Pubblicato da: miclischi | 26 gennaio 2012

Malvaldi # 4:Come ci si sta bene al bar Lume!

Uscito in gennaio 2012

Malidetto il Malvaldi e malidetti i su’ libri con gli omìni del Bar Lume!

Se un onest’uomo, alla fine di una lunga e faticosa giornata di lavoro, dopo aver cenato e dopo essersi rincitrullito il giusto alla tv, anela al meritato riposo e a un lungo sonno ristoratore, non dovrebbe prendere in mano, così, tanto per sfogliarlo un po’, l’ultimo libro di Marco Malvaldi, La  carta più alta.

Perché se poi la mattina dopo, invece di sentirsi fresco e riposato, deve subito confrontarsi con delle pesche all’occhi che lo guardano dallo specchio sconsolate, per poi avviarsi sul cammino di uffici comunali ad altissimo tasso di burocrazia e assurdità, e poi all’ospedale per l’analisi, e poi in ufficio (via via tocca anche lavorà) e poi a sudare un po’ all’ora di pranzo in ameni esercizi ginnici,  poi di nuovo in ufficio, e in fine in piscina; ecco, all’inizio di quella mattina dopo l’onest’uomo non può fare a meno di pensare malidetto il Malvaldi e malidetti i su’ libri…

Finalmente si torna ai fasti del Bar Lume e ai suoi splendidi omìni. Finalmente torna la pupporona Tiziana. Finalmente tornano i casi criminali nei quali si trova immancabilmente coinvolto il barrista Massimo. Ma, soprattutto, torna finalmente la prosa freschissima e scoppiettante del Malvaldi, una scrittura dalla quale non ci si stacca volentieri; e così va a finire che si continua a leggere invece di dormire.

Dopo il gustoso intermezzo giallo-storico-culinario di Odore di chiuso e il tentativo para-guidaturistico di Scacco alla torre, si torna alla vena infallibile del giallista del litorale pisano. Che non delude, anzi.

L’autore sciorina a beneficio dei suoi lettori nuovi scenari, nuove ambientazioni, piacevoli ritorni (la pupporona!) e anche una new entry di peso: il primario di ortopedia. Ci sono poi, come di consueto, le gustose divagazioni, come quella sulla compilazione del curriculum, quella sugli esercizi di fisioterapia, oltre agli amati inserti sulle proprietà chimiche degli elementi.

E, naturalmente, il Malvaldi ci presenta anche un nuovo gioco: dopo La briscola in cinque , Il gioco delle tre carte e il biliardo (Il re de giochi) ecco adesso il gioco forse più semplice ma crudele al tempo stesso: La carta più alta.  Un gioco che è anche parabola filosofica dell’effimero e del precario.

Bentornato, Massimo; bentornati, strepitosi anziani del Bar Lume; bentornate, ambientazioni litoranee pisane… ma, soprattutto, bentornato Malvaldi.

Marco Malvaldi: La carta più alta. Sellerio Editore Palermo, 2012. 208 pagine, 13 Euro. QUI la pagine web dell’editore Sellerio dedicata alla trilogia che raccoglie i primi tre romanzi del Bal Lume. Infondo a lla pagina ci sono i link a tutti i romanzi malvaldiani

 

Manifesto di Leonetto Cappiello

Per la cronaca 1: Dalla narrazione artusiana del precedente romanzo Sellerio, rimane una piccola briciola culinaria. Piccola ma potentissima, anzi, irresistibile: la Tilde con la sua meglio ricetta per li zucchini.

Per la cronaca 2: L’ospedale cittadino più volte citato nel romanzo si chiama Santa Bona. Ora, siccome l’ospedale di Pisa nella realtà si chiama Santa Chiara, con tutto il rispetto per la patrona delle Hostess, ci sarebbe da scommettere che il Malvaldi abbia avuto, in chissà quale passato, una compagna di scuola di nome Chiara, alla quale ha voluto signorilmente rendere omaggio nei suoi scritti.

Per la cronaca 3: L’Arlecchino in copertina è opera di Leonetto Cappiello, artista livornese attivo nel campo della grafica pubblicitaria soprattutto in Francia all’inizio del Novecento. Le pagine a lui dedicate dai familiari (in francese) presentano un panorama impressionante di manifesti pubblicitari, alcuni dei quali sono stati ripescati dal passato per campagne odierne.

