Pubblicato da: miclischi | 21 ottobre 2014

Graflex Graphic 35

Una Graflex 35 mm!

Una Graflex 35 mm!

Una macchina fotografica che sui siti per fotografi vintage viene presentata quasi più come curiosità che come apparecchio serio. Eppure questa macchina fotografica incongrua (incongrua nel senso che questa è una 35 mm, mentre l’americana Graflex si era fatta un nome soprattutto nel settore degli apparecchi grande e medio formato) non è mica poi così male! Se non per alcuni aspetti operativi di cui si dirà.

Ci sono ancora oggi in circolazione molte Speed Graphic, Crown Graphic, le RB con il dorso rotante, etc. L’incredibile accuratezza meccanica di quegli apparecchi storici (erano usate comunemente da Edward Weston per le sessioni in studio o in giro per gli States, ma anche dal fotoreporter newyorkese Arthur “Weegee” Fellig) fa sì che ancora oggi possano essere usati con molta soddisfazione, sia con pellicole piane 2×3 e 4×5 o con gli adattatori per pellicola 120.

Dunque si diceva della Graflex 35. Una macchina fotografica massiccia dall’apparenza molto solida, con telemetro (funzionante!) e trascinamento a manopola. L’obiettivo in dotazione è un Graflar 50 mm f. 2.8 e otturatore con tempi da 1 secondo a 1/500 + B.

Una visione dall'alto: si vedono bene i due pippoli per la messa a fuoco:queello di destra premuto verso linterno e, conseguentemente, quello di sinistra sporgente all'esterno.

Una visione dall’alto: si vedono bene i due pippoli per la messa a fuoco: quello di destra premuto verso l’interno e, conseguentemente, quello di sinistra sporgente all’esterno.

La particolarità principale risiede nella modalità della messa a fuoco. Infatti, invece di agire sulla ghiera dell’obiettivo, si manovrano i due pippoloni sul frontale con le due dita (della mano destra e della mano sinistra) fino a veder ricomposte le due immagini nell’apposito mirino del telemetro (non si tratta di immagini sovrapposte ma proprio di un’immagine spezzata che va ricomposta, non senza difficoltà). L’azione sui due pippoli sposta in avanti o all’indietro l’obiettivo per garantire la messa a fuoco.

Due fotografi fotografati con la Graflex 35

Due fotografi fotografati con la Graflex 35

Una volta fatta la mano a questo metodo inusitato, si riesce abbastanza bene a mettere a fuoco. Il problema è che una volta mollata la presa sui due pippoli (non fosse altro che per spostare l’occhio sul mirino di ripresa, o ancor più per mettere la macchina in posizione verticale) l’obiettivo tende a andarsene per conto suo su una posizione a caso, e la foto riuscirà immancabilmente fuori fuoco (il numero di immagini sfuocate nei rullo di prova è sorprendentemente alto).

La prova pratica: non c’è malaccio, ma certo ci si aspettava di più da una gloriosa Graflex.  Complice il fatto che il fuoco tende ad andare per conto suo, molte delle immagini appaiono poco “pulite”. Oppure, chissà, magari è una questione di vetustà, di difetti occulti della lente, di opacità non facilmente visibili a occhio nudo…  Eppure, quelle foto venute bene, sono venute proprio bene!

Le foto dello slideshow qui sotto sono state scattate con Ilford FP4 sviluppato in ID11 soluzione stock e scansionate con Epson Perfection V600 Photo.

 

Un rullo di prova scattato con

Un rullo di prova scattato con Ilford  FP4 in ID11 stock

Peccato per questo brutto scherzetto della messa fuoco. alla fine questo sistema rivoluzionario dei pippolini si rivela abbastanza una sòla. Ed è un vero peccato, perché questo apparecchietto solido e pesante presenta anche varie altre curiosità. Per esempio per guidare il fotografo nell’uso del flash con indici colorati sulle scale dei diaframmi e delle distanze, dopo aver impostato il numero guida sulla apposita ghiera. Altra particolarità, a dire il vero non molto comoda, è che lo scatto (che si aziona dopo aver caricato l’otturatore con una levetta sulla parte superiore dell’obiettivo) si aziona tirando una linguetta verso l’esterno (è quella che si vede nella foto a fianco dell’obiettivo, sopra alla scritta Graphic 35). Oltre a risultare rischioso come movimento (foto mosse con tempi lunghi), se si esita nello scatto il sistema si blocca, e bisogna trascinare la pellicola sprecando uno scatto.

Per finire, una scritta sul barilotto dell’obiettivo ci informa che sia la lente che l’otturatore sono stati prodotti in Germania Ovest!

Per la cronaca 1: il Manuale di questa macchina fotografica si trova qui.

Per la cronaca 2: un po’ di storia di questo modello Graflex si trova qui.

Da un rullo scattato con Fuji Acros 100 (Ilford ID 11 stock)

Da un rullo scattato con Fuji Acros 100 (Ilford ID 11 stock)

 

Pubblicato da: miclischi | 19 ottobre 2014

Una ricca serata a Matera

Per Matera 2019

Per Matera 2019

Una sera d’ottobre 2014. Sul litorale pisano c’è una tromba d’aria che scoperchia tetti, fa paura e fa danno. Un migliaio di chilometri più a sud, a Matera, la serata scorre tranquilla nella città tappezzata di bandiere per la candidatura a Città Europea della Cultura nel 2019. Ogni bandiera, personalizzata con scritte, colori e disegni, viene esposta alle finestre, ai balconi, nelle vetrine, dappertutto. Saranno migliaia.

Nella serata calma, tre fatti salienti.

 

La bella locandina

La bella locandina

Fatto saliente # 1.

