CD, e di cui anche su Youtube si trovano solo dei pezzettini. Quindi, una volta tanto, si può avviarsi al concerto senza avere nelle orecchie o nella memoria delle edizioni già note il che, come avrebbe detto Harnouncourt, di sicuro giova a un ascolto onesto e senza preconcetti.

Nella prospettiva di prepararsi alla serata, tuttavia, l’appassionato musicofilo cerca qualche notizia per farsi un’idea di che cosa lo aspetta, ed ecco giungere in aiuto l’eccellente sito web dell’Orchestra virtuale del Flaminio. Sul sito si trova il testo dell’oratorio (appropriatamente chiamato libretto) nella traduzione italiana, oltre a un’efficacissima guida all’ascolto.

Ecco, leggendo il libretto la prima impressione che rimane è che ci si stia preparando ad assistere a un’opera, altro che a un oratorio che inaugura una rassegna di musica sacra! Ci si immaginano grandi scene corali nelle foreste della Boemia, con sfoggio di costumi sacerdotali, statue di divinità pagane, folle di popolo. E poi la drammaturgia della storia, con i personaggi che compaiono sulla scena del primo atto – pardon della parte prima – con grande enfasi… via giù, pare proprio di immaginarseli con il loro incedere solenne (l’eremita Ivan) o villico (il contadino Rolnik – curiosamente escluso da questa edizione pisana), e la trasfigurazione mistica di Ludmilla prima sotto il cielo stellato che fa posto all’alba con le ghirlande di fiori, poi sedotta dalla ieraticità di Ivan… Par d’essere – ci s’immagina – nelle scene silvestri del Tannhäuser del Macbeth o della Norma! Lo stesso nel secondo atto (pardon) con la schiera sguaiata di cacciatori che presto saranno soggiogati dalla potenza della vera fede e con l’apparentemente secondario ruolo di Svatava che di fatto risulterà essere fra le presenze musicali drammaturgicamente più potenti. Fra l’altro i dialoghi fra il pretendente Borivoj e il vecchio saggio Ivan sembrano avere a che fare più con dinamiche salottiere alla maniera della Traviata (sono disposto a tutto, dimmi cosa devo fare, basta che alla fine la bella principessa mi conceda i suoi favori…) più che con un oratorio sacro. Per concludere poi con la scena del tripudio del battesimo in quella che si immagina come una vasta sala luminosa e solenne, piena di gente pronta ad esplodere nella esultanza dei cori finali. Macché: non è un’opera ma un oratorio. Bisogna fare un non piccolo sforzo per convincersi di questo ineluttabile fatto. Infatti per tutta la serata della rappresentazione ha serpeggiato la sensazione di assistere a un’opera in forma di concerto.

La soprano Kateřina Kněžíková, molto ispirata, dalla voce scura e convincente.

La soprano Kateřina Kněžíková, molto ispirata, dalla voce scura, sicura e convincente.

E il concerto? Grandioso. I complessi musicali (l’Orchestra Filarmonica di Brno e il Coro Filarmonico di Praga) hanno fatto un figurone sotto la direzione attenta di Ondřej Vrabec (il maestro del coro è Lukáš Vasilek). Anche i quattro solisti hanno molto ben figurato, con uno sbilanciamento a favore delle voci femminili (la soprano  Kateřina Kněžíková e la mezzosoprano Veronika Hajnová) che sono risultate molto più convincenti, come voce e interpretazione, rispetto ai ruoli maschili (il tenore Martin Gyimesi e il basso Martin Gurbaľ).

La mezzosoprano Veronika Hajnová riceve dal pubblico i meritatissimi applausi

La mezzosoprano Veronika Hajnová riceve dal pubblico i meritatissimi applausi

I ruoli: curioso che alla principessa in odore di santità (questo oratorio narra le fasi iniziali della sua carriera al servizio della vera fede) sia riservato tutto sommato un ruolo musicalmente subordinato a quello della sua amica Svatava, che si esibisce in fantastiche arie di grande cantabilità e dal respiro davvero operistico. Forse non è un caso che sia proprio la sua aria Panno matko stvořitele (l’inno alla vergine Maria e agli angeli),  che prelude al gran finale con il coro e gli altri solisti, il brano di questa opera-oratorio che si trova più comunemente su Youtube. Come anche l’aria che apre la scena silvestre nel secondo atto (Ó, v jaké šeré lesní stíny). Pare proprio che Dvorak sia stato sedotto da questo ruolo, tanto da dedicarle le pagine musicali più intense.

