Pubblicato da: miclischi | 15 luglio 2019

Il Rigoletto in piazza a Pisa: poteva andare peggio…

Bartoli Teatro

Rigoletto in piazza

Venerdì 5 luglio 2019, un Rigoletto nella piazza più bella di Pisa, Piazza dei Cavalieri. Perché no? Quando c’è un Rigoletto a portata di mano non si può lasciarselo sfuggire. Prenotato online, la sera ci si avvia con largo anticipo per ritirare il biglietto direttamente in piazza. Si prova ad entrare da Via dei Mille ma nulla: una barriera impenetrabile impedisce l’accesso. Proviamo da Via San Frediano, ci si disse, forse è stato privilegiato l’ingresso dalla Via della Sapienza. Nulla: sbarrato anche lì. Al terzo tentativo si ebbe più fortuna: Via Ulisse Dini era l’accesso giusto. Magari se lo avessero specificato sul sito della prevendita si sarebbe evitato di trascinarsi fra le vie del centro arroventate dalla calura estiva. Comunque, poteva andare peggio: considerando che la piazza ha cinque accessi, tutto sommato trovare la via giusta al terzo tentativo non è stato così male.

Biglietto in tasca, c’era ancora tempo per un quarto di pizza al volo prima di arrivare in piazza in anticipo sull’ora di inizio dello spettacolo per godersi il calar della notte. Ma l’accesso è rimasto sbarrato per molto tempo rispetto a quanto era stato annunciato, per cui la folla si è accalcata sotto lo sguardo beffardo di Ulisse Dini. Una folla stipata in piedi nell’attesa, coll’aggravio dell’estremo madore estivo. Comunque poteva andare peggio: poteva non essere rimasto nessun posto per sedersi nello slargo alle spalle dell’insigne matematico.

Finalmente si entra. Si prende posto, si guarda la folla degli spettatori entrare e pian piano prendere posto. Si odono i gorgheggi dei cantanti che si scaldano in qualche retro-palco. Finalmente entra l’orchestra, si abbassano le luci, si comincia. Sulle note dello struggente preludio, un piccolo fuori-programma: la macchina delle Guardie di Città, parcheggiata ai pedi della scalinata della Scuola Normale, si mette in moto, fa manovra puntando i fari sul pubblico, gira e se ne va. Una versione decisamente inedita di questo preludio. Una variazione sul tema che si ripeterà anche nel secondo atto. Stavolta è la macchina dei Metronotte che arriva fin sotto le scale della Scuola Normale. La guardia scende con il suo enorme mazzo di chiavi, sale fin su all’ingresso, fa quel che deve fare, poi torna, rimette in moto, e copiando quanto era stato fatto in precedenza, fa un bel giro puntando i fari sul pubblico e se ne va. Comunque, poteva andare peggio: potevano essere delle macchine a gasolio smarmittate.

Il colpo d’occhio dell’inizio dell’opera è fantastico: la scena – pur esigua – è affollata elegantemente da solisti, coristi e figuranti, e la scena è davvero ben congegnata. Ma quando partono le voci… o che è? Che cos’è quel suono inusuale e innaturale? Perdindirindina: il Rigoletto con microfoni e amplificatori? Occheccosè questa roba? Le voci sformate, anche il timbro degli strumenti dell’orchestra, ma diobonino, come gli è venuto in mente? Passata la rabbia e la delusione condita dal rammarico di essere venuti a sentire questo Rigoletto inascoltabile, alla fine ci si è rassegnati, ma certo che delusione… Non si capisce come sono le voci (dopo tutto sono le voci degli amplificatori, non quelle dei cantanti), e il piacere primario dell’ascoltare l’amato Rigoletto svanisce. Comunque, poteva andare peggio: potevano esserci anche luci psichedeliche e effettoni sonori tipo echi e riverberi.

Vecchio? Mica tanto…

La regia e costumi: già che la musica e il canto non si possono sentire, almeno ci si concentra su altri aspetti. La messa in scena è complessivamente godibile, con un paio di inspiegabili pecche. Prima Monterone: il vecchio (così gli si rivolge Rigoletto al momento della Vendetta) si presenta in scena non già come l’anziano genitore venuto a protestare con il Duca che gli ha sgainato la figliola, bensì come giovane aitante, per di più con una voce squillante quasi tenorile. O quella? E poi, quando il Duca si introduce a casa di Gilda non va in abito da studente povero, bensì tutto agghindato con vesti principesche. O quella? Comunque, poteva andare peggio: per lo meno qui non c’era l’inusitata introduzione di donne nude, come si era visto qualche tempo fa nel Rigoletto di Torre del Lago.

Bah, alla fine l’opera finisce e si va via. Una grande delusione sonora. Parlando con altri appassionati si sente mormorare che negli eventi operistici all’aperto l’amplificazione è d’obbligo. Mah… Sarà… In opere viste – e sentite – all’aperto in passato non pareva che ci fosse proprio nessuna amplificazione.  Oppure era fatta talmente bene che non la si notava (cosa che evidentemente a Pisa non è riuscita). Di sicuro non c’era amplificazione in una straordinaria rappresentazione della Cavalleria rusticana di tanti anni fa sotto lo sguardo vigile del faro di Capo Santa Maria di Leuca. Si torna a casa veramente sconsolati. Comunque, poteva andare peggio: poteva piovere.

Per la cronacaIl cartellone completo dell’opera non si trova facilmente sui siti degli enti che hanno promosso l’iniziativa. Per fortuna lo si trova su questo articolo del Tirreno.

Applausi finali

 

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Pubblicato da: miclischi | 8 luglio 2019

Una nuova proposta dal graffitaro del Paduletto

Passeggiatina dopo il tramonto alla ricerca di un po’ di frescura.

Era un bel po’ di tempo – a meno che non fossero state prontamente scancellate – che non comparivano nuove scritte celebrative sulla gabina elettrica del Paduletto, la sterpaglia disadorna che si chiama ufficialmente Piazza Viviani, a Marina di Pisa.

Infatti l’ultima volta se ne era ragionato sulle pagine di questo blog nel 2016, mentre la saga precedente delle scritte e delle sue varianti era stata qui presentata nel 2014.

Stavolta, pur prediligendo l’usuale scelta toponomastica, alla proposta per il nome della piazza si aggiunge un’ipotesi di alto prestigio, un riconoscimento internazionale che al momento sul territorio comunale si è meritata soltanto Piazza del Duomo a Pisa: patrimonio dell’umanità secondo i criteri di attribuzione dell’UNESCO.

Si potrebbe arguire che il prestigioso riconoscimento potrebbe essere concesso per la miracolosa conservazione della piazza nello stesso modo in cui si trovava cinquant’anni fa (tranne che per la citata gabina elettrica), fatto alquanto raro per un sito sul lungomare di una cittadina di alte ambizioni turistiche. E’ tutto sommato raro che una situazione del genere rimanga preservata per decenni senza eccessi cementizi o altre scelte urbanistiche ad alto rischio di allineamento con il sempre più diffuso paradigma “ghiozzo è bello”. La desolazione marcovaldesca dello spiazzo in cui fioriscono cespugli di malva e che viene solo in estate invaso da macchine parcheggiate ha davvero un sapore tutto suo. E il fatto che questa atmosfera tutta particolare sia stata preservata per così tanto tempo meriterebbe forse per davvero un riconoscimento di livello internazionale. Chi vivrà vedrà. Se non altro, vedrà altre scritte!

La nuova proposta del graffitaro misterioso.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 26 giugno 2019

Alcuni esperimenti fotografici di “cosmic zoom”.

Film d’animazione canadese di Eva Szasz  del 1968.

Era la fine degli anni ’60 del ‘900. A Tirrenia ci fu una rassegna di cinema sperimentale. Si chiamava “Rassegna del Cinema Libero” e a un bimbetto di una decina d’anni fece particolarmente impressione un film d’animazione canadese dal titolo Cosmic Zoom. La storia comincia con la ripresa di un bambino su una barca a remi con un cane. Poi l’immagine si ferma, gradualmente si trasforma in un disegno, e da lì parte lentamente una progressiva zoommata all’indietro: appaiono il fiume, la città, il paesaggio canadese, poi sempre più lontano, l’america del nord, poi il pianeta, poi si passa vicino alla Luna con la Terra in lontananza, poi gli altri pianeti, poi l’iperspazio… Fino a perdersi nel nulla siderale. Poi, bruscamente, si torna in avanti velocissimamente, per tornare sul bimbo in barca. Qui ricomincia un altro zoom, stavolta in avanti, fino a una zanzara che sta pungendo il bimbo, e poi giù giù sempre più in profondità, fino al sangue, alle cellule, le molecole, gli atomi… Per poi tornare velocemente all’immagini d’inizio, con la barca che da disegno torna ad essere immagine in movimento, con il bambino che riprende a remare.