A Palazzo Lanfranchi (omonimo!) c’è la mostra Pasolini a Matera: il Vangelo Secondo Matteo 50 anni dopo. Ricchissime, ma proprio ricchissime iconografie (filmati, fotografie, documentari, interviste, documenti, manoscritti, lettere…). Allestimento un po’ affollato nonostante gli ampi spazi. Decisamente fastidioso l’audio di tre o quattro video-installazioni che  si odono contemporaneamente. La perla delle perle in questa mostra strapiena di indizi e sorprese: la serie di riprese fatte durante il sopralluogo di PPP in Palestina, con la voce del regista fuori campo, quasi sempre sul filo dell’emozione suscitata dalla potenza dei luoghi. Luoghi però giudicati troppo “modernizzati” per girare il film. Infatti PPP sceglierà  Matera, decisamente meno modernizzata (nel 1964) della Palestina.

 

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Fatto saliente # 2.

Presentazione del libro La ferocia di Nicola Lagioia (da pronunciarsi con entrambe le “o” con accento acuto – Nicóla Lagióia) davanti alla Libreria dell’arco (che già di per sé, è una delle più belle librerie che si possano frequentare). Presentazione all’aperto, in via Ridola, Palazzo Lanfranchi sullo sfondo. Arriva Nicola Lagioia con la curatrice della presentazione, autrice per la verità di domande non brillantissime, e si comincia. L’autore non ha bisogno di domande, gli basta un piccolo spunto per parlare e parlare e parlare, spaziando dalla trama del libro, ad aneddoti familiari, alle cronache culturali e politiche degli ultimi vent’anni, alle letterature di tutti i paesi e di tutte le epoche, ai film di Kubrik… E’ un fiume in piena, con quella foga di parlare e di raccontare che lo caratterizza così bene nelle sue trasmissioni mattutine su Radio 3 (Pagina Tre, la rassegna stampa delle pagine culturali). E non manca mai di trasmettere l’entusiasmo per la conoscenza, per la curiosità di scoprire e di sapere, insomma quell’appetito insaziabile per quella cosa che non si mangia: la cultura. E’ talmente abituato a parlare delle recensioni degli altri e dei libri degli altri che parla del proprio romanzo come se fosse stato scritto da qualcun altro. Grande umiltà nel dire per esempio Credo che questo personaggio… Come se non fosse un personaggio che proprio lui ha creato. Una gran bella presentazione, scoperta per caso passeggiando per Matera, finita (davvero!) a tarallucci e vino.

 

Proprio un bel localino...

Proprio un bel localino…

Fatto saliente # 3.

Ma, a cena, naturalmente, al Circolo Malatesta, anzi, ora si chiama Osteria Malatesta. Siamo in Via San Biagio, a un passo dalla Chiesa di San Giovanni Battista e dal Cinema Comunale.  Il solito ambiente familiare, l’oste che invita a sedersi al suo tavolo, dove si alternano la cameriera e vari amici che vanno e vengono. Si parla di tutto, in un’atmosfera davvero confortevole. Spunta un amico di Massimo, l’oste, che ha visto la presentazione di Lagioia, e condivide proponendoli sul tavolo due volumi di Roberto Arlt (bella scoperta). E poi musica, viaggi, idee. Anche se ha cambiato nome, rimane sempre davvero un circolo. Da mangiare? Tutto buono. Stasera: spaghetti alla chitarra con crema di fave e poi sformato di patate con verdure accompagnato da polpetta di zucchini e sesamo. Abène Matera…

Per la cronaca: Venerdì 17 ottobre 2014, pochi giorni dopo la visita materana, Steve Green, presidente della commissione giudicatrice internazionale, ha ufficialmente informato il Ministro Franceschini che Matera è stata designata capitale europea della cultura 2019.

Don Giovanni secondo Truffaut

Don Giovanni secondo Truffaut

Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia. Questa è una celeberrima citazione del film L’uomo che amava le donne, film del 1977 di François Truffaut, la sua personalissima ed efficacissima rilettura dell’inesauribile mito di Don Giovanni.

Nel programma delle manifestazioni dongiovannesche che caratterizzeranno questa stagione pisana – non solo operistica – che inizia questo autunno e si protrarrà fino al novembre del 2015 (Una gigantesca follia) , c’è anche uno spazio intitolato Don Giovanni sullo schermo, e c’è da sperare che anche questo capolavoro di Truffaut sia riproposto per ragionare di dongiovannismo anche al cinema.

Insomma il Don Giovanni di Mozart che apre la stagione lirica sabato 11 ottobre 2014 al Teatro Verdi di Pisa: com’è andata? Complessivamente di sicuro più che bene, considerando la complessità dello spettacolo, le trappole della partitura e la moltitudine di interpreti. Gran merito al regista Enrico Castiglione (assistito da Lorenzo Maria Mucci), il quale ha mantenuto le promesse fatte in occasione della presentazione dell’opera qualche settimana prima: l’attenzione ai movimenti scenici, alla gestualità, insomma alla attorialità dei cantanti è stata davvero molto ben curata.

La scena, sobria e sapientemente modificabile con scorrimento di una parete in corso d’opera (!) a creare iati spazio-temporali, è risultata funzionale, e il colpo d’occhio sulla scena è sempre stato notevole (un po’ violenti e forse eccessivi i lampi di luce all’apparire della statua del Commendatore e allo sprofondare di Don Giovanni negl’inferi).