Fra i professori dell'Orchestra Filarmonica di Brno

Fra i professori dell’Orchestra Filarmonica di Brno

Già, la musica. Opera che impegna tutti i settori dell’orchestra e tutte le sezioni del coro. Gli strumentisti di Brno hanno risposto alla sfida con sonorità molto ben amalgamate e con parti solistiche di tutto rispetto. Il coro ha fatto ben sentire tutte le voci con un risultato di tutta soddisfazione. Rimane un po’ l’impressione che il compositore, preso dalla priorità di celebrare l’identità patriottica boema, si sia trovato a maneggiare un materiale musicale disomogeneo che ora fa prevalere il sinfonismo, ora l’aria operistica, per ricordarsi a volte che pur di un oratorio si tratta, e ritrovare quindi quasi in extremis sonorità sacrali. Forse non un capolavoro, ma una composizione di grande intensità e una scoperta davvero piacevole. Un plauso alla direzione musicale di Anima Mundi che lo ha proposto come concerto d’apertura di questa edizione 2016.

Qualcuno nel pubblico ha un po’ sofferto la mancanza di intervalli (oltre due ore di musica); del resto con i concerti nel Duomo di Pisa ci siamo abituati. E dove dovrebbero sistemarsi, i musicisti e i cantanti, durante una pausa di riposo?

Per la cronaca: il fatto che questa sembrasse proprio un’opera non era sfuggito anche ai tempi del compositore. Infatti fu rappresentata in forma scenica al teatro Nazionale di Praga nel 1890, su iniziativa dei dirigenti del teatro.

Pubblicato da: miclischi | 8 settembre 2016

Highbeam Fernlicht 2016: motoviaggio in Francia

Ultima tappa sulla via del ritorno: traforo del Monte Bianco.

Ultima tappa sulla via del ritorno: traforo del Monte Bianco.

Rieccoci in sella. Motoviaggio in Francia 2016. Un’allegra scorribanda di tre settimane lungo un itinerario articolato fra luoghi noti e già visitati in moto, opppure noti ma mai visitati prima in moto, o sconosciuti del tutto. Pisa – Tourtour – Arles – Toulouse – La Rochelle + Ile de Ré – Quimper e dintorni – Roscoff e Ile de Batz – Plérin e dintorni – St. Etienne du bois – Pisa.

Premesso che la vetusta R80 RT si è comportata benissimo (le manca un anno a compierne trenta), ecco alcune conferme, alcune scoperte, alcune segnalazioni.

Autostrade e caselli. Sparsi un po’ ovunque nel grande tessuto autostradale francese, ci sono anche loro: i tratti in cui non si prende il biglietto per pagare quando si esce, ma si paga a ripetizione ogni poco (come sulla Firenze-mare quando s’era bimbi), dovendo fare acrobazie per recuperare qualche spicciolo o la carta di credito. Pazienza. Questo piccolo disagio è larghissimamente compensato dalla piacevolezza delle soste nelle aree di servizio delle autostrade francesi: oltre a fare rifornimento ci si può anche riposare in ampi spazi verdi e attrezzati per picnic, pranzare sui tavoli da pic-nic, o fare un pisolino in un praticello ombroso. Oltretutto,  all’autogrill si trovano anche piatti pronti, tanto per non rassegnarsi ai soliti panini. E anche la nuova bibita di quest’estate: il mojito analcolico (!).  Che shock fermarsi durante il ritorno fra Aosta e Ivrea, e trovare un’area di servizio che sembra fatta per qualsiasi scopo che non sia quello di riposare un po’ prima di rimettersi in strada! A proposito di autostrade e pedaggi: diversamente da quanto succede in Italia (dove le moto pagano come le macchine), in Francia la tariffa per le moto è quasi la metà.

