Pubblicato da: miclischi | 16 febbraio 2020

A casa di Mirella Freni: la figlia Micaela racconta.

Uscito nel 2019.

Proprio nei giorni in cui, dopo la morte di Mirella Freni, si affollano le rievocazioni, le celebrazioni, la trasmissione radiofonica di tanti suoi successi, la lettura del libro scritto da sua figlia Micaela Magiera sugli esordi della luminosissima carriera della celebre soprano contribuisce in qualche modo a rendere omaggio a questo grande personaggio della musica lirica.

Il titolo – La bambina sotto il pianofortee la foto di copertina danno già un’idea di quel racconto ambientato proprio nelle atmosfere familiari. E quel sottolineare la posizione “sotto il pianoforte”, quella prospettiva dal basso, richiama alla memoria un altro racconto di un’altra figlia, in contesti del tutto diversi.

Era il libro di Anna Negri di cui si ragionava qui una decina d’anni fa. Contesti diversissimi, certo, ma la prospettiva è sempre quella: il punto di vista di una bambina che vede dal basso svolgersi le vite degli adulti intorno a sé.

Leggendo questo piacevolissimo libro – impeccabilmente pubblicato dalle Edizioni Artestampa di Modena – si ha proprio l’impressione che l’autrice ci apra le porte della casa di Modena dove visse la sua infanzia. Inoltre, sono veramente pochissime le pagine che non sono corredate di fotografie tratte dagli album familiari. E questo godibilissimo apparato iconografico contribuisce ancor di più a questa sensazione di entrare in quella casa, in quella famiglia, in quei tempi e in quei contesti.

Ci sono le vicende familiari e nazionali, compresi gli effetti delle due guerre sulle famiglie dei genitori di Micaela, ci sono i divari sociali fra le famiglie dei genitori, Mirella figlia di un’operaia e Leone cullato da una famiglia della borghesia modenese. C’è la passione di Mirella per il canto e di Leone per il pianoforte, c’è l’incontro quasi inevitabile fra i dirimpettai di Rua del Muro… Insomma una storia di famiglia che sconfina spesso e volentieri nel contesto più generale dell’avvio di carriere musicali irte di ostacoli.

Tantissime fotografie, quasi in ogni pagina.

C’è, naturalmente, anche Luciano Pavarotti, “zio” di Micaela e “fratello di latte” di Mirella, giacché entrambi, figli di operaie della manifattura tabacchi, venivano affidate alle cure della stessa balia proprio in fabbrica. C’è la solidarietà infinita fra i due compaesani che affronteranno insieme – anche se Mirella parte in anticipo sull’amico – le difficoltà della nuova vita.

Non manca di sottolineare, Micaela Magiera, quanto l’opera lirica fosse ai tempi della sua infanzia un fenomeno alquanto diverso da quanto possiamo vedere oggi.

…a quei tempi, in fondo solo una settantina di anni fa, la musica lirica era un fenomeno largamente popolare. L’Opera infatti faceva parte delle nostre più consolidate tradizioni. Allora era più facile sentir raccontare dalle mamme le trame delle opere liriche piuttosto che le favole. Si cantavano le arie più famose andando in bicicletta, o passeggiando, o mentre si lavorava; per le strade i mendicanti suonavano i motivi più noti sugli organetti a manovella o sulle fisarmoniche. Non di rado capitava di sentire, la notte, il canto stentoreo di qualche ubriaco che, avvolto nel tabarro, intonava tornando a casa nella nebbia “Se quel guerrier io fossi” o qualche altro brano eroico.

Un libro svelto e piacevole, a volte commovente. Uno degli episodi più toccanti è quello del debutto di Mirella Freni nel teatro della sua città. Le foto dicono già molto: una Mirella poco più che bambina nei panni di Micaela nella Carmen, con quegli occhioni quasi stupefatti per aver raggiunto quel traguardo. E il biglietto ricevuto nel camerino prima di andare in scena: Siamo tutti con te. In bocca al lupo! Gli amici del loggione.

Si ferma volutamente, la narrazione di Micaela Magiera, ai primi anni di successi di sua madre e dello “zio” Luciano Pavarotti. Per raccontare proprio quegli anni dalla sua prospettiva di bambina. E’ un resoconto degli albori di quelle che saranno carriere fantastiche. Un libro che racconta proprio tanto di musica, di opera lirica di vita. E lo racconta proprio bene.

Per la cronaca 1: La trasmissione di Radio Tre La barcaccia ha dedicato a Mirella Freni tutta la settimana dal 10 al 14 febbraio. Le trasmissioni sono riascoltabili su Radioplay. Qui c’è quella del 10 febbraio.

Per la cronaca 2: Qui c’è un breve video sui funerali di Mirella Freni a Modena.

Per la cronaca 3: La figura e la carriera di Leone Magiera, pianista e direttore d’orchestra, decisamente adombrate da quelle di Mirella Freni, costituiscono un altro valore di questo libro. Un personaggio musicale tutto da esplorare.

 

Pubblicato da: miclischi | 5 febbraio 2020

La guida galattica degli autostoppisti: un romanzo sempreverde.

L’edizione singola del primo volume della trilogia, oggi non più disponibile

Un libro di fantascienza? Un libro di attualità? Una riflessione sul pensiero filosofico e scientifico? Una trattazione sui concetti di tempo e spazio? Tutto questo, ed altro ancora, nel godibilissimo romanzo  di Douglas Adams dal titolo Guida galattica per gli autostoppisti.

Anche un libro che pone – e si pone – innumerevoli domande. A proposito di domande: è difficilissimo trovare una risposta alla domanda sul perché, nel cumulo dei libri lungodegenti in attesa di essere letti, magari da anni, una certa sera la scelta cada su un titolo o su un altro. Ma tant’è, stavolta toccò a questo volumetto svelto e piacevolissimo sotto tanti profili.

Fra parentesi, a chi – oltre ad essere stato un autostoppista militante ai bei tempi – ha contribuito per anni all’aggiornamento di guide nautiche dei porti e delle coste e ha più volte inviato osservazioni per migliorare le guide Lonely Planet, fa particolarmente piacere notare che uno dei personaggi principali si occupa proprio di questo, e cioè dell’aggiornamento della guida che dà il titolo al libro.

La caratteristica vincente di questo romanzo è forse la variegatezza e la permeabilità dei contesti più disparati. Sia nei dialoghi che nelle ambientazioni si mescolano situazioni, spazi, personaggi, tempi, insomma contesti diversissimi. Così capita che su un pianeta sperso chissà dove nello spazio, in un tempo difficile da definire, in mezzo a tecnologie pazzesche (la più bella: un pianeta che funge da sofisticatissimo computer), con creature aliene e atmosfere in tutto e per tutto fantascientifiche, i personaggi parlino con un tono e con un linguaggio come se stessero facendo due chiacchiere in un barrino alla fine del ventesimo secolo (il libro è del 1979). O che le dinamiche relazionali, sia fra umani e non-umani, terrestri e non, compreso un robot depresso, siano tutte riconducibili a ciò che viviamo tutti i giorni sul nostro pianeta e nella nostra epoca.

La copertina del ciclo completo

Un caleidoscopio di situazioni pazzesche e divertenti che ruotano tutte attorno a uno stesso tema: il pensiero. L’interrogarsi sulla realtà e sulla fantasia, il cercare risposte a dubbi esistenziali o a necessità quotidiane. Per questo la guida di Adams la si può leggere anche come un saggio satirico e paradossale sui limiti della nostra società. E fa di molto effetto, in particolare, leggere questa affermazione (fatta da un topo!) che pare rappresentare sconsolatamente proprio le dinamiche dei nostri tempi.

…l’idealismo, la dignità della ricerca pura, il desiderio di perseguire la verità in tutte le sue forme, sono tutte cose bellissime, ma prima o poi arriva un momento in cui si comincia a sospettare che esista una qualche verità reale, e che questa verità sia che tutto l’infinito multidimensionale dell’Universo è quasi certamente governato da un branco di pazzi. E se si arriva a dover scegliere fra il passare altri dieci milioni di anni a cercare questa semplice verità e il prendere i soldi e scappare, io personalmente sceglierei quest’ultima opzione…

Per la cronaca 1: Il titolo originale del romanzo è The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy. Una vasta panoramica su innumerevoli versioni del libro (in inglese e altre lingue) si trova qui.

Per la cronaca 2: C’è un’espressione, nel libro, che lascia ipotizzare le origini livornesi o perlomeno toscane della traduttrice Laura Serra. Si tratta di freddo bestia. Macché: una ricerca internettistica rivela che è romagnola (Ravenna).