Primo Atto: Agata Bienkowska (Donn'Elvira), Panajotis Iconomou (Don Giovanni), Andrea Concetti (Leporello).  Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Primo Atto: Agata Bienkowska (Donn’Elvira), Panajotis Iconomou (Don Giovanni), Andrea Concetti (Leporello). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Sì, va bene: la regia, la scena… ma la musica e i cantanti? Un bel cast poliedrico e internazionale ha fornito una bella prova, sia d’insieme che nelle varie individualità ben caratterizzate nelle voci e nelle interpretazioni. Gran bel physique du rôle per il donnaiolo implacabile, qui il basso-baritono tedesco d’origini greche Panajotis Iconomou. Riuscitissima in particolare la sua movimentazione sul palco, praticamente non sta mai fermo, a rappresentare la sua smania fisica. La voce è risultata però un po’ discontinua, con improvvisi lampi d’eccesso di volume, quasi fosse arduo controllarla, e con qualche difficoltà di dizione e di agilità nelle parti veloci. Il mattatore della serata, fra i ruoli maschili, è stato di sicuro il Leporello di Andrea Concetti. Senza mai sconfinare nel gigionismo, ha interpretato le parti comiche con misurati ammiccamenti ed ha superato appieno sia le difficoltà delle parti in agilità che il biglietto da visita iniziale, l’aria del catalogo, lunga e articolata. Anche Masetto (il baritono Daniele Piscopo) ha ben figurato, e il pubblico gli ha riservato un apprezzamento particolare nell’applausometro finale. C’è poco da dire sul Commendatore (il basso Riccardo Ferrari), nel senso che dice poco anche lui; quindi per completare il quadro delle voci maschili manca solo il povero Don Ottavio. L’anti-eroe, il debole contrapposto al virile e possente Don Giovanni… il fidanzato gnifito che mai troppo osa, che si sbilancia forse troppo nel pronunciarsi padre e amico, invece che amante della povera Donn’Anna… Lo caratterizza proprio bene Marcello Lippi nel programma di sala, definendolo la figura più femminile dell’opera mozartiana . Insomma uno di quei fidanzati la cui donna, quando ne parla ad altri, ricorre all’appellativo di poverino.  Poverino, è tanto bravo… Ecco, forse per Donn’Anna il trauma di vedersi abbrancare dal vigoroso Don Giovanni ha cambiato un po’ le prospettive del fidanzamento, tanto che alla fine, una volta sgomberato il campo dallo scomodo sciupafemmine, alla pressante di richiesta di convolare a nozze con don Ottavio Donn’Anna replica risoluta affermando che prima che gliela dia deve passare ancora per lo meno un annetto… Il tenore macedone Blagoj Nacoski ha ben figurato, in una parte scomoda nella quale deve risultare gnifito e impacciato, e ha sfoggiato (ma non troppo, ci mancherebbe, la parte non lo richiede) una bella voce.

Lavinia Bini (Zerlina), Daniele Piscopo (Masetto). Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Lavinia Bini (Zerlina), Daniele Piscopo (Masetto). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

E veniamo alle voci femminili. Elvira, Anna, Zerlina: tutte soddisfacenti. Elvira, la nemesi onnipresente, professionista della rottura delle uova nel paniere, marca stretto Don Giovanni e lo contiene, salvo poi dal sfoggio di incondizionata disponibilità ad accettarne tutti gli sgarbi. Qui interpretata dalla mezzo-soprano polacca Agata Bienkowska, forse fra tutti i personaggi quello che rimane un po’ impalato in scena, ma che sfoggia una gran voce, solo a volte un po’ disagevole da governare nel registro basso. Ma che bel temperamento! La Donn’Anna di Silvia Dalla Benetta esprime una gran voce a una grande presenza scenica, sia nelle drammatiche scene iniziali, che nei movimenti di gruppo, che nelle ironiche allusioni alle inadeguatezze del povero Don Ottavio. Il pubblico pisano ha particolarmente apprezzato i suoi acuti fermi e precisi. C’è poi la contadinotta, la sposina fresca di nozze campagnole che si vorrebbe ingenuotta e facilmente manovrabile, ma che invece la sa lunga su come trattare gli uomini. L’interprete di questa prima, la soprano toscana Lavinia Bini, ha centrato alla perfezione il personaggio: con la presenza scenica, con la mimica facciale, con l’atteggiamento e, naturalmente, con la voce: nulla si poteva sperare di più da un personaggio che era chiamato ad esprimere soprattutto freschezza. Ed è proprio a lei, oltre che a Donn’Anna e a Leporello, che il pubblico pisano ha riservato gli applausi più calorosi e convinti alla fine della serata.

E la musica? E l’orchestra? E le intenzioni registiche? Il programma di sala, vera novità, non contiene le note di regia né le annotazioni del direttore d’orchestra (il giovane pisano Francesco Pasqualetti) sulle particolarità della partitura, ma – oltre alla sinossi e al libretto dell’opera – un solo corposo (32 pagine escluse le figure!) saggio del direttore artistico del Teatro, Marcello Lippi, sul Don Giovanni di Mozart/Da Ponte in rapporto agli innumerevoli altri don Giovanni di cui è costellata la storia del Teatro di prosa, del Teatro d’opera, della letteratura… Insomma un bellissimo ed avvincente scritto che sa più di introduzione al festival dongiovannesco nel suo insieme che di guida all’ascolto di questa singola Opera. Bello; ma certamente non una notarella da leggere per curiosità prima dell’inizio dell’opera o nell’intervallo; piuttosto una trattazione approfondita da studiarsi, poi, con calma, a casa.

Chi ha avuto la possibilità di ascoltare direttore e regista in occasione della presentazione dell’opera alla fine di settembre ha potuto almeno attingere a qualche indizio, soprattutto dal regista; ma insomma, via, accontentiamoci.

Direttore e Orchestra della Toscana hanno fatto un buon lavoro, e soprattutto le sezioni degli archi e dei legni (come già osservato in passato) hanno fornito una prova di grande qualità. Gli ottoni, un po’ come la voce di Don Giovanni, a volte si sono lasciati sfuggire qualche eccesso o sforzatura, ma nel complesso la prova è stata superata. Una menzione particolare per la mandolinista Monica Baronio e per il clavicembalista Riccardo Mascia, che ci hanno proprio fatto la loro figura.

Alla fine: la morale.