Questa zoomata (con buona pace della celebre gag di Roberto Benigni ai tempi dell’Altra Domenica), rimasta nella mente per tutti questi decenni, fece venire in mente la possibilità di eseguire una zoomata non già filmica bensì fotografica. Ora, se è vero che sono da tempo in uso corrente gli zoom fotografici,  fu pensato invece di operare una zoomata facendo una serie di foto utilizzando in successione una serie di obiettivi a ottica fissa. Macchina sul cavalletto, dieci diversi obiettivi a portata di mano, e via con gli esperimenti.

Per farsi un’idea di come avrebbe potuto riuscire l’esperimento in pellicola, furono prima fatte un paio di prove con la Sony Alpha, una mirrorless che, grazie all’anello adattatore, è in grado di montare tutti gli obiettivi Nikon, incluso il fisheye (cosa che per esempio non è possibile con le reflex digitali della casa giapponese). Le prime prove rivelarono un limite relativo all’ambiente: considerando che la messa a fuoco minima del 500mm è di circa quattro metri, operare in spazi angusti (per esempio in casa) non è del tutto consigliabile, a meno che non si tratti di un ambiente particolarmente imponente o suggestivo. Altro dato emerso dalla prima prova in digitale è che, ovviamente, si perde l’immagine circolare del fisheye, in considerazione del fatto che la focale degli obiettivi è aumentata di una fattore circa 1.5.

La primissima prova “per vedere l’effetto che fa”, con la Sony Alpha e l’adattatore per ottiche NIkon.

Per l’esperimento vero e proprio fu utilizzata una Nikon F2, in grado di accogliere tutte le ottiche della serie (per gli obiettivi più vetusti non vanno bene le Nikon più moderne come per esempio la FM2). Gli obiettivi selezionati per questa prova sono i seguenti: 500mm catadiottrico f. 8; 300 mm, 200 mm, 135 mm, 105 mm, 85 mm, 50 mm, 28 mm, 24 mm, 8 mm fisheye.

La Nikon F2 e i 10 obiettivi usati per l’esperimento.

Per il primo esperimento vero e proprio fu scelto di operare all’aperto, nella pineta di Marina. E fu fatto anche, per l’ultima volta, un test con la digitale Sony prima di passare all’uso, che sarebbe poi stato definitivo, della Nikon F2. Qui sotto sono presentate una dopo l’altra le due serie di scatti nello stesso ambiente e con lo stesso soggetto, prima con la Sony e poi con la NIkon F2.

Primo on-site test con la Sony Alpha.

I primi scatti dell’esperimento di cosmic zoom realizzati con la Nikon F2.

Finita la fase di collaudo, si passò poi finalmente alla creazione di varie sequenze in vari ambienti e con vari soggetti. Un piccolo problema risiede nell’installazione sul cavalletto della F2 con il 500 catadiottrico, che richiede l’inserto dello zoccolo del cavalletto sull’obiettivo stesso, ponendo quindi problemi di centratura dell’immagine con le ottiche successive. Considerando il ridottissimo campo inquadrato, comunque, si può ben mirare con il 500 e poi riaggiustare il tiro con il 300. Altro problema è relativo al cavalletto; è necessario utilizzarne uno molto solido e pesante, altrimenti con le ottiche più imponenti (come il 300 e il 200) c’è il rischio che la linea di puntamento sia alterata dal peso stesso degli obiettivi. Una volta scoperti questi problemucci, è facile porvi rimedio ricentrando l’immagine in questi primi scatti. Dal 135 in poi, invece, fila tutto liscio anche con un cavalletto portatile. Per l’esposizione, dopo alcuni test fu deciso di leggere bene la luce con una compatta digitale sul campo inquadrato dal primo scatto, quello a campo minimo, e mantenerla anche per tutta la serie. Naturalmente il catadiottrico è a diaframma fisso (f. 8), quindi è comodo usare poi impostare il diaframma 8 anche sugli obiettivi successivi, lasciando invariato il tempo di otturazione.

Si continua con i test all’aperto.

Poi venne il momento di pensare a condividere il lavoro. Ma l’album web utilizzato di consueto per gli scatti in pellicola (flickr) si rivelò problematico. In primis perché non accetta il caricamento di animazioni GIF (come quelle qui presentate, realizzate su picasion.com). Poco male, si pensò, si produrrà un video, ad esempio con la semplice opzione proposta dal bistrattato ed abbandonato (da Google) Picasa. Ma niente, il formato wmv non è accettato da Flickr (ci vuole il formato mov). Si provò allora a convertire il gif ottenuto con Picasion in formato mov, ma questo apparentemente ganzissimo sito, ancorché molto promettente, non riuscì a produrre il formato con la sequenza di foto, o almeno non ci si riuscì. Quindi si optò per la conversione in mov del file wmv ottenuto da Picasa (utilizzando questo sito di conversione online). Il problema è che Picasa aggiunge d’ufficio all’inizio del filmato una slide che presenta il titolo della sequenza. Fortunatamente, grazie a questo dettagliatissimo manuale operativo per Picasa, si riuscì a reperire gli strumenti per il trimming, e finalmente si riuscì a ottenere quanto desiderato, in modo da caricare gli esperimenti in un album Flickr creato all’uopo.

Altro esperimento di cosmic zoom realizzato durante un aperitivo serale.

Quindi, riassumendo, la sequenza delle operazioni è la seguente: scattare foto – sviluppare e scansionare – selezionare su Picasa – creare filmato Picasa – tagliare slide iniziale con titolo – esportare clip – convertire il file wmv in file mov – condividere. Naturalmente per condividere via email o con altri mezzi (non Flickr), si può anche realizzare un GIF con la selezione delle foto.

Un’altra sequenza, realizzata in ambiente rurale.

Durante la realizzazione di una sequenza al chiuso si pose un altro problema. Dovendo per forza di cose utilizzare un tempo di otturazione lungo, almeno per il 500mm che ha 8 come diaframma unico, per esempio 1/15 o anche più lungo, ci si rende conto dell’importanza di un cavalletto solido e stabile, giacché il peso e l’ingombro tendono a generare un lieve mosso, come si può vedere nella sequenza qui sotto, realizzata in uno studio d’artista. Mosso non nel senso della persona in movimento, che ci sta anche bene, ma mosso proprio di ciò che invece sta fermo. A conti fatti, visto l’ambaradan di macchina e obiettivi (il tutto risulta alquanto pesante), si può fare anche il piccolo sforzo aggiuntivo di portarsi dietro il cavalletto domestico, decisamente più pesante, ma di certo più affidabile.

Al chiuso e con tempi lunghi. Il cavalletto non è abbastanza stabile!

Nel corso degli esperimenti si constatò anche un altro problema operativo: il puntamento. Con il mirino tradizionale della Nikon F2 con pentaprisma (esposimetrico con il fotomic, o semplice), il fotografo è costretto a scomodi inginocchiamenti e altre manovre il che, aggiunto al vai-e-vieni del cambio degli obiettivi, alla fine risulta un po’ impegnativo. Fortunatamente la F2 di provenienza cippiana è dotata anche del preziosissimo WLF (waist-level finder) che permette di puntare dall’alto, insomma come nelle reflex medio formato. Addirittura anche con il lentino di precisione. Per la realizzazione di queste serie di zoomate il WLF risultò un accessorio preziosissimo!

Il mirino WLF (a sinistra) accanto al pentaprisma esposimetrico (fotomic).

Per i pignoli, ecco i dettagli sugli obiettivi utilizzati: Reflex-Nikkor-C 1:8 f=500mm; Nikkor 300mm 1:4.5; Nikkor-Q Auto 1:4 f=20cm; Nikkor 135mm 1:2.8; Nikkor-P Auto 1:2.5 f=105mm; Nikkor-H Auto 1:1.8 f=85mm; Nikkor-S Auto 1:1.2 f=55mm; Nikkor-H Auto 1:3.5 f=2.8 cm; Nikkor 24mm 1:2.8; Fisheye-Nikkor Auto 1:2.8 f=8mm.

Per quanto riguarda le pellicole utilizzate, non c’è stata una regola fissa. In condizioni di luminosità carente (per esempio in interno) si è optato per Ilford HP5 (sviluppata in Microphen stock). Per le foto all’aperto si sono utilizzate la Ilford FP4 e la Fomapan 200 (entrambe sviluppate in ID stock). Tutti i negativi sono stati scansionati con Epson Perfection V600 Photo.

Pranzo familiare in giardino

Per la cronaca1: Le sequenze fotografiche di cosmic zoom qui presentate (e anche altre) sono raccolte in questo album web.

Per la cronaca 2: Il cortometraggio di animazione Cosmic Zoom si può vedere qui.

