Pubblicato da: miclischi | 30 settembre 2017

Il Coro Costanzo Porta in Duomo a Pisa: una goduria

Un coro eccellente in Duomo a Pisa

Penultimo appuntamento del festival Anima Mundi a Pisa. Un concerto eminentemente corale nel quale il complesso dell’Associazione Costanzo Porta di Cremona fornisce una prova estremamente godibile e convincente. Non c’è orchestra (la parte strumentale è affidata soltanto all’organista Andrea Berardi), il complesso corale non è enorme ma ben misurato; insomma per una volta anche l’acustica incerta della cattedrale ben si confà alla performance musicale. Il coro, sotto la direzione di Antonio Greco, dimostra precisione e affiatamento; le quattro parti sono ben equilibrate e finalmente non dominano le parti femminili. Anzi: le belle voci dei tenori e dei bassi si fanno sentire e come. Ma anche le voci sottili dei soprani e quelle più gravi dei contralti colpiscono per la finezza e la precisione. Un coro nel quale, fra l’altro, hanno il proprio posto anche i due solisti della serata, i quali prendono postazione accanto al direttore solo quando tocca a loro, per poi tornare democraticamente nei ranghi. Insomma un bellissimo concerto nel quale la musica corale viene esaltata come si deve. Questo Coro Costanzo Porta è davvero uno degli ensemble vocali migliori che sia capitato di sentire a Pisa negli ultimi anni. Complimenti davvero!

Niente orchestra: solo l’organo

Sì, ma la musica? Si comincia con la composizione di Paolo Pandolfo il quale ha vinto anche quest’anno il concorso di composizione bandito dal Festival Anima Mundi (aveva vinto anche qualche anno fa, nel 2014 con un Te Deum). Infatti, poco prima dell’inizio del concerto si è svolta una breve cerimonia di premiazione con interventi del Presidente dell’Opera della Primaziale Pisana, Pierfrancesco Pacini, e dell’Arcivescovo di Pisa,  Giovanni Paolo Benotto.

La composizione si intitola Ave Maris Stella (per Coro e organo, con significativi interventi del mezzosoprano Anna Bessi). Una composizione mariana di impronta decisamente classica, ma scossa qua e là, a mestieri, con lampi di modernità che la animano e la rendono particolarmente godibile.

La cerimonia di premiazione di Paolo Pandolfo prima dell’inizio del concerto

Il concerto prevedeva anche due brani di Max Reger per intervallare le parti corali successive. Ora va bene questa alternanza; ma se i brani tenui e lievi di Reger vengono suonati dall’organista mentre il coro si ridispone per cambiarne la configurazione fra un brano e l’altro, con cantanti che salgono e scendono dal palco, o cambiano posizione, questi due piccoli corali – lontani dal fragore fantasmagorico ed entusiasmante di altri lavori organistici di Reger – ne risultano un po’ sviliti e sminuiti. Insomma vengono trattati come gli intermezzi suonati dall’arpista mentre si dipanano immagini di paesaggi con pecore ai tempi della RAI in bianco e nero. Una piccola pecca in questo concerto altrimenti godibilissimo.

Passons. Si ricomincia con la lunga e variegata successione di canzoni mariane di Brahms (Marienlieder op. 22). Qui il coro è da solo, canta a cappella, e ciò permette ancor di più di apprezzarne tutte le sfumature e le qualità. Una serie di sette canzoni, ognuna con il suo carattere, che si prestano benissimo ad essere eseguite in sequenza, specialmente da un complesso convincente come il Costanzo Porta.

Gli artisti alla ribalta alla fine del concerto: l’organista, la mezzo-soprano, il compositore Paolo Pandolfo, il tenore e il direttore. Sullo sfondo: il Coro Costanzo Porta.

Viene poi l’Ave Maria di Mendelssohn. E qui interviene anche l’altro solista della serata, il tenore Daniele Palma. Un cantante dalla vocalità che pare proprio ben impostata per il repertorio sacro e che ben figura in questa composizione in cui il ruolo solistico è imprevedibile e piacevolmente sorprendente.

Finale di concerto con un’altra composizione mariana (Salve Regina) stavolta del compositore estone Arvo Pärt. La parte dell’organo qui è apparsa estremamente flebile, al limite dell’incerto, complici anche i registri usati in alcuni segmenti dell’opera. Quasi in contrapposizione con la pienezza della parte vocale (anche nei piano), questi suoni un po’ pigolanti – lontani dalla maestosità che ci si aspetta dallo strumento – sono risultati un po’ deludenti.

Una bella serata in cui si sono sentite musiche mai ascoltate prima (ottima scelta dell’organizzazione), ma soprattutto in cui si è scoperto questo coro davvero di gran qualità. Via, ora siamo pronti per il gran finale con Sir John.

Applausi ben meritati per il Coro Costanzo Porta

 

 

 

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Viva Verdi! e Viva il Teatro Verdi!

24 settembre 2017: con qualche giorno di anticipo sulla data che formalmente sarebbe quella dell’anniversario vero e proprio, il Teatro Verdi di Pisa ha organizzato una festa di compleanno parecchio speciale. Un concerto lirico dedicato in parte a Giuseppe Verdi (cui è intitolato il Teatro) e in parte al Guglielmo Tell di Rossini, prima opera che fu rappresentata nel lontano 1867.

La impeccabile Orchestra Arché diretta da Francesco Pasqualetti, il Coro dell’Università (rinforzato da quello di San Nicola e dal Bruno Pizzi) diretto da Stefano Barandoni; e poi sette cantanti solisti.

Come spiega il direttore artistico del Teatro, Stefano Vizioli, alcuni dei solisti sono già veterani del Teatro Verdi, mentre a completare la squadra sono stati invitati anche dei giovani provenienti dall’esperienza del Progetto Opera Studio.

Sullo sfondo del palcoscenico, in attesa dell’inizio del concerto, scorrono proiezioni di  documenti d’epoca che testimoniano dell’inaugurazione del Teatro, ma anche momenti storici del suo passato. Durante il concerto vero e proprio, poi, saranno invece proiettate delle belle ed eloquenti immagini dei due compositori.

Il tenore Enea Scala, il solista più applaudito della serata, canta sotto lo sguardo assorto di Giuseppe Verdi. Foto: Imaginarium Creative Studio.

Due parole di prammatica, ci mancherebbe, con brevi discorsi del Presidente del Teatro, Giuseppe Toscano, e del Sindaco di Pisa, Marco Filippeschi. Poi entrano i professori d’orchestra, i coristi, si accorda e via, tutti pronti alla magia della musica dal vivo.

