Pubblicato da: miclischi | 11 giugno 2018

Praga cinquant’anni dopo.

Agosto 1968: al Castello di Praga (il “Vicolo d’oro”). Foto di Luciano Lischi

Era l’agosto del 1968 e le vacanze estive della famiglia Lischi, dopo una visitina ai nonni sulle Dolomiti e una settimanetta a Vienna (la mitica Pensione Quisisana), improvvisarono una deviazione oltre-cortina per andare a visitare la città di Praga. Espletate le necessarie procedure per i visti con bolli e controbolli sui passaporti,  la Fiat 124 giallina si spinse sulle strade della Cecoslovacchia (dove fu anche incontrata un’altra macchina targata Pisa). Fu deciso di alloggiare all’Hotel Axa e la figliolanza fu edotta – nel caso di smarrimento – ad imparare a memoria, oltre al nome dell’albergo, l’indirizzo (all’incrocio di Na PoriciNa Florenci, che – si scoprì – significavano Via Parigi e Via Firenze).

Dall’archivio fotografico di Luciano Lischi: a Praga nel 1968

Nelle memorie offuscate rimangono le immagini di una città grandiosa e al tempo stesso un po’ desolata e triste. Le piazze grandiose, il fiume, il castello, il bassorilevo di Kafka su una delle case un cui abitò, il magico orologio con le statuine che ruotavano affacciandosi da una finestrina sull’alto di una torre, con i turisti a guardare all’insù. Nei ristoranti venivano serviti enormi boccali di birra o, per i bimbi, di limonata. Nelle piazze c’erano i gelatai che vendevano il gelato, invece che nei coni, in delle specie di dischetti concavi, bassi e larghi, dai quali leccare direttamente. Insomma una specie di compromesso fra il cono e la coppetta.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto di quell’anno, pochi giorni dopo la partenza della famigliola pisana sulla via del ritorno,  arrivarono a Praga i carri armati sovietici. Pochi mesi dopo, era il gennaio 1969, lo studente Jan Palach si dette fuoco per protesta. Un atto estremo che, molti decenni prima di internet, ebbe una risonanza mediatica enorme, tanto da essere citato anche sul giornalino di classe della quinta A delle scuole elementari Collodi di Pisa, in un articolo a firma del Taccini.

Il paginone centrale del “Corrierino Informazione” del 7 febbraio 1969.

Di passaggio a Praga nel maggio 2018. Cinquant’anni sono tanti, e cercare di ricostruire le emozioni di allora, o anche i ricordi, non è cosa semplice. Ma tornare a Praga è di per sé una bella esperienza a prescindere dalla rievocazione dei tempi dell’infanzia. Perché Praga era e rimane una città favolosa.

Dall’archivio fotografico di Luciano Lischi: a Praga nel 1968

Stupisce la quantità impressionante di turisti che affollano tutti ma proprio tutti i luoghi del centro, provocando veri e propri ingorghi Ma poi,  riguardando le foto del passato, si ricorda che tanti turisti c’erano anche allora, magari non coi i telefoni abbarbicati sulle asticelle per i selfie. Quindi una delle prime cose che viene in mente è che forse varrebbe la pena alzarsi presto, ma molto presto, per poter girellare in città senza traffico pedonale.

Foto e selifie anche in cattedrale (2018)

Un giorno e mezzo di tappa a Praga è un po’ pochino, ma almeno si può girare a sfinimento per le strade e le viuzze, sui ponti, su al castello e fin sulle torri delle chiese. L’orologio astronomico è in manutenzione, mannaggia, ma c’è una bella esposizione nel vecchio palazzo comunale. Il Castello è sempre il castello, nonostante la folla, e una ascesa sulla torre sella cattedrale di San Vito offre un panorama su tutta la città. C’è poi la viuzza con la casina di Kafka, il cosiddetto Vicolo d’oro, in cui ogni bugigattolo è stato trasformato in botteguccia, libreria, rivendita di prodotti artigianali, eccetera. Insomma la pressione turistica si sente e come, anche nella risposta della città. Ciò non toglie che sia una goduria comunque.

Poi la musica: ci sono infiniti luoghi e occasioni per andare a sentire musica di tanti tipi a tutte le ore. Tanti localini Jazz e tanti concerti classici (con un occhio di riguardo alle hit locali di Dvorak e Smetana) in chiese, auditorium, palazzi, insomma dappertutto. Sembrano un po’ più attrazioni turistiche che concerti veri e propri, ciò non toglie che siano godibili, e poi sono anche una buona occasione per sbirciare in una chiesa non ancora vista, e riposare un po’ le gambe delle lunghe camminate urbane.

Panoramica sul soffitto della cattedrale (2018)

Il verde: come si vede anche dalle foto del 1968, gli spazi verdi ci sono e servono a riposarsi un attimo rinfrescarsi, leggere, scrivere o pensare. Ci sono tuttora tanti spazi verdi, parchi o giardinetti, o anche cortiletti di chiese, che offrono un po’ d’ombra e ristoro al turista camminatore.

Cibo e bevande. Un birrino e una salsiccia li si trova sempre dappertutto. C’è da sgomitare un po’ nella folla turistica, ma potendosi sedere un attimo per fare due chiacchiere con il cameriere, magari ci scappa anche la possibilità di gustare qualcosa di diverso.

Musei. Troppo poco tempo, il museo nazionale è chiuso per restauri… insomma sarà per la prossima volta. Solo una visitina alla sede provvisoria del museo per dare un’occhiata, ma niente di che.

La stazione Centrale. Grandiosa, splendidamente decorata, insomma un bel posto. Ma come mai l’atrio è semi-deserto? Chieste informazioni in un barrino per cercare qualcosa da mettere qualcosa sotto ai denti, si scopre l’arcano: i tempi cambiano, e ora la vita frenetica di bar ristoranti e negozi si svolge sottoterra. Basta un piano di scale mobili e si apre un mondo affollato e rumoreggiante. Il tempo di mangiare un boccone e poi via subito di sopra, a godersi questo palazzone inusitatamente calmo.

E Venceslao? La piazzona che ha visto tutti gli avvenimenti più importanti nella storia della città? Sembra più un vialone immenso che una piazza. Piena di luce e fiancheggiata da negozi, ristoranti, librerie (dove si trovano anche dei pregevoli vinili d’epoca, dei tempi della Supraphon), è una piazzona davvero spettacolare, anche se la sera si anima tristemente di localini erotici con omoni muscolosi a far da buttafuori e squinzie che ammiccano dall’interno… Nella piazza sono presentati su grandi pannelloni gli eventi storici che si sono svolti proprio in questo enorme vialone-piazza.

In piazza San Venceslao (2018)

Insomma: bisognerà tornarci, e fermarsi un po’ di più, a Praga. Che davvero vien voglia di sperdersi per le viuzze, senza meta, senza mappa, senza guida, per respirare un po’ di questa capitale che emana un senso di nobiltà decaduta ma che riserva ogni dove sprazzi di arte e di bellezza che non se ne ha mai abbastanza.

Per la cronaca 1: L’Hotel Axa esiste ancora. Qui c’è il sito web.

Per la cronaca 2: Un album di foto digitali scattate a Praga nel 2018 si trova qui. Un altro album, di foto scattate in pellicola con la Nikon FM2, si trova qui.

