Pubblicato in Italia da Sellerio nella traduzione di Luca Briasco

Quando il lettore iniziò la lettura del poderoso mattone regalatole da un’amica (grazie, Bethan!), ingenuamente pensò che si trattasse di una specie di versione maschile di The Group, che difatti il libro della McCarthy era stato letto non molto tempo prima. Là c’erano otto donne compagne di studi, qui invece – nel libro A Little Life – ci sono quattro cellettoni che condividono la vita al College, gli appartamenti da studenti, le cene, insomma le solite cose. Quale ingenuità! Dopo un inizio lieve e quasi scanzonato, Hanya Yanagihara inizia a scavare nelle vite di questi ragazzi diversissimi per provenienze, etnie, classi sociali, preferenze sessuali, preferenze professionali… eppure uniti da un’amicizia totale.

E lo scavo è proprio uno scavo accuratissimo, impietoso, verrebbe quasi da dire sconvolgente. Eppure questo collante imprescindibile dell’amicizia prescinde dalle diversità, dalle storie intime, dalle vite segrete che scorrono parallelamente alle vite condivise.

Raramente succede che le parole-chiave estratte dalle recensioni e ben evidenziate sulla copertina del libro siano proprio onestamentee veritiere. Astonishing – Extraordinary – Devastating – A masterwork. Tutto vero. Addentrandosi nella lettura – che è a tutti gli effetti una lettura faticosa, avvolgente, coinvolgente, angosciante e lacerante – si viene teletrasportati nelle vite di questi ragazzi. O meglio nel trascorrere di quelle vite, che attraverso gli anni e i decenni ci portano dal College alle esperienze lavorative, all’età matura, al superamento della soglia dei cinquant’anni. Ed è proprio un teletrasporto percepibile fisicamente. Nel sollevare lo sguardo dalla lettura è come se si vedesse la realtà intorno come filtrata da quelle minuziose e spietate analisi delle sensazioni e delle umane situazioni. E tutto appare sotto una nuova luce.

Questa storia spietata contraddice la riflessione di uno dei personaggi:  What he knew, he knew from books, and books lied, they made things prettier.

E’ uno di quei libri sul tutto. Sul tutto delle relazioni umane, di come l’intimo sentire si esprima (o non si esprima) nel rapportarsi agli altri. Nella vita adulta i quattro uomini diventano: un avvocato strapagato, una stella del cinema, un architetto di grido e un artista che si dedica soprattutto a pitture tratte da fotoritratti. Punto focale, ago della bilancia, centro di gravità, o come si voglia chiamarlo, di questa combriccola è Jude (l’avvocato). Estroso, intelligentissimo,  enigmatico e riservatissimo, eccellente in tante discipline: oltre alla giurisprudenza, la matematica, la musica (eccellente pianista e cantante). Ma Jude è ammantato dal mistero più insondabile riguardo alle sue origini. Non vuole che si sappia da dove viene, quale sia sia stata la sua vita prima del College, chi siano i suoi genitori, perché non si toglie mai i vestiti, neanche in spiaggia, perché zoppichi e a volte venga sopraffatto da dolori insopportabili alle gambe, perché non abbia relazioni sentimentali… Non vuole che nessuno gli chieda. E se qualcuno gli chiede, fugge. Eppure questo suo mistero, questa sua riluttanza a parlare, anche con gli amici più intimi, non scalfisce minimamente l’amore totale che i suoi amici non cessano di manifestargli.

Uno dei tanti temi sviscerati dal libro è la convivenza con il proprio intimo dolore. La sopportazione del dolore ma anche la sua accettazione. Così come la convivenza con le cause del dolore. Il muro invalicabile che Jude ha eretto fra il suo passato e la sua vita di relazioni è uno dei perni del romanzo. Ma questo non voler dire, non voler cedere alla lusinga del possibile conforto che potrebbe forse derivare dall’aprirsi con gli amici più cari, di fatto condiziona tutta la sua vita sociale.

C’è una specie di basso continuo nei dialoghi del libro, questo scambio di battute che si ripete qua e là, e che ben esemplifica questa pazzesca convivenza fra i sentimenti più sinceri e profondi e una quasi intollerabile incomunicabilità.

I am sorry.

It’s OK.

L’edizione italiana.

La maggior parte dei personaggi passano gran parte delle loro vite a dispiacersi, a soffrire per quel che non possono o non riescono a esprimere.  E poi, quando magari ci riescono, si dispiacciono. Si dispiacciono (I am sorry) magari per aver rotto per una volta il patto di omertà, per aver detto quel che pensano, per aver espresso un desiderio sincero.

Dall’altra parte, invariabilmente, sempre la solita risposta: non ti dispiacere, va bene così (It’s OK). Anche se manco per il salsiccio che va bene.

E in questo gioco perverso del non dire, del non chiedere, dell’accettare che le cose vadano come vanno, sta la parte più angosciate del romanzo. Perché si scorge l’ineluttabilità di questo approccio, ma si vedono anche i suoi effetti devastanti.

La tecnica narrativa di Hanya Yanagihara fa affiorare frammenti del passato di Jude poco a poco. E così aggallano l’abbandono, l’infanzia violata, la vita violenta nel monastero dei fratacchioni perversi, le illusioni di una possibile fuga, la violenza, l’autolesionismo, l’orfanotrofio con gli operatori altrettanto perversi, la nuova fuga, la prostituzione, le nuove violenze… E’ quasi miracoloso che in tutto questo turbinare di strazio e di violenza la mente di Jude riesca da aggrapparsi con forza alla cultura, alla musica, allo studio, anche all’arte culinaria, all’arredamento, insomma alla bellezza.