Gruppo di famiglia in un esterno. Grazie all’autoscatto della Nikon F2, qui compare anche il fotografo.

Pubblicato da: miclischi | 11 giugno 2019

Treno di notte per Lisbona: un viaggio alla scoperta di sé.

L’edizione francese proveniente da una bancarella a Lisbona

In principio fu il film. Night Train to Lisbon. Visto in lingua originale (inglese) durante un volo transcontinentale notturno. Un grande film, coinvolgente, delicato e possente al tempo stesso, con grandi attori e attrici. Insomma una bella scoperta.

Poi arrivò il regalo, il libro (grazie Sandra!). Ma non la versione italiana (l’originale, benché il nome dell’autore svizzero – Pascal Mercier – suoni francese, è in lingua tedesca), bensì un’edizione tascabile in francese, acquistata su una bancarella proprio a Lisbona. Per gli strani casi legati alle vicende dei libri lungodegenti che rimangono per tantissimo tempo in attesa di lettura, passarono alcuni anni prima di avvicinarsi a questa lettura coinvolgente e appagante. Dopo il film, il libro da cui è stato tratto: un’altra sorpresa.

Un libro con tante tantissime, quasi infinite sfaccettature, che è un vero piacere perdercisi dentro.

Un libro sulla vecchiaia. Ché infatti anziano è il protagonista, il Professor Raimund Gregorius, e vecchi o vecchissimi sono i personaggi di cui va alla ricerca – e che trova – in giro per Lisbona, allo scopo di far rivivere un passato pieno di densissima fascinazione. Il passato di Amadeu Inácio De Almeida Prado, morto da oltre trent’anni.

Un libro che esalta il dialogo, la comunicazione, lo scambio di conoscenze, oltre le barriere linguistiche. Curiosamente, il Professore riesce a raggiungere un altissimo livello di comunicazione con persone mai viste prima.

Un libro che illustra con lucidità come si possa imporre una brusca virata alla propria vita, nel momento più inaspettato.

Un libro sulla ricerca del senso della vita, nonostante tutto. Eppure, a differenza di generazioni che si sono spostate verso oriente alla ricerca di se stesse e di una qualche forma di verità, il protagonista di questa storia va a cercare il senso della vita (della propria e non solo) nella propaggine più occidentale del vecchio continente. E forse non è un caso che la visione del mondo, delle persone, dei luoghi, delle storie, ma anche di se stesso, cambi radicalmente quando il protagonista – estremamente miope – si fa fare dei nuovi occhiali proprio a Lisbona.

Un libro su Lisbona, sulle sue notti, sulle sue case antiche o abbandonate, sulle persone scorte alla finestra, sui suoi bar e negozietti, sulle vie, sui tram e sui mercati.

La locandina del film

Un libro sulla lingua, sulle lingue. Il protagonista è un esperto di lingue antiche, di madrelingua tedesca, ma se la cava anche in francese e inglese. Però si catapulta dalla Svizzera fino a Lisbona anche sull’onda dell’entusiasmo che gli ha provocato l’ascoltare una donna che parla portoghese (e in particolare proprio il suono della parola português), una lingua che non capisce, se non facendo arditi esercizi di analogia, etimologia e assonanza con le tante lingue che conosce. Il Professore comunica con i tanti personaggi che incontra in varie lingue, e si mette anche a studiare il portoghese, prima da autodidatta, poi andando proprio a un corso di lingua. Per questo non pare per niente strano, dopo aver visto il film in inglese, leggere in francese un libro che originariamente era stato scritto in tedesco, ma che è stato acquistato in Portogallo…

Un libro sulla morte, sul rapporto con la morte,  sull’attesa della morte. Il mitico e mitizzato Amadeu Prado è morto da oltre trent’anni e coloro che lo conobbero da vicino sono anziani, tutti con vite e prospettive diverse, ma tutti o quasi tutti con l’idea ben chiara in testa che ormai rimane poco da vivere. Ognuno alla sua maniera.

Un libro sui libri. La necessità di andare a ritrovare l’autore del libro Um ourives das palavras rende imprescindibile lasciare tutto e partire per Lisbona. Ma la vita stessa del professore si basa sui libri, sui classici greci e latini, o ebraici o persiani. E anche la scoperta della lingua portoghese e dell’atmosfera di Lisbona lo spingeranno a trovare e accumulare ulteriori libri, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti e nuove prospettive.

L’edizione italiana, pubblicata da Mondadori nella traduzione di Elena Broseghini.

Un libro sugli orrori della dittatura fascista in Portogallo e sulla vita difficile e rischiosa di quanti si sono impegnati nella resistenza, ognuno a suo modo.

Un libro sul rapporto con il passato: il passato storico o remoto, ma anche sul passato proprio di ciascuno, sulla propria vita, sulle tante piccole e grandi storie che ne hanno determinato il corso. Il passato fatto di ricordi d’infanzia e di scuola, di famiglia e di amici, di emozioni, entusiasmi, paure.

Un libro sull’amore, o sulle tante facce dell’amore. L’amore familiare, l’amore fra amici, l’amore carnale, l’amore per la storia, la cultura, la letteratura e la poesia.

Un libro sul diritto e sul rovescio, giacché ogni storia contiene al suo interno anche il proprio riflesso. Questo confronto continuo e quasi ossessivo fra le tante realtà che si riflettono ambiguamente in se stesse è uno dei temi dominanti del libro.

Un libro pieno di angosciosi dubbi. Dubbi che poco a poco contagiano il lettore, il quale si trova suo malgrado costretto farsi innumerevoli domande, non dare mai niente per scontato, per addentrarsi sempre di più nella ricerca di se stesso.

Un libro totalizzante che richiede molta attenta presenza da parte del lettore, specialmente quando si tratta di addentrarsi negli innumerevoli estratti dagli scritti di Amadeu Prado.

Un libro straordinario, decisamente una delle letture più appassionanti di questa primavera 2019.

Una delle frasi sottolineate da un precedente lettore del libro.

Per la cronaca: Che meraviglia, poter leggere un libro che è stato minuziosamente annotato da un precedente lettore (Fernando Manuel) che aveva acquistato il libro, così si legge all’inizio, a Lisbona nel 2012. Si può immaginare che queste pagine siano state sfogliate da un appassionato e anziano portoghese che conosceva il francese. Sono tante le parole sottolineate, poi trascritte con mano leggermente malferma in testa alla pagina, parole alle quali a volte, non sempre, è associata la traduzione in portoghese. Oppure i brani sottolineati con ardore. Ma non è tutto. In fondo al libro, un post-it contiene alcune indicazioni bibliografiche di libri in francese, quasi tutti di ambientazione africana, forse un memorandum per ulteriori propositi di lettura. Ecco i titoli: Amkoullel l’enfant peul di Amadou Hampâté Bâ (che sia un richiamo all’Amadeu del libro di Mercier?); L’enfant noir di Camara Laye; Une si longue lettre di Mariama Bâ; Cet instant-là di Douglas Kennedy; Enfances : Neuf écrivains racontent ou réinventent un souvenir d’enfance di Alain Mabanckou; La Ville au bord du fleuve immobile di Eduardo Mallea.

Pubblicato da: miclischi | 27 maggio 2019

Ali Smith e la sua primavera senza fiori

Uscito nella primavera 2019

Eccoci: dopo l’autunno e  l’inverno, arriva puntuale (proprio in questa primavera 2019) Spring della scrittrice scozzese Ali Smith, terzo capitolo della sua saga stagionale.

Se uno pensa alla primavera, forse gli possono venire in mente i gioiosi motivetti vivaldiani, oppure l’accorato appello di Mimì nel terzo atto della Bohème (Ci lasceremo alla stagion dei fiori…), magari le atmosfere evocate da Charles Aznavour nel suo J’aime Paris au mois de mai. Insomma, specialmente in una serie in cui la primavera viene dopo l’inverno, ci si potrebbe aspettare una celebrazione del trionfo della luce sulle tenebre (del resto era stato ben evidenziato proprio il solstizio d’inverno nel precedente romanzo), il risveglio della natura, insomma alcunché di gioioso.

In questa primavera smithiana, niente di tutto questo. Ce lo fa capire fin dal suo incipit, Ali Smith. Prende l’inizio del romanzo Hard Times di Charles Dickens, aggiunge una piccola particella, NOT, e ne sovverte completamente il senso: Now, what we don’t want is Facts. Un incipit sovvertito per una primavera sovvertita.

