Un'opera spassosissima, questa di Nono Rota!

Un’opera spassosissima, questo Cappello di paglia di Firenze  di Nino Rota!

Una volta tanto, un’opera mai vista né sentita, tranne qualche ascolto frammentario e distratto su YouTube, tanto per farsi un’idea, e la lettura dell’arzigogolato libretto. Che uno, a leggerlo, si domanda ma come faranno i cantanti a cantare quelle lunghe parti narrative e descrittive che pare un racconto più che un libretto d’opera? Poi si va a teatro, si prende posto, si ammira la straordinaria giovinezza dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Italiana (che giovanile è davvero), poi calano le luci, arriva il Direttore Francesco Pasqualetti e si comincia con Il cappello di Paglia di Firenze, opera di Nino Rota su libretto suo e della madre Ernesta Rinaldi, tratto dalla commedia di Eugène Labiche.

Durante l’Ouverture, che pare una reinterpretazione degli echi dell’opera buffa rossiniana, in scena si assiste a una ripresa in uno studio cinematografico francese all’inizio del ‘900, con tanto di paesaggio che scorre sullo sfondo a simulare una girata in calesse. Infatti il regista, Lorenzo Maria Mucci, spiega nelle note di sala che l’ispirazione la ha trovata proprio lì, nella versione cinematografica della commedia di Labiche (da cui è tratto il libretto dell’opera) realizzata da René Clair. E alcuni accessori di scena dello studio (un faro-prioiettore, una sedia da regista che fra l’altro sarà utilizzata anche da uno degli interpreti in disparte durante l’opera) rimangono lì in proscenio per tutta la rappresentazione.

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Poi si sgombera lo studio e comincia la baraonda dei personaggi, delle situazioni, dei paradossi, delle scene inverosimili e imbarazzanti, delle macchiette, dei caratteristi (fenomenale lo zio sordo!), in un susseguirsi instancabile e movimentatissimo che terrà tutti impegnati fino alla pausa fra il secondo e il terzo atto. Già, ma come si fa a creare una interruzione in questo flusso continuo di musica e di convulsi movimenti scenici? Bè, ricordiamoci che siamo in ambiente cinematografico. Alla fine del secondo atto compare sullo sfondo della scena un fotogramma che rimane bloccato nel proiettore e che quindi, fatalmente, si brucia e si scioglie in bolle nerastre. Una situazione che non capita praticamente più di vedere nei cinemi di oggi, dove fra l’altro domina la proiezione digitale e non più quella in pellicola. Una bella idea vintage per causare una interruzione forzata. Tanto per restare in tema, proprio alla fine dell’opera, sullo stesso schermo in fondo alla scena comparirà la scritta tremolante Fin in bianco-e-nero-seppia. Una meraviglia.

Sì, ma l’opera? Opera di impianto deboluccio, soprattutto per le parti vocali, che a dirla tutta non sono dei capolavori compositivi, si salva per la parte musicale propriamente detta, e viene valorizzata, in questa edizione pisana, proprio dalle scelte registiche. Se da un lato a volte viene da distrarsi dalla vicenda che si svolge sul palco per concentrarsi sull’orchestra, impegnata in un tour de force pazzesco in tutte le sezioni, per gustare le sfumature di una musica davvero godibilissima, anche la scena stessa non lascia molti spazi alla distrazione, proprio in virtù della prova attoriale più che buona da parte di tutti gli interpreti, insomma i cantanti, chiamati a far proprio anche gli attori. Un esempio fra tutti: la parte del protagonista, Fadinard, non è che vocalmente sia poi questo gran capolavoro, ed è stata interpretata, nella prima recita dell’11 febbraio dal tenore Claudio Zazzaro, dalla voce leggera, ma parecchio leggera. Eppure si è fatto amare dal pubblico, questo interprete, tanto da farsi osannare nell’applausometro finale, proprio in virtù delle sue eccezionali doti sceniche. Ha saltabeccato tutto il tempo in compagnia dei personaggi fra i più disparati, flirtando e fuggendo, rimediando a disastri e causandone di altri, con un’abilità davvero ammirevole.

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Tra i personaggi, tutti fortemente caratterizzati, il pubblico ha particolarmente apprezzato i ruoli femminili, non tanto la moglie fedifraga, Anaide, interpretata nella prima recita da  Federica Grumiro, non perché non fosse brava, ma il personaggio nasce apposta per risultare un po’ antipatico; ma piuttosto la avvenente e dominatrice Baronessa di Champigny (il contralto Antonia Fino) e soprattutto la sposa Elena (soprano Maria Veronica Granatiero), che fra i personaggi femminili è quello che ha più possibilità di mettere in luce le proprie doti vocali.

Nei ruoli maschili, oltre al citato protagonista, anche il tremendo suocero interpretato dal baritono Veio Torcigliani ha conquistato il pubblico con le sue intemperanze e il reiterato tuono del suo Tutto a monte! E le gag irresistibili del cornuto Beaupertuis (il baritono Alessandro Biagiotti) il quale, oltre a cantare, e anche bene, si trova alle prese prima con il pediluvio, poi con le scarpe strette e in altre gustose scenette che hanno fatto scoppiare delle vere e proprie risate fragorose fra il pubblico. Lo zio Vézinet sordo e rincoglionito, che alla fine fornirà inconsapevolmente la soluzione al rompicapo intorno al quale ha ruotato tutta la storia, ha pure lui più che ben figurato (il tenore Nicola Vocaturo).

Nellìatelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Nell’atelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una farsa musicale – insomma un’opera buffa – che è stata messa in scena proprio bene, con indovinatissime scelte registiche, scene convincenti (di Emanuele Sinisi), giovani e bravi interpreti sul palco e nella buca dell’orchestra. La preponderanza della componente narrativa e l’avvincenza delle assurdità fantastiche della vicenda sbilanciano un po’ questo lavoro che sembra quasi una commedia con musica piuttosto che un’opera. Nel senso che sembra quasi di sentir poco la musica perché il susseguirsi dei fatti e fattarelli che si dipana in scena focalizza l’attenzione. Ma alla fine, che importa? Se si esce dal teatro allegri e contenti non c’è proprio di che lamentarsi!

La Sagra della Primavera al parco della Musica

La Sagra della Primavera al parco della Musica

Accademia Nazionale di Santa Cecilia, febbraio 2017. Una bel trittico di compositori russi sotto la direzione di Valery Gergiev. Roba da non lasciarsi sfuggire. Non tanto per il Rach3, che s’era già sentito nella stessa sede l’anno scorso (non che non faccia sempre piacere rivedere un pianista alle prese con questa maratona), bensì per uno Ščedrin da scoprire (mai sentito prima), e soprattutto per vedere finalmente dal vivo un’orchestra alle prese con la Sagra della Primavera di Stravinskij.