Ma non ci sono solo angosce e disperazioni, in questo libro. Ci sono anche le pagine molto affascinanti dedicate all’arte (ai quadri di JB, alle creazioni architettoniche di Malcolm, alle interpretazioni teatrali e cinematografiche di Willem) e le tenerissime pagine dedicate alla storia d’amore che finalmente Jude riesce a vivere.  Non senza scossoni, non senza angosce, non senza tragedie, ma con una tenerezza davvero commovente.

Si naviga in questa narrazione minuziosa, precisa, senza cali e senza compromessi, con la curiosità di dove si vada poi a parare. Il finale della storia, che qui sarà taciuto, raggiunge i massimi livelli di angoscia, commozione e disperazione che vengono trasmessi al lettore come se fossero misteriosi fluidi infusi da una flebo. Va tutto a gambe all’aria, tutti gli equilibri vengono sovvertiti, scoppiano i casini, scoppiano le situazioni, rimane solo – alla fine – una calma rassegnazione.

Avrebbe potuto andare diversamente? I personaggi avrebbero potuto fare scelte diverse?  Certamente sì. Resta il fatto che la potenza di questo romanzo si abbatte sul lettore con una forza inaspettata. Forse la qualità più importante che si possa chiedere un libro. Ci vorrà forse un po’ di tempo per rimettersi da questa esperienza, ma di sicuro ne è valsa la pena.

The axiom of the empty set is the axiom of zero. It states that there must be a concept of nothingness, that there must be the concept of zero: zero value, zero items. Math assumes there’s a concept of nothingness, but is it proven? No. But it must exist.

And if we are being philosophical – which we today are – we can say that life itself is the axiom of the empty set. It begins in zero and ends in zero.

 

Pubblicato da: miclischi | 12 giugno 2017

Ali Smith: tempo d’autunno.

Uscito nel 2016, tempi di Brexit

Che cos’è il tempo? E’ il tempo che passa dall’estate verso l’autunno, con le foglie che ingialliscono e cadono. Ma è anche il tempo che passa dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta. C’è poi anche il tempo che passa mentre si sta in coda all’ufficio postale, e che pure si dilata e si arricchisce e diventa un evento narrativo. Oppure il tempo che un anziano, anzianissimo, passa nel suo letto della casa di riposo con gli occhi chiusi, a rivivere il suo tempo che fu. Ma c’è anche il tempo della Brexit e delle ansie che suscita. O il tempo dei pomeriggi in cui la piccola Elisabeth passeggia con Daniel, il Sig. Gluck, il vicino di casa. Tutto questo – non solo questo – nel nuovo prodigioso romanzo di Ali Smith dal titolo Autumn.

Time travel is real, Daniel said. We do it all the time. Moment to moment, minute to minute.

E ci sono qua e là anche degli echi dal suo poderoso precedente romanzo, How to be both:

He is not just one thing or another. Nobody is.

Che cosa succede nella mente di un anziano che aspetta la fine? Quanto c’è di verità, o di finzione, o di rielaborazione critica, negli episodi che vengono proiettati sul maxischermo della sua mente? La mente di Daniel, i suoi ricordi, la sua storia. E il suo abbracciarsi con la storia di Elisabeth, questa bambina-ragazza-donna che si accorgerà, una volta adulta, che proprio lui è l’unico possible destinatario della parola amore. Lui che la ha accolta  – sempre, a qualsiasi età – con la solita domanda: Che cosa stai leggendo? Proprio come il  Motta.

Hello, he said. What are you reading?

Elisabeth showed him her empty hands.

Does it look like I’m reading anything? she said.

Always be reading something, he said. Even when we’re are not physically reading. How else will we read the world? Think of is  as a constant.

A constant what? Elisabeth said.

A constant constancy, Daniel said.

Pauline Boty: Love to Jean Paul Belmondo. Una delle opere citate nel romanzo di Ali Smith.

Ci sono i libri, c’è l’arte (Arty art), c’è la pioniera della pop art britannica (Pauline Boty), che punteggia con i suoi lavori raccontati a voce, qua e là, i dialoghi fra Daniel e Elisabeth ed altri tratti del racconto. C’è la televisione, ci sono gli show televisivi, la diva-bambina che riappare in carne e ossa a casa della mamma di Elisabeth… Questo libro caleidoscopico scheggia via da un capitolo all’altro con salti di tempo, di luogo, di contesto, di linguaggio, di tutto… E come al solito il lettore basito arriva in fondo e ricomincia da principio, che staccarsi da questa lettura non è per niente facile.

Perché c’è, soprattutto, il linguaggio. Questo rincorrersi delle parole, delle frasi, dei capitoli… Questa prosa cui Ali Smith ci ha abituati fin dagli esordi, ma che continua a evolversi e a stupire.

The pauses are a precise language, more a language than actual language is (…).

E la vita? Che cos’è la vita? Di che cosa è fatta? Di quali pezzetti, di quali ricordi, di quali sentimenti, di quali relazioni? In che modo la vita di Daniel Gluck steso in un letto a occhi chiusi è altrettanto vita di quella di Elisabeth bambina, o adulta, magari proprio lei che sta lì seduta accanto al suo letto, a leggere un libro, a esplorare l’universo celato da quelle palpebre abbassate… E come cambia la vita? Come cambia con il filo spinato laddove prima c’erano i campi, o con le scritte razziste, o i comportamenti razzisti; come cambia la vita con la Brexit?

