Inserito da: miclischi | 7 febbraio 2010

Mi ritorni in mente… Nicola di Bari!

Sanremo 1970

Ognuno ha il suo rosebud. Ai registi cinematografici italiani (e non solo) succede a volte che l’elemento evocatore su cui imperniare il film sia una canzone, o il testo di una canzone.

C’è qualche similitudine nella scelta di Paolo Virzì per il suo ultimo film La prima cosa bella (canzone di Nicola di Bari del 1970 su testo di Mogol – cantata in tandem a San Remo anche dai Ricchi e Poveri) e quella di Alina Marazzi per il suo Un’ora sola ti vorrei (canzone di Bertini-Marchetti del 1938, lanciata da Ornella Vanoni nel 1967 e ripresa da Giorgia nel 1997).

In entrambi dolorose storie di famiglia, evocate proprio dalla canzone in questione. Ma se la Marazzi sceglia la strada documentale, Virzì se ne esce con una commedia livornese. O meglio, non così livornese come Ovosodo: nel suo nuovo film il regista cerca di raccontare una vicenda un po’ meno livornocentrica, si dota di attori prevalentemente non livornesi, e tenta il gran passo verso la commedia universale sul tema della famiglia sfasciata. Ci riesce? In gran parte sì. Ne viene fuori una storia altamente godibile, per alcuni commovente fino alle lacrime, con un uso molto ben riuscito degli inserti comici nelle situazioni tragiche.  Cade un po’ proprio laddove non riesce a realizzare appieno lo sganciamento dalla livornesità (come nel caso dell’ingessato Mastandrea che quasi gli vien da ridere se deve dire qualcosa in livornese). Gli altri improvvisati livornesi, chi più chi meno, se la cavano bene (anche la Ramazzotti che, uscita dal ruolo della fìa ciotarella di Tutta la vita davanti, risulta abbastanza convincente).

La storia è quella di due bimbi sballottati dai primi anni ‘70 in una vita dal doppio volto (disagiata/avventurosa) insieme alla bellissima madre manipolata dagli uomini. In una narrazione sdoppiata (alternanza di passato e presente) si ripercorrono gli anni di questa non-famiglia fino agli ultimi giorni della madre anziana e malata. Si mescolano violenza e tenerezza, intrecci amorosi, squallore, esaltazione, livornesità, situazioni assurde e comiche. Un miscuglio ben calibrato: mai eccessivo, mai noioso. Il tutto imperniato sul fatto che le esperienze vissute nell’infanzia  costituiscono – nel bene e nel male – la matrice indelebile che rimane per tutta la vita in ogni essere umano.

Ma c’è un motivo, che da solo basterebbe a giustificare la visione del film,  per il quale è un vero piacere godersi questa opera di Virzì. E’ lei, Stefania Sandrelli. Proprio come nel caso del personaggio che interpreta (la Ramazzotti invecchiata), rimane bellissima, spumeggiante, desiderosa di godersi la vita – e il cinema – e trasmette il vero messaggio di ottimismo del film. Se ne fotte del tempo che passa, delle dicerie, delle angherie e del dolore, e continua a spandere gioia e benessere intorno a sé.

Per la cronaca: Esiste un sito web (in inglese) che raccoglie proprio i film che hanno tratto il titolo da una canzone. Eccolo qui.

Inserito da: miclischi | 5 febbraio 2010

Ulivi secolari

Sobre el monte pelado,

un calvario.

Agua clara

y olivos centenarios.

Questi sono i versi iniziali della breve poesia Pueblo di  Federico García Lorca. Poche parole dal ritmo magico e dal grande potere evocativo. Saranno i due endecasillabi spezzati, sarà l’alternanza chiastica dei gruppi di 7 e 4 sillabe, fatto sta che il risultato è praticamente perfetto. Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la poesia è musica.

La fascinazione della pianta d’ulivo, e dell’ulivo secolare in particolare, è immensa, anche se le immagini qui presentate sono state scattate in Puglia e non nella lorchiana Andalusia. Fascinazione ancora più possente se si riflette sul fatto che alcuni degli oliveti pugliesi datano di oltre 2000 anni. Testimonianze del paesaggio agrario dalle radici più antiche.

Una selezione di foto si trova qui.