Si comincia con Ščedrin e il suo brevissimo Concerto per orchestra dal titolo Naughty Limericks. Gustosissimo pezzo di musica che suona divertente, beffardo, irriverente, sorprendente, con salti di ritmo e di stile, insomma davvero proprio come un limerick della migliore tradizione irlandese. Grande sfoggio delle potenzialità di tutte le sezioni dell’orchestra. Davvero una bella scoperta. Tra l’altro anche qui, come si sentirà dopo nella Sagra, all’inizio gli archi tacciono, e per una volta si godono le evoluzioni dei legni e degli ottoni prima di mettersi a loro volta al lavoro.

Si prosegue con il terzo concerto di Rachmaninoff. Al piano il giovane solista koreano, premiato al Concorso Chopin, Seong-Jin Cho. Incanta all’inizio con una resa assolutamente languida (e non scandita) della celebre cantilena che dà avvio al concerto. E rimane straordinario nelle parti di agilità melodica. Quando si tratta però di percorrere in lungo e in largo la tastiera con quelle pazzesche successioni di accordi che si rincorrono, diventa un po’ pedaloso e il suono perde di lucidità. E’ giovanissimo, si farà.

Finalmente, dopo l’intervallo arriva quel che si aspettava: La sagra della primavera di Stravinskij.

La foto di Richard Avedon sulla copertina del disco

La foto di Richard Avedon sulla copertina del disco

Una composizione che finora era stata ascoltata e riascoltata soprattutto sui solchi consumati di un disco CBS (vinile) di chissà quanto anni fa, con l’autore sul podio. Una di quelle composizioni che, anche se eseguita in forma di concerto (pur senza le coreografie per le quali era stata immaginata), costituisce di per se stessa una performance da vedere, oltre che da sentire. Infatti è uno di quei pezzi (una moltitudine di pezzi, a dire il vero) che celebrano l’orchestra, le sue sezioni, i suoi strumenti e, naturalmente, i suoi strumentisti.

E’ noto che al momento della prima rappresentazione questa novità rivoluzionaria suscitò sopratutto scandalo (e l’indignazione in particolare di Debussy, che tuonò contro gli stravolgimenti proposti da Stravinskij). E’ passato poco più di un secolo, e adesso questa composizione geniale è diventata a tutti gli effetti decisamente un classico. E lo spettacolo musicale, specie se eseguito da una compagine di altissimo livello come quella di Santa Cecilia, sotto la attentissima e struggente guida di Valeri Gergiev, è davvero impagabile.

Comincia da solo il fagotto. Poi si uniscono i corni (innumerevoli) e i clarinetti (c’è anche il quartino e il basso), poi il corno inglese, i flauti (ce ne sono cinque, di cui due ottavini), e poi via gli innumerevoli legni e ottoni; compaiono le percussioni (numerosissimi professori occupano tutta l’ultima fila, ci sono addirittura due set di timpani e due grancasse), e infine gli archi (9 contrabbassi!). Una meraviglia di musica, di sorprese, di sfide assai ardue per tutti gli strumentisti. E nello scorrere degli episodi si alternano toni tenui con fragori pazzeschi. Davvero, una celebrazione della musica, una celebrazione dell’orchestra. Andava proprio vista, oltre che sentita. Abène. Ci voleva.

Per la cronaca 1: Una parte cospicua della Sagra della Primavera fu utilizzata nel film musicale di animazione di Walt Disney (era il 1940). L’episodio rappresenta l’inizio della vita sulla Terra fino alla comparsa dei dinosauri. Un estratto video della seconda parte si trova qui.

Per la cronaca 2: Bisogna pur ricordare che la Sagra è nata come musica per un balletto (per quanto breve). Qui c’è il video di una rappresentazione con la coreografia di Pina Bausch.

Per la cronaca 3: I ritratti di Richard Avedon: Stravinskij e non solo. Qui c’è un bell’articolo del New York Times su Avedon ritrattista, con alcune foto. Qui invece si può ascoltare una bella radio-intervista a Richard Avedon ottantenne in occasione dell’inaugurazione di una sua mostra di ritratti al MOMA di New York.

Per la cronaca 4: I video della rappresentazione orchestrale permettono di apprezzare il lavoro dei singoli strumentisti e delle varie sezioni dell’orchestra. Qui c’è un video dei BBC Proms del 2013. Qui invece c’è proprio Gergiev, con la London Symphony Orchestra.

 

Pubblicato da: miclischi | 26 gennaio 2017

La Leica di Goldfinger

Vero o falso?

Vero o falso?

Oh quale piacevole sorpresa quando Joachim Seinfeld si presentò con questo inusitato presente. Leicista convinto da tempo immemore, non si lasciò ingannare da questa Leica dorata, ma pensò giustamente che sarebbe stata apprezzata come curiosità.

Perché, cosa c’è che non va in questa Leica? Prima di tutto il numero di serie (15257). Dalla pregevole pubblicazione di Gianni Rogliatti (Leica – cinquant’anni) si desume che quel numero corrisponde a una Leica I prodotta nel 1929. Ora, una caratteristica delle Leica I era la vistosa staffa metallica a fianco del corpo obiettivo, per il blocco della messa a fuoco in posizione infinito. E in questa Leica dorata quella staffa non c’è; e l’aspetto è simile  a quelle delle successive II e III (la lista completa dei numeri di serie delle Leica con passo a vite si trova anche su Internet, qui). E poi c’è una accurata disamina di tutti i modelli della Leica I su questo sito.

La visione dall'alto è particolarmente utile per notare le differenze fra la vera e la falsa Leica .

Anche la visione dall’alto è utile per notare le differenze fra la vera e la falsa Leica .

Ma questo è solo l’inizio. Infatti ci sono fior di siti web che aiutano a districarsi fra le varie imitazioni (per lo più sovietiche) delle Leica a vite. Uno fra i più completi e pratici, perché mostra proprio sei parti del corpo macchina che differiscono visibilmente, si trova sul sito web di Rick Oleson. Salta subito all’occhio, per esempio, fra cui è abituato a maneggiare le Leica a vite, che manca la ghiera per i tempi lenti sul frontalino della macchina.

Si erano già incontrate in passato delle copie della Leica che però erano dichiaratamente tali (come le Zorki  o Fed). Qui invece si tratta proprio di un falso più che di una copia, visto che l’apparecchio è proprio marcato Leica.