Per la cronaca 3: Nonostante si veda chiaramente in più d’una foto del 1968 l’apparecchietto Agfa Silette I, i negativi delle foto scattate allora dal turista decenne non sono ancora riemersi dagli archivi familiari. Per ora.

Dalla torre dell Cattedrale (2018)

 

 

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Pubblicato da: miclischi | 6 giugno 2018

Tanti luminosi viaggi nei racconti di Fabiano Corsini

Uscito nel maggio 2018

Un altro libro di Fabiano Corsini, un’altra presentazione al Fortino. Eppure, a differenza delle narrazioni marinesi cui l’autore marinese ci aveva abituato nei precedenti libri, stavolta gli orizzonti si allargano per davvero. Già il titolo promette itinerari, girovagari, esplorazioni, ma anche ritorni. Da Pisa andata e ritorno – Racconti fuori dal tempo. E la promessa titolistica è proprio mantenuta.

Si parte da Pisa ma dove si va? Si ritorna a Pisa, ma da dove? Forse si tratta di quei luoghi, situazioni di spazio-tempo, insomma le dimensioni che si trovano in ogni libro? O in quel libro che compie un viaggio quando si trova fra le mani di un pisano in modo del tutto casuale? (Il prologo). O anche alla dimensione di viaggio che creano nell’immaginazione del lettore le suggestioni narrative?

Il passaggio fra le mani del lettore cambia i luoghi e le dimensioni del racconto, proprio come ogni viaggio cambia chi lo compie.

Una decina di storie di viaggi. Come quello del racconto sull’Aiellino. Una storia sui libri, sul viaggio che ogni libro rappresenta. Per poi tornare a Pisa. Andata e ritorno. Come il viaggio di Stefano fino in Turchia e – in Turchia – il viaggio nell’immaginario, o nel visionario, o nell’allucinatorio. Anche senza l’aiuto di un narghilè, ogni libro è un viaggio.

O la storia del cosmonauta dimenticato nello spazio? Anche qui compaiono con forza i libri (Dostoevskij). E le storie ascoltate alla radio. E i viaggi contenuti nei libri, e i libri contenuti nei viaggi.

Oppure l’episodio di Essaouira in Marocco, la storia fantascientifica con stravolgimenti spazio-temporali del passaggio di Jimi Hendrix da quei luoghi. Dall’angoscia nasce la bellezza della creazione artistica, che non ha tempo.

O un altro viaggio nel tempo, quello di Dinamico. La nave dei sogni diventa il rigassificatore, che è anch’esso un sogno. O un incubo. Ma serve anche quello a evocare la bellezza.

Il Corsini

C’è poi la tristissima storia del pittore Hans a Berlino, alla ricerca del tono della speranza. Un viaggio nelle epoche che cambiano anche se non ci se ne accorge. E torna l’abbraccio appassionante e indissolubile fra la miseria – la tristezza – l’angoscia, e la purezza dei sentimenti più alti. Per poi tornare, come sempre, a Marina.

L’andata e il ritorno di Fiorilli non sono solo fra i luoghi (la ritirata di Russia) e i tempi, ma anche fra le varie facce – pragmatiche o spirituali – della bellezza umana, dei gesti, delle idee.

E’ sempre presente, nei luoghi e negli spazi, con forza, l’idea. L’espressione o la repressione dell’idea. Come in particolare nella storia sulle vicende marinesi del 1928. Dove il rigore e la coerenza dell’idea si sposano con la bellezza e la purezza dell’arte di Viviani.

Eolo è un laico spirituale, lo esprime senza dubbio sul suo letto di morte, dove per sta per fare un altro viaggio. Come il viaggio che ripercorre nella memoria, ritornando alla grotta di Uliveto che ci ha insegnato Fernanda, per approdare poi a Marina, anche lui. Le storie dei personaggi, in viaggio, diventano libri.

Conclude la raccolta la storia forse più straziante, a coronare una serie di racconti di tristezza e di angoscia, di morti e perdite. La morte di Fernanda, il racconto che l’autore definisce come l’ultimo capitolo del precedente libro dedicato a sua madre (Il secolo di Fernanda). E’ la storia più tragica. Una storia dalla quale è un po’ più difficile far emergere la bellezza. Eppure c’è, e come. Nello sguardo di Fernanda, nei luoghi e nei tempi che si porta dentro.

Sono tutte storie, musicalmente parlando, in tonalità minore. Eppure luminose. Letti di morte, storie di guerra, di dolore, di starmale. Eppure sono storie luminose. Perché la luce sta nella bellezza che c’è in ognuna di esse e nei loro personaggi. Sembra pazzesco o assurdo, ma è proprio così.  Forse perché questo alone di luce sta proprio nella bellezza del raccontarle, queste storie. Ché, si sa, come fu già detto, che queste erano storie che andavano raccontate, e Fabiano Corsini le ha raccontate proprio bene. E nel raccontarle così bene ci risucchia in quei viaggi pazzeschi, ce li fa fare con i suoi personaggi, e si sta lì a stupirsi, a vivere con loro le loro emozioni e le loro passioni. Perché ogni racconto è un caleidoscopio che suggerisce evocazioni, divagazioni, allucinazioni. Un caleidoscopio nel quale perdersi e meravigliarsi.  Abène, queste sì che sono storie raccontate proprio bene!

Per la cronaca 1: Fabiano Corsini: Da Pisa andata e ritorno – Racconti fuori dal tempo. Edizioni ETS, 2018. 82 pagine, 10 Euro.

Per la cronaca 2: Gli altri libri pubblicati da Fabiano Corsini con ETS si trovano qui.

Pubblicato da: miclischi | 12 maggio 2018

Di fototessera in fototessera: come passa il tempo…

Una vita raccontata dalle fototessere

C’erano i biglietti dell’ATUM che erano rosini e costavano 50 lire. E ai tempi del liceo l’abbonamento prevedeva la possibilità di indicare due linee (per esempio, il 2 P.ta Lucca e il 4 I Passi). Poi c’era l’attestato di  identità (prima del rilascio della carta d’identità), le tesserine della FIV, della biblioteca, i primi brevetti subacquei. Il tesserino da militare con una foto che sembra segnaletica. Poi la patente (ma quella dei diciott’anni fu rubata a Calafuria), la patente nautica, le tessere degli ostelli, i passaporti. C’è anche il Laissez-passer delle Nazioni Unite ai tempi della FAO (ma all’arrivo all’aeroporto di New York il funzionario scettico delle dogane chiese di esibire per favore il passaporto nazionale). Ci sono anche i documenti rilasciati dalle autorità di paesi africani. Ai primi tempi del soggiorno in Botswana, la patente di guida rilasciata dal governo autonomo di Zanzibar suscitò l’interesse di un poliziotto a un posto di blocco sanitario per contenere la diffusione delle malattie del bestiame. Accettò incondizionatamente la patente estera, ma chiese umilmente: mi scusi, Zanzibar è un nome che ho sentito tante volte, ma mi può spiegare per favore dove si trova?