Inserito da: miclischi | 5 febbraio 2010

Avatar: a chi piace…

Uscendo dal cinema si ha la tentazione di liquidare subito il film con la definitiva sentenza fantozziana. Poi uno ci pensa un po’ e conclude che se Avatar non è una boiata pazzesca, poco ci manca.

Può piacere, certo, a chi apprezza soprattutto gli effetti speciali e i cartoni animati fantasy, a chi ama le favole etniche a lieto fine (scontato), storie di bene e male, spiritualità, natura con la N maiuscola, un pizzico di amore inter-razziale e una spolveratina, ma poca poca, di fantascienza.

E cosa c’è invece di positivo? Prima di tutto, naturalmente, gli occhialetti per la visione tridimensionale. Innegabile: sono divertenti.

Uno dei costumini succinti di Neytiri

E poi i simpatici toppini (nel senso di piccoli top, pezzi di sopra del bikini) indossati dalla fidanzata blu del protagonista. Non ci sarebbe da stupirsi se se ne vedesse qualcuno sulle spiagge l’estate prossima, specialmente il modello che l’eroina decide di indossare per il grande scontro finale.

Tutto qui.

Inserito da: miclischi | 31 gennaio 2010

Alfa Ferrania, pioniera del formato 127

Può succedere di concorrere per un’asta su Ebay per una Ferrania Tanit (anni ‘50) a due lire e imbattersi invece in una Alfa/a degli anni ‘40 (la macchina non riporta nessuna indicazione di modello, ma si risale all’identificazione grazie al volumetto del Malavolti) . Macchinetta essenziale ma elegante, con la regolazione della distanza (minimo 1,2 metri) e un otturatore dal suono soave che innamora. Tempo di otturazione fisso (si presume il solito sessantesimo) oppure B. Un unico diaframma, ben pubblicizzato sul frontale dell’obiettivo: 1:9. L’indicazione delle distanze di messa a fuoco si trovano punzonate sulla ghiera metallica e si riescono a vedere decentemente solo con luce radente, ma con qualche piccolo sforzo di immaginazione ci si può riuscire.

Qualche informazione tecnica si trova su questo sito di collezionismo francese. Si tratta di una macchina fotografica per pellicola formato 127 che fornisce fotogrammi di 2,5 x 4 centrimetri. Per la prova è stata utilizzata la pellicola Efke 100 svilupata con Ultrafin Liquid 1+20 della Tetenal.

Si vedono le stampigliature della carta di protezione.

La Alfa è una macchinetta moto piacevole da usare, con la carrozzeria che ricorda le macchinine-giocattolo di latta e il suo click dal suono magico.  Il problema casomai si pone quando ci si accorge (succede più spesso di quanto non si pensi con le macchine fotografiche anteguerra) che la finestrella rossa posta sul dorso della macchina per verificare l’avanzamento della pellicola e il posizionamento del contapose lascia passare quel tanto di louce che basta a stampigliare sul fotogramma anche i dettagli  (numero di posa, frecce di avanzamento, linee varie) che si trovano sulla carta di protezione che avvolge la pellicola. Questione di ortocromatismo e pancromatismo? Forse non è un caso che alcune macchine fotografiche di quegli anni siano dotate di apposite mascherine scorrevoli che chiudono completamente il passaggio di luce attraverso le finesetrelle rosse.

Un proposito: fare un altro rullino avendo cura di riporre al chiuso della borsa la macchina foto grafica subito dopo aver scattato. Oppure applicando un po’ di nastro nero sulla finestrella, staccandolo solo per far avanzare la pellicola.

Inserito da: miclischi | 29 gennaio 2010

Salinger in un campo di segale

Jerome David Salinger (1919-2010).

Alla fine pare che il titolo originale del Giovane Holden (The catcher in the rye) fosse stato indaginosamente derivato dalla poesiola di Robert Burns (1759-1796).

Comin Thro the Rye

She draigl’t a’ her petticoattie
Comin thro’ the rye.

Chorus:
Comin thro the rye, poor body,
Comin thro the rye,
She draigl’t a’her petticoatie,
Comin thro the rye!

Gin a body meet a body
Comin thro the rye,
Gin a body kiss a body,[r] Need a body cry?

Gin a body meet a body
Comin thro the glen,
Gin a body kiss a body,
Need the warld ken?