Dettaglio della marcatura Leica

Dettaglio della marcatura Leica e del numero di serie

Comunque, dopotutto, perché no? E’ un bell’apparecchietto vintage gradevole e tascabile, con la sua bella custodia di cuoio… magari poi è anche di qualità. Per cui si scattò un rullo di prova. Era il 2014 (!) e la prova rivelò subito il problema principale di questa macchina d’oltre-cortina: la tendina forata. Problema già riscontrato per l’appunto in altre macchine dell’est Europa, mentre non si è mai notato sulle pur vetuste Leica originali. C’è anche qualche dubbio sulla rapidità dell’otturatore sui tempi lenti, ma insomma quella tendina sforacchiata che produce aliene luninosità sul fotogramma rende questa Leica dorata quasi inutilizzabile (a meno che non si sia proprio alla ricerca di effetti speciali).

Dal primo rullo di prova scattato nel 2014.

Dal primo rullo di prova scattato nel 2014.

Vabbè, si potrebbe dire, tutto sommato non è poi così male, e poi l’entità dei pallini luminosi si nota e non si nota, a seconda anche di quanto rimane alla luce la macchina (con la tendina chiusa) fra uno scatto e l’altro.

E così, per cause imprecisate, passarono altri quattro anni e rotti. Poi venne voglia di riprovarla, questa Leica effetto-Goldfinger, e fu ripresa in mano in questo inizio di 2017.

Qualcosa è cambiato? Decisamente sì! A star lì inutilizzata la tendina di sicuro non si è autoriparata, ma anzi pare che le lacerazioni si siano parecchio ingrandite, tanto da apparire proprio delle presenze aliene sul fotogramma, adesso molto più di prima. E anche lo scorrimento della tendina non appare dei più fluidi, pertanto anche i tempi di esposizione possono risultare largamente approssimativi.

Il secondo rullo di prova scattato nel 2017. Per la cronaca era un PAN-F bibonato da >Punto Reflex alla fine degli anni '70 del secolo scorso.

Il secondo rullo di prova scattato nel 2017. Per la cronaca era un PAN-F bobinato da Punto Reflex alla fine degli anni ’70 del secolo scorso.

Vabbè, curiosità era e curiosità rimane. Peccato non poterla usare. A meno di non voler proprio cercare degli effetti inaspettati (fra l’altro le lacerazioni luminose si trovano proprio al centro del fotogramma quindi, sapendolo, ci si potrebbe anche ragionare sopra. E fare qualche nuovo esperimento!

Ormai non più disponibile.

Ormai non più disponibile.

Per la cronaca 1: pare che il libro di Gianni Rogliatti, scomparso nel 2012, non sia più disponibile. Magari però lo si trova sul ricco mercato dell’usato internettistico.

Per la cronaca 2: Fra i siti web che trattano delle copie delle Leica, oltre al già citato foto-documentatissimo articolo di Rick Oleson, ce ne sono vari altri, parecchio interessanti. Questo sito è dedicato proprio alle falsificazioni operate in Russia sulle Leica a telemetro della serie con passo a vite. Un sito dedicato in particolare alle finte Leica dorate si trova qui. Un ricco articolo (in italiano) sulle false Leica si trova sul sito Nadirmagazine.

Per la cronaca 3: Un’altra curiosità di questa finta-Leica dorata: a differenza di quanto accade spesso nelle macchine d’epoca a telemetro, dove lo specchio semitrasparente è diventato del tutto trasparente o quasi, rendendo di fatto inutilizzabile il mirino della messa a fuoco (lo si era notato per esempio a proposito delle Condor Ferrania) in questo modello il telemetro è di una nitidezza sconcertante. Almeno quello…

Un vero peccato che non sia in perfetto ordine. Però, che macchina!

Un vero peccato che non sia in perfetto ordine. Però, che macchina!

 

Pubblicato da: miclischi | 22 gennaio 2017

Luigi Malerba: storie contadine con lampi finali.

Il libro d'esordio (pubblicato per la prima volta nel 1963)

Il libro d’esordio (pubblicato per la prima volta da Bompiani nel 1963)

Volle il caso che durante un nebbioso finesettimana nelle campagne di Parma cascasse l’occhio su un bell’articolone di Gino Ruozzi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore dedicato a Luigi Malerba, scrittore proprio delle campagne collinari parmensi. O questo? Ma chi è? Tanto importante che Mondadori gli ha dedicato un volume dei Meridiani? E così (del resto proprio a quello, se ben scritte, spingono le recensioni letterarie), fu trovato, ordinato e avidamente letto il suo libro d’esordio, La scoperta dell’alfabeto.

Una fresca cascatella di racconti brevi, a volte brevissimi (come il primo, che dà il titolo alla raccolta), animati da una piccola folla di personaggi. A far da sfondo, percepibile proprio solo sullo sfondo, la tragedia della guerra. Lì per lì ci si sente come riaccompagnati fra le atmosfere rurali e silvestri delle Veglie di Neri, ma poi ci si accorge ben presto che la musica è un’altra (dopo tutto qui siamo in terra verdiana, mentre il Fucini si trovava in ambienti piuttosto pucciniani).

Infatti una delle peculiarità di questo straordinario affresco rurale è che tutte le storie si dipanano nella stessa comunità di persone. Così lo stesso personaggio lo si ritrova in storie diverse, e magari in alcuni racconti altri personaggi (di cui si era già letto) vengono solo nominati o citati. A poco a poco Malerba ci porta a conoscerle tutte, queste persone, e i luoghi, le situazioni, le ubbìe, gli acciacchi, i pregiudizi, le storie nascoste e quelle condivise.  Inoltre, mentre nei racconti fuciniani fanno capolino anche gli aristocratici personaggi da melodramma, qui le storie sono tutte dedicate al proletariato rurale.

Che meraviglia! Una scrittura schiettissima, alleggerita e fluidificata anche da un parchissimo uso della punteggiatura, che cattura il lettore mentre viene accompagnato fra questi 22 quadretti di vita vissuta. E così si entra nelle famiglie, nelle situazioni. Verso la fine si entra addirittura nel letto di un malato, insieme al medico che era andato a visitarlo e che si era infradiciato sotto la pioggia.

Fa anche capolino, nel dialogo fra marito e moglie che considerano il proprio destino anche una citazione quasi pari pari da Epicuro: …non c’è da aver paura, perché fintanto che siamo qua noi la morte non c’è, e quando c’è la morte non ci siamo più noi. Epicuro lo aveva scritto nella sua lettera a Meneceo.

Un pregio narrativo in questi raccontini malerbiani, poi, sta nella fulminea genialità dei finali. Proprio le ultime frasi. Eccone una piccola, piccolissima antologia:

La raccolta di racconti e romanzi pubblicata nei Meridiani Mondadori.

La raccolta di racconti e romanzi pubblicata nei Meridiani Mondadori.

Sui vecchi pezzi di giornale Ambanelli andò a cercare le parole che conosceva e quando ne trovava una era contento come se avesse incontrato un amico.

*   *   *

I pensieri gli facevano compagnia e quando trovava le parole adatte era contento perché finalmente sentiva di avere una testa e era capace di servirsene.

