Pubblicato da: miclischi | 20 aprile 2018

Limonov: la bella storia di un personaggio detestabile

Personaggio e interprete

Ci sono persone la cui vita è di per sé un romanzo. In alcuni casi, addirittura, una moltitudine di romanzi. E se la romanzosità della vita del personaggio prevale sulla natura del personaggio stesso, può anche darsi che da questa vita venga fuori proprio una bella storia, a prescindere dalle opinioni che si possono avere su chi la ha vissuta.

Tutto cominciò con l’ascolto, su Radio Tre, della lettura ad alta voce del libro Limonov, nella traduzione di Francesco Bergamasco.  Un ascolto davvero emozionante, che cattura tanto da rimanere in macchina ad aspettare che la puntata sia finita, anche se si è arrivati a destinazione. La voce di Elio de Capitani scivola via episodio dopo episodio e incolla alla radio. Poi seguì la lettura del libro (grazie a Monica e Alberto)

In questo libro  Emmanuel Carrère prende la vita avventurosa di Eduard Veniaminovich Savenko, in arte Eduard Limonov, persona reale, russo, ribelle di professione, e la racconta. La racconta, verrebbe da dire, a ragion veduta, essendo Carrère stesso di origine russa.

Limonov: detestabile, antipatico, odioso, fascista, violento… insomma un personaggio negativo, di cui Carrère non nasconde niente, e di cui pare ammirare e rispettare soprattutto una dote: la coerenza. Ma, come si diceva, quel che rende questo libro davvero appassionante è la vita stessa del personaggio, sviscerata in tutte le sue fasi, opportunamente distribuite fra i capitoli del libro, che sono a loro volta delle storie quasi indipendenti l’una dall’altra. Difatti anche lo stesso Limonov, poeta e scrittore, le ha raccontate, queste fasi, nei suoi libri.

Carrère ricompone il puzzle, riprende i dati biografici, gli scritti di Limonov (mescolandole con le proprie vicende personali), la cronaca delle vicende storico-politico-belliche dell’epoca che va dalla fine dell’epoca di Breshnev, alla caduta del muro di Berlino, le guerre iugoslave, fino all’alba del nuovo millennio; e con questo materiale costruisce una storia arricchita dai suoi incontri con il personaggio e da innumerevoli ribedoli di storie pubbliche e private.

L’edizione italiana (Frassinelli) del libro in cui Limonov racconta se stesso ai tempi del periodo neworkese

Insomma uno zibaldone che contiene tantissime stratificazioni. Ci sono i vividissimi schizzi sulla vita di un adolescente nella provincia sovietica, le sue aspirazioni artistiche e sociali, la scoperta del sesso, l’inizio di un delinearsi del concetto di scelta politica e di vita che accompagnerà Limonov in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Poi il periodo newyorkese, negli ambienti degli esuli russi, o nei bassifondi, o nel maniero di un miliardario. Poi, naturalmente, Parigi. Nuovi incontri, nuovi amori. Poi il ritorno in Russia, il confronto con i mutamenti politici e sociali. Il complicato coinvolgimento nelle guerre balcaniche a sostegno dei serbi. La fondazione di un partito politico (equivocamente denominato nazional-bolscevico), la fascinazione per le steppe dell’Asia centrale, l’incarcerazione, la scarcerazione… Insomma pare non finisca mai, questa storia, ci si aspetta di voltare pagina e trovare ancora un altro ambiente, un’altra situazione, un’altra donna, un’altra presa di posizione.

Un libro veramente godibile. Anche un’occasione di ripassare un po’ di storia recente e recentissima. Non solo attraverso le vicende tormentate che hanno accompagnato gli ultimi anni dell’Unione Sovietica, la sua caduta, e i postumi della caduta, ma anche godendosi la costellazione di innumerevoli fatti, personaggi e episodi che hanno caratterizzato il cinema, la letteratura, la poesia, l’economia, la diffusione delle notizie, i media di quegli anni.

Un altro luminoso esempio di libro caleidoscopico.

Per la cronaca 1: per chi avesse voglia di addentrarsi nel personaggio Limonov, qui ci sono un po’ di articoli di approfondimento.

Per la cronaca 2: la lettura alla radio (30 episodi per un totale di 12 ore) si può ascoltare qui.

 

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Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2018

L’olandese volante approda al Parco della Musica

Passione wagneriana

Opera maestosa eppure intimista, L’olandese volante, aka Il vascello fantasma (Der fliegende Holländer), viene rappresentata in forma di concerto all’Auditorium Parco della Musica a Roma nella settimana prima di Pasqua. In una stagione in cui in teatri, chiese e sale da concerto si usano rappresentare le Passioni bachiane, ecco un’opera wagneriana che presenta sotto tutt’altra prospettiva il tema stesso della passione. Come già qualche anno fa nella stessa sala successe con il Rheingold, un’occasione d’oro per godersi la musica di Wagner e le voci dei cantanti e del coro senza preoccuparsi delle insidiose trappole della rappresentazione scenica. Che in certe opere di Wagner, come in queste, pone problemi non trascurabili di natura nautica ed acquatica.

Ai tempi della scuola di vela, da bimbetti, si guardava all’olandese volante (in inglese Flying Dutchman, confidenzialmente Effedì) come a un sogno da realizzare: l’ammiraglia delle derive da regata, classe olimpica per antonomasia, questa barca di 6 metri con genoa e girafiocco, dalla randa larga, con il trapezio e anche il tubo lancia-spi: un gioiello progettato negli anni ’50 del ‘900 dagli dagli architetti olandesi (!) Conrad Gülcher e Uus van Essen. Più modestamente, si imparava a timonare,  virare e strambare sul fratellino minore del glorioso FD: il Flying Junior. Ma l’anelito a poter regatare un giorno sulla prestigiosa ammiraglia era per tanti piccoli velisti il vero obiettivo da raggiungere.

Dal sito web della classe FD italiana

Ma torniamo a Wagner e al suo, di FD. Una grandissima gioia, godersi nella Sala Santa Cecilia questa cascata di musica entusiasmante. A parte qualche attacco dei fiati non proprio pulitissimo nell’Ouverture, l’Orchestra dell’Accademia ha fornito una prova molto buona, con dei picchi di straordinaria efficacia negli assoli di corno inglese, oboe e corno. Il direttore finlandese, Mikko Franck,  direttore ospite principale dell’Accademia, conduce molto appassionatamente, cambiando sempre posizione, ora dimenandosi seduto sul suo scranno direttorio, ora scendendo dal podio per dirigere aggirandosi fra i primi ranghi dell’orchestra… insomma ha mostrato un grande livello di coinvolgimento.

Il direttore Mikko Franck (dal sito dell’Accademia di Santa Cecilia)

Il Coro di Santa Cecilia, si sa, è una garanzia. E anche in questa serata ha fornito una prova superba. Che fossero i virili marinai norvegesi, o lo sventurato equipaggio fantasma dell’Olandese, o le filatrici compagne di Senta, o le seducenti ragazzotte che lumano i marinai, insomma i coristi e le coriste hanno fatto centro. Due esempi fra i tanti: durante la cosiddetta Ballata di Senta nel secondo atto, quando la poveretta è sopraffatta dall’emozione, le compagne la sopportano lievissimamente con il  loro canto: uno dei momenti più struggenti dell’opera. E il doppio coro dei marinai? Quando nel terzo atto si rianima il vascello dell’Olandese e il suo equipaggio, sballottato nella subitanea agitazione delle acque, minaccioso si contrappone alla bonarietà dei marinai norvegesi, questi ultimi, per esorcizzare il terrore si rimettono a cantare la loro canzoncella spensierata. E questo sovrapporsi improvviso di questi due canti, stupefacente e al limite della straziante cacofonia, è una delle più belle trovate drammaturgiche e musicali dell’opera. Peccato che questi due cori maschili non siano stati visivamente distinguibili: sarebbe stato forse bello – anche in assenza di rappresentazione scenica – disporli in modo che potessero davvero rappresentare due corpi canori distinti e contrapposti.