Per la cronaca 3: Un’altra annotazione sull’uso della lingua. Forse l’unica pecca nella godibilissima traduzione della Serra (chissà che non fosse così proprio nell’originale). Si tratta in verità di un equivoco abbastanza comune; ma, a voler essere precisini, sempre di uso scorretto del termine si tratta. A maggior ragione quando lo si trova in un libro in cui tempi, distanze ed altre misure hanno un’importanza cruciale. Ecco la frase incriminata: … le distanze incommensurabili sono incomprensibili e quindi senza senso. Si sa, la parola incommensurabile si usa quasi sempre come sinonimo di smisurato, cioè non misurabile. E, curiosamente, anche il pregevole dizionario Devoto-Oli riporta proprio questi significati! Ma, volendo essere pignoli, e soprattutto fedeli e grati alle spiegazioni della Professoressa Bastianoni, se si guarda bene la parola, ci sono tre parti: in-com-mensurabile. Il primo prefisso indica l’impossibilità di misurare. Ma il secondo? Quel com che viene dal latino cum? Si riferisce alla possibilità di “misurare insieme”. Cioè misurare usando lo stesso criterio di misura. Quando si usa questo aggettivo – incommensurabile – lo si dovrebbe usare in presenza non di uno ma di due o più soggetti, o meglio grandezze. Due grandezze sono incommensurabili se le loro misure non possono essere confrontate. La Treccani, fortunatamente, inserisce quello più corretto come primo significato: incommensuràbile agg. [dal lat. tardo incommensurabĭlis, comp. di in-2 e commensurabĭlis «commensurabile»]. – 1. Di fatti o di grandezze che non ammettono una misura comune, tra cui non è perciò possibile stabilire un rapporto, almeno in senso elementare. In partic., in matematica, detto di due grandezze omogenee quando non esiste una terza grandezza loro sottomultipla comune (per es., la diagonale e il lato di un medesimo quadrato, la circonferenza e il suo diametro). Vabbè siamo rimasti in pochi a non arrenderci (forse come alcuni personaggi della Guida).  Un esempio di grandezze incommensurabili? Più di tante parole funziona questa scritta fotografata da Cippi Pitschen su un muro di Livorno e inserita nel III volume di Muri bianchi popolo muto pubblicato da Tagete Edizioni nel 2008.

Fotografia di Cippi Pitschen

 

Pubblicato da: miclischi | 29 gennaio 2020

Il bell’atlante senza mappe di Vanessa Marenco

Pubblicato da Alpine Studio nel 2019.

Per gli appassionati di carte geografiche, mappe topografiche e nautiche e atlanti di tutti i tipi, un libro che si intitola L’atlante dell’insolito fa venire l’acquolina in bocca. C’è poi quell’aggettivo, insolito, che incuriosisce ancor di più. Però… sfogliando il libro – ma come? – non c’è neanche una mappa? O quella? Nell’analogo, se così si può dire, atlante delle isole remote di Judith Schalansky, le mappe c’erano, e come!

Eppure, iniziando la lettura di questo bel libro di Vanessa Marenco, si viene subito catturati da questo che, poco a poco, più che un atlante si rivela essere un florilegio di diari di viaggio, o meglio un’ode al viaggiare consapevole.

E’ vero, sono tutti insoliti i luoghi raccontati in questo libro. Con una caratteristica che accomuna la maggior parte di essi: si tratta di luoghi che non sono più ciò che erano una volta. Luoghi abbandonati, luoghi che hanno vissuto in passato momenti di una qualche gloria o prosperità e che poi sono finiti nel dimenticatoio a causa di catastrofi o – in molti casi – da soprusi compiuti dall’uomo incurante dei delicati equilibri ambientali.

Sono raccontati cinque luoghi negli Stati Uniti, quattro in Asia, undici in Europa (di cui cinque in Italia). Ecco, una mappa qui avrebbe aiutato nel collocare questi luoghi anche visualmente oltre che scoprirli nella trama narrativa. Ma tant’è.

Il paesino di Craco (foto scattata nel 2010 con la Baby Ikonta 127). Questo è uno dei luoghi raccontati nell’atlante di Vanessa Marenco.

Ci sono dei caratteri, nell’approccio di Vanessa Marenco, che accomunano tutte le sue escursioni. Prima di tutto la curiosità. La curiosità di vedere, di raccogliere immagini (nel libro c’è anche un bell’inserto fotografico), la necessità di capire quel che è successo, il perché questi luoghi sono – o sono diventati – insoliti. Ma c’è anche una imprescindibile necessità di comunicare con chi quei luoghi li vive – e li soffre. Ci sono sempre resoconti dettagliati delle sue conversazioni con le persone che incontra nei suoi viaggi e questo approccio evita il rischio di spersonalizzazione che potrebbe minare il racconto di chi soltanto va, osserva e se ne riparte.

Si diceva del viaggiare consapevole. C’è una frase, inserita nel capitolo sulla Salvation Mountain in California, che spiega in poche parole questo concetto:

Viaggiare per fortuna aiuta a diventare meno presuntuosi e personalmente mi ha aiutata a farmi più spesso alcune domande.

E ancora:

… viaggiare è pura e semplice gioia, viaggiare è vedere quello che non pensavi fosse possibile e invece lo è, viaggiare è vita. (Bandhavgarh National Park, Madhya Pradesh, India).

Viaggiare porta nuovi occhi e pensieri nuovi. (Lituania).

Luciano Lischi fotografato sulle spiagge bianche di Rosignano nel 2002 (dalla mostra “Figure: cinquant’anni di ritratti”). Un capitolo del libro è dedicato a questo sito toscano.

Ci sono gli spazi sconfinati della California, o i piccoli paesini abbandonati come Craco o Consonno in Italia, anche le spiagge bianche di Rosignano, o le atmosfere indiane. Ci sono luoghi europei che sono a un passo dall’Italia eppure paiono lontanissimi, come la Bosnia o la Serbia. O il sito sgretolato sull’isola di Malta, ombelico del mediterraneo (secondo Simenon). Ci sono luoghi assurdi (aggettivo forse troppo forte rispetto a insoliti) nelle steppe dell’Asia centrale o in Iran, i territori storicamente sempre di frontiera come la Lituania… Insomma una varietà di situazioni, di contesti storici, di umanità che davvero, alla fine, forse ben giustificano il termine Atlante.

Una lettura molto piacevole, specie nei capitoli iniziali che paiono scaturiti da note di viaggio personali, più introspettive e sempre alla ricerca di stimoli in quel che viene visitato e osservato. Nel prosieguo della lettura pare poi che lo stile sia un po’ condizionato dalla prospettiva di pubblicare i diari di viaggio. Senza nulla togliere all’interesse dei temi e dei luoghi trattati, la prima parte è risultata più coinvolgente.

Infine: il gran pregio di questo libro è che invoglia a viaggiare, a vedere alcuni di quei luoghi o a scoprirne di nuovi, con rinnovato spirito di osservazione. Abène…

Per la cronaca 1: E gli altri luoghi? E gli altri viaggi? Niente paura: per chi vuole seguire le avventure di Vanessa Marenco, i suoi racconti, le sue foto… ecco il suo Blog. Dalle pagine del Blog ci si può anche iscrivere a una newsletter per ricevere informazioni sulle novità.

Per la cronaca 2: C’è un luogo insolito che ci sarebbe stato proprio bene in questo florilegio: il paese di Pentidattilo in Calabria (visitato nel lontano 1984). Un suggerimento per Vanessa Mancuso: magari in uno dei prossimi viaggi…

Per la cronaca 3: Ci sono nel libro qua e là dei brani che tendono a far sollevare il sopracciglio. Per esempio nel capitolo sulle spiagge di Rosignano si menziona l’Arcipelago delle Isole Minori. Chissà dove si trova questo arcipelago; che sia un (in)consapevole sconfinamento nel fantasy?. Forse voleva dire le isole minori dell’Arcipelago (nel senso dell’Arcipelago Toscano)? Oppure, nel capitolo sulla Lituania, una frase un po’ astrusa recita così: La vita di un vicinato è cambiata esponenzialmente negli ultimi decenni… Ora, a parte l’uso della parola vicinato (forse un anglismo derivato da neighbourhood per dire quartiere?), c’è poi la questione dell’esponenzialità. Ora, che una grandezza possa crescere in modo esponenziale, va bene, ma affermare che una vita possa cambiare in modo esponenziale, con tutto il rispetto per gli intenti poetici dell’autrice, costituisce un anacoluto di difficile digestione.

 

Pubblicato da: miclischi | 27 gennaio 2020

Un Don Giovanni circense al Teatro Verdi di Pisa

Riecco il Don Giovanni!