*   *   *

“Non è soltanto una questione di latte, nel mondo”, disse Federico arrabbiato, “ci sono anche gli aeroplani”.

*   *   *

Sulla tomba della moglie non crebbero mai le erbacce e i primi fiori di ogni primavera erano per lei.

*   *   *

La terra, il cielo, il mare. Bisogna vederli tutti e tre, pensò Rodolfo. Dopo, uno sta tranquillo.

*   *   *

Per questa ragione i libri del turismo sconsigliano di visitare Pietramagolana quando c’è la neve perché nemmeno l’occhio più acuto riuscirebbe a vederla.

*   *   *

… il vecchio stava già camminando verso casa cantando a scannagola. Non era proprio una canzone ma delle parole che si inventava lì per lì.

*   *   *

Nessuno mi vuole mai credere, sembra che io me le invento le cose.

*   *   *

“Quando le bestie sono così ignoranti”, disse Federico, “non c’è niente da fare, bisogna trattarle come i cristiani”.

*   *   *

Il dottore sentì questi discorsi, sentì che il prete e la vecchia andavano avanti a parlare, poi non sentì più niente.

*   *   *

Laggiù in basso si vedeva la casa del Perlaro dove aveva abitato Ambanelli, e i campi abbandonati coperti dall’erba tenera di primavera, verde come il mare.

Per la cronaca 1: Luigi Malerba: La scoperta dell’alfabeto. Mondadori – Oscar Scrittori Moderni. 208 pagine, 9 Euro. Il volume dei Meridiani (Romanzi e Racconti) consta invece di 1856 pagine, è stato pubblicato alla fine del 2016, e costa 80 Euro.

Per la cronaca 2: Un bell’articolo di Nadia Terranova su Luigi Malerba si trova qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 17 gennaio 2017

Lindsay Kemp torna a Pisa con il Flauto Magico di Mozart

Torna Lindsay Kemp cpon il Flauto Magico

Torna Lindsay Kemp con il Flauto Magico

Non c’è che dire: tornare a vedere Lindsay Kemp al teatro Verdi a Pisa, prima nella Sala Titta Ruffo per la presentazione dello spettacolo, poi sul palco per raccogliere gli applausi alla fine del Flauto Magico di Mozart (una produzione del teatro Goldoni di Livorno), fa un certo effetto. Infatti sono passati una quarantina d’anni dai tempi in cui stupiva e affascinava con i suoi spettacoli pisani. Reinterpretazioni fantastiche, provocatorie, grandiose eppure delicate che sono rimaste lì, indimenticabili. E ora rieccolo, con la sua maglietta a righe, il suo sorrisetto ironico, la sua dizione solenne e precisa (tanto precisa che nella Sala Titta Ruffo ripete due volte, per essere sicuro che il messaggio sia passato bene, la parola lovelessness, una delle amare caratteristiche del nostro tempo che il Flauto Magico ci aiuta ad affrontare).

Chissà che avrà combinato stavolta, si domanda lo spettatore sedendosi in attesa che si apra il sipario. Passa l’Ouverture, si apre il sipario e si dipana lo spettacolo. La messa in scena kempiana – si può dire? – è risultata tutto sommato sobria. E anche se all’inizio qualcuno ha un po’ rabbrividito all’ingresso del dinosauro che rincorre il povero Tamino, il prosieguo della storia  è stato narrato senza particolari eccessi scenici o registici.

Lindsay Kemp con la sua assistente Daniela Maccari durante la presentazione dello spettacolo.

Lindsay Kemp con la sua assistente Daniela Maccari durante la presentazione dello spettacolo.

Ma la magia… quella sì. Scena cangiante grazie al sapiente uso delle luci di David Haughton, movimenti scenici dei solisti  e dei coristi del Coro Lirico Toscano ben congegnati (unica eccezione: il povero Tamino, decisamente ingessato per la maggior parte del tempo), costumi proprio da favola, coreografie convincenti di Daniela Maccari, fratacchioni in costume da Hare Krishna, uccellatori come si conviene,  insomma, un bel dipanarsi della vicenda scenica che scorre via con estrema piacevolezza. Con due tocchi da maestro, due elementi chiave per la riuscita dell’intento magico.

Prima i fanciulli (quelli che Bergman mise su una mongolfiera) – insomma i risolutori di problemi, quelli che nella loro infantile innocenza invece la sanno parecchio lunga – che arrivano in bicicletta. Tre bimbe-cantrici vestite di bianco su biciclette bianche, a ribadire il concetto di purezza e candore; peccato per quei freni rumorosi, quasi da far concorrenza a quelli delle bici a nolo del campeggio City di Arles… E peccato anche che i bicicli fossero un po’ sovradimensionati per i tre piccoli genietti, che hanno avuto non pochi problemi a mantenere l’equilibrio, con gravi rischi per se stessi, ma anche per le vinte tra le quali dovevano incunearsi per uscire di scena.

Poi la progenie dei Papageni. Quella folla di bambinetti caracollanti che invade la scena allo sbocciare dell’amore fra i due personaggi piumati è davvero magica. Ma ancora più magica, pochi secondi dopo, è la Papagenina minuscola (quanto avrà, due anni ? forse tre?) che si slancia a sua volta in scena. Inaspettata, stupefacente, fantastica, insomma magica.

Proprio per lui, il regista scenografo di questo Flauto davvero Magico, sono stati gli applausi fra i più calorosi alla fine della serata.

Livorno, Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico”. Il finale dell’opera. Foto di Augusto Bizzi, Livorno Foto Augusto Bizzi

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico”. Il finale dell’opera. Foto di Augusto Bizzi, Livorno

Ah già, il regista; ma la musica, i cantanti? Allora, sul fronte canoro non ci sono dubbi: la serata è stata dominata dal baritono costaricano  William Hernández Ramírez, interprete straordinario di Papageno. Voce piena ed espressiva, mimica facciale favolosa e soprattutto una presenza scenica comme il faut. Uno spettacolo nello spettacolo. Praticamente ha incarnato il paradigma del cantante d’opera che è bravo non solo perché sa cantare, ma anche perché sa stare in scena. A fargli compagnia nell’applausometro fra gli artisti più acclamati dal pubblico, la soprano giapponese Yukiko Aragaki nei panni di Pamina. Voce limpida e sicura, e buona attorialità.  E’ proprio riuscito bene questo sodalizio fra i due cantanti-personaggi, tanto che i duetti Papageno-Pamina sono risultati più affettuosi di quelli fra principe e principessa. Si dice che nel Flauto Magico ci sono talmente tante sfaccettature che ci si può vedere praticamente tutto. Che questa rappresentazione ci abbia aperto uno spiraglio su possibili intrallazzi fra Pamina e l’uccellatore piumato?

