Pubblicato da: miclischi | 29 agosto 2014

Continua il cammino di Jimmy Rabbitte

L'intervista immaginaria di Jimmy Rabbittee (interpretato da Robert Arkins nel film "The Commitments" del 1991)

L’intervista immaginaria di Jimmy Rabbittee nella vasca (interpretato da Robert Arkins nel film “The Commitments” del 1991)

Una vita dominata dalla musica. Nel 1987 inventa The Commitments e ne vive le glorie e il declino. Nel 2007 l’ossessione mai sopita per la musica e per la gestione di gruppi musicali, lo induce a creare dal nulla The Deportees (se ne ragionò a suo tempo qui). Nel 2013 Jimmy Rabbitte, longevissimo personaggio di Roddy Doyle, fresco e possente da un romanzo a un racconto a un nuovo romanzo (The Guts) nell’arco di un quarto di secolo, continua a lavorare con la musica, a pensare la musica, ad amare la musica. Nonostante la malattia che gli ha cambiato la vita. Sarebbe forse troppo facile parlare della funzione salvifica della musica: in realtà la vita gliela salvano la chirurgia e la chemioterapia… Ma questa dominante musicale nella vita di Jimmy alla fine riesce nell’intento di non farlo inchiodare sui propri problemi di salute e a guardare altrove, alle sue passioni sempre vive.

Uscito nel 2013

Uscito nel 2013

Ci sono i rapporti familiari (è sempre sulla breccia anche Jimmy Senior, e l’inizio del romanzo è tutto dedicato a lui, con un dialogo fitto-fitto al pub, che sembra uno sviluppo a dismisura delle tematiche così ben descritte in Two Pints). Ci sono la moglie e i figli, i colleghi di lavoro, gli amici, il fratello assente da tempo con il quale recuperare la comunicazione e la gioia della condivisione, e ci sono naturalmente anche due dei membri del vecchio gruppo mai dimenticato: la divina vocalist – Commitmentette –  Imelda e il chitarrista Outspan.

Poi ci sono i musicisti… recuperare vecchie band irlandesi, farle di nuovo esibire, ritrovare vecchie incisioni, questo è il lavoro di Jimmy. Poi c’è la ricerca delle musiche irlandesi degli anni ’30 da ripubblicare, il figlio musicista con il suo gruppo che si inventa una assoluta novità bulgara… e infine, alla fine della storia, la due-giorni fra campeggio improvvisato, birra e musica, familiari e amici, al grande evento Electric Picnic.

L’edizione italiana (Guanda) è uscita nel maggio 2014.

Ci sono tanti temi tristi e amari, in questa storia. Eppure la prosa irresistibile di Doyle, e soprattutto l’incalzante vivacità dei dialoghi scurrili e dialettali (a paginate intere), lasciano alla fine, più di ogni altra, una sensazione di appagante gioia.

A far da chiusa al libro, un breve raccontino (Jimmy Jazz) sull’esperienza di Jimmy a un concerto di Jazz (Keith Jarret), lui che risaputamente (come ricorderanno i lettori di The Commitments), il jazz proprio non lo ha mai digerito. Il concerto cui lo obbliga a andare la moglie porterà una nuova visione del jazz nel musicomane Jimmy Rabbitte; ma sarà anche l’occasione per alcuni dialoghi fulminanti con il collega ex-chitarrista dei Committments, Liam “Outspan”, fra cui questo che segue, proprio all’inizio del concerto.

- He isn’t black, said Outspan.

- Shut up.

- He’s supposed to be fuckin’ black.

- Shut up, for fuck sake. He’ll hear yeh.

- I seen him on one of his record covers, said Outspan, -an’ he’s fuckin’ black.

- What’s wrong with him bein’ whi’e? Jimmy whispered.

- Nothin’, said Outspan.

Per la cronaca: il libro è stato pubblicato in italiano da Guanda nella traduzione di Stefania De Franco e con il bel titolo  La musica è cambiata.

Pubblicato da: miclischi | 21 agosto 2014

Tornare in Yugoslavia 30 anni dopo

La vetrina di un fotografo di Cres, nel 1985

La vetrina di un fotografo di Cres, nel 1985

A dire il vero ci fu un viaggio estivo agli inizi degli anni ’70, ma forse è rimasto un po’ troppo remoto nella memoria. Sono invece vividissimi i ricordi dei viaggi del 1983 in moto, e del 1985 in autostop, in entrambi i casi all’isola di Cres.

Ora Cres si trova in Croazia, e per arrivarci si deve attraversare un breve tratto di Slovenia. Per giungere a Dubrovnik, nel sud del paese, si deve invece attraversare anche una strisciolina di Bosnia e Erzegovina. Fatti due conti, per arrivare a Dubrovnik dall’Italia via terra oggi si attraversano 4 confini, una volta ne bastava solo uno.

La costa croata si caratterizza soprattutto per la sua inusitata montuosità. Il viaggiatore che da un qualche poggio nell’interno si affacciasse verso ovest vedrà cortine di catene montuose; e giacché le montagne continuano ad elevarsi boscosamente anche sulle numerose isole prospicienti, tantissime, come le macchie nere sul mantello di un cane Dalmata, non si intuisce mai dove di preciso si trovi la linea di costa. Per cui, chi si aspettasse ampie pianure costiere con spiaggione sabbiose, ha di sicuro sbagliato strada.

Contrariamente alla numerose anticipazioni del prepartenza, non fu trovato nessun insopportabile affollamento, non furono trovati prezzi esosamente alti, insomma, la godibilità di questi luoghi, mutatis mutandis, è confermata anche decenni dopo le precedenti visite.

Valun nel 1983

Valun nel 1983

Valun, paesino-ino-ino non molto distante da Cres, sulla costa occidentale dell’omonima isola, non è poi così cambiato dagli anni ’80. C’è qualche ristorantino in più in paese, c’è anche un mini-mini-market per tutte le esigenze dei campeggiatori e degli affittuari delle camere; ma c’è soprattutto lui, il campeggio a una stella Zdovice, al quale si arriva solo a piedi, caricando tutte le masserizie su uno degli appositi carrelli messi a disposizione dalla Proloco. Campeggio affollato sì, ci mancherebbe, ma da campeggiatori spartani e adattabili, e quindi non chiassosi, non supponenti, non dotati di elettrodomestici e televisioni (visto che al campeggio non c’è neanche la corrente elettrica, se non negli impeccabilmente puliti blocchi dei bagni).

Già dall’approccio a Valun si nota subito una differenza vistosa rispetto al turismo balneare degli anni ’80: mentre una volta c’erano i cartelli che indicavano le spiagge non-naturiste, nel senso che il naturismo era la regola e non l’eccezione, adesso i siti specificamente naturisti sono molto meno comuni. Ciò non toglie che, informalmente, il naturismo (FKK, da Freikörperkultur – cultura del corpo libero) sia estensivamente praticato. A Valun, per esempio, non sulla spiaggetta del campeggio, ma a quella del pontiletto a destra guardando il mare, alla quale si accede in pochi minuti tramite un sentiero nel bosco.