Dopo poco più di cinque anni ritorna al Teatro Verdi di Pisa il Don Giovanni di Mozart. Inevitabili i richiami a quella rappresentazione (si era nell’anno delle celebrazioni multimediali del mito di Don Giovanni in tutte le salse), ma anche all’opera di apertura di questa stagione, L’empio punito di Alessandro Melani, pochi mesi fa (la prima resa operistica della storia del libertino spagnolo). Un modo come tanti per ricordarci il tema caleidoscopico dell’interpretazione, o meglio della reinterpretazione.

Ché infatti, inutile nasconderselo, i mormorii dei melomani pisani prima, durante e dopo lo spettacolo, hanno avuto per oggetto soprattutto la reinterpretazione della storia dapontiana in contesto circense. Fin dalla presentazione dell’opera, il sabato prima della prima, è stato subito spiattellato questo carattere distintivo della rappresentazione pisana. Una scelta così dichiaratamente osé che il Direttore Artistico del teatro, il Maestro Stefano Vizioli, ha messo subito le mani avanti, assumendosi la responsabilità della scelta di una messa in scena deliberatamente anomala, sorprendente, provocatoria. Ha poi rincarato la dose la regista, Cristina Pezzoli, che non si è peritata ad annunciare in anteprima alcune delle scelte (da lei stessa definite “azzardate”) che caratterizzeranno la rappresentazione, sia dal punto di vista della regia che dell’ambientazione scenica, con l’uso occasionale di microfoni sul palco e l’inserzione qua e là alcuni stacchi di sottofondo con musica elettronica.

La locandinaInsomma, un bel po’ di argomenti che paiono fatti apposta per suscitare mugugni da parte degli iper-tradizionalisti. Una sensazione, quella del “mettere le mani avanti” da parte degli autori di questa recita, che genera soprattutto una sorta di scetticismo preventivo. Scetticismo che viene in parte alimentato anche dalla visione di alcuni frammenti di prove in teatro prima della generale.

Poi arriva la sera della prima, venerdì 24 gennaio. Nell’attesa c’è anche la possibilità di approfondire l’argomento (e di alimentare lo scetticismo) leggendo le note di regia sul programma di sala. Calano le luci, si accordano gli strumenti, arriva il direttore, Erina Yashima, e si comincia con le lugubri note della Ouverture. Come già preannunciato, l’introduzione all’opera non viene eseguita a sipario chiuso, ma già qualcosa succede sul palco, in un’ambientazione onirica che già comincia a svelare le scelte sceniche. Un ambiente rarefatto con a far da sfondo dei teli neri su cui occasionalmente calano o salgono fondali, sul palco una pista da circo rotonda e rigorosamente nera, pochissimi o punti arredi.

Nel prosieguo della storia questa pista si anima, si popola e si spopola, cala ora un’altalena rievocatrice di trapezi da acrobati, ora una specie di fantoccio pronto a trasformarsi in sacco da box, ora un pannello per il lancio dei coltelli contro il povero Leporello… Assieme ai cantanti-attori compaiono e scompaiono gli straordinari danzatori-mimi-contorsionisti-acrobati del Nuovo Balletto di Toscana variamente agghindati e gli artisti del Coro Ars Lyrica.

Una delle danzatrici che hanno animato la scena di questo Don Giovanni (foto scattata durante le prove)

La caratterizzazione scenica di impianto circense, si può dire?, alla fine funziona e come, molto di più di quanto fosse stato cautamente annunciato. Del resto, come diceva proprio la regista, l’ambientazione realistica è impensabile, considerando la girandola di tempi-luoghi-personaggi che caratterizza quest’opera. Ma, invece, dov’è che si susseguono spezzoni di vicende tra loro diverse e apparentemente incongrue, personaggi diversamente vestiti e travestiti, scene buffe o paurose, paradossali o comiche? Ma nel circo, naturalmente!

Nel dopo-spettacolo c’è chi, fra il pubblico, ha sottolineato l’aspetto intollerabilmente “pagliaccesco” della reinterpretazione di quest’opera. Ma forse non bisogna dimenticare che l’ambiente circense è tradizionalmente un’arena nella quale si consumano, uno accanto all’altro, episodi astrusi, ridanciani o paradossali insieme a tragedie, lutti, sofferenze. Basti pensare per esempio alle atmosfere circensi di Federico Fellini, o allo straordinario personaggio tragico del clown musicista del romanzo La bambina silenziosa  di Peter Høeg.

A far da complici alle ambientazioni sceniche, condite anche da riferimenti tesi ad esaltare l’empietà di Don Giovanni (la tavola della cena finale è di fatto una grande croce sbarbata dal cimitero), anche i costumi estrosi e sgargianti (Don Giovanni), oppure rurali e allegrotti (Zerlina), ambigui (Donna Anna), pseudo clericali (Donna Elivira) o pacchiani (la maglietta dei Guns N’ Roses indossata da Leporello dall’inizio alla fine sotto la giacchetta). Senza contare i travestimenti. Scene e costumi sono di Giacomo Andrico.

Don Giovanni (Daniele Antonangeli) si esibisce al microfono (Foto Imaginarium Creative Studio).

E le altre scelte “azzardate”? Beh, fra chi orripila all’idea di microfonazioni e amplificazioni, la scelta dell’uso dei bei microfoni vintage posti in bella vista ai lati del palco pareva forse l’aspetto più atto di altri a generale scetticismo. Invece la scelta è stata decisamente vincente. Sia per la contestualizzazione drammaturgica dei recitativi “narrativi” che, soprattutto, per il modo in cui sono stati evidenziati i caratteri musicali di questi “intervalli” apparentemente poco ricchi. Macché poco ricchi: come preannunciato dalla regista, queste voci che esplorano gli anfratti più espressivi e densissimi dei recitativi hanno funzionato e come! Roba che verrebbe in mente l’ipotesi di programmare una performance basata proprio sull’esaltazione e la reinterpretazione solo di questi recitativi.

Infine, l’elemento decisamente più astruso, in quanto va proprio a mettere il dito nella trama musicale dell’opera: la musica elettronica.  Sorprendente, lì per lì anomala, astrusa, questa musica ossessiva inserita qua e là nei momenti di stacco ha invece condito a dovere questa ambientazione imperniata sull’anomalia, sull’angoscia, sul dubbio. L’unica intemperanza espressa dal pubblico è stata manifestata proprio in occasione della lenta progressione della preparazione della scena del cimitero, quando questi suoni anomali hanno lungamente accompagnato i lenti movimenti scenici dietro uno schermo semitrasparente. Dai piani alti si è sentito il grido: Musica! Insomma come quando da bimbi al cinema si sentiva esclamare Quadro! Ma, a parte questo, non ci sono stati altri segni di protesta plateale. Quasi. Infatti alla fine, quando gli interpreti sono usciti uno a uno, dopo al direttore Erina Yashima è arrivato in scena Riccardo Mascia, che ha accompagnato egregiamente ed efficacemente l’opera – in particolare i recitativi – al fortepiano. Siccome è tradizione che dopo il direttore arrivi sul palco il regista, il povero Mascia si è beccato qualche Buuu immeritato. Dopo tutto non erano dedicati a lui: il regista non era lui. La regista Cristina Pezzoli, inspiegabilmente e opinabilmente, non si è per niente presentata in scena. Il che ha suscitato un po’ di delusione in qualcuno fra il pubblico. Rimanendo alla messa in scena, una pecca, tuttavia, la si è riscontrata: le luci. Quando i cantanti venivano verso il proscenio rimanevamo in ombra, senza che questo avesse una qualche coerenza con la drammaturgia.

Donna Elvira (Raffaella Milanesi) sull’altalena-trapezio (Foto Imaginarium Creative Studio).

