Pubblicato da: miclischi | 13 aprile 2014

La sfida di una Retina IIc difettosa

Kodak Retina IIc

Kodak Retina IIc

La Kodak ha fatto la storia della fotografia, e i vari modelli della macchina fotografica Retina hanno contribuito non poco alla diffusione della fotografia popolare.

E’ un apparecchio 35 mm che vide la luce con i primi modelli nel 1934 e si sviluppò fino al 1963 con la versione IF. Piccolo, compatto, folding e tascabile, eppure parecchio performante, grazie all’ottica di qualità (Schneider-Kreuznach), a una serie di accorgimenti tecnici superiori, e anche alla possibilità di intercambiare gli elementi anteriori dell’obiettivo per variarne la focale (come nella Contaflex Super BC).

Trovare una Retina sulla bancarella di un mercatino fa venire l’acquolina in bocca, e anche se l’apparecchietto presenta un po’ di segni di fatica e qualche difettuccio, è troppo forte il desiderio di scattarci qualche foto.

Una serie di modelli storici

Una serie di modelli storici

Questa macchina fotografica metallica e pesante, eppure elegante nelle sue forme pieghevoli che la rendono “quasi” tascabile, presenta tantissimi punti di interesse. Si tratta di una IIc, prodotta a partire dal 1958, dotata di obiettivo Schneider-Kreuznach Retina-Xenon C 50 mm 2.8 montato su otturatore Compur con tempi fino a 1/500. Messa a fuoco con distanza minima 0.8 m, diaframmi fino a 22,  sistema di accoppiamento della esposizione tempi/diaframmi che permette di mantenere l’esposizione agendo su una sola ghiera (quella dei tempi) che si trascina dietro quella dei diaframmi. Autoscatto, inserto per lo scatto flessibile, connessione per il flash, slitta porta-accessori, memo-pellicola, contapose azzerabile, filettatura per il cavalletto e, come detto, la possibilità di cambiare la focale dell’obiettivo svitandone l’elemento frontale per sostituirlo con altri. Messa a fuoco a telemetro nel mirino di puntamento… insomma non le manca niente.

Curiosamente, la leva di trascinamento si trova sotto il fondello della macchina, e non sulla parte superiore

Curiosamente, la leva di trascinamento si trova sotto il fondello della macchina, e non sulla parte superiore

Ma a uno sguardo più attento, saltano fuori un po’ di magagne: prima di tutto il telemetro funziona solo per le distanze ravvicinate: dalla distanza minima fino a circa due metri, poi l’immagine si ferma e impedisce la sovrapposizione per soggetti più lontani. Beh, poco male, ci si può regolare con l’impostazione manuale delle distanze indicate sull’obiettivo.

Visione dall'alto

Visione dall’alto

Poi salta fuori che la leva dei diaframmi, che può essere svincolata da quella dei tempi per variare l’apertura a parità di velocità di otturazione, a volte si muove liberamente, senza far muovere la ghiera dei diaframmi. In pratica il diaframma si apre e si chiude, ma non si sa fra quali valori. In questo caso sono necessarie alcune acrobazie in più, dovendo ruotare fino in fondo da una parte o dall’altra la leva (tutto aperto e tutto chiuso) e poi tornare indietro basandosi sulla indicazione dei valori EV per procedere di stop in stop.

Dulcis in fundo, la leva di trascinamento a volte trascina ma non ricarica l’otturatore, quindi è necessario agire sul pulsantino di sblocco della pellicola e ricaricare. Di solito funziona.

La Tetina IIc con l'elemento frontale dell'obiettivo rimosso per accogliere aggiuntivi grandangolo o tele.

La Retina IIc con l’elemento frontale dell’obiettivo rimosso per accogliere aggiuntivi grandangolo o tele.

Tutte queste difficoltà non fanno che invogliare ancor di più a cimentarsi con questo piccolo gioiello, quindi perché spaventarsi? Un po’ come non desistere dal viaggio se la vecchia moto fa i capricci, oppure affrontare la traversata in macchina della foresta di Chobe senza ruota di scorta. Per di più, dalle nostre parti, fotografando non si rischia neanche di incontrare i leoni…

Le foto sono scattate con un vetusto FP4 dei tempi che furono (sviluppata in ID11 stock) e con un Fomapan 100 (R09 1+50). Fatte le riserve di cui sopra, e quindi al netto delle foto decisamente cannate a causa della impossibilità di stabilire con precisione l’esposizione, la resa è più che soddisfacente.

Alcune altre foto sono state caricate qui. Altre informazioni sui modelli e sugli accessori della retina si trovano qui. Il manuale della Retina IIc si trova qui.

