Pubblicato da Garzanti nel 1990 nella traduzione di Maria Teresa Mandalari, oggi fuori catalogo.

Klaus Mann era figlio di Thomas Mann e fratello di Erika Mann, nota agli appassionati Mazzucchiani per essere stata compagna di avventure di Annemarie Schwarzenbach, protagonista di Lei così amata, straordinario libro del 2000. Quando un cultore di Pëtr Il’ič Čajkovskij si trova fra le mani un libro scritto su di lui dal fratello di Erika Mann, è impossibile resistere.

Il romanzo di Klaus Mann narra gli ultimi anni della tormentata vita del compositore russo. Anni fatti di frenetiche girandole in Germania, Francia, Inghilterra e altri paesi dell’ovest fra concerti, ricevimenti, eventi mondani, nottatacce in alberghi o in ritiri solitari. Ma anche anni fatti di difficili rapporti con i colleghi musicisti, sia compositori che interpreti.  Oppure anche lunghi periodi nelle sue varie case-rifugio in Russia, lontano dai clamori pubblici che si fanno sempre più fastidiosi. Anni dominati da un perenne disagio, da tristezza inconsolabile, da angoscia strisciante, insomma da una profonda depressione.

Vorrei toccare con le mie dita una betulla, sì, ne ho un gran desiderio, darebbe frescura alle mie dita, nulla al mondo è più piacevole da toccare di una betulla russa nella primavera incipiente. E’ davvero una pazzia da parte mia intraprendere viaggi assolutamente insensati.

Il disagio dell’angoscia e della tristezza di Čajkovskij è sciorinato nelle pagine di Mann fin dall’inizio. E lì per lì risulta un po’ disagevole anche la lettura, tanto possenti e pesanti sono i dialoghi interiori che costellano tutta la narrazione, quasi senza soluzione di continuità fra le conversazioni con gli altri e le considerazioni che il musicista fa con se stesso, sulla propria vita, la propria musica, il proprio passato.

Tutto questo ravanare nel disagio prepara il terreno, nella narrazione di Mann, alla composizione della sinfonia che dà il titolo al libro, Sinfonia Patetica. Una sinfonia che il compositore riterrà una sorta di summa della propria tragedia, un requiem per celebrare la propria fine.

Nell’ultimo movimento lento, la creatura, mortalmente stanca, canta il requiem a se stessa. Il suo cuore, infatti, anela a quella buia contrada, dove si sono radunati tanti suoi cari. Egli vi ritroverà i volti perduti. Lo riceveranno, colà, i suoi ricordi, accuratamente raccolti e custoditi? 

Se davvero Čajkovskij si sia suicidato, o sia stato indotto a suicidarsi dal Tribunal d’honneur  di cui ci ha narrato Dominique Fernandez, oppure abbia – alquanto improbabile – bevuto inavvertitamente acqua contaminata, alla fine poco importa. In un modo o nell’altro il compositore percepiva la propria morte come imminente, e la sua ultima sinfonia ne è la celebrazione. Morirà pochi giorni dopo la prima esecuzione pubblica.

Čajkovskij fotografato sul suo letto di morte da Nikolay Gundvizer. San Pietroburgo, 1893.

Lo snodarsi arduo di Mann tra le pieghe private e pubbliche delle angustie Čajkovskijane teletrasporta il lettore in tanti tempi e in tanti luoghi. Nei suoi interminabili dialoghi con se stesso, infatti, Čajkovskij inserisce anche innumerevoli ricordi. Alcune lievi boccate d’aria provengono, nel dipanarsi di questi racconti e questi ricordi, dagli incontri con altri musicisti suoi contemporanei. C’è l’antipatia reciproca con Brahms, oppure la spontanea simpatia suscitata dal giovane Grieg e la di lui moglie. Poi l’incontro con Mahler in veste di direttore d’orchestra, oppure con Saint-Saëns in occasione della laura honoris causa a Cambridge.

Molto più difficili i rapporti con i colleghi russi, specie con il “gruppo dei cinque” che lo accusava di essere troppo filo-occidentale.  E difficili anche i rapporti con la sua finanziatrice, la baronessa Nadežda von Meck, specie dopo che questa lo scaricò abbastanza all’improvviso.  Difficili anche i rapporti con il fratello Modest e con tutti i familiari. Per non parlare delle difficoltà derivanti dalla omosessualità di Čajkovskij  in un’epoca in cui di certo non poteva viverla apertamente. Insomma difficoltà su tutti i fronti.

L’inizio del secondo movimento, in tempo di cinque. Un bel po’ prima di Dave Brubeck!

Il libro di Klaus Mann, ricchissimo di episodi della vita di Čajkovskij e di spunti derivanti dai suoi diari e dalle sue lettere, oltre che di innumerevoli inserti romanzati, attraverso una lettura angosciante ma coinvolgente e di grande godimento, raggiunge soprattutto uno scopo, quello di far tornare all’ascolto della sesta sinfonia, per ritrovarci le angosce e i disagi che ancora sono freschi nella memoria dalla lettura del libro. Oppure interrogarsi sui tempi del secondo movimento, Allegro con grazia, e andare a verificare sullo spartito che sì, effettivamente, era proprio in tempo di cinque (5/4).

Un invito a soffermarsi su questa sinfonia che di solito, forse anche complice l’attributo “patetica”, spesso era stata ritenuta meno degna di considerazione della quinta. Nel descrivere la sesta sinfonia nella sua Guida, Giacomo Manzoni la definisce con queste poche, efficacissime parole: E’ una pagina su cui si stende un velo opaco, è una sconsolata confessione di pessimismo, di sfiducia nella vita.

Questo libro invita in particolare ad ascoltare per bene quell’ultimo movimento, Adagio lamentoso, che va pian pianino a scivolare nel nulla (La morte è il nulla… aveva fatto dire a Jago Arrigo Boito nel suo libretto dell’Otello di Verdi solo pochi anni prima…). Il quarto movimento nella interpretazione della Orchestra del Teatro Mariinsky sotto la guida di Valery Gergiev si può vedere e ascoltare qui. Peccato per quel finale interrotto bruscamente…

Per la cronaca 1: La post-fazione, un breve e illuminante saggio della traduttrice Maria Teresa Mandalari, si sofferma su Klaus Mann e sui paralleli da lui operati nel libro su Čajkovskij fra gli anni ’90 dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento. Ma i paralleli non finiscono qui, con una sorta di identificazione fra le angosce dell’autore e del suo personaggio. Anche Klaus Mann morì suicida come il suo personaggio, nel 1949.

Per la cronaca 2: L’episodio della laura honoris causa conferita a Čajkovskij dall’università di Cambridge menziona di sfuggita anche alcuni altri musicisti europei coinvolti nello stesso evento. Si parla di Bruch (brevemente e non con simpatia), di Grieg che non poté partecipare perché era malato e soprattutto di Saint-Saëns, che Čajkovskij aveva già conosciuto in Russia. Ma, stando a questa testimonianza , si apprende da una lettera al fratello Modest che  c’era anche Arrigo Boito (uomo cordiale), di cui si ragionava qui sopra a proposito del suo Credo

Per la cronaca 3: Il libro è stato ripubblicato dall’Editore Gallucci nel 2012. Però sul sito web dell’editore risulta “non disponibile”.

Per la cronaca 4: Questo libro di Klaus Mann funziona benissimo da caleidoscopio, suscitando tante curiosità e desideri di approfondimento. Fra questi, anche il tarlo del tempo in cinque, quello del secondo movimento della Patetica. A parte Dave Brubek con il suo Take five e la celeberrima canzone Everything’s Alright da Jesus Christ Superstar, chi altro ne ha fatto uso, in quali composizioni, in quali epoche? Ebbene c’è in rete una straordinaria risorsa che spiega approfondisce il tema a dovere. Eccola qui.