In viaggio con la R80 RT

In viaggio con Daniela sulla R80 RT

Campeggi: abène i campeggi municipali francesi! Spazi verdi attrezzati, molto spesso proprio a un passo dal centro (come a Quimper), con quel che serve e nulla più. Il che equivale a dire che si tratta di campeggi tranquillissimi, e per di più anche molto a buon mercato. Casomai, se proprio si vuole fare un appunto… gli orari di apertura della reception sono un po’ opinabili. Se uno arriva (magari dopo svariate centinaia di chilometri di viaggio) subito dopopranzo, deve aspettare che gli impiegati riaprano l’ufficio prima di potersi sistemare, montare la tenda e fare la doccia.

Vivande. Viaggiando in moto senza fornello né stoviglie, è necessario poter individuare dove poter mangiare senza svenarsi. A parte per l’esosità dei prezzi delle risciacquature di caffè, in Francia si può mangiare di molto bene scansando i ristoranti e andando in locali meno pretenziosi ma non per questo meno soddisfacenti. La palma, naturalmente, va alle galettes bretonnes servite nelle creperie della regione! Ce n’è per tutti i gusti.

Benzina. Il viaggio ha totalizzato 4.145 km con un consumo complessivo di 248 litri. La benzina in Francia costa sensibilmente meno che in Italia (invece curiosamente, per la cronaca, il GPL costa di più). Per gli amanti dei calcoli, il consumo medio risulta esser stato di 16,7 km/litro.

Una bussola fa proprio comodo

Una bussola fa proprio comodo

Carte nautiche, pardon, stradali. Una carta Michelin della Francia di vent’anni fa serve davvero a poco. Infatti, differenza di quanto si è verificato da questa parte delle Alpi (in pratica nessuna nuova autostrada da quei tempi) il paesaggio autostradale francese si è arricchito tantissimo. Infatti, per districarsi nelle campagne infinite, e nella piccolissima scala della mappa, fu installata nella tasca trasparente della borsa sul serbatoio anche una piccola ma efficace bussola, che nel nord nuvoloso spesso non c’era neanche il sole per orientarsi. Un nuovo acquisto che si rivelò utilissimo.

Tenda etc: La Vango Tempest 300 si è confermata come un’ottima tenda che non teme la pioggia né il vento delle coste bretoni. Più adatta invero alle regioni atlantiche che alle caldi estati mediterranee, si esprime al meglio proprio là dove non fa troppo caldo. Mini-materassini autogonfiabili di Decathlon (il quale Decathlon in Francia è praticamente dappertutto) e sacchi a pelo leggeri (con sacchi-lenzuolo). Questa configurazione permette di riporre i materassini e i sacchi a pelo in una delle due borse laterali, mentre la tenda va sul portapacchi insieme alla borsa staglia dell’abbigliamento. Nell’altra borsa: le tenute da pioggia e le scarpe. Nella borsa sul serbatoio: il “bagaglio a mano”.

Bretagna. Sarà stata la fortuna di non prendere quasi mai pioggia durante i tragitti in moto (ed era solo pioggerellina), ma questa regione proiettata nell’Oceano, e il cui dipartimento estremo si chiama appunto Finisterre, sembra proprio una destinazione ideale per i motoviaggi. Strade stradine e stradette in mezzo alle campagne o lungo le coste, fiumi ampi e navigabili che si addentrano lunghissimamente nei paesaggi rurali dell’interno, città, cittadine e paesini dove verrebbe sempre voglia di fermarsi, chiese, chiesette e cappelle, oltre ai calvaire che si incontrano per strada. E poi le inesauribili possibilità di avventurarsi in sentieri pedonali, o visitare musei, castelli, fari, monumenti. Non ci si stanca mai di scoprire nuovi luoghi e nuove strade. I luoghi più succosi di questa vacanza bretone: la città di Quimper, le punta estrema (Pointe du raz), naturalmente l’soletta da cui prende nome questo Blog (Enez Vaz) e il suo porto d’imbarco, Roscoff, la navigazione fluviale lungo la Rance e il Sillon de Talbert. Per citarne solo alcuni (i link reindirizzano agli album di fotografie).