(Robert Burns)

Inserito da: miclischi | 28 gennaio 2010

Quando si dice l’ottimismo…

Fare un porticciolo a Marina di Pisa: se ne ragiona da qualche decennio. E infatti i lavori sono cominciati già da un pezzo con la demolizione della vecchia fabbrica della FIAT e di altri fabbricati nell’area; poi sono cominciate le bonifiche dei terreni inquinati da decenni e decenni di nefandezze industriali, e alla fine dell’estate 2009 è arrivata anche la nuova viabilità, con un’orgia di rotonde di tutto rispetto. Ecco, proprio lì sulla prima rotonda che s’incontra venendo da Pisa, dove una volta si proseguiva verso la foce e l’Obbedisco di Garibaldi, la rotonda canalizza il traffico nell’entroterra per avviarlo al “centro” e alle altre località del litorale, ma un cartello indicatore lascia intendere che il porticciolo di Boccadarno è già lì, alla foce. Pronto all’uso, con tanto di nave accostata alla banchina.

porto turistico

porto

Infatti è stato adoperato un pittogramma da porto vero e proprio, non da porticciolo turistico. Così poi magari arriva un turista speranzoso che immagina di imbarcarsi per la Corsica o per la Spagna e invece trova solo un terreno transennato con cumuli di terra, qualche buca scavata qua e là e tubi dappertutto; la casina sghemba sull’Arno- crollerà prima che la demoliscano – e gli accumuli di detriti portati dalle mareggiate. Va bene essere ottimisti sulle sorti di questo oh quanto atteso porticciolo, ma forse potevano aspettare un po’ a mettere il cartello (e casomai mettere quello giusto).

Per la cronaca 1: Il sito web del futuro porticciolo di Marina di Pisa è qui.

Per la cronaca 2: una bella rassegna di pittogrammi stradali si trova qui, mentre un superbo volume che ne raccoglie mille di tutti gli argomenti e da tutte le parti del mondo è stato pubblicato dalla mitica Taschen.

Inserito da: miclischi | 25 gennaio 2010

Un quartetto di romanzi grafici

Disegno di Rex F. May alias Baloo

C’è chi con i fumetti ci è cresciuto e chinò. Per chi ha dempre avuto l’abitudine alle storie disegnate e non solo scritte, l’evoluzione del cosiddetto fumetto d’autore verso il romanzo grafico (chissà perché anche in italiano si insiste a dire graphic novel) non è certo una sorpresa. Casomai la vera sorpresa  - come accade nel leggere i romanzi solamente scritti – la si può trovare nello scoprire un nuovo autore o una nuova storia. Super-sorpresa se si tratta addirittura di quattro autori e quattro storie, tutte diversamente godibili  e appasionanti.

Frederik Peeters narra dell’amore ai tempi dell’HIV nel suo Pilloleblu (Pilules Bleues) edito in Italia da Kappa Edizioni. Storia un filino angosciante, visto il tema, tale da giustificare un tratto più graffiante del disegno (rispetto ad altre opere dell’autore visibili sul suo sito). Il sollievo e il piacere della lettura, tuttavia, provengono dalla potenza della sceneggiatura e dall’inattaccabile ottimismo dell’io narrante.

Il volume Pyongyang (Edizione Fusi Orari) prosegue la strada dei diari disegnati già tracciata da Guy Delisle nelle sue Cronache Birmane [o meglio viceversa - vedi commenti]. Qui l’autore si addentra ulteriormente nella partecipazione critica alle situazioni determinate dal vivere in realtà distantissime da quelle domestiche (Canada) o europee. Cosa che gli riesce particolarmente bene in un contesto come quello nord-coreano quasi completamente impermeabile alle influenze esterne. La grafica è molto piacevole e l’ironia/autoronia accompagna tutta la storia autobiografica. L’elemento narrativo più riuscito è proprio la trasmissione al lettore della sensazione di leggere un diario di viaggio. L’elemento poetico: il lancio degli aeroplanini di carta dalla finestra all’ennesimo piano dell’albergo deserto.