Uno dei pregi della serata pisana è stato preparare un programma che associasse a hit notissime anche brani meno frequentemente rappresentati. E così, dopo l’avvio con la sinfonia del Nabucco e un brano del Rigoletto, si passa a cori e romanze meno ascoltati dai Masnadieri, da I Lombardi alla prima crociata e dal  Don Carlo.

L’Orchestra Arché si presenta benissimo fin da subito col Nabucco. Poi arriva sul palco questo giovinotto che non si atteggia per niente allo stereotipo del cantante d’opera, ma che anzi pare un ragazzetto appena uscito da un aperitivo al Sunset. Ha il compito di affrontare Ella mi fu rapita dal secondo (o terzo che dir si voglia) atto del Rigoletto. Comincia a cantare. E a incantare. Si dimenticano le automatiche ed istintive considerazioni sul physique du rôle e ci si abbandona all’ascolto. Un ascolto entusiasmante. E’ lui, il tenore Enea Scala. Una voce ferma e piena, espressiva e potente, eppur precisa. E quando sale negli acuti, la sua voce invece di accuminarsi si ispessisce e rivela sonorità favolose. Quando finisce di cantare rimane concentrato e teso, quasi non si accorge che intorno a lui è scoppiato un fragore di applausi e di bravo! da far venire giù il teatro. Ma poi si scuote, sorride, va a stringere la mano al Maestro Paqualetti… Insomma una bellissima rivelazione, c’è davvero da associarsi all’auspicio di Stefano Vizioli: che diventi un ospite fisso del Teatro Verdi!

Non da meno, la affascinante soprano Patrizia Ciofi entusiasma il pubblico con le sue acrobazie canore e la sua espressività nel brano dei Masnadieri. Anche qui scrosci di applausi e entusiasmo palpabile.

La soprano Patrizia Ciofi si gode il tributo del pubblico. Foto: Imaginarium Creative Studio.

Dopo una bella prova del coro con il brano dei Lombardi (che il Maestro Vizioli propone come contraltare del più celebre Va pensiero), è la volta del Baritono Claudio Sgura e del basso Roberto Scandiuzzi in due arie del Don Carlo. Ecco, questi sono proprio cantanti che si muovono, usano la gestualità e la mimica proprio da cliché dei cantanti lirici navigati, e sembra che stia loro un po’ stretta la rappresentazione in forma di concerto. Ma le voci, oh, le voci… Ancora due bellissime prove che hanno scaldato gli animi e infiammato la foga applaudistica. Ma davvero una serata lirica in cui ben figurano ed entusiasmano tutti i solisti? Ebbene sì, è stato proprio così.

Così era la tessera dell’Associazione Pisana Amici della Lirica negli anni ’70

All’apertura dell’aria baritonale Ella giammai m’amò (che per inciso era riportata sul pentagramma nella prima versione della tessera dell’APAL),  si mette in luce con perizia e disinvoltura anche il giovanissimo primo violoncello dell’Orchestra Arché, Simone Centauro. E l’interpretazione di Claudio Sgura è splendida. Il basso Roberto Scandiuzzi, per parte sua, ha sfoderato proprio una voce da basso, di quelle che quando scendono verso il registro grave fanno sentire la tenebrosità come si deve, cosa che tutto sommato non capita poi così tanto spesso di sentire. Abène.

Chiusa spettacolare della prima parte con il brindisi della Traviata, un pezzo che pare proprio adatto a far festa. E qui si ha modo di apprezzare anche le due voci di Scala e Ciofi che cantano insieme. Intervallo. Il pubblico si aggruppetta per commenti e discussioni e prevale alla grande una sensazione di soddisfazione generale. Eppure il meglio deve ancora venire! Infatti tutta la seconda parte è stata dedicata a Rossini e alla sua ultima opera.

Il Guglielmo Tell, noto al grande pubblico più che altro per la sua Ouverture (la citò fra l’altro anche Dmitrij Šostakovič nella sua quindicesima sinfonia), è un’opera complessa, articolata e poco rappresentata. Ben venga quindi una scelta di brani da quest’opera che alla fine fa soprattutto venir voglia di vedersela tutta rappresentata per bene in teatro.

Tutti i solisti e il direttore in scena a godersi gli applausi condivisi con l’orchestra e il coro. Dietro di loro Rossini sogghigna ironico ma soddisfatto. Foto: Imaginarium Creative Studio

Sei brani che hanno dimostrato al pubblico pisano lo spessore, la forza, la profondità, la modernità, insomma… la bellezza di quest’opera. A dar manforte ai solisti della prima parte sono venuti alla ribalta anche il soprano Francesca Salvatorelli, il mezzosoprano Silvia Regazzo e il tenore Matteo Mezzaro. Goduria aggiunta a goduria. Parti corali, parti con tanti solisti coinvolti, arie solistiche… ce n’è per tutti i gusti. E quando si sente un’opera mai sentita prima (tranne che per l’aria O muto asil del pianto che si trova sovente nei recital tenorili), e la musica affascina e cattura e trascina ed entusiasma, allora vuol proprio dire che si tratta di grande musica, grandissimamente interpretata.

Si mette in luce di nuovo il violoncellista Simone Centauro nell’aria per baritono Resta immobile, cantata impeccabilmente da Claudio Sgura. Di nuovo grande apprezzamento del pubblico per le doti vocali di Enea Scala nella citata aria tenorile (con un applauso a scena aperta che pareva non volesse finire più). Ma, quel che è più bello, apprezzamento da parte del pubblico anche per i cantanti più giovani, che si sono ben integrati nelle parti d’insieme. L’emozione ha raggiunto il culmine con una prova d’insieme che ha visto in scena tutti e sette i solisti e che ha messo in risalto anche le doti dell’orchestra (ben introdotta dall’arpista Alice Belardini Pini) e del coro: il finale dell’opera. Una manciata di minuti in cui le sfaccettature melodiche e armoniche si accavallano per creare un’atmosfera davvero strabiliante. Roba da brividoni. E siccome alla fine il pubblico non la smetteva più di applaudire, di battere i piedi, di gridare e di esaltarsi… Ecco il bis. Davvero un bis del finale dell’opera, con rinnovata emozione e gioia, specie a veder le cantanti cantare con i mazzi di fiori in mano…

Bis coi fiori in mano! Foto: Imaginarium Creative Studio

Che opera, il Guglielmo Tell! Che serata, questo concerto con interpreti stupendi! Che teatro, questo Teatro Verdi che riesce ancora a stupire ed emozionare dopo centocinquant’anni. Il pubblico commosso ringrazia. E spera di poter rivivere presto queste gioie teatrali nella prossima stagione lirica, ed auspicabilmente anche in serate concertistiche come questa, di grande impatto artistico ed educativo.