L'andata curvilinea e il ritorno rettilineo

L’andata curvilinea e il ritorno rettilineo

In due, da solo. L’itinerario fino alla Bretagna (seguito dalla permanenza in Bretagna) è stato fatto con la compagna di viaggio e di vita con la quale si erano già vissute le precedenti avventure motoristiche: Daniela! Daniela la passeggera paziente, la compagna di viaggio con cui condividere mille luoghi, fatti, persone e sensazioni, una che non si lamenta mai, neanche quando piove o fa freddo, insomma la partner ideale, e non solo in moto. Le sue impressioni di viaggio, dalla prospettiva del posto di dietro, eccole qui. Il ritorno da St. Brieuc fu fatto in solitario. Circa 1500 km passando per Rennes, Tours, Bourges, Moulins, St. Etienne du Bois (pernotto), il traforo del Monte Bianco e poi Aosta, Ivrea, Santhià, Voltri, fino a Marina di Pisa. Tutto sommato meno faticoso di quanto ci si potesse aspettare. Del resto quando la moto va bene, e soprattutto è comoda, verrebbe voglia di non fermarsi mai! Alle prossime galoppate!

All'Ile de Batz (Enez Vaz). Qui in moto non ci si può andare, solo a piedi o in bicicletta

All’Ile de Batz (Enez Vaz). Qui in moto non ci si può andare, solo a piedi o in bicicletta

 

Pubblicato da: miclischi | 2 settembre 2016

Giorgio van Straten: per amore dei libri e dei loro autori

Uscito da Laterza nel 2016

Uscito da Laterza nel 2016

Un altro libro sui libri. Un’ode di amore per la lettura, per i narratori e i poeti, per l’universo della letteratura, ma anche per le storie che ruotano intorno ai libri. Libri scritti, libri letti, libri perduti. E’ proprio dei libri scomparsi che ci racconta Giorgio van Straten, nel suo lavoro pubblicato quest’anno da Laterza: Storie di libri perduti.

Già dal bel disegno di copertina di Franco Matticchio ci si sente catturati dall’oggetto-libro, o meglio dalla gioia che scaturisce da una moltitudine di libri stipati in una libreria.

Il fuoco su cui si concentra van Straten, le storie che racconta e le emozioni che trasmette al lettore non provengono dalla lettura di questo o quel libro, ma dalla curiosità – mista a tristezza – che suscitano i libri che non si posso leggere, perché sono spariti, svaniti, distrutti o persi chissà dove. Sono otto storie di libri sulla cui scrittura si hanno molte testimonianze, ma che non sono mai arrivati ad essere pubblicati, di cui non è rimasta traccia in nessuna forma. Dei libri che probabilmente non esistono più.

Le casistiche della sparizione sono molteplici: il furto della valigia di Hemingway da un treno, o la sparizione di un’altra valigia, quella di Walter Benjamin, nel paesino catalano dove decise di togliersi la vita dopo aver passato non senza fatica il confine franco-spagnolo. O l’introvabile seconda parte delle Anime Morte di Gogol’ (forse bruciata in una stufa?), il colossale romanzo di Malcolm Lowry svanito in un incendio, la Double exposure di Sylvia Plath, il Messia di Schulz (sì, quello di Riccarelli), le memorie scandalose di Byron… E poi l’unico libro perduto che van Straten per la verità ha letto – Il viale – prima che fosse irrimediabilmente distrutto per volontà della vedova di Romano Bilenchi; un libro del quale rimangono solo memorie lontane.

Sylvia Plath: uno dei libri perduti è il suo "Double exposure".

Sylvia Plath: uno dei libri perduti è il suo “Double exposure”.

Sono piccole storie appassionate, piene di dettagli sugli autori, sulle loro vicende umane, sui piccoli e grandi misteri che circondano queste sparizioni. Ma c’è anche una minuziosa riflessione sul lavoro creativo e sull’accettazione – o rifiuto – da parte dell’autore di quanto ha scritto. E a seguire: un interrogativo sulla legittimità, o meno, di riportare alla luce quel che l’autore – in alcuni dei casi raccontati – aveva deciso di negare ai suoi lettori.