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico” . in primo piano William Hernandez (Papageno), trionfatore della serata. Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Teatro Goldoni Livorno: “Il flauto magico” . In primo piano William Hernandez (Papageno), trionfatore della serata. Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Una delle aspettative suscitate da quest’opera sta negli agili sperticamenti nel registro acuto della Regina della notte. Non del tutto impeccabili nella rappresentazione del sabato sera. Più che buona invece la prova del basso Manrico Signorini. Nei panni di Sarastro si è spinto senza esitazione nella cupezza del registro estremamente grave. Inoltre il ruolo di gran sacerdote proprio gli stava bene addosso. E così hanno pure ben figurato le dame della regina, il principino ingessato e un po’ poco ardente interpretato da Blagoj Nacoski e il nero Monostratos. Il cartellone completo si trova qui.

E nella buca dell’orchestra? Nella presentazione della mattina il direttore dell’Opera di Belgrado,  Dejan Savić, si era fatto notare per un atteggiamento disinvolto e spigliato. Ha raccontato barzellette e ha magnificato il teatro in cui lavora (700 dipendenti, due repliche al giorno tutti i giorni) e quindi ha elogiato quel che si riesce a fare nonostante qui da noi con teatri ridotti al minimo, staff risicato e risorse difficili da trovare. Insomma si era guadagnato spontaneamente l’interesse e la curiosità degli intervenuti. Peccato che poi la sera questa spigliatezza non si sia tradotta anche nell’interpretazione musicale, che è risultata nel complesso, invece, piuttosto smencia. Scarsa coesione orchestrale, qualche attacco non proprio azzeccato… insomma, come se ci fosse stato un deficit di prove. Peccato; anche perché l’Orchestra della Toscana s’era già vista in tante occasioni e aveva dato ottime prove di qualità.

Teatro Goldoni Livorno “Il flauto magico” . I tre fanciulli-genietti-ciclisti (dietro ci sono le tre dame dellqa Regina). Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Teatro Goldoni Livorno: “Il flauto magico” . I tre fanciulli-genietti-ciclisti (dietro ci sono Pamino, Papageno e le tre dame della Regina). Foto Augusto Bizzi, Livorno.

Ma alla fine della serata prevale l’atmosfera così bene evocata da Kemp nella presentazione della mattina. Quest’opera da vivere come un toccasana contro i mali della nostra epoca. E così tornando a casa si può allegramente fischiettare, e ripensare alla scena, alle luci, alla musica. E sorridere. Davvero la magia è riuscita benissimo. E anche nei giorni successivi, riascoltare questa musica nel suo susseguirsi di numeri così diversi eppure uniti, intervallati da quei recitativi (per di più in tedesco! – come tutta l’opera del resto)… Al di là della vicenda raccontata, del testo del libretto, delle immagini del teatro, è una musica che fa star bene. Come un mantra curativo da interiorizzare per vivere meglio.

Per la cronaca 1: Questa è la prima opera presentata dal nuovo direttore artistico del Teatro Verdi, Stefano Vizioli, in carica dall’inizio dell’anno. Benvenuto e buon lavoro!

Pubblicato nel 1940

Pubblicato nel 1940

Per la cronaca 2: Il direttore artistico del Goldoni di Livorno, Alberto Paloscia, aveva menzionato nella presentazione del sabato mattina la versione ritmica in italiano realizzata per il Flauto Magico dal livornese Giovanni de Gamerra. A quanto pare è introvabile. Emerse dagli archivi famigliari un simpatico fascicoletto di quelli arancioncelli dei libretti d’opera di tanti anni fa. Questo Flauto Magico in italiano fu pubblicato dalle Edizioni “A. Barion” della Casa per Edizioni Popolari – S. A. di Sesto San Giovanni (stampato il 9 aprile 1940). Incredibile a dirsi, tuttavia, non è indicato da nessuna parte di chi sia la traduzione!

De’ suoi desir, – del suo gioir,

No, dono il ciel – più bel – non ha,

Donna ed uom, se unisce amor,

Donna ed uom Nume si fa.

Per la cronaca 3: In occasione di questa rappresentazione è stata allestita nel foyer del Teatro una bella mostra fotografica di Giovanna Talà con alcuni scatti dedicati a Lindsay Kemp (Sogni di luce). Le figlie della fotografa – Enrica e Paola –  hanno presentato la mostra, insieme a qualche ricordo personale, durante l’incontro del sabato mattina nella Sala Titta Ruffo. Curioso che non siano mai entrate mai in contatto con Cippi Pitschen, che anche lui di scatti a Lindsay Kemp ne aveva fatti parecchi, e bazzicava Livorno assiduamente. Forse lo conosceva mamma, dice una delle figlie. Chissà… Intanto, fortunatamente, ci si possono godere un bel po’ di foto scattate dal Cippi a Lindsay Kemp in varie città e teatri, in occasione di diversi spettacoli, non sulle sue gallerie Facebook (dove di foto di Kemp non ce ne è neanche una) bensì proprio sul sito ufficiale di Cippi Pitschen. Eccone qui sotto una piccolissima selezione.

Dal sito web del fotografo Cippi Pitschen

Dal sito web del fotografo Cippi Pitschen

Pubblicato da: miclischi | 10 gennaio 2017

Torna Lemaitre con le sue piccole e grandi crudeltà

Uscito nel 2015, due anni dopo il Goncourt

Uscito nel 2015, due anni dopo il Goncourt

Tre giorni, tre episodi nella vita di una persona, un bambino di dodici anni che poi ritroviamo a 24 anni e poi ancora qualche anno dopo. Tre giorni di un’esistenza che ne condizionano crudelmente  il corso, sia interiormente che nello svolgersi della sua vita sociale.

Due anni dopo il suo Au revoir là-haut, che gli valse il Premio Goncourt, Pierre Lemaitre torna a tormentarci con questo Trois jours et une vie.

Campagna rurale e forestale, dinamiche da piccolo paesino nel nord della Francia, vicini di casa, parenti, amici, scorribande di bambini nella foresta. Una parentesi parigina per gli studi di medicina, e poi il ritorno a Beauval. Su questo tessuto si innestano tre giornate particolari caratterizzate da altrettanti fatti. Una morte, un accoppiamento, una rivelazione.

Protagonista sempre la solita persona: tre giorni nella sua vita. Un romanzo a tratti avvincente, pieno di dettagli ambientali e di caratterizzazione dei personaggi, una grande abilità narrativa. La storia di svolge su due binari paralleli: da un lato la descrizione dei fatti (compresa una straordinaria bufera di pioggia con inondazioni e allagamenti) e dei personaggi; dall’altro l’evolversi tormentato dei pensieri nella mente del protagonista: ipotesi, interpretazioni, ricordi, angosce, piani fatti e disfatti, rassegnazione all’evidenza della realtà. C’è un sobbalzo portato dall’imprevisto nel secondo giorno; e poi la chiusa, quella del terzo giorno cruciale, in cui rimane apertissimo il finale…

Ci si fanno tante domande, sa… Anch’io… E poi, un giorno, si smette.