Il romanzo è suddiviso in tre parti, ognuna delle quali inizia con un rap violento e ritmato, una specie di drammatica parodia delle parole d’ordine in tanti contesti politici, sociali, comunicativi e governativi di questo terzo millennio ormai inoltrato in cui sembrano prevalere la volgarità, il pressappochismo, la faciloneria, la disinformazione. Come ci ha abituato nei suoi altri romanzi, in queste tre parti si alternano e si intrecciano personaggi, episodi, momenti diversi, luoghi diversi, con un approccio caleidoscopico sconcertante ed avvincente. Con frequenti e inaspettati ribedoli narrativi di grande poeticità.

C’è il dramma della malattia e della morte di una persona cara. C’è lo scempio operato da produttori senza scrupoli su delicate alchimie narrative per far prevalere l’insulsa volgarità. C’è la sconcertante realtà dei centri di detenzione a tempo indeterminato per gli immigrati, cui fanno da contraltare le riflessioni a corrente alternata di Brittany, una delle guardie del centro. Ci sono i non-luoghi dai tempi dilatati se pur scanditi con precisione dall’orario, come una stazione ferroviaria in cui non arrivano e non partono treni, e i treni continuamente in corsa sono i pensieri nella testa di Richard (Doubledick, un altro prestito da Dickens). C’è la luminosa, quasi magica figura di Florence, la bambina dodicenne che spande giustizia e saggezza, quasi una preconizione di Greta Thunberg, l’unica che porta solide certezze fra i personaggi che la circondano, tormentati soprattutto dai propri dubbi. Un po’ come era la bambina – poi adulta – di Autumn, oppure l’estranea invitata al pranzo di Natale in  Winter.

Even a twelve-year-ord girl can see through a lot of what’s happening in the world right now.

*     *     *     *     *

The girl is like someone or something out of a legend or a story, the kind of story that on the one hand isn’t really about real life but on the other is the only way you ever really understand anything about real life.

*     *     *     *     *

… because looking is just the start of understanding, just its surface, the top layer of any understanding, the girl is saying.

The Montafon Letter di Tacita Dean. Una delle tante evocazioni smithiane. La montagna, con la sua forte valenza simbolica, compare spesso. Viene quasi voglia di tornare a leggere “Il monte analogo” di René Daumal.

Un caleidoscopio molto impegnativo, questo di Winter. Col passare delle stagioni si fanno più complessi e articolati i romanzi di Ali Smith e, come era già successo più di una volta in passato, una rilettura quasi s’impone, per tornare a meglio assaporare gli infiniti spunti derivanti dai vetri colorati che si agitano nel tubo magico come una sequenza di improvvisazioni di Ares Tavolazzi, per tornare a goderne, per lasciarsene meglio avvolgere e rapire.

C’è Dickens, ci sono Katherine Mansfield e Rainer Maria Rilke, c’è come sempre l’esaltazione del potere della lettura, dei libri.

– How comes you know everything about everything, Paddy? he says.

– (…) I am that thing that nobody out there thinks is relevant any more. Books. Knowledge. Years of reading. All of which means? I know stuff.

Florence Welch, cantante leader del gruppo Florence and the Machine. Omonimia e non solo.

Come già si era visto nel pranzo di natale del precedente romanzo, anche qui c’è un episodio narrativo che fa da perno a tutte le situazioni. Quattro personaggi strizzati nel sedile davanti di un furgone. C’è alla guida la donna misteriosa che gestisce un chiosco ambulante che però non vende niente, neanche un caffè. Poi c’è lui, Richard, sempre in bilico fra le buone intenzioni e le debolezze. Poi Brittany piena di dubbi. Infine Florence, strizzata verso il finestrino lato-passeggero con le sue poche frasi limpide. Questi quattro personaggi parlano, ascoltano, oppure si addormentano, ricordano, ripescano dal passato fatti, persone, parole. Questo viaggio nel furgone di per sé un esperimento caleidoscopico di narrazione sballottata nel tempo e nello spazio.

Forse non si lascia amare a prima vista, questo nuovo libro di Ali Smith. Bisogna dargli tempo di scavare nella mente del lettore, di trovarci spazi compatibili come nella composizione di un puzzle pazzesco. Ma, ancora una volta, questo è un libro fatto di tanti libri, un volume pieno di spigoli che presentano nuove facce, nuove percezioni, nuove idee. Una miniera che non ci stanca mai di esplorare in questa primavera senza fiori.

She clenches a fist on the table.

The simple flowers of our spring are what I want to see again, she says.

Un’altra caratteristica smithiana emerge con forza in questo romanzo primaverile: è un libro che (si) pone tante domande. Cosa vogliamo o possiamo fare della cultura, della memoria, della saggezza? Come possiamo vivere le nostre debolezze, affrontarle, risolverle? Come possiamo accettare – o contrastare – i soprusi e le ingiustizie? Come possiamo far rivivere gli eventi storici che hanno determinato il nostro presente, come possiamo capirli, usarli per vivere meglio? Come possiamo affrontare il dolore, l’incomprensione, l’assurdo? Come possiamo trovare un modo migliore di vivere questo nostro mondo, questa primavera senza fiori?

C’è anche lei, Santa Brigida.

Per la cronaca: Altre evocazioni? Altre suggestioni? Ce ne sono tantissime.

  • Per esempio l’accenno a  Santa Brigida d’Irlanda la quale, si legge qui, si ritirò in eremitaggio in una grotta nella località della Valle del Sasso che porta il suo nome. Patrona di tantissime cose, fra cui donne gravide, fabbri, poeti, mucche e mungitrici, marinai, barcaioli, levatrici e figli illegittimi.
  • Oppure il lied di Beethoven per voce e pianoforte dal titolo An die Hoffnung (alla speranza), che viene assonantemente modificato per diventare il personaggio di un testo anglofono (Andy Hoffnung) .
  • Altro genere musicale: il gruppo musicale inglese Florence and the Machine, nome su cui scherzano e ironizzano i due personaggi Florence e Brittany. A testimoniare l’importanza di questo gruppo, vedasi l’estesa pagina che l’Enciclopedia Britannica dedica alla cantante leader: Florence WelchDa questo articolo di The Herald si apprende l’origine del nome del gruppo.
  • O la poesia di Percy Bysshe Shelly dal titolo The cloud (la nuvola), composta a Pisa nel 1820 (anche se, curiosamente, ciò non viene riportato nella cronologia del pregevole volume Paradise of exiles: Shelley e Byron a Pisacatalogo della mostra-convegno a Palazzo Lanfranchi nel giugno del 1985).
  • E Charlie Chaplin? Ebbene sì, c’è anche lui.
  • Ma, naturalmente, un posto speciale è riservato a Katherine Mansfield e Rainer Maria Rilke: i loro scritti, la loro presenza in Svizzera nello stesso periodo eppure – così si dice – senza incontrarsi mai. Ci sono le lettere della Mansfield, il dolore con cui ha affrontato le sue perdite e la sua malattia. C’è il mito di Orfeo cui si ispirò Rilke. Ci sono altri infiniti trampolini verso altre letture, altri contesti artistici…
Pubblicato da: miclischi | 14 maggio 2019

Canon Epoca: che macchina curiosa!

La Canon Epoca: una macchina veramente curiosa.

In questa primavera fredda del 2019 capitò di trovarsi fra le mani (grazie Igor!) una macchina fotografica a pellicola mai vista né sentita nominare prima: la Epoca  della major giapponese Canon. A prima vista appare in tutto e per tutto come una videocamera, con tanto di cinghietta laterale per infilarci proprio tutto il palmo della mano, come si fa appunto con le telecamere per fare video. Poi, studiando meglio, si vede che è proprio una macchina fotografica, insomma un troccolone compatto e discretamente pesante (quasi sette etti) che ricorda un po’ alla lontana la Olympus IS 1000 di cui si era ragionato tempo addietro qui. Si tratta infatti di una specie di bridge prima del digitale (la Epoca è del 1990) che dovrebbe perseguire lo scopo di racchiudere tutto quel che serve in un singolo apparecchio, fra l’altro senza la menata degli obiettivi intercambiabili.

L’impugnatura tipo videocamera e il flash all’interno del copri-obiettivo

Una delle caratteristiche peculiari di questa macchina è che per l’accensione basta aprire il coperchio dell’obiettivo. Ma, sorpresa: l’interno del tappo, che si apre a molla, contiene il flash! E, azionando il comando dello zoom, varia la posizione della lampada del flash rispetto al diffusore, in modo da  adattare l’ampiezza del lampo alla focale prescelta. Insomma, a primo acchito pare di avere tra le mani un apparecchio che adotta soluzioni tecniche innovative. Poi però, scoprendo a poco a poco tutte le funzionalità di questa Epoca, l’entusiasmo cala progressivamente. C’è una caratteristica che domina tutte le altre: il margine decisionale lasciato al fotografo è quasi nullo.