Va bene: scene, regia, interpretazioni e reinterpretazioni. Ma l’opera in quanto opera, cioè musica e canto? Il pubblico pisano non è che sia poi rimasto così contento. Un commento fra tutti, udito durante l’intervallo: Che fai, gliela presti te un po’ di voce? Infatti. Salvo poche eccezioni, la sensazione dominante è che le voci non sviluppino la possanza necessaria. Già in passato ci si era interrogati: ma sarà l’orchestra che suona tropo forte? Macché! Infatti, capita di sentire lo gnifito Don Ottavio (Diego Godoy), di solito relegato in un ruolo decisamente minore, emergere fra tutti con la sua voce piena ed espressiva. Non è di certo un caso che fra gli applausi a scena aperta concessi occasionalmente dal pubblico pisano più che altro – così è parso – per motivi di prammatica, gli unici convinti e ripetuti Bravo! siano stati gridati proprio a lui dopo le sue due arie; lui, il tenorino che si è erto a ruolo di personaggione e che si è aggiudicato il primato nell’applausometro finale. Fra l’altro è stato l’unico interprete a dare il dovuto risalto agli abbellimenti inseriti nei da capo alla fine delle sue arie. Poco convincenti i due personaggi maschili principali (il Don Giovanni di  Daniele Antonangeli e il Leporello di Nicola Ziccardi), bravi attorialmente ma erogatori di voci tenui. Ben fece invece Masetto (Francesco Vultaggio), estroso attorialmente e dalla voce ferma ed espressiva. Perfino il Commendatore ci ha fatto la sua figura, specie alla cena del finale quando, pur essendo morto e pietrificato, ha fatto sentire bene cosa sia una voce bella e potente, specie sentendola in scena insieme agli altri interpreti. Bravo Paolo Pecchioli!

Fra le interpreti femminili il pubblico ha particolarmente gradito la Donna Elvira di Raffaella Milanesi, disinvolta interprete nei vari contesti scenici e dispensatrice di una voce piena, espressiva e quasi sempre ben dominata. Anche Donna Anna (Sonia Ciani) ha ricevuto applausi ed apprezzamenti. Di sicuro con una bella voce che si sentiva bene, anche se ha difettato qua e là nel dominarla. E Zerlina? La contadinotta (Federica Livi) è quella che forse ha profuso più delle altre una abilità attoriale ammirevole nei movimenti scenici, nella mimica e negli atteggiamenti. Ma anche lei è rientrata nel canone della tenuità vocale, tanto da far commentare a uno spettatore maligno che… Zerlina è proprio -ina -ina.

Leporello (Nicola Ziccardi) invita a cena il Commendatore (Paolo Pecchioli). Sullo sfondo: gli otto danzatori del Nuovo Balletto di Toscana (Foto Imaginarium Creative Studio).

Sul fronte musicale… Erina Yashima ha mostrato una grande dedizione, una gestualità ferma e decisa, una apparente coesione con musicisti dell’Orchestra Arché. Però, come si è sentito fin dalla Ouverture, qua e là si è percepita una carenza nella pulizia del suono. Queste carenze di limpidezza, quelle sforzature dei corni, anche qualche fuori-tempo percepito nella relazione con i cantanti… via giù, un po’ di perplessità le hanno lasciate.

Ma, nonostante qualche delusione canora e orchestrale, resta di sicuro una buona impressione complessiva da questo spettacolo. Lasciamo prevalere, come sempre, la sensazione percepita nella notte pisana, camminando verso il parcheggio: se vien da sorridere canticchiando e fischiettando, allora sì, vuol dire che anche questa è stata una piacevole serata all’opera.

Donna Anna (Sonia Ciani) e Don Ottavio (Diego Godoy) durante le prove prima della generale.

Per la cronaca 1: il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: su alcuni aspetti della lingua e della fraseologia di Lorenzo da Ponte ci si era soffermati in occasione della precedente rappresentazione pisana del Don Giovanni (qui). Ma questa volta è stato notato un dettaglio degno di essere segnalato. Il Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, alla voce mancare, illustra anche il significato di perdere i sensi o svenire (esempio: mi sento mancare) e come eufemismo per morire, specialmente nel linguaggio formale o ufficiale (esempio: ieri è venuto a mancare all’affetto dei suoi il caro congiunto). Curioso però che nel libretto del Don Giovanni questo verbo, con questo significato “eufemistico” sia usato ben due volte al presente indicativo,  riferendosi a se stessi.  Nella terza scena Donna Anna, alla constatazione del decesso del padre, afferma e reitera: Io manco… Io moro. Nella diciottesima scena, quella della cena con il convitato di pietra, è Leporello a usare questo verbo: Ah padrone! Io gelo, io manco.

Per la cronaca 3: grazie alla disponibilità del Teatro Verdi, è stato possibile realizzare qualche scatto in pellicola durante le prove prima della generale. Le foto si trovano in questo album.

Pubblicato da: miclischi | 15 gennaio 2020

Kodak Brownie Starluxe II: una prova a metà.

La Starluxe II, prodotta a partire dal 1962

Un’altra delle innumerevoli Brownie prodotte dalla Kodak dal 1900 fino al 1980 (come si desume dalla interessantissima cronologia delle varie macchine e dalla pagina proprio dedicata a tutte le Brownie).

Questa è una Brownie Starluxe II, prodotta in Francia a partire dal 1962. E’ una macchina che usa pellicola in formato 127 per produrre dodici statti nel formato 4×4, come tante altre. Ma questa Brownie ha una caratteristica che la contraddistingue chiaramente: un vistosissimo flash a lampadine incorporato. A dire il vero fu acquistata proprio per tentare l’uso del flash, dato che qualche vetusta lampadina era stata reperita in chissà quale mercatino chissà quando.

Malauguratamente, quando si provò a installare le pile nell’apposito alloggiamento, si scoprì che la batteria richiesta, delle dimensioni delle comuni batterie a 9 volt (le alcaline hanno come sigla 6LR61), ha invece un voltaggio di 22,5 volt! E con i poli alle due estremità invece che uno accanto all’altro da un solo lato. A dire il vero questo tipo di batterie è tuttora reperibile (sigla: 15F20), ma l’ammattimento fu giudicato eccessivo, per cui alla fine si decise di provare la macchina senza flash.

La pila per il flash: 22,5 volt!

La macchina non ha messa a fuoco variabile né possibilità di cambiare i tempi di otturazione (non viene indicato, ma si presume sia il solito più o meno 1/50), ma ha due opzioni di diaframma. Queste opzioni vengono indicate con l’indicazione del valore di esposizione e con indicazioni a carattere meteorologico: sole velato e sole brillante; il che, grazie alle informazioni contenute nella citata pagina kodak dedicata a questa macchina, corrisponde rispettivamente ai diaframmi 11 e 16.

Il frontalino della Starluxe. In basso si vedono le indicazioni “meteorologiche” per la selezione de diaframma.

Ecco, questi diaframmi decisamente “chiusi” e l’uso di una vetusta pellicola Efke 100 di chissà quando avrebbero forse gradito una bella giornata luminosa d’estate, e non un grigio pomeriggio autunnale… Ma tant’è, si volevano fare delle prove e si sono fatte.

La starluxe con i suoi tre grandi occhi: la parabola del flash, il mirino e l’obiettivo.

I risultati sono… così così.

Chissà quanto è da imputarsi alla macchina e alla sua ottica, alle condizioni meteorologiche inadeguate alle modalità di esposizione, o alla pellicola decisamente scaduta (per la cronaca: fu sviluppata in R09 in soluzione 1+25).

Oltretutto, come era già successo in occasione di altre prove in passato, in qualche scatto si possono notare anche tracce della numerazione filtrata dalla protezione in carta della pellicola: questione di pancromatismo o ortocromatismo, oltre che di luminosità della finestrella rossa, chi sa…

Comunque, eccoli qui sotto, alcuni scatti dal rullo di prova, realizzati nel novembre del 2019. Prbabilmente questo rullo rimarrà il primo e l’ultimo. Dopo tutto, considerando anche la scarsità di pellicole in formato 127, sarà meglio asserbarle per scatti di più soddisfazione, per esempio con le versioni baby della Rolleiflex o della Yashica.

Scatti novembrini di prova.

Per la cronaca 1: Il manuale d’uso per questa Brownie ( che sul mercato americano si chiamava Starmite) si trova qui.

Per la cronaca 2: In passato (fin dal 2011) su queste pagine sono già stati pubblicati i risultati delle prove svolte con altre macchine della Kodak denominate “Brownie”. Ce ne sono ben altre sette. Il panorama dei vari articoli si trova qui.

Uscito alla fine del 2019 per le edizioni Radici Future.

Era la metà degli anni ’80 del Novecento e quel progetto, denominato Tana Beles, dai nomi del lago e del fiume nel nord dell’Etiopia, era abbastanza noto in Italia. Sia per il drammatico fatto di cronaca alla fine del 1986 (il rapimento dal cantiere di due tecnici italiani), sia per la mole decisamente anomala del progetto. Un progetto assai imponente, non solo in termini di fondi stanziati dal governo italiano, ma anche di uomini e mezzi impiegati in un’operazione che mischiava un po’ maldestramente le abilità imprenditoriali italiane (strade, vivai forestali, agricoltura su superficie grandissime ed altre infrastrutture) con gli intenti della cooperazione. Il tutto collegato a un’imponente operazione di resettlement, cioè spostamento di persone da varie zone del paese al nuovo sito da colonizzare. Un sito che precedentemente era una foresta “in mezzo al nulla”, grosso modo a metà strada fra il lago Tana e il confine con il Sudan. Tutte operazioni che non mancarono di ricevere parecchie critiche a quei tempi. Al potere in Etiopia c’era il dittatore Mengistu, gli spostamenti erano limitati dalla persistente guerra civile… insomma un quadro non proprio limpido.