Tutti i ruoli solisti di quest’opera hanno una caratterizzazione molto marcata. Tutti, intorno ai disgraziati Senta e Olandese, vanno per la loro strada , incapaci di addentrarsi nella tragica passione mistica che avvolge i due amanti impossibili. C’è il gretto e avaro Daland, che non si accorge di quel che gli succede intorno, forse rincoglionito dalle lunghissime permanenze in mare. Il leggiadro timoniere, l’unico personaggio spensierato dell’opera, leggiadro nel pensiero e nella voce. L’acida nutrice Mary, probabilmente gelosa delle attenzioni che Daland rivolge solo alla figlia Senta, mentre un po’ di attenzioni, magari, sarebbero garbate anche a lei. Poi l’unico personaggio veramente maligno della storia, Erik il cacciatore, quello che scatenerà la tragedia finale, a causa della sua smania di potere e controllo sulla povera Senta la quale, oltre a non avergliela mai data, non si era mai neanche compromessa con prospettive o promesse. Ma lui niente: si picca a interpretare  come promessa di eterna fedeltà un abbraccio riconoscente che Senta gli diede una volta. E infine loro due. Il tenebroso Olandese rassegnato-ma-mica-tanto all’infelice destino che lo condanna a navigare in eterno. E Senta la mistica, innamorata del ritratto dell’Olandese e della sua sventura, totalmente presa di passione per qualcosa che può solo immaginare.

E i cantanti? Apprezzamento entusiastico ed incondizionato da parte del pubblico per tutti gli interpreti. Ma l’interprete che ha davvero scaldato gli animi e fatto spellare le mani è lei, Amber Wagner, convincentissima Senta. Una forza della natura dalla voce possente e ben dominata, l’unica a dire il vero capace di sovrastare la possanza dei ripieni orchestrali. Ma anche di incantare col suo delicato languore nei  momenti più soffici della vicenda, come nella sua ballata e in particolare in quel duetto d’amore dell’assurdo, all’incontro con l’Olandese. Questi due personaggi che si erano fino ad allora soltanto immaginati, si vedono e si riconoscono, e si fondono in un canto struggentissimo. Qui sotto un videino di Amber Wagner che canta la ballata al Metropolitan di New York.

Anche moltissimo apprezzato dal pubblico il ruolo del titolo: il baritono scozzese Iain Paterson , veterano wagneriano, ci ha fatto effettivamente la sua figura.

Navigatissimo calcatore di palcoscenici con la sua imponentissima figura (pur essendo un basso, è altissimo!), ecco l’altro finlandese sul palco: Matti Salminen, nel suolo del cellettone Daland. Non sempre limpidissimo nella voce, specie nel registro acuto, ha comunque fornito una prova convincente con la sua ieratica presenza, con il gigionismo con cui ha sottolineato la colpevole inconsapevolezza del personaggio, e con un superbo saltellato alla fine del duetto con l’Olandese che fa seguito alla richiesta di quest’ultimo di dargli Senta in sposa.

I due ruoli tenorili sono stati interpretati da un altro finlandese, Tuomas Katajala (il timoniere di Daland) e da Robert Dean Smith (Erik) . Più limpido e gradevole il primo. Ma il secondo, si sa, aveva l’arduo compito di interpretare il ruolo di un personaggio sgradevole…

Personaggio decisamente minore, Mary è stata interpretata dalla mezzosoprano Tiziana Pizzi, del coro di Santa Cecilia, molto espressiva nel suo ruolo-cuscinetto fra Senta e il padre, fiera oppositrice della insana passione di Senta per il ritratto dell’Olandese.

Il libretto del Manacorda autografato dal basso Matti Salminen

Una serata davvero entusiasmante, anche perché la visione in forma di concerto fa davvero concentrare sulla musica “senza distrazioni”. E quest’opera è davvero fenomenale nel mescolare con sapienza un  cocktail fatto di fragoroso vociare marinaresco, malinconia romantica, scoppiar di tempeste, ciacolar di donne, duetti d’amore e patti commerciali, ma soprattutto una sorta di esaltazione della passione mistica; insomma un grande variare di situazioni e di emozioni, ciascuna sottolineata da apposite suggestioni musicali, in quello che rappresenta il germe della tecnica del  leitmotiv che verrà dopo. C’è in particolare l’accenno, a volte perentorio, a volte sottile, del tema dell’Olandese, ogni qualvolta si presenta, o viene evocato, lui o la sua nave. Abène, proprio una bellissima serata. Ora quest’opera andrà vista non in forma di concerto ma in forma scenica. Con le secchiate d’acqua, e tutto il resto… Speriamo presto!

Una altro autografo d’epoca dallo stesso libretto del Manacorda

Per la cronaca 1: Come al solito si è ricorsi all’ascolto seguendo il prezioso libretto del Manacorda nella Biblioteca Sansoniana  Straniera, illuminante anche nella sua introduzione, e letteralissimo nella traduzione. Un paio di curiosità: per il Manacorda il padre (Vater) è senz’altro Babbo! E poi c’è la curiosa traduzione della cadenza della maledizione dell’Olandese (sieben Jahr) sempre espressa nella forma contratta (sett’anni).

Per la cronaca 2: Il giorno dopo la prima rappresentazione, Amber Wagner e Iain Paterson sono stati ospiti della trasmissione La Barcaccia su Radio Tre. La puntata si può riascoltare qui.

Per la cronaca 3: Dopo la Ballata di Senta, nel secondo atto, arriva Erik, si scuotono le ragazze e scoppia una specie di pandemonio che porta effettivamente una brusca virata nella musica (al verso 355). E in questa musica pare di risentire gli accenti altrettanto pandemoniosi (in senso ritmico e melodico) della chiusa del primo atto dell’Italiana in Algeri di Rossini (peraltro vista poco prima a Pisa – se ne era ragionato qui). Ora, qualche ricerca internettistica in tal senso non ha dato alcun risultato, benché abbondino gli accenni al fatto che Rossini non ammirasse per niente Wagner il quale, invece, una qualche stima per il collega italiano pare la nutrisse (lo citò nei Maestri cantori). Se qualcuno che ne sa di più avesse qualche cosa da precisare in merito a questo omaggio wagneriano a Rossini, si faccia avanti!

Uscito nel 2018

Tutto nacque da una recensione di Asymmetry romanzo d’esordio della scrittrice americana Lisa Halliday, ascoltata durante il programma Pagina Tre  il 23 febbraio 2018. Talmente efficace fu la presentazione di questo nuovo libro che venne voglia di leggerlo. Detto fatto.

L’alone di scandalo-gossip-sesso che ha fatto un po’ da cassa di risonanza all’uscita di questo libro scaturisce dal fatto che l’autrice si è ispirata a una sua relazione avuta da giovane con l’anziano scrittore Philip Roth (nel romanzo rinominato Ezra Blazer). Ma questo pretesto, nonostante tutto, rimane secondario rispetto alla qualità della lingua e della narrazione.