Non c’è soluzione a questi quesiti, ma certo è che van Straten non nasconde la propria speranza che un giorno, chissà dove e chissà come, alcuni di questi libri possano saltar fuori, magari proprio là dove meno ci si aspetta, e che gli assetati lettori mai sazi di righe stampate possano finalmente gioire del ritrovamento.

Una lettura piacevole ed appassionante. Una dotta storia sulle letterature del mondo – oltre i confini spazio-temprali – ma anche un quasi-thriller che cattura con una serie di storie avvincenti. Un progetto-libro molto ben riuscito, e anche una inesauribile fonte di spunti per approfondire questo o quell’autore, o curatore, o editore. Per i curiosi che non si accontentano viene in aiuto una ben congegnata appendice (Elenco ragionato) alla fine del libro.

Per la cronaca 1: La pagina ibs dei libri di Giorgio van Straten si trova qui.

Per la cronaca 2: Qui si può ascoltare un’intervista di Controradio all’autore del libro.

Per la cronaca 3: La presentazione del libro all’Università di New York si può vedere in video qui.

Pubblicato da: miclischi | 23 agosto 2016

Estate 2016: due letture in vacanza

La libreria Actes Sud di Arles

Una delle sale nella libreria Actes Sud di Arles

Se si prevede di fare tappa ad Arles nel giro di un paio di giorni, allora si può anche partire per le vacanze senza libri. Infatti nella bella cittadina sul Rodano si trova la già glorificata libreria della Casa Editrice Actes Sud: una delle librerie più belle del mondo. Libri, musica e non solo, spazi ampi, variegati e confortevoli, insomma uno di quei posti, una laica Mecca, per dirla con Scalesi, dove verrebbe di passarci le giornate. Lì, di sicuro, sarebbe stato reperito di che leggere nelle vacanze. E così fu.

Uscito in Francia nel 2014

Uscito in Francia nel 2014

Due libri. Il primo è proprio pubblicato da Actes Sud, e raccoglie una ventina di interviste al Maestro Nikolaus Harnoncourt, scomparso pochi mesi fa. Le interviste abbracciano un periodo di tempo che va dal 1982 al 2006, e la raccolta è stata pubblicata in versione francese nel 2014. Il libro si intitola La parole musicale e contiene un evidente riferimento al celebre libro di Harnoncourt dal titolo Il discorso musicale (apparentemente non più disponibile nella versione italiana).

Sono interviste diversissime ma che seguono tutte un filo conduttore: gli intervistatori punzecchiano il Maestro per ricondurlo sul terreno della autenticità e delle interpretazioni  filologiche. Ma lui non cade mai nella trappola, ed elegantemente sottolinea come il suo principio-guida principale è sempre stato cercare di tornare alle fonti, agli autografi o alle prime edizioni, per cercare di capire che cosa davvero voleva esprimere il compositore, quali indicazioni precisamente dava nello spartito, e come tali spartiti siano poi nella maggior parte dei casi stati modificati dagli editori stessi, o dai musicologi (ma anche dai colleghi musicisti) che poi diffusero le versioni che più comunemente vengono eseguite oggi. Sembra di risentire la Bruna Cordati quando, di fronte a ipotesi interpretative di questo o quell’autore o poeta, ripeteva sempre: vediamo un po’ cosa diceva l’autore, vediamo che cosa ha scritto Dante, per esempio, per fare piazza pulita delle tante reinterpretazioni e tornare finalmente alle fonti.

I tempi metronomici, l’apparente rottura delle regole compositive, la scelta di far suonare un solo strumento per evidenziare l’esilità di un momento musicale, le tante indicazioni precise sui manoscritti: questi sono solo alcuni esempi di idee compositive poi stravolte dalle successive rielaborazioni degli spartiti. E il Maestro è sempre stato guidato dall’eroico intento di riparare a quei danni.