Un libro pieno di punti interrogativi, di domande; ma anche di quei punti interrogativi che si disegnano sull’espressione incredula del viso: sono punti interrogativi di stupore. Che di sicuro il lettore si stupisce pagina dopo pagina. Dell’invenzione narrativa, della forza del dialogo, dell’efficacia nell’uso del tempo, questo protagonista assoluto che pure si piega alle necessità del raccontare. Insomma, se si può dire, che si dica: un altro capolavoro di Ali Smith!

Pubblicato da: miclischi | 25 maggio 2017

Mary McCarthy e il suo Gruppo: una bella scoperta

Un classico della letteratura USA anni ’60.

The Group. Questo libro tiene proprio compagnia. La prosa serratissima senza pause, fitta fitta di dettagli descrittivi oltre che narrativi, con dialogo ridotto, induce a calarsi e a lasciarsi avvolgere in questo ambiente coeso delle otto compagne di College e nelle loro vicende post-depressione del ’29.

Le vicende post-universitarie di otto compagne di studi narrate in questo romanzo di Mary MacCarthy si svolgono negli USA fra le due guerre; ma il libro fu pubblicato nel 1963. Suscitò indignazione o scandalo e la sua diffusione, per esempio, fu vietata in Australia (come ben raccontato da questo bell’articolo del Guardian).

Perché questo grande scandalo? Perché Mary McCarty dà voce alle donne, alle loro esigenze, ai loro sentimenti, alle loro scelte, ai loro desideri. Donne tutte diverse eppure unite, di diversa provenienza sociale, di diverso atteggiamento nei confronti dell convenzioni sociali che prevedono, semplicemente, che se ne stiano al loro posto senza alzare la voce e accettando una società di impianto decisamente maschilista. Era così fra le due guerre, era così anche nel 1963. E quindi, lo scandalo.

Si parla (le donne parlano) esplicitamente di desiderio sessuale e di rapporti sessuali, di contraccezione, di orgasmo, di allattamento al seno, insomma di argomenti tabù negli States puritani ai tempi dell’assassinio di J.F. Kennedy.

Ma non si presenta come libello sovversivo, questo grande dipinto sociale di Mary McCarthy. Avvolge e affascina soprattutto per la raffinata abilità narrativa e per la puntigliosità con cui i caratteri di tutti i personaggi sono impietosamente messi a nudo. Emergono così, a fianco della pretesa ambizione all’anti-conformismo, anche le debolezze, le tendenze alla rassegnazione, la depressione, la morte. Forse non è un caso, bensì un abile intento narrativo, che la storia inizi con un sorprendente matrimonio e si concluda con un altrettanto sorprendente funerale.

Una specie di trattatello antropologico e sociologico che scorre via lieto fra le pagine di questo racconto avvincente, a volte ridanciano, a volte tragico. C’è anche, a far da basso continuo, la cultura profonda di cui queste donne coraggiose si sono appropriate negli anni al Vassar College. C’è la musica, c’è la filosofia politica, c’è anche una citazione di Dante in italiano (il Conte Ugolino rinchiuso nella torre della fame), e una semi-parafrasi di Oscar Wilde (Each man kills the things he loves).

Una bella scoperta, un grande piacere di lettura, insomma proprio un bel libro.

Il film

Per la cronaca 1: fa di molto comodo poter consultare una sintesi di poche righe che descrive ogni personaggio. Infatti nella narrazione si salta bruscamente da questa a quella donna del Gruppo, e a volte viene da perdersi. Questo memorandum sui personaggi si trova meritoriamente qui, sulla pagina di Wikipedia dedicata al romanzo.

Per la cronaca 2: Grazie a Cees Nooteboom. E’ stato grazie a lui e al suo Tumbas (se ne ragionava tempo addietro qui) che venne voglia di leggere questo romanzo. Fra tutti i poeti, gli scrittori, gli artisti a cui Cees Nooteboom dedica le due riflessioni, Mary McCarthy è quella cui vengono dedicate parecchie pagine più degli altri. Quindi questa apparente anomalia andava indagata. E’ stata un’indagine molto piacevole e soddisfacente.

Per la cronaca 3: Naturalmente, c’è anche un film tratto da questo romanzo. Fu realizzato da Sidney Lumet nel 1966 e nel cast c’è fra le altre anche Candice Bergen. Prima o poi andrà visto anche quello.

Per la cronaca 4: In Italia il romanzo è disponibile nel catalogo Einaudi, nella traduzione di Elena dal Pra.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 9 maggio 2017

Peter Høeg cattura e affascina con i suoi racconti notturni

Trovato si seconda mano allo Slipway di Dar es Salaam

C’è poco da fare: la densità narrativa di questo straordinario autore danese è pazzesca e cattura, avvolge, angustia e affascina, strangola in una stretta di piacere e insomma non permette di distrarsi. Nell’affrontare questa raccolta di racconti raccattata nella sezione di libri usati della libreria A Novel Idea allo Slipway di Dar es Salaam ci si sente subito avviluppare nelle straordinarie doti di Peter Høeg. E prima di tutto ci si stupisce di come già in poche righe riesca a mostrarsi maestro della narrazione e insomma a trovare subito la complicità del lettore.

Pubblicato nel 1990, Racconti notturni, questo libro di short stories precede di due anni il successo mondiale di Smilla (1992) e segue a due anni di distanza (1988) lo straordinario esordio (La storia dei sogni danesi), che per essere un esordio si avvicinava già parecchio a essere un capolavoro.