Le opzioni che il fotografo può scegliere sono pochissime: l’aggiustamento delle diottrie del mirino (che tanto l’immagine si vede sempre a fuoco a prescindere da che cosa precisamente sia a fuoco – casomai c’è una spia luminosa che avvisa che l’autofocus ha funzionato e si può scattare). Poi l’autoscatto, la messa a fuoco all’infinito le varie modalità di uso (o esclusione) del flash, l’anti-occhi-rossi, la modalità a scatto singolo o continuo e il riavvolgimento forzato. Punto. Nel senso che non c’è altro. O meglio: ovviamente c’è anche la levetta dello zoom. C’è poi anche un’altra interessante opzione di mini-mirino dall’alto, che però non è un waist-level, bensì un eye-level, che si deve comunque traguardare con l’occhio vicino vicino. Tutto qui.

La sovraesposizione di 1 stop impostata automaticamente dalla macchina in caso di inquadrature controluce pare funzionare a dovere.

Completamente automatica. Point and shoot, etc. E fin qui niente di strano. Ma se la macchina decidesse di fare come le pare e ci dicesse anche che cosa ha deciso… E invece niente. Non è dato sapere qual è il tempo di otturazione, o l’apertura del diaframma, figurarsi poi la profondità di campo: niente di niente. Nel mirino c’è solo l’indicazione che la messa a fuoco è OK, e la spia del flash (o dell’esclusione del flash e quindi l’avviso che forse senza cavalletto la foto viene mossa – ma a che tempo di otturazione ?!?!?).

Insomma, verrebbe da dire che questa NON è una macchina fotografica per il fotografo con alto livello di consapevolezza, insomma per chi vuole decidere in che modo scattare, con che diaframma,con che profondità di campo, etc. O per lo meno sapere che cosa ha deciso la macchina. Niente di niente.

I primi scatti con la Canon Epoca al Calambrone.

Il manuale di istruzioni fornisce solo delle indicazioni generiche sul fatto che con una pellicola 100 ASA e il flash inserito si va da 1/100 2.8 a 1/250 27 in posizione grandangolo e da 2″ 6.6 a 1/250 27 in posizione tele. Se invece il flash è disinserito, si va da 2″ 2.8 a 1/250 27 in modalità grandangolo e da 2″ 6.6 a 1/250 27 in modalità tele. Leggendo fra le righe par di capire che l’obiettivo abbia una apertura di 2.8 in modalità grandangolo (chiusura massima a 27) e che l’otturatore operi con velocità che vanno da 2 secondi a 1/250 di secondo. Peccato che l’accoppiata tempo/diaframma prescelta dal sistema automatico di esposizione non sia portata a conoscenza di chi scatta (cosa che invece viene fatta in un gran numero di apparecchi che pure sono integralmente automatici).

Alcuni ritratti veronicheschi per esplorare altre opzioni: varie focali, varie distanze, con e senza flash, etc.

Un altro paio di confronti con la citata Olympus IS 1000. In entrambi i casi la sensibilità della pellicola è automaticamente letta sui codici del rullino. Ma, se nel caso della Olympus è possibile giocare con la sovra- o sotto-esposizione per variare la sensibilità nominale (ad esempio per esporre a 1600 un rullino 400), con la Canon questo non si può fare. Poi la Olympus contiene anche la preziosa opzione delle doppie esposizioni, ed è anche possibile regolare per ogni singolo scatto la sovra- o sotto-esposizione. In questa Canon invece niente doppie esposizioni; e  il manuale ci informa solo che viene adottato d’ufficio un valore di sovraesposizione (1 stop) nel caso di ripresa in controluce. Da ultimo, la lunghezza focale massima del tele è di 105 mm nella Canon, mentre si spingeva fino a 135 nella Olympus.

E fin qui per le specifiche tecniche. E la prova pratica? Una volta inserita la batteria (una 2CR5 al litio da 6V) e inserito anche, non senza difficoltà, il rullino (un Kodak TRI-X Pan 400) è stato possibile fare qualche scatto di prova. L’ergonomia è buona, grazie anche alla solida impugnatura garantita dal laccetto laterale tipo-videocamera. Questo vale sia per gli scatti orizzontali che per quelli verticali (con il mirino “standard”). Casomai bisogna un po’ fare l’abitudine al fatto che sia la leva dello zoom che il pulsante di scatto vengono azionati con la stessa mano, quindi bisogna giocare un po’ con l’alternanza di indice-medio, oppure saltellare con l’indice.

Con la lente addizionale e il diffusore supplementare del flash.

Forse l’aspetto più sconcertante è il fatto di non vedere veramente se e come l’immagine è a fuoco. Questo diviene ancora più critico nel caso si usi la lente addizionale (con ulteriore diffusore per il flash) per foto a soggetti che si trovino a una distanza compresa fra 55 e 90 cm. La quale distanza, naturalmente, va stimata a occhio, né è dato sapere quale piano sarà privilegiato per la messa a fuoco, etc. Tuttavia, una volta provata anche questa opzione (sia con flash che senza flash), viene da osservare che forse questa macchina dà il meglio di sé nelle foto ravvicinate (ritratti o pseudo-macro) e non tanto nelle foto di paesaggio. Ma ulteriori esperimenti, magari con pellicola meno sensibile, potranno fornire nuovi elementi di valutazione. Alle prossime prove!

Alcuni scatti ravvicinati con la lente addizionale.

 

Per la cronaca 1: A seconda del luogo di commercializzazione, questo apparecchio aveva diverse denominazioni, come ben spiegato sulla pagina di camera-wiki:  Photura/Epoca/Autoboy Jet.

Per la cronaca 2: Il manuale d’uso si trova qui, sul meritorio sito di Michael Butkus.

Per la cronaca 3: Qui sotto c’è un curiosissimo video-spot pubblicitario per questa fotocamera:

Pubblicato da: miclischi | 21 aprile 2019

Auser Musici in Santa Caterina a Pisa: scoperte e conferme

Auser Musici in Santa Caterina

Martedì 16 aprile 2019, Pisa, Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria. Sono passati solo due giorni dalla Domenica delle Palme e la chiesa è tuttora decorata con una specie di tunnel di frasche palmitiche nel corridoio centrale verso l’altare.

All’ingresso rametti di ulivo, casomai qualcuno si fosse dimenticato di prenderne uno la domenica precedente.

Chiesa grande e spoglia, poca luce che filtra dalle vetrate, soffitto fatto di possenti travi e tavole di legno che richiamano automaticamente e dolorosamente l’orrido rogo del tetto di Notre Dame a Parigi il giorno prima.

In questo spazio grandioso eppure intimo e raccolto c’è un concerto della Stagione della Scuola Normale Superiore. In programma: musiche grandiose eppure intime e raccolte. Lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti e la sonata Ich habe genug di J.S. Bach.

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La navatona della chiesa pisana di Santa Caterina d’Alessandria

L’ampio spazio di fronte all’altare viene occupato dai musicisti dell’ensemble Auser Musici: primi e secondi violini (in totale sei), violoncello, tiorba, contrabbasso e organo positivo. Al flauto traversiere (per la cantata di Bach) e alla direzione: Carlo Ipata. I due solisti vocali per questa serata sono la soprano Roberta Mameli e il controtenore Alesandro Carmignani.

Di Stabat Mater se ne sono sentiti tanti. Forse i più comunemente eseguiti e/o ascoltati sono quelli di Pergolesi e di Rossini. Abbiamo avuto qualche anno fa a Pisa (rassegna di musica sacra Anima Mundi in duomo) anche quello sorprendente, di una grandiosità quasi da solenne cantata Bachiana, di Dvorak (se ne ragionava qui). E poi c’è quello para-operistico di Verdi… E tanti altri ancora.

Questo di Alessandro Scarlatti si rivela molto sorprendente: uno Stabat Mater  che non ci si aspetta. Intimo, struggente, delicato nella sua compostezza dovuta a un ensemble di piccole dimensioni e di due soli cantanti solisti, senza coro. In questa esecuzione pisana si sono potute apprezzare le tante raffinatezze della partitura cui il Maestro Ipata ha dedicato una scrupolosissima attenzione. Quel susseguirsi di frasi ora forti ora piano, quegli attacchi perentori e sorprendenti, quelle assonanze/dissonanze che testimoniano di una profonda ricerca musicale, quell’anelito alla coesione fra le varie voci degli strumenti che ha fornito un risultato veramente soddisfacente. Come già ci aveva fatto notare in precedenti concerti pisani, il Maestro Ipata riesce nell’impresa di produrre uno sforzo cooperativo in cui tutti i musicisti sono importanti per il raggiungimento del risultato d’insieme.