Alla fine: la morale. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una delle componenti determinanti per la piacevolezza e il successo di quest’opera sta di sicuro nel libretto di Lorenzo Da Ponte, avventuriero e librettista, il quale forse ancora se la rideva pensando a Giovanni e Leporello negli ultimi anni della sua vita, quando faceva l’alfiere della lingua italiana a New York e cercava di trasmettere oltreoceano la gioia della lettura di Dante. In questa storia in cui sono miscelate con sapienza impeccabile la raffinatezza e l’acume delle parole con le imprescindibili esigenze della comicità, si trovano innumerevoli perle, e non si possono davvero andare a ricercare per farne lunghe citazioni. Ma piace sottolineare un paio di frasi in cui viene espressa con forza la personalità di Don Giovanni, insopportabile eppure irresistibile:  io son, per mia disgrazia, uom di buon cuore.  /  io che in me sento sì esteso sentimento, vo’bene a tutte quante. /

Lorenzo Da Ponte

Lorenzo Da Ponte

La musica di Mozart, la sua ricchezza e soprattutto la sua incredibile varietà di temi, si integra perfettamente con il testo dapontiano, e  fa anche ben accettare quelle infinite ripetizioni testuali così frequenti nell’opera settecentesca (come per esempio quando Leporello esprime concitatamente la necessità di andarsene, ma invece di uscire di scena reitera innumerevoli volte l’urgenza di fuggire. Son proprio questi gli argomenti di cui si servono i detrattori del teatro d’opera che ne evidenziano soprattutto gli elementi apparentemente ridicoli…).

Quindi un buon inizio, con una bell’opera in un buon allestimento, e anche il pubblico del Verdi sembra aver gradito parecchio. Avanti così con le prossime!

Pubblicato da: miclischi | 5 ottobre 2014

Cento capolavori di arte alberghiera

Monet e il telefono: pare un'installazione (a Portoferraio)

Monet e il telefono: pare un’installazione (a Portoferraio)

C’è l’albergatore che espone le proprie fotografie, o i quadri degli avi, o i poster dei dipinti famosi, oppure le immagini dei fumetti nazionali; oppure c’è quello che sceglie di non appendere proprio niente alle pareti: l’arte sta nell’arredamento e nelle luci.

Andando in giro per alberghi, pensioni, bed and breakfast, affittacamere eccetera, si trova di tutto. Con un po’ di pazienza in qualche anno si riesce a mettere insieme una notevole collezione di fotografie scattate nei luoghi e nei contesti più diversi.

Ed ecco quindi un album web che contiene oltre cento fotografie. Ciascuna foto è corredata da una didascalia che indica il luogo e la data dello scatto.

C’è il problema del vetro che riflette, per cui molte foto sono scattate di sbieco, oppure la scarsa illuminazione di alcune camere d’albergo. Ci sono le camere senza immagini, o con un solo quadro; e poi quella (forse detiene il record) in cui fra camera, bagno e antibagno, ce ne sono nove! E infatti proprio questa serie ha fatto perentoriamente sfondare la soglia delle cento immagini.

I luoghi? Ovunque: dal nord estremo di Tarvisio al sud estremo delle Isole Pelagie. dal Marocco all’Irlanda a mezza Europa. E la collezione, anche dopo aver varcato la soglia dei cento “pezzi”, continuerà ad arricchirsi, viaggio dopo viaggio dopo viaggio.

Le luci e l'arrredamento bastano a decorare l'ambiente. sulle pareti: nulla (a Ferrara).

Le luci e l’arredamento bastano a decorare l’ambiente. Sulle pareti: nulla (a Ferrara).

Lucky Luke e i fumetti belgi a bruxelles

Lucky Luke e i fumetti belgi a Bruxelles

In Bretagna (a Brest) disegni ruvidi e marittimi

In Bretagna (a Brest) disegni ruvidi e marittimi

Pubblicato da: miclischi | 28 settembre 2014

Anima Mundi 2014 chiude in bellezza con lo Stabat Mater di Dvořák

La cattedrale pisana illuminata di notte: è sempre un bel vedere.

La cattedrale pisana illuminata di notte: è sempre un bel vedere.

Ultima serata di questa rassegna 2014. Entrando in Duomo si percepisce in vago sentore di insetticida: che il grillo parlante sia stato fatto fuori? Sarà; ma è un fatto che durante il concerto non ci sarà anche il suo insistente cri-cri ad accompagnare gli interpreti.

Per questo evento finale, un’orchestra italiana, un coro sloveno e quattro solisti di lingua tedesca. E un capolavoro di Antonín Dvořák, lo Stabat MaterDice di questa composizione Maurizio Giani (Einaudi, 2004): Sebbene si fosse ispirato al Requiem di Verdi per la sua messa, nel comporre lo Stabat Mater (1877) Antonín Dvořák rinunciò ad elementi teatrali o operistici, e quasi completamente anche a quelli storicistici, utilizzando perlopiù il proprio collaudato linguaggio sinfonico. Infatti: pare proprio che, a prescindere dai gravi lutti familiari che travolsero l’autore nel periodo in cui compose questo Stabat Mater, l’intento liturgico sia stato quasi un pretesto per mettere in piedi una grande composizione sinfonica, impregnata fra l’altro, qua e là, delle tonalità e delle allusioni boeme così caratteristiche di Dvořák.

I professori dell'orchestra si preparano al concerto all'ingresso della cattedrale.

I musicisti dell’orchestra si preparano al concerto girellando e suonando all’ingresso della cattedrale.

L’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, diretta da Hartmut Haenchen, ha fornito una prova convincente fin da subito, in quelle ottave inquietanti che aggallano dal nulla nell’inizio di questo Stabat Mater il cui primo brano, che chiama ad esibirsi con l’orchestra sia il coro che i quattro solisti, dura per un tempo infinito (all’incirca una facciata di LP) e mostra tutta la sua essenza sinfonica. Ma anche nei momenti gloriosi di questo dramma liturgico, quando gli ottoni si esprimono appieno, l’orchestra ci fa proprio la sua figura.

