L'anomalie

Uscito nell’agosto del 2020, proprio come Summer di ali Smith.

Nell’agosto del 2020 sono usciti (fra molti altri) due libri destinati a lasciare il segno. Dell’Estate smithiana, ultimo atto della saga stagionale dell’autrice scozzese, si era parlato a suo tempo qui.  L’altro libro, pubblicato nello stesso mese in Francia, si è poi aggiudicato il prestigioso Premio Goncourt 2020. Si tratta di L’anomalie, di Hervé Le Tellier.

Due libri pubblicati nel bel mezzo della pandemia da Coronavirus. Se però Ali Smith fa della diffusione del virus un elemento portante della sua narrazione, Le Tellier vi fa formalmente solo un accenno, quasi en passant, o meglio lo fa fare al Presidente Macron durante un discorso alla Nazione del giugno 2021 (anche se l’anomalia del titolo e delle tante situazioni narrate nel libro non può non richiamare vividissimamente le tante anomalie che il virus ci impone).

Già, perché questo romanzo anomalo, che per certi versi potrebbe essere considerato di fantascienza (anche se l’autore nega decisamente questo approccio), pone il futuro non in chissà quale millennio e in chissà quale galassia, bensì nell’anno successivo alla sua pubblicazione, appunto nel 2021, in vari luoghi del nostro pianeta. Uno dei moltissimi paradossi che costellano questo libro fantastico (in molti sensi), molti dei quali hanno proprio a che fare con il concetto stesso di tempo.

Un caleidoscopio di personaggi, situazioni, tempi e luoghi, in questo appassionante romanzo davvero anomalo. E questa anomalia la si riscontra già dall’inizio, o meglio prima dell’inizio, giacché viene riportata in epigrafe una citazione dal romanzo – appunto – L’anomalia, il cui autore  (Victor Miesel) lo ritroviamo poi ben presto fra i personaggi del libro.  E’ l’autore di questa Anomalia nell’Anomalia il quale, alla fine del libro, ci informa di aver scritto un altro libro (mannaggia, il titolo Anomalia era già stato utilizzato, se no sarebbe stato proprio adatto) per raccontare proprio le vicende che abbiamo appena letto, vicende che coinvolgono tante ma tante persone, tra le quali l’autore (ma chi, l’autore-autore o l’autore-personaggio?) ha identificato undici personaggi principali (che guarda caso sono proprio i personaggi principali del libro che stiamo finendo di leggere).

Paradossi? Certo. Ma paradossi logico-speculativi oppure paradossi fisico-matematici nei quali entrano con un grande ruolo i parametri che regolano tutto ciò che conosciamo? L’uno e l’altro, tanto che la sovrapposizione di ciò che consideriamo reale e ciò che definiamo facilonamente virtuale ammanta tutta la narrazione.

L'anomalia

L’edizione italiana uscirà nel febbraio 2021 (La Nave di Teseo, traduzione di Anna D’Elia).

E’ affascinante, coinvolgente, appassionante, addentrarsi nelle vicende di questi personaggi che appaiono uno a uno nei primi capitoletti del libro. Poi, dopo un po’, come diceva Snoopy, l’intreccio si infittisce. E viene da dire: toh, ma questa persona non la si era già incontrata? E quindi bisogna andare a risfogliare il libro nei capitoli precedenti. E così ancora e ancora, specialmente con la trovata principale del romanzo (che qui non sarà svelata per non rovinare la sorpresa) che gioca proprio sulle diverse sfaccettature che lo stesso personaggio – la stessa persona – può manifestare, a seconda delle situazioni – o delle anomalie – nelle quali si è trovato coinvolto.

E ancora: ma il nostro modo di agire, le nostre scelte, le nostre attitudini, sono qualcosa che è totalmente governato dal fato, oppure possiamo in qualche modo prendere il timone delle nostre esistenze? E che che cos’è che ci può fornire gli strumenti per acquisire una qualche forma di governo di noi stessi? Forse è la conoscenza, o la consapevolezza, il sapere… Ma si è proprio certi che quel che percepiamo, che presumiamo di capire, sia davvero la realtà?

Insomma un grande libro che nel suo aggrovigliarsi in caleidoscopici meandri ci pone innumerevoli quesiti, e ci fa provare un intensissimo piacere di lettura con la sua qualità di scrittura. Prevalgono forse i temi tragici, tristi, angosciosi, che pure risultano sempre godibili perché non scivolano mai nella pesantezza. E poi ci sono, qua e là, dei lampi di leggerezza, di umorismo, specie nell’ironizzare sui teatrini della politica e dei vari servizi di intelligence che si trovano coinvolti nella gestione della “anomalia” raccontata dal libro. Per non parlare della facile ironia sui modi dell’ormai ex-presidente statunitense.

C’è un altro elemento che fa ripensare alle stagioni smithiane come a dei libri che in qualche modo hanno qualcosa in comune con questo di Le Tellier: entrambi gli autori – oltre a evidenziare le tante anomalie che ci circondano – ricorrono spesso a citazioni di autori del passato: narratori, poeti, filosofi, scienziati… Fra i tanti autori citati da Le Tellier, per esempio, Alfred Jarry con il suo Ubu, oppure Italo Calvino e il suo Se una notte d’inverno….

Insomma un libro, questo premiato nel 2020, che fa riassaporare dopo un po’ di tempo il piacere di leggere un Goncourt veramente grandioso. Per come è scritto, per quello che racconta, per i dubbi che insinua nel lettore, per l’urgenza che impone, di andare a rileggere qualche passaggio dei capitoli precedenti… Insomma una sorta di atlante dell’umanità, nel bene e nel male, con le sue benevole e malevole anomalie. Senza mezzi termini: un capolavoro.

Per la cronaca: E’ difficile raccontare un libro senza raccontarlo, senza rivelare le numerose sorprese che attendono il lettore. Anche nelle varie interviste rilasciate dall’autore spesso c’è questo elemento di disturbo (per lo più da parte degli intervistatori) che guastano la festa. Un’eccezione: in questo video l’autore presenta il proprio libro fornendo un sacco di elementi, stimoli, dettagli (la durata è di una decina di minuti) senza rivelare troppo. E’ proprio da vedere.

Raspsodia mediterranea

Uscito nel 2019

Un altro libro con storie di navigazione, di vela, di burrasche, di approdi in luoghi meravigliosi e suggestivi? Sì, forse. Ma solo in minima parte. Questo libro di Simone Perotti, dal titolo paramusicale Rapsodia mediterranea, parla poco di navigazione (almeno nel senso cui ci hanno abituato tanti resoconti “storici” di navigatori letti sulle pagine delle vecchie edizioni Mursia), ma parla moltissimo di altro.

La pregevole Nuova Enciclopedia della Musica Garzanti del 1983 riporta la seguente definizione per la parola RapsodiaComposizione poetica e musicale, recitata nell’antica Grecia da cantastorie girovaghi e consistente in un libero amalgama di parti di canti o di poemi eroici diversi, specie omerici. (La nuova edizione della Garzantina eccola qui).