Per la cronaca 5: Tra le tante interpretazioni di questa sinfonia abbondantissime su Internet con direttori e orchestre di tutte le epoche, viene da segnalarne in particolare una, quella di Kirill Petrenko alla guida dei Berliner Philharmoniker nel 2017. Si può vedere in rete un trailer di quasi tre minuti dal primo movimento, nel quale si può osservare la totale immersione di Petrenko nelle angosce Čajkovskijane. Potendo ascoltarne la versione integrale, si noterà lo straziante e interminabile silenzio che segue le ultime note alla fine della sinfonia, prima che comincino ad arrivare gli applausi. Come a testimoniare l’efficacia dell’interpretazione nel trasmettere un senso di scivolamento verso una fine che lascia pietrificati.

 

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Pubblicato da: miclischi | 31 dicembre 2018

Nettar 515/2, una 6×9 folding degli anni ’30

Prodotta in Germania prima della seconda guerra mondiale.

Grazie al meritorio sito di camera-wiki, si risale al modello di questa Nettar (sulla base della combinazione di obiettivo e otturatore): si tratta di una versione prodotta prima della seconda guerra mondiale (a partire dal 1933) dalla Zeiss Ikon. Una macchina fotografica che ha molte caratteristice in comune con la più blasonata serie Ikonta, solo un po’ meno pretenziosa.

Non c’è il telemetro, infatti, e la distanza di messa a fuoco deve essere impostata manualmente sulla ghiera dell’obiettivo (in questa versione, curiosamente, le distanze sono in piedi invece che in metri).

Anche il mirino, rispetto alle Ikonta, è parecchio approssimativo, visto che si deve utilizzare o quello sportivo pieghevole montato sul corpo macchina, oppure la lentina appannata dagli anni e decenni montata sul gruppo-obiettivo (ruotabile a seconda che si voglia scattare in verticale o in orizzontale).

Per completare la panoramica visuale-operativa, infine, questa macchina arrivò con un mini-scatto flessibile.

Chiusa e aperta. E’ quasi tascabile!

La combinazione obiettivo/otturatore di questa macchina è la seguente: Nettar Anastigmat 10,5 cm f, 6.3 su otturatore Derval. Tempi: da 1/25 a 1/100 + B & T. Messa a fuoco minima: 6 piedi (circa 2 metri). Non c’è da ricaricare l’otturatore a ogni scatto, ed è possibile realizzare esposizioni multiple sullo stesso fotogramma.

All’atto pratico, l’ergonomia nello scattare è parecchio condizionata dalla precaria visione nella lentina orientabile (graffiata ed opacizzata). La si può di fatto utilizzare solo in pienissima luce, e anche in quel caso c’è da intuire la disposizione delle silhouette dei soggetti che si intende fotografare. Alla fine risulta di molto più pratico il mirino sportivo, anche se tocca rinunciare alla visione waist level, e poi con le inevitabili conseguenze dovute alla parallasse.. Anche per la verifica del trascinamento della pellicola c’è bisogno di parecchia luce, perché la feritoia rossa è alquanto scura e spessa, e può risultare problematico vedere bene la numerazione dei fotogrammi. Un altro problemuccio sembra risiedere nella messa a fuoco. Non tanto per l’indice in piedi, dopo tutto è abbastanza semplice fare due calcoli a mente, ma proprio per la scarsa profondità di campo e la difficoltà di una messa a fuoco fine per l’assenza del telemetro. Infine, specie con i tempi lenti, il rischio di mosso è elevato.

All’interno del dorso.

L’ergonomia del caricamento e scaricamento della pellicola (previa apertura del dorso incernierato) è abbastanza buona, anche se il rullo vergine va leggerissimamente forzato nel suo alloggiamento; si ha quasi l’impressione che originariamente questo apparecchio fosse stato pensato per i rulli 620, dal rocchetto di diametro ridotto (a parità di dimensioni del fotogramma) invece che per i moderni 120.

Del resto, le informazioni incise sulla piastra pressa-pellicola danno indicazioni sul formato del fotogramma, ma non sul rullo da utilizzare. Ed anche la graziosa pubblicità della pellicola Pernox della Zeiss Ikon non ne specifica il formato. Comunque, varie fonti compulsate su Internet parrebbero confermare che si tratta di 120 e non 620.

Un po’ scatti nocetani.

All’atto pratico i risultati presentano una grande variabilità. Complice forse anche l’inaffidabilità dell’otturatore sui tempi lenti, l’esposizione a volte è risultata un po’ fantasiosa. Questo, insieme alle angustie della messa a fuoco menzionate qui sopra, rendono di fatto questa macchina scarsamente appetibile per un uso frequente. Tuttavia, scattarci qualche foto non ha mancato di produrre il consueto godimento, cosa che sempre si verifica nel maneggiare queste macchine vecchiotte.

Qualche scatto verticale. Noceto, Asciano, Vicopisano.

Per la cronaca 1: Una panoramica su modelli e versioni si trova qui.

Per la cronaca 2: Il manuale di una Nettar molto simile a quella qui presentata si trova qui.

Per la cronaca 3: Un altro bel ritratto di questa macchina si trova sul sito fotoriflessiva.

Per la cronaca 4: Naturalmente ci sono anche dei video-tutorial per questo apparecchio, o una delle sue versioni. Un video che descrive in dettaglio un modello abbastanza simile a quello qui presentato (anche se con caricatore dell’otturatore e pulsante di scatto sulla parte superiore del corpo-macchina), si trova qui.

Per la cronaca 5: La serie degli scatti compleanneschi realizzati con questa macchina  si trova qui.

Pubblicato da: miclischi | 24 dicembre 2018

Rattalino racconta Shostakovic: una goduria!

Uscito da Zecchini nel 2013

Ci sono tanti libri in circolazione sul compositore sovietico  Dmitrij Dmitrievič Šostakovič. Quale più, quale meno, si lasciano in gran parte  affascinare dalla spinta romanzesca, per cui sulla figura del colosso musicale prevalgono gli aspetti – più o meno romanzati – delle sue difficili relazioni con il regime staliniano.

Poi però, fortunatamente, capita di leggere un libro che preoccupa sopratutto di raccontare Šostakovič: la sua vita, le sue relazioni personali e familiari, il va-e-vieni da ospedali e sanatori ed anche, ci mancherebbe, anche la sua vita pubblica e i rapporti con le situazioni sovietiche. Ma un libro che racconta, soprattutto, puntualmente e cronologicamente, tutta la sua musica.

Si tratta del libro – pubblicato nella Collana “Novecento” da Zecchini Editore –  Šostakovič. Continuità nella musica, responsabilità nella tirannidedel musicologo Piero Rattalino.

Il libro è strutturato come una conversazione quasi confidenziale fra l’autore e il lettore, nel quale il primo spesso e volentieri si rivolge al secondo per verificare il suo livello di attenzione, richiamando fatti, episodi o musiche si cui aveva già trattato in capitoli precedenti.

Nel ripercorrere tutta la vita del grande compositore, Rattalino attinge a innumerevoli fonti, ma soprattutto alla sua copiosa corrispondenza. La smania creativa e compositiva di Šostakovič era straboccante, e il musicista non poteva fare a meno di confrontarsi di continuo con i suoi amici, i suoi interpreti, i suoi ispiratori. Per questo il racconto di Rattalino è infiorettato di innumerevoli dettagli di molto godibili. E il ricchissimo indice dei nomi aiuta a ripescare questo o quell’episodio, per esempio i suoi legami con Benjamin Britten.