Il logo del progetto degli anni ’80.

A oltre trent’anni di distanza, ecco questo libro: Tana Beles, appunto. Un romanzo di Ettore Gobbato ispirato a quel progetto e a quel fatto (i rapimenti). Ma con parecchi cambiamenti d’ambiente e di tempi rispetto alla realtà di allora. I fatti narrati nel libro si spostano una quindicina d’anni più tardi (come è testimoniato dalle nuove forme di comunicazione telefonica e internettistica). Infatti, come ben precisa l’autore in una postilla al libro, lo spunto per il romanzo proviene dal fatto preciso (il rapimento), mentre tutto il resto è frutto della sua fantasia narrativa. Una fantasia narrativa, tuttavia, arricchita dall’esperienza personale dell’autore che ha partecipato egli stesso a progetti di cooperazione in vari paesi del mondo e anche in Africa.

Un libro dalle tante sfaccettature, a tratti avvincente, convincente nello sviluppo dell’idea narrativa. Il sottotitolo usa molto a proposito la parola intrigo. Infatti il susseguirsi dei fatti narrati rivela una molteplicità di intrighi che contribuiscono a dare un quadro d’insieme alquanto sconsolante. Sconsolante se si pensa come spesso dietro i nobili intenti della cooperazione internazionale si celino pastette, sotterfugi, moventi e meschinità destinati a rimanere nell’oscurità.

Un mercato al villaggio di Chagni, poco lontano dal cantiere del Tana Beles (Etiopia, anni ’80).

Merito di questo libro è di passare con forza – attraverso il sapiente uso della fantasia narrativa – questo messaggio di carenza di approccio etico nella realizzazione di opere presuntamente di pubblica utilità. Ci sono i gustosi scenari della burocrazia condita dalle ambizioni carrieristiche, dalla presenza dei raccomandati inetti; ma fortunatamente popolata anche di persone serie ed affidabili. Ci sono gli stridori fra gli apparati operativi e quelli politici dei ministeri. I giochi poco limpidi delle imprese private disposte a tutto pur di aggiudicarsi un appalto. E anche gli intrighi internazionali che smuovono addirittura i servizi segreti di potenze diversamente schierate.

Insomma un grande mescolone di fatti e personaggi fra il ministero in Italia, poi la trasferta ad Addis Abeba e infine al cantiere. Un mescolone invero ben riuscito, grazie alla forte caratterizzazione dei personaggi e alla frequente inserzione di divagazioni ora su questo ora su quel tema: che sia la geopolitica, o l’enigmistica, la gestione dei rapporti personali o la musica popolare italiana degli anni ’70 (fanno la loro comparsa anche gli Stormy Six e il loro capolavoro, Stalingrado).

Il protagonista: un funzionario ministeriale intelligente, intraprendente, animato da nobili principi di verità e giustizia. Le vicende che poco a poco si snocciolano nella narrazione inducono questo burocrate anomalo della Farnesina a trasformarsi progressivamente in investigatore: sarà lui a risolvere la situazione, sarà lui a portare allo scoperto tutti i lati oscuri della vicenda, fregandosene dei rischi che corre, sia concreti che carrieristici. Ispirandosi alla propria esperienza (ma anche ai film di James Bond), Alberighi – così si chiama – adotta strategie, prende decisioni, studia i personaggi in gioco e alla fine risolve tutto. Un personaggio molto ben delineato, caratterizzato da una grande umanità. Una umanità che si esprime al meglio nel modo di narrazione quasi sciolto, informale, al limite del colloquiale.

Alcuni titoli sui giornali dell’epoca.

Insomma un bel libro che si legge tutto d’un fiato. O meglio, a essere precisi, quasi tutto d’un fiato. Infatti a volte il flusso narrativo si interrompe. Il lettore è costretto a leggere e rileggere perché qualcosa non torna. Le virgole! Non sempre, ma abbastanza spesso, la fluidità della lettura è spezzata da un uso per lo meno fantasioso delle virgole. Piazzate dove proprio non ci dovrebbero stare, oppure assenti laddove invece avrebbero fatto di molto comodo. Peccato; viene da domandarsi che fine abbia fatto la  nobile figura dell’editor. Tuttavia, se questo è l’unico neo, via giù, ci si può anche stare.

Alle sorgenti del Nilo Azzurro, anni ’80. Anche questo fiume è un personaggio importante del libro.

Pubblicato da: miclischi | 13 gennaio 2020

Contaflex Super BC con lenti addizionali

La Contaflex Super BC con le quattro lenti addizionali

Si ragionava tempo addietro (qui) di questa bella macchina prodotta dalla Zeiss negli anni ’60 del ‘900. La Contaflex Super BC non ha propriamente obiettivi intercambiabili; ma l’elemento più esterno dell’obiettivo in dotazione può essere sganciato, per essere sostituito con una varietà di aggiuntivi, sia grandangolari che tele.

Lasciando al suo posto l’obiettivo 50mm in dotazione, si possono comunque esplorare altri orizzonti applicandoci a pressione le lenti addizionali Proxar, fornite in un apposito e prezioso astuccio rigido in plastica. Le quattro lenti sono per portare la distanza minima di ripresa rispettivamente a un metro, 50, 30 e 20 cm (con messa a fuoco sull’infinito). Impostando la messa a fuoco sulla distanza minima, la distanza di ripresa con le lenti cala rispettivamente a 49, 34, 25 e 17 cm.

La ghiera delle profondità di campo nella parte inferiore dell’astuccio.

Si diceva dell’astuccio. Utilissimo perché un regolo girevole sul retro della scatoletta permette di conoscere la profondità di campo a seconda della distanza impostata sull’obiettivo e del diaframma utilizzato (5,6, 11, 16 o 22). Inoltre l’astuccio ha quattro alloggiamenti al centro di ciascuno dei quali è indicata la distanza “standard” della lente. In questo modo si può agevolmente scegliere la lente più adatta senza sbagliare.

L’uso pratico: inutile dire che la nitidezza dell’ottica aiuta e come nella messa a fuoco. Ma ancora di più aiuta l’immagine spezzata per la messa a fuoco fine al centro del campo inquadrato. Davvero una bella risorsa che permette di rilassarsi un po’ anche se l’occhio del fotografo non è al massimo della forma, oppure se l’illuminazione non è abbondantissima.

Le quattro lenti addizionali sovrapposte.

Il montaggio e smontaggio delle lenti è semplicissimo, basta applicarle con una lieve pressione al frontale dell’obiettivo normale.

Bisogna però adottare qualche precauzione nel caso si desideri scattare qualche foto puntando verso il basso (per esempio per riprendere la corolla di un fiore). Infatti la presa della lente sull’obiettivo in alcuni casi non è molto salda, quindi la lente addizionale potrebbe cadere in avanti. Si supplisce a questo problema, comunque, mantenendo la lente in posizione durante la messa a fuoco e lo scatto. Dopo un po’ ci si fa l’abitudine.

E gli scatti? Ecco alcune serie, realizzate con pellicola Ilford HP5 sviluppata in Microphen in soluzione stock. Essendo foto fatte in interni con luce naturale, si percepisce la mancanza di profondità di campo dovuta al diaframma aperto… e anche qualche difetto di stabilità dovuto ai tempi di otturazione lunghi.

La pianta con il fiore quasi completamente sfiorito…

Due serie di mani in posizione diversa, caricate una dietro l’altra.

Con la luce artificiale si ovvia alle carenze di esposizione, come si può notare nelle serie sottostanti.

Con luce artificiale.

Con luce artificiale in light box.

Fin qui le foto sono state realizzate con messa a fuoco su distanza minima. E se si mette la distanza sull’infinito? Ecco qui sotto alcune prove con il baobab. E’ interessante notare che in questa modalità il campo inquadrato con la lente 1 m è praticamente lo stesso dell’inquadratura senza lente e messa a fuoco a distanza minima. Con le altre lenti le cose cambiano.

Nel light box con messa a fuoco su infinito

E se si provasse a sovrapporre più lenti, cosa possibile considerando la compatibilità di passo delle inserzioni “maschio” e “femmina” ai due lati della lente? Ecco due immagini del baobab realizzate dapprima con le lenti 50 e 30 cm, sovrapposte e poi con tre lenti: 50, 30 e 20 cm.