Il paesino di Valun dalla spiaggina del campeggio

Il paesino di Valun dalla spiaggina del campeggio (2014)

Parlando di affollamento e chiassosità: quelli di Lussino (grande e piccolo) sono centri urbani abbastanza grandi, il che vuol dire abbondanza di bar, ristoranti, locali… e anche il campeggio risulta una fotocopia chiassosa e affollata della città. Si ritorna quindi sull’isola di Cres (passando per il ponte girevole di Osor, cittadina assolutamente piacevole) e ci si dirige alla punta sud dell’isola, al campeggio Baldarin. Democraticamente diviso in due sezioni, quella “con vestiti” e quella “nudisti”, come spiega la signorina alla reception, è un complesso enorme che si sviluppa lungo la costa rocciosa e boscosa del fiordo di Baldarin, vicino alla curiosa cittadina di Punta Kriza. Qui, nella sezione FKK, si verifica il miracolo: un campeggio affollato sul mare d’agosto, senza caos, senza rumore, senza schiamazzi e ghiozzagine dilagante. Che sia la nudità a calmare gli animi? Una bellissima costa, spiaggette e coste rocciose, boschetti di lecci e spiazzi erbosi intorno ai bungalow, e anche la possibilità di montare la tenda sotto la fitta copertura della macchia alta, sentendosi quasi “isolati” dal resto del mondo. Eppure, siamo pur sempre in un campeggio al mare d’agosto…

Prima di proseguire verso il sud, era in programma una puntatina verso l’interno, per tornare dopo quarant’anni ai Laghi di Plitvice. Un manicomio di laghi e laghetti collegati fra loro da cascate e cascatelle. Uno spettacolo straordinario in un paesaggio boscosissimmo mozzafiato. Dirigersi verso l’interno abbandonando la florida e turistica costa fa abbastanza impressione: non soltanto paesaggisticamente, perché ci si arrampica in una gola che parte da Senj e si dirige verso l’interno, ma perché passato  l’ingresso dell’autostrada per il sud si entra nella campagna quella vera, povera e rurale, disperata e in gran parte abbandonata. Ci sono qua e là lungo la strada tantissime case diroccate: quelle che paiono essere state antiche fattorie sono adesso invase dai rovi. Persiste imperterrita, in alcune case crollate, una poderosa e rigogliosa pergola davanti all’ingresso. Stringe il cuore pensare alle tavolate domenicali, alle grida dei bimbi e alle parole dei saggi nonni seduti attorno al tavolo, coi tegami pieni d’agnello e di altri intingoli campagnoli. Chi gridava intorno a quei tavoli e sotto quelle pergole? Chi dispensava parole di autorità e di saggezza? Chi nasceva, chi cresceva e chi moriva in quelle case ormai ridotte a un cumulo di pietre? Un cambiamento di paesaggio – anche umano – davvero impressionante.

Il profilo altimetrico del sistema di laghi di Pltivice.

Il profilo altimetrico del sistema di laghi di Pltivice.

Plitvice: innumerevoli cascate e cascatelle

Plitvice: innumerevoli cascate e cascatelle

Non ci sono campeggi proprio dentro il parco di Plitvice, né, men che meno, in riva al lago. Ma ce ne è uno a Korana, lungo il torrente omonimo, emissario del sistema dei laghi. Vastissimo, variegato, con prati, boschi e doline, e poggi che si affacciano sullo strapiombo. La signorina alla reception invita a mettersi dove si vuole, e l’imbarazzo della scelta non è poco. Primo giorno di visita al parco (si può fare il biglietto d’ingresso valido per due giorni) con pioggia a dirotto. Se da un lato questa persistente acqua scrosciante non ha scoraggiato le migliaia di visitatori, dall’altro è stato antropologicamente interessante osservare come i turisti possano affrontare la visita a un ambiente lacustre di fascia prealpina dotandosi della più vasta gamma di abbigliamento e calzature immaginabili. Si va dalle infradito da spiaggia alle scarpe con tacco, ai sandali greci, ai piedi scalzi, alle ballerine con gli sbrilluccichi e alle scarpe da città. Per fortuna qualcuno calza anche scarponi da montagna. Per quanto riguarda l’abbigliamento, va molto il pantaloncino corto, o il pareo, o il vestitino da apericena sulla spiaggia, o la t-shirt e via. Non rari i visitatori che si avviluppano – nella vana speranza di ripararsi un po’ dal freddo – nei teli di spugna da spiaggia, che poco dopo si inzuppano di pioggia  e devono pesare una tonnellata. Deve aver fatto una paccata di soldi l’omino che vendeva gli impermeabili quelli pieghevoli e tascabili, che si strappano a guardarli. Insomma, strano davvero che frotte così numerose di visitatori si accingano a entrare nel parco senza abbigliamento adeguato, e magari anche senza dare neanche un’occhiata al meteo… A proposito: una nota di merito per la tenda Vango Tempest 300 che non ha fatto passare una goccia d’acqua nonostante gli intensissimi acquazzoni di Valun, Baldarin e Plitvice.

Abbigliamento adeguato per Plitvice

Abbigliamento adeguato per Plitvice

Apart ça, la visita a Plitvice, pioggia o non pioggia, è un’esperienza straordinaria, e difficilmente descrivibile. Alcune foto scattate nei due giorni di visita sono qui (con pioggia) e qui (senza pioggia).

Per scendere verso il sud da Plitvice si puà scegliere la Autostrada del sole (A1) o l’Aurelia (Statale 1). Naturalmente la scelta cade sulla seconda. Il che dà modo di fare delle stradicciole poco frequentate, passare lungo un lago stretto stretto che dura chilometri, attraversare paesini con graziosi barrini, etc. E anche di fermarsi per un picnic nelle adiacenze di una fabbrica dismessa e in rovina.

Una porzione della muraglia di Ston vista dal paese

Una porzione della muraglia di Ston vista dal paese

La penisola di Peljesac si protende da sud verso nord proprio di fronte alla strisciolina di Bosnia che si affaccia sul mare. La cittadina di Ston è meravigliosa, con le sue poderose muraglie (la fortificazione più lunga al mondo dopo la muraglia cinese), le sue stradine, le case, i palazzi, le chiese e le cappelle. Ed è anche parecchio animata da barrini e ristoranti onesti e gustosi. Un campeggio poco distante è quello di Prapratno, a una passo dal molo dei traghetti per l’isola di Mljet.

All’estremità orientale dell’isola di Mljet c’è il Parco Nazionale omonimo, che presenta una grande varietà di ambienti e di situazioni. Ci sono le cittadine costiere con i porticcioli, ci sono i fiordi frequentatissimi da yacht di tutte le dimensioni, ci sono i laghi salati collegati al mare da un canale deve si generano correnti vorticose, montagne boscose percorse da splendidi sentieri, monasteri, chiese , chiesette, e anche angolini di costa dove, nonostante l’imminente ferragosto, la famosa temuta folla proprio non c’è. Il micro-campeggio di Ropa è veramente tranquillissimo e anche se lo sbocco sul mare richiede una discesa vertiginosa verso una baietta rocciosa (e un’altrettanto vertiginosa salita al ritorno), ne vale veramente la pena. Nel parco: i sentieri lungo il lago salato sono gradevolissimi e ombrosi, e uno può fermarsi quando gli pare per fare un tuffetto.