Il coro invece viene dalla Slovenia, si tratta del Coro da Camera Sloveno sotto la direzione di Martina Batič. Una performance convincente, sia nei delicati piano e pianissimo, sia nelle prorompenze degli Amen finali. E poi, finalmente, un coro in cui le parti maschili si fanno sentire a dovere, senza essere sistematicamente sovrastate dai contralti e dai soprani.

Il direttore e i solisti ricevono gli applausi del pubblico insieme all'orchestra e al coro

Il direttore e i solisti ricevono gli applausi del pubblico insieme all’orchestra e al coro. Da sinistra a destra: Hartmut Haenchen, Sabina von Walther, Bettina Ranch, Dominik Wortig e Alejandro Marco-Buhrmester.

E i solisti? Un quartetto formidabile ed affiatato. Anche se la mezzo-soprano è stata sostituita per indisponibilità della titolare, la nuova venuta Bettina Ranch, nonostante l’evidente apprensione, ha figurato benissimo, con una voce possente ed espressiva, dimostrando anche un notevole affiatamento nei quartetti. Verrebbe voglia di vederla in scena in un’Opera. La soprano Sabina von Walther si è calata totalmente nella parte della madre dolorosa che piange il figlio morto sulla croce, ed ha saputo cantare dei passaggi davvero emozionanti con la sua voce delicata e pur possente. Anche a lei un plauso sia per le parti solistiche che per quelle di duetto e d’insieme. Il tenore Dominik Wortig e il basso Alejandro Marco-Buhrmester hanno contribuito a una prova d’insieme assolutamente soddisfacente. In particolare sono state apprezzate le loro voci calde ed espressive e, ancora una volta, lo straordinario affiatamento con gli altri solisti e con il direttore. Forse non è un caso che dopo il concerto se ne siano andati a cena insieme loro cinque, anche se il primo tentativo in Via Santa Maria andò fallito perché si sa, trovare un ristorante che sia disposto a darti da mangiare alle undici di sera, anche se siamo di sabato, a Pisa non è che sia poi così scontato…

Orchestra e Coro hanno lavorato molto bene insieme

Orchestra e Coro hanno lavorato molto bene insieme.

Un finale di questa rassegna Anima Mundi 2014 davvero ben riuscito, apprezzatissimo dal pubblico che ha richiamato sul palco il direttore e i solisti innumerevoli volte per inondarli di applausi, e particolarmente lodevole per aver portato a questo pubblico affezionato un capolavoro che a dire il vero non capita tanto spesso di veder rappresentato. Arrivederci alla prossima edizione 2015. Intanto, per non perdersi d’animo, ci sono da seguire la stagione dei concerti della Normale, la stagione lirica, e chissà quante altre occasioni per sentire della buona musica e dei buoni interpreti a Pisa. Appuntamento al Teatro Verdi l’11 ottobre per l’inaugurazione della stagione lirica con il Don Giovanni di Mozart. La dotta e piacevolissima presentazione di quest’opera, lo scorso venerdì 26 settembre in teatro, ha fatto venire l’acquolina in bocca, tanto lo spettacolo si annuncia succoso.

 

Dopo il concerto è piacevolissimo indugiare facendo due passi in piazza del duomo

Dopo il concerto è piacevolissimo indugiare facendo due passi in piazza del duomo.

 

Pubblicato da: miclischi | 27 settembre 2014

Anima Mundi: la Messa in do minore di Mozart e il grillo parlante

Un'orchestra di giovani e giovanissimi

Un’orchestra di giovani e giovanissimi

25 settembre 2014: penultimo appuntamento della Rassegna Anima Mundi a Pisa. Un bel complesso vocale e strumentale da Salisburgo, luogo mozartiano per eccellenza, per presentare appunto la Messa in do minore di Mozart. Si tratta del complesso Musicacosì, diretto in quest’occasione dal Maestro Josef Wallinig con Silvia Spinnato a guidare il coro.  Si tratta di un complesso composto da musicisti e cantanti di 21 diverse nazionalità, soprattutto giovani e giovanissimi, tanto che è stato proprio un piacere vedere tanta passione e tanta competenza traboccare da queste variegate nuove generazioni.

Karin Torbjönsdottir, mezzo-soprano

Karin Torbjönsdottir, mezzo-soprano

Coro, orchestra, solisti, ma non solo. Infatti c’è un interprete non previsto che insiste nel partecipare alla serata. Durante il Laudamus te, splendidamente interpretato dal mezzo-soprano nordico Karin Torbjönsdottir, un eloquente scambio di sguardi sorpresi e sorridenti si svolge all’estrema destra del palco: il timpanista e l’organista – in quel momento non impegnati con i propri strumenti –  si guardano increduli. Il fatto è che fra le poderose navate della cattedrale si propaga in modo inaspettatamente fragoroso il cri-cri di un grillo. Ma proprio forte, anche per chi siede per una volta vicino al palco. E non si tratta di un cri-cri a casaccio: l’ingombrante interprete inatteso si zittisce nei brevi intervalli fra un brano e l’altro, e ricomincia subito al ripartire della musica. Superato l’iniziale stupore, a dire il vero, dopo un po’ ci si abitua, ma certo se uno spettatore ambiva a concentrarsi sulla purezza del suono offerto dall’orchestra e dal coro, ma soprattutto dalle due straordinarie soliste, c’è forse rimasto un po’ male.