Per la cronaca 1: nel programma di sala si legge l’annuncio dell’ultimo brano in programma: Tutto cangia. Un piccolo dubbio s’insinua. Ma non è che magari  il Todo cambia di Mercedes Sosa abbia qualcosa a vedere con il libretto musicato da Rossini? Ebbene no. Ma è interessante osservare come sia stato mirabilmente tradotto il libretto originale dell’opera (che era in francese) per ottenerne la versione italiana.

Tout change et grandit en ces lieux.
Quel air pur!

Diventa in italiano:

Tutto cangia, il ciel si abbella, 
L’aria è pura.

Per la cronaca 2: Il concerto è stato trasmesso in diretta per i cittadini su un grande schermo installato in Piazza della Berlina, a un passo dal teatro, grazie all’installazione realizzata da Alfea Cinematografica.

Per la cronaca 3: al culmine del concerto, nel momento più bello, proprio al risuonare di quel Tutto cangia del finale, naturalmente qualche mormorio anima la platea e i palchi (come succedeva con il concerto per violino di Ciajkovskij ai tempi della pubblicità dello Stock 84). Perché quella musica magica di Rossini, anche chi non si è mai interessato di opera, ma che ha magari qualche annetto sulle spalle, la aveva già sentita e risentita, e come!

 

 

 

Pubblicato da: miclischi | 23 settembre 2017

Gli insegnamenti indelebili di Bruna Cordati

Il testo battuto a macchina con inchiostro blu

Pioggia battente e intensa di inizio settembre sulla costa toscana: inondazioni, tragedie. C’è a chi è andata meglio, solo con un po’ d’acqua a inumidire le cantine e i pianetti bassi degli scaffali in cui da decenni erano conservati archivisticamente documenti di varia natura. Nel ripescare fra questi fogli umidicci le memorie lontane di scritti che a suo tempo fu ritenuto necessario conservare, emergono anche dei foglietti minuscoli, eppure diligentemente battuti a macchina; per di più con titolo applicato con caratteri traferibili. Si tratta delle istruzioni precisissime su come compilare le Schede di lettura, secondo i rigorosi dettami di Bruna Cordati.

Infatti le estati marinesi, a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non erano fatte soltanto di lunghissimi ammolli al Bagno Gorgona, tuffi, giochi, scorribande in pineta, lenzuoli di schiacciata del Ristori e cenoni con il bimbaio.

C’erano anche le ore dedicate pazientemente ai compiti estivi e le sessioni di approfondimento a casa della Bruna.

E così, fra i suoi insegnamenti di varia natura intorno al tema della lettura e della letteratura, alla ricerca di approfondimenti per rendere sempre più ricco il rapporto con i libri,  ci furono anche questi esercizi di riflessione, di scavo, di registrazione puntuale delle emozioni.

(SE E’ UN ROMANZO)

Non bastava leggere un libro, sosteneva la Bruna: era necessario anche, subito dopo la lettura, registrarne alcuni aspetti sotto forma, appunto, di una scheda in cui annotare alcune caratteristiche e alcuni parametri che poi sarebbero serviti a sviluppare lo spirito critico, la capacità di confrontare diverse letture, di affinare il gusto e le tecniche analitiche. Un esercizio digerito a fatica dai bimbetti delle scuole medie che avrebbero preferito impiegare il tempo in modi più ameni… eppure, quegli esercizi, quelle schede di lettura più o meno diligentemente compilate, hanno davvero contribuito in modo duraturo a improntare un modo di lettura consapevole che ha aperto nuovi orizzonti nel godimento dei libri.

Ecco il testo integrale delle istruzioni per compilare la Scheda di lettura:

  • Quale problema (quali problemi) affronta il libro?
  • Li ha risolti? E con quali mezzi?
  • Come giudichi la soluzione proposta dall’autore?
  • In che misura questo libro modifica le tue conoscenze precedenti?
  • Hai trovato punti oscuri?
  • Nel caso che tu li abbia trovati, pensi che questa difficoltà provenga da incapacità tua a capire o da incapacità dell’autore a esprimersi chiaramente?
  • Hai trovato l’indicazione di altri libri da leggere?
  • Quali intendi leggere tra questi?
  • Pensi di controllare alcuni dati culturali forniti dall’autore?
  • Sapresti dove rivolgerti per fare questo controllo?
  • Sei in grado di descrivere un passo del libro che ti sembri particolarmente persuasivo?

(SE E’ UN ROMANZO)

  • Racconta in poche righe il soggetto del romanzo.
  • Racconta con ricchezza e precisione di particolari un breve passo che ti abbia interessato.
  • Indica il rapporto tra le parti dialogiche, le parti descrittive e quelle narrative.
  •  Quali ragioni ti hanno spinto a leggere il libro e che cosa ti aspettavi da questa lettura?
  • L’inizio del romanzo ha corrisposto alle tue aspettative e quindi lo hai letto con piacere?
  • Descrivi con precisione questo rapporto di corrispondenza fra le tue aspettative e il testo.
  • Che cosa ti ha spinto a continuare la lettura?
  • Individua nel testo i passi che più ti hanno soddisfatto, indicando le ragioni di questa soddisfazione: queste ragioni possono essere di diverso ordine, da una maggior facilità nel testo a una maggior rispondenza alle tue aspettative, al tuo stesso carattere, etc.

La Bruna al Bagno Gorgona circondata dal alcune sue amiche (fra le quali Lilli Motta, Jolanda Lischi, Mimma Tolaini)

Per la cronaca; insieme al modello di scheda furono rinvenuti anche – umidicci ma ancora leggibili –  alcuni esempi di applicazione della schedatura. Si tratta di schede compilate con livelli variabili di accuratezza sui seguenti titoli:

  • Jean Merrien: I solitari degli oceani;
  • Bil Gilbert: Il linguaggio degli animali;
  • Eric Duffey: Difesa della natura;
  • Donald D. Griffin: Le migrazioni degli uccelli;
  • Charles V. Boys: Le bolle di sapone e le forze che le modellano;
  • Herman Melville: Giacchetta bianca;
  • Mario Rifoni Stern: Il sergente nella neve.

 

 

Pubblicato da: miclischi | 18 settembre 2017

Secondo concerto di Anima Mundi 2017: le liturgie di Telemann e Bach

Secondo appuntamento di Anima Mundi 2017

16 settembre 2017: ci si ritrova in Duomo per questo secondo concerto del festival di musica sacra e si nota subito il cambiamento di registro rispetto al precedente concerto: sul palco non ci sono i posti per il coro ed anche le postazioni degli strumentisti sono parecchio limitate. Il programma prevede quattro composizioni liturgiche della chiesa luterana (nel 500° anniversario della Riforma Protestante) di J. S. Bach e di  G. P. Telemann, (nel 250° anniversario dalla morte di quest’ultimo).