Igor Tuveri, Cagliaritano del 1958, in arte Igort, ha vinto un sacco di premi con il suo romanzo grafico 5 è il numero perfetto, di cui è anche editore (Coconino Press). Un romanzone! Nel quale la grafica non si limita a disegnare fatti e personaggi, ma infila qua è là elementi alieni del racconto, fuori quadro, fuori scena, eppure presentissimi e di forte impatto. Grande storia, grande caratterizzazione dei personaggi, grande intelligenza. Storie minori di personaggi minori, gregari della criminalità organizzata napoletana, pedine, eppure protagonisti di questa epopea familiare. Un risultato molto emozionante, che si complementa pefettamente con la lunga ed succosa  intervista all’autore che conclude il volumone di grande formato.

Gianni Pacinotti, in arte Gipi, è un autore famoso. Ha pubblicato vignette e strisce su Repubblica e Internazionale, ma anche diversi libri, fra i quali S.. Una storia locale eppure universale che ruota intorno a un evento preciso: il bombardamento che distrusse gran parte della zona sud-ovest della città di Pisa il 31 agosto del 1943. Si mescolano l’elemento storico rivissuto attraverso la memoria del padre, la girandola dei cambiamenti nelle relazioni umane al passare del tempo, l’intreccio sempre vivace fra il passato e il presente, i luoghi della città, del fiume, del mare. Il tutto con continui salti spazio-temporali, condito da un tenue e pur deciso disegno acquarellato  e dalla narrazione che si sovrappone all’immagine. Leggendo questo romanzo si ha come l’impressione di leggerne parecchi contemporaneamente, ed è questa forse la vera genialità di Gipi: rappresentare graficamente le sovrapposizioni della memoria. Come nella memoria si mescolano e si sovrappongono luoghi e momenti diversi, scelti volontariamente nel database del cervello, oppure dolorosamente imposti dall’inconscio, in questa storia scritta e disegnata si confondono – e si risolvono – strati e strati di informazione liberati poco a poco dal racconto di S..

Per la cronaca 1: Frederik Peeters: Pillole Blu, Kappa Edizioni, 2004. 190 pagine, 15 Euro.

Per la cronaca 2: Guy Delisle: Pyongyang, Fusi Orari, 2006. 176 pagine, 16 Euro.

Per la cronaca 3: Igort: 5 è il numero perfetto, Coconino Press, 2006. 188 pagine, 17,50 Euro.

Per la cronaca 4: Gipi: S., Coconino Press, 2006. 112 pagine, 17 Euro. Dal libro è stato tratto uno spettacolo teatreale, Essedice, messo in scena dalla Compagnia I sacchi di sabbia.

Per la cronaca 5: Il sito del disegnatore della vignetta d’apertura è qui.


Inserito da: miclischi | 19 gennaio 2010

Amore: istruzioni per l’uso

Lucía Etxebarría, scrittrice spagnola di origini basche, ha scritto raccolte di racconti, romanzi, sceneggiature, e anche un manuale fai-da-te per prevenire o risolvere disastri amorosi. Con la sua scrittura sempre piacevole e sorprendente si allontana per un momento dalla narrativa per addentrarsi in un trattatello/manuale vero e proprio. E’ un allontanamento solo apparente, tuttavia, giacché l’autrice attinge a piene mani dalla sua variegata e turbolenta vita per raccontare un’infinità di situazioni, suggerire cautele e vie d’uscita – ben bilanciandosi fra il consiglio a buon mercato della comare e la confidenza sessuale dell’amica del cuore.

Ya no sufro por amor del 2005 (pubblicato in Italia da TEA col titolo Io non soffro per amore) inizia con un piccolo test a beneficio del potenziale acquirente (uomo o donna che sia): poche domande a punteggio per capire se il libro potrà piacere, o essere utile, o se proprio non vale la pena comprarlo. Poi una semplice definizione del libro-aspirina (tale lo considera la sua autrice) e finalmente si comincia con la scrupolosa disamina delle cosiddette dinamiche della coppia, gli errori ricorrenti, i classici, i rapporti di forze, eccetera eccetera. Poi viene la parte propositiva: prima i dieci indizi che aiutano a capire quando è meglio lasciar perdere una storia e poi le dieci regole d‘oro della coppia felice. Sono posizioni molto radicali, quelle della Etxebarría, ma le sue prescrizioni (sempre che il lettore sia ben disposto ad accettare consigli) sono evidentemente derivate da esperienze personali. E sono certamente prescrizioni sagge. Per finire, qualche capitoletto su come la televisione influenza le nostre vite.