La soprano tedesca Claire Elizabeth Craig, eroina della serata

La soprano tedesca Claire Elizabeth Craig, eroina della serata

E, grillo a parte, il concerto? Una rappresentazione molto convincente, con qualche problema usuale di impasto del suono nelle parti forte d’insieme, e con una forte caratterizzazione quasi operistica di alcune delle arie solistiche. La più acclamata fra gli interpreti è stata di sicuro la soprano tedesca Claire Elizabeth Craig, protagonista di un lavoro poderoso e di spericolate acrobazie vocali fin dal Gloria. Specialmente efficace, la Craig, nella laboriosa interpretazione del brano Et incarnatus est (tre righe di testo che si sviluppano e si avviluppano per oltre otto minuti) in cui ha potuto dar sfoggio del dominio della splendida voce in tutti i registri. Sono poche le testimonianze reperibili in rete su questa interprete. Per farsi un’idea dell’articolazione complessa di questa Ariaqui c’è l’interpretazione di Miah Persson diretta da Sir John Eliot Gardiner il quale, come si sa, è il Direttore Artistico della rassegna pisana.

La soddisfazione del Maestro Wallinig alla fine del concerto.

La soddisfazione del Maestro Wallinig alla fine del concerto.

Il pubblico ha senz’altro gradito lo spettacolo, tanto che si è spellato le mani per acclamare tutti gli interpreti (pur con parti minori o minime, c’erano anche il tenore Alexander Hüttner e il basso Johannes Gruber). Forse sperava in un bis, che però non c’è stato.

Ma il contentino del dopo-concerto c’è stato lo stesso. Vedere il direttore d’orchestra indugiare sul palco per parlare con i musicisti, sorridere, ringraziarli, complimentarli, in un’atmosfera quasi di grande gioiosa famiglia, forse, vale più di un bis.

Pubblicato da: miclischi | 26 settembre 2014

Canon Prima AS-1: anfibia divertente, ma con alcuni limiti

Anfibia, ma non troppo

Anfibia, ma non troppo

Si ragionava tempo fa qui dell’anfibia Canon AS-6 dalle molte potenzialità, il cui solo limite in pratica era la profondità massima (10 metri), ma che presentava invece parecchie soluzioni tecniche notevoli, sia per foto in acqua che in aria. Una volta trovata per due lire (ma proprio due lire) su una bancarella una versione più moderna (la Prima AS-1) completa di custodia e manuale, si è voluta provare anche quella. Dall’apparenza decisamente più innovativa e moderna, più compatta e dal design meno spartano, poteva rappresentare un deciso passo in avanti rispetto al modello precedente.

La ghiera dei comandi principali.

La ghiera dei comandi principali, proprio accanto all’obiettivo

Più moderna significa soprattutto più “pronta all’uso”, quindi con meno comandi, meno menate di accessori da mettere e da levare (come per esempio i distanziatori subacquei e terresti per la lente macro della AS-6), insomma un modello abbastanza “point and shoot”, tranne per la possibilità di scegliere la modalità di flash forzato oppure off, e una improbabile posizione “ravvicinata subacquea” per la quale è lasciato al fotografo trovare la distanza giusta a occhio (da 45 cm a un metro). Senza contare che il limite di profondità e di cinque metri solamente. Quindi una macchina fotografica più da spiaggia o da piscina che da portare sott’acqua.

Visione dall'alto: accanto al pulsante di scatto, il comando per l'autoscatto.

Visione dall’alto: accanto al pulsante di scatto, il comando per l’autoscatto.

Se a questi limiti si aggiunge che dopo pochi scatti in acqua il pulsante di scatto si è bloccato, lasciando come unica possibilità di scattare quella di spegnere e riaccendere la macchina (calcolando che poi scatta da sola), si può capire quanto il test di questo apparecchietto si sia svolto in condizioni di fatto “estreme”. Ma il divertimento sta anche lì, no?

Al Parco Nazionale di Plitvice (Croazia) anche sotto la pioggia battente

Al Parco Nazionale di Plitvice (Croazia) anche sotto la pioggia battente

Alcuni dati tecnici: Obiettivo 32 mm f. 1:3.5, autofocus, riconoscimento automatico della sensibilità della pellicola, trascinamento e riavvolgimento automatici (funziona con una pila al litio da 3 V). Nel mirino ci sono i led che segnalano il corretto trascinamento, la messa a fuoco e il pronto flash. Le foto qui presentate sono state scattate con pellicola Fomapan 100 sviluppata in R09 One Shot in soluzione 1+50 e scansionate con epson Perfection V600 Photo. Per la cronaca 1: Il manuale d’istruzioni di questa macchinetta si trova qui. Per la cronaca 2: Una testimonianza pratica di uso in acqua e un test ragionato (in italiano) si trovano sul sito di Nadir Magazine.

Alcuni scatti nautici, costieri ed acquatici

Alcuni scatti nautici, costieri ed acquatici

In certe occasioni fa molto comodo avere una macchina anfibia

In certe occasioni fa molto comodo avere una macchina anfibia

Pubblicato da: miclischi | 21 settembre 2014

Una bella serata di musica con Sir John

L'autografo di Sir John

L’autografo di Sir John

Quando Sir John Eliot Gardiner si ferma a intrattenersi con il pubblico alla fine del concerto è pallido e madido. Deve essere esausto, dopo quasi due ore di concerto senza intervallo, eppure sorride soddisfatto e si concede anche un velo di umorismo. Trattiene il pennarello dorato che gli aveva porto un ragazzo per farsi autografare una fotografia e continua imperterrito a distribuire autografi e sorrisi. Si rivolge al ragazzo che aspetta la restituzione del pennarello in un italiano flebile ma gioioso e si giustifica dicendo: E’ molto bello, mi piace molto.

Ha proprio ragione di esser soddisfatto, Sir John: ha presentato in rapida successione tre lavori molto diversi fra loro di tre autori diversi, ed è andato tutto benissimo, come sottolineato anche dal pubblico del Duomo di Pisa in questo concerto del festival Anima Mundi 2014, pubblico che, nonostante il contesto compassato della cattedrale, si è scatenato in applausi deliranti a sottolineare i punti forti della rappresentazione: il soprano Esther Brazil nella Cantata BWV 199 di Bach, il Coro Monteverdi (che compie cinquant’anni quest’anno) nello Stabat Mater di Scarlatti e tutto il complesso vocale e strumentale nel suo insieme per il Dixit Dominus di Handel.

