Pubblicato da: miclischi | 17 agosto 2011

Paul Auster: personaggi in cerca di una storia

Oh sì, grande abilissimo raccontatore, caratterizzatore, evocatore impareggiabile di immagini e descrittore di film… Paul Auster e i suoi libri sono sempre lì a farci compagnia, quando esce un nuovo titolo lo si legge, a volte piace, a volte meno. Insomma così è e così forse dev’essere. Ma certo, dopo il calo di Invisible si aspettava una risalita sulla china della grande narrazione, delle storie coinvolgenti e laceranti nella loro bellezza… Macché: questo Sunset Park si ricolloca nel rango delle opere minori del grande narratore Newyorkese.

Una non-storia che dice poco o nulla sulla vicenda che si dipana lungo le vite dei personaggi ma che si concentra invece sui personaggi stessi; sulle loro ubbìe, le loro paure, i loro tabù e sensi di colpa. Inevitabilmente il testo scava anche nelle dinamiche che intervengono nelle relazioni fra i personaggi. Ma la narrazione si sfilaccia, perde coerenza e credibilità, insomma non regge.

Dopo le scene incestuose di Invisible, qui le smanie sessuali dell’autore sconfinano nel sesso con minorenne; per di più “inappropriato” (e probabilmente illegale in alcuni stati dell’Unione). Ma questi frizzori sessuali non scuotono una storia che è avviluppata sulle intime vicende dei personaggi senza andare da nessuna parte.

Una delle foto di Eugene Richards

L’inizio promette molto bene, con questa austerianissima smania della documentazione fotografica… La narrazione comincia infatti con il protagonista al lavoro nelle case abbandonate dagli abitanti causa insolvenza derivante dalla galoppante crisi economica. Foto di quel che rimane dopo che la gente se ne è andata. Come nel lavoro di Eugene Richards presentato agli incontri di Arles nel 2009. Ma poi le promesse di questo incalzante inizio non vengono mantenute.

Tutto ruota attorno al protagonista, Miles, che se ne andò giovanissimo di casa in seguito a un evento tragico che turbò gli equilibri familiari. Ma tutto ruota anche attorno al rapporto spezzato fra il padre e il figlio fuggiasco. E sul perché e per come si spezzò, e sul perché e per come potrebbe ricucirsi.

A contorno: la madre, la matrigna, il vecchio amico non gay ma innamorato di lui, le due ragazze con cui condividono la casa di Sunset Park… Personaggi, persone, pensieri, problemi. Per andare a finire dove? In una non-fine. In un malriuscito tentativo di fare una bella chiusa che lascia al lettore immaginare quel che succederà o che potrebbe succedere poi. Riuscì in questo intento, magistralmente, Alain-Fournier nel suo Meaulnes. Non c’è riuscito, almeno stavolta, Paul Auster. Come sottolinea il recensore di The Independent… We end up caring about the lives of the four central characters enough to want to know their outcome, but it is a shame they appear to have been so hastily imagined.

Ha già cambiato rotta tante volte, nel corso degli anni, questo splendido autore. Vedremo dove ci porteranno i suoi prossimi lavori. Speriamo che torni a raccontarci presto una bella storia, invece di incistarsi senza costrutto sulle ansie dei singoli caratteri.

Per la cronaca: ecco il finale del Grand Meaulnes:

Je m’étais légèrement reculé pour mieux les voir. Un peu déçu et pourtant émerveillé, je comprenais que la petite fille avait enfin trouvé là le compagnon qu’elle attendait obscurément… La seule joie que m’eût laissée le grand Meaulnes, je sentais bien qu’il était revenu pour me la prendre. Et déjà je l’imaginais, la nuit, enveloppant sa fille dans un manteau, et partant avec elle pour de nouvelles aventures.


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