Non è la Etxebarría del vivacissimo Amor, curiosidad, prozac y dudas (e dello scoppiettante film con la splendida Pilar Punzano che ne è stato tratto), ma è pur sempre lei: una scrittura decisa e senza peli sulla lingua, un piacere letterario da ripercorrere di quando in quando.

Per la cronaca 1: Il sito web e il blog di Lucía Etxebarría sembrano non essere attivi alla data della pubblicazione di questo post. Magari poi ritornano. Casomai si può verificare qui.

Per la cronaca 2: L’autrice è stata coinvolta in parecchi casi di sospetto (o conclamato) plagio. Sulle pagine di Wikipedia a lei dedicate ci sono le cronache di questi fatti, ai quali sembra essere dedicato un risalto sorprendente.

Per la cronaca 3: Una buona notizia per quanti sono alla ricerca di libri in spagnolo. Finite le traversie (e le spese) delle librerie online in Spagna: i servizi di Hoepli.it danno accesso diretto a un’infinità di libri in spagnolo, con tempi di consegna rapidi e spese di spedizione ragionevoli.

Per la cronaca 4: Il trailer del film Amor, curiosidad, prozac y dudas è qui.

Inserito da: miclischi | 14 gennaio 2010

Soul kitchen, una favoletta stucchevole

Let me sleep all night in your soul kitchen / Warm my mind near your gentle stove… La canzone Soul kitchen era compresa nel primo album dei Doors. Era il 1966 e l’album conteneva anche due pezzi che hanno fatto storia: Light my fire e The end. Ci vuole quindi un grande coraggio a utilizzare queste sacre parole per attribuirle come titolo a un film. Grande onore quindi al coraggio del regista Fatih Akin.

Peccato però che alla fine ne risulti una favoletta sciropposa tipo cartoni animati di Walt Disney vecchia maniera. E non muore neanche la mamma di Bambi! Qualche avvisaglia di tragedia compare qualche volta promettendo qualche scossone; macché, non si fa neanche male nessuno. Infastidisce un po’, questo filone di film sugli immigrati sfigati ma geniali, che alla fine se la cavano sempre in allegria, come se in effetti i problemi veri degli immigrati non esistessero,  fino all’apoteosi del lieto fine a lume di candela…

Certo, è un filmetto divertente, da dopolavoro rilassante, ma le aspettative suscitate da un codone infinito per aggiudicarsi i biglietti e soprattutto dal Premio Speciale della Giuria a VeneziaCinema 2009 alla fine sono ampiamente deluse. Meno male che la musica che accompagna tutta la narrazione è godibilissima. Quindi, il consiglio è quello di ascoltarsi la colonna sonora (ampi stralci della quale sono ascoltabili sul sito ufficiale del film) risparmiandosi il cinema.

Inserito da: miclischi | 10 gennaio 2010

Melania Mazzucco: ritorno al passato

La poetessa Sylvia Plath ebbe vita breve e difficile. Morì suicida a 31 anni nel 1963 e la maggior parte dei suoi lavori fu pubblicata postuma. Nella raccolta The Colossus c’è la poesia Black Rook In Rainy Weather (Corvo nero in tempo piovoso) che si conclude con questi versi:  I miracoli avvengono, / se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici / scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa, / la lunga attesa dell’angelo, / di quella rara, aleatoria discesa.

Melania G. Mazzucco presenta questi versi alla fine del suo libro – per l’appunto – La lunga attesa dell’angelo. Grande, grandissima autrice di romanzoni storici ad altissimo livello di coinvolgimento del lettore nelle vicende umane e storiche, oltre che nei luoghi, nelle situazioni e anche nelle intime passioni dei suoi personaggi, la Mazzucco aveva fatto un’escursione nella contemporaneità con il suo Giorno Perfetto, da cui fu tratto anche un film decente. Ma finalmente si è rituffata nel passato, con grande gioia dei suoi appassionati lettori che amano sprofondare nei gorghi delle sue atmosfere. Melania Mazzucco ha inventato la macchina del tempo e accompagna i suoi lettori nei suoi vividissimi viaggi nel passato.