E così Harnoncourt cita a più riprese la Sinfonia in sol minore (non dice mai la 40) di Mozart, a suo avviso “banalizzata” dalle esecuzioni progressivamente allontanatesi dalla partitura originale, ma diventate poco a poco “canoniche”, per andare incontro al gusto del pubblico.

Un artista che si mette al servizio dei gusti del suo tempo non merita di chiamarsi artista.

Il Maestro rifiuta i luoghi comuni e le etichette, e la sua principale preoccupazione è quella di mantenere la propria onestà intellettuale.

Io nego che Brahms sia un romantico e, al tempo stesso, lo definisco come il più grande romantico. Questo è il genere di contraddizioni che bisogna accettare di buon grado, se si vuole rispondere sinceramente.

E così, tante parole profonde e invitanti a scavare ancora nell’opera di tanti musicisti: pur essendo stato arbitrariamente etichettato come “specialista di Bach e di musica antica”, Harnoncourt si è dedicato a tutta la musica: Beethoven, Brahms, Schumann, Bruckner… fino – addirittura! – alle sue interpretazioni verdiane. Sotto le incalzanti e piccose domande dell’intervistatore, il Maestro riserva a Verdi e alla sua Aida delle parole molto affettuose e toccanti, rifiutando ancora una volta ogni pregiudizio ed ogni etichetta. In particolare, nega categoricamente che si possa definire qualcosa come la “qualità” della musica, classificandola come di primo o di secondo rango.

La sola questione in ballo è sapere se possiamo rendere giustizia a una data composizione, se la comprendiamo bene, se la “serviamo” correttamente, oppure se in un batter d’occhio la riduciamo alla banalità.

Una lettura piacevolissima e coinvolgente, ma anche uno stimolo a ascoltare o riascoltare le tante composizioni citate dal Maestro, e ad addentrarsi in terreni mai esplorati prima.

Uscito nel 2016

Uscito nel 2016

Il secondo libro: l’ultimo di Jean Echenoz, come sempre impeccabilmente pubblicato dalle Editions de Minuit. Un giallo spionistico internazionale con grande attenzione alla caratterizzazione dei personaggi. Si intitola Envoyée speciale e si è rivelata una grande delusione. Come se alla trama debole l’autore facesse fronte ricorrendo alla sua nota tecnica di scendere in modo esasperante dei dettagli descrittivi (si era già trovato questo modo di narrare in una sua raccolta di racconti). per di più, ricorre frequentissimamente all’odioso interloquire con il lettore! Peccato, si ha l’impressione di un grande talento che un po’ svogliatamente viene sprecato in una storia abbastanza abborracciata, fra finti rapimenti, vendette fra ex-galeotti, e addirittura una missione segreta in Korea del Nord, fra intrighi ed intrallazzi, sesso qui e sesso là, insomma, ci si aspettava qualcosa di meglio da un autore che in passato è riuscito a stupire, appassionare e catturare con la sua bravura.

Meno male che c’era Harnouncourt…

 

 

Pubblicato da: miclischi | 15 agosto 2016

Estate 2016, vacanza in Francia, tre tappe fotografiche

Nuova grafica!

Nuova grafica!

Arles e i suoi incontri (Les rencontres de la photographie). E’ sempre una tappa obbligata. Sarà che era dall’edizione 2013 che non si ripassava da Arles, sarà che è cambiata la grafica del logo, sarà che i lavori in corso alle officine ferroviarie ne stanno snaturando l’atmosfera, sarà forse che le mostre fotografiche sono di meno, o meno impegnative, visto che in due giorni le si sono viste tutte. Fatto sta che l’impressione generale è che questa edizione 2016 sia risultata un po’ sottotono rispetto alle gloriose edizioni visitate negli anni scorsi.

Nel ripescare fra le note di viaggio e fra i ricordi della visita di quest’anno, emergono alcuni elementi dominanti. Prima di tutto sono ridotte all’osso le retrospettive dei fotografi storici e classici, poi si fa strada sgomitando, anche fra i fotografi, l’uso del video, tanto che alcune esposizioni ero più di video che di foto. Poi la progettualità fine a se stessa: in alcuni casi sono stati presentati lavori di fotografi nei quali sembrava prevalere l’intento programmatico sul risultato fotografico. Una delusione? Non proprio, ma se nel ricordo della visita rimane come impressione più emozionante e persistente la straordinaria video-installazione di William Kentridge (More Sweetly Play the Dance), qualche dubbio su come sia cambiata l’impostazione di fondo della manifestazione viene da porselo.