Titolo appropriatissimo, quindi, quello di Perotti, che racconta il suo girovagare per il Mediterraneo – con un occhio di riguardo per la Grecia e i suoi arcipelaghi – con frequentissimi rimandi alla mitologia classica. Ma anche quel “libero amalgama” lo si ritrova fra le pagine di Perotti, giacché il libro appare come un grande mescolone di luoghi, contesti, persone, fatti, epoche, emozioni, ricordi, auspici… Una specie di onesta (e quindi in parte spaesata) esposizione del sentire dell’autore, del come la navigazione nelle acque mediterranee (cui egli annette d’ufficio anche il Mar Nero) siano per lui un continuo stimolo a porsi domande, a cercare risposte, ad assorbire tutte le suggestioni che gli propone la sua quotidianità di navigatore.

picasion.com_Elafonisos

Fra gli innumerevoli luoghi raccontati nel libro, un pensiero particolare è dedicato all’isola di Elafonisos (qui fotografata durante la crociera del Gioy nel 1981).

Andare in barca per divertimento? Manovrare, sbolinare, strambare, drizzare e calare le vele, ancorare, ormeggiare, fare lunghi bordi di notte o gioiosi bagni in una caletta solitaria. Tutte cose belle e divertenti, specie se vissute in buona compagnia. Ma per Perotti questo non è abbastanza. E’ come se per lui ogni incontro, ogni porto, ogni esperienza velica e umana implicassero un altissimo livello di consapevolezza. Ecco, forse è proprio questo il tema conduttore del libro: un invito a rapportarsi con la vela, con la navigazione, con la scoperta di coste, isole, approdi non solo per “godersela” superficialmente, ma anche per andare alla ricerca degli effetti che tali stimoli possono avere sull’intimo sentire di chi li vive. E’ per questo che Perotti, in vista di una navigazione verso il porto X o l’isoletta Y, non si accontenta di studiare le carte nautiche e i portolani. Vuole, deve, saperne di più. Sulla storia di quei luoghi, sui miti che li hanno ammantati nell’antichità, sugli dei e gli eroi che li hanno visitati, sulle vicende di chi li ha abitati, sui conflitti che hanno visto svolgersi sul loro territorio, sui giochi geopolitici di cui sono stati e continuano ad essere oggetto…

Simone Perotti

Simone Perotti in quarta di copertina del suo Rapsodia mediterranea

Dopo varie vicende di vita – veliche e non solo, Perotti decide di dar vita a un progetto organico e collettivo di esplorazione del Mediterraneo in tutti i suoi aspetti. Nasce così il Progetto Mediterranea. Un duealberi che va a esplorare tutti gli angoli del Mediterraneo con equipaggi che si alternano, con eventi culturali organizzati in alcuni dei porti di attracco, e con quattro obiettivi principali esplicitamente dichiarati: nautico, culturale, scientifico, sociale. E questa Rapsodia è una sorta di racconto degli anni di quella esperienza.

Multiforme, poliedrica, come si è detto, questa storia. Con cambiamenti di approccio e di stile. Da un inizio più formale e incentrato sulla necessità di incrementare la consapevolezza della mediterraneità, agli sconvolgimenti mediorientali, all’impossibilità di approdare in Egitto e in Libia, ai pensamenti e ripensamenti di alcuni dei promotori iniziali dell’iniziativa, all’anelito sognatore di vedere costituita un domani una Unione Mediterranea… Ci sono anche sbalzi di minuzia nella descrizione dei luoghi visitati, con l’ultima parte (quella in cui la barca si spinge fino a Lisbona per poi tornare verso Genova toccando il Marocco e la Tunisia) decisamente più frettolosa, forse ormai in vista della fine. Sul racconto dell’esperienza mediterranea prende progressivamente il sopravvento anche l’approccio personale dell’autore nei confronti delle situazioni geo-politiche, sulle posizioni dei leader tizio o caio, con sfoghi a tratti un po’ sguaiati su questo o quel contesto, questo o quel personaggio… Insomma, un modo come un altro per far capire al lettore che questa lunga esperienza non è stata tutta rose e fiori.

E’ un racconto nautico sui generis, questo di Perotti. Assomiglia di più a un racconto di vita. All’esposizione di un credo, di un’attitudine mentale, di un’esigenza personale che si tramuta in stile di vita, fatta di bisogni ed esigenze che spesso differiscono da quelli dei più, ai quali bisogna contrapporsi, i quali vanno convinti a cambiare qualcosa nelle proprie abitudini. Ma non per un approccio snob alla vita: proprio il contrario. Perché un viaggio verso la consapevolezza fa capire meglio quali siano le vere necessità, e quali i finti bisogni indotti dalle logiche del mercato, del consumismo, del menefreghismo opportunista. 

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Sì, c’è anche Hieronymus Bosch.

Cita Pier Paolo Pasolini, naturalmente, l’autore. E cita innumerevoli altri autori, storici, poeti, romanzieri, filosofi…

C’è una miniera di fonti di ispirazione lungo tutto il racconto. Fonti ad alcune delle quali viene anche tributato un umile omaggio alla fine del libro, nella apposita sezione dal titolo Come una bibliografia.

Ci sono, ci mancherebbe, Fernand Braudel e Predrag Matvejević  (ai quali dichiaratamente si ispirò anche Jean-Claude Izzo, anch’esso qui più volte citato). E tanti altri riferimenti datati o contemporanei, che vien voglia di andarli proprio ad esplorare.

Sorprende un po’, tuttavia, che non venga fatto nessun riferimento, neanche nelle sezioni in cui si parla di migrazioni, ad Alessandro Leogrande e alla sua Frontiera.

Per la cronaca 1: Volendo conferire a questa Rapsodia anche una connotazione enciclopedica, tali e tanti sono le citazioni, i riferimenti a luoghi, persone, autori, eccetera, che alla fine si sente un po’ la mancanza di un indice analitico…

Per la cronaca 2: Fra gli innumerevoli rimandi ad opere del passato contenuti in questo ricchissimo libro di Simone Perotti si trova anche quello a La nave dei folli di Sebastian Brant (e al dipinto dallo stesso titolo di Hieronymus Bosch). Quindi, secondo il noto principio del caleidoscopio e della lettura che rimanda ad altre letture, o visioni, magari anche ascolti, venne voglia di andarsi a risentire La nave dei folli di Ivan Della Mea.

Pubblicato da: miclischi | 3 gennaio 2021

Certo Doppel: una box-camera medio-doppio-formato

Prodotta negli anni ’30 del ‘900.

Una macchina fotografica che utilizza pellicola per medio formato (120) e che può scattare anche in diverse configurazioni di dimensione del fotogramma? Sì, se ne erano già viste.

Come per esempio la Agfa Isolette capace di scattare sia in formato 6×6 che in 4,5×6; ma bisogna decidere il formato prima di caricare la pellicola.

Oppure la Mamiya 67 RB, con la quale si scatta normalmente nel formato 6×7, ma con cui si possono realizzare anche fotogrammi in formato 4,5×6 (qui si tratta più semplicemente di sostituire il dorso porta-pellicola).

Certamente Certo!

La soluzione rivoluzionaria proposta dalla Certo Camera Werk di Dresda (negli anni ’30 del ‘900!) fu una box-camera nella quale si può passare dal formato 6×9 a quello 4,5×6 dopo aver caricato la pellicola.

Detto in altre parole, si possono realizzare scatti a “pieno formato” o a “mezzo formato” sulla stessa pellicola. All’interno della scatoletta, infatti, c’è una mascherina metallica azionabile con una semplice manopola sul lato esterno della macchina. A seconda di come si posiziona la mascherina, si riduce il formato dell’area della pellicola che viene impressionata dalla luce. Semplice, no?