Non si tratta delle fastose e concertistiche grandi cantate che entrano sovente nei repertori dei teatri e dei festival. Queste quattro Cantate, decisamente minori, se non altro perché alquanto brevi, sono di sicuro meno appariscenti e quindi meno rappresentate di altre composizioni più – per così dire – clamorose. Un plauso quindi alla programmazione di questo Anima Mundi 2017, che porta al pubblico anche brani meno noti. C’è sempre qualcosa da scoprire.

Non c’è il coro. Ora, curiosamente, le note di sala non rivelano se la scelta di far cantare le parti di cori e corali ai quattro solisti sia una decisione interpretativa dell’Accademia di Colonia e del Maestro Michael Alexander Willens oppure una indicazione specifica dei compositori. Una ricerchina internettistica e nel repertorio degli spartiti completi di Bach (cui, per inciso, era stata inizialmente attribuita anche la cantata di Telemann Gott der Hoffnung erfülle euch TWV 1:634 – presente nel catalogo bachiano come BWV 218) rivela che effettivamente erano previste sia le quattro voci soliste che il tradizionale coro in quattro parti. Si potrebbe forse ipotizzare che la scelta interpretativa sia stata dettata dall’anelito a rendere questi canti liturgici particolarmente rarefatti, privandoli della grandiosità concertistica per restituirli a un rigore decisamente luterano (complice l’anniversario della Riforma).

L’Accademia di Colonia

Si comincia con la cantata di Telemann Ach Herr, strafe mich nicht in deinem Zorn nella quale l’orchestra partecipa con la sola sezione degli archi. Questa cantata non si articola in brani separati e distinti, ma si dipana tutta lungo un unico testo nel quale interviene dapprima il soprano, e poi anche gli altri solisti. Brano non eclatante e delicato, verrebbe da dire alquanto intimista.

Poi tocca a Bach con paritetica alternanza, ed ecco la cantata Jesu, der du meine Seele. Il notevole cambio di sonorità – decisamente più piena – è da attribuirsi anche al rimpolpamento dell’organico orchestrale con l’arrivo degli oboi de del flauto traverso. In questa cantata, impreziosita dall’alternarsi incalzante dei solisti, ha un gran lavoro da fare il basso continuo (violoncello, organo e violone).

Ritocca a Telemann con la cantata precedentemente attribuita a Bach, la citata Gott der Hoffnung erfülle euch. E qui arrivano anche i corni. E si fanno sentire, anche se nelle edizioni con coro pieno ovviamente la loro sonorità assume tutto un altro ruolo, a confronto di questa esecuzione a ranghi ridotti, per quanto pienamente godibile. E’ proprio ascoltando questa cantata che ci si può far venire  qualche idea del diverso approccio creativo di Telemann rispetto al contemporaneo Bach (i cui lavori vocali, per inciso, sono più frequentemente eseguiti e sono anche più noti al pubblico rispetto a quelli di Telemann). Viene da dire, d’impulso, che la composizione delle musiche liturgiche da parte di Telemann sia un po’ meno sacralmente rigorosa, ma chissà, bisognerebbe forse indagare ulteriormente.

Chiusa di nuovo con Bach (Wo Gott der Herr nicht bei uns hält). In questa cantata si cambia di nuovo registro e l’attacco è decisamente incalzante, sia per le parti strumentali che per quelle vocali. E la successione di parti soliste, anche nei recitativi, riecheggia più le grandi cantate bachiane di quanto non avessero fatto i brani precedenti. E anche gli ariosi strumentali appiano più pieni e maturi. Abène.

E gli interpreti? Nell’orchestra si è messo particolarmente in luce il flatutista Frank Theuns e l’ensemble è risultato complessivamente godibile. I quattro solisti vocali sono stati tutti all’altezza, con voci piene e ben controllate, espressive e ricche di sfumature. La limpida soprano Myriam Arbouz, la contralto molto appassionata Marian Dijkhuizen, il tenore Nicholas Mulroy dalle grandi doti attoriali e mimiche e, per finire, il basso Mauro Borgioni, dalla voce proprio ricca e a tratti sorprendente per forza drammatica.

Insomma, un’altra bella serata in Duomo, per di più arricchita da composizioni mai sentite prima. E se dopo il concerto rimangono dubbi e curiosità, e viene da ricercare qualche elemento in più per chiarirsi un po’ le idee, allora l’intento diffondere la musica – il suo linguaggio e i tanti messaggi che nasconde – è di sicuro riuscito alla grande.

Per la cronaca: pare per lo meno strano che in una cattedrale cattolica si celebri il mezzo millennio trascorso dalla Riforma Protestante, quello scisma nel cristianesimo europeo che porterà innumerevoli conflitti, violenze, dispute religiose e sociali, ma che sarà anche uno dei motori della differenziazione sociale, emozionale e caratteriale fra gli europei del sud latino, rimasti ancorati all’ortodossia cattolica, e quelli del centro-nord, che optarono per la svolta riformista. Poi si legge sui giornali che il Papa va addirittura in Isvezia per partecipare alle celebrazioni dei luterani. Decisamente, verrebbe da dire, non c’è più religione! Per qualche approfondimento su questo curioso tema, vedasi un articolo sull‘Osservatore Romano. Altrimenti, c’è anche un sito web (uno dei tanti siti web) interamente dedicato all’anniversario luterano, con una ricca sezione sugli eventi celebrativi.

 

Si comincia con Anima Mundi 2017

14 settembre 2017, si ricomincia con Anima Mundi,  l’appuntamento autunnale che ogni anno porta in Duomo a Pisa una piccola folla di appuntamenti tutti (o quasi) dedicati alla musica sacra.

Per l’apertura dell’edizione di quest’anno torna, a distanza di tre anni, la Messa in do minore di Wolfgang Amadeus Mozart. A dire il vero la Messa è stata preceduta da un lieve, delicato, struggevole e brevissimo brano per coro femminile con solo accompagnamento di organo: l’Ave Maria op. 12 di Johannes Brahms. Un bel modo per introdurre il Coro della Norddeutscher Rundfunk (NDR).

Fra l’altro i toni tenui di questa ode a Maria (così come quella dei primi numeri della Messa di Mozart) sono stati fra i più godibili della serata dal punto di vista del sound, considerando le note problematiche dell’acustica cattedralica, cui forse non ha giovato la controsoffittatura metallica.