Questo libro f anche venir voglia di andare a ripescare dei vecchissimi spartiti…

E poi ci sono loro, le innumerevoli composizioni. Dai precocissimi esordi (le Tre danze fantastiche per pianoforte, ad esempio, sono del 1922, quando il Nostro aveva solo sedici anni), alla vena compositiva fittissima, alle tantissime musiche per film, alla controversissima Lady Macbeth che gli procurò non pochi guai con la critica del regime, poi le tantissime sinfonie, l’intrusione del canto nei lavori sinfonici, i concerti per pianoforte, violino, violoncello, i quartetti a programma, la musica da camera… Insomma un vortice infinito, fino all’ultima composizione, quella sonata per viola e pianoforte ultimata pochi giorni prima della sua morte ed eseguita per la prima volta pochi giorno dopo, per quello che avrebbe dovuto essere il suo sessantanovesimo compleanno.

Ognuna delle composizioni è analizzata finemente da Rattalino e il lascito principale di questo lavoro sta nella possibilità  – la curiosità e il desiderio – di andarsi a riascoltare questo o quel concerto, o sonata, o sinfonia, tenendo sotto mano il libro e andandosi a rileggerne i passi salienti in cui viene presenta un’attenta guida all’ascolto e alla riflessione. Anche in questo caso, grazie all’indice delle composizioni, si può facilmente ritrovarle nel libro. Davvero una splendida lettura musicale.

Pubblicato da: miclischi | 18 dicembre 2018

Per rinfrancar lo spirito… dittico buffo al Teatro Verdi di Pisa

Intermezzi ridanciani

Un’altra serata (o meglio, un altro pomeriggio) all’opera per vedere qualcosa di diverso dalle opere cui siamo usi assistere. Un bel pomeriggio in cui si impara ancora una volta qualcosa in più sulla storia del teatro musicale e delle sue innumerevoli sfaccettature. Quindi grazie di nuovo alla direzione artistica del Teatro Verdi di Pisa per aver intrapreso questa strada che coniuga efficacemente l’intrattenimento con l’educazione musicale.

E’ stato illustrato in dettaglio la settimana precedente, il programma di questa rappresentazione, e il pubblico ha appreso la tradizione del teatro barocco napoletano (e non solo) di inframezzare i polpettoni seriosi e pesanti con brevi storie operistiche liete e divertenti. Parafrasando il titolo del doppio paginone della Settimana Enigmistica, verrebbe da chiamare questo fenomeno qualcosa come Per rinfrancar lo spirito… fra un mattone e l’altro.

Due di questi intermezzi settecenteschi sono stati ditticizzati e sono andati in scena nel pomeriggio di domenica 9 dicembre. Si tratta di La vedova ingegnosa di Tommaso Mariani con musica di Giuseppe Sellitti e Il maestro di musica, un pastiche con testi e musiche di autori vari fra cui Pergolesi.

Come preannunciato il sabato precedente, a far da cornice narrativa ed elemento di coesione fra questi due brevi lavori operistici è stata introdotta in questa produzione pisana la figura del sognatore, che inquadra le due storielline come giochi da bimbi che immaginano i personaggi e le loro vicende aiutandosi con una casa-giocattolo e dei pupazzi. A interpretare la parte del sognatore è stato chiamato il giovane attore Giovanni Toscano.

Il sognatore, interpretato da Giovanni Toscano, all’inizio della rappresentazione. Foto  Imaginarium Creative Studio

Ora, quando calano le luci, arriva il direttore e ci si appresta a incominciare, forse un manipolo di tradizionalisti ottusi si aspetta sempre e comunque qualcosa come una ouverture oppure insomma che si cominci con la musica e possibilmente anche con i cantanti. O cosa c’entra quel giovanottone dinoccolato che si aggira per la scena? In questa occasione, i suddetti tradizionalisti ottusi hanno ben pensato che mica si fosse  in teatro, e si sono messi tranquillamente a chiacchierare e a commentare come se fossero stati stravaccati sul divano di casa davanti alla televisione. Il numero di questi ghiozzi di bùa è risultato incredibilmente elevato, tanto che quasi si faceva fatica a intendere le parole del sognatore tra tutte quelle chiacchiere in platea. A un certo punto, un rappresentante di un’altra categoria di ghiozzi di bùa  si è esibito in un possente grido Voce!!! all’indirizzo di Giovanni Toscano, che per fortuna non ha fatto una piega ed è andato avanti come nulla fosse. Era forse dagli anni sessanta al cinema Giannini di Marina che non si sentiva il grido Voce!!! in sala. Ci mancava solo che qualcun altro gridasse Quadro!!!.

Passons, che ci sia un sala un po’ di pubblico becero e insofferente, insomma ghiozzo, bisogna anche metterlo in conto.

Poi si comincia con la musica, con l’azione scenica, col canto. Il primo dei due intermezzi, quello della vedova in cerca di rimpiazzi, è risultato fra i due quello musicalmente un po’ smencio, anche se complessivamente godibile e divertente. E, soprattutto, sfolgora la scenografia densa e ricchissima, insomma assai godibile. In questa storia, come in quella che seguirà, la messinscena gioca molto sulla estremizzazione dei caratteri dei personaggi attraverso i costumi e gli atteggiamenti caricaturali. Effetto riuscitissimo. Dalla buca dell’orchestra il Maestro Carlo Ipata appassionatamente coordina il piccolo ensemble musicale Auser Musici che fa egregiamente la sua parte. Già, a proposito, ma non s’era detto alla presentazione che i musicisti sarebbero stati sul palco e non nella buca? Forse s’era capito male? Passons.

La scena della Vedova ingegnosa: piena, pienissima, gustosissima, insomma barocca! Foto Imaginarium Creative Studio

Decisamente molto ma molto più frizzante e coinvolgente la seconda storia in musica, quella del maestro alle prese con la piacente allieva di canto e l’intrusione dell’ingombrante impresario. Una storia sgargiante fin dall’apertura del sipario con la sua scena multicolore, multiforme, multisimbolica, insomma multitutto (ci sta che il Maestro Ipata e i musicisti si siano anche divertiti di più, in questa seconda parte della serata, pardon, del pomeriggio).

Costumi favolosi (di Cristina Ricci). E non solo i costumi. Foto Imaginarium Creative Studio

Non solo le scene, ma anche i costumi, gli oggetti di scena, insomma tutto è sgargiantemente eccessivo, come a sottolineare gli eccessi insiti nella vicenda triangolare maestro-cantante-impresario. La cantante poi, interpretata da Martina Barreca (aveva interpretato anche la vedova del primo intermezzo) ha sfoggiato tutte le sue abilità canore, attoriali e caricaturali, incantando davvero il pubblico. Decisamente all’altezza del compito anche gli altri cantanti, che si sono calati bene bene nelle proprie parti e hanno fornito davvero una prova canora e scenica più che soddisfacente. Si tratta del baritono Niccolò Casi (Strabone nella Vedova e Colajanni nel Maestro di musica) e del tenore Alberto Allegrezza, interprete proprio di Lamberto, il maestro di musica. Tutti osannati dal pubblico nell’applausometro finale, insieme al Maestro Ipata e a tutti gli altri artefici dello spettacolo.

Non bastano due occhi per vedere tutte quelle sgargianze. Perché dispiace distrarsi dai cantanti e mettersi ad esplorare le scene coloratissime (di Alejandro Contreras) e i costumi iper-caricaturali (di Cristina Ricci). Una esperienza di teatro musicale davvero inebriante, frizzante e leggera proprio come un doppio paginone di barzellette sulla Settimana Enigmistica.