Alla denominazione della Certo Box viene solitamente applicato l’appetivo doppel (doppio), proprio a significare questa sua particolarissima caratteristica.

Le due posizioni della mascherina e i conseguenti die formati: pieno e mezzo.

Tuttavia, l’indicazione “doppel” non è presente su tutti i modelli nel frontale, come per esempio quello utilizzato per queste prove (dove si trova, però, sul cinghiolo).

Per l’utilizzo del doppio formato bisogna tenere in considerazione tre fatti:

La rotella per settare il formato.

1) il posizionamento della mascherina per la riduzione del formato: se la mascherina è abbassata il formato è 6×9, se è addossata verso il piano pellicola allora si impressiona solo un fotogramma 4,5×6. Per cambiare posizione alla mascherina c’è una rotella sul lato destro della macchina.

In teoria ci sarebbero degli indicatori in una finestrina sulla rotella stessa; ma a causa della vetustà il posizionamento di tali indicatori non è certo (!), quindi è bene magari mettere due etichettine sui due lati della rotella per indicare il formato corretto.

2) l’avanzamento della pellicola: a meno che non si vogliano realizzare doppie esposizioni, prima di scattare bisogna trascinare la pellicola. Sul dorso ci sono tre finestrine rosse: quella centrale (più grande) si userebbe per il 6×9, quella in alto e quella in basso (più piccole) per il mezzo formato. Se si sceglie di scattare in 4,5×6, si porta il numerino sulla finestrina in basso, poi dopo lo scatto di trascina lo stesso numerino fino alla finestra in alto, e così via. Per il formato intero, invece, si utilizza solo la finestrina centrale. Fu usato il condizionale perché la disamina lunga, dettagliata e accuratissima fatta da Mike Eckman a proposito di questa macchina (qui) suggerisce di utilizzare effettivamente sempre le finestrine piccole, facendo avanzare due volte lo stesso numero per il mezzo formato, e portando numeri consecutivi sulla stessa finestrina per il formato intero. Il terzo rullo di prova fu scattato seguendo queste indicazioni con grande soddisfazione, senza sovrapposizioni e con spreco minimo di pellicola. Questo tipo di confondimenti e sovrapposizioni, invece, si verificò scattando il secondo rullo di prova senza troppe precauzioni:

Sovrapposizioni maldestre

3) il mirino. A dire il vero di mirini ce ne sono due, a seconda che si scelga di scattare una foto orizzontale (landscape) o verticale (portrait). Ebbene, la ganzata è che su ognuno dei due mirini ci sono delle righe incise sulla lente che delimitano il campo inquadrato se si usa il mezzo formato. Come si potrà facilmente intuire, se la macchina si trova in posizione orizzontale per scattare in formato pieno, l’inquadratura sarà verticale per il mezzo-formato, e viceversa.

Il selettore di distanza dal soggetto.

Ci siamo soffermati sulle tematiche relative all’utilizzo del doppio formato perché questa è forse la caratteristica principale di questa macchina-scatoletta. Le altre caratteristiche sono presto dette: tre modalità di otturazione: M (circa 1/30); B e T. Tre diaframmi selezionabili: 11, 16 e 22. Due possibilità di scelta per la messa a fuoco: da 2 a 5 metri e da 5 metri all’infinito.

L’obiettivo della box-camera qui presentata è un Ceronar 105 mm (il succitato Mike Eckmann specifica che questa era la lente “meno cara”, mentre la serie di più alta gamma montava un obiettivo Certomat).

Mosso con flashate di luce

Due problemucci relativi allo scatto: otturatore e pulsante. Prima di tutto bisogna fare attenzione al selezionatore dell’otturatore. Può succedere che maneggiando la macchina la levetta si sposti inavvertitamente dalla posizione M alla posizione B (in questo modo se ne andarono tutti gli scatti del primo rullo di prova, irrimediabilmente mossi oltre che sovraesposti). Quindi è bene ricontrollare spesso la posizione della levetta.

Malauguratamente, come succede spesso con le macchine fotografiche vecchiotte (dopo tutto questa ha quasi novant’anni…), l’otturatore, se pur la levetta è posizionata come si deve, non è che scatti sempre alla velocità nominale di 1/30. Né lo scatto e il “rientro” dell’otturatore in posizione di riposo è detto che si verifichino senza incidenti, tipo prolungamento dei tempi, flashate impreviste dopo lo scatto, etc. Alla fine delle prove, le foto in cui l’otturatore non ha dato problemi sono risultate essere proprio pochissime.

Tre fra i pochi scatti decenti ottenuti durante le prove

Poi c’è il pulsante di scatto, abbastanza duro. Visto il tempo di otturazione abbastanza lungo, bisogna fare attenzione che nello sforzo di premere il pulsante non si scuota tutta la macchina, con rischio di mosso.

Ma questa box camera antichissima, arrivata in casa dalla famiglia Nardi, andava provata, se non altro per testare questa possibilità di alternare il pieno formato e il mezzo formato.

Le prove furono svolte con pellicola Fomapan 100. Considerando il tempo di otturazione relativamente lungo e le giornate luminosissime alla fine del 2020, fu scelto di esporre la pellicola a 50 ASA (nonostante i diaframmi relativamente strinti). Per lo sviluppo è stato utilizzato l’ultra-versatile R09 (Rodinal) in soluzione 1/100.

In definitiva, la prova risultò alquanto deludente, soprattutto per quanto riguarda l’inaffidabilità dell’otturatore. Ma si sa, le cose non sempre vanno come si vorrebbe. E alla fine ci siamo divertiti. Speriamo in qualcosa di meglio in occasione delle prossime prove!

Al porto di Marina: un altro scatto quasi accettabile.

Pubblicato da: miclischi | 17 dicembre 2020

L’autobiografia di Janet Frame: impegnativa e appassionante

L’autobiografia in tre parti
di Janet Frame

Di Janet Frame si era scoperto quasi per caso il libro Living in the Maniototo (se ne era ragionato tempo addietro qui). Quindi venne voglia di saperne di più su questa scrittrice neozelandese. Niente di meglio che esplorare la sua autobiografia, pubblicata con il titolo An Angel at My Table.

Una autobiografia che Janet Frame decise di intraprendere dopo il suo ritorno in Nuova Zelanda dopo un periodo di sei anni trascorsi per la maggior parte in Inghilterra, con brevi puntate a Parigi e a Ibiza.

La ideò in tre parti, originariamente concepite come tre libri diversi e consecutivi: To the Is-Land, An Angel at My Table e infine The Envoy from Mirror City.

Inizia proprio dalla primissima infanzia, questo lungo racconto (oltre cinquecento pagine), con dettagli minuziosissimi sulla famiglia, sui compagni e le maestre delle varie scuole che frequentò da bambina (la famiglia cambiava spesso sede per seguire il lavoro del padre di Janet). Ma proprio minuziosissimi, questi dettagli, quasi a testimoniare come ogni singolo episodio della sua vita, pur apparentemente insignificante, è rimasto per sempre inciso nella sua memoria.