In uno stile matter-of-fact l’autrice narra – nella prima delle tre sezioni del libro (Folly) – questa storia d’amore in cui forse il protagonista è proprio l’asimmetria fra i personaggi: sesso, età, notorietà, ricchezza, approccio alla vita e prospettive future. Tutto diverso. Sono proprio molto lontani da due immagini riflesse e quindi simmetriche, queste due persone che trovano comunque un equilibrio molto ricco di spessore, di momenti di sana e ridanciana gioia, di complicità, insomma d’amore. E il messaggio positivo – sommariamente riconducibile al carpe diem che adottano i due amanti nelle loro diversissime fasi della vita – emerge con forza.

Si cambia radicalmente ambientazione nella seconda parte del libro (Madness). Qui il protagonista è un kurdo irakeno che per accidente si trova ad avere anche la nazionalità statunitense. E questa doppia identità, questa vita vissuta in America, con frequenti ritorni con i genitori e il fratello al natio Medio Oriente tormentato da guerre e conflitti, l ‘asimmetria intrinseca che vive Amar Jaafari, è il perno su cui ruota questa storia raccontata in prima persona. Capitolo dopo capitolo, si alternano due tracce narrative. Una, in tempo reale, contemporanea, descrive le assurdità cui è sottoposto il protagonista all’aeroporto di Londra. Gli viene impedito di entrare il territorio del Regno Unito, in attesa di un volo che via Istanbul lo porterà in Iraq, sulla base di una infinita serie di sospetti, preconcetti, cavilli burocratici, decisioni arbitrarie. In pratica rimane in stato di detenzione all’aeroporto.  L’altra traccia ripercorre invece le varie fasi della sua vita, delle sue relazioni familiari e affettive, gli studi, la ricerca di un lavoro, in un contesto che è avulso sia per una delle sue identità, l’irakeno negli States, che per l’altra: l’americano in Irak. Nel corso della narrazione si amplia, questo contesto, e da personale si fa universale: si contrappongono la cultura occidentale e quella medio-orientale, le diverse ma rispecchiate percezioni dell’altro/diverso, anche le religioni, se pur con un ruolo decisamente minore e quasi marginale. Naturalmente, in piccolo, ma con egual potenza – e asimmetria – questi opposti si ripropongono anche all’interno della società Irakena. E anche all’interno di Amar, che vive tutte queste contraddizioni e asimmetrie sulla propria pelle, sia come dubbi intimi sul come considerare la realtà , sia nelle modalità in cui queste realtà gli si rovesciano addosso.

… maybe East and West really are eternally irreconcilable – like a curve and its asymptote, geometrically fated never to intersect.

Poi si arriva all’epilogo. Nella terza parte, Ezra Blazer’s Desert Island Discs, ritorna l’anziano scrittore (si autodefinisce decrepito), in una vividissimamente immaginata trasmissione della serie della BBC (ha il suo corrispondente anche su Radio Tre: L’isola deserta)

Il programma della BBC “Desert Island Discs”

Allo scrittore viene chiesto di indicare gli otto brani musicali che si porterebbe su un’isola deserta, e nel mentre gli vengono anche fatte innumerevoli domande sulla sua vita privata e professionale. Una chiusa fenomenale in cui il fuoco del’asimmetria si sposta all’interno di una singola persona, e sugli innumerevoli disequilibri che ha incontrato e che continua ad incontrare nella sua vita. Ma questa simmetria, in un nonnulla, si trasferisce anche sul piano della percezione che hanno di uno scrittore famosissimo i suoi lettori. E questo gioco degli specchi (che la simmetria e il suo contrario continuamente richiamano proprio l’immagine riflessa) si ripropone su una nuova luce.

Insomma una convincentissima prova narrativa. Un libro che fa venir voglia di andare a ripercorre alcuni brani, di ritrovare ambientazioni, preziosismi linguistici, dialoghi di una freschezza sconcertante. L’esordio è decisamente valido. Se piove di quel che tòna… Al prossimo libro di Lisa Halliday!

Per la cronaca 1: La puntata di Pagina Tre in cui si parla della recensione del libro apparsa sulla Rivista Studio si può rialscoltare quiInvece, la recensione di Clara Mazzoleni si può leggere qui.

Per la cronaca 2: In una intervista sulla BBC l’autrice parla del suo romanzo. Illuminate e piacevole.

Per la cronaca 3: Pare che li libro sarà pubblicato in italia dopo l’estate 2018.

 

Con il pozzetto e la manovella per il trascinamento

C’è chi gli piace il formato quadrato e chinò. Volendosi accostare al medio formato, e magari riprendere in mano una vecchia ma funzionantissima Rolleiflex, bisogna fare i conti con il formato quadrato. Ci sono questioni di proporzioni, questioni di formato della carta, di abitudine… Che se poi uno usa il formato quadrato per ritagliarne una immagine rettangolare, a che pro? Ragionandone con Punto Reflex nel lontano 2010, saltò fuori dai magazzini insondabili del negozio una bella valigetta con un bel corredo di una macchina medio formato, sì, ma rettangolare! Era la Zenza Bronica ETRS 4.5 x 6. Finalmente!

Una macchina relativamente compatta, con ottiche di qualità e una bella serie di accessori succulenti: mirino a pozzetto con lentino, oppure a pentaprisma e anche con il pentaprisma esposimetrico; impugnatura ergonomica con scatto in posizione comoda e contatto caldo per il flash; magazzini 120, 220 (se ci fossero ancora le pellicole!), 135 e 135 wide; possibilità di doppia esposizione; tubi di prolunga; dorso Polaroid… insomma di che sbizzarrirsi.

Con il pentaprisma esposimetrico e l’impugnatura ergonomica con contatto caldo

Gioiellino del secolo scorso (prodotta in tante varianti e versioni a partire dagli anni ’70) si presenta in varie combinazioni e soluzioni tecniche, come ben evidenziato qui.

Il cuore del sistema è l’otturatore elettronico Seiko, con tempi da 1/500 a 8 secondi. I tempi più lunghi (T) si possono fare, ma l’operazione è alquanto macchinosa e bisogna operare direttamente su una levetta posta sotto l’obiettivo, svitando una vite, insomma una menata. Menata ancor maggiore è il fatto che la macchina senza pile non funziona (a meno che, dicesi, non si voglia scattare a 1/500 e basta). Peccato perché chi è abituato a maneggiare apparecchi che, anche in assenza di pile, possono funzionare se pure con funzioni ridotte, si sente un po’ a disagio, anche perché la pila non è di quelle che si trovano da qualsiasi tabaccaio (è una 544 da 6 volts). Poco male: bisogna abituarsi a portarsene sempre dietro una di ricambio.

Alcuni degli obiettivi disponibili per la ETRS: 40mm, 50mm, 75mm, 150mm, 200mm.

Una “zoommata” sull’idrovora di Coltano realizzata usando in successione tutti e cinque gli obiettivi, filtro arancione. Pardon (a mano libera). Pellicola FP4 sviluppata in ID11 stock.

Dopo qualche anno d’uso sporadico, si possono tirare alcune somme. La macchina è molto goduriosa da maneggiare. Di sicuro è praticissimo il pentaprisma, anche perché rende immediatamente realizzabile la decisione di scattare scatti verticali (in posizione portrait, appunti casomai uno volesse fare dei ritratti). Con buona pace degli integralisti del mirino a pozzetto, infatti, lo scatto in verticale si può fare, ma è davvero menosissimo (non c’è il dorso rotante come nelle macchine RB), oltre ad essere alquanto impraticabile a mano libera, considerando anche il peso della macchina (con il 75 mm siamo oltre il kilo e 300 grammi).