L'edizione italiana

L’edizione italiana

E durante tutta la storia, sia il protagonista che il lettore non smettono mai di interrogarsi: come si sarebbe svolta questa storia, questa vita, se i fatti fossero andati diversamente? Un libro che ripropone l’eterna questione del destino: quanto è dettato dal caso e quanto dalle scelte individuali? Davvero avrebbe potuto andare in un altro modo?

Un libro dal quale ci si separa mal volentieri e che impone una lettura quasi compulsiva. Un’altra grande prova di Pierre Lemaitre.

Per la cronaca 1: Il libro è stato pubblicato in Italia da Mondadori nella traduzione di S. Ricciardi (Tre giorni e una vita, 226 pagine, 18 euro).

Per la cronaca 2: Il paesino della provincia francese teatro dei fatti che danno avvio alla storia, e nel quale la storia si conclude, è Beauval. Si trova nel dipartimento della Somme e ha un paio di mila di abitanti.

Per la cronaca 3: Del libro Au revoir là-haut si era ragionato tempo addietro qui.

 

 

 

La copertina della vecchia edizione, meglio di quella attuale

La copertina della vecchia edizione, meglio di quella attuale, che raffigura invece un incongruo veliero

Incontrare i piccoli editori al Pisa Book Festival, farci due chiacchiere, sfogliare un po’ di libri, farsi consigliare… Molto spesso ne vengono fuori delle bellissime scoperte, come fu questo Usanza di mare, libro svelto e piacevolissimo di Antonino Rallo, pubblicato dalla casa editrice Coppola di Trapani.

Ci sono i soldati spagnoli, in Sicilia, ma anche altri eserciti imperialisti provenienti da altre parti d’Europa. E poi ci sono loro, i pirati turcheschi (come la turchesca rabbia cui allude Otello). Decisamente meno strutturati e prevedibili di quanto siano gli eserciti di questo o quell’impero.

C’è la Sicilia bistrattata, umiliata, saccheggiata. Ci sono i marinai, i tonnaroti, i corallari, i medici, i preti, gli inquisitori, i costruttori di navi, gli schiavisti e gli schiavi… Insomma c’è tutta l’umanità, in questo bell’affresco narrativo.

Ma la tradizione piratesca arriva solo un bel po’ avanti nella storia. Prima le vicende dei personaggi affollano le pagine con le loro singolari peculiarità. E si scoprono lembi di vite lavorative, di relazioni familiari, di pratiche marinare e della pesca, insomma un universo umano poliedrico e affascinante. E se lo spunto è stato quello di una storia vera, la frammistione con la narrazione romanzata è perfettamente riuscita, senza strappi o cicatrici.

C’era una volta una pubblicità di cioccolatini che inventò il termine scioglievolezza. Ecco, per questa prosa fresca e guizzante di Antonino Rallo, e pure pacata e serissima, si potrebbe appositamente coniare il termine leggevolezza. C’è un uso dell’italiano limpidissimo, con brevi sapide incursioni del siciliano e alcuni assaggi di lingua franca, fra i quali merita una menzione d’onore uno straordinario Pater noster.

Padri di noi, ki star in syelo, noi volir ki nomi de ti star saluti .. Noi volir ki il paisi de ti star con noi, i ki ti lashar ki tuto il populo fazer volo de ti na tera, syemi syemi ki nel syelo. Dar noi sempri pani de noi de kada jorno, I skuzar per noi il kulpa di noi, syemi syemi ki no skuzar kwesto populo ki fazer kulpa a noi. Non lashar noi tenir katibo pensyeri, ma tradir per noi di malu, perke ti tenir
sempri il paisi e il fortsa e il gloria. Amen.

rallo_antonino

Uno scrittore dall’estrema leggevolezza.

Ci sono tante mescolanze, in questa storia. Ci sono i luoghi geografici che si frammischiamo, ci sono le isole e c’è la terraferma. Ci sono gli uomini e ci sono le donne. I militari e civili, i laici e i religiosi, i dominatori e i dominati, i carnefici e le vittime. Eppure, c’è anche un’altra sottile mescolanza che si fa strada pian piano. I musulmani fanno schiavi i cristiani (alcuni dei quali magari si convertono e poi diventano essi stessi pirati). E fra gli schiavi cristiani ci sono anche degli ultra-cattolici irlandesi. E si mescolano i santi e i riti, le lingue e le liturgie. Ma la moglie del padrone islamico che acquista gli schiavi cristiani è ebrea. Ed ebreo è il medico che fu cacciano anni addietro da Trapani da perfidi inquisitori della Chiesa. Alla fine, nella scena solenne e trionfale di Lampedusa, quando si ritrovano tutti insieme nel santuario della Madonna (cristiani, musulmani, ebrei, agnostici, militari e civili, schiavi ed ex-schiavi, insomma l’umanità intera) diventa più luminoso il messaggio di convivenza universale possibile.

I tunisini lasciarono le loro offerte e recitarono orazioni davanti alla statua della Madonna. Poi si volsero dall’altra parte della grotta per recitare le loro preghiere su un tappeto sdrucito, steso da tempo immemorabile in direzione della Mecca. 

Che alla fine, si intuisce, il valore delle persone sta nelle loro parole e nelle loro azioni, non nelle divinità cui rivolgono le loro preghiere.

Una bella scoperta, quella di Antonino Rallo, e naturalmente verrà voglia di leggere qualche altro suo libro!

Per la cronaca 1: misteri della comunicazione, della rete, dei media. Il sito web della casa editrice, indicato nel libro stesso, non è attivo. Né è attivo il sito web http://www.antoninorallo.it/ , il che è un peccato, perché si annunciava molto appetibile.

Per la cronaca 2: Già, gli altri libri di Antonino Rallo: ma dove sono? Su ibs e su amazon risultano tutti non disponibili. Però dal sito Trapani nostra si accede al pdf, capitolo per capitolo sia di questo Usanza di mare, sia di L’isola di Re Ruggero, mentre dal sito (parallelo?) laretedicoppola, poare non si riesca ad accedere ai libri di Antonino Rallo. Toccherà aspettare il prossimo Pisa Book Festival!

 

Pubblicato da: miclischi | 18 dicembre 2016

La Barcellona di David Castillo: futuro prossimo o presente?