 

Il sistema dei laghi salati di Mljet fotografato dalla torretta di avvistamento antincendio del Monte Cucco.

Il sistema dei laghi salati di Mljet fotografato dalla torretta di avvistamento antincendio del Monte Cucco.

Dopodiché, ecco finalmente Dubrovnik. Città fortificata e meravigliosa quando vista da lontano, dal mare, o forse (andrebbe provato) la mattina alle sei. Ma quell’aver trasformato quella sublime rocca portuale in un grand bazar fatto esclusivamente di negozi di souvenir, barrini cari (il caffè costa il doppio rispetto al resto del paese) e ristoranti pretenziosi, via, pare un po’ ghiozzo, un’offesa alla grande tradizione storica della città. Riuscendo a distogliere lo sguardo dalla folla urlante in tutte le lingue del mondo, e al di sopra delle vetrine di cianfrusaglie, si può davvero apprezzare la bellezza di questo luogo. I suoi palazzi, le chiese e chiesette, le finestre, le torri e i torrioni. Facendosi largo fra la selva di gambe e gambette, invece, si possono ammirare le grandi pietre levigate dello stradùn e delle viuzze della città fortificata. Una potente eccezione alla gamenaggine dilagante, il centro espositivo esclusivamente dedicato alla fotografia di guerra, in una traversa del suddetto stradùn: War Photo Limited. Una bella doccia fredda (e non solo a causa dell’aria condizionata a paletta) rispetto a quanto succede nelle strade intorno. Ci sono collezioni permanenti ed esposizioni temporanee, e non solo sulle guerre balcaniche, ma su tutti i conflitti del mondo. Un centro espositivo veramente ben organizzato, con mostre di altissima qualità.

All'ingresso del porto antico di Dubrovnick

All’ingresso del porto antico di Dubrovnik

Di fronte a Dubrovnik c’è l’isola di Lokrum, con l’omonima riserva naturale. E’ molto frequentata dai turisti di Dubrovnik alla ricerca di un po’ di relax dopo il caos urbano, e anche di un posto a modo per fare il bagno. La costa rocciosa è equipaggiata con scalette tipo piscina per risalire dall’acqua e anche a ridosso di ferragosto è possibile farsi una giornata di mare senza affollamento. C’è un monastero in via di recupero, alcune testimonianze astorico architettoniche sparse per l’isola, un orto botanico e un barrino. Un modo piacevole di trascorrere la giornata.

L'avveniristico blocco-cessi del campeggio di Kupari.

L’avveniristico blocco-cessi del campeggio di Kupari.

Poco a sud di Dubrovnik c’è la cittadina balneare di Kupari, con l’omonimo campeggio. Un antico centro vacanze stile colonia socialista, con i blocchi sanitari all’antica (anche se dignitosissimamente puliti), un ristorante in abbandono, insomma un’aria decisamente vintage. Non è direttamente sul mare, ma c’è un accesso pedonale e in dieci minuti si arriva alla spiaggia. Ristorantini griglieschi all’intorno, e soprattutto una fermata dell’autobus numero dieci che permette di andare a Dubrovnik – insieme a turisti e pendolari – senza usare la macchina.

Ancòra più a sud, passata anche la cittadina storica di Cavtat, si può esplorare la propaggine estrema della Croazia, che si affaccia infatti proprio sul Montenegro e la baia di Kotor. Si tratta della penisola di Prevlaka, curiosamente ignorata dalle guide turistiche (e infatti non c’è quasi nessuno). Proprio sulla punta estrema (punta d’Ostro) c’è una enorme fortezza costruita dagli austriaci alla fine dell’Ottocento, poi bombardata durante la seconda guerra mondiale, e oggi in semi-abbandono. E’ un edificio imponente e sorprendente, proprio per l’isolamento e l’abbandono in cui si trova, e dal quale si gode una vista straordinaria sul Montenegro, la baia di Kotor, l’isoletta montenegrina di Mamula, che dista solo un paio di chilometri, e la città di Herceg-Novi. A poca distanza dalla fortezza c’è un caseggiato abbandonato che ha tutta l’aria di essere una colonia dei tempi di Tito.

L'isolotto di Mamula e la costa montenegrina al di là della baia di Kotor, visti dalla fortezza di Punta d'Ostro

L’isolotto fortificato di Mamula e la costa montenegrina al di là della baia di Kotor, visti dalla fortezza di Punta d’Ostro

Voilà, fine del viaggio. Tornare in un tappone unico da Dubrovnik alla Toscana si può fare, sono poco più di mille chilometri, come tornare dal Salento. Ma s’impone l’uso dell’autostrada A1 (nuovisssima) per gran parte del percorso. Poi si riaggalla sulla costa per tornare verso Fiume, con una gradevole sosta a Bakar, cittadina splendida ma incongruamente soffocata da mega-impianti industriali, poi riattraversare l’Istria, e via giù verso casa.

Contrariamente alle previsioni dei detrattori, una vacanza in Croazia in campeggio è piacevolissima: non è vero che è cara, non è vero che è assurdamente affollata, né che i turisti vengono trattati male. Anzi. C’è da tornarci, per esplorare altre zone non ancora viste, e per affacciarsi magari su Bosnia e Montenegro, che sono proprio lì a un passo.

All'isola di Cres nel 1985. Anche trent'anni dopo, la costa e il mare sono tuttora godibilissimi.

All’isola di Cres nel 1985. Anche trent’anni dopo, la costa e il mare della Croazia sono tuttora godibilissimi.

Pubblicato da: miclischi | 16 agosto 2014

Cinque letture in campeggio

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Tempesta (Tempête), il racconto di J. M. G. Le Clézio che dà il titolo al libro (l’altro si intitola Una donna senza identità) è un capolavoro di tecnica narrativa. Alla domanda “Di che cosa parla?” non si può quasi rispondere. “Parla della morte, parla della vita”. Troppo facile. Ma se si scava alla ricerca di un tema narrativo, non si finisce più. Parla dell’abbandono, della vecchiaia, ma anche dell’adolescenza e della femminilità. Ma si potrebbe altrimenti dire che parla dell’oscurità, o della notte, del mare, del cielo, dell’attesa. Questo racconto tratta della difficile convivenza con il proprio passato, o dell’assenza di passato, o delle insidie del futuro. E così via, e così via. Contiene, questo racconto, anche delle struggenti pagine dedicate alle sensazioni imponderabili che si provano scendendo sott’acqua. e molto più. E tutto, più. Un racconto sull’universalità del racconto, una partitura a più voci che soddisfa le più alte esigenze di lettura. Il secondo racconto inserito nel libro, che pure ne riprende alcune delle tematiche, è radicalmente diverso. Linearmente narrato, riporta agli sradicamenti dei migranti di cui si parlava qui a proposito di Mariano Scalesi e delle altre storie raccontate da Beatrice Monroy. Ma la convivenza di questo racconto nel medesimo volume con le atmosfere della tempesta è un po’ disagevole.