Otto storie che si dipanano nei contesti più diversi – dall’Africa equatoriale di Conrad al mare di fronte a Lisbona, alla Danimarca, naturalmente – ma con un punto in comune fra tutte (la notte del 19 marzo 1929), o meglio due, come dice l’autore stesso nel preambolo: sono tutte storie d’amore. Che si sviluppino sul palcoscenico di un teatro, o negli equilibri instabili di una barchetta, in un laboratorio di fisica teorica, nelle aule di un tribunale o chissaddove, sono tutte storie in cui l’amore è il personaggio principale. L’amore con la sua forza e le sue contraddizioni, le implicazioni sociali, ma anche l’immagine o il riflesso dell’amore e dei suoi attori. Ma i personaggi e i temi si spalmano sul contorno, sullo sfondo che li avvolge e li incorpora, li domina, e prevale sul dipanarsi delle umane vicende. Come se, alla fine, l’universalità prevalesse sull’individualità.

Uscito in Italia nel 1997

Uno di quei libri che verrebbe voglia di tenere lì a portata di mano, per aprirlo a caso una volta ogni tanto, leggere un paio di frasi e venire risucchiati nelle atmosfere fantastiche di questo autore fantastico.

Per la cronca 1: Il libro fu pubblicato in italiano nel 1997 negli Oscar Mondadori (traduzione di Bruno Berni), ma pare che non sia più disponibile e bisogna cercarlo sul mercato dell’usato.

Per la cronaca 2: Il testo è ricchissimo di immagini, suggestioni e citazioni. Fra le tante, eccone due. Nel racconto su Conrad in Congo (Journey into a Dark Heart) viene menzionata la Torre Pendente di Pisa, per raffigurare l’instabilità delle certezze matematiche del personaggio David. E poi, nella storia sulle  vicende giudiziarie e personali del giudice Ignatio Langstat Rasker, compare il modellino dello Spray, la barca con cui Joshua Slocum fece per primo il giro del mondo a vela in solitario.

As a boy I read seafaring tales. Without exaggerating, I can say that I spent a large part of my childhood and youth at sea, without ever leaving dry land.

 

Piacevoli sorprese nei libri usati: una dedica.

 

Pubblicato da: miclischi | 4 maggio 2017

Un’infanzia vissuta per strada in una metropoli africana

Vivere, sopravvivere.

Nell’ultima scena del film Baarìa di Giuseppe Tornatore un bambinetto si aggira stralunato per le strade della città in mezzo al traffico. Se capita di vedere questo film durante la lettura del libro Kid Moses di Mark R. Thornton, il potere evocativo è fortissimo.

Una nuova prospettiva dalla quale considerare la quotidianità della vita nell’Africa Subsahariana: quella di un bambino che vive per strada in una metropoli portuale: Dar Es Salaam in Tanzania. Si aggira per strade e mercati, Moses, alla ricerca di qualcosa da mangiare, di un’elemosina vicino alla moschea, di un po’ d’acqua o di frutta, di un tozzo di pane. Ma si aggira per le strade anche cercando di scansare le persone e le situazioni pericolose. Giacché la violenza, l’odio, la morte – ma anche semplicemente la sfortuna – sono sempre in agguato. Va a dormire dove capita, oppure nel ventre sfasciato del relitto di una nave al porto, inseme a tanti altri derelitti, recuperando così una parvenza di tepore umano, di senso della comunità. Pronto ad affrontare un altro giorno di espedienti.

Moses è un bambino di undici anni. Ma vive come un adulto, affronta i problemi degli adulti, vive le paure degli adulti. Ha imparato dalla strada, si è fatto una sua esperienza di vita che lo guida nella sopravvivenza fra le strade trafficate e affollate della città.

Ci sono anche due parentesi al di fuori del contesto urbano: una quando con un suo amico sale su un camion in cerca d’avventura e si ritrova in mezzo al nulla alle prese con un anziano e viscido Mzungu dalle intenzioni poco chiare.  Poi quando passerà alcuni giorni, sempre il mezzo al nulla, prima con il suo amico, della cui morte vivrà il dramma (così si apre il libro), poi con un cacciatore bianco – che gli salverà la vita – accompagnato da una guida indigena, e infine con un ristretto gruppo di nomadi che vive di niente e che gli ricorda il suo arrangiarsi in città.

Non incontra solo persone maligne o pericolose, Moses, ma anche delle persone buone che si ripropongono di aiutarlo. Dalla prostituta che con spirito materno lo ospita a casa sua per una notte, all’omino del banco delle verdure che gli offre un lavoretto al mercato, alla donna che prima gli dà un passaggio per rientrare in città e poi lo fa lavorare nel suo negozietto, al benefattore che lo induce a entrare nella sua scuola rurale per bambini senza famiglia, al cacciatore bianco che si sacrifica per salvargli la vita in uno scontro drammatico con una banda di bracconieri.

Pipistrelli nel cielo di Dar es Salaam

Ma a Moses  sta stretta qualsiasi situazione in cui non sia libero di muoversi come gli va e quando gli va. E’ troppo abituato alla vita del girovago per accettare regole e costrizioni, anche se dettate dal più nobile degli intenti. E così, ogni volta che si trova in una situazione di relativa calma e serenità, sente il bisogno di evadere per ritornare alla sua usuale indeterminatezza (che forse è invece una pazzesca forza di determinazione). Come succede anche nel finale che, naturalmente, rimane aperto.