La lunghissima processione sudafricana di William Kentridge

Nell’ampia sala con rare seggiole, la lunghissima processione di William Kentridge si rincorre su otto schermi enormi per rappresentare le tante anime del Sudafrica.

Ma, tornando alla fotografia, ecco gli elementi che sono sembrati più intensi, o significativi, o che insomma sono rimasti impressi nella memoria. Le foto di Don McCullin nella cornice splendida della chiesa di Sant’Anna sono fra quelle che rimangono come ricordo potente. Classiche, bianco-e-nero, ma soprattutto molto efficaci. Un’altra mostra notevole, a due passi dalla precedente, è quella di Bernard Plossu, paesaggi e scene del west statunitense risalenti agli anni ’60 e stampate a colori con il processo Fresson (uno stimolo all’approfondimento tecnico, oltre al piacere di queste foto tutte scattate con la Nikkormat e il 50mm). Volutametne dissacrante, divertente, fuori dagli schemi, la collettiva Parfaites imperfections, di fronte a Sant’Anna, anche qui con contributi video, e con un uso creativo della fotografia. E’ stato molto ben costruito e presentato anche il progetto di Stéphanie Solinas, un misto di foto, video e documenti d’epoca su un grande edificio industriale abbandonato (Lustucru). Viene da pensare come sarebbe stato ganzo fare un lavoro del genere sulla Fiat di Marina prima che fosse demolita. La mostra di foto di Pablo Ernesto Piovano documenta in modo drammatico gli effetti devastanti dell’uso dei nebulizzatori per spruzzare diserbanti nelle remote campagne argentine. Agghiacciante. Le foto di Sid Grossman – il sovversivo – documentano il disagio sociale e i mutamenti della società americana. Belle stampe, ottimo allestimento. Un altro classicone molto gradito: le foto di strada di Gary Winogrand.

Dai balconi arlesiani

Dai balconi arlesiani

Questi sono alcuni degli elementi di spicco di questa Arles 2016, ma certo permane il ricordo delle presenti edizioni nelle quali si aveva l’impressione che ci fosse molta più ciccia. Resta la bellezza della città, restano i luoghi straordinari delle esposizioni (anche se i padiglioni rinnovati delle officine ferroviarie risultano un po’ anonimizzati, per di più in alcuni casi anche climatizzati assurdamente a temperature artiche…), resta l’accogliente Camping City con le sue bici a nolo, resta l’Hotellerie des Arènes con le sue straordinarie arselle all’aiolì! Ma certo che si continuerà ad andare a Arles, anche perché ogni edizione riserva qualche sorpresa. Si vedrà la prossima!

All'interno dell'edificio circolare dello Chateau d'eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

All’interno dell’edificio circolare dello Chateau d’eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

Un po’ più a nord, salendo verso la Bretagna, sosta a Tolosa (Toulouse). Qui non c’era un intento fotografico, ma fu scoperto per caso lo Chateau d’eau (serbatoio d’acqua), antico edificio sul fiume, accanto al Pont Neuf, che nel 1974 divenne un luogo espositivo esclusivamente dedicato alla fotografia. Come ricorda una lapide, questo è, un po’ sorprendentemente, il primo luogo del genere istituito in Francia. Luogo piacevolissimo e molto adatto a mostre fotografiche, ospita nell’estate 2016 alcuni lavori progettuali del fotografo francese Benoît Luisière. Alcuni interessanti (come quello nel quale si fa fotografare nei panni e nelle funzioni dei suoi vicini di casa), ma alla fine un po’ troppo ossessivamente autoreferenziale (il principale soggetto delle foto è lui stesso).  Nell’adiacente centro documentale sulla fototgrafia, una straordinaria mostra di Helen Levitt, sui quartieri poveri di New York negli anni ’40 e ’50 e soprattutto sui suoi bambini. Degli scatti veramente potenti. Una bella scoperta, questo Chateau d’eau, da tenere sotto osservazione, fra l’altro in una città stupenda che merita senz’altro una visita.