Esther Brazil

Esther Brazil

La Cantata BWV 199 di Bach è apparentemente anomala: non c’è il coro, la parte strumentale si concentra soprattutto sulle parte solistiche (in particolare, l’oboe) e per il soprano costituisce un vero e proprio tour de force: una rapida successione di quattro cicli recitativo +  aria, con estenuanti da capo, quasi senza respiro. La soprano Esther Brazil ha risposto in modo molto convincente alla sfida, fornendo una interpretazione impeccabile e mandando in deliquio il pubblico. Altrettanto è stato apprezzato l’oboista (anche per lui un lavoro massacrante), che però non è dato sapere chi sia, in quanto sul libretto di sala non figura fra i musicisti del complesso English Baroque Soloists, mentre sul sito web del festival Anima Mundi non è indicata neanche la soprano…

Lo Stabat Mater a dieci voci di Domenico Scarlatti, per il quale entra il coro, e si distribuisce in avanti, vicinissimo al direttore, e proiettato verso il pubblico (del resto ci sono solo una manciatina di strumenti di accompagnamento), incanta con le sue polifonie delicate eppure articolate e ipnotiche. Ma incanta soprattutto quel coro affiatatissimo, intonatissimo e sincronizzato alla perfezione in tutti i registri e in tutti i tempi. Una vera gioia nell’ascolto.

Il Dixit Dominus di Handel era forse, fra le tre, la composizione più familiare al pubblico. Fu composto da Handel all’età di 22 anni, mentre si trovava in Italia. Qui tutti e due i complessi diretti da Gardiner hanno mostrato una perfetta amalgama, e ha incantato il pubblico in particolare il delicatissimo De torrente, tanto che le due soprano soliste del Coro Monteverdi hanno ricevuto un particolare tributo da parte del pubblico.

Nel complesso una serata proprio ben riuscita, forse anche perché, non trattandosi di un’imponente rappresentazione sinfonica (come fu la serata inaugurale di questo Festival Anima Mundi, di cui si ragionava qui), la delicatezza strumentale è risultata compatibile con l’incerta acustica della cattedrale. Via giù, proprio una bella serata di musica, tanti giovani e giovanissimi fra il pubblico e alla fine una grande soddisfazione generale, anche da parte del settantenne Sir John.

Per la cronaca 1: Su Youtube sono disponibili i video della Cantata di Bach (con Magdalena Kozena!)e del Dixit Dominus di Handel entrambi nell’interpretazione dei complessi di Sir John Eliot Gardiner.

Per la cronaca 2: Prima del concerto è stato annunciato che il Coro Monteverdi dedicava la sua performance pisana all’iniziativa del giorno successivo (21 settembre) denominata One Day One Choir, in occasione della Giornata Internazionale per la Pace.

Per la pace

Per la pace

Pubblicato nel 1969

Pubblicato nel 1969 da Heinemann

Chi ama i libri non solo per il contenuto ma anche per la forma (l’oggetto-libro) potrà ben capire come la ricerca di un volume sfogliato oltre vent’anni prima al solo scopo di andare a rileggere una frase proprio fra quelle pagine possa essere appassionante e, in caso di successo, estremamente gratificante.

African Religions and PhilosophyQuesto libro del pastore anglicano, teologo e scrittore John Samuel Mbiti, keniota, fu letto nei primi anni ’90 durante un lungo soggiorno in Tanzania. Rimase in mente la grande abilità dello Mbiti scrittore, estremamente piano e scorrevole nelle sue spiegazioni, ma rimase in mente soprattutto una frase sull’idea di “tempo” in Africa, soprattutto in relazione a tanti giudizi e pregiudizi da parte dei colonizzatori e neo-colonizzatori dal Nord del mondo.

Non molti altri ricordi erano rimasti, di quel libro quasi dimenticato.

Un avanzo della biblioteca della Contea di Hampshire

Un avanzo della biblioteca della Contea di Hampshire

Ma ritrovarlo (su Ebay; £ 3.10), risfogliarlo, ritrovare che proprio un intero capitolo era dedicato al Concetto di tempo, e infine reperire, a pagina 19, quella frase pensata e ripensata, è stato veramente un gran piacere da bibliofilo.

Così come grande piacere danno quelle pagine consumate, quelle frasi che scorrono via trasmettendo saggezza, conoscenza, illuminazione.

La spiegazione della differenza fra l’apparente perder tempo e l’effettiva ‘produzione’ del tempo è vividissima e convincente, e ritrovarla fra quelle pagine ha rinfocolato la passione per questo grande autore.

Se poi il libro, proprio questo libro arrivato da Revival Books, un negozio di libri usati di Waterfoot, nel Lancashire, risulta essere stato dismesso dalla Biblioteca della Contea di Hampshire, il piacere del bibliofilo è ancora maggiore. Ci sono la scheda per i prestiti, i timbri a data (è stato preso a prestito 5 volte, dal 27 aprile 1987 alla fatidica data dell’11 settembre 2001) e l’ultimo perentorio timbro WITHDRAWN.

Ed ecco quella meravigliosa frase sul tempo africano.

 When foreigners, especially from Europe and America, come to Africa and see people sitting down somewhere without, evidently, doing anything, they often remark, ‘These Africans waste their time by just sitting down idle!’ Another common cry is, ‘Oh, Africans are always late!’ It is easy to jump to such judgments, but they are judgments based on ignorance of what time means to African peoples. Those who are seen sitting down, are actually not wasting time, but either waiting for time or in the process of ‘producing’ time.