Nel romanzo La lunga attesa dell’angelo del 2008 la scrittrice ci tele-trasporta nella Venezia della seconda metà del ‘500. Ai tempi della battaglia di Lepanto e della morte di Tiziano, di Filippo secondo di Spagna e della floridissima oltre che serenissima Repubblica Veneziana. Fu anche il tempo di Jacomo Robusti, detto il Tintoretto. E i quindici capitoli del libro ripercorrono gli ultimi quindici giorni di febbre del Maestro che aspetta la morte, nella lunga attesa dell’Angelo.

Secondo la tecnica che fu cara a Dominique Fernandez nel suo Nella mano dell’Angelo (!) l’autobiografia del protagonista viene “raccontata” con fare colloquiale a una terza persona, non direttamente al lettore. Ma se nel caso del Pasolini di Fernandez il protagonista si rivolgeva a Gennarino, archetipo del giovinetto napoletano, puro folle destinatario dell’eredità del poeta massacrato all’idroscalo, il Tintoretto si rivolge direttamente a Dio per ripercorrere, in un doloroso altalenare fra i deliri febbricitanti del presente e la lucidissima memoria del passato, tutta la sua vita. Ma nel raccontare la sua vita si fa da parte, rinuncia al suo ruolo di protagonista, Jacomo Robusti, per elevare a vero fuoco dell’attenzione la figlia Marietta, lei così amata, vera ragione di vita e di orgoglio, di passione e di dolore.

Autoritratto di Marietta Robusti detta la Tintoretta, Firenze, Uffizi

Entra in scena fin da subito, Marietta, e si sovrappongono durante tutta la narrazione questi sentimenti contrastanti del vecchio genitore: la sensazione precisa della morte che si avvicina, e la presenza viva della figlia perfetta, la sola vera scintilla guizzante di vita nell’esistenza del pittore. Macché gloria, macché magnificenza delle tele dipinte in tutta Venezia, macché maestro finalmente affermato dopo la morte di Tiziano: la gioia vera, nei suoi ultimi giorni, il Tintoretto la rivive nell’amore perfetto che ha condiviso con la figlia; e la tragedia vera non la vive nella propria morte, bensì nella morte prematura di Marietta, vissuta e rivissuta ancora come una tortura infinita.

Non è un libro triste, questo. La bellezza della narrazione e della parola, questi periodi che scorrono via fluidi come cascatelle d’acqua fresca, prevalgono sull’atmosfera di morte che pur pervade tutta la storia. Così come i miasmi della fradicia Venezia e degli spurghi delle fogne che avvelenano la laguna non riescono a turbare le limpide ed odorose immagini dell’amore condiviso con Marietta.

Una ragazzetta che si veste da uomo, che lavora come garzone del pittore, che sfida le convenzioni sociali, che lotta per la propria indipendenza e per l’affermazione delle proprie aspirazioni. Eccolo qui, il vero personaggio mazzucchiano.

Non si può non pensare a Dominique Fernandez, leggendo la Mazzucco; mutatis mutandis, entrambi gli autori hanno la straordinaria capacità di evocare le vicende umane e personali nei contesti storici e geografici più disparati. E come Fernandez ha esplorato l’arte nelle sue più varie espressioni, come elemento intorno al quale scorrono le storie dei suoi personaggi, così ha fatto la Mazzucco. Anche lei ci ha resuscitato nei suoi romanzi atmosfere passate che ruotano intorno all’arte e all’iconografia: inzia Il bacio della Medusa con la fotografia, ripercorre sempre la letteratura, accarezza l’arte figurativa di Baltus e del Tintoretto, esplora le testimonianze giornalistiche e di viaggio di Lei così amata, addirittura il mondo del graffito urbano nel Giorno perfetto…  Verrà forse un giorno in cui il teletrasporto ci porterà in una sala da concerto o nel coro di una chiesa, nella famiglia di un musicista o di un costruttore di strumenti musicali? Come nel Tribunale d’onore di Fernandez, dove si ripercorrono con stile cronistico gli ultimi giorni di vita di Ciaikovski, la prima esecuzione della sesta sinfonia e la condanna a morte del musicista. Gli ammiratori della Mazzucco aspettano pazientemente, non importa se si tratterà di una lunga attesa.

Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell’angelo. Rizzoli, 2008. Pagine 420, Euro 21,50.

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