Quando c’era l’ATUM

Ci sono i documenti, l’evoluzione dei documenti, a scandire il tempo. Ma naturalmente ci sono anche le foto. Non tanto e non solo perché documentano la crescita e l’invecchiamento, ma anche in termini di mutazioni nell’abbigliamento, nell’acconciatura, insomma nello stile. La maglietta del WWF, l’inusitato completino pied-de-poule con tanto di panciotto e cravatta (Giorgio aveva una giacchetta quasi uguale, forse erano state entrambe comprate da Vittadello Euromoda di fianco a Piazza del Carmine), la tuta del CUS Lecce prestata da Orietta per andare a Nervi per fare l’esame di istruttore con Duilio Marcante, la camicina o la maglietta, la lunghezza variabile dei colletti, i giacconi e le sciarpe. Capelli lunghi o corti, barba folta o curata, o assente.

Con un filo di kajal

Le foto vengono quasi tutte dalle macchinette automatiche. Dapprima quelle che producevano la striscia con le quattro foto verticali in bianco e nero, poi quelle a quadrato a colori, fino a quelle delle macchinette digitali che producono più foto anche in diversi formati. Ma ce ne sono di scattate dai fotografi africani, oppure autoprodotte con l’autoscatto.

Il laissez-passer delle Nazioni Unite con la fototessera realizzata dal fotografo di Bahar Dhar sul lago Tana, in Etiopia.

Per la cronaca: tutte le foto recuperate dai documenti di variegata natura (una trentina) si trovano qui.

La patente etiope (in amarico!)

Uscito nella primavera del 2018

Di sicuro questo libro svelto e pur denso se lo gode di più chi ha la passione del pallone, chi da bimbetto ha giocato per strada o nei campetti di periferia, chi si è appassionato a questa o quella squadra, usava andare allo stadio…  Figuriamoci poi chi a pallone ci ha giocato davvero in qualche squadra.

Eppure, la lettura risulta di molto godibile anche per chi a pallone non ci ha mai giocato, neanche da bimbetto, e la cui passione da tifoso conobbe solo una breve stagione in cui la Roma era davvero maggica, fino alla perdita definitiva della fede dopo una delle tante calciopoli.

Sarà, come dice l’autore stesso nella sua postfazione, che l’interesse per questo libro può anche derivare dalla conoscenza personale dell’autore? Certamente! Ma un conto è leggerlo, un libro, un altro è trovarlo godibile, avvincente e di qualità.

La cornice narrativa sta nell’esperienza calcistica di Luciano Aprile, classe 1954, imperniata soprattutto sulla sua militanza della squadra del Matera. Piccola squadra di piccola città, che negli anni ’70 non era poi così comune come destinazione turistica, ma anzi era sconosciuta ai più. Uno sport, una città, un contesto nazionale (gli anni di piombo) sul quale l’autore innesta innumerevoli ribedoli ripescati nella memoria di quegli anni. Ecco il libro Dove non arrivavano i treni arrivò la serie B. Un titolo che dice già molto. Matera, naturalmente, ma anche il suo essere una città remota, dove le FS non arrivavano (né arrivano oggi – la stazione più vicina è Ferrandina, mentre a Matera ci si arriva da Bari con le gloriose FAL – Ferrovie Apulo-Lucane). E il ruolo consolatorio del gioco del calcio.

Il calcio come perno della narrazione, ma anche come specchio del dilemma intimo che sembra aver attanagliato l’autore lungo tutta la sua vita: calcio da amare o calcio da odiare? Naturalmente si sarebbe propensi a percepire che Luciano Aprile ha certamente amato il calcio, e pare sia proprio così. Eppure fanno capolino, in innumerevoli episodi, le sue insofferenze, le sue prese di distanza, a tratti il suo desiderio di fuga da quel mondo luccicante, ma al tempo stesso ottuso.

Figurine Panini!

Ma questo dell’attrazione/fuga pare essere un tema ricorrente anche nelle altre sfaccettature del racconto. E’ come se Luciano Aprile esprimesse quasi continuamente questo dubbio: è stato un buon calciatore o un cattivo calciatore? Un buon professore di liceo o un cattivo professore? Una brava persona oppure no? Un tormento esistenziale che si potrebbe chiamare insicurezza, frustrazione, disagio, o anche desiderio di migliorarsi sempre. Per lo meno, un lettore che non si intende né di calcio né di filosofia, può umilmente affermare che Luciano Aprile è un bravo scrittore.

Non deve essere stato facile, in quegli anni ’70, fare il calciatore professionista avendo la testa non solo nel pallone, ma anche altrove. In un altrove davvero lontanissimo dagli ambienti e dagli stereotipi del calcio. Luciano Aprile infatti era a quei tempi anche studente di filosofia. Studente universitario? E come faceva a non sentirsi un alieno nei confronti di quei suoi compagni di squadra cui doveva leggere gli articoli dei giornali sportivi perché loro di leggere non erano capaci? E poi: non solo filosofo, ma anche schierato politicamente, molto decisamente a sinistra, lettore del Manifesto, insomma una vera e propria anomalia.

E’ tutta una rappresentazione di squilibri, questo racconto. Sul piano geografico, sociale, politico, culturale, intimo… Sembra di leggere il resoconto di una vita senza pace. Eppure, eccolo lì, accanto agli amati filosofi delle cui citazioni Aprile correda ricchissimamente il libro, accanto alla musica, al cinema, ai libri… eccolo lì il vero angelo consolatore: il calcio. A far da compagnia durante gli anni del professionismo, poi negli anni successivi e anche a tanti anni di distanza, quando Aprile sente la necessità di raccontare la sua storia, sempre lì presente, amico, confortante.

Nonostante la presenza ingombrante del calcio, che tuttavia risulta gradevole e quasi avvincente anche per chi non se ne interessa quasi per nulla, il libro di Luciano Aprile è gradevolissimo anche perché racconta in modo frizzante ed efficace un’epoca – gli anni ’70 del ‘900 – che è al tempo stesso vicina e lontanissima. Curioso che questa lettura sia casualmente arrivata poco dopo quella del libro sugli anni ’70 di Roberto Alajmo, di cui si ragionava recentemente qui. Anche in questo libro, un bel ripasso di quel periodo a quarant’anni di distanza.

Ma oltre ai tempi ci sono anche i luoghi. Il luogo. Matera. Perché se la città dei Sassi sembra magica e stregata/stregante nel secondo decennio del terzo millennio, figuriamoci come doveva essere percepita da un ventenne degli anni ’70, Le pagine dedicate a Matera, ai suoi luoghi, alle sue persone, ai suoi sentimenti, sono forse fra le più coinvolgenti del libro.

Il silenzio dei Sassi. Silenzio cristallino, nelle sere di primavera, denso e vischioso in quelle brumose o gelide dell’autunno e dell’inverno. Quando arrivai a Matera per la prima volta in assoluto nella mia vita era il 1973 e avevo diciannove anni. Non avevo mai sentito parlare di Matera, ma non era colpa mia (…).

Matera nel 2015. Leica II b con Voigtlander 15mm

Per la cronaca 1: Luciano Aprile: Dove non arrivavano i treni arrivò la serie B . La mia storia nel Matera, Les Flâneurs Edizioni, Bari, 2018. 152 pagine, 13 Euro.

Per la cronaca 2: Il libro è dotato di un ricco apparato iconografico fatto di ritagli di giornale, figurine, foto d’epoca, e anche – in quarta di copertina, un codice QR per accedere al video della “storica” partita Matera-Taranto. Fra i ritagli di giornale non poteva mancare quello del trafiletto intitolato Aprile dolce dormire, cui è dedicato un intero capitolo del libro.