Alcuni scatti verticali

L’impugnatura ergonomica – associata al pentaprisma – permette di realizzare scatti in rapida successione, mentre il manovellismo e la necessità di puntare attraverso il pozzetto, ancorché dotato di lentino, rallentano tutte le operazioni. Detto in altre parole: per scatti in studio e in orizzontale va bene la configurazione “base”, ma per scatti di campagna con frequente uso dell’orientamento verticale, insomma, bisogna cedere alla coppia pentaprisma-impugnatura.

A parte la menata della visione in verticale senza il pentaprisma, la macchina è una vera goduria un concentrato di compattezza e ricchezza di opzioni, insomma un vero piacere fotografico.

Non è da trascurare neanche la possibilità di poter scattare, nella stessa sessione e con la stessa macchina, foto in formato 4.5×6, oppure in 135 o in 135 panoramico, il che in viaggio può rivelarsi utile. Oppure, più classicamente, con due magazzini 120, foto in bianco e nero o a colori, per esempio, o con pellicole di diverse sensibilità.

Una bella varietà di dorsi disponibili (oltre a quello Polaroid), e un tubo di prolunga per scatti macro.

Un bel po’ di anni di foto con la Zenza Bronica ETRS hanno prodotto una varietà di scatti di varia natura: in viaggio, a casa, cose, persone, luoghi, dettagli. Ecco qui sotto alcuni esempi di foto realizzate con tante diverse combinazioni di ottiche, pellicole e sviluppi.

Montecristo, Livorno, Corsica, Marina di Pisa, Calambrone, Museo Guatelli, Duomo di Pisa.

C’è una particolarità inquietante di questa macchina: se uno vuole fare delle prove su come funziona, come suona lo scatto, etc., è bene sapere che non è possibile azionare l’otturatore se non è stata caricata la pellicola (figuriamoci poi senza il magazzino inserito). E, anche se la pellicola è regolarmente al suo posto, non si aziona lo scatto se non si rimuove la slide frapposta fra il magazzino e il corpo macchina. Quindi, se per esempio si riprende in mano la macchina dopo un po’ di tempo e si ha la curiosità di sapere se “funziona sempre”, magari prima di portarsela in viaggio, il primo scatto se ne andrà per questa prova.

Altre osservazioncelle varie: se si usa il trascinatore della pellicola a manovella, bisogna fare attenzione ad adottare un aggancio della cinghia idoneo. L’anellone portachiavi con moschettone tenderà fatalmente ad incastrarsi. Invece, se si usa l’impugnatura con trascinamento a leva come nelle 135, bisogna ricordarsi che bisogna azionare la leva due volte di seguito per completare il trascinamento (se no non scatta). L’innesto dello scatto flessibile si trova non sul pulsante di scatto, bensì in un’apposita filettature sulla parte sinistra del corpo macchina (a dire il vero una posizione molto comoda, anche volendoci avvitare, per esempio, un sistema di autoscatto a molla). Ghiera dei tempi di otturazione: occhio che in condizioni di scarsa illuminazione i numeretti sono davvero poco visibili. Filtri: meno male che tutti gli obiettivi (tranne il 75mm della vecchia serie) hanno lo stesso passo portafiltri (infatti gli scatti della zoommata qui sopra sono stati fatti tutti con lo stesso filtro).

Con il dorso 135w si possono scattare delle “quasi-panoramiche”. Pianosa, Montecristo, Corsica, Crocino, Mostra Maratona Imago, Pineta di Marina

Particolare del pentaprisma esposimetrico.

Per la cronaca 1: Considerando le tante particolarità – e astrusità – di questa macchina, è importantissimo leggere a modo il manuale d’uso, che si trova come al solito qui, sul meritorio sito di Michael Butkus. Sono una cinquantina di paginette fitte fitte di istruzioni, fotografie e indicazioni pratiche. Veramente utilissimo.

Per la cronaca 2: Alcuni album di foto scattate con la Zenza Bronica ETRS: c’è l’escursione a Montecristo. Oppure una delle giratine in Corsica, o una uscita fotografica al Calambrone, o la visita al Museo Guatelli.

Per la cronaca 3: Ulteriori approfondimenti su questa macchina fotografica si trovano qui.

Persone!

 

Dopo Donizetti, Verdi, Melani e Puccini, si chiude in bellezza con Rossini.

Una stagione lirica gustosissima si chiude con un’opera scoppiettante, allegra, giocosa: L’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini, su libretto fenomenale, allusivo e osé di Angelo Anelli.

Un cast di giovanissimi cantanti, la collaudata Orchestra Arché sotto la guida attenta del Maestro Francesco Pasqualetti, il Maestro Stefano Vizioli, direttore artistico del Teatro, che orchestra la regia e le scene clamorose e coloratissime di Ugo Nespolo.

Un’opera scherzosa che, vista nel 2018, non manca di evidenziare – diversamente da come di certo fece già oltre cento anni fa all’epoca della sua prima rappresentazione – temi come i conflitti etnico-religiosi e i soprusi maschilisti nei rapporti uomo-donna. E anche una forte accentazione sull’importanza della solidarietà fra donne.

Ché tutto infatti ruota intorno alle smanie sessuali del potente Bey caricaturisticamente musulmano che si è stancato della moglie – e anche del suo harem – e si mette alla ricerca di una new entry esotica (livornese!) per i suoi bunga-bunga;  e al modo in cui le persone che gli stanno attorno si relazionano a questo volgare esercizio del potere.

Obbedire, compiacere, ingoiare i soprusi (del resto c’è sempre in agguato la minaccia d’essere impalati…), oppure ribellarsi? Ribellarsi sullo stesso terreno dell’arroganza e della volgarità: non se ne parla nemmeno, né potrebbe funzionare. C’è bisogno della sottigliezza, della scaltra raffinatezza di una donna (livornese!) che il Maestro Vizioli ha definito come l’unico personaggio davvero virile della storia.

La scena affollata e coloratissima: Atto 1 – l’Harem: in primo piano a destra Zulma (Caterina Poggini), sul divano Elvira (Giulia Della Peruta). Foto Imaginarium Creative Studio

Un’opera scoppiettante e complicata da eseguire, sia per i cantanti-attori che per le acrobazie musicali degli strumentisti. Una messa in scena straordinaria per abilità e coesione del cast, efficacia della direzione musicale e delle parti soliste (in particolare del corno, del flauto / ottavino e dell’oboe), con un impasto stupefacente degli archi; le scene al contempo classiche e modernissime nei loro sgargianti colori e nell’impatto da graffiti urbani… insomma ha funzionato tutto a dovere.

Andrebbe vista e rivista, questa edizione dell’Italiana in Algeri, tanti sono i dettagli scenici, registici e attoriali che affollano il palcoscenico: non ce la si fa a vedere tutto per bene in una volta sola!

Atto 1 – Isabella (Antonella Colaianni). Sullo sfondo, la nave andata a naufragare proprio lì! – Foto Imaginarium Creative Studio

Le caricature del personaggi (che caricaturali sono per davvero!) è riuscita alla grande, e finalmente non si è visto nessun interprete, ma proprio nessuno, cantare standosene impalato (!) in scena. Ché anzi sono sempre stati tutti in movimento: salti, giravolte, arrampicate… c’è ben da crederci, se tutti gli interpreti, nel dopo-spettacolo, hanno confermato, sì, di essersi divertiti parecchio, ma che fatica! Fatica fisica, ma soprattutto vocale ed anche emotiva: dopo tutto era pur sempre una prima!