A questa cronaca minuto per minuto si intervallano, occasionalmente, delle riflessioni sulle pieghe della vita e sulla sfida dell’andare a ricercarle nella memoria per poterne scrivere.

From being a horizontal thread or path that one followed or traversed, time in that year suddenly became vertical, to be ascended like a ladder into the sky with each step or happening following quickly on the other. I was not eight yet.

Poi, oltre un centinaio di pagine dopo:

Where in my earlier years time had been horizontal, progressive, day after day, year after year, with memories being a true personal history known by dates and specific years, or vertical, with events stacked one upon the other, (…) the adolescent time now became a whirlpool, and so the memories do not arrange themselves to be observed and written about, they whirl, propelled by a force beneath, with different memories rising to the surface at different times and thus denying the existence of a ‘pure’ autobiography and confirming, for each moment, a separate story accumulating to a million stories, all different and with some memories forever staying beneath the surface.

L’edizione italiana (Neri Pozza)

Ci sono i lutti in famiglia; tragici lutti, giacché non si tratta di nonni o anziani parenti, bensì dei giovanissimi membri stessi della famiglia di Janet. Ci sono le difficoltà nell’arrivare alla fine del mese, i rapporti ora gioiosi ora difficili con il padre e la madre, con le case, i luoghi, i paesaggi.

Fin dall’infanzia Janet Frame scopre la fascinazione dei libri: della narrativa e della poesia. Inizia a scrivere fin da subito, e alcuni dei suoi primissimi sforzi creativi sono pubblicati sui giornali scolastici o sulle testate locali. Questa passione per la lettura e per la scrittura, con una attenzione particolare rivolta alla poesia, alla storia e alla vita dei poeti, ai versi da imparare a memoria, la accompagnerà per tutta la vita. Al tempo stesso un rifugio ma anche una debolezza che la fa apparire strana, inusuale, diversa dagli altri.

All’anno 1945 sono dedicati quattro brevi capitoli della prima parte dell’autobiografia. Finisce quella guerra “dall’altra parte del mondo”, una guerra che è costata tuttavia alla Nuova Zelanda i suoi caduti: i soldati che non sono più tornati dall’Europa. In quell’anno Janet Frame compie ventun anni si addentra nell’universo dell’insegnamento. Ma ben presto crolla di fronte alla difficoltà causate dal doversi confrontare con gli altri, con chi ha un approccio diverso, con chi ha una visione diversa della realtà. E’ l’anno dei primi ricoveri in ospedale, trattata e considerata a tutti gli effetti come una matta. Una diagnosi di schizofrenia che, anni dopo a Londra, verrà totalmente smentita da esami più accurati e, soprattutto, da medici che si prendono la cura di ascoltarla.

Quel lungo tempo passato negli ospedali psichiatrici in patria lasceranno il segno per sempre. Molto più delle sue presunte anomalie. Quando decide di intraprendere un viaggio verso l’Europa, poco prima di partire si sofferma su questa amara riflessione:

… it was best for me to escape from a country where, since my student days, a difference which was only myself, and even my ambition to write, had been looked on as evidence of abnormality.

Il film realizzato da Jane Campion, conterranea di Janet Frame

Una lettura molto appagante, a tratti impegnativa, ma sempre stimolante. Una riflessione sulla propria vita, sulle persone che la hanno costellata, sui libri e sugli autori che sempre la hanno accompagnata (la narrazione è infiorettata di numerosissimi incisi con citazioni, soprattutto di poesia). Ma anche un continuo interrogarsi su che cosa sia, o debba essere, la scrittura.

‘Putting it all down as it happens’ is not fiction; there must be the journey by oneself, the changing of the light focused upon the material, the willingness of the author herself to live within that light, that city of reflections governed by different laws, materials, currency.

Per la cronaca 1: Il libro è stato pubblicato in Italia (Un angelo alla mia tavola) da Neri Pozza, nella traduzione di Lidia Conetti Zazo.

Per la cronaca 2: L’edizione Virago del 2008 è preceduta da una introduzione molto succosa, passionale, appassionante, di Jane Campion, regista neozelandese che realizzerà nel 1990 una miniserie (poi traslata in un film pluripremiato) tratto dalle autobiografie di Janet Frame. Il titolo: An angel at My Table.

Pubblicato da: miclischi | 14 dicembre 2020

Il progetto narrativo-epistolare APRI: attendere l’inatteso

Una montagna di lettere in arrivo: una al mese

E’ partito finalmente il progetto APRI; ideato da Lorenzo Ghetti e realizzato da un agguerrito ed efficiente gruppo di lavoro.

E’ arrivata finalmente nella buchetta delle lettere la prima busta tanto attesa. Ma il contenuto della busta, variegato e sorprendente, quello, davvero non ce lo si poteva aspettare.

Un’idea progettuale che combina efficacemente tanti elementi diversi: la narrativa epistolare, la grafica, la lettura su supporto cartaceo… Insomma, in buona sostanza chi aderisce al progetto abbonandosi (qui) riceve ogni mese una busta.

Cuore del contenuto della busta è un racconto sotto forma di lettera. O meglio, a essere precisi, una lettera che costituisce di per sé un racconto.

… abbiamo scovato lettere d’amore, di vendetta e d’avventura, messaggi provenienti da passati lontani, da futuri impensabili, mondi inesistenti. E sempre più ci siamo convinti che le parole di questi scrittori perduti non possono andare distrutte: sentiamo il dovere di divulgare tali opere invisibili…

Ecco l’intento del progetto APRI, spiegato nella prima sorpresa (un testo la cui confezione non sarà qui svelata): far arrivare agli abbonati, ogni mese, una lettera che era stata originariamente indirizzata a qualcun altro, ma che possiede un suo potere narrativo intrinseco, universale, da condividere e diffondere.

Secondo oggetto trovato nella busta: una cartolina che – sul retro – presenta brevemente l’autrice della lettera-racconto di questo mese: Giulia Caminito.

Giulia Caminito, autrice del primo racconto
(dal sito della casa editrice La Nuova Frontiera)

Poi c’è lei, la busta vera e propria, con tanto di destinatario e mittente, francobollo (creato per l’occasione) e timbro. Ma, come si poteva sospettare palpeggiandola prima di aprirla, dentro non c’è solo la lettera: ci sono anche altri oggetti (che qui saranno taciuti per non rovinare la sorpresa). Come forse è successo a molti in passato, il contenuto di ciò che è scritto sui fogli di carta può essere corredato di “allegati” fra i più diversi, a patto che siano sufficientemente piatti da entrare nella busta. Un supplemento, o meglio un complemento alla narrazione.

Eccola, la lettera vera e propria, avviluppata nella piacevole sensazione di sorpresa causata da tutti quei variegati ritrovamenti. Quattro facciate scritte a mano, ben leggibili. Un racconto che mescola passato e futuro, infanzia e età adulta, luoghi, persone, sentimenti… Una lettera-racconto dalle tante sfaccettature, piacevolissima da leggere, con piccoli e grandi scossoni provocati dai diversi contesti narrati.

Dopo tante sorprese, la sorpresa si ripresenta anche nella lettura. Davvero un bel risultato; già non si vede l’ora di ricevere la prossima busta. E’ bello aspettare qualcosa e, al tempo stesso, non sapere cosa aspettarsi…

Lorenzo Ghetti presenta “Dove non sei tu” da Feltrinelli a Pisa nel giugno del 2019

Per la cronaca: questi giovani che hanno dato vita al progetto APRI sono tutti proprio giovani ed altissimamente digitalizzati (Lorenzo Ghetti, in particolare, ha creato il pluri-premiato To be continued, una storia a fumetti, sì, ma da leggere ed esplorare su Internet).