Dopo l’Ave Maria, applausi convintissimi; poi entrano i coristi maschi (l’Orchestra della NDR aveva già preso posto), i solisti, il direttore Andrew Manze e via, si può cominciare con il pezzo forte della serata: la Messa di Mozart.

I meritati applausi alla fine del concerto

Via giù, bisogna dirlo: questo Kyrie iniziale in bilico fra la solennità e la sacralità, rimane nel ricordo dopo il concerto come il brano più sensazionale di tutta la Messa. E questa lotta musicale fra l’intimismo e il fragore caratterizzerà poi anche tutti i numeri di questa composizione straordinaria.

Dopo l’avvio con il coro, e un interludio quasi di cantilena, si inserisce accuminata –  con il Christe eleison – la voce del soprano Elisabeth Breuer, una delle stelle della serata. Come ben spiegano le note di sala di Daniele Spini, questa messa dedica al soprano proprio le pagine più complesse e virtuosisticametne articolate. E la Breuer non si è lasciata per niente intimorire: una voce sottile ma pienamente dominata e capace, alla bisogna, di ispessirsi e di scendere anche nel registro grave, per poi risalire e lanciarsi in acrobazie vertiginose. Un numero per tutti: Et incarnatus est..

Accanto alla Breuer, in prima linea, c’è la mezzosoprano Olivia Vermeulen. Con un ruolo un po’ di secondo piano (dal punto di vista quantitativo), ci fa tuttavia la sua splendida figura, a partire dal Laudamus te, al duetto del Domine deus per esprimersi al massino, ancora insieme alla Breur, nel Quoniam.

Una Messa decisamente al femminile, se la si guarda dal punto di vista dei solisti. Il tenore Patrick Grahl, dalla bella voce anche se un po’ scura,  entra in gioco solo nel citato Quoniam  e poi nel quartetto finale del Benedictus, insieme al basso Thomas Stimmel,  dalla voce molto calda ed espressiva, che comparirà – appunto – solo in questo brano finale.

Una pagina autografa della Messa di Mozart.

Ma questa alternanza di brani incalzanti (campione di incalzanza: il Credo), in cui vanno a braccetto l’espressività vocale e la perentorietà strumentale, sotto l’attenta guida del Maestro Manze dalla gestualità ampia, non manca mai di avviluppare in un turbine di gioia musicale.

Davvero un bell’inizio per questa stagione 2017 di Anima Mundi, apprezzato anche dal pubblico che ha a lungo applaudito i solisti, il coro, l’orchestra (notevole la resa degli archi) e il maestro, tanto da indurli a un piccolo grazioso bis (il corale di Bach Jesus bleibet meine Freude dalla Cantata BWV 147). Grazioso ma, a dirla tutta, un po’ smencio, in questa interpretazione bissistica dei complessi di Hannover.

 

Per la cronaca 1: della rappresentazione di questa Messa di Mozart nell’edizione 2014 di Anima Mundi si era ragionato qui.

Per la cronaca 2: lo spartito dell’Ave maria di Bhrams è disponibile qui.

Per la cronaca 3: si trova su Youtube un frammento del brano Et incarnatus est di questa Messa di Mozart cantato da Elisabeth Breuer: un piccolo assaggio per apprezzare la sua vocalità.

Pubblicato da: miclischi | 19 agosto 2017

Estate 2017: quattro letture in vacanza

Uscito nel 2016

Mare, campeggio, libri. Per primo il nuovo romanzo di Jean-Michel GuenassiaLa valse des arbres et du ciel. Per una volta questo autore abbandona la narrazione epica che spazia fra luoghi ed epoche diverse  e la storia si concentra tutta in un singolo episodio. Poche settimane nella campagna francese. Una storia narrata tutta in prima persona al femminile, sessant’anni dopo lo svolgersi dei fatti. Ma quali fatti? Vincent Van Gogh arrivò nella cittadina di Auvers-sur-Oise per farsi visitare da un medico, il Dr. Gachet, consigliatogli dal collega Pissarro. Il dottore ha una figlia diciannovenne, Marguerite che, folgorata dal pittore e soprattutto dal suo modo di dipingere, se ne innamora. Sarà proprio lei, anziana, a raccontare quella storia. Ecco, in questo romanzo, la cronaca di questo amore impossibile e del suo tragico epilogo. Insomma, una delle possibili versioni degli ultimi giorni del pittore olandese.

Con intermezzi di contestualizzazione storico/artistico/culturale. Ci sono estratti da giornali e riviste dell’epoca (era il 1890) e porzioni di lettere che il pittore scambiava con il fratello Theo  e con altri artisti.

Una bella prosa, una lettura piacevole; ma – si può dire? – è come se mancasse a questa storia il respiro eroico dei romanzi precedenti. Come se alla fine l’autore non si fosse sentito del tutto nei propri panni in una ambientazione così intimista. Per di più, narrata al femminile.

Le pagine più convincenti sono quelle in cui viene raccontata la foga creativa del pittore. E molto coinvolgenti sono anche le esplosioni emotive di Marguerite allo scoprire uno stile pittorico per lei totalmente ignoto e sconvolgente.

Alla fine del libro l’autore mette un po’ di puntini sulle i e fornisce degli elementi conoscitivi in più su quel che si svolse (o che si presume si sia svolto) in quei giorni a Auverse. E ci sono numerosi spunti di approfondimento sia sul dottore che su sua figlia, su inquietanti (e squallide) questioni di falsi dipinti spacciati per buoni dal dottore, insomma una moltitudine di storie in questa storia.

 

Riletto in inglese tre anni dopo la lettura in italiano

Il romanzo Stoner dello scrittore americano John Williams s’era già letto anni fa nella traduzione italiana (se ne era ragionato qui). Poi (grazie, Bethan), arrivò anche la versione originale e fu riletta d’un fiato. Confermata la perfetta corrispondenza del piattume della vita del protagonista con il piattume della scrittura. Una vita piatta e corretta, raccontata un modo corretto e piatto. Con qualche brevissimo guizzo nei rari momenti di entusiasmo vissuti dal povero Professore. Niente da aggiungere.