Si esce dal Verdi con la precisa sensazione di aver assistito allo sforzo corale di tutti quanti hanno contribuito a mettere in scena questo spettacolo mirabilmente bilanciato in tutte le sue componenti: gli attori-cantanti sul palco, il direttore e i musicisti nella buca, i tecnici dietro le quinte, scenografo e costumista, illustratori, tecnici delle luci,  il regista Marco Castagnoli…  insomma tutti. Hanno davvero fatto un bel lavoro, e ci siamo proprio rinfrancati. Abène…

Scene e costumi ganzissimi esaltano la performance dei tre interpreti del Maestro di musica. Foto Imaginarium Creative Studio

Per la cronaca 1: La presentazione del primo dicembre si può vedere qui.

Per la cronaca 2: Il cartellone completo dello spettacolo si trova qui.

Per la cronaca 3: Il Maestro Carlo Ipata, in occasione della presentazione dello spettacolo, ha dato lettura della sua Ricetta per un pasticcio musicale di Varii Autori, poi inserita nel programma di sala. Questa ricetta, davvero gustosa, la si può ascoltare qui, letta dall’autore stesso. Da segnalare in particolare un dettaglio ricettistico: Trama, quanto basta.

Pubblicato da: miclischi | 15 dicembre 2018

Grazie, Milena!

Milena alla casa lunga nel 1978.

Milena nella sua casa fluidica circondata da uno stuolo di figliolanza. Giorgio ai fornelli a cucinare grandi quantità di cibo per sfamare la truppa.  Truppa che è sempre numerosa e variegata, ché spessissimo lo stuolo si arricchisce degli amici e le amiche delle figlie e del figlio. Poi arriverà anche il ricco stuolo delle nipoti, e quindi anche gli amici e le amiche delle nipoti.

Milena racconta, sorride, abbraccia, tiene per mano. Milena ascolta, coccola, comprende, consola, consiglia.

Milena disegna, dipinge, modella, incide, inventa, reinventa, pensa e ripensa, crea. Sempre, senza interrompersi mai. Anche mentre ascolta, consola, consiglia. Anche mentre chi è andato a trovarla suona il pianoforte.

Milena interpreta a memoria Erlkönig di Goethe fingendosi una turista straniera se un vigile la ferma perché ha commesso chissà quale scorrettezza stradale in macchina per le strade di Pisa.

Milena accoglie, accoglie tutti quanti passano da casa sua, una casa aperta sempre affollata di persone che si lasciano cullare nel calore delle sue parole e del suo sguardo e nella morbidezza del suo abbraccio.

Milena ride, Milena piange. Milena si lascia a sua volta abbracciare, tenere per mano, consolare.

Milena continua a disegnare, a dispensare sguardi dolcissimi. Milena si siede sul dondolo e ci tiene a essere presa per mano, una mano che  emana calore, affetto, vicinanza.

Milena alla fine del 2018 se ne va.

Milena ci lascia un po’ più soli.

Milena di sicuro non sarà mai dimenticata e continuerà ad accompagnare tutte le persone che ha saputo accogliere, coccolare, consolare, consigliare. Persone che le saranno per sempre grate per tutto quanto ha saputo creare, comunicare, offrire.

Grazie, Milena!

Milena nella casa di Asciano, luglio 2016

 

 

Uscito da Mondadori nel 2018

Carmine Abate proviene da Carfizzi, uno dei paesi calabri dove si parla albanese. La sua comunità, difatti, immigrò in tempi remoti in Calabria. Immigrato, dunque, si dirà. Però poi le vicende della famiglia portarono il nonno, poi il padre, infine lui stesso a partire per lidi lontani, che fossero dall’altra parte dell’oceano, o in nord-Europa o in nord-Italia, a cercare lavoro. Emigrato, quindi, si dirà. Questione di punti di partenza e punti di arrivo.

Pare però che nel linguaggio di questo inizio di millennio, inizio che a dire il vero ormai si è già avviato alla fine del primo ventennio, sia molto in voga l’espressione migrante, cioè senza “e” e senza “in”. Ché forse rende meglio l’idea dello status della persona, della famiglia, della comunità, ma anche del gruppo eterogeneo che si trova nell’atto di migrare, di spostarsi, senza chiara definizione né della provenienza né della destinazione.

Ci ha sempre parlato di persone in movimento, Carmine Abate, di emigranti che prendevano il volo per altre vite.  C’è una frase, nel suo libro Vivere per addizione, di cui si parlò tempo addietro qui, che forse riassume il variegato concetto di emigrazione, e di come gli emigranti sono percepiti dalle persone che incontrano:

Se per i tedeschi  continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale, o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese, o “ghiegghiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni…

Verso la fine di questo 2018, Carmine Abate se ne esce con un nuovo libro, Le rughe del sorriso che affronta gli stessi temi da una prospettiva completamente diversa: quella di chi si trova dall’altra parte, di chi si trova ad accogliere nella propria terra, nel proprio paese, persone e gruppi di persone che vengono da lontano, insomma persone che hanno dovuto emigrare, e che quando arrivano da noi perdono la “e” e diventano migranti.

Carmine Abate presenta il suo libro al Pisa Book Festival 2018

Come ha ben spiegato in occasione della presentazione del libro al Pisa Book Festival 2018, Carmine Abate ha sentito l’impulso di scrivere questa storia quando gli si è focalizzata negli occhi e nella mente molto precisamente una immagine nettissima, proprio quella immagine che descrive all’inizio del libro: una ragazza di colore che, in mezzo al gran casino di una manifestazione di violenza e arroganza contro gli immigranti in un quartiere di Roma, semplicemente e spontaneamente, sorride. … non un sorriso di sfida e neppure ironico, ma un sorriso incredulo – a momenti distratto come di chi fissa il nulla -, che forse racchiudeva una timida richiesta di comprensione o una preghiera.

La storia viene raccontata su tre livelli: c’è il racconto di come gli abitanti del piccolo paese calabro accolgono gli immigrati nel loro centro di seconda accoglienza – che ha dato lavoro anche ad alcuni ragazzi che altrimenti forse sarebbero emigrati – , come percepiscono questi stranieri, come ci interagiscono; poi c’è il racconto che ripercorre gli infiniti episodi che hanno obbligato il piccolo nucleo familiare somalo a lasciare la propria terra per cercare la salvezza in Europa; poi ci sono i rari interventi “esterni” dell’autore, che ogni tanto si inserisce per precisare o chiarire questo o quell’aspetto della vicenda e della sua scelta narrativa.

All’inizio si rimane un po’ sorpresi, al limite quasi delusi da questa radicale diversità narrativa, questo contrasto fra la frizzante prosa infiorettata di espressioni dialettali calabre con cui vengono descritti gli ambienti paesani, ma anche i pensieri e le emozioni e, dall’altra parte, il racconto quasi piatto delle vicende somale e la storia del viaggio fino all’Italia. Poi, a poco a poco, quando la storia di Sahra, suo fratello, sua cognata e la nipotina si fa sempre più crudamente difficile, violenta, tragica, si comincia a intuire la necessità di raccontare quei fatti nudi e crudi, senza abbellimenti o preziosismi.

Il momento delle dediche: un’occasione per fare due chiacchiere cordiali.

I due racconti corrono in parallelo, e parallelamente crescono di intensità emotiva; e alla fine del libro si rimane quasi senza fiato.