Pubblicato da: miclischi | 22 gennaio 2012

Piccola Corazzata Werra

Senza fronzoli

Ci sono macchine fotografiche di cui uno ignora l’esistenza. Poi uno le scopre, ne vede delle foto, ne legge notizie e specifiche. Finché il desiderio di scattarci qualche immagine diventa quasi una smania. E infine, grazie a Ebay si riesce magari anche a concludere un piccolo affare. E’ stato questo il caso della Werra prodotta dalla Carl Zeiss Jena.

Macchina “corazzata”, nel senso solidamente costruita e senza alcuna sporgenza, tranne a malapena lo scatto, e tutti i comandi riportati sul barilotto dell’obiettivo e sull’obiettivo stesso. Un copri-obiettivo che pare davvero una corazza… insomma tante le particolarità che distinguono nettamente questa macchina dalle altre. Ma più di tutte, davvero, affascina la manovra necessaria per il trascinamento e la ricarica dell’otturatore: in pratica invece della solita leva o della rotellina sulla parte superiore del corpo-macchina, qui si deve ruotare la base dell’obiettivo (infatti è opportunamente rivestita di leatherette antisdrucciolo).

Parte superiore: c'è solo lo scatto

La storia della Werra e della scissione deglli stabilimenti Zeiss dopo la seconda guerra mondiale (parte rimasero all’Est, parte all’Ovest) è ben raccontata in questo sito belga (in francese). In pratica si narra che i tenici della Zeiss trapiantati in Russia per dare avvio all’industria fotografica sovietica (da cui per esempio la Kiev e la Moskva), furono poi rimpatriati, e lì misero a punto l’essenziale Werra. A partire dal 1955 e fino al 1968 ne furono realizzati più di mezzo milione di esemplari, in varie versioni e modelli, anche con esposimetro, fra i quali anche uno con ottiche intercambiabili.

Sotto al corpo macchina: l'inserto per il cavalletto, il contapose, il pulsante di sblocco e la rotella per riavvolgere.

Ma la Werra qui presentata è proprio quella primitiva, senza orpelli e soprattutto geniale nel coniugare essenzialità, robustezza e qualità.

Una volta protetto l’obiettivo col suo cappuccio, non rimane quasi niente da vedere. Tranne lo scatto ed alcuni dispositivi sotto al corpo macchina, tutto il resto è ben protetto sotto la corazza. Una volta svitato il tappo, ci si accorge che di tappi ce ne sono in effetti due: occorre svitare il piccolo frontalino circolare per poter riavvitare il cappuccio alla rovescia, trasformandolo in un formidabile paraluce.

Il monoblocco si fa in tre

Poi, sull’obiettivo stesso, ci sono i comandi. La messa a fuoco viene fatta impostando la distanza sull’obiettivo (nel primo modello non c’era il telemetro). E qui si scopre subito quella che è forse l’unica malfunzionalità di questo apparecchio: ruotando la ghiera della messa a fuoco si ruota di conseguenza anche la ghiera dei diaframmi, e quindi allontanandosi dall’infinito (distanza minima: 90 cm) bisogna andare a rincorrerli nella parte inferiore dell’obiettivo. Poco male, è un po’ scomodo ma ci si abitua dopo pochi scatti.

La Werra in ghingheri con il paraluce

Ci sono poi i tempi di otturazione : si tratta di un obiettivo Tessar 50 mm con apertura 2.8 (e fino a 16 soltanto). L’otturatore Compur (anche se questo apparecchio non riporta la canonica scritta) si comanda muovendo due pippolini al lati dell’obiettivo, i quali fanno ruotare tutto il cilindro e conseguentemente l’indice leggibile in posizione centrale. I tempi disponibili: da 1 sec a 1/125 più B. Come si è detto, la peculiarità di questa macchina è la leva di trascinamento. Che infatti non c’è. La base dell’obiettivo, nettamente più larga dell’obiettivo stesso, offre un’ottima presa, e già dopo pochi scatti ci si abitua a questa novità del girare l’obiettivo per ricaricare.

Passeggiata di fineanno

La prova pratica: un vero piacere. Un rullo di Ilford Delta 100 se n’è andato felicemente nel corso di una passeggiatina sul lungomare alla fine dell’anno. La qualità ottica è confermata, ed anche la maneggevolezza d’uso (unica pecca: i diaframmi ruotanti e la limitata chiusura massima, solo fino a f/16).