Eccoli tutti insieme, i sette solisti, nel fenomenale finale del primo atto. Foto: Imaginarium Creative Studio

Mustafà, il perfido e prepotente ma baccellone Bey, è interpretato da Alessandro Abis, che avevamo apprezzato recentemente in un ruolo secondario della Fanciulla del West, e che qui finalmente ha avuto la possibilità di mettersi in luce a modo. Voce possente e cavernosa che non ha esitato a spingersi nel registro acuto alla bisogna. Grandi doti attoriali, soprattutto nel rappresentare il rincretinimento procuratogli dalle abilità seduttive della scaltra Isabella.

La moglie respinta e vituperata, Elvira, poi complice solidale delle altre donne della storia, è interpretata dalla spumeggiante Giulia Della Peruta. Grande presenza scenica, voce possente.

Amica, confidente, espressione principale dello sdegno per gli abusi di Mustafà, la schiava Zulma, è interpretata da Caterina Poggini, sempre al’altezza del ruolo, solo apparentemente secondario.

Il fidanzatino fatto schiavo dal Bey, Lindoro, scattante e sgusciante nelle sue manovre per raggirare il despota, è interpretato dal tenore cileno Diego Godoy, agile nella voce quanto nei movimenti scenici, convincente nella sua tenace lotta per la libertà e la giustizia.

Poverino, Taddeo… Quasi quasi alla fine la vittima di tutta la vicenda pare proprio lui: si lascia coinvolgere in perigliose navigazioni in acque infestate dai corsari sperando nelle attenzioni della bella Isabella, che invece stava andando proprio alla ricerca del suo Lindoro. Raggirato dal Bey, raggirato da Isabella e da Lindoro… Meno male che almeno ci rimedia la prestigiosa carica onorifica di Kaimakan! Qui è interpretato dal baritono Nicola Ziccardi, che si guadagna l’apprezzamento del pubblico non tanto per compassione del personaggio ma perché fornisce davvero una bella prova vocale e attoriale.

L’austero capo dei corsari, Haly (Alì), al tempo stesso fedele esecutore di ordini di impalamento, ma anche insofferente per la scemenza del suo capo, è ben interpretato da Alex Martini, che si esprime di molto bene nell’aria Le femmine d’Italia, oltre ad aver adeguatamente figurato in tutte le pieghe della vicenda con la sua imponente presenza.

Poi c’è lei, la scaltra bellona, Isabella l’italiana (Livornese!), perfettamente a suo agio in mezzo a tutti quegli uomini che ne inseguono le grazie. E’ interpretata con grande disinvoltura da Antonella Colaianni, mezzosoprano pugliese dalla voce scura che però, quando c’è da arrampicarsi nelle insidiose agilità richieste dalla partitura, ci fa proprio la sua figura.

Eccoli qui: sette interpreti che sono riusciti nella magia di creare un amalgama scenico e canoro straordinario. E forse non è un caso che alla fine del’opera l’applausometro li abbia tutti egualmente acclamati, ma proprio tutti, compresi direttore, orchestra, scenografo e regista. Che in questa compagine si è proprio percepita la coesione. Una coesione, a dirla tutta, che si è venuta a creare fra tutte le forze impegnate nella riuscita della rappresentazione: i cantanti, il Coro Ars Lyrica, l’orchestra, i tecnici di scena e delle luci… insomma proprio un bell’esempio di sforzo comune.

Coesione, fra l’altro, confermata dai cantanti nelle due chiacchiere fatte nel dopo-spettacolo. Questo gruppo di interpreti sembrava proprio una allegra combriccola di amici in gita. Gioia sul palcoscenico, gioia che passa contagiosa alla platea e su su dai palchi alla galleria al loggione, gioia che rimane appiccicata a tutti quanti hanno avuto il privilegio di poter assistere a questo riuscitissimo inno alla gioia.

A riprova della gran bella riuscita di questa rappresentazione, la persistente insistenza dei motivetti che rimangono in testa e che si ripropongono, la mattina dopo lo spettacolo, e poi ancora il giorno successivo, e quello ancora seguente, a rincorrersi nella testa proprio come i rintocchi dei tamburi, dei campanelli e degli altri onomatopeici suoni nel finale del prim’atto. Abène…

Alla fine: applausi ben meritati. Fra i cantanti: Ugo Nespolo, Francesco Pasqualetti, Stefano Vizioli. Foto: Imaginarium Creative Studio

Per la cronaca 1: Il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: Grazie al Teatro Verdi che ha permesso di scattare un po’ di foto durante le prove dello spettacolo. Il foto-album si trova qui.

Per la cronaca 3: Fu proprio una rappresentazione dell’Italiana in Algeri al Teatro Regio di Torino nel 1979 che  generò l’idea da cui scaturì, parecchi anni dopo, l’opera di Guido Bartoli che apre tutte le recensioni di spettacoli musicali di Enez Vaz. La storia è raccontata qui.

 

Macchina in verticale per sctati orizzontali

Eccola qui, finalmente una macchina fotografica che raggiunge un validissimo compromesso fra dimensioni del fotogramma (4,5×6), qualità dell’ottica (Zeiss) e dimensioni dell’apparecchio (è una folding davvero tascabile). E’ la Ikonta 521, prodotta dalla Zeiss Ikon  nei suoi vari modelli e varianti – nel periodo che va dal 1938 al 1954. E’ vero che pesa mezzo chilo, ma a patto di avere delle tasche solide (o una tasca adeguata nello zainetto), la portabilità è assicurata.

Ci sono due elementi da estrarre per rendere la macchina operativa: naturalmente il gruppo-obiettivo con il suo soffietto e le regolazioni di distanza, tempo e diaframma (aprendo la porta pieghevole sul frontale), e poi il mirino semi-sportivo sulla parte superiore dell’apparecchio. Questo secondo elemento mobile tende ad aprirsi anche da sé, quindi è bene riporre la macchina una una custodia più o meno a misura, per evitare che si apra (e si danneggi) accidentalmente per esempio in una borsa o zaino.

Un po’ di scatti di prova a Boccadarno con la Fomapan 200 sviluppata in ID stock.

Le dotazioni sono essenziali ma efficienti. Sulla parte superiore si trovano il suddetto mirino, il pulsante di sblocco per aprire il gruppo-obiettivo, il pulsante di scatto (a sinistra!) e la chiavetta per il trascinamento (anche quella a sinistra: la pellicola si carica “al contrario” da destra verso sinistra, per cui le foto sul negativo sviluppato risulteranno sottosopra). Nella parte inferiore si trova  la filettatura del cavalletto (purtroppo con il passo antico e quindi ci vuole un adattatore per applicarla sui cavalletti moderni). Sul dorso la finestrella con schermo rosso per verificare l’avanzamento della pellicola (120 mezzo formato, quindi si possono realizzare 16 scatti).

Obiettivo Zeiss-Opton Tessar 75mm f. 3.5 (chiusura massima f. 22); otturatore Compur fino a 1/500 + B (niente T); distanza minima di messa a fuoco: 1,2 m.

Un oggetto che già a maneggiarlo dà piacere.

Macchina in orizzontale per scatti verticali.