Soggetto ricorrente

Soggetto ricorrente

Al Porto di Marina

Al Porto di Marina

Fine pasto

Fine pasto

 

 

Pubblicato da: miclischi | 11 aprile 2014

Katie Hafner: la storia di Glenn Gould raccontata bene

Il pianoforte Steinway CD 318

Il pianoforte Steinway CD 318

Su Glenn Gould se ne sono sentite di tutti i colori. Le sue manie, la sua ipocondria, il cappotto, la sciarpa e i guanti anche d’estate, la sua insofferenza nei confronti di tutto e tutti… Ma l’approccio di Katie Hafner, giornalista con il dono della grande inchiesta, è soprattutto obiettivo e si concentra sugli ingredienti che hanno fatto di Gould, al di là dei pettegolezzi e dei luoghi comuni, un interprete straordinario del ’900.

Dopo un breve prologo, infatti, l’autrice squaderna subito tre capitoli che fanno capire abbastanza chiaramente il suo approccio: Toronto, Saskatchewan Astoria. Tre luoghi-chiave della vicenda gouldiana che segneranno i destini delle persone – e degli oggetti – che costruiranno il personaggio Glenn Gould.

L'edizione americana

L’edizione americana

Toronto è la città canadese dove è nato e cresciuto il pianista; dove fu avviato alla musica dalla madre, e dove vivrà gran parte della sua breve vita. Saskarchewan è la cittadina rurale spersa nella campagna canadese dove nacque, un anno prima di Glenn Gould, Charles Verne Edquist, un bambino semi-cieco che quasi per caso fu mandato in città in una scuola per non vedenti e ipovedenti, dove apprese l’arte dell’accordar pianoforti. Astoria, nel Queens di New York, è il luogo dove si trova la fabbrica di pianoforti della famiglia tedesca Steinweg, emigrata negli Stati Uniti a metà dell’Ottocento, cambiando nome in Steinway.

Destini incrociati. Eppure, le vicende di questo pianista tormentato non sarebbero state le stesse se non avesse incontrato il pianoforte Steinway CD 318 e se non avesse avuto a disposizione la paziente attenzione di un tecnico preparatissimo come Verne Edquist.

Il sottotitolo del libro di Katie Hafner (pubblicato nel 2008 e uscito da Einaudi in Italiano: Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto) pone giustamente l’accento su questa ossessione musicale per l’oggetto-pianoforte che ha accompagnato l’artista per tutta la vita.

Una scrittura di grandissima qualità, una lettura che sorre via rapida ed appassionante, che non indulge mai alla mitizzazione del personaggio ma che intende anzi rivelarne i lati più umani. Come umanissime sono le tante persone che si interfacciano con lui nel mondo dei concerti, delle prove e delle riparazioni dei pianoforti, nelle tournée all’estero, nei programmi radiofonici… Davvero una storia ultra-documentata che diventa via via sempre più avvincente.

hafner einaudi

L’edizione italiana

Sullo sfondo della storia, quasi come kubrikiano monolite, lui, il pianoforte CD 318; finito miseramente in pezzi dopo che un trasportatore fece cadere la cassa dell’imballo. Furono innumerevoli i tentativi ripararlo o di trovare un sostituto adeguato, un pianoforte che, anche grazie agli interventi di Verne Edquist e di altri tecnici, potesse acquisire quel lievissimo tocco necessario a Gould per le sue interpretazioni, soprattutto quelle bachiane. E invece niente. Con la stizza che gli era usuale, il pianista alla fine abbandonò la famiglia Steinway per incidere l’ultima versione delle Variazioni Goldberg, poco prima di morire all’improvviso, addirittura su uno Yamaha.

Ci sono tante storie in questo libro, tutte fra loro collegate, come quelle dei Trentadue piccoli film su Glenn Gould realizzato da François Girard nel 1993. E la storia di questo pianista fuori dall’ordinario ben si presta a scovare nelle pieghe della sua esistenza, come fra le righe di uno spartito bachiano, voci fra le voci, luci e intuizioni sparse nel mondo per chi riesce ad acchiapparle. Come quel lampo di una delle Goldberg suonate da Antonio Serrano  nel film El silencio de antes de Bach di Pere Portabella. Un tizio chiede un passaggio in autostop a un camionista, viene preso su, e dopo due chiacchiere tira fuori l’armonica e suona questa meraviglia (eccola su youtube). O come in un episodio apparentemente marginale del libro della Hafner, così calzante per sottolineare quanto Gould seppe toccare la sensibilità di una platea infinita di ascoltatori:

L’autista di un furgone del corriere UPS a Roanoke, in Virginia, racconta di come un giorno emersero dall’autoradio del furgone alcune frasi delle Variazioni Goldberg; istintivamente fece per allungarsi verso la manopola della sintonia per cambiare canale, ma dovette affrontare una curva e quindi aveva bisogno di tenere entrambe le mani sul volante; e così la musica andò avanti. E continuò a suonare, trasformando quella autista in un’adepta di Gould a vita.

 

Glenn Gould prova un pianoforte, foto di Don Hunstein, Aprile 1957.

Glenn Gould prova un pianoforte, foto di Don Hunstein, Aprile 1957.