La foto qui presentate (ed altre visibili su questo album web) sono state scattate con Ilford Delta 100 sviluppato con ID11 Stock; lo scanner è un Epson Perfection V600 Photo.

Calcetto: pausa invernale

Un tombino sul lungomare

Ultimi scatti a casa, per finire il rullino

 

 

Pubblicato da: miclischi | 19 gennaio 2012

La Bohème del 15 gennaio a Pisa

All'origine fu Henri Murger

Rieccola, la Bohème a Pisa. Un classicone nelle stagioni liriche del Verdi (un cartellone, del resto, questo del 2011-12, pieno zeppo di classici dei classici: Cavalleria-Pagliacci, Rigoletto, Buttlerfly… strano non sia stato messo in programma anche un Mefistofele…).

Domanda: si può rimanere soddisfatti di una serata all’Opera anche se i cantanti non entusiasmano, se i loro attacchi sovente vacillano, se le voci non hanno a tratti la possanza necessaria… Insomma: può piacere un’opera in cui l’elemento che solitamente si considera il principale – le voci dei cantanti – non soddisfa più di tanto? La risposta, per questa Bohème del 15 gennaio 2012, è: certamente sì.

Si sente già da subito, nello scoppiettante e poliedrico primo quadro, che l’orchestra, sotto la guida del Maestro Francesco Bonnin, produce un sound di grande colore e calore (uno degli elementi più apprezzati della serata); poi le scene di Italo Grassi, gustosamente classiche e arditamente moderne; infine la regia di Marco Gandini: fedele ma con un pizzico essenziale di inventiva. Prorio nel primo quadro si annunciano le carenze canore; ma pazienza. Quel che prevale, in questo allestimento, è il riuscitissimo amalgama di tutte le componenti. E il caleidoscopico mutar di situazioni in cui questo quadro presenta innumerevoli varianti operistiche riesce benissimo. C’è il duettare tenore-baritono; poi il quartetto maschile; l’inserto col bassocomico; infine l’amoroso duettare fra tenore e soprano. Con i finali acuti fuori scena tutto sommato passabili.

Secondo quadro: davanti a Momus

Stupisce all’inizio il secondo quadro. Ma come: e la piazzetta del Café Momus? Una scelta molto azzeccata ci fa vedere Parigi, o meglio il Quartiere Latino, in una sua più tipica angolazione: una viuzza stretta nella quale i passanti si affollano e quasi fanno fatica a passare. E la festosa moltitudine natalizia che si assiepa nell’esiguo spazio fra i negozi e il proscenio si immagina abbia davvero un gran daffare a districarsi in quell’imbroglio di corpi e di voci. Ma l’effetto scenico è straordinario. Così come l’aprirsi delle vetrate del Café Momus in uno scorrer di pannelli e sgusciare di scene. Il coacervo pazzesco di voci, scene, situazioni, caratterizzazioni, riesce benissimo in questo secondo quadro (con entrambi i cori all’altezza della situazione); e poi compare finalmente Musetta, amatissima dal pubblico pisano.

Il terzo quadro, con la sua neve di carta che lentamente scende in scena, è quello lento, interlocutorio e filosofico. Qui si sviscerano e si squadernano le scelte di vita – radicalmente diverse – delle due coppie di giovani amanti: Rodolfo e Mimì mortalmente condannati al triste patimento senza esito; Marcello e Musetta trascinati nella turbolenta gioiosità – e tormento –  della loro giocosa passione “lieve”. E qui cominciano a scorgersi in platea i primi sussulti si spalle e i primi passaggi di fazzolettini di carta (opportunamente forniti in gran quantità prima dello spettacolo dagli ausiliari parcheggiatori senegalesi nelle vie del centro). Del resto, come resistere a quello straziante e definitivo ..,. la povera piccina è condannata?