Con lenti sovrapposte.

Infine, una serie “completa”, dapprima con le quattro lenti in successione, e poi con le due citate combinazioni di lenti (messa a fuoco a distanza minima).

Lenti dapprima singole e poi sovrapposte.

Insomma un bel ruzzino, anche considerando le ridottissime dimensioni dell’astuccio porta-lenti, che quindi uno si può sempre portar dietro insieme alla macchina. Diverso è il discorso relativo agli obiettivi aggiuntivi, decisamente pesanti e ingombranti. Ma prossimamente si vedrà di fare un test sistematico di comparazione delle varie focali. Una specie di versione ridotta del “cosmic zoom” di cui si parlava tempo addietro qui.

Pubblicato da: miclischi | 9 gennaio 2020

Simenon in giro per il Mediterraneo: un bel reportage inusuale.

Uscito nel 2019.

Che il Simenon-extra-Maigret fosse un romanziere di qualità tutto da esplorare si sapeva. Ma c’è ancora un altro settore da esplorare, quello del Georges Simenon nella veste di giornalista, autore di grandi reportage. E per di più anche fotografo!

Ben venga quindi la meritoria iniziativa della casa editrice Adelphi che ha deciso di pubblicare una selezione di reportage dell’autore francese, cominciando da un resoconto sui generis: un giro a zonzo per il Mediterraneo in lungo e in largo, a bordo di una goletta a vela. Il primo libro della serie si intitola infatti Il Mediterraneo in barca ed è stato pubblicato in Italia nel 2019 (Grazie, Giulio!). Il volume, nella traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio, contiene anche una succosa nota di Matteo Codignola sugli album fotografici di Simenon.

Questa serie di reportage è quanto più lontano si possa immaginare da un racconto banale di quel che accade durante i pellegrinaggi nautici dell’autore. La scrittura è fittamente densa di interrogativi, dubbi, quesiti che lo scrittore si pone e che pone ai lettori. E la lettura ne risulta assolutamente soddisfacente.

Basti a titolo di esempio l’incipit:

Il Mediterraneo è… Il Mediterraneo è… Il Mediterraneo… Resto così, con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà, come quando da bambino, in piedi davanti alla lavagna, spostavo il peso da una gamba all’altra e intanto cercavo con la coda dell’occhio un compagno compassionevole. Il Mediterraneo è… Eppure una definizione vorrei riuscire a darla (…).

Questo anelito a una definizione del Mediterraneo, questa ricerca di una dimensione mediterranea al di là delle frontiere, delle eredità storiche e degli scacchieri socio-politici e militari, richiama immediatamente i testi letti e amati di Predrag Matvejević, di Fernand Braudel, anche i romanzi di Jean-Claude Izzo che a loro tanto si ispirò…

Simenon se ne va in giro da nord a sud, da est a ovest, a seconda dei venti e delle correnti che condizionano la navigazione, con la ferma convinzione di spostarsi fra le diverse stanze della stessa casa comune.

La prima foto della serie che correda il libro

Scritte nel 1934, queste varie sezioni del reportage mediterraneo risentono anche dei fermenti che agitano l’europa e che, di lì a poco, scivoleranno nella tragedia della seconda guerra mondiale. Ma è come se l’autore scegliesse di lasciarsi alle spalle quei fermenti per aprire tutti i sensi alle suggestioni che gli offrono la navigazione e gli scali nei vari porti.

Ma non solo. Questo itinerario è anche l’occasione per andare a ripescare nella propria memoria anche altri ricordi ed altre esperienze precedenti in vari luoghi delle sponde mediterranee. In un racconto sfaccettatissimo che si legge come un romanzo avvincentissimo. Ma è anche come se nel raccontare e argomentare l’autore riconoscesse da un lato la spinta irresistibile a esercitare il nobile esercizio del pensiero; dall’altro i propri limiti.

E’ difficile girare per il Mediterraneo senza filosofeggiare. E filosofeggiando si corre naturalmente il rischio di dire sciocchezze…

Si alternano, le riflessioni sui vari luoghi e sui vari popoli, con le cronache dell’esperienza nautica. E, nel suo approccio di narratore che dialoga con il lettore, esercita anche la sua abilità di grande scrittore. Ad esempio, nell’accingersi a raccontare della disavventura della barca che rimane isolata in una sacca di bonaccia in mezzo al Tirreno in rotta verso la Sicilia, comincia con una articolata introduzione:

Se me la fossi inventata, be’, credetemi, avrei saputo fare di meglio. Anzi, a dire il vero, forse non avrei mai avuto il coraggio di inventare una storia simile. Avrei cercato qualcosa di meno scontato, di più emozionante. E, in ogni caso, se la cosa non mi fosse davvero successa, mi sentirei mortificato di cavarmela, dopo avervi raccontato tante belle avventure, con questa storiella dell'”acqua potabile che scarseggia”.

Nell’arrivare a Malta, che definisce l’ombelico del Mediterraneo, Simenon si sofferma sulla presenza degli inglesi, non senza qualche punta sarcastica. Gli inglesi mi piacciono in Inghilterra. (…) Ma qui, Dio mio, siamo nel Mediterraneo!Curioso, tuttavia, che per affrontare il tema dell’alterigia britannica nel Mediterraneo, parta da un punto di vista molto ma molto particolare: le cosiddette case di tolleranza. Prima di parlare di questo particolarissimo carattere di Malta, Simenon la prende parecchio alla lontana e, da vero esperto, passa in rapida rassegna le tradizioni bordellistiche della Francia mediterranea, di Atene, Istanbul, Porto Said, Alessandria, Il Cairo, Barcellona… A Malta, niente di tutta questa ambientazione che Simenon dipinge come disinibita e quasi libertaria. Solo locali (Music Hall) dove le “signorine” hanno soprattutto il compito di far consumare bevande alcoliche ai clienti, con i Policemen dappertutto a sorvegliare il buon costume. Per attività più concrete l’uomo in cerca di avventure si deve addentrare in situazioni ben più losche e rischiose, cosa che Simenon decisamente rifiuta. A prescindere dal fatto che nella sua crociera mediterranea Simenon era accompagnato anche dalla moglie, per cui appare curioso il suo resoconto (Io… io ho passato le mie notti a correre dietro alle donne come un qualsiasi gatto randagio se ne va in giro per le strade deserte di una città), dall’esperienza maltese traspare la ferma convinzione dell’autore che Malta sia il luogo meno mediterraneo di tutto il percorso, con buona pace della sua posizione ombelicale.

Finisce in Sardegna, ad Arbatax, questo viaggio nautico raccontato da Simenon nei suoi reportage scoordinati, senza un filo conduttore preciso, fatti soprattutto di riflessioni, suggestioni, emozioni da comunicare al lettore. Lettore che rimane colpito ed affascinato. Già in attesa delle prossime uscite dei reportage simenoniani.

Ci sono anche alcuni “paginoni centrali” tutti fotografici

Per la cronaca 1: L’appendice di Matteo Codignola su Simenon e la fotografia contiene un sacco di informazioni interessantissime, come per esempio i suoi rapporti con i fotografi che coinvolse nelle operazioni editoriali (per esempio per le foto di copertina). Ci sono Germaine Krull (scoperta nel 2019 agli incontri di Arles), Man Ray, Robert Doisneau e altri. Ma c’è anche un piccolo mistero. Narra Codignola che la passione di Simenon per la fotografia subì una battuta d’arresto nel 1946, quando gli fu rubata la Leica che aveva acquistato quindici anni prima. Facendo due conti, parrebbe quindi che le foto scattate nel corso della crociera mediterranea, di cui è riccamente corredato il libro (una ventina di belle immagini), siano state realizzate con la Leica. Ma allora perché la stragrande maggioranza delle foto sono presentate in formato quadrato? Che sia stata una scelta editoriale, con buona pace dei precetti Cartier-Bressioniani sul rispetto dell’inquadratura, orripilando i tagli? Oppure le foto furono scattate con una Rolleiflex? O con altra macchina che realizzava fotogrammi quadrati? E’ un mistero, ed è un vero peccato che non si faccia esplicitamente cenno a che macchina fotografica sia stata utilizzata per le foto di questo reportage (niente di nuovo, dopotutto…).

Per la cronaca 2: Sulla pagina della casa editrice dedicata a questo libro si possono leggere le prime pagine del testo.

Pubblicato da: miclischi | 16 dicembre 2019

L’Ernani torna al Teatro Verdi di Pisa: proprio una bella serata.

Torna l’Ernani al Verdi!