Un libro di grande impatto, eppure narrato con lo spirito del cronista. In uno stile piano, senza pietismi, una storia come si potrebbero raccontare tante storie. Magari meno tristi o drammatiche. L’autore, spiega la quarta di copertina, ha lavorato per quindici anni come guida di safari in Tanzania (la recensione del New York Times rivelerà che è statunitense). Quindi conosce molto bene l’ambiente di cui parla, sia quello urbano che quello della natura sterminata. Eppure non si lascia mai prendere la mano dallo sfoggio del proprio sapere. Si focalizza totalmente su questo ragazzino che si accontenta solo di sopravvivere.

Una bella lettura e, davvero, una prospettiva inusuale – e centratissima, per raccontare la quotidianità di un bambino nel sud del mondo.

 

Dal paginone centrale del libretto del CD “Kontiki” – Foto di Francesco Poeti

Chissà come fa, Enrico Morello, a camminare tranquillamente per strada, un passo dopo l’altro. Chissà come fa a non lasciarsi prendere dall’imprescindibile necessità di rompere quel ritmo dei passi per aggiungerci salti, sussulti, soprese e brusche virate imprevedibili. Proprio come fa quando suona mirabilmente la sua batteria.

E Dan Kinzelman? Quanto sarà alto? Quasi due metri o più di due metri? Domina il palco con la sua statura impressionante, ma ancora di più impressiona la sua abilità esecutiva nell’alternarsi fra il clarinetto e il sax tenore. Certo, a qualcuno fa godere di più il suono del sax, ma la sua intensità esecutiva nell’avventurarsi per scale discendenti del registro basso del clarinetto fa quasi riconciliare anche con questo strumento.

Enrico Zanisi siede al piano, timidamente volgendo le spalle alla sala, come per concentrarsi meglio sulla tastiera. Sulla quale risulterà tutt’altro che timido. Occhieggiando il batterista, con il quale scambia sguardi in tralice da un estremo all’altro del palco, gioca a rincorrere ritmi sorprendenti e inaspettati, conditi da grande agilità.

E poi c’è lui, Francesco Ponticelli, il compositore e leader del quartetto. Abbracciato sensualmente al suo contrabbasso che pizzica quasi con discrezione, suona anche con la bocca cantando silenziosamente quasi tutto il tempo. Ma si legge nel suo sguardo un livello di concentrazione altissimo, mentre deve contemporaneamente seguire il percorso della musica che ha nella testa e sullo spartito per portarla alle dita, e al tempo stesso coordinare il suo gruppo. Lo fa con lo sguardo, con il respiro musicale, con una specie di tensione magnetica che emana intorno a sé.

In Vicolo Franceschi a Pisa

Abène, ci voleva proprio, dopo un’invernata di concerti operistici o sinfonici, oratori, musica da camera… un bel concerto all’ExWide di Pisa con il quartetto di Francesco Ponticelli.

Musica composta, che fa bella mostra di sé sugli spartiti che punteggiano il palco, e poi finiscono a terra alla fine del brano. Musica raffinata, frutto di un grande impegno compositivo e di una estrema cura esecutiva. Insomma una goduria fatta di sensazioni, di sorprese, di perdersi languidamente nel seguire ora questa ora quell’idea che si rincorrono fra questi musicisti affiatatissimi.

La serata ha presentato brani diversi dall’ultimo disco (Kon-Tiki), il che ha permesso di farsi un’idea della varietà compositiva ed esecutiva di questo gruppo. Ma se si dovesse riassumere in una parola la qualità di questa musica che rimane addosso dopo il concerto, viene in mente di definirla soprattutto raffinata.

Una bella scoperta, una splendida serata, insomma, ci voleva proprio. L’acustica non era il massimo – piano e basso erano davvero in secondo piano mentre dominavano i fiati e la batteria. Nell’ascoltare poi a casa il disco Kon-Tiki  l’acustica ci guadagna ma… Si può dire? Lo sfrigolante frizzore che emana da questi musicisti straordinariamente coesi, quello si è goduto per davvero dal vivo!

Il CD pubblicato da Tuk Music

Pubblicato da: miclischi | 20 aprile 2017

Stravinskij secondo Casella in un gioiellino editoriale del 1926

Pubblicato da Formiggini nella collana “Medaglie” nel 1926.

Quando Alfredo Casella pubblicò questo breve studio su Igor Stravinskij (era il 1926), quest’ultimo, suo coetaneo, era nel pieno dell’attività compositiva, e infatti l’analisi critica della sua opera si ferma alla sonata per pianoforte del 1925. Ma c’era già parecchia carne al fuoco, e il dibattito era accesissimo.

Alfredo Casella si schiera decisamente fra gli ammiratori incondizionati del compositore russo, e osteggia sarcasticamente gli “analfabeti” che disprezzano la musica di Stravinskij a causa dell’ignoranza, dei pregiudizi e della scarsa propensione a calarsi nella sua musica.

Nel capitolo conclusivo afferma infatti senza esitazioni: … mi pare che l’opera di Igor Strawinski possa davvero, sin da oggi, considerarsi come una delle più perfette e compiute creazioni d’arte di tutta la nostra storia spirituale.

Casella passa in rassegna la carriera musicale del compositore russo, soffermandosi non solo sulle caratteristiche musicali di questa o quella opera, ma anche sull’impatto che ciascuna ebbe sul pubblico e sulla critica al momento della prima esecuzione. Dal Feurwerk (che attirò sul giovane autore l’attenzione universale), passando per l’Oiseau de feu, e poi Petrouchka (la cui prima esecuzione viene descritta nel contesto musicale dominato in Francia da Debussy, in Germania da Strauss e in Russia da Scriabin).