Un'altro libro di qualità da CartaCanta

Un’altro libro di qualità da CartaCanta

Un futuro drammaticamente non troppo lontano, anche se le atmosfere urbane sono un po’ alla Blade Runner. Una Barcellona sfatta, abbandonata a se stessa o meglio a bande di malviventi, miliziani, vigilantes mandati da chissà chi, prostitute, spacciatori di ogni genere di beni di consumo che trattano in dollari, ché gli Euro spagnoli non hanno più valore (quelli tedeschi sì). Fumi malsani e polveri tossiche, sparatorie per ogni dove, insomma una situazione distopica e sconcertante che sa un po’ di fantascienza e un po’ di diluvio prossimo venturo.

Ecco Barcellona non esiste, il romanzo denso, impegnativo e coinvolgente del poeta, giornalista e scrittore in lingua catalana David Castillo, impeccabilmente pubblicato da CartaCanta nella bella traduzione italiana fatta in tandem da María Isabel Fernández García e Ivonne Lucilla Simonetta Grimaldi (una piccola folla di nomi e di cognomi).

All’inizio il lettore rimane un po’ sconcertato da questo protagonista (l’io narrante) che sembra proprio fuori luogo in questa atmosfera da day after. Anziano, parecchio anziano, pieno di acciacchi e debolissimo, oltre che rintronato dall’alcol e dalle droghe, si muove nel caos come fosse in una bolla che gli consente di rimanere quel che era una volta. Continua a dedicarsi alla sua professione di giornalismo, cui dedica una piccola ironica apologia.

… il giornalismo, un mestiere così in poca sintonia con la realtà come l’acido lisergico. (…) … un passatempo insignificante che consiste nello spiegare i fatti degli altri tentando di renderli attraenti grazie allo stile personale. Narcisismo a dosi elevate per evitare di scrivere su certi temi con una certa profondità. 

E poi, cosa che lì per lì sembra ancora più fuori luogo, il protagonista continua a coltivare i propri interessi culturali per la poesia, l’arte, la letteratura, la filosofia. Come se intorno invece non prevalesse la follia. Sembrano quasi finte quelle scene in cui l’anziano protagonista trova nonostante tutto qualcuno con cui parlare d’arte e di cultura. Poi però, a poco a poco, la prospettiva cambia; e da utopia assurda questo aggancio fortissimo con la cultura del prima appare come l’unica ricetta per ribaltare la situazione.

Tra i movimenti, i potentati e gli eserciti che si affrontano, il protagonista viene attirato irresistibilmente dalle le Milicies de la Joventut , che fanno della dedizione alla cultura e al libero amore i pilastri del proprio credo e della propria linea politica.

Si susseguono le situazioni paradossali di violenza, di allucinazione, di sesso e di generale caos in cui però emergono con forza le idee pure e semplici di un ritorno all’onestà, all’altruismo, al rispetto. Populismo? Idealismo? Certo, in questo calderone che ci conduce  dolcemente verso il finale tragico, fra inchieste giornalistiche, esplorazioni del mondo underground ricostruito nelle gallerie abbandonate della metro, fumatine di oppio e incontri roventi con signorine pronte a tutto, alla fine l’idea, la fede nell’uomo e nei valori che una volta erano forti e riconoscibili, rimane l’ultimo appiglio per chi ci vuol credere. Tanto da non temere più neanche la violenza e la morte.

David Castillo (dal suo profilo su CCCB - Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona)

David Castillo (dal sito CCCB – Centro di Cultura Contemporanea di Barcellona)

Si finisce il libro e si rimane con la sgradevole sensazione che questa parabola caotica non raffiguri un futuro immaginario, ma sia solo un raffinato modo di dipingere la realtà di questo inizio di millennio alle nostre latitudini. Una realtà fatta di crisi di valori, di disastri ambientali, di violenza diffusa, di continenti amministrati dai finanzieri e di governanti che ignorano chi governano. E rimane un bocca un’amarezza che neanche dopo svariati bicchierini di assenzio.

Savid Castillo: Barcellona non esiste. Traduzione dal catalano di María Isabel Fernández García e Ivonne Lucilla Simonetta Grimaldi. CartaCanta editore, 2015. 128 pagione, 14 euro.

Uscito nel 2016 da ETS

Uscito nel 2016 da ETS

Ha un grande dono, Fabiano Corsini: quello di saper raccontare di molto bene la Storia attraverso le storie. Come ci aveva insegnato  con le sue Arselle – personaggi sparsi sul litorale pisano – le piccole individuali vicende di una famiglia o di un ristretto nucleo di paese possono narrare la Storia con la esse maiuscola.

In questo nuovo libro, Il secolo di Fernanda, ci si sposta sulla lungomonte e si fa un salto indietro nel tempo. Uliveto, le cave, i barrocciai, i navicellai, la tragedia delle morti sul lavoro, l’emigrazione, i miraggi del benessere all’inizio del Novecento. E poi i fascisti, la guerra, i tedeschi, il rifugiarsi nella buca sul monte per scappare ai bombardamenti degli americani; e infine loro, gli americani, negri che non s’erano mai visti prima; e poi la lenta faticosa ripresa del dopoguerra.

Fatti e storie raccontati in modo piano e lineare, senza apparenti scossoni. Piccole fotografie dall’album di famiglia che a tratti si animano cinematograficamente per trasmettere un sapere antico prima che vada perso.

Perché chi legge infatti si domanda: e che ne so io di quel che succedeva sulla lungomonte all’inizio del ‘900? Ma leggendo e risfogliando, il lettore impara un sacco di cose sul lavoro (o l’assenza di lavoro), sulle dinamiche familiari e comunitarie di un paese di campagna, sulla convivenza stretta con Arno (senza articolo, giacché – s’impara anche questo – a Uliveto l’Arno è semplicemente Arno), sui mangiari e sui modi di dire e di parlare.

Questo intento educativo del Corsini, mai esplicito, ma proprio intessuto nella trama narrativa, è l’elemento fondamentale del libro, quello che alla fine lascia il lettore con la sensazione di essersi affacciato su un mondo sconosciuto, per quanto non troppo lontano né geograficamente né storicamente, e di averne tratto tanta graditissima canoscenza, come si fregerebbe di dire dantianamente il Ricoveri.

Alcuni momenti della presentazione del 7 dicembre al Fortino

Alcuni momenti della presentazione del 7 dicembre al Fortino

Alcuni commentatori, sui giornali, ma anche nella bella serata di presentazione al Fortino del 7 dicembre, pongono l’accento sui tanti significati umani e sociali del trasferimento della famiglia di Fernanda da Uliveto a Marina di Pisa. Una manciata di chilometri che porta a un altro mondo. Sarà. Ma resta il fatto che poco dopo questo cambio di registro, paesaggistico, linguistico, culinario e lavorativo, la storia finisce – dopo la scena della burrasca di mare e la morte di Felice. Per lasciare spazio, dopo un brusco salto nel tempo, a un breve sublime epilogo su Fernanda che ha cent’anni. E che cosa è successo nel frattempo? Niente paura, per scoprirlo basta andare a riprendere Arselle, e la storia riprende lì.