 

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Uscito nel 2013

Uscito nel 2013

Carmine Abate, Il bacio del pane. Torna ai temi suoi soliti, Abate, in questo romanzo breve. La Calabria, la natura, le persone, il susseguirsi delle generazioni, gli emigrati che tornano e ripartono, la giustizia e l’ingiustizia. A far da sfondo, con alcune delle pagine più efficaci, le freschissime emozioni di due adolescenti innamorati.

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Open, il libro-autobiografia di Andre Agassi che va via liscio e veloce con un alto livello di avvicenza anche per chi non ha che un vago interesse per il tennis. L’autobiografia di un tennista che, pur odiando ferocemente il tennis, rimane professionista per vent’anni. Un tempo quasi infinito, nel quale si alternano periodi di altare con periodi di polvere. E l’amarezza della sconfitta, lo dice chiaramente Agassi, è molto più forte della gioia per la vittoria. E quel tempo infinito, Agassi lo racconta. Con tutti i suoi dispiaceri, i suoi malumori, le sue gioie e il dolore delle gambe, della schiena o delle braccia, che a poco a poco si trasferiscono al lettore, che ne rimane spossato.

Anche per non-tennisti

Anche per non-tennisti

Tutto ebbe origine perché il padre, immigrato iraniano in USA, lo obbligò fin da piccolissimo a diventare tennista, senza dargli altra scelta. Tutto il libro ruota infatti intorno all’unico tema: come vivere una vita nella quale non c’è libertà di scelta? La vita di Agassi cambierà quando finalmente farà una scelta nata da se stesso: mettere su famiglia con Steffi Graf. Un racconto dalla tensione altalenante, ma che regge bene alla narrazione per centinaia di pagine. Il primo capitolo è sensazionale: racconta  uno degli ultimi, dolorosissimi match giocati dal tennista per poi iniziare un poderoso flash-back che parte dalla prima infanzia. Su Youtube si può vedere un estratto significativo di quella partita massacrante, e si può verificare a posteriori quanto acute ed efficaci siano le pagine nelle quali Agassi racconta quel tormento.  Una lettura che suscita di continuo nel lettore il solito interrogativo ripetuto percussivamente: Quanto di ciò che ho fatto e che faccio è frutto di una mia libera scelta?

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Non è una guida di viaggio

Non è una guida di viaggio

Unessential Dublin, libriccinino-ino-ino, piacevole e conciso, raccoglie alcune riflessioni intime di Sabrina Campolongo sul suo personalissimo approccio alla città di Dublino. Non dà indicazioni o dritte per cose da fare o da vedere nella capitale irlandese: anzi, è proprio il contrario. Tanto che pare quasi che la passione per Dublino non sia altro che un pretesto per declinare alcuni principi del viaggiare sano, o del viaggiare emozionale, che poi è la stessa cosa. Senza regole, senza itinerari preconfezionati, anzi lasciandosi perdere e conquistare dai luoghi, dalle persone, dalle atmosfere.

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Si ragionava qui tempo addietro del piacere di leggere la prosa intensa di Rodolfo Walsh. Grazie al libro impeccabilmente pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Veintisiete letras di Madrid, è possibile addentrarsi nell’universo narrativo di questo grande raccontista, leggendosi tutti, ma proprio tutti i racconti che pubblicò in varie occasioni, e su varie riviste o in raccolte, con vari pseudonimi, durante la sua intensa vita: Cuentos completos.

Per esplorare l'universo Walsh

Per esplorare l’universo Walsh

Ci sono i racconti di poche pagine pubblicati negli anni sessanta sul supplemento umoristico di Leoplan, oppure i racconti polizieschi con il Commissario Jiménez (e quelli con il Commissario in pensione Laurenzi), le storie raccolte nella profonda campagna rurale e disperata dell’Argentina povera e feudale, i lampi narrativi e quasi umoristici delle sue storielle apparentemente strampalate (come quella dei portoghesi sotto l’ombrello), le cronache crudeli della vita in collegio. C’è lui, lo scrittore, che entra a far parte delle storie, quel Daniel Hernandez che risolve i casi polizieschi di Jiménez con le sue raffinate deduzioni, o che raccoglie le infinite memorie del Commissario Laurenzi durante le lunghe nottate passate a giocare a scacchi e a bere grappa e caffè… E c’è anche lui nella sua veste di traduttore, di correttore di bozze, di bambino “internato” in un collegio cattolico irlandese.

Si rivolge anche al lettore, Walsh, non lo trascura, lo accompagna nelle sue storie e lo coinvolge in quel che succede. Le luminose idee che portano alla soluzione dei casi polizieschi sono una rappresentazione della luminosità delle idee dello scrittore stesso, delle sue intuizioni narrative e delle sue scelte di vita. Nel racconto L’avventura delle bozze il caso viene risolto studiando attentamente il modo in cui la vittima aveva corretto delle prove di stampa poco prima della sua morte, mentre ne L’ombra di un uccello alla soluzione si arriva grazie all’attenzione rivolta a due versi di una poesia composta mentre veniva commesso l’assassinio.

 

 

 

Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2014

Luciano Lischi, quattro anni dopo

Luciano Lischi (Pisa, 23 marzo 1923 - 24 luglio 2010)

Luciano Lischi (Pisa, 23 marzo 1925 – 24 luglio 2010)

Vorrei tanto avere una barca a motore; imbarcarmi alla ricerca di qualche sognato approdo. Mi bastano in genere poche ore di mare aperto per sentirmi contento di essere vivo. Nessun’altra attività, nessun altro sport mi dà questa sensazione. Il mare. Se avessi quattordici anni scapperei di casa per andare a fare il mozzo.

Intanto ho preso la patente per il motoscafo. Sono, in fondo, un tipo fiducioso.

14 maggio 1963.

 

Pubblicato da: miclischi | 18 luglio 2014

La macchina fotografica della prima comunione

 

Dal blog “365 layers of Jonathan”

Fra i regali: la Agfa Silette I

Fra i regali: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

Era la primavera del 1968 e la prima macchina fotografica, donata dallo Zio Guido per la prima comunione, era una Agfa Silette I. Come pare si possa desumere dalla fotografia accanto, fra i regali ricevuti in quella occasione forse quella macchinetta fotografica fu quello che suscitò più interesse. Caricato dettofatto un rullino, si cominciò a scattare. Rimangono tutte le foto di quel rullo, raccolte in un apposito album, in formato 9×13 e stampate dall’Allegrini sottoborgo.

Anche le se immagini che documentano questa importante acquisizione furono scattate da Leopoldo Nardi, certamente il  fotografo più esperto in famiglia, i  primi rudimenti sul come fare foto furono forniti da Luciano Lischi, e furono per anni il principale riferimento: quando c’è il sole: 8; quando ci sono le nuvole: 5.6; in estate con il sole pieno 11, occasionalmente 16. Se c’è davvero poca luce come nel pomeriggio tardi oppure in casa: 2.8. Il sottinteso a questa sbrigativa illustrazione della scienza dell’esposizione corretta, è che il tempo di otturazione fosse sempre rigorosamente 1/125, altrimenti le foto vengono mosse. Altro sottinteso era che la pellicola fosse da 18 DIN (gli ASA cominciavano ad affacciarsi sull’universo fotografico, ma gli anziani preferivano i DIN). Insomma 50 ASA, come si usava allora, quando la FP4, con i suoi 125 ASA, sembrava davvero una pellicola “rapida”.