Un libro importante e coinvolgente che arriva in libreria in uno dei periodici momenti di picco un cui la tragedia delle migrazioni viene impugnata ora da questa ora da quella parte politica per motivi strumentali. Eppure – lo dice Abate stesso – questo di sicuro non è un instant book, ma anzi risponde alla irrefrenabile e imprescindibile esigenza di raccontare le storie che vanno raccontate.

Un libro che propone tanti spunti per pensare e ripensare le tante sfaccettature di una realtà che tropo spesso viene semplificata e degradata riducendola in slogan di facile presa. Ché non ci sono solo le vicende tragiche dei viaggi disperati, della detenzione, la tortura, la violenza che subiscono coloro che riescono a scappare e forse, forse, un giorno approderanno a Lampedusa o in Calabria. Ci sono anche le implicazioni che si sovrappongono ai rapporti personali, alle relazioni familiari, alle modalità di comunicazione e condivisione dei tempi e degli spazi di un piccolo paese del sud Italia. E le diverse modalità in cui questo coacervo di scelte e sensazioni può tradursi – oppure no – in soluzioni di accoglienza vera.

Troppi morti nei nostri mari, troppi sbarchi di profughi e migranti, drammi collettivi trasformati in numeri per attutire i rimorsi, dimenticare in fretta le loro ferite, aggrapparci all’alibi della compassione.

Una variazione sul tema delle migrazioni che Carmine Abate interpreta ad altissimo livello. Un altro grande libro del piccolo grande autore che schiva il clamore del successo e preferisce affermarsi nella sua prosa avvolgente e potente. Di nuovo grazie.

Per la cronaca: Di questo libro di Carmine Abate si è occupata anche la trasmissione Fahrenheit di Radio Tre, nella rubrica Il libro del giorno. Si può ascoltare qui.

 

Pubblicato da: miclischi | 24 novembre 2018

Jacopo Ghilardotti racconta la genesi dell’Otello: Viva Verdi!

Pubblicato nel 2013 dall’editore Ponte alle Grazie

Che sull’acclamazione VIVA VERDI! Jacopo Ghilardotti ironizzi parecchio non c’è dubbio. Già fin dal titolo (Il Viva Verdi) e poi giù giù nella narrazione, dove il compositore di Busseto viene chiamato proprio Viva Verdi invece che semplicemente Verdi. Questo nomignolo viene appiccicato a Giuseppe Verdi proprio per prenderne un po’ in giro l’indiscussa acclamazione popolare e istituzionale.

Il libro – gustosissimo, forse ancor più per i milanesi che riconoscono luoghi e ambienti – racconta quasi cronachisticamente gli accadimenti che accompagnarono la lunga gestazione dell’opera. Difatti i capitoli portano il nome degli anni: dal 1879 al 1887, anno in cui finalmente l’opera andò in scena.

Parecchia ironia c’è anche nella scelta narrativa dell’autore, che fa narrare la storia in prima persona da Tobia Gorrio, pseudonimo scelto da Arrigo Boito per firmare alcuni dei suoi libretti, come quello della Gioconda di Ponchielli. Ora, il fatto è che proprio Arrigo Boito, il librettista dell’Otello, è uno dei personaggi chiave della storia, che quindi ne è al tempo stesso interprete e narratore.

Arrigo Boito con Giuseppe Verdi

Ci sono gli ambienti degli intellettuali dei musicisti e dei musicofili a Milano. Ci sono- soprattutto – i musicisti: Verdi che su tutti troneggia, ma anche Ponchielli, Catalani (dipinto come un irrimediabile e malinconico sfigato), Boito stesso con il suo Mefistofele;  si affaccia anche Puccini e ci solo tanti riferimenti ai sostenitori e ai detrattori di Wagner. Ci sono gli ambienti dei teatri, dei cantanti d’opera, dei salotti, della casa editrice Ricordi e dei suoi concorrenti. Ma c’è anche la villa di Sant’Agata, rifugio campagnolo di Verdi il quale sembra interessarsi più alla gestione delle proprie terre che non alle smanie degli ambienti milanesi che aspettano con ansia una nuova opera.

Insomma un racconto densissimamente fitto fitto di personaggi, episodi, corrispondenze, rappresentazioni teatrali, rivalità fra cantanti, fra autori, fra librettisti, fra teatri, direttori, impresari.

Per gli otellisti convinti questo lungo racconto è fonte inesauribile di informazioni e di curiosità. Soprattutto sugli innumerevoli ritocchi, ripensamenti, aggiunte e innovazioni scaturiti dal sodalizio Verdi-Boito durante la lunghissima gestazione dell’opera.

Davvero una bella storia, ripescata dopo tempo immemore dallo scaffale dei libri lungodegenti. E, naturalmente, questa lettura fa tornare la voglia di riascoltare (e possibilmente ritornare a vedere) l’Otello. Ma fa venire anche un pizzico di desiderio di andare a scuriosare nella fitta corrispondenza che Verdi intrattenne col suo editore Ricordi e con il suo librettista Boito (Giuseppina La Face Bianconi ne parla diffusamente qui). Insomma la funzione caleidoscopica di questo libro viaggia stabilmente sul doppio binario della lettura e della musica. Abène!

 

Pubblicato da: miclischi | 13 novembre 2018

Rossini serio al Teatro Verdi di Pisa: il Mosè vince e convince

Un Rossini serio, anzi, serissimo: Mosè in Egitto.

In questa stagione 2018-19 del Teatro Verdi di Pisa s’era cominciato con la rappresentazione di una – dichiaratamente – nonopera. Secondo titolo in calendario, altro che opera: un’operona! Il Mosè in Egitto di Gioacchino Rossini.

Un indizio affidabile sul quale basare una valutazione di qualità di uno spettacolo musicale: se si va a sentire (e vedere!) qualcosa che non si era mai ascoltato prima, e la musica accoglie e affascina, incuriosisce e appassiona, e lo spettacolo nel suo complesso (scene, luci, regia) acchiappano e convincono, via, allora vuol dire che la musica è una gran musica, eseguita bene, e che lo spettacolo è davvero riuscito.

La scena, fin da subito, anzi, prima ancora dell’inizio dell’opera, ché il sipario era già aperto all’ingresso in sala, si presenta in un bell’equilibrio di essenzialità e potenza. Quattro pilastroni sghembi e una pedana centrale (come era già stato ampiamente pubblicizzato prima della rappresentazione, le scene sono state realizzate con materiali riciclati).

La scena essenziale e pur potente (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi comincia la musica, che fin da subito si presenta come l’elemento dominante dello spettacolo: una musica fluida, coinvolgente, possente anche nei suoi tratti delicati… senza mai accennare agli ammiccamenti cui tanto repertorio operistico ci ha abituato. Fin dal tema cantilenante che abbraccia le fasi iniziali dell’opera, si nota una magica fusione fra musica e canto. Sia nei recitativi (che sono ricchissimi e assai lontani dall’idea del piattume amelodico) che nelle parti solistiche e d’insieme (con un ruolo importante riservato al coro), è come se non ci fosse mai una intenzione di far prevalere il divismo degli interpreti. Insomma, una specie di progetto cooperativo nel quale tutti contribuiscono allo sforzo comune del costruire pariteticamente lo spettacolo.

Nell’intervallo dopo il primo atto si scambiano le prime impressioni con alcuni compagni d’avventura, tutti o quasi tutti alla loro prima esperienza del Mosè. La sensazione prevalente è quella della gioia nello scoprire questa perla di Rossini.