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Alessandro Carmignani e Roberta Mameli durante le prove

I cantanti? Roberta Mameli la avevamo apprezzata sia a Pisa nella Didone abbandonata di Vinci che a Torino in un’altra Didone, quella di Purcell (nel ruolo della confidente Belinda), ma anche in disco, nella sua straordinaria rivisitazione di chiave jazz di alcuni madrigali di Monteverdi. Qui ha confermato alla grande le sue doti, la sua versatilità, la sua abilità nel cambiare prontamente registro, nel lanciarsi su attacchi inusitatamente improvvisi, nel adattarsi a diverse esigenze di dinamica e di atteggiamento canoro.

Il controtenore pisano Alessandro Carmignani ha pienamente convinto con una voce estremamente espressiva e versatile la quale, fra l’altro, si sposa magnificamente con quella di Roberta Mameli, con la quale ha dato vita a dei duetti memorabili.

Infatti, alla fine di questa bella scoperta scarlattiana molto ben eseguita da tutti i musicisti e dai due cantanti, rimangono con forza nella mente tre momenti in particolare, l’inizio a due dello Stabat mater dopo la breve e incredibilmente struggevole introduzione strumentale, quello del duetto Quae moerebat et dolebat nel quale si apprezza in particolare la voce del controtenore che va ad unirsi a quella del soprano, ma anche l’ultimo brano: Quando corpus morietur, che illanguidisce fin quasi a morire per poi riemergere quasi all’improvviso con forza violenta nel precipizio di quell’Amen  pazzesco nel quale si rincorrono le due voci.

Abène, andare a un concerto e scoprire una musica mai sentita prima, e lasciarsene contagiare…

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Stabat Mater: Roberta Mameli Carlo Ipata e Alessandro Carmignani

Intervallo. Poi si riprende con la mini-cantata di Bach. Mini nel senso che si scosta dalle grandiosità delle cantatone con coro, solisti, orchestra piena eccetera. Qui tutto si concentra su due voci: quella del soprano e quella del flauto, con il piccolo ensemble che li accompagna.

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Carlo Ipata e Roberta Mameli durante le prove il pomeriggio prima del concerto

Come ben spiegano le note nel programma di sala, questa è una rielaborazione che Bach stesso fece della versione precedente in cui c’era il basso invece del soprano e l’oboe invece del flauto. Una di quelle curiose situazioni in cui l’autore si fa interprete per proporre una nuova visione della sua musica.

Un bel brano placido e intenso che mette in evidenza soprattutto i due solisti che dialogano intrecciando le loro voci. Carlo Ipata e Roberta Mameli si dispongono fronte al pubblico, quasi ad evidenziare la complementarità dei loro ruoli. Eppure nonostante tutto  il maestro, grazie anche all’empatia stabilita con i Musici dell’ensemble cui volta le spalle, suona e dirige, dirige e suona.

E’ una vera goduria perdersi nell’intreccio di queste due sonorità, della loro vicinanza nella diversità… Insomma, anche se siamo lontani dalla solennità volumetricamente grandiosa delle cantatone bachiane, qui prevale l’ambientazione intima: un contraltare oh quanto mai adatto al precedente Stabat Mater. E le due voci (quella del flauto e quella soprano) hanno proprio soddisfatto, specialmente nel brano d’apertura, quello che dà più agio all’espressività dei due strumenti, quello umano e quello di legno.

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Ich habe genug: Carlo Ipata e Roberta Mameli.

TIPOGRAFIA

Luciano Lischi nella sala macchine della sua tipografia e, numerosi anni dopo, nello stesso ambiente, le prove prima del concerto.

Per la cronaca 1: Grazie alla disponibilità di Carlo Ipata e di Auser Musici, è stato possibile presenziare ad alcune delle prove. In particolare, alcune si sono svolte nella Sala Dini del palazzo del Castelletto della Scuola Normale Superiore. Fa una certa impressione notare che questa aula è stata ricavata da quella che una volta era la sala macchine della Tipografia Lischi (più precisamente: Industrie Grafiche V. Lischi & Figli). Laddove rumoreggiavano un tempo le macchine che sfornavano i fogli stampati di libri e riviste, oggi risuonano le note di Scarlatti e di Bach, oltre alle conversazioni fra musicisti e cantanti su questo o quell’aspetto interpretativo. Un’emozione nell’emozione.

Per la cronaca 2: Le foto scattate in pellicola durante le prove sono raccolte in questo album web. Gli scatti sono stati realizzati con Leica M2 e M3 e con Yashica 635. La pellicola: Kodak Tri-X Pan esposta a 1600 ASA e sviluppata in Microphen stock.

concerti normale

Federico Colli in concerto a Pisa

26 marzo 2019, Teatro Verdi di Pisa. Per la stagione di concerti della Scuola Normale Superiore arriva il pianista Federico Colli. In programma la partita numero 4 per clavicembalo di Bach, una selezione di sei sonate di Domenico Scarlatti e, in chiusura, la rielaborazione per pianoforte operata da Ferruccio Busoni sulla ciaccona dalla seconda partita per violino solo di Bach.

Al di là del piglio singolarissimo di Federico Colli (di cui si era già parlato qui in occasione di un concerto al parco della musica a Roma), al di là dei mugugni di alcuni fra il pubblico che hanno trovato le sue interpretazioni un tantinello romanticistiche o sdolcinate, è innegabile il suo dominio totale della tastiera, con un tocco pulito e preciso di cui ha fornito prove straordinarie sia nelle parti di grande agilità che – soprattutto – in quelle languidamente lente. Il tocco sui tasti di Colli riesce ad ottenere dal pianoforte una grande varietà di sonorità, tanto che si fa quasi fatica a constatare che provengono dallo stesso strumento.

Abilità, questa, che è particolarmente importante nella ciaccona bachiana, come si sa ricchissima di diverse sonorità sovrapposte e collidienti. Peccato che nella reinterpretazione di Busoni prevalga a tratti un sovrumano – non già silenzio, ci mancherebbe, ma… – fragore.

bambina silenziosa

Uscito nel 2006 nella traduzione di Bruno Berni

Comunque, riascoltare dal pianoforte la ciaccona (di cui sono ben vive nella memoria sonora le note del violino di Hilary Hahn), oltre al rinnovato rispetto per le decisioni interpretative (in questo caso sia quelle di Colli ma, ancor prima, quelle di Busoni), ha suscitato anche un’altra sensazione. Un desiderio irrefrenabile di andare a ricercare, trovare e rileggere la straordinaria analisi di questa composizione bachiana in uno dei tanti bei romanzi di Peter Høeg: è il libro del 2006 pubblicato in Italia, nella traduzione di Bruno Berni, col titolo La bambina silenziosa.

Kasper il clown, in una scena drammatica e carica di tensioni ambientali e filosofiche, accorda il suo violino e inizia a suonare la ciaccona. Suona e parla, suona e osserva, suona e si interroga. Spiega la ciaccona, si sofferma sulle sue tre parti e sulla sensazione di morte che emana dalle sue note (Bach la scrisse dopo la morte della moglie Barbara e di due dei suoi figli).

Qui, nella prima parte, cambia registro, usa diteggiature quadruple per per creare l’illusione di più violini che dialogano. Diventano le tante voci che ci sono in ogni essere umano, in noi tutti. Alcune voci vogliono accettare la morte, altre non vogliono. (…) puoi sentirlo, giureresti che siano almeno tre violini.

Parla e racconta, Kasper, parla di sua madre morta cadendo dalla fune molle. E continua a suonare.

La seconda parte è in maggiore. Misericordiosa. Profondo dolore. Per me fu come un balsamo per l’anima. Bach aveva conosciuto la perdita, come me, potevo sentirlo. (…) Ascolta: la consolazione diventa quasi trionfante. Fa somigliare il violino a una tromba. (…) Ascolta, continua fino alla battuta 177. Qui comincia la gioia profonda, tranquilla. Con molte note sostenute che danno la sensazione di nostalgia. Ha fatto pace con la morte. Sarebbe già molto, ma non è abbastanza. Sta arrivando qualcosa di ancora più grande. Dalla 201 l’astronave comincia a decollare.

Mentre suona parla, racconta, analizza, Kasper. E torna in mente la visione emozionante, a teatro, dell’anziano signore nella fila davanti che segue la musica a occhi chiusi, muovendo le mani con un’intensità di passione pazzesca, interpretando lui stesso tutte quelle sottigliezze compositive che Federico Colli sta interpretando sulla tastiera, dopo che Ferruccio Busoni le aveva a sua volta reinterpretate.