La quarta di copertina

Forse proprio a Petrouchka – e al successivo Sacre du Pintemps (il più violento, il più disperato scandalo che abbia conosciuto il teatro musicale dopo la celebre “première” parigina del Tannhäuser nel 1861)  – sono dedicate le pagine più intense di analisi e di critica. E via così, con l’appassionata ed entusiastica analisi dei lavori di Stravinskij; Les noces villageoises, L’histoire du soldat, Pulcinella (geniale rifacimento di ingenue e graziose musiche pergolesiane), il  Concerto per piano e orchestra di fiati, l’Ottetto per fiati (Strawinnski manifesta da lunghi anni una predilezione speciale per gli strumenti a fiato, che egli ritiene con ragione essere stati ingiustamente negletti durante il periodo romantico a favore degli archi), fino alla citata Sonata in tre tempi per pianoforte che fu aspramente criticata – una beffa – in occasione del Festival di Venezia. E qui nuove insofferenze sull’ignoranza della critica.

Il libriccino si impreziosisce di testimonianze dirette dell’autore, provenienti anche da conversazioni avute con Stravinskij, e risulta in tutto e per tutto una lettura di grande godimento, capace soprattutto di trasmettere curiosità e interesse per la musica del compositore russo. Che fra l’altro, avendo a disposizione Internet e YouTube, uno può anche andare ad ascoltarsi subito questa o quella opera che l’avesse incuriosito.

Nel suo piccolo, una cura editoriale impeccabile

Ma c’è un altro motivo per lasciarsi affascinare da questo libro. Giacché si tratta piuttosto di un librino, un libriccino minuscolo come ormai non usa più: misura undici centimetri per sei e mezzo… E’ finemente stampato su carta di qualità e ben cucito, con sovraccoperta istoriata e pergamino di protezione. Fu pubblicato nel 1926 dall’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini, che trasferì in seguito la propria casa editrice prima a Genova e poi a Roma. La stampa fu curata dalla Tipografia Poliglotta “L’Universale” di Roma.

Trovarsi per le mani questi piccolo vetusto gioiello editoriale conferma, se mai ce ne fosse il bisogno, quanto il piacere della lettura sia indissolubilmente legato al piacere di maneggiare un libro ben fatto. Anche se, a dire il vero, non è poi così semplice maneggiare un librino così piccolo.

Un bellissimo ritrovamento nella biblioteca di Luciano Lischi. Forse appartenne a sua sorella Lory, che si diplomò in pianoforte?

Per la cronaca 1: Se si cerca oggi il saggio di Casella su Stravinskij, si trova la versione ampliata che Casella completò nel 1946 e che fu pubblicata – postuma – nel 1947. E’ disponibile oggi nel catalogo dell’editore Castelvecchi.

Per la cronaca 2: la vicenda imprenditoriale e umana dell’editore Formiggini è ricchissima di dettagli appassionanti e tragici (si suicidò lanciandosi dalla Torre Ghirlandina a Modena, dopo l’emanazione delle leggi razziali da parte del regime fascista). Qui c’è un dettagliato profilo dell’editore scritto da Giulia Tanzillo. Sul Corriere della sera è stata pubblicata una breve interessante  nota di Sergio Romano sull’editore Formiggini in risposta alla domanda da un lettore.

Per la cronaca 3: Come cambiano i tempi. Nel 1926 non era considerato scorretto usare l’aggettivo negro. E infatti più d’una volta Casella fa riferimento ai ritmi della musica dei negri americani. Ma i tempi sono cambiati forse anche dal punto di vista ortografico? Nonostante si professi poliglotta, la tipografia non esita a stampare un libro in cui un pò si scrive con l’accento, e con l’accento si scrive anche quì.

Il libro fotografato insieme a un CD, per dare un’idea delle dimensioni.

 

Pubblicato da: miclischi | 17 aprile 2017

La didattica subacquea 52 anni dopo

Dalla rivista del TCI, dicembre 1965. Le risalite in squadra!

Al giorno d’oggi l’esplorazione subacquea è diventata uno sport di massa. Grazie soprattutto al progresso tecnologico e all’affidabilità delle attrezzature, l’immersione con autorespiratore è davvero alla portata di tutti, e non solo da sportivi super-allenati e specializzati. Resta comunque il nodo dell’organizzazione didattica, dei corsi, dei brevetti, delle sigle più o meno note, più o meno storiche.

Dopo lo slittamento della didattica dall’approccio accademico a quello prettamente commerciale, le scuole sub e le organizzazioni subacquee (oggi ci sono agenzie, sigle e controsigle a bizzeffe) somigliano sempre di più a dei brevettifici (c’è grande attesa per il corso che insegna a scoreggiare sott’acqua) più che a dei luoghi dell’apprendimento e della trasmissione del sapere. I tempi cambiano.

Forse proprio per questo fa una certa impressione rileggere, a cinquantadue anni di distanza, questo articolo che Luciano Lischi scrisse – corredandolo con sue fotografie subacquee scattate in mare e in piscina – sulla rivista del Touring Club Italiano del 12 dicembre 1965. Quando ancora non era stata codificata la prassi dell’insegnamento subacqueo.