Si, ma scattare qualche foto? Allora, è di sicuro una macchina non adatta alla smania fotografica, e certamente destinata a un approccio più riflessivo alla fotografia. Le ghiere per il comando dei tempi e dei diaframmi non sono il massimo dell’ergonomia. Poi, in assenza di telemetro, la messa a fuoco si fa impostando la distanza sulla apposita ghiera dell’obiettivo (attenzione che alle distanze minime la profondità di campo è praticamente inesistente). Dulcis in fundo, è necessario ricaricare l’otturatore dopo ogni scatto, tramite ulteriore levetta sul blocco obiettivo. Prima di aver scattato, naturalmente deve essere estratto il corpo obiettivo con soffietto dalla apposita finestrella; dopo lo scatto bisogna estrarre la chiavetta e  avvolgere la pellicola fino allo scatto successivo, verificato sulla finestrella del dorso (in piena luce, però, che la trasparenza rossa è di molto scura). Non è possibile fare esposizioni multiple perché è necessario trascinare la pellicola per poter ricaricare l’otturatore.

Insomma, bella, portatile, di qualità… ma non è molto user-friendly. Quindi, la ricerca della macchina da portarsi dietro per ogni occasione non è ancora terminata.

Alcuni scatti verticali con la Fomapan 200 sviluppata in ID stock.

Per la cronaca 1: Il numero di serie di questa macchina N 6040, inciso direttamente sul rivestimento di leatherette nera, presenta una stella dopo il numero. Ecco qui qualche curiosa informazione sui numeri di serie “asteriscati” delle macchine Zeiss (pagina 21).

Per la cronaca 2: La dicitura Zeiss-Opeton che vuol dire? Questo sito spiega che la dicitura indica che si tratta di un obiettivo fabbricato dalla Zeiss in Germania Ovest dopo la guerra (quelli della Germania Est usavano la denominazione Carl Zeiss Jena. Dal numero di serie dell’ottica di risale al periodo di produzione (grazie a questo sito): dal 1946 al 1951)

Per la cronaca 3: Non si riuscì a trovare il manuale d’uso di questa macchina, ma sul sito di Michael Butkus si trova (in tedesco) quello della simile Ikonta 521-16 6×6 (notisi che il pulsante di scatto e il sistema di trascinamento sono invertiti, quindi la pellicola si carica normalmente e non “sottosopra”).

Quel che resta di una antica Gilera in un cortile di San Giuliano. Fomapan 200 sviluppata in ID stock. Si nota l’errore di parallasse (non corretto!) dovuto al mirino sportivo.

 

Fantasia imprescindibile

Libriccino striminzito e consunto, passato per chissà quante mani prima di approdare in una libreria di seconda mano a Bruxelles. Rimasto lì, anche lui come tanti altri libri – per una decina d’anni! – nel settore dei lungodegenti in attesa di lettura. E poi, finalmente, si apre il libro, si inizia a leggere, e a lasciarsi rapire dal vortice della fantasia imprescindibile di Salman Rushdie.

Si tratta del libro fantastico-fantasy-per ragazzi-epico-storico-antropologico-astronomico-fantascientifico-geografico-patafisico-avventuroso… insomma si tratta di questo coacervo di libri tutti racchiusi nel romanzo Haroun and the Sea of Stories, del 1990.

Ufficialmente annunciato come libro per ragazzi, è invece godibilissimo anche da chi ha un po’ di decenni sulle spalle. Anzi…

Comincia subito con una vividissima ambientazione, questa storia poliedrica:

There was once, in the country of Alifbay, a sad city, the saddest of cities, a city so ruinously sad that it had forgotten its name.

I personaggi principali sono il cantastorie Rashid Khalifa e suo figlio Haroun. Le storie che racconta Rashid sono così vivide e intense che cambiano la vita alla gente che lo ascolta. Ma poi il suo dono di gran raccontatore si offusca, si spenge, non riesce più a generare gioia e felicità nel grigio squallore che lo circonda. E allora comincia questo viaggio immaginifico alla ricerca di una soluzione.

E’ un viaggio in un altro mondo, in un’altra dimensione. Là dove si trova la fonte di tutte le storie, di tutte le favole. E’ un mondo (astronomicamente collocato sul secondo satellite della Terra, un’altra Luna che non è mai stata osservata perché si muove troppo velocemente) diviso a metà: da una parte c’è sempre luce, dall’altra c’è sempre ombra. E in questo estremo simbolismo luce/ombra, bene/male, voce/silenzio si muovono questi due sparuti personaggi che iniziano a interagire con esseri della più varia – e fantastica – natura.

Gli abitanti dell’emisfero illuminato si chiamano Guppees , mentre quelli della metà al buio si chiamano ChupwalasColoro che vivono in piena luce parlano in continuazione, mentre coloro che sono immersi nel buio vivono in silenzio.

Ci sono i temi classici delle favole, naturalmente: i castelli con principi e principesse, principesse rapite, i buoni e i cattivi, le galoppate su pseudoanimali favolosi, i guerrieri del male, la fanciulla che si traveste da ragazzo, i benefattori che risolvono le situazioni… Ma fanno capolino anche la tecnologia e l’informatica (P2C2E : Process Too Complicated To Explain), i conflitti sociali tipici dell’esistenza terrestre, i sentimenti.

In questo gran mescolio si sovrappongono gradevolmente il reale e l’immaginario, proprio come nelle favole, proprio come ben spiegato da Iff, il genietto acquatico:

Africa, have you seen it? No? Then is it truly there? And submarines? Huh? Also hailstones, baseballs, pagodas? Gold-mines? Kangaroos, Mount Fujiyama, the North Pole? And the past, did it happen? And the future, will it come? Believe in your own eyes and you’ll get into a lot of trouble, hot water, a mess.

L’edizione italiana, a quanto pare non più disponibile

Nel mondo delle favole si trova il vasto oceano dove si vanno a pescare tutte le storie. Sgorgano da una sorgente sottomarina, le favole, le leggende, tutte le storie del mondo. E nel vasto oceano si mescolano, si contaminano, ne nascono infinite varianti. Ma se la fonte viene inquinata, ne patiscono anche le storie, che virano tutte verso la tristezza, la violenza, l’angoscia. Via il lieto fine, vanno tutte a finire male. Ma il prode Haroun, con la sua caparbia forza di volontà, riuscirà a sconfiggere il male e a riportare la luce nelle favole e nelle vite di chi le ascolta.

Questa immagine del mare in cui si vanno a ripescare tutte le storie è bella e potente. E rappresenta forse anche una parabola della memoria. Giacché ognuno custodisce nel mare immenso della propria memoria una infinità di storie che si sovrappongono e si confondono. Ce ne sono di bellissime. A volte vengono dimenticate negli strati più profondi, poi magari riaggallano quando meno ce lo si aspetta. Basta fermarsi un attimo, trovarsi nello stato d’animo adatto, e dal proprio intimo mare delle storie si possono ripescare infinite favole luminose; e vivere meglio.

Un’altro straordinario libro di Salman Rushdie, pieno di idee, di immagini, di personaggi, ma soprattutto di storie.

Per la cronaca 1: Il libro è stato tradotto in italiano, ma pare non sia più disponibile nel catalogo Oscar Mondadori.

Per la cronaca 2: Dal romanzo di Salman Rushdie è stata tratta un’opera lirica: libretto di James Fenton, musica di Charles Wuorinen., musicista statunitense di origini finlandesi.