Eppure, hanno scelto di ritornare a un mezzo di comunicazione antico: la lettera che viene recapitata nella buchetta delle lettere. Anche il gesto stesso di leggere un racconto non già sulle pagine di un libro, ma sui fogli sgualciti e piegati di una lettera, fa fare davvero un tuffo nel passato; fa tornare ai tempi (prima delle chat, dei telefonini, delle email e anche dei fax) quando si spedivano e si ricevevano lettere e cartoline.

Una scelta davvero originale: questi giovani che tornano all’antico e dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che la creatività non è schiava dei tempi e delle epoche, men che meno dei device. Bravi davvero!

Pubblicato da: miclischi | 1 dicembre 2020

La moglie del fotografo: avvincente ma non del tutto convincente

Uscito nel 2014

Un po’ il titolo, un po’ il risvolto di copertina… Alla fine venne voglia di leggere questo libro, per trovare – auspicabilmente – un altro bel connubio fra lettura e fotografia.

Questo libro di Nick Alexander mette la fotografia (o meglio il fotografo) già nel titolo: The photographer’s wife. Eppure, come si vedrà, l’immagine fotografica non ha un ruolo preminente come forse ci si aspettava.

Tre generazioni, tre donne le cui vite, per diversi motivi, sono dominate dal risentimento, dalla frustrazione, dal rancore. Ne risultano tre personaggi da carattere brusco e scostante. A buon diritto, verrebbe da dire. Minnie, Barbara, Sophie. Tre donne che hanno subito violenze e ingiustizie – dal fato e dalle persone che hanno avuto intorno – ma che, nonostante tutto, continuano a testa bassa le proprie vite fatte di scelte drastiche e, in certi casi, tragiche. Viene da pensare, vista la ricorrenza di questi giorni di fine-novembre, che la lettura di questo libro potrebbe essere promossa per ribadire i temi della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Ecco il tema portante del romanzo, molto più della fotografia: i rapporti familiari e non solo, il fare i conti col proprio passato, la stressante analisi comparativa fra le proprie aspettative e quel che la vita ha riservato…

Si comincia nel 1940, a Londra sotto le bombe tedesche. Minnie è sola con le due figlie, Glenda e Barbara: il marito è via e chissà se e quando mai tornerà (infatti, anche dopo la guerra, sceglierà di non tornare). Deve arrangiarsi, Minnie, fra il lavoro precario, le corse ai rifugi antiaerei, le case distrutte nel quartiere, le esistenze distrutte.

Il secondo capitolo ci fa fare un salto di due generazioni. Siamo sempre a Londra, ma nel 2011. Arriva subito, incidentalmente, la fotografia, giacché Sophie si trova a una mostra fotografica (di Nobuyoshi Araki).

Poi si ritorna nel 1941… Questa alternanza fra il passato e il presente accompagna tutto il libro, e combina sapientemente gli antefatti con i fatti, le supposizioni con le rivelazioni. Un passato che dal 1940 arriva al 1983 e un presente che si dipana dal 2011 al 2013 (in entrambi i casi, non linearmente ma con salti di tempo e di luogo – siamo sempre nel Regno Unito ma ci si sposta da Londra, al Galles, al Sussex).

La macchina prediletta da Tony:
la Rolleiflex

Il fotografo del titolo è Tony. Sarà proprio grazie alla fotografia (cerca di fare due soldi scattando foto ai turisti sulle spiagge di Eastbourne) che incontrerà Barbara, la figlia di Minnie, con la quale si sposerà.

La fotografia entrerà a poco a poco nella quotidianità di questa famiglia difficile, nata in circostanze difficili, sempre accompagnata da rinunce e disillusioni. Una famiglia difficile in cui (come era successo a Minnie) il marito, il fotografo, è sempre più spesso assente. E Barbara si ritrova da sola con Jonathan e Sophie. Non ci sono più le bombe e rifugi antiaerei, ma le angosce anche qui non mancano.

Tony poco a poco si fa un certo nome nel fotogiornalismo, vince premi, diventa famoso. Per questo – nella parte “presente” del romanzo – sua figlia Sophie – fotografa lei stessa – comincia ad accarezzare l’idea di organizzare una retrospettiva su suo padre: un fotografo che fu grande ma di cui oggi pochi si ricordano.

La parte centrale della narrazione (nel presente) ruota intorno al difficile tema del rapporto con il passato. Sophie deve convincere la madre Barbara che l’idea della retrospettiva è una buona idea. Deve convincerla perché è proprio lei, la madre, che ha le stampe e i negativi di Tony. E la rabbia, il rancore, il distacco che Barbara esprime nei confronti delle foto tanto desiderate da Sophie lasciano presagire che ci sarà ancora tanto da rivelare su quel che vissero in passato il fotografo e sua moglie.

“I’m sorry,” Sophie says, finally wrestling her voice under control and actually managing to sound sorry. “I just want to understand. Surely losing him should have made you want to keep his photos all the more?”

“Should? How dare you tell me how I should have felt when my husband just died.”

L’edizione italiana

Continua a dipanarsi, la storia. Fa passato e presente sempre in alternanza e quasi in complementare contrapposizione. La retrospettiva alla fine si farà, anche con il coinvolgimento di Brett, un giornalista col quale Sophie sta vivendo una storia controversa. C’è l’inaugurazione della mostra, ci sono i vecchi, decrepiti amici di Tony, la di lui amica d’infanzia, Diane, la madre e il fratello di Sophie… E questa occasione si presta a ulteriori scioccanti rivelazioni su Tony, le sue fotografie, la sua vita.

Gli ultimi due capitoli chiudono magistralmente una storia decisamente avvincente. Vengono avvicinati fino quasi a toccarsi i fatti del 1969 e la rivelazione dei fatti nel 2013. Una chiusa davvero ben costruita. Tuttavia, a dire il vero, la scrittura di Nick Alexander non ha pienamente convinto. Un po’ ammiccante, con abuso di sottolineature in corsivo, eccesso di virgolettature… Alla fine della fiera: struttura narrativa e densità della storia: sì. Scrittura in quanto tale… insomma.

Da rileggere

Per la cronaca 1: Il libro è stato pubblicato in italiano (La moglie del fotografo) da Amazon Crossing, nella traduzione di Silvia Romano.

Per la cronaca 2: Leggendo questo libro è venuta voglia di andare a riesumarne e magari sfogliarne un altro, scovato quasi per caso anni fa. Si tratta dell’antologia Gli scrittori e la fotografia a cura di Diego Mormorio e con una straordinaria prefazione di Leonardo Sciascia. Un excursus sulla presenza della fotografia nella letteratura di tutto il mondo e di tutte le epoche. Il libro fu pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1988. Naturalmente oggi lo si può trovare solo sul mercato internettistico dell’usato. Ecco un brano dalla prefazione di Sciascia:

Ma, approssimativamente: nulla è più vicino all’abolizione del tempo, tra le rappresentazioni che l’uomo sa dare della propria vita, della fotografia; ma al tempo stesso, nulla ne è più lontano. E’ come la palla di gomma che tocca il muro ma ne rimbalza lontano, magari a sperdersi.