Si parla quindi da tempo di un brevetto per i “sub”, che garantisca il possesso di un discreto grado di acquaticità, sia per le immersioni in apnea sia per l’uso degli apparecchi di respirazione ad aria o ad ossigeno.

L’articolo sulla rivistina “Il Touring” con foto di Luciano Lischi

Erano proprio gli albori, in Italia c’era solo una federazione subacquea, la allora FIPS, i corsi sub stavano partendo: quelli di primo livello erano ultra-selettivi e duravano tutto l’inverno in piscina tre volte la settimana. Tutti gli istruttori venivano brevettati da Duilio Marcante a Nervi (Luciano Lischi fu il quarantunesimo in italia a diventare istruttore) e il livello di omogeneità era massimo. Poi, come si è detto, i tempi sono cambiati. Ma c’è una osservazione, in questo lontano articoletto sulla rivista del Touring, che forse è valida ancora oggi. O meglio, che forse ancora oggi dovrebbe costituire il fondamento dell’insegnamento subacqueo. Nel delineare l’approccio della didattica subacquea, Luciano Lischi conclude con questa affermazione:

Si tratta tuttavia non soltanto di informazioni da ritenere o di posizioni da assumere, di movimenti da fare: l’allievo viene soprattutto allenato a pensare quello che fa.

Pubblicato da: miclischi | 11 aprile 2017

Una Cometa Bencini dal mercatino di Marina

Un’altra 127 della Bencini

Strano, no? Dopo tantissimi modelli denominati Comet, a un certo punto, era il 1960, la Bencini decise di mettere in produzione un modello con il nome Cometa

Rimarrebbe il dubbio che in fatti si tratti non già di una Cometa, bensì di una Comet-A, ma la bibbia del Malavolti su tutte le Bencini indica questa macchina fotografica, senza esitazione, proprio come Cometa. Resta comunque il dubbio, perché il nome sul frontalino della macchina mostra un impercettibile spazio fra la T e la A…

Anche questa, come le Comet, usa pellicola in formato 127 (mezzo formato, a dire il vero, come suggeriscono le due finestrelle sul dorso, e infatti il formato del fotogramma è 3×4).  Le caratteristiche tecniche di questa macchina sono molto stringate sul citato Malavolti: obiettivo acromatico 55mm con apertura f. 9 (l’unico altro diaframma è 16); i tempi sono 1/50 o 1/100 + B, e la messa a fuoco va fatta impostando la distanza sul barilotto dell’obiettivo (distanza minima: un metro).

Si notano sul dorso le due finestrelle per verificare l’avanzamento della pellicola

Come fa notare il Malavolti, questo è uno dei primi modelli nei quali la Bencini inizia a utilizzare materiali plastici per alcune parti interne. Ciò non toglie che la macchina sia abbastanza pesantuccia. Ci sono due caratteristiche curiose: una è il sistema di apertura del dorso. Dopo alcune ricerche per trovare una levetta o un gancio, si trovò infine che per scollegare il dorso bisogna svitare una ghiera che circonda l’oculare. Altra curiosità è che la staffa per il flash (il cui contatto è visibile sulla parte superiore dell’obiettivo) si trova sulla parte inferiore del corpo-macchina. E poi lo scatto, una levettona tutto sommato abbastanza ergonomica.

Sotto la macchina si trovano la ghiera per il trascinamento, la filettatura per il cavalletto e la slitta porta-accessori.

Insomma, un altro pezzo per la collezione di Bencini e di macchine in formato 127. Ma la prova pratica? Fu utilizzato uno dei pochi rimasti rulli Efke 100 riposti in frigo per scattare un po’ di foto a Marina e poi a Noceto.

L’inquadratura standard è quella verticale, ma è molto agevole ruotare la macchina anche per scatti in landscape. Come per altre macchine d’epoca sprovviste di occhielli per il lacciolo – e non dotate di custodia -, è abbastanza scomodo portarsi dietro la macchina tenendola in mano e non potendola mettere al collo. Pazienza. Gli scatti sono agevoli ma bisogna fare molta attenzione con lo scatto e premere molto dolcemente, perché la leva induce a far muovere la macchina e a produrre conseguentemente degli scatti mossi.

Parco urbano a Noceto

La resa ottica è risultata accettabile, anche se è un po’ fastidioso quello scarto di quasi due stop fra i due diaframmi. Ma alla fine è stato divertente fare qualche scatto con grande curiosità degli astanti. La pellicola è stata sviluppata in ID11 in soluzione stock e scansionata con Epson Perfection V600 Photo. Fra l’altro la pellicola si è un po’ schiccolata durante le operazione di caricamento della spirale della sviluppatrice, a causa del notorio spessore minimo della Efke, e della conseguente difficoltà a istradare il margine nelle feritoie della spirale.

Un barbuto molisano a Noceto.

Per la cronaca 1: La fabbrica croata della Fotokemika, produttrice della pellicola Efke, non produce più il formato 127. Anzi, a giudicare dal sito web, non sembra che produca più nessuna pellicola. E infatti così dice Wikipedia.

Per la cronaca 2: E allora come si fa con la pellicola 127, che prima era prodotta solo dalla fabbrica croata? Una ricerca sulla rete rivela che ci sono effettivamente in circolazione delle pellicole 127 (poche e assai care), come esempio sul sito fotoimpex di Berlino. Altrimenti bisogna ingegnarsi per installare nel rullo cartaceo una pellicola 135 (come spiegato qui) oppure, molto più macchinosamente, tagliando una pellicola 120, come dettagliato qui. Per quest’ultima soluzione c’è anche un video-tutorial che induce all’uso di un tagliasigari. Prima o poi bisognerà provare.