Pubblicato da: miclischi | 26 aprile 2018

Malta trentotto anni dopo

Il secondo volume della serie include anche Malta

Era l’estate del 1980. Mauro Mancini era morto due anni prima a seguito del naufragio del Surprise. Il secondo volume del suo Navigare Lungocosta, quello dedicato alla Sicilia e alle isole circostanti, era esaurito e, prima di essere pubblicato nella nuova edizione, doveva essere aggiornato. Fu la prima esperienza di aggiornamento, cui fecero seguito numerosissime altre, da Marsiglia a Santa Maria di Leuca, negli anni a seguire.

La Sicilia fu girata tutto con il furgone WV della ditta spartanissimamente camperizzato. Alle Eolie e alle Egadi si fecero delle rapide escursioni in traghetto o aliscafo. Per Pantelleria e le Pelagie ci si affidò alle conoscenze velistiche siciliane.

E Malta? Già, perché questo arcipelago-Stato era stato inserito dal Mancini fra le pertinenze nautiche della Sicilia. Lasciato in custodia il furgone da amici di amici, Malta fu raggiunta in traghetto, zaino e sacco a pelo, e via.

La combriccola di Gozo (1980)

Non si poté propriamente definire una visita turistica: una capatina alla capitaneria di porto della Valletta (o era lo Yacht Club?), qualche tragitto in autobus per vedere i porticcioli sparpagliati sulla costa dell’isola maggiore e poi, finalmente, Gozo. Finalmente perché l’isola di Malta, per chi s’era abituato alle isole siciliane, fu percepita soprattutto come un caos urbano iper-antropizzato, con palazzoni dappertutto e senza tratti di costa “deserti”. Gozo, invece, assomigliava molto di più alle placide isolette siciliane, e lì, infatti, furono trascorsi alcuni giorni di sereno relax. Ci fu anche un fortuito incontro con due coppie di giovani, una romana e l’altra comasca, e insomma furono giorni lieti, nonostante gli omini appollaiati sulla scogliera per osservare le ragazze in topless.

Trentotto anni dopo, primavera 2018, una visita breve, con finalità lavorative, ma stavolta con la possibilità di fare due passi nella capitale, e anche di vedere un po’ di campagna, in particolare la cosiddetta unica foresta semi-naturale di tutta l’isola: il Buskett.

Rispetto alla visita di tanti anni fa, due cose sono rimaste simili o i uguali: 1) gli autisti (che siano di taxi, autobus o macchine private) mettono in folle al benché minimo accenno di discesa. 2) la sera dopo le 9 in giro per la città non c’è quasi nessuno. E’ vero che ci sono tanti barrini, locali e ristoranti, ma per la strada quasi nessuno. La mattina c’è un vero a proprio affollamento, ma già da metà pomeriggio cominciano a chiudere i negozi, e la sera c’è quasi il deserto. Anche se non si verificano più gli incontri inquietanti del 1980.

Nella Cattedrale di San Giovanni Battista (2018)

Però stavolta c’è stato più tempo per guardarsi un po’ in giro. Ecco alcune annotazioni

  • I balconi, balconcini e terrazzi e terrazzini sono tutti verandati. Sia nelle dimore di un certo tono che nelle viuzze e nelle residenze popolari. Strano non averlo notato nel 1980, che di sicuro c’erano già. Si vede che non ci si era fatto caso. Miscroscopici locali chiusi da telai di legno e vetrate, dove a volte si intravedono i panni stesi ad asciugare. In altri casi la micro-veranda è corredata di seggioline e quindi funge da punto di osservazione di quel che succede per strada.

Terrazzini verandati (2018)

  • I pullman non sono più coloratissimi, decorati e variopinti come tanti anni fa. Peccato. Però in una delle rarissime librerie (ce ne sono solo due o tre) del centro città fu trovato il meritorio volumetto che ripercorre la storia degli autobus della Valletta. E nei negozietti di souvenir si trovano anche i modellini dei bus di una volta.

Il pregevole librino celebrativo.

  • A parte qualche giratina per le vie della città, una sola visita turistica strutturata: quella alla Catedrale di San Giovanni Battista. Un paio d’ore a giro per gli ambienti iper-decorati, iper-dorati, insomma esageratametne baroccati. Ma l’audioguida fornisce informazioni illuminanti sulla storia di Malta, del suo Ordine e della chiesa, e ci sono un sacco di curiosità che emergono da questa visita. Poi c’è il Caravaggio, il suo dipinto più grande, a dire il vero esposto in modo mirabile, e insomma anche per chi non ama particolarmente la ridondanza dorata, è stata una bella mezza mattinata.
  • Rimane molto forte la voglia di tornare sull’isola per andare a vedere la città di Mdina, scorta solo da fuori, lungo le mura, o da lontano, in mezzo alla campagna verde. Ecco, lì bisognerebbe proprio andare a farci un giro. Del resto è sempre bene lasciarsi dietro un compito da svolgere: prima o poi ci si tornerà.

A Gozo nel 1980

Per la cronaca 1: Alcune foto scattate a Malta nel 1980 si trovano qui sopra. A dire il vero nel rullino di foto di Malta non ce ne era neanche una: tutte scattate solo a Gozo. Agfa Silette I – Pellicola Ilford FP4 sviluppata in ID11 stock.

Per la cronaca 2: Un album con alcune foto digitali scattate a Malta (non a Gozo!) nel 2018 sono qui.

Per la cronaca 1: La giratina a Malta del 2018 fu anche una buona occasione per scattare un altro rullo con la Ferrania P30. Alcuni scatti argentici si trovano qui (Nikon FM2 con 20mm, sviluppo ID11 stock).

Per le strade della Valletta, Aprile 2018.

Pubblicato da: miclischi | 25 aprile 2018

Roberto Alajmo racconta l’estate del 1978, ma non solo.

Uscito nella primavera del 2018.

Roberto Alajmo torna a parlare di Palermo, dei suoi luoghi, delle sue strade, di Mondello… Ma stavolta da una prospettiva del tutto particolare, assolutamente intima. Si tratta proprio delle vicende sue personali. Sue e della sua famiglia. E’ L’estate del ’78, pubblicato da Sellerio nella collana Il contesto. Quarant’anni dopo i fatti raccontati.

Fa un certo effetto leggere questo libro, da parte di chi è non solo coetaneo ma anche coevo dell’autore. Perché quell’estate del 1978 venne dopo la primavera dello stesso anno (ovvio). E la primavera del 1978 rimane nella memoria perché ci fu il rapimento di Aldo Moro, cui fece seguito il suo assassinio e, negli stessi giorni, il tragico naufragio del Suprise di Ambrogio Fogar, con il tragico epilogo della morte dell’amico Mauro Mancini. Due morti così diverse, di persone così diverse, che però rimangono scolpite come simboli indelebili di quell’anno.

Ma il 1978 fu anche l’anno della partenza per il servizio militare (la maturità fu passata un anno prima di quella di Alajmo). E ci sono anche dei sorprendentissimi parallelismi spazio-temporali, come la vacanza familiare a Londra nel 1969 e il viaggio con gli amici in Calabria nel 1979…

Ma i parallelismi finiscono lì, perché la storia narrata da Roberto Alajmo, la sua storia, è ultra-personale e segnata da tragedie che non si augurerebbero a nessuno.