Ultimo quadro: la tragedia

Si torna nella soffitta degli artisti, nell’ultimo quadro. La scena, dal disordine creativo del primo quadro, si è trasformata nel gelido e scarno vano spoglio in cui il poeta e il pittore condividono i propri vuoti artistici e affettivi. Poi succede tutto in un precipitare di situazioni verso l’inevitabile tragedia. Ecco, in questo sconsolato epilogo, una nota di merito va alla regia molto attenta a sottolineare le dinamiche di gruppo dei quattro giovani scapestrati ragazzi. Non è solo una questione di veder svanire nel nulla le effusioni di Rodolfo e della morente Mimì: gli amici di Rodolfo in questo allestimento si mostrano davvero amici, partecipi, straziati come se non più del fraterno poeta. Questo quarto quadro, nonostante le due hit di Colline e Mimì non siano particolarmente convincenti, riesce comunque nell’insieme a reggere benissimo.

Prova ne sia la grande commozione che pervade tutto il pubblico. E qui davvero si intensificano i passaggi di fazzoletti per asciugare le copiose lagrime che la vicenda esige. Dice la signora della fila davanti: lo saprò come va a finire? Eppure se la rivedessi domani ci ripiangerei…

L’applausometro finale, generalmente più fioco che in altre rappresentazioni, premia senza esitazione Mimì (la giovane siciliana Jessica Nuccio). Secondi a parimerito, Marcello (Sergio Vitale)  e Musetta (la polacca Ewa Majcherczyk). Per gli altri solo applausi piuttosto tiepidi. Trionfo invece per il direttore e per  l’Orchestra della Toscana.

Abène la Bohème al Verdi. Come ci si patisce… e come ci si piange volentieri…

Pubblicato da: miclischi | 12 gennaio 2012

Viviani secondo Barsantini: bambini battono adulti uno a zero

Testimonianze su Viviani

Dopo il librino sulla marinesità dei marinesi (nel senso di Marina di Pisa, se ne era ragionato qui), Cristina (Titti) Barsantini torna a parlare del paesino sul litorale pisano partendo da un’altra angolazione: quella del suo intimo e personale relazionarsi all’arte grafica di Giuseppe Viviani (sì, quello del controverso spiazzo sterposo – il Paduletto – a lui intitolato). E’ il libro Giuseppe Viviani – dagli occhi al cuore pubblicato alla fine del 2011 da ETS.

Dopo un’introduzione in cui l’autrice spiega i suoi intenti e il suo approccio molto personale, si comincia con le cose serie: la riproduzione di alcune, straordinarie opere di Viviani e, soprattutto, le testimonianze di come alcuni bambini delle scuole elementari hanno tradotto in poche scarne parole le emozioni suscitate dalla visione dei quadri.

E qui ci sono proprio delle perle di vera saggezza, dei distillati di emozione pura, non mediati dalla verbosità degli adulti, né dagli estetismi del linguaggio. I bambini, è naturale, sono colpiti soprattutto dai cagnoni tristi del Viviani, ma fra le parole più intense ci sono quelle dedicate alle persone e agli oggetti: il gelataio (un pover’uomo); il ciclista (disperato, va in bici perché non sa come levarsi dalla testa i pensieri che lo angosciano); il caterattaio (L’uomo con le mani grandi / voglia di abbracciare / ma non si sa chi); la bicicletta ( … si accorse che la bicicletta gli sorrideva – in bici si vede il mondo in movimento).

Il ciclista del 1955

Si continua poi con i ragazzi delle scuole medie e poi con i dotti liceali del Classico Galilei. Con l’aumentare dell’età, fatalmente, diminuisce la freschezza, aumentano le costruzioni intellettuali, si appanna la magia vivianiana (con tutto il rispetto per le luminose intuizioni di alcuni liceali). A corredo delle testimonianze dei bambini ci sono anche alcune riproduzioni di disegni, libere e gustose reinterpretazioni dei temi e dei tratti del Viviani.

Infine gli adulti. A partire dal Sindaco, e poi giù giù con le testimonianze di chi ha conosciuto l’artista, vecchi amici, parenti, artisti, tutti intervistati dalla Barsantini, con lo stile cui già ci aveva abituato nel suo Marina nell’anima. Per chiudere, una testimonianza di Plinio Bianchi corredata dalla trascrizione di alcuni suoi articoli di giornale. Tutti elementi utili per contribuire alla ricostruzione della vita e dell’arte del personaggio Viviani.