Agosto 1968: a casa a Marina. Fra le mani: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

Agosto 1968: a casa a Marina. Fra le mani: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

La Silette diventò compagna dei viaggi familiari e delle escursioni con gli amici. Poi, alla fine del Liceo, fu soppiantata dalla Leica M2 ereditata dal Nonno Nardi. E parve naturale continuare a usare una macchina senza esposimetro; tanto le basi c’erano già, ed erano ormai consolidate. Nonostante l’arrivo della Leica, la Silette continuò a essere usata in viaggi avventurosi nei quali non si voleva mettere a rischio la preziosa Leica. Fu adoperata anche a più riprese per la documentazione fotografica dei porti e porticcioli durante le missioni di aggiornamento del Navigare Lungocosta e probabilmente concluse la sua attività nell’estate del 1984 (vacanza-aggiornamento con il Furgao lungo le coste del Tirreno meridionale e dello Ionio) con la sequenza irenaica dell’argilla di Capo Colonna.

1968 - dall'album del primo rullo scattato con la Silette I

1968 – dall’album del primo rullo scattato con la Silette I

A quel tempo mostrava già segni di stanchezza: l’astuccio si era rotto – il lacciolo era stato sostituito da un sagolino precario – e la ghiera con i pittogrammi delle distanze si era staccata dall’obiettivo. Di lì a poco sarebbero iniziati i viaggi oltremare, poi arrivarono le Nikon ereditate da Zio Carlo, e la Silette finì nel dimenticatoio per decenni. La usò per un certo periodo anche Giordano Martinelli quando andava in giro per Pisa a documentare gli angoli meno noti della città.

Poi, a distanza di trent’anni, in un rigurgito di nostalgia. è tornata la voglia di scattare qualche foto con la Silette, premendo quella leva di scatto sul frontalino che scatena madeleinistiche sensazioni. La povera macchinetta della prima comunione, ormai arrugginita e forse (forse) inservibile, rimane lì come testimone di quei tempi, ma si opta per accettarsene una seminuova (!) sul mercato internettistico. Che meraviglia, la nuova Silette, identica a quella del 1968 e in perfetto stato!

1984 - dalla sequenza dell'argilla

1984 – dalla sequenza dell’argilla

Una macchina che nonostante l’aspetto assolutamente non pretenzioso, permette al fotografo di avventurarsi nella cattura delle immagini con un certo livello di libertà e di creatività. Ci sono come si diceva i pittogrammi per le distanze (primo piano, ravvicinata, gruppo, infinito), ma anche le distanze in metri e in piedi, c’è la possibilità di impostare i tempi da 1/30 a 1/125 + B; i diaframmi da 2.8 a 22 e l’obiettivo (un 45 mm Color Agmar) produce immagini molto dignitose.

Il caricamento della pellicola si fa smontando completamente il dorso, e il conta-pose va azzerato a mano (segnerà le foto mancanti, non quelle fatte). L’ergonomia è media (per le mani di un bambino va benissimo), il mirino è bello luminoso… insomma un piacere. C’è il contatto caldo per il flash ma manca l’autoscatto. Con la sua bella custodia di similpelle, ci fa proprio una bella figura a portarsela in giro per un’escursione in Capraia. Qui c’è una selezione degli scatti fatti in quella occasione.

Ciò che resta della Silette I del 1968

Ciò che resta della Silette I del 1968

La Silette I acquistata nel 2014

La Silette I acquistata e testata con successo nel 2014

Per la cronaca 1: Il manuale d’istruzioni per questa bella macchinetta si trova qui.

Per la cronaca 2: Un piccolo omaggio a questo piccolo goiellino d’altri tempi si trova qui.

Per la cronaca 3: un bel post (nostalgico!) sulle Silette (di cui la I fu solo uo dei moltissimi modelli e varianti) si trova qui.

Per la cronaca 4: come spesso accade negli acquisti di maccchine fotografiche d’epoca, anche in questa c’era dentro un rullo (Kodak negativo a colori). Qui sotto uno dei pochi fotogrammi scattati dal precedente proprietario.

Dal rullo trovato nella Silette I acquistata nel 2014.

Dal rullo trovato nella Silette I acquistata nel 2014.

 

2014 - Prove con la "nuova" Silette I in Capraia

2014 – Prove con la “nuova” Silette I in Capraia

 

 

Uscito nel 2014

Uscito nel 2013

Quanta bellezza nella storia sfortunata di Mario Scalesi… Quanta bellezza nel suo sguardo, quanta bellezza nei suoi versi, ma anche quanta bellezza nelle parole di Beatrice Monroy, nel suo ricostruire pezzo per pezzo la vicenda di questo che oggi possiamo a buon diritto definire una sorta di emigrante all’incontrario. Un siciliano nato in Tunisia, figlio di emigranti italiani, che a un certo punto della sua esistenza (negli anni ’20 del ‘900) viene “espulso” e “rimpatriato” in Sicilia, dove morirà in manicomio.

Bastano le due paginette di introduzione dell’autrice per capire che questo lavoro è totalmente immune dalla facile retorica che si potrebbe spremere a buon mercato dalle vicende legate alla tragedia dell’immigrazione nel Mediterraneo, con le sue assurdità, le sue ignominie, le morti tragiche in mare, lo spietato cinismo dei mercanti di false speranze.

Mario Scalesi

Mariano Scalesi

Ragazzo di razza incerta racconta una storia, tante storie. Non si accontenta di portare a galla la vicenda umana e letteraria di Mario Scalesi, ma presenta con piana narrazione senza tanti fronzoli altre storie: un piccolo saggio della storia universale dell’emigrazione, con il suo doloroso corollario dell’identità – o della mancanza di identità – dei migranti.

Per questo la storia di Mariano Scalesi è esemplare: perché porta vigorosamente in primo piano la questione identitaria. Non è un caso che la questione del nome del poeta sia reiterata percussivamente durante tutta la narrazione: Mariano o Mario, o Marius? Scalesi o Scalési con l’accento sulla “i”, alla francese? O ancora, i suoi pseudonimi, con i quali iniziò a pubblicare poesie – Claude Chadron e Rocca Staiti.

La prima metà del libro, un’ottantina di pagine, è tutta dedicata alla storia dello sfortunato poeta italo-tunisino. Una narrazione per frammenti, con salti spazio-temporali e di contesto, che fluidamente si susseguono senza soluzione di continuità. Come l’esistenza frammentata di Mariano, come i frammenti di vita che si ritrovano nelle tasche dei migranti.