Si dipanano i fatti, i ricordi, le situazioni, in un intento di ricerca: un po’ inchiesta giornalistica, un po’ indagine poliziesca, un po’ ricostruzione del diario familiare, con tanto di fotografie e frammenti di lettere. Inutile divagare: tutto ruota attorno alla figura della madre dell’autore (Elena), ai suoi disagi, alle sue malattie e le sue dipendenze, ai suoi malesseri, alla separazione dal marito (un evento molto più scioccante a quei tempi di quanto non sia adesso), alla sua vicinanza-lontananza, alla sua scomparsa. Una tragedia familiare che non segna il figlio soltanto per la perdita oggettiva di un genitore, ma anche per la tremenda e pesantissima eredità che sua madre gli lascerà (svelata, poi scoperchiata quasi con sollievo, alla fine del racconto).

Ci sono momenti di lieve mestizia, o di genuina gioia, in questa vita ripercorsa attraverso prodigiosi salti spazio-temporali. Ma su tutto domina la pesantezza della tragedia. E anche le parentesi andate a ripescare nella prima infanzia (propria o del figlio dell’autore) sembrano proprio degli intermezzi leggeri fra i lembi del dramma.

Una lettura di sicuro non lieve, divertente o piacevole. Eppure Alajmo riesce nel duplice miracolo: da un lato rende universali le sue vicende private e, dall’altro, produce una scrittura di qualità, appassionante e avvincente nonostante i temi trattati. Infatti si fa fatica a staccarsi dal libro, e si viene rapiti dalla necessità di accompagnare l’autore in questo scavo, per vedere alla fine dove lo porterà.

Leggere questo libro è un po’ come visitare una mostra fotografica in cui l’autore si racconta mostrando a tutti le immagini della propria vita, privandosi della propria intimità per condividerla con il pubblico. Deve essere costata parecchia fatica, a Roberto Alajmo, mettere insieme questo libro. E alla fine della lettura la prima cosa che viene in mente è ringraziarlo. Grazie Roberto, davvero.

Per la cronaca 1: Roberto Alajmo: L’estate del ’78. Editore Sellerio, Palermo, 2018 (Collana Il contesto). 176 pagine, 15 Euro.

Per la cronaca 2: L’autore ha parlato del suo libro durante la trasmissione Fahreneit su Radio Tre in aprile, poco dopo l’uscita del libro. Si può riascoltare qui.

Per la cronaca 3: Beccato: anche in questo libro l’equivoco di considerare come sinonimi gli attributi olimpico olimpionico, con buona pace della Nike… (non quella delle scarpe, ma quella dell’antica Grecia).

Pubblicato da: miclischi | 20 aprile 2018

Limonov: la bella storia di un personaggio detestabile

Personaggio e interprete

Ci sono persone la cui vita è di per sé un romanzo. In alcuni casi, addirittura, una moltitudine di romanzi. E se la romanzosità della vita del personaggio prevale sulla natura del personaggio stesso, può anche darsi che da questa vita venga fuori proprio una bella storia, a prescindere dalle opinioni che si possono avere su chi la ha vissuta.

Tutto cominciò con l’ascolto, su Radio Tre, della lettura ad alta voce del libro Limonov, nella traduzione di Francesco Bergamasco.  Un ascolto davvero emozionante, che cattura tanto da rimanere in macchina ad aspettare che la puntata sia finita, anche se si è arrivati a destinazione. La voce di Elio de Capitani scivola via episodio dopo episodio e incolla alla radio. Poi seguì la lettura del libro (grazie a Monica e Alberto)

In questo libro  Emmanuel Carrère prende la vita avventurosa di Eduard Veniaminovich Savenko, in arte Eduard Limonov, persona reale, russo, ribelle di professione, e la racconta. La racconta, verrebbe da dire, a ragion veduta, essendo Carrère stesso di origine russa.

Limonov: detestabile, antipatico, odioso, fascista, violento… insomma un personaggio negativo, di cui Carrère non nasconde niente, e di cui pare ammirare e rispettare soprattutto una dote: la coerenza. Ma, come si diceva, quel che rende questo libro davvero appassionante è la vita stessa del personaggio, sviscerata in tutte le sue fasi, opportunamente distribuite fra i capitoli del libro, che sono a loro volta delle storie quasi indipendenti l’una dall’altra. Difatti anche lo stesso Limonov, poeta e scrittore, le ha raccontate, queste fasi, nei suoi libri.

Carrère ricompone il puzzle, riprende i dati biografici, gli scritti di Limonov (mescolandole con le proprie vicende personali), la cronaca delle vicende storico-politico-belliche dell’epoca che va dalla fine dell’epoca di Breshnev, alla caduta del muro di Berlino, le guerre iugoslave, fino all’alba del nuovo millennio; e con questo materiale costruisce una storia arricchita dai suoi incontri con il personaggio e da innumerevoli ribedoli di storie pubbliche e private.

L’edizione italiana (Frassinelli) del libro in cui Limonov racconta se stesso ai tempi del periodo neworkese

Insomma uno zibaldone che contiene tantissime stratificazioni. Ci sono i vividissimi schizzi sulla vita di un adolescente nella provincia sovietica, le sue aspirazioni artistiche e sociali, la scoperta del sesso, l’inizio di un delinearsi del concetto di scelta politica e di vita che accompagnerà Limonov in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Poi il periodo newyorkese, negli ambienti degli esuli russi, o nei bassifondi, o nel maniero di un miliardario. Poi, naturalmente, Parigi. Nuovi incontri, nuovi amori. Poi il ritorno in Russia, il confronto con i mutamenti politici e sociali. Il complicato coinvolgimento nelle guerre balcaniche a sostegno dei serbi. La fondazione di un partito politico (equivocamente denominato nazional-bolscevico), la fascinazione per le steppe dell’Asia centrale, l’incarcerazione, la scarcerazione… Insomma pare non finisca mai, questa storia, ci si aspetta di voltare pagina e trovare ancora un altro ambiente, un’altra situazione, un’altra donna, un’altra presa di posizione.

Un libro veramente godibile. Anche un’occasione di ripassare un po’ di storia recente e recentissima. Non solo attraverso le vicende tormentate che hanno accompagnato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, la sua caduta, e i postumi della caduta, ma anche godendosi la costellazione di innumerevoli fatti, personaggi e episodi che hanno caratterizzato il cinema, la letteratura, la poesia, l’economia, la diffusione delle notizie, i media di quegli anni.

Un altro luminoso esempio di libro caleidoscopico.

Per la cronaca 1: per chi avesse voglia di addentrarsi nel personaggio Limonov, qui ci sono un po’ di articoli di approfondimento.

Per la cronaca 2: la lettura alla radio (30 episodi per un totale di 12 ore) si può ascoltare qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2018

L’olandese volante approda al Parco della Musica

Passione wagneriana

Opera maestosa eppure intimista, L’olandese volante, aka Il vascello fantasma (Der fliegende Holländer), viene rappresentata in forma di concerto all’Auditorium Parco della Musica a Roma nella settimana prima di Pasqua. In una stagione in cui in teatri, chiese e sale da concerto si usano rappresentare le Passioni bachiane, ecco un’opera wagneriana che presenta sotto tutt’altra prospettiva il tema stesso della passione. Come già qualche anno fa nella stessa sala successe con il Rheingold, un’occasione d’oro per godersi la musica di Wagner e le voci dei cantanti e del coro senza preoccuparsi delle insidiose trappole della rappresentazione scenica. Che in certe opere di Wagner, come in queste, pone problemi non trascurabili di natura nautica ed acquatica.