Mosè (Federico Sacchi) guida i suoi in fuga dall’Egitto (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi si continua con le vicende dei deportati ebrei in Egitto, dei loro oppressori, le beghe familiari del Faraone, i complotti, i voltafaccia, questo anda e rianda che si gioca su più piani: quello delle decisioni del Faraone nei confronti di Mosè e dei suoi (lasciarli andare oppure no?); quello della relazione clandestina fra Osiride e Elcia (allora, ci si lascia o no?); quello delle trame del perfido Mambre (pare quasi un vice-Premier) che impone il suo volere al debole faraone e gli fa fare quel che vuole, anche con lo zampino dell’ambiguo Osiride; quello di Amaltea, che in famiglia conta come il due di briscola e viene più volte richiamata al suo ruolo di sottomissione; quello di Mosè che ogni due per tre fa i bagagli e poi li risfà a seconda dei capricci del faraone, e allora per raddrizzare la situazione invoca di volta in volta le piaghe sul popolo egiziano (nell’opera di Rossini assistiamo alle tenebre, alla pioggia di fuoco e ghiaccio e alla morte dei primogeniti).

Queste alternanze sono giocate anche sul piano scenico e musicale con movimenti e contro-movimenti scenici, musicali e vocali, e per questo l’opera non ha pause, né momenti di calo, e mantiene sempre altissimo il livello di attenzione del pubblico, che spesso e volentieri profonde applausi a scena aperta.

Poi c’è il micro-intervallo fra il secondo e il terz’atto. Un intervallo per permettere il rapido cambio di scena ma che avrebbe supposto la permanenza del pubblico al proprio posto. Ecco, forse sarebbe stato meglio se la suadente voce che raccomanda di spengere i telefoni (invito come al solito disatteso alla grande), avesse dato delle indicazioni anche su questo pseudo intervallo. Così magari si sarebbero evitati i rientri tardivi di quelli che comunque si sono ingegnati lo stesso per uscire dalla sala, e che poi bellamente sono riandati a posto a musica già iniziata, scatenando rosari di mòccoli sussurrati. Passons.

Ultimo breve atto sulle rive del Mar Rosso (Eritreo, come etimologicamente ci ricorda il libretto). I profughi sono scettici ma la possente fede di Mosè li smentisce una volta di più e le acque si ritirano per lasciarli passare (e per poi richiudersi subito dopo sugli egiziani che li rincorrevano). Qui la soluzione riciclo-scenica ha optato per raffigurare il mare sotto forma di qualcosa che assomiglia a una grande rete da pesca la quale si abbassa per far passare i fuggitivi e poi si rialza per imprigionare i rincorritori. Una scena davvero di grande effetto.

Terz’atto: sulle rive del Mar Rosso (foto Imaginarium Creative Studio).

E la musica? E i cantanti? l’Orchestra della Toscana sotto la guida del Maestro Francesco Pasqualetti ha di molto ben figurato, tanto che alla fine sono stati proprio per il direttore e i suoi musicisti gli applausi fra i più calorosi. Dopo qualche lieve incertezza nelle primissime fasi dell’opera (nei settori dei legni e degli ottoni), l’amalgama orchestrale si è poi ricomposta benissimo e la prova è stata davvero entusiasmante. Grande prova anche del Coro Ars Lyrica sotto la guida del Maestro Marco Bargagna.

I cantanti, come si diceva prima, sono stati tutti all’altezza, ed hanno veramente dato l’impressione di collaborare per uno sforzo collettivo. L’applausometro finale ha riservato calorosissimi applausi per tutti, anche se è parso di notare due picchi di particolare entusiasmo per l’Amaltea di Silvia Dalla Benetta e l’Osiride di Ruzil Gatin (oltre che, come detto, per il Maestro Pasqualetti). Se proprio si vuole andare a pescare un qualche neo, lo si può trovare in un apparente deficit di possanza nella voce del pur apprezzatissimo Faraone di Alessandro Abis, specie nelle parti in cui si confronta vis-à-vis con l’altro basso, il Mosè di Federico Sacchi, al quale di certo la possanza non fa difetto.

Insomma è andata proprio bene, tutti i cantanti hanno ben figurato (il cartellone completo si trova qui), così come le scene e i costumi di Josè Yaque e Valentina Bressan, la regia di Lorenzo Maria Mucci, l’uso sapiente delle luci di Michele Della Mea. Insomma, come su suol dire, uno spettacolo che funziona!

La scena si trasforma – grazie all’uso delle luci – nella caverna in cui si rifugiano Osiride e Elcia per ragionare del proprio futuro (foto Imaginarium Creative Studio).

Per la cronaca 1: si diceva delle invettive un tantinello machiste nei confronti di Amaltea nel libretto di Andrea Leone Tottola. Nella scena quinta del primo atto il Faraone le si rivolge in questo perentorio modo: Alle muliebri cure, donna, rivolgi il tuo pensier (della serie: donne all’acquaio). Nella quinta scena del secondo atto: pensa a te stessa, e me pur lascia in pace (della serie: fatti i c**** tuoi).

Per la cronaca 2: Il personaggio di Amaltea (omonima del localino nell’adiacente Piazza della Berlina) deve aver colpito parecchio il pubblico. Conversazione sentita all’uscita dal teatro: Ma seòndo te a Amartea ni garbicchiava Mosè? Ni garbicchiava eccome, quer popò di fratacchione grandeggrosso con tutte velle magìe…

Pubblicato da: miclischi | 12 novembre 2018

Jérôme Ferrari 2018: Corsica, morte e fotografia

Uscito nel 2018 da Actes Sud, casa editrice di Arles

Secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani, i verbi coinvolgere e sconvolgere significano l’uno il contrario dell’altro. Allora, come è mai possibile che la lettura di un libro risulti al tempo stesso coinvolgente e sconvolgente?

Tutto cominciò in una libreria di Bruxelles. Quando si trova un libro di Jérôme Ferrari, eccelso scrittore di origine còrsa, vien voglia di sfogliarlo per farsene un’idea, magari comprarselo e leggerlo. Bastarono poche righe della sinossi in quarta di copertina per fugare qualsiasi dubbio (nonostante l’odioso formato-listino). La protagonista è una fotografa, qui si parla di fotografia e di Corsica: via, va letto di sicuro! Il libro si chiama À son image ed è stato pubblicato nel 2018 dalla casa editrice Actes Sud.

Poi: non è forse trascurabile il fatto che il libro fu letto, appunto, nel corso di una breve escursione proprio in Corsica, e che proprio il giorno dopo aver letto del tragico incidente che apre il racconto si percorresse proprio quella strada lungo la costa dell’Ostriconi (anche se in senso contrario)…

Coinvolgente, questa lettura, perché quasi fin da subito ci si sente parte di quella famiglia, di quella comunità, di quei legami e di quegli affetti. Viene da condividere con la protagonista, Antonia, le gioie dei primi scatti con la macchina fotografica regalata dallo zio (quello zio che poi si farà prete e che sarà chiamato dalla famiglia, proprio lui, a celebrarne il funerale). Le gioie di Antonia, le sue incertezze, la ricerca dell’inquadratura, dell’esposizione… Ma poco a poco si fa strada anche questa sensazione strana di condivisione delle esperienze di Antonia nel giornale, come fotogiornalista, poi di fotografa di matrimoni, ma anche delle sue esperienze personali e private. E lo zio? Quello che non si dà pace, quello che ai tempi di Antonia bambina e adolescente era forse fra i parenti quello che più la incoraggiava e la sosteneva? Anche con lui viene da condividere il dolore, le incertezze, i rimorsi e i rimpianti.

Una foto scattata a pochi chilometri dalla costa dell’Ostriconi, il giorno dopo l’inizio della lettura. Siamo a St. Florent, al cimitero (!) dei soldati musulmani morti per la Corsica.