 

 

Uscito nel 2017

Poi un brusco cambiamento di rotta. Si passa dalla narrativa al reportage giornalistico e all’indagine socio-politica. Si tratta di Fractured Lands (How the Arab World Came Apart) del giornalista statunitense Scott Anderson, con fotografie di Paolo Pellegrin . Dall’invasione USA dell’Iraq del 2003 all’espansione dell’ISIS; passando per le primavere arabe e l’esplosione dei fenomeni migratori. Non senza una breve introduzione sulla spartizione e frammentazione del mondo arabo dopo la fine della prima guerra mondiale. Scritto benissimo. Inquietante. Non solo per il ritratto spietato di una serie di mondi in via di disgregazione raccontati anche attraverso le vicende vissute da sei persone reali in Libia, Egitto Siria, Iraq , Kurdistan e Giordania; ma anche per lo sconforto che trasmette al lettore. Uno sconforto multiplo. Sfiducia nel genere umano. Sconcerto per l’evidenza di come il destino di persone e di popoli sia deciso da qualcun altro per altri scopi. Scoramento per l’approccio da parte di alcuni giovani che cercano alternative impugnando le armi, e per un nuovo aspetto del concetto stesso di “ribelle”. Non più quello evocato da Ariel Dorfman, ma qualcosa di più gretto e animalesco, svincolato tragicamente dalle ideali, dalle fedi e dalle convinzioni.

… of the nearly two dozens former ISIS fighters I interviewed, only one professed to have joined for religious reasons. All the rest enlisted forthe most banal of reasons: money, prestige, because their buddies had joined. In essence, then, it seems that what primarily drives young Arab men to ISIS is very similar to what might drive a disaffected American youth to an inner-city gang, or a young Mexican to the narcos, and then combatting the danger they pose is more of a sociological and economic undertaking than an ideological one.

Un libro angosciante ma bellissimo.

Una delle tante edizioni Penguin

Per finire, un bel mattoncino di William Boyd, il poderoso Any Human Heart (grazie ancora, Bethan). Un libro, tanti libri. Una vita, tante vite.

Questo romanzo scritto sotto forma di diario di Logan Gonzalo Moutstuart corre attraverso tutto il ‘900. Infatti l’autore del diario nasce nel 1906 e muore nel 1991 (mentre l’autore del libro è del 1952). Figlio di industriale inglese della carne in scatola e di madre Uruguayana, passerà in sudamerica solo i primi anni della sua vita, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove intraprenderà l’odiosa carriera di studente nel sistema scolastico “bene” di quel paese. Si fa una certa fatica, all’inizio dei diari scolastici, a sopportare questo tono supponente, questa mollezza da borghese benestante che si preoccupa soprattutto di diventare un giorno, per dirla con Max Greggio, a little gentleman of nothing. Niente lascia supporre che a quei diari di scuola possano far seguito un’altra decina di diari, specchi di altrettante vite diverse, in luoghi diversi e – sembrerebbe – vissute da personaggi diversi, tutti interpretati da lui, Logan Mountstuart. Non sono quasi mai vite facili. Ci sono parecchi contraccolpi inaspettati, bruschi cambiamenti di rotta, colpi di scena, guerre… In Europa, ma anche in nordamerica e in Africa.

Ci sono le donne, innumerevoli donne, espressione quasi sempre delle smanie sessuali di Logan Mountstuart. Solo raramente pure e commoventi espressioni d’amore. C’è insomma un po’ di tutto, in questo diario di uno studente che poi diventa scrittore, giornalista, critico d’arte, ufficiale dei servizi segreti della Marina Britannica, mercante d’arte, professore universitario, inconsapevole fiancheggiatore della banda Baader-Meinhof, pensionato nella campagna francese… Ci sono gli innumerevoli personaggi pubblici che incontra in varie parti del mondo (Joyce, Hemingway, Picasso, Pollock, Virginia Woolf, Jan Fleming, solo per citarne alcuni). E Mountstuart non risparmia qualche frecciatina qua e là (come per esempio per due personaggi che ammira come uomini ma non come artisti: definisce Hemingway il Jackson Pollock della letteratura americana).

Ma c’è soprattutto l’onesta umanità di una persona che naviga attraverso la vita e le sue sventure, i suoi momenti buoni e meno buoni, i suoi tragici lutti…

That’s all your life amounts to in the end: the aggregate of all the good luck and the bad luck you experience. Everything is explained by that simple formula.

Una lettura molto coinvolgente, a tratti avvincente, a volte commovente. E’ il percorso di una vita che ricorda a tratti la lettura del Guénassia di Ernesto G. o del Pennac del Diario di un corpo.  Il lettore finisce per provare una fraterna simpatia per questo signore che mantiene il suo British aplomb per tutta la vita (anche se non manca di ironizzarci su) e che si sforza, soprattutto, di trovare conforto nella bellezza che lo circonda. Anche quando non è facile vederla.

Dal romanzo è stata tratta una sere TV trasmessa da Channel Four, che non è niente male. Questo è il trailer:

Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2017

Luciano Lischi sette anni dopo

Documenti riemersi dagli archivi di Luciano Lischi nel 2017

E così, sette anni dopo che se ne è andato, rufolando, ordinando, selezionando, scuriosando nella biblioteca di Luciano Lischi (una biblioteca davvero universale, l’ennesima conferma che Luciano si interessava di fatto a tutti i campi della cultura e del sapere) emersero anche queste piccolissime tessere blu.

I bollini di adesione all’Aero Club d’Italia testimoniano che Luciano, con la moglie Jolanda, iniziò a frequentare la scuola di volo all’aeroporto di Pisa nel 1950. E così, un anno dopo aver fondato con un gruppo di amici un circolo subacqueo dedicato all’esplorazione delle profondità marine, il Gorgona Club Pisa, Luciano iniziò a interessarsi anche agli spazi aerei.

Narra la leggenda che Jolanda fu la prima donna a prendere la patente di guida a Pisa. Non contenta, voleva anche il brevetto di pilota.

Ma l’avventura aerea di Luciano e Jolanda si interruppe – forse nel 1952, anno dell’ultimo bollino – a causa di un tragico incidente. Il loro istruttore di volo precipitò con l’aereo. E lì si arrestarono le loro ambizioni pilotistiche.

Restano queste testimonianze indelebili dell’inesauribile curiosità di Luciano Lischi, delle sue avventure con Jolanda in cielo oltre che in mare, in campeggio, in montagna, in giro per il mondo, sempre alla ricerca di nuovi saperi. Del resto, negli ultimi anni della sua vita, si era anche messo a studiare l’arabo…

La copertina della tessera dell’Aeroclub e la pagina dei bollini,

 

 

Pubblicato da: miclischi | 18 luglio 2017

Due Baby 127 a confronto

Sorelle minori

Un tempo usava così.  Venivano chiamate confidenzialmente baby le macchine fotografiche di formato minore rispetto ai classiconi già affermati. E così c’era la Graflex baby (2×3 pollici) accanto alla sorella maggiore 4×5; oppure la la baby Ikonta per pellicola in formato 127 invece del 120… E non potevano mancare anche le baby di due delle major del formato 6×6: la Rolleiflex e la Yashica. Queste sorelle minori usano la pellicola 127 e forniscono 12 fotogrammi nel formato 4×4.