Per la cronaca: Nel corso della sua carriera, Tony fu scelto dalla Pentax per testare e propagandare il primo modello di reflex 35 mm autofocus, la Pentax ME F. Un’esperienza alquanto fallimentare, a dire il vero… Del resto, lui era abituato alla Rolleiflex.

Pubblicato da: miclischi | 29 novembre 2020

La triste fine di uno scivolo pensato male

Il vecchio scivolo inglobato nella spiaggia di ghiaia

Marina di Pisa: fin dagli anni ’80 i marinesi hanno potuto usufruire gioiosamente di uno scivolo di alaggio per gommoni, barchine e barchette carrellate, installato all’estremità sud del piazzale antistante Piazza delle Baleari.

Poi vennero le spiagge di ghiaia, la conseguente chiusura del vecchio scivolo e la meritoria decisione di realizzarne un altro, all’estremità nord dello stesso piazzale.

Un’altra immagine del vecchio scivolo nella ghiaia

Già durante i nuovi lavori gli omìni che osservavano le attività del cantiere con le mani dietro la schiena borbottavano e scapeggiavano. Abbondavano i Mah… carichi di scetticismo.

Poco dopo l’installazione del nuovo scivolo, in occasione della prima libecciata, ecco il perché di tanto scetticismo: Via Maiorca allagata, la Protezione Civile che viene a installare sacchi di sabbia per proteggere le case del lungomare… Insomma: un disastro. Il posizionamento dello scivolo che guarda proprio verso la lontana diga antistante, la mancanza di chiusure… insomma tutte queste discutibili scelte progettuali risultavano – in caso di libeccio forte – nell’allagamento del paese, delle sue vie e delle sue case. Il che, come qualcuno ha osservato, non era mai successo con il vecchio scivolo.

Il nuovo scivolo alle prese con una libecciata nel 2005
Il nuovo (ormai ex-) scivolo

Disastro al quale si cercò di rimediare dapprima con blocchi di cemento, poi con gli spartitraffico, sempre di cemento, disposti sia in senso trasversale che longitudinale, infine con una barriera di metallo apparentemente facile da installare e rimettere.

Macché: dal luglio del 2018 la barriera non è mai più stata tolta. Anche se con canotti, SUP, altri scafi gonfiabili e leggeri si riusciva a utilizzare lo scivolo scavalcando la barriera.

Era comodo anche per i SUP

Finché, in questo novembre 2020, hanno preso avvio (e rapidamente si sono conclusi) nuovi lavori sullo scivolo: per smantellarlo, demolirlo, eliminarlo del tutto.

E rieccoci alla situazione ex-ante: l’angolino del piazzale con la sua barriera di scogli, quell’angolino dove abitualmente si ferma qualche omìno a pisciare; ma dello scivolo non c’è più traccia. Né sul piazzale né in nessun altro punto di accesso all’acqua sul lungomare di Marina.

Un paese di mare senza scivolo. Senza la possibilità di praticare quella nautica minima tanto cara a Mauro Mancini che riteneva che la cultura nautica la si facesse di più e meglio con gli scivoli di alaggio che con i superporticcioli privati… I pescatori subacquei non hanno più un posto a Marina per mettere in acqua il gommone carrellato. I canoisti, i suppisti, i kayakisti… dovranno trovare qualche altro modo di mettere in mare le loro micro-imbarcazioni. Chi magari si era comprato un carrellino per poter fare un giretto in barca di quando in quando, rimarrà (come ormai da tempo, purtroppo) con la barchina in garage.

Si favoleggia di un’area pubblica di alaggio a boccadarno, davanti al parcheggio dei camper. Certo che calarsi in acqua sull’Arno non sarà di certo la stessa cosa che farlo in mare.

Pazienza. Peccato però…

Pubblicato da: miclischi | 17 novembre 2020

Comet NK 135: una Bencini così-così

Si nota la mancanza del frontalino dell’obiettivo

Al mercatino di Marina di Pisa, un’altra macchina per la collezione delle Bencini. Stavolta non una 120 o 127, ma la Comet NK 135. Salta subito all’occhio che dall’obiettivo si è staccato il cerchietto che nasconde le tre viti per lo smontaggio.

Da vari siti visitati per saperne di più su questa machina si apprende che le scritte sul frontale dell’obiettivo erano: COLOR BLUESTAR; F. 50 mm; 1:2,8.

Due prove pratiche alla bancarella verificarono l’apparente funzionamento dell’otturatore e del trascinamento, oltre alla mobilità delle tre ghiere di tempi, diaframmi e distanza. Quindi fu deciso l’acquisto.

Come ben illustrato nella scheda tecnica pubblicata su questo sito, la Comet NK 135 fu prodotta dal 1972 al 1985 e si presentava come una macchinetta economica e tutto sommato modesta. Ma andava pur provata!

La ghiera dei tempi

Alcune particolarità: la ghiera dei tempi (da 1/30 a 1/250 + B) si trova di fianco all’obiettivo, e bisogna prendere la mano al corretto posizionamento del tempo prescelto. Dalla parte opposta della ghiera dei tempi, sempre a fianco dell’obiettivo, si trova il pulsante di scatto. Non quindi sulla parte superiore della macchina, ma proprio sulla parte frontale, a destra. Il che, più di una volta, ha portato a scatti accidentali (come già era successo con la Lomo Instant Square).

Sotto al pulsante di scatto si trova la filettatura per il flessibile, mentre il contatto per il flash (X o M) si trova sotto all’obiettivo, spostato sul lato sinistro. Il contapose si azzera automaticamente quando si apre il dorso e il numero di foto scattate è visibile attraverso una piccola finestrella posta sotto alla manovella per il riavvolgimento, dal lato del dorso.

L’ergonomia di questa macchinetta non è il massimo, a cominciare dal posizionamento del pulsante di scatto; inoltre, il fatto che la macchina non sia dotata di ganci per il lacciolo (per portarla a tracolla bisogna usare una custodia dura e ingombrante) rende ancor più difficoltoso maneggiarla.

Le indicazioni di diaframmi e distanze sono ben visibili sulle sue ghiere alla base dell’obiettivo, anche se quella dei diaframmi tende a ruotare liberamente, quindi è bene ricontrollare prima di ogni scatto.

Il primissimo scatto dal rullo di prova

Cioddetto, come andò la prova vera e propria, cioè il rullino scattato per vedere come funziona questa macchinetta?

Fu deciso di caricare un rullo di Fomapan 200 per le prime prove, anche in ragione della nota latitudine di posa di questa pellicola.

Dopo lo sviluppo in ID stock, quasi tutti gli scatti risultarono alquanto sovraesposti.

Forse che le lamelle dell’otturatore (centrale) fossero un po’ affaticate, causando un allungamento dei tempi? Forse.

Inoltre c’è un alone di velatura un po’ troppo vintage (provocato da una lieve opacizzazione visibile sulla lente). Alcune foto sono poco recuperabili, altre invece sono quasi decenti.

Comunque, una prova andava fatta, ed è stata fatta. Non una delle milgiori Bencini testate, ma forse non è semplice attribuire i difetti alla vetustà (e cattivo stato di conservazione) o alle proprietà intrinseche di questo apparecchio.