Che cosa sconvolge di questo libro? Un libro che già dopo il primo capitolo, quello in cui si racconta la morte di Antonia, avvolge e stravolge. Una serie di avvenimenti, lontani nel tempo e nello spazio, si ritrovano tutti ricuciti insieme. C’è l’incontro di Antonia con Dragan che aveva visto per l’ultima volta in Yugoslavia dieci anni prima, giusto il tempo di fargli una foto. In quell’incontro, nella rievocazione di una vita precedente, nel ritrovarsi per poi andare a morire subito dopo, c’è già una storia, un racconto, un romanzo. E, naturalmente, una fotografia (anzi, come si scoprirà alla fine del romanzo, due fotografie).

Ché ogni capitoletto ha un titolo e un’epigrafe: i titoli indicano, una dopo l’altra, tutte le sezioni della messa da requiem nella forma classica in latino; le epigrafi sono titoli di fotografie. In alcuni casi si tratta delle foto scattate da Antonia; in altri, si tratta di immagini realizzate da fotografi di guerra che ossequiosamente Ferrari indica alla fine del libro.

Ché infatti alle vicende còrse e Antoniesche si accompagna in parallelo anche un sottofondo di orrore kurtziano scandito da immagini, episodi, vite dei fotografi che le hanno realizzate… tutte intorno al tema della guerra e della morte.

E così si sovrappongono indissolubilmente i passi della messa da requiem e le fotografie. Ché difatti la narrazione, fin dal primo capitolo, si svolge tutta durante l’accaldatissima messa funebre nella chiesetta del paese di Antonia, dei suoi genitori, di suo fratello, dello zio prete, delle amiche e degli amici che furono fra i suoi primi soggetti fotografici. Intervallati ai versi del requiem, e alla descrizione di quel che succede a questo o quel personaggio durante la messa – ma anche al prete stesso -, compaiono come fulmini inattesi i tanti tasselli che hanno costituito le varie fasi della vita di Antonia. Questa alternanza senza preavviso fra la tragica attualità della messa funebre e i ricordi di una vita vissuta intensamente dalla protagonista è forse l’aspetto più sconvolgente del romanzo. Ma non il solo.

Jérôme Ferrari, da sito della casa editrice Actes Sud.

Perché ci sono anche le infinite pieghe della vita di Antonia, dei suoi amici, dello zio, dei genitori e del fratello. E le lotte intestine nel movimento nazionalista còrso. Ma anche il rapporto intimo e intenso di Antonia con la Fotografia. Antonia – da giovanissima – inizia ad appassionarsi per le vecchie foto di famiglia, ma questo interesse presto si traduce in profondi e laceranti interrogativi (Capitolo secondo, Requiem aeternam):

L’énigme consistait en l’existence de la trace elle-même: la lumière réfléchie par les corps désormais vieillis ou depuis longtemps tombés en poussière avait été captée et conservée au cours d’un processus dont l’aspect miraculeux ne pouvait être épuisé par des simples explications techniques. (…) …il semblait à Antonia que tous les lieux familiers et, depuis ces lieux, l’immensité du monde entier, s’emplissaient de formes silencieuses comme si tous les instants du passé subsistaient simultanément, non dans l’éternité, mais dans une inconcevable permanence du présent.

Dopo anni di lavoro in cui la fotografia di Antonia viene svuotata di significati (tornei di bocce, feste di paese, uso del grandangolo in modo da inquadrare più persone possibile, in modo che poi più persone comprino il giornale) la protagonista viene sempre più attratta dal legame tragico fra la fotografia e la morte. Per questo prende un periodo di aspettativa, investe i propri risparmi e parte per la Yugoslavia lacerata dalla guerra. Ci tornerà altre volte, sempre attratta da quella assurda convivenza della morte con la perpetuazione della morte tramite la fotografia. E queste foto, quelle per lei più importanti e personali – ecco forse la trovata narrativa più efficace e sconvolgente – Antonia deciderà di non svilupparle mai (Capitolo 10, Agnus Dei):

… elle ne voudrait pas que des yeux étrangers puissent se poser avec curiosité ou indifférence sur le désastre complet dont elle a aujourd’hui été témoin. Ce désastre, elle ne veut pas le dupliquer. (…) Demain, elle rentrera chez elle, elle quittera pour toujours ce pays dont tous les noms sont provisoires, et les pellicules d’aujourd’hui iront rejoindre dans un carton toutes celles qui les y attendent et qu’elle ne développera pas.  Elle ne croit pas au péché, elle ne croit pas non plus en l’agneau de Dieux qui enlève le péché du monde. Mais, au moins, à ce qu’est le monde, autant qu’il est en son pouvoir, elle, Antonia V., n’ajoutera rien.

C’è anche, nel corso di tutta la narrazione, possente e quasi opprimente come il caldo che attanaglia la chiesetta, la liturgia. Nei versi della messa funebre, nel canto dei polifonisti corsi che ne cantano tutte le parti durante il rito, ma anche nei richiami infiniti agli episodi dei Vangeli e alla cultura cattolica di cui è profondamente impregnata la vita della comunità del paese di Antonia.

Uno di quei libri ad alta densità che vien voglia di tenere a portata di mano per poterlo riasfogliare di quando in quando, per lasciarsi avvolgere in questa prosa potente e profonda, per scoprirci sempre nuovi tratti, nuovi piani, nuovi dettagli. Un po’ come quando si riprende in mano una foto scattata tanti anni fa, che non ci stanca mai di riguardare.

Forse la lettura più appassionante di questo 2018.

Corsica, novembre 2018. Alla Stazione di PIetralba.

Per la cronaca 1: La messa cantata dai polifonisti còrsi è quasi come se fosse la colonna sonora di tutta questa tragica storia. Chissà quale versione, chissà quali cantanti… Una ricerca in rete rivela che si possono trovare innumerevoli brani e filmati di canti sacri in Corsica. Qui si può ascoltare un Libera me (l’ultima parte della messa da Requiem) cantato da un gruppo di polifonisti còrsi (Choeur d’hommes de Sartène).

Per la cronaca 2: Tutto il libro è costellato da minuzionisissime descrizioni di fotografie. L’autore spiega in appendice che in alcuni casi si tratta di precise immagini scattate in varie epoche in varie guerre che hanno insanguinato tante diverse regioni del mondo. Una specie di racconto parallelo a quello delle vicende di Antonia). Ma le fotografie di Antonia sono invece immaginarie. Eppure sembra di vederle, tanto sono descritte nei minimi particolari. Una pazzesca analogia con un’esperienza di fotografie immaginarie (a quei tempi vennero definite Fotografie senza macchina fotografica) realizzate nel 2012 proprio in Corsica! Se ne ragionava qui.

Per la cronaca 3: La foto di copertina invece è di Mervyn O’Gorman: una delle prime foto a colori scattata nel 1913! Un interessante articolo di Internazionale a firma di Giovanna D’Ascenzi approfondisce l’argomento.

Per la cronaca 4: In questo video, da una trasmissione televisiva francese, l’autore parla del suo libro. Nel corso della trasmissione vengono mostrate anche alcune delle fotografie (non quelle immaginarie!) che vengono citate durante la narrazione. In quest’altro video, l’autore parla brevemente del proprio libro (sottolineandone i due cardini: la fotografia di Antonia e la messa da requiem) e ne legge un breve brano che racconta le prime esperienze fotografiche della protagonista. Infine, in questa video-intervista trasmessa da un’emittente televisiva còrsa, Ferrari si sofferma in particolare sulla fotografia.

Per la cronaca 5: Una selezione delle foto scattate in Corsica nei giorni della lettura del libro si trova qui.