Per la cronaca 3: Una delle reinterpretazioni di questo romanzo è stata realizzata con una curiosa animazione di marionette (o come si chiama). Eccola qui.

Per la cronaca 4: La storia di Salman Rushdie e la storia di Haroun raccontate bene si trovano qui, in una video-lezione da Delhi.

 

Pubblicato da: miclischi | 15 febbraio 2018

Ciao, Giuseppe!

Il Motta all’Isola del Giglio nel 2009 per i sessant’anni del Gorgona Club Pisa

Il Motta se ne è andato.

Senza clamore, nel sonno, a casa sua, nella notte dopo San Valentino. Giuseppe Motta (ma veniva quasi sempre chiamato, appunto, “il Motta”), non ci chiamerà più puntualmente per farci gli auguri di compleanno. Non inveirà più contro chi si scordava di chiamarlo per il suo, di compleanno.  Non allieterà più le gite, i pranzi e le cene del Gorgona Club, circolo subacqueo di cui è sempre stato attivissimo socio, pur non avendo mai fatto immersioni, né in apnea né – figuriamoci! – con le bombole.

Amico di lunghissima data della vecchia guardia del Circolo (e specialmente dei due soci fondatori Luciano Lischi e Ettore Rigobon), si interessava a tutti, trovava sempre il modo di scambiare due parole anche con i giovani delle nuove generazioni subacquee, di vezzeggiare i bambini, di allietare i tanti eventi sociali cui ha partecipato con le sue epiche imprese (specialmente quando si trattava di mangiare un polpo crudo, meglio se ancora vivo) e con le sue perentorie affermazioni, i suoi sberleffi, i suoi giocosi insulti.

Quando ci si incontrava, che fosse al Barrino a Marina, o a casa a Fichino per il suo compleanno, su qualche isola, o a tavola, mi approcciava sempre con la solita curiosità: Che cosa hai letto di interessante ultimamente? Che libro stai leggendo? Quando ci siamo visti l’ultima volta, per il pranzo pre-natalizio del Gorgona Club nel dicembre 2017, ho voluto fargliele io quelle domande. Ma mi ha risposto che la vista non era più quella di una volta, e che non riusciva più a leggere. Che tristezza, se si pensa quale importanza abbia sempre avuto la lettura nella sua vita!

Ma pensare al Motta suscita anche innumerevoli moti di allegrezza e di gioia per i tanti momenti condivisi, per i tanti luoghi, le tante situazioni liete e memorabili.

Pensare al Motta significa ricordare la Citroen DS che si alzava sulle sospensioni pneumatiche prima di partire, quando s’era bimbi e si condivideva con Rosaria e Filippo la confraternita del bimbaio. Oppure pensare a Fichino, al suo vino bianco, ai sodi e ai trattori agricoli, alle innumerevoli stanze e agli innumerevoli oggetti di quella misteriosa e fantastica casa dal sapore meaulnesiano in mezzo alla campagna, ai pranzi con gli arancini. Ci fu anche il periodo naturista sui gommoni del Gorgona alla fine degli anni ’70. Poi l’impegno politico, la delusione per la deriva craxiana del PSI e le conseguenti invettive di Giuseppe. Poi la casa di Roma, a un passo da quella dei miei amici  sulla Salaria. Poi gli innumerevoli racconti, lo scrupolo nell’analizzare una lettura, un brano di un libro, o di un articolo di giornale.

Quando compii cinquant’anni Giuseppe ci tenne a regalarmi le Confessioni di Sant’Agostino. Il volume è rimasto lì sullo scaffale dei libri in attesa. Forse è giunto il momento di andare a curiosare fra quelle pagine, per ritrovarci e rinverdire le sagge parole del Motta. Forse, leggendo alcuni brani di quel libro, verrà spontaneo sentirsi comparire sul viso uno di quei sorrisetti a labbra strinte che Giuseppe sapeva così finemente dispensare.

Grazie Giuseppe, amico indelebile, compagno di letture e d’avventure. Mi mancherai.

Alcuni dei pranzi del Gorgona Club Pisa

 

 

 

Pubblicato da: miclischi | 8 febbraio 2018

La fanciulla di Puccini: un western all’opera

Puccini nel Far West

Ritorna al Teatro Verdi di Pisa quest’opera esotica di Puccini, La fanciulla del West.  Esotica non già nel senso dell’oriente come nei suoi più celebrati lavori di ambientazione cinese o giapponese, bensì bensì del far west, della California ai tempi della febbre dell’oro. Il pubblico di appassionati d’opera, e di Puccini in particolare, affolla il teatro, anche se il livello di scetticismo e di mugugno è notevole. O quella? ‘un mòre neanche il soprano… Oppure: See… un’opera di Puccini che non fa neanche piangere… Si sa, si è sempre saputo, che il pubblico va a teatro per vedere quel che già conosce e che vuole ritrovare e rinnovare emozioni già note. Ma per chi non aveva mai visto quest’opera in teatro la curiosità e le aspettative sono alte.

Si comincia nel saloon, come in ogni western che si rispetti. Folla di omìni, il barista che volteggia fra un tavolo e l’altro, carte da gioco, personaggi maligni oppure inteneriti da lei, l’unica donna in scena, la inarrivabile Minnie, grande regista delle emozioni degli avventori. C’è lo sceriffo – ci mancherebbe – e si affacciano anche i banditi. Grande mescolone di personaggi (il libretto ne elenca in totale ben 18!), di voci, di accenti. Proiettati sullo sfondo, mirabili e cangianti paesaggi delle Montagne delle Nubi, in una girandola di panorami mozzafiato.

E qui si affaccia già la caratteristica principale di quest’opera modernissima e audace: la musica. Non è musica che ammicca allo spettatore/ascoltatore per andarne a toccare le corde più intime dell’emozione e dello sdilinquimento (come Puccini sa ben fare). No, in quest’opera il compositore si lancia in sperimentazioni melodiche, armoniche e tonali che risultano davvero sbalorditive. Ben più audace della successiva Turandot, quest’opera  esplora degli ambienti sonori davvero inusitati. Bene, benissimo. Sembra però che questa affascinante ricerca compositiva, almeno per chi è affezionato al Puccini classico, non si leghi poi così bene con i ruoli canori e con la vicenda dalla debole drammaturgia e dal discutibile linguaggio del libretto di  Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. Viene da pensare che quella musica meriterebbe di essere ascoltata senza l’ingombrante interferenza di quel che si raccontano i personaggi in scena.

Minnie  (Amarilli Nizza) nel saloon del primo atto (foto Andrea Simi)

Il bandito non è il cattivo della situazione, anzi, il povero Ramerrez si presenta come un cellettone impacciato che alla fine si è trovato a vestire i panni del malvivente per una sorta di ineluttabile obbligo ereditario… Il cattivo è quello che dovrebbe essere il tuttore della legge, lo sceriffo ottenebrato dalla passione non ricambiata da Minnie. Lei, altro che sdilinquita fraschetta affetta da qualche incurabile male: Minnie è la roccia solida che gestisce le situazioni, non esita a impugnare una pistola o a maneggiare con destrezza (e scaltrezza) le carte da gioco per dominare senza cedimenti l’universo squallidamente maschile che la circonda.