Erano lì da tempo nello scaffale delle macchine formato 127, ed erano state testate anni addietro. Poi, complice la scomparsa quasi totale dal mercato delle pellicole in quel formato, furono un po’ accantonate. Ma il desiderio di metterle a confronto non si era mai spento, per cui fu deciso di scattare in concomitanza due rulli di Efke 100 (fra i pochi rimasti): stessi soggetti, stessa esposizione, per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Dettaglio degli obiettivi. Si nota che la Rollei ha gli innesti a baionetta standard per l’applicaizone di filtri e lenti addizionali.

Ma intanto, riprendere in mano questi gioiellini quasi coetanei (la Rollei è del 1957, la Yashica del 1958) è stato un vero piacere. Aprirle, studiarle, cercarne i segreti e le particolarità tecniche… Già nel montare la pellicola si scopre che se nella Rollei il rullo nuovo va nella parte bassa dell’apparecchio e il rullo vuoto in alto (come al solito), nella Yashica succede proprio il contrario! Poi nel provare la macchina si nota anche la diversa ergonomia del pulsante di scatto: laterale e duretto quello della Rollei, sensibilissimo e frontale quello della Yashica (preferibile).

Diversi posizionamenti dei rulli nelle due macchine.

Leggermente più ingombrante la Yashica della Rollei, in quanto a peso, praticamente si equivalgono. Pesano entrambe poco meno di sette etti.

Dal punto di vista tecnico le differenze più vistose stanno nel trascinamento (in tutto e per tutto simile alla 6×6 nella Rollei, con avanzamento fino al fotogramma successivo in automatico – se pure con manopola e non con manovella; con il solito controllo nella feritoia rossa posteriore nella Yashica) e nei tempi di otturazione (limitati ai quattro tempi di 1/25; 1/50 1/100 e 1/300+ B nella Yashica, spaziano invece nella Rollei da un secondo a 1/500 di secondo con i classici passi di stop, più la posa B). I diaframmi vanno da 3.5 a 22 sia nella Yashica che nella Rollei.

Entrambi gli obiettivi hanno una lunghezza focale di 60mm. Nella Rollei si tratta di uno Schneider Kreuznach Xenar, mentre nell’altra si tratta di uno Yashinon. Come si è visto, la luminosità è la stessa (3.5). Diversa invece è la luminosità dell’immagine sul vetro smerigliato, deisamente molto migliore nella Rollei. Entrambi gli apparecchi dispongono di lentino per la messa a fuoco fine e di mirino sportivo.

I dorsi a confronto. La Rollei include una tabellina-guida per suggerire l’esposizione. La Yashica include la finestrella per sorvegliare il trascinamento della pellicola.

Inoltre, mentre la Rollei ricarica l’otturatore durante il trascinamento, nella Yashica il caricamento va fatto manualmente, tramite apposita levetta. Il che non permette le doppie esposizioni nella Rollei, ma impone di ricordarsi di ricaricare l’otturatore nella Yashica.

Ecco, a proposito di otturatore. L’intenzione di fare 12 scatti “uguali” ma con apparecchi diversi è stata disattesa. Infatti, per un non meglio precisato difetto dell’otturatore della Rollei, questo scattava quando gli pareva; e, il più delle volte, no. Dei 12 fotogrammi scattati con la Rollei, soltanto 5 sono stati impressionati.

E, per giunta, uno degli scatti della Yashica non è venuto… quindi il confronto si riduce a soli 4 scatti!

Ecco, appunto, e le foto? Le difficoltà maggiori, alla resa dei conti, risultarono quelle di messa a fuoco sul vetro smerigliato, obiettivamente poco luminoso (complice la vetustà e probabilmente anche la necessità di una bella ripulitura). All’attto pratico la Yashica risulta molto più maneggevole, soprattutto perché è più intuitivo e meno macchinoso l’uso dei comandi per tempi e diaframmi. Comunque ecco qui sotto quattro confronti. Le due pellicole Efke 100 sono state sviluppate in contemporanea in R09 in soluzione 1+50.

A sinistra la Yashica fotografata con la Rollei. A destra: viceversa. Un espediente indispensabile per risalire all’origine delle foto!

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

A sinistra: Rollei. A destra: Yashica.

Un po’ di fiammate di luce, un po’ di difetti di mesa a fuoco… insomma, poteva andare meglio. Ma intanto la prova si è fatta. Si è visto che la Rollei avrebbe bisogno di un bel po’ di manutenzione (soprattutto per rimettere in sesto l’otturatore), mentre la Yashica è di fatto pienamente utilizzabile. E sarà di sicuro utilizzata, a patto di cimentarsi con l’allestimento di pellicole 127 partendo dal taglio della 120 (ci sono svariati metodi illustrati su Internet, e prima o poi bisognerà provare).

Per rendere giustizia alla migliore riuscita della Yashica (se non altro in termini di numero di scatti ottenuti), ecco le altre foto dal rullo del confronto.

Yashica 44, luglio 2017

E, per finire, alcuni scatti dai rulli di prova scattati nel passato. Come si può vedere, è sempre stata privilegiata la Yashica, se non altro per il fatto che è dotata di asole per installare un qualsiasi lacciolo, mentre invece la Rollei (come la sorella maggiore 6×6) richiede l’uso della sua custodia personale.

Con la Yashica nel 2006

 

Con la Yashica nel 2008

 

Con la Rollei nel 2010

 

Con la Yashica nel 2013

 

Per la cronaca: Come di consueto, sul sito di Mike Butkus si trovano i manuali, sia della Rollei che della Yashica (anche se quello presentato nel manuale è il modello con esposimetro).

 

Pubblicato da: miclischi | 17 luglio 2017

I cannibali di Wright Morris: una bella scoperta.

Uscito nella Universale Economica Feltrinelli nel 1961

Eccolo qui, un altro libro comprato chissaqquando a metà prezzo al piano di sotto de Mel Book Store senza sapere niente né del libro stesso né dell’autore. Ma quella Universale Economica Feltrinelli degli inizi degli anni sessanta, la traduzione di Oreste del Buono e quella formidabile copertina di Heiri Steiner fecero scattare una molla imprescindibile. Quando anche dalle collane economiche uscivano libri davvero ben fatti.

Poi finalmente fu letto, in questo torrido inizio d’estate 2017. Che pure torride sono le ambientazioni californiane e messicane nelle quali si svolge la storia.