 

Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2014

Olympus IS-1000: bizzarra e affascinante

Una curiosa novità negli anni '90

Una curiosa novità negli anni ’90

Trovarsi per le mani una fotocamera Olympus IS-1000 stupisce subito. La forma, l’ingombro, il peso… Insomma lì per lì non si capisce si si tratti di un gadget appariscente oppure di una macchina fotografica seria. E uno sguardo ai vari forum di discussione su Internet conferma questa eterna indecisione nel dibattito su questo apparecchio degli anni ’90 del ’900.

Si presenta subito, a uno sguardo più attento, come una antesignana delle bridge  dell’epoca digitale. Infatti ha uno zoom (35-135) non intercambiabile, flash incorporato di discreta potenza, e numerosissimi comandi per gestire la messa a fuoco (manuale o automatica), varie modalità di esposizione, di ripresa, insomma, una macchina evoluta, ma al tempo stesso limitata dalla fissità dell’obiettivo.

Zoom in posizione grandangolo e poi alla massima estensione del tele

Zoom in posizione grandangolo e poi alla massima estensione del tele

Su un aspetto invece pare siano concordi i commentatori: la qualità dell’ottica.

Alcuni sactti dal primo rullo di prova

Alcuni scatti dal primo rullo di prova

I comandi principali sono gestiti con i pippoli adiacenti al display sul dorso (modalità di lettura dell’esposizione; sovra e sottoesposizione; Powerfocus; memoria zoom). Il Powerfocus per disattivare l’autofocus senza andare sul manuale, per soggetti in movimento (il motore AF non è un fulmine di guerra ed è anche abbastanza rumoroso). La memoria dello zoom posiziona la focale sul valore più frequentemente usato(!). Altri comandi sono azionabili con il pollice (per l’esposizione spot) e con l’indice della mano destra (selettore per passare da una modalità all’altra e per correggere l’esposizione in modalità P). Lo zoom si comanda invece con la mano sinistra, visto che i due interruttori W e T si trovano proprio di fianco al tubo dell’obiettivo. Ma non è finita qui: sotto al display c’è uno sportellino segreto che dà accesso a ulteriori comandi: per i due modi macro (tele e grandangolo), per la scelta dello scatto singolo o continuo, per la modalità di ripresa e per le diverse funzioni del flash. E infine, il pulsantino per riavvolgere il rullino. Infine: i comandi per l’autoscatto e per aprire il flash, oltre all’interruttore generale, si trovano di fianco al pentaprisma, sul lato sinistro.

Una particolarità veramente utile (e inusuale in queste macchine ultra-automatizzate) è la possibilità di scattare doppie esposizioni. Infatti fra le scelte del comando “drive”, quello dello scatto singolo o continuo, c’è anche questa impostazione.

I comandi di fianco al display e sotto, nello sportellino segreto

I comandi di fianco al display e sotto, nello sportellino segreto

Ecco, considerando i numerosissimi comandi e le possibilità di impostazione, è abbastanza indispensabile consultare il manuale operativo. Se uno non ce l’ha può scaricarlo come al solito dall’efficientissimo sito di Michael Buktus.

Un aspetto molto positivo di questa macchina è l’esposimetro. Tutte le foto di questo primo rullo sono state scattate in modo P e modo di esposizione ESP. Già guardando in controluce il negativo appena sviluppato si nota un estremo bilanciamento dell’esposizione: praticamente neanche una foto è stata cannata da quel punto di vista.

Altri scatti a Boccadarno e al Calambrone

Altri scatti a Boccadarno e al Calambrone

Insomma sembra tutto ganzissimo. In realtà ci sono anche alcuni notevoli difettucci:

  •  In primis, l’ingombro e il peso di questa macchina non sono competitivi con una dotazione minima con reflex tradizionale e obiettivi. Se lo zoom avesse un’estensione maggiore (come accade nelle odierne bridge digitali), forse un fotoamatore potrebbe dotarsi di questa macchina tuttofare come “unica macchina”. Ma potendo disporre solo di un 35-135, forse il gioco non vale la candela: portarsi dietro una SLR con zoom minimo + un teleobiettivo o un grandangolo più spinto non provoca un ingombro molto maggiore rispetto a questo troccolone Olympus… E’ vero che per questa macchina sono previsti aggiuntivi ottici per ridurre o aumentare la focale, ma se bisogna cominciare a portarsi dietro altri trocccoletti aggiuntivi, allora è davvero preferibile la reflex tradizionale.
  • Poi c’è la lettura automatica della sensibilità sui contatti del rullino. In altre parole, non si può impostare manualmente la sensibilità. Addio alla possibilità di usare rullini bobinati domesticamente, oppure dedicarsi alla sovra o sottoesposizione voluta. In realtà con qualche acrobazia si può fare (giocando appunto sul comando delle sovra e sotto-esposizioni e utilizzandolo per l’intero rullo). Ma insomma…
  • L’autofocus è un po’ datato, ovviamente, e la sua rumorosità e lentezza ne limitano alquanto l’uso.
  • Naturalmente, senza batterie (due al litio da 3 V) la macchina non funziona.

