Un apparecchio per uso militare e spionistico oppure per caccia fotografica, foto naturalistica, o simili? Come giustamente sottolinea Alfred’s Camera page, non si direbbe proprio che questo ingombrante e pesante apparecchio possa definirsi come una spy camera, per quell’uso c’erano (ai tempi della guerra fredda) le macchine a microfilm, o anche qualsiasi copia sovietica della Leica avrebbe di sicuro dato meno nell’occhio.
Eppure questo apparecchio dall’apparenza guerresca (con la sua valigetta di pesantissimo metallo perfino dotata di cinghie per usarla a mo’ di zaino…) pare sia stato concepito proprio per uso militare (fin dalla sua prima versione prodotta a cavallo degli anni ’30 e ’40 del ’900). Oltretutto, secondo quanto raccontato da questo sito sulle macchine fotografiche sovietiche, pare che uno dei più appassionati utenti di questo fotofucile fosse Nikita Kruschev.
Comunque, questa valigetta contenente l’ultimo modello (il Fotosnaiper FS-12, che fu prodotto dal 1982 al 1990) fu recuperata sotto la pioggia invernale del mercatino delle pulci di Bruxelles, e dopo un paio di riparazioncelle per rimettere in sesto un paio di rotture, è stato possibile farci un giro e scattare un rullo di prova.
Prima bisogna familiarizzarsi con il contenuto della famosa valigetta. Tutto il materiale è saldamente solidale con la valigetta stessa, fissato tramite appositi inserti filettati. Nel vano principale ci sono il corpo macchina (Zenit 12S) con il teleobiettivo e il paraluce, oltre al meccanismo da applicare sotto a macchina e obiettivo per azionare il grilletto e infine il supporto da appoggiare alla spalla. Nel tappo sono alloggiati un obiettivo normale Helios-44 58mm f.2 con innesto a vite 42 mm, 4 filtri, i tappi anteriore e posteriore per gli obiettivi, due cartucce per caricare la pellicola (rotolini) e due cacciaviti.
L’obiettivo del fotofucile è un Tair-3S 300mm f/4.5 ed è dotato di un meccanismo per impostare il diaframma su “tutta apertura” per la messa a fuoco. Poi si potrà impostare il diaframma sull’apertura desiderata e al momento dello scatto si sentiranno due “click”: il primo per la chiusura del diaframma e il secondo per lo scatto dell’otturatore. Questo avviene grazie a un sistema a bilancino sotto all’obiettivo che viene azionato appunto dallo scatto a grilletto.
Aprire la valigetta ed estrarre i componenti per assemblare il fotofucile provoca un effetto di déja-vu: quante volte si saranno viste nei film e telefilm americani scene in cui il serial killer o il tiratore scelto prepara la sua arma sul tetto di un qualche grattacielo? Decisamente, come suggerisce qualche commentatore sul web, un’operazione da non svolgere in prossimità di installazioni militari o “obiettivi sensibili”! Meglio montare il tutto in disparte, prima di presentarsi in pubblico con un qualcosa che, tutto sommato, è abbastanza facilmente identificabile come una macchina fotografica e non come un’arma.
Una volta superato l’ostacolo del peso (con le macchine sovietiche il peso è sempre imponente, questione di “industria pesante”…), questo apparecchio gigantesco risulta tutto sommato di ergonomia accettabile. In particolare, risulta molto comoda la manopolona della messa a fuoco che si trova sotto al’obiettivo (è la ghiera zigrinata di alluminio chiaro che si vede nelle foto qui sopra e qui sotto), nella posizione in cui naturalmente va a posizionarsi la mano sinistra per sorreggere il grande pese (a proposito, non è previsto l’uso di cavalletto, questa macchina nasce per il “tiro a volo”).
L’immagine è molto nitida nel mirino, e ci si abitua fin da subito al “doppio scatto”. L’esposimetro TTL di questo apparecchio funziona quando gli pare, quindi è stata usata una stima “a occhio” dell’esposizione. Ma con un rullo di Kodak TRI-X 400 (Sviluppato in Microphen stock) e il filtro arancio si sono ottenuti dei risultati accettabili, nonostante la luce bastarda di un pomeriggio di foschia.

Quando si fa un rullo di prova, alla fine c’è sempre uno scatto che è quello preferito dal fotografo. Ecco, è questo.
La resa delle foto è più che accettabile, anche se alcuni commentatori sul web sottolineano che questa ottica di 300 mm presumibilmente è stata concepita per la foto in Bianco e Nero (nella quale da il meglio di sé), mentre negli scatti a colori vengono osservate alcune aberrazioni cromatiche. I migliori risultati del primo rullo di prova si sono ottenuti con foto scattate a soggetti lontani ma non all’infinito, presumibilmente anche per via della luciaccia fioca.
Resta da domandarsi: perché sobbarcarsi il cospicuo peso e ingombro di questo ambaradan per raggiungere dei risultati probabilmente poco competitivi rispetto a quelli quelli ottenibili da una moderna bridge con tele 18x? Ma questa domanda può porsela solo chi non ama assaporare la manualità di un apparecchio così complesso, chi non ha la passione per la pellicola e lo sviluppo, chi non sente la gioia di far scattare (rumorosamente!) una macchina fotografica che languiva sotto la pioggia in Place du jeu de Balle… Senza contare che una moderna bridge digitale, probabilmente, non sarebbe impregnata di quel penetrantissimo odore di lubrificante che permea tutto l’apparecchio, e che lascia nelle mani un alone persistente per qualche qualche ora dopo aver manipolato il Fotosnaiper. Che sia grasso da carri armati?
Per la cronaca 1: Il manuale per il fotosnaiper si trova qui.
Per la cronaca 2: Una panoramica sulle varie versioni di questo fotofucile si trova qui.
Per la cronaca 3: Ulteriori scatti del rullo di prova si trovano qui.






