 

La cartina con l'indicazione dei popoli africani citati nel libro

La cartina con l’indicazione dei popoli africani citati nel libro

 

 

Pubblicato da: miclischi | 17 settembre 2014

Sperimentare con il Leitz 50 mm sulla Graflex Speed Graphic 2×3

Il Leitz 50 mm montato su jun lens board fatto fare su misura per questo passo di lente e per la graflex 2x3.

Il Leitz 50 mm montato su un lens board fatto fare su misura per questo passo di lente e per la Graflex Speed Graphic 2×3.

C’è una macchina Graflex medio-formato con otturatore dorsale (tendina, o meglio tendona), c’è la possibilità di farsi fare un lens board per sistemare sulla graflex gli obiettivi Leitz con passo a vite 39×1… c’è una Leica IIb con 50 mm f./2. Quindi, perché non provare una combinazione inedita per vedere che cosa ne viene fuori?

Primo passo: assicurarsi che la Speed Graphic abbia anche l’otturatore dorsale a tendina (ce ne sono anche senza otturatore, nel senso che lo si trova alla base dell’obiettivo montato sul lens board: in pratica fa parte dell’obiettivo stesso). In questo caso si possono appunto utilizzare solo obiettivi dotti di otturatore.

Secondo passo: trovare il modo di installare un obiettivo non originale sulla Graflex. Con le 4×5 è abbastanza facile perché il lens board è piano e quindi lo si può auto-costruire in compensato. Ma nella 2×3 il lens board ha i bordi sagomati e quindi non c’è verso. Per fortuna c’è un appassionato venditore Ebay della Repubblica Cèca che confeziona lensboard di tutte le misure su richiesta (basta cercare “Graflex Lens Board” su Ebay e lo si trova subito.

La Graflex con il suo obiettivo in dotazione (un KKodak 101 mm) e con il Leitz 50 mm

La Graflex con il suo obiettivo in dotazione (un KKodak 101 mm) e con il Leitz 50 mm

Terzo passo: cominciare a sperimentare. E qui cominciano i grattacapi: il tiraggio dell’obiettivo viene progettato per una distanza data dal piano-pellicola. In particolare, un 50 mm nato per il formato 135 si suppone che sia collocato a una piccola distanza dalla pellicola, mentre su un apparecchio medio formato tutti gli equilibri cambiano. E infatti, nel corso delle prime prove di installazione del Leitz 50 sulla Graflex, la messa a fuoco era possibile solo a distanza molto ravvicinata (in pratica è come se la voluminosità del corpo macchina fungesse da tubo di prolunga macro). Però, grazie alla particolarità degli obiettivi retrattili Leica, in questo caso si può ridurre la distanza obiettivo-pellicola spingendo la lente all’indentro, fino a toccare quasi la tendina.

La Graflex pronta all'uso con il Leitz 50 mm (ma deve ancora esser fatto rientrare l'obiettivo)

La Graflex pronta all’uso con il Leitz 50 mm (ma deve ancora esser fatto rientrare l’obiettivo)

Dopodiché, finalmente, qualche scatto. E’ necessario sganciare il carrello/coperchio della Graflex per farlo scendere in posizione abbassata, dopodiché, facendo rientrare l’obiettivo, e spingendo il carrello della messa a fuoco tutto all’indietro, si riesce a mettere a fuoco a una cinquantina di centimetri, anche se già dal vetro smerigliato si potranno osservare notevoli vignettature. Ci vuole un po’ di pratica a mettere il vetro smerigliato, aprire la tendina, aprire tutto il diaframma, mettere a fuoco, togliere il vetro smerigliato, richiudere la tendina, richiudere il diaframma, mettere il dorso pellicola (in questo caso: un Graflex 22 in formato 6×6), togliere la slide, caricare l’otturatore a tendina, e infine scattare.

I primissimi scatti: le foto segnaletiche della caffettiera ossidata

I primissimi scatti: le foto segnaletiche della caffettiera ossidata

La qualità dell’immagine è buona, la vignettatura e l’immagine circolare possono piacere o non piacere (ricordano tanto il fish-eye,  ma l’immagine non è distorta, è proprio solo vignettata),  e insomma rimane di che fare ulteriori prove. Casomai, l’elemento più critico è stato riscontrato nella affidabilità (o inaffidabilità) dei tempi di otturazione decretati dalla ingombrante tendina (circa 6×9 cm) che scorre rumorosamente nel dorso della macchina. Sembra che i tempi lenti siano decisamente inaffidabili, mentre quelli veloci lasciano meglio sperare. Quasi tutte le foto qui presentate, difatti, sono state scattate con 1/250, dopo che 1/60 aveva lasciato qualche perplessità acustica e visuale. Ma, anche usando lo stesso tempo di otturazione “nominale”, sul negativo si possono osservare delle vistose differenze di esposizione. Magari usando quell’otturatore più frequentemente, la situazione migliorerà

Dallo sfondo al primo piano

Dallo sfondo al primo piano

Ci saranno ulteriori prove da fare con un vecchio Leitz 90mm originariamente trovato montato su un soffietto macro a sua volta montato su un Visoflex… Oppure perché non qualche macro spinta con il 90 mm Elmar? La sperimentazione di tecniche di ripresa è uno dei fondamenti della gioia fotografica, quindi avanti così, e alla prossima con altre combinazioni, altri esperimenti, altri risultati.

Le foto qui presentate sono state scattate con pellicola Fomapan 100 sviluppata in R09 One Shot in diluizione 1+50 e scansionate con Epson Perfection V600 Photo.

Una doppia esposizione ottenuta non avvolgendo la pellicola fra uno scatto e l'altro. La macchina raffigurata è "The Brick" (la Argus)

Una doppia esposizione ottenuta non avvolgendo la pellicola fra uno scatto e l’altro. La macchina raffigurata è “The Brick” (la Argus C3)

 

 

Older Posts »

Categorie

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 49 follower