Però, nonostante tutto, alla fine una giratina su questo piccolo mostro è proprio piacevole, e scattarci qualche foto rappresenta soprattutto un bel tuffo nel passato. Le foto qui presentate sono state scattate con pellicola Fomapan 100 sviluppata con R09 One Shot in soluzione 1+50 e scansionate con Epson Perfection Photo V600.

Per una scheda molto dettagliata dei vari modelli e accessori vedasi qui. La scheda del sito di collezionismo francese si trova qui.

Un album web con alcuni scatti del primo rullo di prova si trova qui; il secondo rullo è stato scttato con Fuju Acros e contiene anche alcune doppie esposizioni, e alcune foto si trovano qui.

 

Una serie di doppie esposizioni realizzate con Fuji Acros 100 sviluppata con ID11 in soluzione stock

Una serie di doppie esposizioni  scattate sugli scogli di Boccadarno e realizzate con Fuji Acros 100 sviluppata con ID11 in soluzione stock

 

Pubblicato da: miclischi | 25 marzo 2014

Murakami Haruki racconta se stesso raccontando il jazz

L'edizione italiana

L’edizione italiana (2013)

Può sembrar strano approcciare questo monumentale autore giapponese, Murakami Haruki, partendo da un non-romanzo. Ma non c’è bisogno di giustificazioni quando si tratta di avvicinarsi a un grande autore, né, tanto meno, per accostarsi alla lettura di un gran libro. Spiega l’autore, nella postfazione al libro Ritratti in jazz, che lo stimolo a scrivere sui suoi autori e interpreti di jazz preferiti scaturì dalla visione dei ritratti dell’artista Wada Makoto. Ecco quindi questo libro fatto a schede. Per ogni musicista (sono 55 in tutto), un album. Una paginetta e mezzo, massimo due di testo, un ritratto fatto da Wada Makoto, una scheda bio-musigrafica, e la copertina del disco.

Un libro sul jazz? Certo, ma se si pensa di trovare una specie di compendio enciclopedico, si è proprio fuori strada. Un libro in cui Murakami racconta la sua intima visione di questo o quel musicista? Solo in parte. Un esempio fra tutti: nella scheda dedicata a Eric Dolphy, l’autore parla quasi esclusivamente dell’immagine di copertina (alla Dalì) dell’album Out There.

L’accento prevalente, in questi micro-racconti, è quello evocativo. In che modo un autore, un interprete, o un singolo album hanno lasciato il segno nella vita dell’autore? Spessissimo vengono raccontati i momenti precisi in cui fu conosciuto un disco, che lavoro faceva l’autore in quel periodo, quali persone frequentava, dove si trovava. I musicisti jazz sembrano quasi un pretesto per ricordare e scavare nella propria esistenza. E l’intento narrativo punta deciso al convincere il lettore dell’importanza della musica nella scansione della vita.

Durante il secondo anno di università, lavoravo part time presso un modesto ristorante nel quartiere Kabukicho, a Shinjuku, dove facevo il turno di notte. (…) Vicino al ristorante c’era un piccolo jazz bar che si chiamava Pitecantropus Erectus…

Chet Baker visto da Wada Makoto

Chet Baker visto da Wada Makoto

Parla dei musicisti, Murakami, certo, e dei loro dischi. Ma il suo approccio anti-didascalico mette quelle note, quei volti, quelle sensazioni musicali sullo sfondo del proprio intimo e assoluto approccio alla musica, alla vita.

Si leggono queste pagine placide e tranquille pensando all’iconografia giapponese cui ci hanno abituato tante opere d’arte, tanti film. Case con pareti scorrevoli, giardini essenziali, atmosfere quasi sospese, movenze, gesti e atteggiamenti quasi al rallentatore. Tutto questo, immerso in un flusso continuo di note che sorvolano o penetrano gli ambienti, le menti, le memorie.

Come nell’assolo di Cannonball Adderley in The Song My Lady Sings:trapela dai margini di questa musica qualcosa di umano e quasi commovente. Qualcosa di quieto, ma fresco e succoso.

Si legge in trasparenza, capitolo dopo capitolo, anche un’immagine complessiva della musica jazz e della sua storia, di cui Murakami è davvero un conoscitore enciclopedico (Non ho tutti i dischi dei Peterson, ma anche così ne possiedo comunque più di cinquanta).

Così, nella scheda su Bobby Timmons, fornisce questo quadro d’insieme: Ci sono musicisti che hanno una vita professionale lunga e felice – ad esempio Duke Ellington o Louis Armstrong -, ed è qualcosa che ci riempie di gioia. Però nel mondo instabile del jazz, dove il lavoro è durissimo, tali esempi sono rari. E’ più frequente che la loro musica brilli per un breve periodo nel corso di una vita piena di difficoltà. Così l’incerto e fuggitivo bagliore di tante stelle cadenti si mescola alla luce di qualche stella fissa, questo è l’affascinante scenario che emerge dal mondo del jazz.

Ci sono poi innumerevoli incursioni nelle caratteristiche di questo o quello strumento, o sezione di una band, o timbro di voce. Nel capitolo su Art Pepper, per esempio: In quello strumento che è il sax alto, si sente l’ombra di un certo genere di frustrazione. 