Ai tempi della scuola di vela, da bimbetti, si guardava all’olandese volante (in inglese Flying Dutchman, confidenzialmente Effedì) come a un sogno da realizzare: l’ammiraglia delle derive da regata, classe olimpica per antonomasia, questa barca di 6 metri con genoa e girafiocco, dalla randa larga, con il trapezio e anche il tubo lancia-spi: un gioiello progettato negli anni ’50 del ‘900 dagli dagli architetti olandesi (!) Conrad Gülcher e Uus van Essen. Più modestamente, si imparava a timonare,  virare e strambare sul fratellino minore del glorioso FD: il Flying Junior. Ma l’anelito a poter regatare un giorno sulla prestigiosa ammiraglia era per tanti piccoli velisti il vero obiettivo da raggiungere.

Dal sito web della classe FD italiana

Ma torniamo a Wagner e al suo, di FD. Una grandissima gioia, godersi nella Sala Santa Cecilia questa cascata di musica entusiasmante. A parte qualche attacco dei fiati non proprio pulitissimo nell’Ouverture, l’Orchestra dell’Accademia ha fornito una prova molto buona, con dei picchi di straordinaria efficacia negli assoli di corno inglese, oboe e corno. Il direttore finlandese, Mikko Franck,  direttore ospite principale dell’Accademia, conduce molto appassionatamente, cambiando sempre posizione, ora dimenandosi seduto sul suo scranno direttorio, ora scendendo dal podio per dirigere aggirandosi fra i primi ranghi dell’orchestra… insomma ha mostrato un grande livello di coinvolgimento.

Il direttore Mikko Franck (dal sito dell’Accademia di Santa Cecilia)

Il Coro di Santa Cecilia, si sa, è una garanzia. E anche in questa serata ha fornito una prova superba. Che fossero i virili marinai norvegesi, o lo sventurato equipaggio fantasma dell’Olandese, o le filatrici compagne di Senta, o le seducenti ragazzotte che lumano i marinai, insomma i coristi e le coriste hanno fatto centro. Due esempi fra i tanti: durante la cosiddetta Ballata di Senta nel secondo atto, quando la poveretta è sopraffatta dall’emozione, le compagne la sopportano lievissimamente con il  loro canto: uno dei momenti più struggenti dell’opera. E il doppio coro dei marinai? Quando nel terzo atto si rianima il vascello dell’Olandese e il suo equipaggio, sballottato nella subitanea agitazione delle acque, minaccioso si contrappone alla bonarietà dei marinai norvegesi, questi ultimi, per esorcizzare il terrore si rimettono a cantare la loro canzoncella spensierata. E questo sovrapporsi improvviso di questi due canti, stupefacente e al limite della straziante cacofonia, è una delle più belle trovate drammaturgiche e musicali dell’opera. Peccato che questi due cori maschili non siano stati visivamente distinguibili: sarebbe stato forse bello – anche in assenza di rappresentazione scenica – disporli in modo che potessero davvero rappresentare due corpi canori distinti e contrapposti.

Tutti i ruoli solisti di quest’opera hanno una caratterizzazione molto marcata. Tutti, intorno ai disgraziati Senta e Olandese, vanno per la loro strada , incapaci di addentrarsi nella tragica passione mistica che avvolge i due amanti impossibili. C’è il gretto e avaro Daland, che non si accorge di quel che gli succede intorno, forse rincoglionito dalle lunghissime permanenze in mare. Il leggiadro timoniere, l’unico personaggio spensierato dell’opera, leggiadro nel pensiero e nella voce. L’acida nutrice Mary, probabilmente gelosa delle attenzioni che Daland rivolge solo alla figlia Senta, mentre un po’ di attenzioni, magari, sarebbero garbate anche a lei. Poi l’unico personaggio veramente maligno della storia, Erik il cacciatore, quello che scatenerà la tragedia finale, a causa della sua smania di potere e controllo sulla povera Senta la quale, oltre a non avergliela mai data, non si era mai neanche compromessa con prospettive o promesse. Ma lui niente: si picca a interpretare  come promessa di eterna fedeltà un abbraccio riconoscente che Senta gli diede una volta. E infine loro due. Il tenebroso Olandese rassegnato-ma-mica-tanto all’infelice destino che lo condanna a navigare in eterno. E Senta la mistica, innamorata del ritratto dell’Olandese e della sua sventura, totalmente presa di passione per qualcosa che può solo immaginare.

E i cantanti? Apprezzamento entusiastico ed incondizionato da parte del pubblico per tutti gli interpreti. Ma l’interprete che ha davvero scaldato gli animi e fatto spellare le mani è lei, Amber Wagner, convincentissima Senta. Una forza della natura dalla voce possente e ben dominata, l’unica a dire il vero capace di sovrastare la possanza dei ripieni orchestrali. Ma anche di incantare col suo delicato languore nei  momenti più soffici della vicenda, come nella sua ballata e in particolare in quel duetto d’amore dell’assurdo, all’incontro con l’Olandese. Questi due personaggi che si erano fino ad allora soltanto immaginati, si vedono e si riconoscono, e si fondono in un canto struggentissimo. Qui sotto un videino di Amber Wagner che canta la ballata al Metropolitan di New York.

Anche moltissimo apprezzato dal pubblico il ruolo del titolo: il baritono scozzese Iain Paterson , veterano wagneriano, ci ha fatto effettivamente la sua figura.

Navigatissimo calcatore di palcoscenici con la sua imponentissima figura (pur essendo un basso, è altissimo!), ecco l’altro finlandese sul palco: Matti Salminen, nel suolo del cellettone Daland. Non sempre limpidissimo nella voce, specie nel registro acuto, ha comunque fornito una prova convincente con la sua ieratica presenza, con il gigionismo con cui ha sottolineato la colpevole inconsapevolezza del personaggio, e con un superbo saltellato alla fine del duetto con l’Olandese che fa seguito alla richiesta di quest’ultimo di dargli Senta in sposa.

I due ruoli tenorili sono stati interpretati da un altro finlandese, Tuomas Katajala (il timoniere di Daland) e da Robert Dean Smith (Erik) . Più limpido e gradevole il primo. Ma il secondo, si sa, aveva l’arduo compito di interpretare il ruolo di un personaggio sgradevole…

Personaggio decisamente minore, Mary è stata interpretata dalla mezzosoprano Tiziana Pizzi, del coro di Santa Cecilia, molto espressiva nel suo ruolo-cuscinetto fra Senta e il padre, fiera oppositrice della insana passione di Senta per il ritratto dell’Olandese.

Il libretto del Manacorda autografato dal basso Matti Salminen

Una serata davvero entusiasmante, anche perché la visione in forma di concerto fa davvero concentrare sulla musica “senza distrazioni”. E quest’opera è davvero fenomenale nel mescolare con sapienza un  cocktail fatto di fragoroso vociare marinaresco, malinconia romantica, scoppiar di tempeste, ciacolar di donne, duetti d’amore e patti commerciali, ma soprattutto una sorta di esaltazione della passione mistica; insomma un grande variare di situazioni e di emozioni, ciascuna sottolineata da apposite suggestioni musicali, in quello che rappresenta il germe della tecnica del  leitmotiv che verrà dopo. C’è in particolare l’accenno, a volte perentorio, a volte sottile, del tema dell’Olandese, ogni qualvolta si presenta, o viene evocato, lui o la sua nave. Abène, proprio una bellissima serata. Ora quest’opera andrà vista non in forma di concerto ma in forma scenica. Con le secchiate d’acqua, e tutto il resto… Speriamo presto!