Ora ascolta l’inizio della terza parte. Siamo tornati al re minore. (…) Ci avviciniamo alla battuta 229, dove passa in bariolage, sta lì a ondeggiare fra la corda vuota del la e note che si muovono sulla corda del re. E’ insieme tempo dolente e pieno di vigore. E’ la morte della prima parte che torna, ma alla luce della consolazione e del trionfo e della pace del cuore della seconda parte. (…) E’ la morte illuminata dalla coscienza. Bach non si limita a dire che si possono tenere gli occhi spalancati attraversando la morte. Lo fa lui stesso, lo fa nella musica.

cd chaconne

Il CD di Federico Colli che contiene la Ciaccona

Abène, quando una musica rievoca un libro (o viceversa). Abène, quando queste due passioni si intersecano con estrema naturalezza. Abène la musica di Bach. Abène i libri di Peter Høeg. Tutte scaglie che si muovono casualmente eppure armoniosamente all’interno del tubo magico del caleidoscopio.

Per la cronaca 1: Della serie: non c’è limite alle potenzialità di interpretazione e reinterpretazione: qui c’è la Ciaccona eseguita al flauto dolce contralto dal flautista messicano Horacio Franco. Una rilettura entusiasmante.

Per la cronaca 2: Spulciando nella rete, è emersa questa interessantissima tesi di laurea di Matteo Cossu che mette a confronto tre interpretazioni della Ciaccona da parte di tre violinisti: Nathan Milstein, Yehudi Menuhin e Henrik Szeryng. Il confronto puntualissimo viene fatto per brevi gruppi di battute e lo studio di Cossu è preceduto da utili considerazioni sia sulla Ciaccona che sul concetto stesso di interpretazione.

Per la cronaca 3: Volendo riascoltare la ciaccona (per violino!) seguendola sullo spartito, magari anche per meglio apprezzare le annotazioni di Peter Høeg, eccola qui (sempre con Hilary Hahn al violino). Lo spartito con la numerazione delle battute si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 7 marzo 2019

Austerlitz di Sebald: una storia densa, intensa e avvolgente

Pubblicato in Italia da Adelphi nel 2002

Chissà come mai, quasi per caso, mi accorsi così in ritardo di quel particolare importante; avevo appena finito di fare la doccia e, mentre mi asciugavo con il telo di spugna spessa, ero rimasto un po’ come imbambolato a guardarmi intorno: quella sala da bagno sontuosa in stile coloniale presentava molti elementi che catturarono la mia attenzione e infatti, prima di scostare i vari indumenti che in parte coprivano il libro, mi soffermai alquanto ad osservare l’asciugacapelli – strumento decisamente anacronistico in quel contesto – e soprattutto il supporto al quale era appoggiato, una specie di blocco di plastica bianca che comprendeva al suo interno una varietà di prese elettriche, studiate in modo da adattarsi alle varie esigenze dei viaggiatori internazionali. Ripresomi da quel temporaneo stupore, mi accinsi a raccogliere i miei vestiti dal piano adiacente al lavandino; non ricordo se fu spostando la maglietta o le mutande che notai, sul retro del libro appoggiato a faccia in giù, quell’etichetta che era stata messa lì per nascondere il prezzo, giacché pare si usi tuttora così quando si intende regalare un libro, che l’etichetta venga applicata proprio da uno degli addetti dalla libreria, e infatti questo libro mi era stato regalato da una carissima amica; ma mi sorprese davvero il fatto che, pur essendo ormai giunto a oltre due terzi del libro, non mi fossi mai accorto prima di quel bollino dalla forma rattangolare con i bordi stondati  di tinta dorata recante la scritta in nero su due righe, LIBRERIA Fogola, quest’ultima parola in caratteri gotici. Quella scritta apparsa fra le pieghe di panni sgualciti mi parve un ritrovamento preziosissimo, anche perché scatenò immediatamente il materializzarsi di una miriade di immagini chiarissime: la libreria di Corso Italia, accanto alla Galleria del Disco, la Casa della Penna, l’edicola di Piazza del Carmine dove aspettavo l’autobus per tornare a casa e il negozio Vittadello Euromoda, quello della mia giacchetta pied-de-poule. Immediatamente si associarono a queste immagini – quasi come in un rullo cinematografico fatto avanzare a velocità accelerata – anche i destini di quei negozi, o di quelle persone, nei decenni successivi a quella istantanea rievocazione liceale. Credo che oggi in quella via sia rimasta proprio soltanto quella libreria, che ricordo – in occasione di una qualche visita in anni recenti – in particolare per la gentilezza delle persone che la fanno sopravvivere nonostante l’avanzata veloce dei tempi moderni.

Forse, emergendo dalla lettura di questo libro densissimo e senza interruzioni,  Austerlitz di Winfried Georg Maximilian Sebald, nella traduzione italiana di Ada Vigliani pubblicata da Adelphi nel 2002,  questa storia che racconta la vita del Prof. Austerlitz riraccontata dall’autore, e le vite di innumerevoli personaggi a sua volta raccontate da Austerlitz, insomma, dopo questa esperienza totalizzante, si rimane impregnati da questo stile lento, continuo eppure pieno di pause di riflessione e di osservazione, con un’attenzione quasi maniacale ai dettagli.

Ché ogni piccolo e apparentemente insignificante dettaglio viene trattato in questo libro come se si trattasse di un importantissimo e imprescindibile tassello della narrazione, della storia, della vita. Forse perché davvero ognuno di essi è importatissimo e imprescindibile.

E’ una lettura decisamente appagante, questo Austerlitz, un libro dal quale è difficile staccarsi, anche perché poi andare a riprendere il discorso – fatto di lunghissime ed articolatissime frasi nelle quali si inseriscono senza soluzione di continuità brani in inglese, francese cèco o olandese – un discorso che non si interrompe mai neanche con un capoverso, tranne proprio alla fine del racconto (e raramente con un punto fermo…), obbliga a fare qualche passo indietro per riallacciare alla memoria quel che si stava leggendo prima di interrompersi. Ecco, a pensarci bene, questo è un libro che andrebbe letto tutto di seguito, senza fermarsi mai, tranne forse per una tazza di caffè ogni tanto.

Nelle oltre trecento pagine del libro, mai, ma proprio mai, un capoverso. Tranne che alla fine, prima delle ultime pagine.

Ci sono tante storie, tante visioni, tanti modi di considerare la vita, la memoria o l’assenza di memoria, in questo libro.  Tutta la vicenda di Austerlitz viene narrata nel corso dei vari incontri con l’autore, dapprima casuali, poi sempre più intenzionali. In uno dei primi incontri Austerlitz afferma: Sin dall’infanzia e dalla giovinezza non ho mai saputo chi in realtà io sia. E da qui in poi è tutto un susseguirsi di intuizioni, indagini, ricerche, ricordi che riaffiorano dolorosamente dalla memoria… Insomma Austerlitz ricostruisce la propria vita a poco a poco, girovagando per varie città d’Europa, incontrando innumerevoli persone, consultando documenti in archivi, biblioteche e musei, insomma, conducendo una sorta di esistenza parallela: a lui che fa il professore di storia dell’architettura si affianca l’altro sé, quello che studia la storia di se stesso e, così facendo, studia di fatto la storia dell’Europa del ‘900 e delle radici che la hanno fatta germogliare, e delle sue ramificazioni che tendono a rimanere nascoste. Dice uno dei tanti personaggi incontrati da Austerlitz: Il nostro rapporto con la storia è un rapporto con immagini già predefinite e impresse nella nostra mente, immagini che noi continuiamo a fissare mentre la verità è altrove, in un luogo remoto che nessun uomo ha ancora scoperto.

Ecco, appunto, le immagini. Insieme alle tantissime persone, ai diversissimi luoghi, e anche oggetti o situazioni che Austerlitz descrive, ci sono anche, qua e là, inserite nel testo come piccoli incisi oppure a tutta pagina o addirittura in rari casi a pagina doppia, delle fotografie. Senza nesso apparente, senza didascalia, senza nulla. Eppure sono immagini legatissime a quel che il testo racconta. E a quanto Austerlitz stesso racconta, giacché egli stesso in più di una occasione ricorda di essersi soffermato a scattare qualche istantanea. Dapprima con una Ensign a soffietto, poi non è dato sapere con quale macchina.

La ricerca continua e dolorosa di Austerlitz nella propria vita, o meglio lungo le poche tracce che la vita gli ha lasciato, è una ricerca che non trova mai pace. Dice a un certo punto: … non sapevo più in quale periodo della mia vita stessi vivendo. (…) e anche oggi, pensando ai miei viaggi sul Reno (…), nella mente tutto si confonde: ciò che ho visto e ciò che ho letto, i ricordi che affiorano e tornano a inabissarsi, le immagini che incalzano e i dolenti vuoti dove non c’è più nulla. Questa ansia del sapere, cercando di colmare le lacune dell’ignoranza, le lacune della Storia con la esse maiuscola, sfiniscono Austerlitz, lo rendono sempre più instabile e sofferente. E anche il lettore arriva in fondo con un discreto livello di spossatezza addosso. Ché dal nulla nasce questa storia, e nel nulla finisce.