Insomma una lettura molto appagante. Infiniti ribedoli spaziano dalla storia, al cinema (Murakami riserva parole molto affettuose a The Blues Brothers  di John Landis), a tratti noti e meno noti delle vite dei musicisti. Il tutto sotto l’ala protettrice del continuum della vita dell’autore che scorre, costantemente accompagnata da una colonna sonora inestinguibile. Uno stimolo a esplorare musicisti non conosciuti, oppure a riascoltare questa o quella versione di un brano conosciuto. Non disponendo della discoteca sterminata dell’autore, si può comunque dilettarsi a scuriosare su Youtube, e si trova quasi tutto.

Un libro che viene voglia di tenere a portata di mano, per poterlo risfogliare spesso, per godersi la cristallina musicalità della prosa di Murakami, tradotta molto efficacemente da Antonietta Pastore.

Quando sentii per la prima volta Billie Holiday, ero ancora molto giovane. Provai una certa emozione, quel giorno, ma solo anni dopo capii che meravigliosa cantante fosse. Il che significa che invecchiare ha degli aspetti bellissimi.

Wada Makoto: Ella Fitzgerald

Wada Makoto: Ella Fitzgerald

Murakami Haruki, Wada Makoto: Ritratti in Jazz. Traduzione di Antonietta Pastore. Einaudi, collana Frontiere, 2013. 248 pagine, 19,50 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 16 marzo 2014

Il diario intimo di Claudio Lolli

Uscito nel 2013

Uscito nel 2013

E’ uscito nel 2013, questo libriccino di Claudio Lolli, non nuovo alla narrativa, anche con discreti successi. Si chiama Lettere Matrimoniali e si presenta come un romanzo epistolare fatto di innumerevoli lettere scritte alla moglie nell’arco di un anno (dal 5 luglio 2010 al 5 luglio 2011). Lettere scritte, stampate e riposte in una scatola; per lei, se e quando ha voglia di leggerle.

Se si riesce a districarsi fra le stucchevolezze delle infinite reiterate ed ossessive dichiarazioni d’amore che l’autore fa continuamente nello scrivere alla moglie, si possono scorgere anche qualche piacevole spunto narrativo e numerosi elementi di storia politica, culturale e musicale dell’Italia dagli anni ’70 del ’900 agli albori del nuovo millennio.

Per questo, alla fine, il libro ha un suo valore di testimonianza storica (oltre che intima), per questo la lettura di queste lettere risulta tutto sommato piacevole.

Ci sono i concerti, l’ansia per i concerti (quante gente ci sarà?), per le trasferte vicine o lontane, per il prima e per il dopo. Ma c’è anche la progressiva mutazione culturale e antropologica registrata dall’universo dei concerti.

Cambia l’idea di concerto, così come era vissuta dal Lolli quando era un ragazzotto impacciato che appena spiccicava due parole quando faceva da spalla all’istrione Francesco Guccini, alla svolta degli Zingari felici, alla maturità. Ma cambia l’idea di concerto anche nel passaggio generazionale. Che cosa significa oggi, per i suoi figli, andare a un concerto in piazza?

Alla storia della vita artistica di Claudio Lolli si sovrappongono le epoche che cambiano, i figli che arrivano e poi crescono, gli anni che passano e gli acciacchi dell’età che puntualmente si fanno progressivamente più presenti.

Claudio Lolli sulle cinquemila lire di Aspettando Godot

Claudio Lolli sulle cinquemila lire di Aspettando Godot

Insomma, una lettura nella quale si scopre il passaggio degli anni (compreso il giro di boa verso il nuovo secolo) attraverso i cambiamenti che  si sono succeduti nella vita di un artista; non tanto vista dal palco dei suoi concerti, ma dal tavolo di cucina di casa sua, dagli oggetti domestici, dalla presenza/assenza di sua madre al crescere dei suoi figli, al desiderio costante e inesauribile che sua moglie sempre gli scatena…

Claudio Lolli ha bisogno di comunicare, di dire, di cantare, di scrivere. Sempre. E questo librino sembra proprio una testimonianza viva di questa inesauribile necessità.

Claudio Lolli; Lettere matrimoniali. Edizioni Stampa Alternativa  - Collana “Eretica” – 2013 – 232 pagine, 15 Euro.

 

Pubblicato da: miclischi | 13 marzo 2014

Andrea Chénier a Pisa: poco entusiasmo

Filatelia

Filatelia

Andrea Chénier. Come Guglielmo Tell, Adriana Lecouvreur… Nome italianizzato per cognome forestiero: un metodo per esprimere l’esoticità, ma non troppo, del personaggio. Come succede, del resto, anche nelle storie a fumetti di Diabolik. La Manon Lescaut invece è rimasta Manon. E meno male.

Opera controversa, questa del foggiano Umberto Giordano. Controversa nel senso che ha tantissimi entusiastici supporter bilanciati da altrettanti melomani che invece proprio non la sopportano.