Una altro autografo d’epoca dallo stesso libretto del Manacorda

Per la cronaca 1: Come al solito si è ricorsi all’ascolto seguendo il prezioso libretto del Manacorda nella Biblioteca Sansoniana  Straniera, illuminante anche nella sua introduzione, e letteralissimo nella traduzione. Un paio di curiosità: per il Manacorda il padre (Vater) è senz’altro Babbo! E poi c’è la curiosa traduzione della cadenza della maledizione dell’Olandese (sieben Jahr) sempre espressa nella forma contratta (sett’anni).

Per la cronaca 2: Il giorno dopo la prima rappresentazione, Amber Wagner e Iain Paterson sono stati ospiti della trasmissione La Barcaccia su Radio Tre. La puntata si può riascoltare qui.

Per la cronaca 3: Dopo la Ballata di Senta, nel secondo atto, arriva Erik, si scuotono le ragazze e scoppia una specie di pandemonio che porta effettivamente una brusca virata nella musica (al verso 355). E in questa musica pare di risentire gli accenti altrettanto pandemoniosi (in senso ritmico e melodico) della chiusa del primo atto dell’Italiana in Algeri di Rossini (peraltro vista poco prima a Pisa – se ne era ragionato qui). Ora, qualche ricerca internettistica in tal senso non ha dato alcun risultato, benché abbondino gli accenni al fatto che Rossini non ammirasse per niente Wagner il quale, invece, una qualche stima per il collega italiano pare la nutrisse (lo citò nei Maestri cantori). Se qualcuno che ne sa di più avesse qualche cosa da precisare in merito a questo omaggio wagneriano a Rossini, si faccia avanti!

Uscito nel 2018

Tutto nacque da una recensione di Asymmetry romanzo d’esordio della scrittrice americana Lisa Halliday, ascoltata durante il programma Pagina Tre  il 23 febbraio 2018. Talmente efficace fu la presentazione di questo nuovo libro che venne voglia di leggerlo. Detto fatto.

L’alone di scandalo-gossip-sesso che ha fatto un po’ da cassa di risonanza all’uscita di questo libro scaturisce dal fatto che l’autrice si è ispirata a una sua relazione avuta da giovane con l’anziano scrittore Philip Roth (nel romanzo rinominato Ezra Blazer). Ma questo pretesto, nonostante tutto, rimane secondario rispetto alla qualità della lingua e della narrazione.

In uno stile matter-of-fact l’autrice narra – nella prima delle tre sezioni del libro (Folly) – questa storia d’amore in cui forse il protagonista è proprio l’asimmetria fra i personaggi: sesso, età, notorietà, ricchezza, approccio alla vita e prospettive future. Tutto diverso. Sono proprio molto lontani da due immagini riflesse e quindi simmetriche, queste due persone che trovano comunque un equilibrio molto ricco di spessore, di momenti di sana e ridanciana gioia, di complicità, insomma d’amore. E il messaggio positivo – sommariamente riconducibile al carpe diem che adottano i due amanti nelle loro diversissime fasi della vita – emerge con forza.

Si cambia radicalmente ambientazione nella seconda parte del libro (Madness). Qui il protagonista è un kurdo irakeno che per accidente si trova ad avere anche la nazionalità statunitense. E questa doppia identità, questa vita vissuta in America, con frequenti ritorni con i genitori e il fratello al natio Medio Oriente tormentato da guerre e conflitti, l ‘asimmetria intrinseca che vive Amar Jaafari, è il perno su cui ruota questa storia raccontata in prima persona. Capitolo dopo capitolo, si alternano due tracce narrative. Una, in tempo reale, contemporanea, descrive le assurdità cui è sottoposto il protagonista all’aeroporto di Londra. Gli viene impedito di entrare il territorio del Regno Unito, in attesa di un volo che via Istanbul lo porterà in Iraq, sulla base di una infinita serie di sospetti, preconcetti, cavilli burocratici, decisioni arbitrarie. In pratica rimane in stato di detenzione all’aeroporto.  L’altra traccia ripercorre invece le varie fasi della sua vita, delle sue relazioni familiari e affettive, gli studi, la ricerca di un lavoro, in un contesto che è avulso sia per una delle sue identità, l’irakeno negli States, che per l’altra: l’americano in Irak. Nel corso della narrazione si amplia, questo contesto, e da personale si fa universale: si contrappongono la cultura occidentale e quella medio-orientale, le diverse ma rispecchiate percezioni dell’altro/diverso, anche le religioni, se pur con un ruolo decisamente minore e quasi marginale. Naturalmente, in piccolo, ma con egual potenza – e asimmetria – questi opposti si ripropongono anche all’interno della società Irakena. E anche all’interno di Amar, che vive tutte queste contraddizioni e asimmetrie sulla propria pelle, sia come dubbi intimi sul come considerare la realtà , sia nelle modalità in cui queste realtà gli si rovesciano addosso.

… maybe East and West really are eternally irreconcilable – like a curve and its asymptote, geometrically fated never to intersect.

Poi si arriva all’epilogo. Nella terza parte, Ezra Blazer’s Desert Island Discs, ritorna l’anziano scrittore (si autodefinisce decrepito), in una vividissimamente immaginata trasmissione della serie della BBC (ha il suo corrispondente anche su Radio Tre: L’isola deserta)

Il programma della BBC “Desert Island Discs”

Allo scrittore viene chiesto di indicare gli otto brani musicali che si porterebbe su un’isola deserta, e nel mentre gli vengono anche fatte innumerevoli domande sulla sua vita privata e professionale. Una chiusa fenomenale in cui il fuoco del’asimmetria si sposta all’interno di una singola persona, e sugli innumerevoli disequilibri che ha incontrato e che continua ad incontrare nella sua vita. Ma questa simmetria, in un nonnulla, si trasferisce anche sul piano della percezione che hanno di uno scrittore famosissimo i suoi lettori. E questo gioco degli specchi (che la simmetria e il suo contrario continuamente richiamano proprio l’immagine riflessa) si ripropone su una nuova luce.

Insomma una convincentissima prova narrativa. Un libro che fa venir voglia di andare a ripercorre alcuni brani, di ritrovare ambientazioni, preziosismi linguistici, dialoghi di una freschezza sconcertante. L’esordio è decisamente valido. Se piove di quel che tòna… Al prossimo libro di Lisa Halliday!

Per la cronaca 1: La puntata di Pagina Tre in cui si parla della recensione del libro apparsa sulla Rivista Studio si può rialscoltare quiInvece, la recensione di Clara Mazzoleni si può leggere qui.

Per la cronaca 2: In una intervista sulla BBC l’autrice parla del suo romanzo. Illuminate e piacevole.

Per la cronaca 3: Pare che li libro sarà pubblicato in italia dopo l’estate 2018.