Tredicesima edizione!

Tredicesima edizione!

Si sale più a nord, nella fredda e ventosa Bretagna. Eppure proprio qui si svolge ogni anno una rassegna fotografica che ha dello straordinario: quasi tutte le esposizioni sono all’aperto! Sarà stata la fortuna di trovare una bella giornata di sole splendente, ma la visita al Festival Photo di La Gacilly (questa era la tredicesima edizione), è stata straordinariamente piacevole.

Grazie ai numerosi sponsor pubblici e privati il Festival è gratuito, e liberamente fruibile nei parchi e nelle viuzze del minuscolo paesino bretone. E così si trovano grandi riproduzioni (stampate e installate su supporti evidentemente atti a resistere alle intemperie) accanto alle botteghe del panaio o del gelataio, ma anche di artisti e artigiani, oppure in giardini ed orti, o in un ex-garage senza soffitto. Un allestimento intelligentissimo che permette anche di seguire un percorso pedonale per vedere tutto il festival seguendo un sentiero segnato che si dipana fra le 12 mostre allestite nel borgo di campagna. Tanto di cappello a chi ha ideato e realizzato questo evento.

Davanti a un collage di Sohei Nishino

Davanti a una mappa-collage di Sohei Nishino

E le foto? I temi principali di quest’anno erano erano tre: il Giappone,  gli Oceani e le sfide ambientali. I giapponesi: un po’ di tutto, dalle foto d’archivio dell’800, ai classici degli anni ’50, ai fotografi moderni e sperimentali. Fra le mostre che hanno colpito di più, quella di Shoji Ueda, che ha usato per anni come sfondo delle sue foto “da studio” le dune della spiaggia accanto a casa. C’è poi Takeyoshi Tanuma, fotografo di strada che ha documentato i mutamenti del comportamento sociale (e dell’abbigliamento) dei giapponesi dopo il 1945. L’evento tragico di Fukushima ha dato origine alle serie di scatti di Kazuma Obara e ai dagherrotipi impressionati su lastre d’argento di Takashi Arai. In entrambi i casi: immagini di grande potenza. Per finire con il Giappone, ci sono i mega-collage di Sohei Nishino. Questo fotografo se ne va in giro per le città scattando migliaia di foto, per poi ricostruire una mappa immaginaria (ma fedele ai luoghi) costituita da innumerevoli piccole foto attaccate l’una all’altra.

Nell'edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all'aperto.

Nell’edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all’aperto.

Gli oceani, gli scempi ambientali sul mare, la pesca-pirata, la documentazione storica. In questa sezione le foto più impattanti sono forse quelle di Pierre Gleizes che documentano la pesca di rapina operata da pescherecci enormi, spesso privi delle necessarie autorizzazioni, e per lo più lungo le coste dei paesi più poveri dell’Africa. Ci sono poi le immagini quasi pittoriche fatte dall’alto da Daniel Beltrà sullo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico. E poi il cimitero delle petroliere in Bangladesh (foto della fotografa giapponese Shiho Fukada – doppio tema!). Per finire, le foto scattate da Anita Conti negli anni ’30 e ’40 sui pescherecci atlantici: una documentazione accuratissima della vita di bordo (e dei disagi della vita di bordo) con immagini efficacissime.

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Insomma, tre tappe fotografiche in questa vacanza francese.  Pur operando i dovuti correttivi per stazza, importanza mediatica, numero di eventi e di mostre eccetera, la sorpresa più gradita è stata senza dubbio il Festival di La Gacilly. Complessivamente più che soddisfacente, sia per gli allestimenti che (soprattutto) per la qualità delle immagini selezionate (sul sito del festival si può vedere una selezione). Un po’ fuori mano, è vero, ma con i voli che sempre più frequentemente collegano Nantes al resto del mondo… si può fare. A la prochaine!

 

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