Abène, abbandonarsi a questa lieve e intensa scrittura corsininana; abène lasciarsi trasportare nel tempo e nelle situazioni, accompagnati a braccetto fra le stanze della Storia. Come s’era già detto a proposito di Arselle: anche stavolta una storia che andava raccontata, e Fabiano l’ha raccontata proprio bene.

La presentazione del 7 dicembre 2016: parole, sapori, musica.

La presentazione del 7 dicembre 2016: parole, sapori, musica.

Per la cronaca 1: Fabiano Corsini, Il secolo di Fernanda, Edizioni ETS, 2016. 100 pagine, 10 Euro.

Per la cronaca 2: Il 7 dicembre al Circolo Il Fortino a Marina di Pisa, una presentazione del libro particolarmente gustosa. Non solo per le parole dell’autore, del Bigongiali e del Franceschini, e le belle letture di alcuni brani del libro. Non solo per la bella musica e le belle canzoni, non solo per il polpo, la tarantina e la paranza. Il sapore vero di questa serata – e delle vicende narrate dal Corsini – ce lo ha dato lei, la Fernanda, nella proiezione di due brevi ma emozionanti video-interviste in cui questa splendida signora – quando aveva novant’anni – racconta il suo passato. Si vede la Fernanda raccontare alcune delle storie del libro, della guerra, della buca sul monte; e si vedono nei suoi occhi guizzanti e vivissimi gli occhi di Fabiano, la sua instancabile curiosità di sapere e di raccontare. La Fernanda se ne è andata proprio quando il libro doveva essere presentato nella sua Uliveto. Ma grazie a questo bel libro di Fabiano anche chi non la ha conosciuta personalmente può continuare ad ascoltare la sua voce e le sue storie. Grazie davvero, Fabiano.

 

Pubblicato da: miclischi | 5 dicembre 2016

Il piccolo spazzacamino di Britten al Teatro Verdi di Pisa

Britten per le scuole

Britten per le scuole

Il piccolo spazzacamino, su libretto di Eric Crozier. Eccola qui, al teatro Verdi di Pisa, l’opera che Benjamin Britten ha scritto per i bambini e gli studenti.  Ma non solo per loro come ascoltatori. I ragazzi e le ragazze delle scuole sono invitati a partecipare alla performance, e uniscono le loro voci a quelle dei cantanti che si esibiscono sul palco.

Già fa una bella impressione entrare in platea e vedere che è quasi completamente occupata da ragazzi e ragazze vestiti di bianco. Dispiace quasi non essere ai piani superiori, da dove si sarebbe potuto avere un bello sguardo d’insieme su questa compagine di artisti fuori dalla norma.

Poi arrivano gli strumentisti dell’orchestra Arché (pochini: due violini una viola e un violoncello con l’attivissima percussionista sempre al lavoro) e i due pianisti che suoneranno a quattro mani. Si abbassano le luci, arriva il Direttore Eddi De Nadai, e subito compare una video proiezione. Ma non una di quelle squallidotte che ci era capitato di vedere negli anni scorsi in questo teatro. No: qui c’è stato durante tutta l’opera un uso intelligente, e soprattutto funzionale, del video al servizio della narrazione scenica. Di fatto la vicenda si svolge dentro alla proiezione video e i cantanti si trovano al di là dello schermo su cui sono proiettate le immagini. Proprio una bella soluzione, anche se in certi momenti l’azione scenica risultava leggermente in ombra.

Dal uno dei videi caricati sulla pagina FB del teatro.

Da uno dei videi caricati sulla pagina FB del teatro.

I cantanti sul palco, ben diretti dalla regista Sonia Dorigo, se la cavano benissimo in questo carosello di situazioni che si susseguono a raffica. Sia le due adulte che la piccola folla dei bimbi di casa, nonché il piccolo spazzacamino apprendista-schiavo Sam, interpretato da Gein Mara. Un plauso i particolare va ai perfidi spazzacamini Black Bob e Clem (il basso Marco Innamorati e il tenore Gianni Coletta).

E i bambini in sala? Disciplinatissimi, zitti zitti, ma attentissimi a quel che fa il direttore. Poco prima che tocchi a loro si irrigidiscono, drizzano la schiena, e al momento giusto attaccano.

Fa davvero piacere – macché piacere, è proprio emozionante! – sentire e vedere le quattro sezioni del coro-platea che si rincorrono nella scena notturna al suono dei loro Tu-whuuu! – Kaaaah! – Pruuuuh! Pruuuuh! –  Pink! Pink! (il gufi, aironi, colombi e fringuelli).

Un’opera breve e intensa, ben rappresentata e ben diretta (sia sulla scena che nella buca), un’inno alla musica e alla sua diffusione anche fra i più giovani. Uno spettacolo bello, coinvolgente, divertente, commovente, intenso; ma soprattutto condiviso. Bravi a tutti!

Viene da porsi un dubbio: chissà se questi giovanissimi cantanti rimarranno segnati da questa esperienza. Dopotutto non capita tutti i giorni di cantare in teatro insieme a dei professionisti. Sarebbe interessante andarli a ricercare, magari tra dieci o vent’anni, per scoprire che ne è stato del loro individuale percorso musicale, quali tracce ha lasciato questa occasione speciale. Si è esaurita lì? Oppure ha scatenato curiosità, voglia di scoprire e imparare, e magari anche di continuare a cantare o suonare? Di certo Benjamin Britten avrebbe auspicato che questo piccolo seme gettato fra gli Huuuu! e i Kaaaah! germinasse per far crescere la dimensione musicale in questi piccoli cantanti.

Dal uno dei videi caricati sulla pagina FB del teatro (questa era la diretta streaming delle prove)

Da uno dei videi caricati sulla pagina FB del Teatro (questa era la diretta streaming delle prove)

Per la cronaca 1: Una pagina di approfondimento su questa piccola grade opera di Britten si trova qui. Il libretto in italiano, invece, lo si può trovare qui.

Per la cronaca 2: Una curiosa coincidenza: il programma wikimusic di Radio 3, proprio questo 4 dicembre 2016, ha dedicato la puntata a Benjamin Britten raccontato da Alessandro Macchia. La trasmissione si è quasi esclusivametne concentrata sulla sua musica vocale. Il podcast si può ascoltare qui.

Per la cronaca 3: L’elenco numerosissimo di scuole, insegnanti e maestri di musica che hanno partecipato a questa splendida rappresentazione è proprio infinito. Ma lo si può trovare qui, insieme al cartellone completo dell’opera. Nel programma di sala c’era anche la lista completa dei piccoli cantori.

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