Per la cronaca 3: Anche questa macchina fotografica fu reperita al mercatino della terza domenica del mese a Marina di Pisa. Decisamente una fonte ricca di piacevoli sorprese.

Per la cronaca 4: altri scatti dal rullo di prova si trovano qui.

Non c’è sicura contro le doppie esposizioni. Qui c’è un esperimento di sovrapposizione sfuocato / a fuoco (Marina di Pisa).

 

L’involucro della pellicola Efke

 

Pubblicato da: miclischi | 1 aprile 2017

Born to run: l’autobiografia di Bruce Springsteen

Uscito in tutto il mondo nel 2016

I cani del Mulino di chiamavano Bruce e Clarence. Che infatti la musica della E Street Band con la voce di Bruce Springsteen, proveniente da musicassette C90 su cui venivano amorevolmente copiati gli album del Boss, era una delle colonne sonore di quei tempi al Mulino. Come le voci di Sandro Ciotti e Enrico Ameri che esaltavano le imprese eroiche di Falcao, Pruzzo, Conti, il roscio e gli altri, per non parlare di Ciccio Graziani. Quando la fede nella maggica era incrollabile.

Altri tempi. Ma se qualche decennio dopo esce la biografia del Boss, viene certo voglia di leggerla: quando si affacciò invitante dagli scaffali della libreria aeroportuale di Eindhoven, ebbene sì, fu impossibile resistere.

Una prosa fresca e incalzante, quella del Boss, un po’ come quando nei suoi concerti si dilunga a parlare (clamoroso il racconto della storia che diede origine a The River – nel triplo tutto dal vivo). Un racconto fitto fitto di episodi, personaggi, particolari. Bruce Springsteen si rivolge al lettore per illustrare la natura del suo lavoro autobiografico: I haven’t told you “all” about myself (…). But in a project like this, the writer has made one promise: to show the reader his mind. In these pages I’ve tried to do that.

La parte del libro di gran lunga più godibile è di sicuro quella in il Boss racconta la propria vita prima di diventare famoso. La vita di famiglia nella campagna del New Jersey, le radici italo-irlandesi profondissimamente permeate di cultura cattolica, la scoperta della musica, il desiderio di imparare, la passione nello studio (della musica), l’abbandono della scuola… insomma quando il Boss era ancora un cellettone di campagna maturò in lui una passione musicale che avrebbe condizionato tutta la sua vita. Niente droghe, poco alcol, ragazze insomma… Il Boss si racconta come una sorta di eccezione rispetto ai canoni usuali per qualcuno che, negli anni ’60 del ‘900, si preparava a diventare una star del rock. Ci sono i primi gruppi con cui suonare, i primi concerti nei locali più improbabili, insomma c’è in quella fase della vita del Boss una sorta di genuinità primordiale che lo accompagnerà per sempre, anche quando per davvero sarà una superstar.

Una musicassetta del Boss sopravvissuta dai tempi che furono

Con il successo arriva anche il caos. Per tutta la vita il Boss si è affidato alle cure di psicoterapeuti, ha attraversato cicli di depressione e ha fatto largo uso di psicofarmaci. Un prezzo forse inevitabile da pagare. Eppure, anche in questo periodo centrale del libro, quello naturalmente più esteso – scandito dai titoli degli album ma non solo – rimane qualcosa dell’innocenza, quasi dell’ingenuità delle origini. E le relazioni umane, con la moglie Patti e i figli, ma anche con i genitori (storia complicata), con le sorelle, con i musicisti della Band, con i tecnici e con i produttori, insomma questa rete infinita di affetti rimane sempre davvero come una rete salvifica come quella dei trapezisti.

Quando le C90 erano davvero un pezzo importante dell’esperienza musicale.

Ci sono tante gioie e successi, nella storia del Boss, c’è il bisogno imprescindibile di suonare davanti a una folla infinita, di andare in tour per gli States e per il mondo,  ma anche quello di continuare a cercare il suo rapporto intimo con la  musica nelle registrazioni domestiche da solo con la sua chitarra.

Ci sono le tante tragedie della morte. Due fra tutte: quella del padre, e quella del fratellone nero, The Big Man  Clarence Clemons. Ci sono le risate e ci sono le lacrime. Ma soprattutto c’è tanta musica e tanta poesia.

Una lettura cessuale durata qualche mese, a piccole dosi, fino al finale che è una galoppata in moto nella notte. Una lettura fatta di tanti flash-back sonori e non solo. Sì, è stato bello tornare a sentire il sax di Clarence e la voce di Bruce risuonare nei ricordi del Mulino, e non solo del Mulino. Una lettura estremamente appagante. Un altro dono del Boss.

Per la cronaca 1: Bruce Springsteen racconta in questo video le origini del libro e la sua lentissima genesi (gli ci sono voluti sette anni).

Per la cronaca 2: In Italia il libro è stato pubblicato da Mondadori (stesso titolo naturalmente!).  Per l’edizione originale, qui c’è la pagina di amazon.it (da cui si può accedere a un estratto del libro).

Per la cronaca 3: Per strano che possa sembrare, fra gli innumerevoli concerti citati nel libro manca quello del Madison Square Garden nel 1979 per un futuro non-nucleare: No nukes (The Muse Concerts For a Non-Nuclear Future). Dal concerto fu prodotto un triplo album che contiene delle vere perle. Qui si può vedere la performance del Boss al quel concerto con la E Street Band.

 

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