Amore fra i cannibali è uno dei tanti romanzi scritti da Wright Morris. In questa storia, che pare di vederla in un film hollywoodiano in cui a far da sfondo c’è la voce narrante di Humphrey Bogart, si dipanano le molli giornate di questi due canzonettari di successo (uno fa le musiche e l’altro i testi). Gli agi del successo, le bambole di cui si circondano, il contrasto ruvido fra i luoghi comuni delle loro canzoni (e delle loro vite) e l’arrivo inusitato di un elemento di disturbo della quiete pacifica del trantran senza scossoni.

E’ lei, la cosiddetta greca, a portare lo scompiglio, a rompere gli equilibri, a fare da contraltare alla sciacquina in cerca di successo e di ascesa sociale che completa l’inusitato quartetto che lascia la California per un’avventura in Messico. La greca non si cura di tutto questo ripetersi all’infinito di luoghi comuni, di frasi fatte, di situazioni precostituite: va per la sua strada fatta soprattutto di verità, senza adattarsi alle convenzioni e senza secondi fini.

Una storia raccontata appunto come la trama di un film, che scorre via semplice e piacevole, premurandosi di far apparire tutto – anche gli imprevisti più clamorosi – come frammenti di normalità. E come va a finire? Naturalmente con un finale aperto. Lasciando all’immaginazione del lettore il compito di ipotizzare se la greca abbia davvero portato un cambiamento nell’immobilismo del duo affogato nello show business, oppure no.

Proprio una bella scoperta.

Una copertina d’epoca per la versione americana

Per la cronaca 1: Wright Morris, oltre a scrivere libri, scattava anche fotografie. Qui c’è una galleria di sue immagini. Una serie di articoli di Morris usciti sul New Yorker, invece,si trovano qui.

Per la cronaca 2: Il blog Bibliopoetry, oltre alla biografia di Heiri Steiner di cui sopra, presenta anche due collezioni di sue copertine feltrinelliane: qui ce ne è una con 12 immagini, qui un’altra con altre 24 copertine, fra cui quella del Gattopardo.

Per la cronaca 3: La versione originale del libro (Love Among the Cannibals) si può trovare qui.

Per la cronaca 4: Ritorna anche in questo libro, come dal nulla,  una variazione sul tema della celebre citazione dalla Ballata di Oscar Wilde: A noi piace uccidere coloro che amiamo, credo: però ai miei tempi non si usava vantarsene.

 

La copertina dell’originale di Talbot

Curiosissima, la storia degli albori della fotografia, con sperimentazioni condotte parallelamente in Francia e in Inghilterra. Da una parte il duo Niépce/Daguerre, dall’altra il signorotto William Henry Fox Talbot.

Eppure, a parte le interessanti disquisizioni sui procedimenti chimici provati a sfinimento (secondo il galileano principio del provando e riprovando), quel che risulta davvero stupefacente è che Talbot, al di là della Manica, si sia fin da subito interessato alle potenzialità editoriali del nuovo mezzo espressivo scoperto. Ed ecco così il primo libro fotografico della storia: The Pencil of Nature, pubblicato a Londra nel 1844. 

E’ interessante notare come Talbot si tiri rispettosamente indietro per sostenere che chi realizza le immagini non è lui stesso, con le sue attrezzature e i suoi procedimenti chimici, bensì la natura stessa, la quale impugna la matita per disegnare i paesaggi o gli oggeti raccolti nel volumetto: il fotografo si limita solo a catturare l’opera della natura.

Ventiquattro immagini, ciascuna con un testo di accompagnamento. Ora, quel che è veramente curioso sta proprio nella estrema variabilità di questi testi associati alle immagini. In alcuni casi si tratta di dettagli tecnici sul momento della ripresa, la luce, le caratteristiche del soggetto e come queste influenzano le tecniche fotografiche, oppure considerazioni su come la fotografia può rivelare dettagli che sfuggirebbero all’occhio umano, oppure sugli obiettivi, i tempi di esposizione, l’angolo di ripresa… Ma per certi scatti l’autore si dilunga invece in testi che paiono piuttosto delle annotazioni storiche o turistiche sui luoghi raffigurati. Il testo di commento all’immagine n. 18 (GATE OF CHRISTCHURCH) recita così:

Those who have visited Oxford and Cambridge in vacation time in the summer must have been struck with the silence and tranquillity which pervade those venerable abodes of learning. Those ancient courts and quadrangles and cloisters look so beautiful so tranquil and so solemn at the close of a summer’s evening, that the spectator almost thinks he gazes upon a city of former ages, deserted, but not in ruins: abandoned by man, but spared by Time. No other cities in Great Britain awake feelings at all similar. In other towns you hear at all times the busy hum of passing crowds, intent on traffic or on pleasure—but Oxford in the summer season seems the dwelling of the Genius of Repose.

Uscito in traduzione italiana dall’editore Casimiro di Madrid

Ma forse sono molto più interessanti i dettagli tecnici descritto da Talbot nella sua introduzione al libro. Qui l’autore racconta onestamente i tentativi fatti – in un periodo di oltre 10 anni – con diverse tecniche e diversi prodotti chimici (in diverse quantità e concentrazioni), per arrivare finalmente ai risultati che presenta nel volume. In quel periodo vennero annunciate al mondo le tecniche scoperte da Daguerre e nacque ufficialmente la fotografia (era il 1839). Naturalmente non manca un accenno di polemica sull’originalità delle “scoperte” fatte oltre manica. Ma di fatto Talbot non si lascia intimidire e continua con i suoi esperimenti.

Una lettura davvero appassionante, specialmente di questi tempi, con così tanti fotografi che tornano alle tecniche fotografiche antiche per provare un’ebbrezza che la fotografia digitale non potrà mai dare.

Per la cronaca 1: Grazie al Progetto Gutenberg, il testo integrale del libro di Talbot in inglese (comprese le immagini) è disponibile online e scaricabile in vari formati qui. Il solo testo (senza immagini) è invece visionabile qui.

Per la cronaca 2: La versione italiana del testo Talbotiano  (La matita della natura) è stata pubblicata dalla casa editrice Casimiro di Madrid. Questa edizione è corredata di una introduzione di Llorenç Raich Muñoz, dal titolo La natura della luce. Muñoz insegna all’Istituto di Studi Fotografici della Catalogna. Il testo di Muñoz si sofferma sugli aspetti tecnici della realizzazione di calotipi talbotiani, ma anche sulla sua poetica. Un bel valore aggiunto di questa edizione in italiano. Peccato per i numerosi refusi…

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