Nel secondo atto a casa di Minnie, un simpatico ancorché astruso siparietto etnico con gli indiani d’America che parlano usando i verbi all’infinito (roba che i dubbi sollevati dalle connotazioni razziali dell’otelliano selvaggio dalle gonfie labbra impallidiscono). Poi questa scena di finta seduzione in cui, una volta stabilito che il bandito (ancora non rivelatosi come tale) passerà la notte lì, viene poi invitato a sistemarsi sullo strapuntino.  Poi la concitazione, l’arrivo dello sceriffo con i suoi sgherri, gli spari, le sgocciolature di sangue di machbettiana memoria… Poi la scena chiave dell’opera, quella più convincente sotto tutti i profili: la partita a poker.

Ed ecco l’epilogo, il terzo atto che contiene l’unica romanza dell’opera (Ch’ella mi creda ibero e lontano, molto ben interpretata dall’acclamato tenore Enrique Ferrer), in cui si dipanano i temi della giustizia e della questione morale, come si direbbe oggi. Alla fine trionfano sciropposamente i buoni che prevalgono sui rancorosi cattivi. E vissero felici e contenti…

Lo sceriffo Jack Rance (Elia Fabbian) con il cappottone di pelliccia e  Minnie (Amarilli Nizza) – foto Andrea Simi

Insomma, una vicenda un po’ deboluccia sul piano narrativo, con un libretto che non affascina, con parti canore non limpidamente legate alla musica… Eppure, alla fine ne è venuta fuori una bella serata all’opera, e le aspettative sono state soddisfatte. Messa in scena godibilissima, regia e movimenti scenici (di Ivan Stefanutti) ben congegnati, finalmente delle video proiezioni (di Michael Baumgarten)  che non puntano solo sulla spettacolarità, ma che producono davvero degli effetti scenici funzionali, efficaci, belli.

Già, ma i cantanti? Nella folla di personaggi/interpreti (il cartellone completo di trova qui), il pubblico acclama e premia nell’applausometro finale soprattutto i due personaggi principali, la Minnie di Amarilli Nizza e il bandito Ramerrez di Enrique Ferrer, con un omaggio lievemente minore per il baritono Elia Fabbian nei panni dello sceriffo. I due amanti si sono espressi al meglio dal secondo atto in poi, mentre nel primo atto pareva che dovessero ancora mettere bene a fuoco la voce. Elia Fabbian a dire il vero ha fornito una bella prova, e fra gli innumerevoli personaggi si sono messi in luce in particolare il basso Alessandro Abis nei panni di Ashby (una voce estremamente espressiva) e il tenore Gianluca Bocchino, interprete del tuttofare Nick, amico fedele di Minnie, che dopo la prova opaca del primo atto (vocalmente parlando: la sua presenza scenica svolazzante è stata favolosa), si è espresso in modo molto soddisfacente nel terzo.

Una bella scena d’insieme nella foresta innevata (foto Andrea Simi)

Ma l’applausometro finale ha giustamente premiato anche quello che forse è stato il vero protagonista della serata: il Maestro James Meena che ha condotto con grande abilità l’Orchestra della Toscana negli insidiosi meandri di questa partitura.

Per la cronaca 1: Niente da fare, anche alla fine dell’opera quei pucciniani tradizionalisti che erano scettici, scettici sono rimasti.

Per la cronaca 2: Tornando a casa dopo lo spettacolo viene da fischiettare l’unica romanza dell’opera. Ma… mistero: o come mai canticchiando la melodia di Ch’ella mi creda libero e lontano, quasi senza accorgersene si va a finire sulle note di Un bel dì vedremo? Che sia quest’aria dunque il trait-d’union tra l’esotismo western e quello orientale?

Pubblicato da: miclischi | 4 febbraio 2018

L’undicesima di Šostakovič a Firenze 47 anni dopo

Leopold Stokowski fu il primo a eseguire l’undicsesima negli USA

Era il 10 ottobre 1971 e il concerto pomeridiano al Comunale di Firenze (in programma: l’undicesima sinfonia di  Šostakovič) era diretto da Francesco de Masi. Fu una folgorazione. Una cosa mai sentita prima nell’ampio panorama della musica classica. Delicate atmosfere d’angoscia alternate a fragoroso clamore. Sonorità inusitate, presenza preponderante di legni, ottoni e percussioni, anche qualcosa che somigliava a una batteria (ma come, la batteria non si usava nei gruppi moderni tipo i Beatles?).

Fu amore a prima vista per questo compositore sovietico mai più abbandonato. Fu comprato subito il cofanetto di due dischi dell’undicesima sinfonia diretta da Stokowski, poi fu trovato qualche disco di pianoforte, anche lo spartito della versione per due pianoforti del secondo concerto, poi le edizioni Melodija dell’Associazione ITALIA-URSS, poi concerti in giro per l’Italia, poi i CD, il cofanetto dei preludi e fuga trovato a Arles, poi Martha Argerich a Roma… fino a questo ritorno dell’undicesima a Firenze.

Sono cambiate molte cose, è cambiato anche il Teatro di Firenze. Ma il richiamo di questa sinfonia di Šostakovič è stato irresistibile.

Domenica pomeriggio 3 febbraio 2017. L’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, sul podio il giovanissimo Alpesh Chauhan.

A dire il vero il concerto prevedeva nella prima parte due prime esecuzioni di due soporifere composizioni di Ottorino Respighi per flauto traverso e archi (solista: Roberto Fabbriciani). Poco a che vedere con la seconda parte del concerto, questa mielosa musica che ha fatto anche addormentare qualcuno (davvero!, in galleria si sentiva anche sommessamente russare… sarà stata l’occasione post-prandiale…). Ma dopo l’intervallo, finalmente, ecco l’undicesima, dedicata alla rivoluzione del 1905.

Alpesh Chauhan, foto di Patrick Allen

Si comincia con questo languorosissimo lento e appena percepibile lavorio dell’impasto degli archi, con puntualizzazioni delle arpe e grande impegno del timpanista, al lavoro praticamente sempre, soffusamente anche lui. Entrano poco a poco i veri protagonisti di questa sinfonia: i legni e gli ottoni, e tutto funziona a meraviglia. Nel secondo movimento, invece, quando viene il momento del fragore clamoroso, l’impasto si fa un po’ sfuocato. Nel terzo movimento rifulge l’aria cantata da tutte le viole e nel complesso ne vien fuori un bel risultato. Nei tempi fragorosi di questa sinfonia fiorentina, però, si perde un po’ di lucidità.  Forse quelle accelerazioni vertiginose e sconcertanti che il direttore ha imposto agli ottoni nei loro ingressi, qualche problema lo ha creato. Nel folgorante quarto movimento, invece, torna tutto, e questa alternanza fra piano e forte, fra sottili atmosfere eteree e fragorosissime fanfare, canti e nenie popolari , colpi, grida, l’assolo formidabile del corno inglese e le acrobazie del clarinetto basso, gli arrampicamenti pazzeschi dell’ottavino, i sei percussionisti impiegati a tempo pieno, insomma funziona tutto e si rinnova, a 47 anni di distanza,la magia di un finale che culmina con una lunghissima corona sugli ultimi rintocchi di campana che lasciano il pubblico ipnotizzato.

Abène, rivedere dal vivo questa sinfonia, per di più dalla galleria, con la possibilità di vedere per bene tutti gli strumentisti dell’orchestra (47 anni fa s’era in platea); che gioia condividere l’entusiasmo del pubblico, godersi lo spettacolo del giovane direttore che esalta e ringrazia, uno a uno, gli strumentisti che si sono messi particolarmente in luce (legni e ottoni), e tutte le sezioni dell’orchestra, una a una… Un pomeriggio entusiasmante almeno come fu quello del maggio 1971.

 

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