La storia sembra un prototipo di vicenda melodrammatica. C’è la connotazione storica, c’è la rivoluzione francese con i forti conflitti sociali (il salotto buono della patrizia prole con il servo figlio si servi), c’è, naturalmente la coppia di innamorati tenore-soprano con il baritono che si mette in mezzo. E il tenore fa il poeta come Rodolfo! C’è il dramma della gelosia, ci sono la morte, la passione, le perfidie con la redenzione finale. Quattro atti con ambientazioni abbastanza radicalmente diverse: il salone delle danze, la strada, il tribunale rivoluzionario, il carcere (gli ultimi due atti ricordano vagamente gli ambienti della Tosca); la presenza del coro e delle danze… c’è addirittura la presenza ieratica della vecchia Madelon, riecheggiante la Erda dell’Oro del Reno… Ce n’è proprio per tutti i gusti.

Musicalmente, si tratta di un’opera che squaderna innumerevoli temi fittamente affollati nei vari atti, con pochissimo ricorso al leit-motiv. Arie celebri ce ne sono in abbondanza, ma la più nota è di sicuro l’Improvviso del poeta-tenore nel primo atto. Splendida e difficile, come difficili sono tutte le romanze di questo Andrea Chénier, l’invettiva sociale del servo Gérard, proprio all’inizio dell’opera.

Ecco, proprio questo primo atto è particolarmente bilanciato, e presenta già tutti i caratteri di poliedricità dell’opera. Richiama quasi le atmosfere del primo atto del Rigoletto, con le frivolezze dell’ambiente aristocratico a bilanciare i drammi proletari di servi e buffoni. Con quel susseguirsi di temi di danza e di intrattenimento nei quali si incuneano le perentorie istanze sociali dei rivoluzionari e le eteree ma profonde armonie del poeta.

Quadro II - sulla destra   Valeria Sepe (Bersi), Nicola Vocaturo (L'Incredibile) - Foto di Massimo D'Amato, Firenze

Quadro II – sulla destra Valeria Sepe (Bersi), Nicola Vocaturo (L’Incredibile) – Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Nel secondo atto ci si ritrova per strada. Derelitti, rivoluzionari convinti e rivoluzionari delusi, persone che si arrangiano, sospetti e sospettati… Una scena corale un po’ alla Momus (del resto sempre a Parigi siamo) alla quale si sovrappongono le ansie e le perfidie dei singoli

Nel terzo atto siamo al tribunale rivoluzionario, e qui c’è spazio per tre romanze dei tre personaggi principali: baritono, soprano e tenore. Qui si tirano anche i nodi al pettine della vicenda (La rivoluzione i figli suoi divora!), preparando l’epilogo.

Un epilogo che sa di già visto, nella cella della morte nell’attesa del patibolo (pardon, della ghigliottina) e con l’amata che si sacrifica in extremis. Con l’aggiunta di Gérard che tutto aveva architettato e alla fine si ritrova pentito ma perdonato…

Insomma, un’opera che se rappresentata con a buon livello risulta in una serata ricchissima di spunti musicali e vocali notevoli. Ma così non è stato, in questa recita pisana del 7 marzo 2014. Basti raccontare che, alla fine della rappresentazione, l’unico interprete che ha ricevuto dei veri, calorosi applausi è stato il bravo baritono Elia Fabbian, adeguato interprete di Gérard, nonostante all’inizio non fosse ancora pienamente entrato nella parte (ne ha un poco sofferto la romanza Son sessant’anni…). Per tutti gli altri, un mero applausino di prammatica.

Quadro III - Rachele Stanisci (Maddalena), Elia Fabbian (Gérard) - Foto Massimo D'Amato, Firenze

Quadro III – Rachele Stanisci (Maddalena), Elia Fabbian (Gérard) – Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Una rappresentazione tutto sommato stanca e non brillante (anche nell’orchestra, sorprendentemente, visti i successi in altre opere di questa stessa stagione), a tratti sfocata e confusa, poco coinvolgente. Una piccola menzione di merito (piccola perché piccola è la sua parte) per la mezzosoprano Valeria Sepe, ben calata nella parte  della mulatta Bersi, dalla voce gradevole e misurata.

Regia classicheggiante e misurata (Carlo Antonio De Lucia), così come le scene e i costumi (Alessandra Polimeno). Ma anche queste note positive non hanno raddrizzato una serata abbastanza in tono minore. Via, succede, non è mica una tragedia, ci si rifarà.

Per la cronaca 1: Il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: Il libretto del pucciniano Luigi Illica è ricco di preziosismi melodrammatici. Trasforma in transitivo l’intransitivo figliare (Hai figliato dei servi…). Poi, sempre nel primo atto, presenta una sottile reinterpretazione della celebre massima “La cultura è l’origine di tutti i mali”: Quel Gérard! L’ha rovinato il leggere! Fra i numerosi melodrammatismi di Illica si nota tuttavia una luminosa immagine nautica, nella romanza del terz’atto Sì, fui soldato, replica difensiva di Andrea in tribunale. Quella della nave che… affonda la spumante prora ne l’azzurro dell’onda è davvero un’immagine realistica e vivissima. Ma Illica dimostra anche una certa cultura marinara quando indica che la bandiera della patria va issata a poppa.