Primo giorno della Regione Rossa: il lungomare di Marina di Pisa.

Un altro scatto di prova

Per la cronaca 1: La scheda tecnica di questa macchina fotografica, con una panoramica di tutte le varianti prodotte dalla Bencini si trova su questo sito.

Per la cronaca 2: Il libretto di istruzioni per l’uso di questa Bencini NK 135 si trova qui.

Per la cronaca 3: Ecco le prove condotte sulle altre machine fotografiche Bencini di cui si è ragionato in passato su queste pagine:

Comet III (127);

Gabri (127);

Koroll 35 (135);

Koroll II (120);

Cometa (127).

Sempre dal rullo di prova: giglio di mare in giardino.
Pubblicato da: miclischi | 9 novembre 2020

Le sirene di Maria Corti: è proprio un canto che incanta

Pregevole edizione nei tascabili Bompiani (2018)

Fra gli innumerevoli personaggi che popolano le storie fantastiche della mitologia classica, le sirene occupano forse un posto particolare. Un po’ perché vengono subito in mente Ulisse e i tappi di cera per le orecchie dei suoi marinai; un po’ perché si confondono nella memoria queste figure ora donna-uccello, ora donna-pesce; un po’ perché, insomma, non hanno ruolo così ben preciso e definito come tanti altri attori di quei contesti mitologici.

Meno male ci pensa Maria Corti a illuminare un po’ queste figure fantastiche, nel suo libro davvero favoloso dal titolo Il canto delle sirene.

Si comincia con un primo capitolo nel quale in una mistura fantastica di narrazione, citazione, rievocazione e ricostruzione, l’autrice presenta la storia, o meglio le storie che dettero origine alle sirene e alle loro imprese. Dicesi che tutto ebbe origine dal ratto di Proserpina da parte del dio dell’Ade. La figlia di Cerere era in compagnia delle sue amiche che non seppero impedire il ratto; per questo vennero trasformate per volontà divina in esseri stravaganti: metà-donna e metà-uccello. Questo accadde, secondo la narrazione del mito, nelle campagne di Enna. E la loro prima esperienza di volo fu proprio alla ricerca dell’amica rapita. Ben presto si accorsero di aver ricevuto, oltre alle ali, a che un altro dono: memoria illimitata del passato mescolata al potere profetico.

A un certo punto delle vicenda sirenica, per cause imprecisate, queste strane figure andarono a stabilirsi in un’isola rocciosa del Tirreno, e lì iniziò la loro attività di irretimento dei navigatori con le loro arti musicali e canore, per portare le navi e i loro equipaggi al naufragio.

E qui l’autrice presenta in sequenza, come parte stessa del racconto, una serie di riferimenti a testi di autori dell’antichità che narrano, a vario titolo e con diversi approcci, episodi che videro in azione le sirene proprio nella loro funzione naufragogena.

La cosa potrà sembrare strana, ma la storia ci suggerisce che, pur distando spazialmente tra loro moltissimo, sirene e naviganti si desideravano reciprocamente, le une giovani e volte all’avvenire come un sempreverde, gli altri effimeri, le cui ossa bianche si sarebbero viste disseminate nel fondo del mare. Altrimenti, chi potrebbe pretendere di dedurre un senso dalla storia delle sirene?

Fra le storie dei tragici incontri dei naviganti con le sirene spiccano le vicende forse più famose, anche perché rappresentarono una sconfitta dei poteri delle creature fantastiche. Quando cercarono di far naufragare la nave Argo con Giasone e tutto il suo equipaggio, dovettero fare i conti con l’arte musicale di Orfeo il quale, con la sua cetra, produsse una musica il cui incanto prevalse su quello delle sirene e salvò la nave e i naviganti. Andò male alle sirene anche il tentativo di far naufragare Ulisse con i suoi uomini. E qui forse la beffa fu ancora più atroce, dato che Ulisse fece in modo di poter essere stregato e affascinato dal canto delle sirene senza pagarne le conseguenze. Almeno apparentemente…

John William Waterhouse,
Sirena (1900; olio su tela,
81 x 53 cm;
Londra, Royal Academy
of Fine Arts)

Passano gli anni e i secoli, le sirene si trasformano, i tempi cambiano, le popolazioni cambiano. E se da donne-uccello si trasformano progressivamente in donne-pesce e poi ancora in donne-donne, la loro natura di tragiche ammaliatrici permane, e si adatta e si contestualizza nei tempi e nei luoghi in cui il fato le porterà, per l’eternità.

Si incesellano nel racconto, qua e là, dei dialoghi serrati fra le tre sirene (la cantatrice, la flautista e la suonatrice di lira). E in queste conversazioni paiono davvero essere rimaste quelle tre giovinette siciliane ai tempi di Proserpina, che continuano a ciaccolare su questo e su quello, temi lievi e pesanti, anche se nel frattempo sono passati secoli e millenni, e il mondo, davvero, è cambiato e continua a cambiare.

I capitoli successivi, racconti densi ed efficaci, presentano brevi sprazzi narrativi in diverse epoche e diversi contesti. Il filo conduttore, naturalmente, è la presenza delle sirene, del loro incanto, della forza che attrae e distrae il pensiero degli umani e li incuriosisce, li porta ad esplorare nuove sensazioni, nuove esperienze.

E quindi si succedono questi bei racconti, dapprima a Otranto alla fine del XV secolo (toh, proprio in quella città si svolgeva la terribile storia del martirio degli 800 otrantini nel libro di Maria Corti dal titolo L’ora di tutti, di qui si ragionava tempi addietro qui), nelle vicende di un artista appassionato di mare e una giovinetta con cui condivide sentimenti e dubbi. Poi, dopo un interludio fatto da un dialogo fitto fitto fra le sirene, ecco un altro racconto, stavolta in tempi più moderni in un fiordo della Scandinavia attanagliato dai ghiacci. Non un navigatore va irretire la sirena solitaria, ma un modesto pescatore del modesto paesello. Lo irretisce facendogli intravedere una vita oltre la sua vita di villaggio, traviandolo e illudendolo con tutta la sua arte sirenica. E si piomba poi in epoca contemporanea, in ambiente accademico, dove il confronto e lo scontro delle idee genera dubbi e incertezze: un terreno fertile per l’azione delle sirene. Stavolta non siamo in mare ma fra le montagne alpine, dove la professoressa va a rifugiarsi per lasciare il caos dell’ateneo e della grande città e per trovare un po’ di conforto alle sue tante incertezze, un conforto che le permetta di esprimere la propria creatività.

E come tutti coloro che ne sono in preda, lei apre decisamente le porte alla fantasia: e ben si sa che la radice della fantasia è un bersaglio che non si colpisce facilmente: può portare al naufragio o a una meta straordinaria, avendo in un caso come nell’altro pochi agganci col mondo esterno.

La sirena della CMAS

Questa serie di racconti, di considerazioni, di traslazioni oniriche e fantastiche, alla fine ruotano attorno al tema del naufragio (che può essere invece una meta straordinaria, come si è visto). Che cosa fa la differenza fra l’essere sedotti dalla curiosità che porta a scoprire nuovi saperi e l’essere rovinati da una seduzione gretta o inconsapevole?