Un esempio? Il capitolo sull’incidente domestico – una rovinosa caduta per le scale quando era bambino – che lascerà Mariano Scalesi gobbo e storpio per tutta la breve vita. In queste otto pagine svelte si alternano sette diversi elementi narrativi, come sette temi che si susseguono e si intrecciano in una complessa partitura:

A – La cronaca della caduta;

B- Estratti dalla poesia di Mariano Scalesi;

C- La rievocazione dell’infanzia da parte di Mariano adulto;

D – La cronaca dell’arrivo di Mariano al manicomio di Palermo;

E – Estratti di documenti ufficiali dell’epoca sul ricovero a Palermo;

F – La narrazione dell’accostarsi di Mariano, storpio e infelice, alla francesità, alla lingua, alla letteratura, alla poesia;

G – La ricostruzione del dialogo fra Mariano e suo padre intorno all’emigrazione in Tunisia, in fuga dalla Sicilia dove era perseguitato.

Ecco, in queste poche potenti paginette, l’autrice cattura il lettore con una soprendente ed efficacissima alternanza dei temi:

A – B – A – C – D – E – A – F – D – F – G – B – A – G – F – E.

Una forza narrativa straordinaria e coinvolgente.

Un altro saggio: la scena drammatica e cinematografica dell’annuncio della morte di Mariano da parte di un funzionario dell’Ambasciata Italiana a Tunisi: la notizia non detta, ma percepita, galleggiante nell’aria, sui volti, nelle menti, in quattro capoversi incalzanti:

La notizia è il signore distinto con in viso un’espressione di disgusto…

La notizia è Concetta che si sporge dalla porta e guarda giù per quelle scale maledette…

La notizia è quel sorriso sul volto della madre…

La notizia è il vecchio padre seduto nel cortile…

Mariano Scalesi: italiano o siciliano? Tunisino o straniero? Povero figlio di poveri o raffinato poeta? Studiava il francese nella povera cucina della povera casa, si esercitava con la pronuncia e stupiva i fratelli e i vicini di casa. Diverso fra i diversi, cercava – e trovava – la salvezza nella poesia.

Ecco, da La bibliothèque de Souk el Attarine, nella traduzione di Salvatore Mugno:

Nel groviglio

d’un quartiere moro

chiuso all’aurora

come una tomba,

laica Mecca

senza falso splendore

si eleva la

Biblioteca

 

Le poesie di Mariano Scalesi

Le poesie di Mariano Scalesi

Il racconto di Beatrice Monroy è costellato da brani delle poesie di Scalesi nella traduzione di Salvatore Mugno (apparentemente il volume non più disponibile). L’edizione delle poesie nell’originale francese (dapprima pubblicate dai suoi amici dei circoli letterari tunisini negli anni ’30) è disponibile anche in un’edizione moderna (del 2002, da Publisud, a cura di Abderrazak Bannour e Yvonne Fracassetti Brondino, qui c’è la pagina amazon.fr).

Tornando al libro di Beatrice Monroy: una storia straordinaria, magistralmente raccontata, un universo tutto da esplorare. Peccato che a tanta bellezza non renda giustizia una cura editoriale adeguata: pagine di un biancore accecante, giustezza esagerata quasi senza margini, impaginazione a casaccio, titoli dei capitoli di carattere e corpo incongruo… sembra il printout di un ebook (e vai, due fremdwörter, anzi tre, in un colpo solo…)  piuttosto che un libro propriamente detto.

Per la cronaca 1: dopo la storia di Mariano Scalesi, il libro continua con un cocktail ben studiato di storie di migrazione: due storie antiche (siamo nel ‘500) sulle identità e sui flussi migratori nel Mediterraneo, da e per l’Italia; la storia di una bambina italiana ai tempi dell’espulsione dalla Libia, il racconto di un’italiana di ritorno dall’emigrazione in America, la vicenda di una immigrata tunisina “irregolare” in Sicilia. Infine, due racconti “ospiti”, sul ritorno in Tunisia dopo la fuga verso presunti migliori lidi. A far da filo conduttore, in queste storie tragiche, il sorriso.

Per la cronaca 2: Un breve saggio sulla poesia di mariano Scalesi si trova qui.

Per la cronaca 3: Beatrice Monroy, Ragazzo di razza incerta. Edizioni La Meridiana, 2013. 160 pagine, 16,50 Euro. Un estratto del libro si trova qui.

Per la cronaca 4: Beatrice Monroy a Radio3 Suite: qui.

Per la cronaca 5: Un reportage fotografico di Sergio Busà sul Manicomio di Palermo (la Vignicellla) si trova qui.

UN'opera di Bruno Caruso sul manicomio della Vignicella (foto di Mike Palazzotto)

Un’opera di Bruno Caruso sul manicomio della Vignicella (foto di Mike Palazzotto)

Pubblicato da: miclischi | 3 luglio 2014

Inis Meain – due giorni sull’Isola di mezzo

In Middle Street a Galway

In Middle Street a Galway

Questa storia potrebbe cominciare in Middle Street a Galway, Irlanda occidentale. La libreria Charlie Byrne’s, un’altra da annoverare tra le più belle e confortevoli del mondo, è infinita. Infinita negli spazi, negli scaffali, nei libri sparsi dappertutto, e anche sui muri esterni del locale, nella galleria adiacente alla parte più interna della libreria.

Talmente sconfinati sono i suoi orizzonti, i suoi interminati spazi, che verrebbe voglia di passarci ore e ore, giornate intere. E leggendo e sfogliando, tornano a galla libri e autori, luoghi, momenti, persone, fatti, emozioni, lutti, risate… Percorrere questi scaffali e soffermarsi sui libri ben disposti e articolati, nuovi, vecchi e vetusti tutti insieme, è come frugare fra i cassetti della propria memoria, e ripercorrere la propria vita.  Davvero non ci si vorrebbe più staccare da quel viaggio inebriante nel mondo dei libri, che è poi un po’ come dire dentro se stessi.

Gli scaffali all'esterno della libreria

Gli scaffali all’esterno della libreria

Ci sono gli autori amati e quelli dimenticati, ci sono gli studi su I Ching che rimandano alla biblioteca del Cippi, le imprese dei navigatori e i testi antichi di esplorazione coloniale, le poesie, la narrativa irlandese (toh, ecco l’ultimo di Doyle…), i libri di fotografia con le vecchie immagini a colori sbiadite, i Limerick (dopo tutto siamo in Irlanda) che riaggallano all’improvviso dagli albori di Linus.  Si cercano testi sulle religioni africane e si scopre una corposa biografia di Bob Dylan. Una gioia incontenibile nel passare del tempo un quel tempio dell’amore per i libri.

Il personale della libreria, gentilissimo e disponibile, guida fra i meandri del settore sui luoghi irlandesi e suggerisce libri sulle isole Aran. E così si può partire alla volta di questo piccolo arcipelago che protegge l’ingresso della baia di Galway.

Un autobus (un vetusto double-decker) fino a Ros a’ Mhíl e poi il ferry fino a Inis Meain, che vuol dire isola di mezzo (notisi l’assonanza di Inis con Enez – dopo tutto il galelico e il bretone sono entrambe lingue di ceppo celtico). E’ la più piccola delle tre Aran, la meno abitata, l’unica senza una cooperativa locale, l’unica con un minimo, ma proprio solo un minimo di strutture ricettive.