Per la cronaca 6: Tempo addietro su queste pagine si era parlato di altri tre libri di Jérôme Ferrari: Le Sermon sur la chute de Rome (nel 2013), Où j’ai laissé mon âme, (nel 2014) e Le principe (nel 2015).

Uscito nel 2018, giusto in tempo per Lucca Comics

Dopo il webcomic, dopo le autoproduzioni, le sceneggiature e le collaborazioni, Lorenzo Ghetti presenta finalmente un libro tutto suo. Un vero libro, un romanzo a fumetti ricco e corposo che si chiama Dove non sei tu.

Si comincia con un’ambientazione domestica: un ragazzo che si sveglia per andare a scuola. Il suono della sveglia proviene da un comune smartphone, l’arredamento e l’abbigliamento sono del tutto “normali” e dei nostri tempi. Vengono inquadrate le ciabatte infradito sul pavimento.

Si volta pagina e in questo tranquillo quadretto domestico arriva a sorpresa il futuro. Un futuro prossimo, si direbbe, visto il contesto. L’elemento futuribile di questa storia è la tuta ScOut che permette di essere dove non si è (come suggerisce il titolo). In pratica il padre del ragazzo, che è lontano da casa per un convegno, è virtualmente presente a casa nella sua  tuta ScOut per fare due chiacchiere durante la colazione.

Ecco, questa coesistenza del futuro con il presente è uno dei perni del romanzo. La tecnologia, si sa, ha drasticamente cambiato le modalità di comunicazione interpersonale, forse proprio in quel sotto-insieme raccontato in questa storia: gli adolescenti, i compagni di scuola, gli amici. Chi ha sulle spalle un po’ di decenni oppure, più semplicemente, chi ha figli adolescenti, tende a fare quasi in automatico un confronto fra le modalità di un tempo (quando non c’erano telefonini, né email, né SMS, figuriamoci gli smarphone e i social media)  e quelle attuali. Un confronto quasi impossibile, che provoca soprattutto innumerevoli dubbi sul come si faccia – oggi – a comunicare prevalentemente in modo così lontano dal contatto fisico e diretto.

La tuta ScOut è una proiezione delle possibili evoluzioni della tecnologia della comunicazione, un’evoluzione che punta sempre più sulla progressiva spersonalizzazione dei rapporti umani.

Dopo la comparsa della tuta ScOut con il padre a colazione, la si ritrova anche a scuola, dove un compagno di Lido (così si chiama il ragazzo), manda in classe la tuta e se ne rimane a casa con la scusa che aveva la tosse. Questi due esempi di uso pratico della tuta sono solo un assaggio di quel che verrà. In classe infatti c’è un’altra tuta, quella di Mobi, la nuova compagna di scuola che sta per trasferirsi e, in attesa di venire di persona, per intanto ha mandato la tuta.

Di qui in avanti la narrazione si impernia proprio sulla comunicazione con questa persona che c’è eppure non c’è, e sul contrasto fra i rapporti diretti che Lido ha con gli altri compagni di scuola e questo rapporto singolare, paravirtuale, insomma a tutti gli effetti anomalo. Perché un conto è dialogare con la tuta del padre o dell’amico; tutt’altra storia è confrontarsi con la tuta di una sconosciuta.

Destinazione stelle (qui con un altro titolo) di Alfred Bester, il libro che accompagna tutto il racconto

Tutte queste problematiche vengono vissute dalla prospettiva soggettiva di Lido. Questo Lido che presenta senza pudori le proprie insicurezze, i propri dubbi, le proprie difficoltà o reticenze a uniformarsi con i modi comportamentali del gruppo. Si scorgono in questi temi alcuni sprazzi mestamente autobiografici di Lorenzo Ghetti. Lido non è disinvolto, non fa spontaneamente battutine a doppio senso sulla nuova arrivata, non ama spettegolare sui compagni di classe. I suoi modi di espressione collettiva si esprimono grazie al suo ruolo di Master di un gioco di ruolo in rete con i suoi amici. Ma quando vuole veramente sentirsi se stesso si dedica alla lettura, appassionandosi per il libro che accompagna, quasi ne fosse una sorta di colonna sonora, tutto il romanzo. Si tratta di Destinazione stelle dell’autore statunitense Alfred Bester.

I momenti in cui Lido riesce a trovare un contatto che non sia davvero solo virtuale con Mobi sono proprio quelli in cui lei, incuriosita, gli chiede di leggerle alcuni brani del libro. E in quei momenti – forse – poco importa che chi lo ascolta sia una persona in carne e ossa o una tuta ScOut. Perché Mobi riesce a fargli sentire la propria presenza e partecipazione.

La storia prosegue con una brusca e inaspettata rottura, con le ricerche che Lido fa per cercare di saperne di più su Mobi… scivolando verso un epilogo (che qui verrà taciuto) in cui questo ragazzo e questa ragazza trovano finalmente una modalità di comunicazione che sia compatibile con le individualità, le storie e i sentimenti di ognuno. Fino alle ultime pagine che celebrano con semplice solennità l’emozione del condividere la bellezza.

Una storia avvincente, fluida, coinvolgente (non solo per ragazzi!). La narrazione riesce a condire la continuità della vicenda con precisi salti e sobbalzi, e alla fine il lettore deve ricominciare da capo perché nel leggere il romanzo, trascinato dalla trama, ha forse trascurato qualche aspetto grafico.

Ché infatti la grafica ha un ruolo davvero importante, e come! L’impaginazione si basa su due elementi principali: le vignette del racconto e quelle, usualmente piccole, quasi a mo’ di riempitivi, di contorno. Questi piccoli tasselli possono contenere dettagli ambientali (le ciabatte infradito!, ma anche un orologio, gli oggetti che Lido si mette in tasca prima di uscire, pagine di calendario), oppure icone internettistiche, brani di chat, voci fuori campo.

Lorenzo Ghetti a Lucca Comics 2018

Le vignette narrative sono caratterizzate da un tratto essenziale. Le espressioni dei volti sono tracciate in modo iper-rarefatto, eppure estremamente efficace. Poi ci sono i dialoghi concitati, rappresentati molto efficacemente dalle nuvolette dei fumetti che si rincorrono – anche da una vignetta all’altra – e danno proprio il senso del ritmo serrato della conversazione.

Fra le pagine più grafi-narrativamente coinvolgenti e stupefacenti ci sono quelle in cui Lido va all’aeroporto a prendere Mobi e, non avendola mai vista di persona, visualizza una serie di possibili opzioni, il tutto senza nessuno stacco narrativo, come se questi incontri si verificassero davvero, invece che nella sua immaginazione.

Proprio una bella scelta narra-grafica. Come, verso la fine, le pagine dedicate a quel che nei film di un tempo, fra una dissolvenza e l’altra, si sarebbe materializzato nella scritta che compare sullo schermo: Qualche tempo dopo…

Insomma, un gran bel libro, ben ideato e disegnato, con un tessuto narrativo solido e con delle soluzioni grafiche davvero accattivanti e convincenti.  Last but not least, un volume impeccabilmente realizzato da Coconino Press.

A quando il prossimo?

Per la cronaca 1 : Lorenzo Ghetti si era già messo in luce anni fa con il pluri-premiato webcomic dal titolo To be continued

Per la cronaca 2: Pochi giorni prima dell’uscita sono state pubblicate in anteprima da Fumettologica alcune pagine del libro, eccole qui. Dalla stessa pagina web si accede anche a una specie di trailer del libro preparato dall’autore stesso; eccolo qui.

Allo stand di Coconino Press, Lucca Comics 2018

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