L’ultimo breve capitolo è una nuova riflessione corale sotto forma di dialogo fra le tre sirene che ci hanno accompagnato per tutto il libro. Una riflessione sui tempi che cambiano, sulle abitudini che cambiano, sull’umanità che cambia. Una riflessione amara, senza perdere di vista la missione che tanto tempo fa fu affidata proprio alle sirene. Dice la flautista:

E così eccoci costrette sulla scia degli uomini a prendere nuove abitudini, a usare nuove seduzioni. Non voliamo più, non nuotiamo più, assomigliamo a demoni invisibili che si muovono dentro e fuori dell’involucro umano.

E fra le variegate considerazioni delle sirene sui nostri tempi, pare prevalere una sorta di denuncia del degrado ambientale causato dagli uomini (C’è una grande quantità di intelligenza che gli uomini sprecano in operazioni dannose). C’è il rimpianto per i tempi antichi, quando stavano sulla loro isoletta a godersi le acque limpide e il passaggio dei pesci. Ci sono le riflessioni sul destino, sul modo in cui le scelte degli umani possono interferire sul volere degli dei e sulle determinazioni del fato , e su come gli uomini credono di poter fare il mondo più perfetto di come lo fecero gli dei.

Si chiama Il balletto dell’insignificanza, l’ultimo capitolo. E si riferisce al degrado del pensiero, alla perdita di spessore della consapevolezza delle scelte, insomma un amarissimo pensiero su questi tempi in cui la cultura dei tweet compete e forse vince sulla cultura di chi parla e scrive dopo aver pensato, a ragion veduta.

Già, ma tutti quei pesci morti? Tutte quelle acque sporche e inquinate? rfiletté la flautista.

E’ l’odierno naufragio, cara, sorrise gelida la cantatrice. I poveri uomini sono solo novizi e non possiamo stupirci se tra loro ci sono tanti esseri insignificanti che cadono nelle trappole più ovvie.

Oh, ecco il nocciolo delle questione: la insignificanza dei più. Vogliamo danzare in cerchio la danza dell’insignificanza?

Un libro straordinario, la conferma della grande qualità di un’autrice scoperta non tanto tempo fa, e della quale certamente c’è ancora tanto da esplorare.

Viene voglia di leggere anche
questo libro, che si presenta, almeno
nel titolo, quasi come un contraltare
– mutatis mutandis – al libro
di Maria Corti.

Per la cronaca 1: Il libro è corredato di una bella succosa introduzione di Cesare Segre, il quale si sofferma soprattutto sull’analisi strutturale, ma non solo. Un testo molto appagante (naturalmente da leggersi dopo essersi goduti il libro).

Per la cronaca 2: Una delle caratteristiche della prosa scoppiettante di Maria Corti è quella di confondere ad arte i contesti, i tempi, l’uso delle parole. Nel primo capitolo, mentre ci si sta addentrando nelle antiche imprese delle sirene, arriva una frase apparentemente incongrua a scuotere il lettore, a creare questa (voluta) confusione e coesistenza di tempi antichi e contemporanei: Mentre le sirene così predisponevano i tetri eventi, gli uomini, poveretti, sempre ai ferri corti col Fato, soccombevano al suo duro trattamento e venivano cancellati dalla vita come una donna di servizio è rimpiazzata con un’altra.

Per la cronaca 3: Un’altra incongruenza (voluta?), forse ancora più interessante, la si trova sempre nel primo capitolo. Qui siamo proprio agli albori della vicenda, quando le fanciulle sono state appena trasformate in donne-uccello. A differenza di quand’erano ragazze, si trovarono uno sguardo acutissimo e libero di spaziare verso le vallate brune di lava e verdi di eucaliptus, che partivano dalle balze dell’Etna e scendevano al mare. Piante di eucaliptus alle pendici dell’Etna? Ai tempi remotissimi del ratto di Proserpina? A dire il vero, le piante del genere Eucalyptus, originarie dell’Australia, furono introdotte in Italia a partire dal XVIII secolo. Forse un altro intenzionale sovvertimento dei tempi e delle epoche?

Per la cronaca 4: Tra le innumerevoli trasposizioni artistiche del mito delle sirene – nei vasi antichi, nelle pitture moderne e contemporanee – ci sono anche i film. Qui sotto la scena di Ulisse (Kirk Douglas) alle prese con le sirene nel film di Mario Camerini.

Pubblicato da: miclischi | 26 ottobre 2020

Pierre Lemaitre torna in guerra: un altro grande libro.

Uscito nel 2020

Si era detto tempo addietro del romanzo di Pierre Lemaitre che gli valse il Premio Goncourt nel 2013: Au revoir là-haut. A quei tempi si parlava degli sgoccioli della prima guerra mondiale.

Qui invece, nel romanzo Miroir de nos peines uscito quest’anno da Albin Michel, siamo nel 1940, quando le difese della Francia contro l’avanzata dei tedeschi stanno per crollare e poi, infatti, si sfasciano portando all’invasione da parte dell’esercito nazista a Parigi e nel resto del paese.

I personaggi di questa storia vengono presentati uno a uno, in capitoli successivi, ognuno con le sue storie individuali, il proprio carattere, il proprio approccio alla vita e alle sventure che questa porta, specie in tempo di guerra. C’è Louise, la maestra che fa anche la cameriera in un ristorante parigino che si ritrova, quasi suo malgrado, in una situazione scandalosa; ci sono i soldati al fronte (in particolare Gabriel e Raoul) che partecipano in prima persona allo sfascio delle deboli difese contro l’avanzata dei tedeschi; c’è il poliedrico personaggio misterioso, Désiré, che è capace di interpretare i ruoli più diversi fingendosi avvocato, poi diventando un pilastro della propaganda dell’esercito francese che diffonde informazioni sull’andamento della guerra a beneficio della stampa, fino all’apoteosi che lo vede diventare un attivissimo ed efficacissimo prete che assiste i rifugiati civili in fuga dal fronte. Più avanti compare anche la coppia Fernand e Alice: lui in servizio di supporto al trasferimento dei detenuti in un carcere militare, lei in fuga verso zono più sicure. E poi, naturalmente, altri personaggi di contorno, ognuno con una caratterizzazione precisa: attori solo apparentemente secondari.

L’edizione italiana

Queste storie individuali, magistralmente e quasi cinematograficamente narrate, catturano e affascinano. Si dipanano in modo a dir poco rocambolesco in un flusso quasi stordente di evoluzioni che presentano infinite sfaccettature di ambienti, situazioni, rapporti affettivi, tragedie grandi e piccole. Ma ancora più affascinante è il modo in cui, quasi fatalmente, queste storie finiscono col mescolarsi, sovrapporsi, incontrarsi. In un gioco di ricongiungimenti, agnizioni, scoperte e sorprese che ha davvero qualcosa di magico.

Come se lo sforzo immane di resistere alle sofferenze, ai soprusi, alle ingiustizie, fosse alfine ripagato da nuove rivelazioni che portano forse un po’ di pace in questo contesto che pacifico non è proprio per niente.

Un altro libro speciale di Pierre Lemaitre. Un’altra storia che penetra nel lettore per cambiarne le percezioni e le reazioni. Davvero una bella conferma.

Per la cronaca: L’edizione italiana (Lo specchio delle nostre miserie) è stata pubblicata da Mondadori, nella traduzione di Elena Cappellini.

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