Interminati spazi

Pietre, pietre, pietre

Fin da subito, lasciato l’approdo, scompaiono le persone, i rumori. Si rimane intrappolati in una sensazione inebriante di pace e di silenzio. Poi passa una macchina, la signora saluta, indaga, e poi chiama suo fratello che fa il tassista.

Sembra che in tutta l’isoletta ci siano solo 3 o 4 B&B, più un albergo che ha chiuso, forse era troppo grande. La prenotazione per email ha funzionato. Tutto a posto, E già che è ora di cena, si cena (pesce). Alle nove e mezzo c’è ancora luce, si va in giro, stregati dall’atmosfera, dalla luce, dal silenzio, dai muretti a secco che percorrono tutta l’isola in un mosaico inestricabile.

Sensazioni amplificate

In giro per l’isola

Dopo la passeggiatina c’è ancora luce, c’è ancora voglia di andare in giro. Quindi sosta al pub (l’unico) dell’isola. Ambiente caldo, persone del luogo e turisti, musica alla radio.

Il secondo giorno si starà in giro dalla mattina alla sera, esplorando quasi tutti i settori dell’Isola (soprattutto nella parte che guarda verso la baia di Galway, la più riparata dalle burrasche oceaniche). Ci sono i campi  verdi e quelli più pietrosi, mentre quasi totalmente assenti sono gli alberi. Muretti a secco dappertutto, Si incontrano mucche, pecore, capre, cavalli e anche un asino, qualche gallina. Gente poca, tutti cordialissimi.

C’è il forte di pietra imponente, c’è la chiesa poco attraente. L’ufficio postale che funge anche da unico minimarket dell’isola. Ci sono i serbatoi dell’acqua (qui scarseggia, nonostante piova molto), la scuola, il molo del traghetto e l’altro, proprio di faccia all’isola est con le barche dei pescatori sullo scivolo.

Il Forte

Il Forte

Poi, finalmente, verso sera, (ma quando comincia la sera?), la spiaggia sulla costa nord-est. Oltre la pista d’atterraggio un cordone di dune e poi la spiaggia . Sabbia nera tiepida nonostante il vento fresco. E’ di grande ristoro, L’acqua è limpida e non fredda, ma l’arietta fresca scoraggia la balneazione.

Dune e spiaggia

Dune e spiaggia

Ci sono due cimiteri, sull’isola, quello moderno e quello antico. Il primo si distingue per la gran profusione di kitsch funerario. Quello antico, invece, dall’altra parte del pontile con i resti della chiesetta, e le pietre tombali a lastricare sconnessamente tutta la piccola area di sepoltura recintata da muri a secco (!), è un luogo meraviglioso. Da passarci ore e ore. Cercando di decifrare le antiche lapidi, o esplorando la micro-chiesetta senza soffitto, studiando il variare della luce sulle pietre tombali con il passare del tempo, con le ombre delle nuvole, con questo cambiare continuo di sensazioni.

Quando si riparte rimane addosso un senso di pienezza. I sensi si sono dilatati per assorbire odori, suoni, visioni, anche la carezza della pietra e della rena.

Tramonto al piccolo forte orientale

Tramonto al piccolo forte orientale

Non è un luogo per chiunque, dicono le persone del luogo. Chi non è in pace con se stesso non dovrebbe venire qui, dice Vilma, la signora guatemalteca che gestisce il B&B Tig Congaile. Un posto speciale per gente speciale, dice la signora che vende artigianato locale, tè e caffè vicino al molo dei pescatori.

Più prosaicamente, forse questo è un luogo apprezzato soprattutto da coloro che si accontentano delle sensazioni, e non hanno bisogno, per evocarle , di niente altro che del luogo stesso. E’ vero, non ci sono bar, ristoranti, locali (tranne un pub), non c’è movida. E’ già stupefacente che al B&B ci sia il wifi.

Ma, come fu notato anni fa sull’isola di Linosa (arcilepago delle Pelagie), questi tesori miracolosamente sfuggiti alle smanie del turismo chiassoso e volgare sono rimasti i capisaldi del turismo emotivo, intimo, spirituale. Quello che la devota Vilma, di sicuro, definirebbe il turismo dell’anima.

Al cimitero antico

Al cimitero antico

Pubblicato da: miclischi | 22 giugno 2014

I racconti di Serge Pey: la poesia scioglie i nodi del pensiero

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Primavera 2014. E’ quasi impossibile aggirarsi per i locali della libreria Actes Sud di Arles, una delle librerie più belle del mondo, senza venire catturati da questo o quel libro, o disco, e innamorarsene. E così, fra le altre, attira lo sguardo la copertina optical di un libro di Serge Pey, con i suoi triangoli di varia forma a coprire tutto lo spazio disponibile  e anche oltre (come nel celebre compito della Professoressa Mancuso in prima media, dopo il quale ella laconicamente decretò: Tu non sai disegnare!). Ma qui i triangoli sono solo di quattro colori: giallo, magenta, nero e grigio, nella grafica di David Pearson.

Ma non è solo la copertina che cattura il lettore: qualche brano letto qua e là, l’incipit, l’inizio dei capitoletti, insomma, un fascino irresistibile che trasuda dalle pagine di questo La Boîte aux lettres du cimetière .

C’è la saga familiare, c’è la filosofia delle piccole cose, ma anche l’estrema forza delle idee e degli ideali. Il rispetto totale dell’esperienza e del valore dei genitori, e la natura che tutto domina. Ci sono le storie dei resistenti spagnoli e quelle degli studenti nella scuola autogestita, ma c’è soprattutto, sempre, la poesia. Tanto che certi paragrafi bisogna leggerli e rileggerli parecchie volte, perché la loro musica entri benebene nelle orecchie e nel cuore.

Del resto… La poésie doit être simple. elle défait les noeuds de la pensée. E ancora: … la poésie ne sert pas à être comprise, mais à comprendre.

Dal sito web di Serge Pey

Dal sito web di Serge Pey

Trentatré piccoli racconti, brevi o brevissimi, carichi di simboli, densi di significati, fitti fitti di memorie e di idee espresse con la chiarezza di chi non esita a schierarsi con fermezza. Raccontati con poesia, con tenerezza, a volte con un velo di nostalgia. A far da cornice (il primo e l’ultimo racconto), la porta della casa. Inizia tutto da lì, e tutto lì finisce, con la sepoltura della porta.

Souvent, une porte fermée nous fait oublier qu’elle possède toujours une clé. La vérité n’est jamais évidente. Il faut calculer sa simplicité qui crève tellement les yeux qu’on ne la voit pas. C’est pour cette raison que l’on complique le chemin qui mène à elle.

Toute porte est une politesse entre le dedans et le dehors d’un homme.