 

Con il pozzetto e la manovella per il trascinamento

C’è chi gli piace il formato quadrato e chinò. Volendosi accostare al medio formato, e magari riprendere in mano una vecchia ma funzionantissima Rolleiflex, bisogna fare i conti con il formato quadrato. Ci sono questioni di proporzioni, questioni di formato della carta, di abitudine… Che se poi uno usa il formato quadrato per ritagliarne una immagine rettangolare, a che pro? Ragionandone con Punto Reflex nel lontano 2010, saltò fuori dai magazzini insondabili del negozio una bella valigetta con un bel corredo di una macchina medio formato, sì, ma rettangolare! Era la Zenza Bronica ETRS 4.5 x 6. Finalmente!

Una macchina relativamente compatta, con ottiche di qualità e una bella serie di accessori succulenti: mirino a pozzetto con lentino, oppure a pentaprisma e anche con il pentaprisma esposimetrico; impugnatura ergonomica con scatto in posizione comoda e contatto caldo per il flash; magazzini 120, 220 (se ci fossero ancora le pellicole!), 135 e 135 wide; possibilità di doppia esposizione; tubi di prolunga; dorso Polaroid… insomma di che sbizzarrirsi.

Con il pentaprisma esposimetrico e l’impugnatura ergonomica con contatto caldo

Gioiellino del secolo scorso (prodotta in tante varianti e versioni a partire dagli anni ’70) si presenta in varie combinazioni e soluzioni tecniche, come ben evidenziato qui.

Il cuore del sistema è l’otturatore elettronico Seiko, con tempi da 1/500 a 8 secondi. I tempi più lunghi (T) si possono fare, ma l’operazione è alquanto macchinosa e bisogna operare direttamente su una levetta posta sotto l’obiettivo, svitando una vite, insomma una menata. Menata ancor maggiore è il fatto che la macchina senza pile non funziona (a meno che, dicesi, non si voglia scattare a 1/500 e basta). Peccato perché chi è abituato a maneggiare apparecchi che, anche in assenza di pile, possono funzionare se pure con funzioni ridotte, si sente un po’ a disagio, anche perché la pila non è di quelle che si trovano da qualsiasi tabaccaio (è una 544 da 6 volts). Poco male: bisogna abituarsi a portarsene sempre dietro una di ricambio.

Alcuni degli obiettivi disponibili per la ETRS: 40mm, 50mm, 75mm, 150mm, 200mm.

Una “zoommata” sull’idrovora di Coltano realizzata usando in successione tutti e cinque gli obiettivi, filtro arancione. Pardon (a mano libera). Pellicola FP4 sviluppata in ID11 stock.

Dopo qualche anno d’uso sporadico, si possono tirare alcune somme. La macchina è molto goduriosa da maneggiare. Di sicuro è praticissimo il pentaprisma, anche perché rende immediatamente realizzabile la decisione di scattare scatti verticali (in posizione portrait, appunti casomai uno volesse fare dei ritratti). Con buona pace degli integralisti del mirino a pozzetto, infatti, lo scatto in verticale si può fare, ma è davvero menosissimo (non c’è il dorso rotante come nelle macchine RB), oltre ad essere alquanto impraticabile a mano libera, considerando anche il peso della macchina (con il 75 mm siamo oltre il kilo e 300 grammi).

Alcuni scatti verticali

L’impugnatura ergonomica – associata al pentaprisma – permette di realizzare scatti in rapida successione, mentre il manovellismo e la necessità di puntare attraverso il pozzetto, ancorché dotato di lentino, rallentano tutte le operazioni. Detto in altre parole: per scatti in studio e in orizzontale va bene la configurazione “base”, ma per scatti di campagna con frequente uso dell’orientamento verticale, insomma, bisogna cedere alla coppia pentaprisma-impugnatura.

A parte la menata della visione in verticale senza il pentaprisma, la macchina è una vera goduria un concentrato di compattezza e ricchezza di opzioni, insomma un vero piacere fotografico.

Non è da trascurare neanche la possibilità di poter scattare, nella stessa sessione e con la stessa macchina, foto in formato 4.5×6, oppure in 135 o in 135 panoramico, il che in viaggio può rivelarsi utile. Oppure, più classicamente, con due magazzini 120, foto in bianco e nero o a colori, per esempio, o con pellicole di diverse sensibilità.

Una bella varietà di dorsi disponibili (oltre a quello Polaroid), e un tubo di prolunga per scatti macro.

Un bel po’ di anni di foto con la Zenza Bronica ETRS hanno prodotto una varietà di scatti di varia natura: in viaggio, a casa, cose, persone, luoghi, dettagli. Ecco qui sotto alcuni esempi di foto realizzate con tante diverse combinazioni di ottiche, pellicole e sviluppi.

Montecristo, Livorno, Corsica, Marina di Pisa, Calambrone, Museo Guatelli, Duomo di Pisa.

C’è una particolarità inquietante di questa macchina: se uno vuole fare delle prove su come funziona, come suona lo scatto, etc., è bene sapere che non è possibile azionare l’otturatore se non è stata caricata la pellicola (figuriamoci poi senza il magazzino inserito). E, anche se la pellicola è regolarmente al suo posto, non si aziona lo scatto se non si rimuove la slide frapposta fra il magazzino e il corpo macchina. Quindi, se per esempio si riprende in mano la macchina dopo un po’ di tempo e si ha la curiosità di sapere se “funziona sempre”, magari prima di portarsela in viaggio, il primo scatto se ne andrà per questa prova.

Altre osservazioncelle varie: se si usa il trascinatore della pellicola a manovella, bisogna fare attenzione ad adottare un aggancio della cinghia idoneo. L’anellone portachiavi con moschettone tenderà fatalmente ad incastrarsi. Invece, se si usa l’impugnatura con trascinamento a leva come nelle 135, bisogna ricordarsi che bisogna azionare la leva due volte di seguito per completare il trascinamento (se no non scatta). L’innesto dello scatto flessibile si trova non sul pulsante di scatto, bensì in un’apposita filettature sulla parte sinistra del corpo macchina (a dire il vero una posizione molto comoda, anche volendoci avvitare, per esempio, un sistema di autoscatto a molla). Ghiera dei tempi di otturazione: occhio che in condizioni di scarsa illuminazione i numeretti sono davvero poco visibili. Filtri: meno male che tutti gli obiettivi (tranne il 75mm della vecchia serie) hanno lo stesso passo portafiltri (infatti gli scatti della zoommata qui sopra sono stati fatti tutti con lo stesso filtro).

Con il dorso 135w si possono scattare delle “quasi-panoramiche”. Pianosa, Montecristo, Corsica, Crocino, Mostra Maratona Imago, Pineta di Marina

Particolare del pentaprisma esposimetrico.

Per la cronaca 1: Considerando le tante particolarità – e astrusità – di questa macchina, è importantissimo leggere a modo il manuale d’uso, che si trova come al solito qui, sul meritorio sito di Michael Butkus. Sono una cinquantina di paginette fitte fitte di istruzioni, fotografie e indicazioni pratiche. Veramente utilissimo.

Per la cronaca 2: Alcuni album di foto scattate con la Zenza Bronica ETRS: c’è l’escursione a Montecristo. Oppure una delle giratine in Corsica, o una uscita fotografica al Calambrone, o la visita al Museo Guatelli.

Per la cronaca 3: Ulteriori approfondimenti su questa macchina fotografica si trovano qui.

Persone!

 

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