Ma il lettore rimane di sicuro con la sensazione di avere avuto la fortuna di incontrare un capolavoro, di averlo maneggiato e sfogliato, lasciandosene avvolgere e quasi stregare. Proprio una bella scoperta.

W. G. Sebald. Dalla pagina Wikipedia

Per la cronaca 1: La realtà della vita di Sebald sembra proprio sovrapporsi in modo inquietante con le vicende di Austerlitz. L’autore del libro morì sul colpo alla fine del 2001 (l’anno di pubblicazione del libro) in seguito a infarto mentre era alla guida, andandosi a schiantare contro un’auto che veniva in direzione contraria. Fortunatamente, la figlia che era con lui nell’auto si salvò.

Per la cronaca 2: A proposito di immagini: questo blog pubblica occasionalmente foto scattate sulle tracce dei racconti di Austerlitz.

Per la cronaca 3: Come sottolinea Eric Homberger nel necrologio di Sebald pubbicato sul Guardian nel dicembre 2001, lo scrittore preferiva chiamarsi con il secondo middle-name, che non compare neanche nelle iniziali usuali: Maximilian. Questo stesso nome, così scoprirà Austerlitz durante le sue ricerche, era anche quello del proprio padre. A proposito, Homberger è un habitué de necrologio. Qui ce ne sono proprio tanti scritti da lui, soprattutto a proposito di scrittori e poeti.

 

Pubblicato da: miclischi | 28 febbraio 2019

Alcuni esperimenti fotografici ispirati da Thomas Lang

L’opera di Thomas Lang esposta alla rassegna di Arles nel 2018.

Era l’estate del 2018 e alla rassegna di Arles (Les Rencontres de la Photographie di cui a suo tempo si parlò qui) colpì – fra le tante –  l’immagine composita del fotografo francese Thomas Lang. Non poteva non colpire, quell’opera, un fotografo che ha sempre pensato che un’immagine, un ritratto, una situazione, insomma un soggetto potesse anche risultare non soltanto da uno scatto singolo, ma da una serie di scatti, sia in sequenza che in composizione collagesca.

Nella serie di Lang denominata Gestalt, da cui era tratta l’immagine arlesiana, infatti, il fotografo realizza ogni immagine utilizzando tutti e trentasei fotogrammi di un rullino 135. Il risultato finale prende la forma di uno di quelli quelli che una volta si chiamavano provini a contatto. Era la tecnica che si utilizzava, prima dell’era degli scanner per negativi, ponendo tutte le strisce di sei fotogrammi su un foglio di carta fotografica sotto la luce dell’ingranditore, per avere un’immagine d’insieme di tutti gli scatti del rullino e  vedere come erano venute le foto. Naturalmente i provini a contatto avevano anche una funzione archivistica.

Un provino a contatto degli anni ’80 del ‘900.

Insomma, la visione composita di Lang fece venir voglia di cimentarsi con questa tecnica, provando diverse procedure, ottiche, insomma le infinite e magnifiche varianti cui si presta sempre la sperimentazione fotografica. Per l’uso della macchina, invece, non ci furono dubbi: la Nikon FM2 con il suo motore MD-12, in modo da evitare spostamenti e distrazioni causati dal trascinamento manuale. A dire il vero venne adottata una tecnica mista, vale a dire che invece di eseguire i provini a contatto in camera oscura, fu deciso di utilizzare l’accessorio DigitaLIZA commercializzato da lomography.com che permette di scansionare strisce intere di pellicola, compresa l’area perforata.

L’accessorio DigitaLIZA. Si può acquistare da lomography.com

Le prove iniziali furono concentrate sui ritratti di primissimo piano, in pratica con lo scopo di occupare tutto il campo coperto dai trentasei scatti con il viso del soggetto e poco più.

Con questa idea in mente la scelta dell’obiettivo fu obbligata: il Micro Nikkor 55 mm che permette di mettere a fuoco anche a distanze mosto ravvicinate, 24 cm per la precisione, con un campo inquadrato molto ridotto.

Fu pensato fin da subito che per scatti così ravvicinati, a pochissima distanza dal viso del soggetto, bisognasse senz’altro da procedere a mano libera (niente cavalletto o calcoli per cercare di far combaciare i fotogrammi più precisamente possibile). Inoltre fu necessario disporre di un adeguato livello di illuminazione diffusa, poiché fu scartata l’ipotesi del flash o illuminatore anulare da macro, che fra l’altro avrebbe prodotto fastidiosi cerchietti riflessi nelle pupille. In altre parole: gli scatti furono realizzati all’aperto in un bel pomeriggio luminoso.

Immaginando la serie di sei strisce di negativo da far combaciare per costruire l’immagine complessiva, fu scelto di procedere per strisce verticali dal basso verso l’alto, la prima a sinistra estrema, poi via via spostandosi un poco a destra all’inizio di ogni nuova striscia. Partire in basso a sinistra e cominciare a scattare e contare spostandosi verso l’alto. Arrivati a sei, si ritorna alla base, vi si sposta approssimativamente di un fotogramma a destra e si riparte verso l’alto, contando a ogni scatto. Arrivati a 12 si torna giù e si continua così striscia dopo striscia fino alla scatto 36. Naturalmente, prima di cominciare a scattare si prendono un po’ di misure, non tanto e non solo di esposizione e di messa a fuoco, ma proprio provando  a simulare i sei scatti in verticale e i sei spostamenti in orizzontale per verificare che la proporzione sia giusta, e soprattutto che il punto di partenza sia giusto.

I primissimi ritratti langhiani realizzati con la Nikon FM2 e il Micro-Nikkor

Dopo i primi esperimenti si presentò subito un dilemma: riprodurre le strisce scansionate così come sarebbero sortite da un provino a contatto fatto in camera oscura, oppure giocare sulla disposizione delle strisce per ricomporre più realisticamente il ritratto? Alla fine fu deciso di adottare questo secondo approccio, che oltretutto movimenta ulteriormente l’immagine composita.

Ma venne anche la curiosità di sperimentare altri soggetti, altre tecniche, altre ottiche. Ed ecco due serie di scatti realizzati a Marina di Pisa, usando il NIkkor 135 montato sul cavalletto, per tentare di realizzare composizioni architettoniche.

Due edifici di Marina di Pisa fotografati con il 135 mm.

Prima l’obiettivo normale (ancorché macro), poi il tele. E se si usasse il grandangolo? Una immagine composita fatta con il grandangolo fornisce, cercando di non sovrapporre più di tanto i fotogrammi, una immagine simile a quelle prodotte con un obiettivo fish-eye. Fu scelto come soggetto un tratto di pineta. Il risultato non fu particolarmente convincente, il che spinse a rivolgersi di nuovo agli edifici per questo tipo di visioni grandangolari.

La pineta di Marina con il 35 mm.

Infatti, dopotutto, anche usando l’obiettivo “normale”, se non si è troppo vicini al soggetto (come nel caso dei ritratti), è giocoforza adottare un approccio sferico piuttosto che piano (cioè si ruota la macchina sia durante le strisce in verticale che durante le traslazioni in orizzontale), invece di spostare proprio macchina-obiettivo solo in due dimensioni. Per questi esperimenti fu deciso di fare qualche scatto in piazza del duomo a Pisa, scegliendo come soggetti il battistero e un dettaglio del lato nord dell’abside della cattedrale.

In piazza del duomo a Pisa con il 55-Micro.

Alla fine però il soggetto preferito rimane il viso. La scomposizione dell’immagine in 36 fotogrammi crea nuove espressività, nuovi sguardi (a volte multipli!), insomma un nuovo punto di vista visionario.

Qui sotto ci sono altri tre ritratti realizzati con il Micro NIkkor 55 mm.

Da molto vicino con il 55 Micro Nikkor.

Già, si era parlato di ottiche; e le pellicole, gli sviluppi? Per questi esperimenti sono state utilizzate parecchie diverse combinazioni di pellicole e sviluppi, ma un punto fermo c’è comunque: la sensibilità. Si tratta sempre di pellicole da 400 ASA nominali. Il motivo di tale scelta risiede nella possibilità di utilizzare fattori di esposizione che non penalizzino troppo la profondità di campo (specie nei primissimi piani) e anche per ridurre il rischio del mosso.

C’è ancora molto da sperimentare, e quindi occasionalmente si proverà qualche altra soluzione tecnica, o criterio di inquadratura, soggetto, illuminazione etc. Intanto, un grande grazie a Thomas Lang per aver fornito questa fonte di ispirazione.

Per la cronaca: Gli scatti compositi realizzati per questa sperimentazione sono stati raccolti in questo album web (nel quale verranno occasionalmente caricate ulteriori immagini).

L’ultimo (alla data di pubblicazione di questo testo) esperimento di ritratto da molto vicino: un bi-ritratto!

 

 

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