Pubblicato da: miclischi | 6 marzo 2014

Trecento tramonti a Marina

Il tramonto numero 300: 4 marzo 2014

Il tramonto numero 300: 4 marzo 2014

Era l’ottobre 2012 quando si celebrò la duecentesima fotografia caricata sull’album web dedicato ai tramonti marinesi. Ora siamo arrivati a trecento.

E’ passato un anno e mezzo, e gli obiettivi delle macchine fotografiche continuano ad essere trafitti da raggi di luce poco prima che faccia buio.

Fu tentato, in alcune occasioni, anche qualche scatto ai tramonti di luna, ma senza successo, si riproverà. L’alba, invece, no. Anche se i versi immortali di Mao Tse-tung risuonano nella mente con la loro potenza evocatrice (Presto, da oriente, irromperà l’alba), il levar del sole casomai lo si fotograferà sulla East Coast; qui da noi nel mare il sole ci tramonta.

E ci interroga: ma tramonto crepuscolo

Nel frattempo si accumulano questi scatti sempre diversi e sempre uguali.

Appuntamento al numero 400!

7 febbraio 2013

7 febbraio 2013

9 aprile 2013

9 aprile 2013

20 agosto 2013

20 agosto 2013

25 gennaio 2014

25 gennaio 2014

Pubblicato da: miclischi | 4 marzo 2014

Alain Resnais, Marienbad e il gioco stregato

1922-2014

1922-2014

Ecco un altro che se ne è andato. Alain Resnais, regista, Hiroshima mon amour, L’anno scorso a Marienbad, Mon oncle d’Amérique. E altri innumerevoli film.

L’anno scorso a Marienbad rimane nel ricordo di lunga data un film soprattutto enigmatico, stregato, stregante, coinvolgente e indimenticabile pur nella sua assenza di tessuto narrativo.

Quando s’andava ai cineclub da studenti e ci si passavano ore e ore a vedere un film dietro l’altro.

E dopo il cinema, ci si interrogava, si ragionava, non ci si stancava di scavare nell’insondabile.

Il gioco in una scena del film

Il gioco in una scena del film

Quel film conteneva, nella sua nebulosità, un elemento saldamente concreto: il gioco. Una variante del Nim (di cui qui sono illustrati i presupposti matematici). Oggetti disposti sul tavolo (fiammiferi, carte da gioco, tasselli di domino…) in modo da formare quattro linee. Nella prima linea un oggetto, nella seconda tre, poi cinque,e infine sette. 1 – 3 – 5 – 7. I due giocatori, a turno, possono togliere quanti oggetti vogliono, ma da una sola linea. Chi toglie l’ultimo oggetto ha perso.

Un'altra scena del film, con i fiammiferi

Un’altra scena del film, con i fiammiferi

In una celebre battuta del film, il personaggio che propone il gioco (e che sconfigge tutti gli sfidanti) dice: Si può perdere, ma io vinco sempre.

Con le carte

Con le carte

E fu così che questi quattro studenti passarono alcune ore di una lontana notte in un mulino sulle colline fiorentine a smontare il gioco, cercare tutte le combinazioni, scoprire come si fa a “vincere sempre”. Non c’era Internet, non c’era Google, né Wikipedia, e la soluzione venne cercata col metodo sperimentale.

E il mistero fu svelato: esiste sempre una risposta vincente. In altre parole: chi non inizia il gioco vince (a patto che conosca tutte le sequenze che portano a combinazioni vincenti, come il celebre te-io-te). E se il giocatore esperto si offre di iniziare il gioco, potenzialmente una posizione fatale, potrà sempre contare su una contro-mossa vincente alla prima risposta dell’avversario inesperto.

Oggi tutti i dubbi si chiariscono con un click, per esempio esplorando questo sito, e addirittura si può anche giocare online (qui). Ma certo quella notte a provare le combinazioni, prendere appunti, dedurre e contro-dedurre, fu davvero fantastica. Grazie Angelo, Alberto e Gianpaolo.

Il film è del 1961

Il film è del 1961

Pubblicato da: miclischi | 2 marzo 2014

Pentacon Penti II, piccolo gioiello dorato

Leziosa doratura

Leziosa doratura

Una piccola macchina fotografica prodotta a partire dagli ani 50. Usa la pellicola 135 però in caricatori che oggi non sono più di uso corrente. Si presenta come un oggettino lezioso più che come una macchina fotografica. Eppure, c’è una gran mole di articoli in rete su siti di collezionisti e di fotografi. Perché? Perché questa macchinetta ha tanti motivi di interesse e di pregio. Prima di tutto è una Pentacon, la gloriosa casa produttrice – fra i tanti modelli – della Praktica e della Pentacon Six. Poi si tratta di una half-frame (cioè le dimensioni del fotogramma sono la metà del classico 24×36 mm), il che costituisce un campo di interesse a sé per molti fotografi.