Erano proprio tanti anni che l’Ernani di Verdi, quest’opera precoce e pur matura, non veniva rappresentata all’omonimo teatro pisano. Era il 1977, s’era negli anni in cui ci si organizzava con i compagni di scuola per fare i turni alla coda al loggione. Quelle interminabili code durante le quali qualcuno pensò bene di incidere su un muro la scritta Domingo è un brodo (in quegli anni il tenore spagnolo si era permesso di cantare con poca esultanza l’Esultate! dell’Otello alla Scala di Milano).

Una quarantina d’anni dopo, riecco dunque l’Ernani. La prima: venerdì 13 dicembre 2019 (tanto siamo melomani, mica superstiziosi!).

Durante la presentazione la settimana precedente, il Direttore Artistico del teatro, il Maestro Stefano Vizioli, si era soffermato – tra l’altro – sulla contorta trama della vicenda. Una di quelle trame assurde che tanto affascinano e appassionano schiere di melomani anche proprio per la loro assurdità.

Una donna contesa fra tre uomini. Un re, un vecchio e un bandito. Naturalmente la povera Elvira vorrebbe il giovane masnadiero, ma gli ostacoli sul suo percorso sentimentale sono innumerevoli e tragici. Tuttavia, nonostante tutto, traspare con ironia dalla trama della vicenda anche come quel bel giglio immacolato, facendo buon viso a cattiva sorte, non disdegnasse le attenzioni di così variegati pretendenti…

La locandina.

Proprio la presenza di questi quattro ruoli principali con le loro maratone canore di molto impegnative richiede un cast di alto livello, cosa che non è semplice reperire facilmente. Ecco uno dei motivi per cui quest’opera non capita poi così tanto spesso di vederla in teatro.

Ecco, questo Ernani pisano (in realtà una co-produzione con il Teatro Coccia di Novara) non ha deluso le aspettative. I quattro ruoli principali (didascalicamente: soprano, tenore, baritono e basso) sono stati assolutamente all’altezza ed hanno anche soddisfatto il pubblico pisano che non ha lesinato gli applausi a scena aperta, con buona pace di chi s’indigna perché vorrebbe gli applausi solo quando cala il sipario….

Ma ancora prima che si potessero apprezzare le doti canore degli interpreti, hanno affascinato fin da subito i costumi e le scene di Francesco Zito: una sontuosità classica e funzionale arricchita da un sistema di doppio-piano prospettico sul palcoscenico, con tanto di sipario intermedio che si apre e si chiude per dare accesso alla parte più profonda della scena (si tratta del recupero storico di un allestimento al Teatro Massimo di Palermo del 1999).

La sontuosità di scene e costumi di Francesco Zito (Foto Mario Finotti).

Sobria e convincente anche la regia di Pier Francesco Maestrini (ripresa da quella di Beppe De Tomasi che curò la regia del succitato spettacolo palermitano). Utilissime, nel programma di sala, sia le note di regia di De Tomasi che di Maestrini. Qui si apprende che l’unica licenza che si concesse De Tomasi, e che abbiamo rivisto nella rappresentazione pisana, fu di far suicidare anche Elivra alla fine (come del resto succedeva nella tragedia di Hugo da cui fu tratto il libretto).

Il libretto Ricordi in una ristampa del 1974 (400 lire).

Insomma un grande spettacolo.  La Elvira di Alexandra Zabala, soprano di origine colombiana, ha retto la faticaccia del suo ruolo con grande disinvoltura, con un bel dominio della voce, finalmente chiara, spessa e potente senza mai sconfinare nel cavernoso – cosa questa che si sente sempre più spesso nei soprani. Insomma una godibilissima voce agile e convincente.

Il giovine spasimante, il bandito Ernani, è stato interpretato dal poliedrico tenore russo Migran Adadzhanyan. Una interpretazione assolutamente all’altezza, con voce ferma e decisa, senza esitazioni, sia nei momenti di esultanza che ti tragica sconsolatezza. Naturalmente i due sfortunati amanti hanno dato vita anche a splendidi duetti nei quali si sono potute apprezzare le qualità nella dizione di tenore e soprano.

Lo scomodo corteggiatore regale, Carlo V di Spagna, interpretato dal baritono lucchese Massimo Cavalletti, dal fisico imponente, ha dominato la scena anche con la possanza e l’espressività della voce. Potente e bella piena nel registro acuto, tremendamente spessa nel registro grave. Dire convincente è dire poco.

E poi il cosiddetto vecchio, lo zio, insomma Silva. Macché vecchio! Il basso balearico Simon Orfila ha esibito una potenza e un dominio della voce che non suscitavano proprio la sensazione della vecchiaia. Anzi: il coraggio, la forza, la smania del mantenersi fedele al proprio senso dell’onore; questi sono i valori trasmessi dalla sua possente voce e dalla ieraticità della sua interpretazione. Se c’è stato un mattatore in questa serata, è proprio lui.

Forse non è un caso che l’applausometro finale, pur omaggiando tutti e quattro gli interpreti principali, si sia particolarmente scaldato proprio per i due ruoli più gravi di Carlo e Silva.

Ma c’è un quinto personaggio principale: il coro. Masnadieri, guardie regie, dame, soldati… Il coro sta in scena frequentissimamente, entrando e uscendo molto funzionalmente dal succitato sipario sul palcoscenico. Il Coro Sinfonico di Milano “Giuseppe Verdi”, sotto la guida del Maestro Jacopo Facchini, ci ha proprio fatto la sua figura. Peccato che non sia stato osannato nell’applausometro finale almeno al pari degli altri interpreti principali.

Molto bene anche i tre ruoli di secondo piano (qui c’è la locandina completa).

Siamo alla fine: Silva si gode, per così dire, la fine di Ernani e Elvira. Foto Mario Finotti.

O quante volte sarà successo, in passato, di raccontare una serata all’opera cominciando con l’esaltare le doti dell’orchestra e delle sue sezioni? Un modo come un altro, oltre che per esaltare i meriti di professori e direttore,  magari anche per mettere in secondo piano la prestazione opaca di questo o quel cantante. In questo Ernani i cantanti hanno fatto un ottimo lavoro. Deboluccia, a tratti deludente, invece, la prestazione dell’orchestra. Carenze di lucidità, di amalgama fra le varie sezioni, attacchi dubbi e incerti… Insomma poteva andare meglio. E nonostante il manifesto entusiasmo e l’attenta dedizione del direttore, il Maestro Matteo Beltrami, tutto sommato il sound dell’Orchestra della Fondazione Teatro Coccia non ha convinto in questa prima serata dell’Ernani pisano.

A parte questa nota opaca, lo spettacolo nel suo complesso è venuto davvero bene e il pubblico par essere rimasto proprio contento. Via giù, un’altra bella serata all’opera, una di quelle che poi tornando a casa viene da canticchiare o fischiettare uno degli innumerevoli zum-pà-pà proto-verdiani che affollano l’Ernani.

Applausi finali alla rappresentazione pisana (Foto Imaginarium Creative Studio).

Per la cronaca 1: Per una di quelle magiche alchimie che traspondono brani dei libretti d’opera nel linguaggio corrente, c’è un verso di questa opera di Francesco Maria Piave – dalla romanza Mercé, fratelli, amici cantata da Ernani all’inizio del primo atto, che era d’uso corrente nel lessico familiare a casa Lischi. Ogni volta che compariva nella conversazione la parola stendere (che fosse stendere i pannistendere la tovaglia, o chissà cos’altro), Luciano immancabilmente osservava: Il vecchio Silva stendere…).

Per la cronaca 2: Alla fine della sua celebre romanza Ernani!… Ernani, involami, Elvira conclude sconsolatamente: Un Eden di delizia / saran quegli antri a me. Antro come sinonimo di luogo sgradevole e ostile. Di certo a quei tempi non erano stati scoperti i benefici effetti che possono produrre sulla salute e sul benessere, in luoghi appropriati, proprio gli antri. Che diventano, quindi, luoghi piacevoli e benefici (Un Eden di delizia). Ma questa affermazione di Elvira sembra preconizzare quel che sarebbe venuto parecchio dopo. Infatti in tempi recenti si è consolidata una branca della idro-termo-climatologia che si chiama proprio Antroterapia. Insomma come quella che – oltre alle immersioni subacquee – si può fare alla Grotta Giusti.

Prima di Piazza Fontana

In questi giorni di anniversario (cinquant’anni dalla strage alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969) fioccano le rimembranze, le ricostruzioni, le rievocazioni, le dichiarazioni pubbliche, le indignazioni persistenti, etc. etc. E già da mesi sono arrivati puntuali sul mercato vari libri che ripercorrono quel che accadde cinquant’anni fa, con il contorno di quelle manovre e implicazioni tragicamente oscure che cambiarono la vita di tutti gli italiani, e non solo delle persone che furono direttamente vittime dei fatti.