Serge Pey poeta e performer, recita, agisce, interagisce rumoreggia, convince, esige attenzione, spiega e rispiega con linguaggio chiaro e pur ricco. Ecco, questo suo intento di poeta d’azione lo si ritrova chiarissimo anche in queste pagine di prosa. Riga dopo riga dopo riga, pagina dopo pagina dopo pagina dopo pagina, si viene avvolti da questo raccontare fatto d’emozioni, di sensazioni, di poesia insomma, e se ne rimane davvero stregati.

Cet art d’occasionner des changements en accord avec la volonté et le maniement des forces secrètes appartenait à l’efficacité symbolique de la poésie.

Papa avait décidé que les chiottes étaient un lieu de récitation et que c’était là que nous devions apprendre nos poèmes. Il n’y avait pas mieux que la merde pour cela, disait-il. La poésie aime la merde.

On le sait, un grillon ne vit pas longtemps, mais l’immortalité se transmet come une maladie contagieuse.

Una ricerca su Youtube rivelerà innumerevoli video con performance del poeta attivista. Un bel video si trova anche su Vimeo.

Una bella scoperta, un autore tutto da esplorare, un libro splendidamente curato nella veste grafica, tipografica, editoriale; un’altra dimostrazione dell’efficacia di una libreria di qualità.

Serge Pey: La Boîte aux lettres du cimetière - Edizioni Zulma, 2014. 208 pagine, 17 Euro.

Poeta e performer

Poeta e performer

 

 

Pubblicato da: miclischi | 19 giugno 2014

Orrore e bellezza nelle anime perdute di Jérôme Ferrari.

ferrari-ame

Uscito nel 2010

…e sporto il labbro, amaramente il torse,
com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.

Questi due versi manzoniani, di vaga ispirazione dantesca, provengono dalla poesia In morte di Carlo Imbonati del 1806. Si tratta di una sintetica ed efficace rappresentazione del disgusto. E nel descrivere tale sensazione, le parole stesse si impregnano di quell’orrore, di quello schifo.

Questo librino straordinario di Jérôme FerrariOù j’ai laissé mon âme, Actes Sud, 2010 –  parla di cose orribili e disgustose come poche: la tortura, il supplizio, l’interrogatorio sanguinolento, l’annullamento della volontà, l’infierire sul corpo orribilmente nudo del “nemico”.

Eppure, la profondità del pensiero e la soavità della scrittura riescono nel miracolo di non rendere questo libro, esso stesso, orribile. Anzi, ne risulta una lettura molto coinvolgente e appagante.

Il pretesto narrativo è prestato dalle ultime fasi della guerra dl’Algeria, vista dagli occupanti/colonialisti francesi che cercano invano di arginare l’ondata indipendentista. Ma i temi del libro spaziano in altri tempi e in altri luoghi. Sono anzi temi universali.

In ogni uomo si perpetua la memoria di tutta l’umanità. E l’immensità di tutto quel che c’è da sapere, ciascuno già lo sa. Per questo non ci sarà perdono.

Il confronto di ognuno con le proprie azioni e le proprie intenzioni, la facilità o la difficoltà di tale confronto, o l’indifferenza assoluta. Ecco le tematiche intorno alle quali ruotano le narrazioni e le riflessioni del libro.

Ogni mattina bisogna ritrovare la vergogna di essere se stessi. 

 

Il film di Gillo Pontecorvo è del 1966

Il film di Gillo Pontecorvo è del 1966

Ci sono i personaggi principali, il tenente-narratore obiettivo e ragionevole, il capitano smaterializzato nel suo idealismo improbabile. Ci sono i gregari, carcerieri, assistenti, complici, e le vittime (i torturati e uccisi, ma anche le vittime civili delle bombe nei locali pubblici, e le prostitute sgozzate nel bordello). Poi c’è lui, il capo dei ribelli, il sant’uomo che viene quasi idolatrato dal suo stesso carnefice… E ci sono infatti, puntuali, numerosi riferimenti biblici, cristiani, mistici. Ma c’è anche il personaggio assente, l’evanescente moglie del capitano, con la quale scorre innocua una corrispondenza affettuosa ma sterile,nonostante il tardivo tentativo di rendere quel ruolo più importante nel vano tentativo di redenzione del capitano che ha perduto l’anima.

In questo ambiente popolato di umanità disperata, non c’è più spazio per il pensare comune, non c’è più possibilità per le attenuanti, le considerazioni, le opinioni, non ci sono più anime.

Un piccolo grande e terribile libro, una scrittura magistrale.

Il libro è stato pubblicato in Italia da Fazi nel 2012 (Dove ho lasciato l’anima) nella traduzione di Maurizio Ferrara. 160 pagine, 13 Euro.

La pagina dell’edizione originale (Edizioni Actes Sud) si trova qui.

La traduzione italiana è uscita nel 2012 da Fazi

La traduzione italiana è uscita nel 2012 da Fazi

Maggio 2014

Maggio 2014

Nei chioschi di giornali degli aeroporti francofoni salta all’occhio la copertina della rivista francese  Rock&Folk, con una fotografia in bianco e nero molto intensa di Barbara D’Alessandri.

Si tratta della recensione-intervista di Philippe Manœuvre su un evento letterario-musicale di quest’anno: la pubblicazione del disco, e del libro-disco (c’è un CD nell’apposita custodia di cartoncino rilegata insieme alle pagine), con  alcune poesie di Michel Houellebecq (Premio Goncourt 2010, con il romanzo di cui si ragionò qui) musicate e cantate da Jean-Louis Aubert.

La raccolta si chiama Les parages du vide ed è nata quando il cantante ha quasi per caso sfogliato il libro di poesie Configuration du dernier rivage, nel quale ha trovato dei testi di impostazione estremamente musicale, tanto da considerarli come testi di canzoni piuttosto che come poesie.

Detto fatto, si è messo a musicarle, a cantarle, cosa che gli è venuta quasi spontanea.

Fumatori incalliti (fotografia di Barbara D'Alessndri)

Fumatori incalliti (fotografia di Barbara D’Alessndri)

Ora, il fatto curioso è che nel corso di questa operazione i due artisti hanno cominciato a contattarsi per email, poi a incontrarsi, e sono diventati amiconi. Curioso che Houllebecq, una delle persone più schive e riservate (per non dire scontrose) si sia lasciato coinvolgere in questo rapporto strettissimo con Aubert, il cantante dalla voce di ragazzino.

Il libro-disco, oltre ai testi delle canzoni-poesie, contiene anche in appendice copia del fittissimo scambio di email che ha accompagnato la preparazione del progetto. Nonostante i testi poetici siano godibili, brevi e potenti, ed effettivamente molto musicali, la vera forza di questo volumetto sta proprio in questa documentazione emailistica del progetto.

Un'altra foto di Barbara D'Alessandri

Un’altra foto di Barbara D’Alessandri

E la musica? Beh, il rock francese non è che abbia mai  tanto sfondato al di qua delle Alpi. Ma questo approccio poetico-musicale risulta alla fine piacevole, e conferma a dire il vero la prima impressione del musicista nei confronti del poeta e cioè che questi sembrano davvero nati come testi di canzoni.

In questo sito si trova una compilation di video musicali, trailer promozionali del libro, interviste, etc. tutti incentrati su questa raccolta poetico-musicale.

 

 

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