Il corpo macchina, la conchiglia dorata che ne costituisce il dorso, e le due cartucce "Rapid" per la pellicola.

Il corpo macchina, la conchiglia dorata che ne costituisce il dorso, e le due cartucce “Rapid” per la pellicola.

Poi il sistema di avanzamento della pellicola che ricorda più un marchingegno di ingegneria meccanica militare che la leva di trascinamento di una macchina fotografica. C’è poi questo aspetto proprio anticonvenzionale che avvicina questo oggetto più a un accessorio da borsetta (alcuni commentatori lo hanno paragonato a un portacipria o a un portasigarette) che a una macchina. Infine, la qualità ottica di tutto rispetto di questo apparecchietto apparentemente poco pretenzioso, ma di tutto rispetto.

Si tratta della Pentacon Penti II, prodotta in Germana Est dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anno ’70 del’900.

NEF ila penti etc

Il curioso sistema di trascinamento: un pistoncino viene espulso quando scatta: va poi ripigiato dentro la macchina per far avanzare il film

Insomma una macchinetta affascinante che incuriosisce e vien subito voglia di provare. Il primo ostacolo consiste nel reperire le cartucce “Rapid” e caricarle con la pellicola 35 mm. Oltre che nell’archivio dei materiali fotografici di Leopoldo Nardi (curioso: non restano tracce o testimonianze che abbia mai usato apparecchi “Rapid”, ma alcune cartucce ce le aveva), si trovano facilmente anche su Ebay. Una volta che si hanno a disposizione due cartucce, si può caricare la pellicola,  operazione da farsi al buio e possibilmente indossando guanti di cotone per evitare di lasciare impronte o altre schifezze sul film. Infatti la pellicola deve essere spinta a forza  dentro la cartuccia, e per fare questo spesso non basta tenerla per i bordi. Ci sono vari tutorial che spiegano come fare, ce n’è uno sul sito dei Lomografi, ed anche una con foto su Flickr.

Poi comincia il divertimento. A differenza di altri modelli vetusti, per questo apparecchietto non è stato possibile reperire il manuale per l’utente. Però si riesce a districarsi con i pochi comandi a disposizione e a scattare qualche foto decente. C’è un esposimetro al selenio (le vistose cellule ai lati del mirino) che comanda una levetta visibile nel mirino stesso, ma senza alcuna indicazione. Al variare dell’illuminazione (o dell’impostazione del diaframma), la levetta si sposta visibilmente verso l’alto (!) in caso di sottoesposizione e verso il basso (!) nel caso di sovraesposizione, ma niente più è dato sapere.

Da una sequenza scattata nel 2012

Da una sequenza scattata nel con la Penti II 2012

E’ importante ricordarsi di azzerare il conta-pose prima di chiudere il dorso della macchina, perché la rotellina da ruotare a quello scopo si trova appunto all’interno. Chissà poi a cosa serve il pulsantino che si trova sopra al mirino…

Le impostazioni: c’è la ghiera della messa a fuoco (distanza minima: un metro), quella dei tempi di otturazione (da 1/30 a 1/125 più la posa B) e quella dei diaframmi (da 3.5 a 22). Insomma non le manca niente. L’obiettivo è un Domiplan 30 mm. C’è anche la presa per il flash, accanto al conta-pose.

Naturalmente, trattandosi di una half-frame, tenendo la macchina in posizione “normale” si scattano foto un  modo portrait, cioè verticali, mentre per fare foto orizzontali (landscape) bisogna girare la macchina in verticale. In pratica al contrario rispetto a come si è abituati con le macchine 135 a formato pieno.

Le foto qui presentate sono state realizzate in due diversi momenti: una sequenza del 2012 (l’album web con la serie completa si trova qui), e una del febbraio 2014. In questa seconda sequenza è stato occasionalmente usato un filtro arancio applicato manualmente di fronte all’obiettivo. In entrambi i casi la pellicola è una Ilford FP4 (non Plus!) degli anni ’80, rimasta nella bobinatrice o nei rullini per un bel po’ di tempo…

A Boccadarno con la Penti II (2014)

A Boccadarno con la Penti II (2014)

Per la Cronaca: Ecco alcuni riferimenti a pagine web (oltre a quella citata di Camerapedia) dedicate a questa macchinetta sorprendente: alcune informazioni e foto sia sulla Penti I che la Penti II si trovano qui. Alcune foto con le specifiche tecniche della Penti II sono qui. Ci sono anche alcuni commenti e molte foto nel blog Fotografia Riflessiva. Due post su un sito francese di collezionismo: qui e qui. Ancora foto e commenti da Retrò Cameras. Infine, qui, delle foto irresistibili della Penti I.

Alcune foto scattate con la Penti II nel febbraio 2014

Alcune foto scattate con la Penti II nel febbraio 2014

Pubblicato da: miclischi | 27 febbraio 2014

Paco de Lucia, 1947-2014

 

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