C’è, fra questi, un libro che si discosta da tutti gli altri, sia per i fatti raccontati che per l’approccio dell’autrice. Si tratta di Venga con noidi Clara Mazzanti, una delle persone che passò lunghissimi mesi in carcere da innocente, nell’ambito delle indagini sugli attentati minori che precedettero la bomba di Piazza Fontana.

Clara Mazzanti aveva ventidue anni quando fu prelevata all’improvviso dalla polizia a casa sua a Viareggio (da quell’episodio nasce il titolo, perché le fu proprio detto Venga con noi), insieme al suo compagno Giuseppe Norscia, senza nessuna giustificazione, senza nessuna accusa formalizzata, per essere trasferita a Milano, all’inizio addirittura in isolamento nel carcere di San Vittore, trattata da criminale bombarola. Fu infatti accusata di strage.

Letture antiche e moderne sui fatti del 1969.

Ventidue anni. E’ davvero difficile immaginare come possa aver vissuto quell’esperienza una ragazza di provincia che si trova all’improvviso proiettata in una situazione assurda e dolorosa, assurta alle cronache dei giornali nazionali e dei telegiornali, additata come colpevole fin da subito, privata della propria libertà e della propria dignità. Ma l’autrice ci aiuta proprio in questo: grazie alla sua testimonianza – vividissima nonostante, o forse proprio grazie agli anni e i decenni in cui ha tentato di metabolizzare la propria esperienza – ci conduce in quelle che furono le sue percezioni, i suoi sentimenti, il suo travaglio interiore.

Il libro di Paolo Morando esplora “dall’esterno” i fatti che Clara Mazzanti narra “dall’interno”. E’ sua la prefazione al libro della Mazzanti.

Forse è proprio questo approccio quel che fa di questo libro una lettura speciale: a differenza di tanti altri testi che concentrano l’attenzione sulle manovre politiche, sul contesto socio-culturale, sui depistaggi e sui giochi di potere che attanagliarono l’Italia nella cosiddetta strategia della tensione, la Mazzanti ci conduce per mano lungo la sua esperienza umana. Una sorta di testimonianza dall’interno. Dall’arresto, ai diciotto mesi in carcere, ai rapporti con se stessa e i propri pensieri, ma anche con le coinquiline della sezione femminile di San Vittore, le guardie, le suore carcerarie, i magistrati, i poliziotti, gli avvocati, i coimputati, fino al processo: evento in cui la tensione si fa massima, ma che sfocerà poi finalmente, dopo questi mesi che appaiono proprio lunghissimi e indelebili, nell’assoluzione. Già. Dopo tutto, Clara Mazzanti era innocente. Era stata arrestata, imprigionata e processata sulla base di indizi e testimonianze praticamente inesistenti che furono infatti smontate una per una durante il processo.

Cinquant’anni vissuti con questo tarlo in testa che continua a scavare, senza alcuna possibilità di lasciarsi quel tragico passato alle spalle e voltare decisamente pagina. Racconta la Mazzanti di come ricucire quelle due parti della sua vita, quel prima e quel dopo separati dai diciotto mesi di ingiusto carcere, non le sia mai riuscito, nonostante il passare del tempo (oggi ha settantadue anni). Racconta in modo molto efficace di come abbia provato a riattaccare, riincollare quei due lembi della sua vita…

Ma sotto quell’incollatura approssimativa, ci sarà, per tutto il tempo che mi resta da vivere, una voragine o più ancora un pozzo senza fondo e senza fine di emozioni, di sofferenze, di disperazione, di annichilimento, di spersonalizzazione, di sradicamento, di speranze, di illusioni, di lacrime.

Clara Mazzanti con il figlio Ivan Norscia in occasione della presentazione del libro nel loro paese, Altopascio.

Si possono grossolanamente identificare quattro sezioni progressive nel testo: L’arresto e l’arrivo in carcere; l’esistenza carceraria; il processo; il dopo.  Un dopo nel quale non riuscirà mai a staccarsi di dosso l’etichetta di “carcerata” che le rimarrà appiccicata addosso per sempre e che continuerà a condizionare il suo rapporto con gli altri, specialmente nel suo paese, Altopascio. Sono tutte incalzantemente godibili per il lettore, queste sezioni del libro. Ma alla fine della lettura rimane un attaccamento particolare a quei capitoli in cui l’autrice descrive l’esistenza carceraria. Sia come osservazione di quel che le succede attorno che come spietato resoconto delle proprie intime sensazioni.

Dopo l’iniziale rifiuto di tutto e di tutti, la Mazzanti comincia ad aprirsi a chi le sta intorno, a comunicare, a conoscere le storie di chi si trova a condividere quegli spazi angusti. Un ritratto delle condizioni carcerarie lucido e agghiacciante.

Nello spesso dolore di una cella, nel tetro odore di muffa, mentre il vento della morte entra nell’animo a togliere anche l’ultima volontà di respiro, in quella condizione di assoluta frustrazione, ecco risuonare un toc toc, tanto ovattato quanto consolatore. Non ci vuole molta fantasia. E si chiama umana solidarietà. Uno sputo di umana solidarietà, ma pur sempre un appiglio, cui aggrapparsi per non morire.

Ci sono pochi, pochissimi momenti in cui l’autrice riserva parole di gratitudine, di affetto o di simpatia per alcuni personaggi positivi della sua storia. Ci sono le suore del carcere, oppure il Pubblico Ministero del processo, quell’Antonino Scopelliti che, pur rappresentando la pubblica accusa, fu il principale artefice dell’assoluzione di quasi tutti gli imputati, anche in ragione della vacuità della fase istruttoria. O Enzo Tortora, allora giornalista della Nazione di Firenze, incaricato di seguire il processo e poi, anni dopo, vittima a sua volta di una ingiusta carcerazione. Ma anche Giuseppe Norscia, suo compagno di allora e padre di suo figlio. Nonostante quella storia sia poi finita, Clara Mazzanti non manca mai di rievocare con affetto quell’amore osteggiato praticamente da tutti: dal padre di lei, dal pensare comune (il Norscia era sposato e a quei tempi non c’era ancora il divorzio) e anche dagli inquirenti che usarono quella relazione immorale per tratteggiare un ritratto negativo dell’imputata.

Parole aspre ed amare, invece, per il giudice istruttore Antonio Amati e per il commissario Luigi Calabresi, fra i principali artefici della sua tragica vicenda.

Clara Mazzanti alla presentazione di Altopascio

Cinquant’anni passati a ripensare, rielaborare, poi più recentemente a cercare di ricostruire quel che accadde e perché. Si percepisce chiaramente dalla lettura come durante questi cinquant’anni ogni singola esperienza, ogni lettura, ogni incontro, ogni stimolo esterno abbiano quasi automaticamente rievocato quell’esperienza in carcere da innocente. Il libro è costellato di citazioni di tutti i generi: romanzi gialli, poesie, canzoni, testi di filosofia… Quasi che in quella frase o in quel verso poetico incontrati lungo la propria esistenza  la Mazzanti non abbia potuto fare a meno di trovare un preciso riferimento a ciò che ha vissuto.

E’ una lettura angosciante ed appassionante al tempo stesso. Avvincente ed avvilente. Ma soprattutto questo libro lo si legge con piacere perché si tratta di una scrittura di qualità. Per sua stessa ammissione, l’autrice ha dovuto rivedere, ripensare, limare e correggere le varie versioni precedenti del suo resoconto con l’aiuto del figlio. Per smorzarne i toni rabbiosi e rancorosi, per rendere finalmente la sua storia una lettura pienamente godibile. E così è stato: quelle revisioni hanno prodotto un libro davvero di alta qualità. E nel leggere questa prosa scorrevole e piacevole (nonostante i temi trattati) e le tante citazioni di cui è costellata, è sorto in mente quasi dal nulla un esametro (dopo tutto la Mazzanti ha una formazione liceale classica) dedicato alla sua scrittura: Liquida, lucida, limpida: dotta senza presunzione.

Per la cronaca: Il sito web della casa editrice Colibrì non permette un accesso alla scheda individuale del libro. Anche cliccando sulla copertina qui sopra – o al link qui sotto – si va alla homepage. Ma con facilità si può trovare il libro. Ecco qui una sintesi della scheda:

Clara Mazzanti: Venga con noi. Prefazione di Paolo Morando. Colibrì Edizioni, 2019. 312 pagine, 14 Euro.

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