Il caterattaio del 1962

Alla fine del libro, subito prima di una straordinaria antologia di riproduzioni di Viviani, la chiusa dell’autrice: un’analisi delle parole ricorrenti usate dalle persone coinvolte, un tentativo di ricondurre l’arte vivianiana, così come filtrata dalle esternazioni degli intervistati, a una serie di parole-chiave che tutto riassumano ed esemplifichino.

Ecco, in questa parte il libro perde un po’ il suo punto di forza di lavoro fresco e godibile (le testimonianze delle emozioni suscitate dai quadri del Viviani), e si addentra nel terreno minato delle deduzioni e controdeduzioni. Se pure con il lodevole intento di far conoscere e riconoscere il patrimonio artistico che l’incisore marinese ci ha lasciato, questa è forse la parte del libro meno godibile.

Meno male ci sono i bambini e le loro parole non-mediate!

Cristina Barsantini: Giuseppe Viviani – dagli occhi al cuore. Edizioni ETS 2011. 164 pagine con illustrazioni. 15 Euro.

La bicicletta del 1961

Pubblicato da: miclischi | 5 gennaio 2012

Edgar senza crema

Di Caprio ci fa la sua figura

Clint Eastwood. Smessi i panni del pistolero laconico ed eclettico dei tempi di Sergio Leone, sono ormai parecchi anni che gira film di qualità, con attori importanti, con messaggi importanti. Come se nella vecchiezza sentisse l’impulso irrefrenabile di fissare sulla pellicola fatti, personaggi, opinioni, prima che vadano persi con l’avvicendamento generazionale. Perché il vecchio Clint, tutto sommato, risulta essere abbastanza anticonformista, nel panorama culturale e cinematografico statunitense. Ben vengano quindi le sue idee, le sue puntualizzazioni, le sue belle immagini.

Ma due ore e un quarto su J. Edgar Hoover, il poliziotto che creò quasi dal nulla l’effe-briài negli anni ’20 del novecento, e ne rimase alla guida per cinquant’anni… bè, forse alla fine risultano in un polpettone che fa sembrare scomoda anche la poltrona di cinema più confortevole che si possa immaginare. Specialmentte se da una poltrona dietro proviene persistentemente l’inconfondibile suono di uomo-che-russa.

J. Edgar Hoover

Bravi Leonardo di Caprio, Armie Hammer e Naomi Watts. Bravi soprattutto i loro parrucchieri (un po’ meno i truccatori, ma intavolare realisticamente un invecchiamento di cinquant’anni forse era oltre le loro possibilità). Bellissima fotografia, molto improntata al chiaroscuro estremo, con i visi drammaticamente tagliati dalle ombre. Grande profusione di luccicanti macchine d’epoca stile Dick Tracy. Un po’ troppe le scene in notturno urbano (vogliono fare i film di notte e non gli riesce). Ma insomma bravo anche il vecchio Clint, che evidentemente, “ci sa andare”. Però, alla fine, non si scappa alle proverbiali due palle come due caciocavalli.

Clint Eastwood, 82 anni

Giovane poliziotto soffocato da madre possessiva e ossessionato dai comunisti bolscevlichi (dopo tutto la rivoluzione russa è solo di un paio d’anni prima) fa il diavolo a quattro finché non convince i suoi superiori a mettere in piedi un’agenzia investigativa federale (quel che poi sarà l’FBI). Riversa le proprie frustrazioni personali (il soffocamento della sua personalità causato dalla madre, l’omosessualità inconfessabile, l’incapacità a relazionarsi con le donne) nella parossistica lotta contro i “nemici della patria”, nell’ossessione di non potersi mai fidare di nessuno.

Quasi ridicolizzato da Clint Eastwood nelle sue perentorie citazioni d’epoca contro comunisti, radicali, negri, e oppositori di ogni genere, recupera un barlume di umanità solo in vecchiaia, nel rapporto con l’amato collaboratore, nel delicato asettico relazionarsi con la propria segretaria di una vita.

E’ vero, l’impostazione data da Hoover all’FBI sarà quella dell’america autoritaria, dei segreti, delle intercettazioni compromettenti. Da quel germe di servizio investigativo federale si svilupperà il verme dell’intolleranza e della prevaricazione del potere. Ha quindi una sua valenza di ricostruzione storica di fatti che hanno contribuito a creare gli Stati Uniti del XXI secolo, il lavoro di Clint Eastwood; e l’angolazione da lui scelta, quella del personaggio pubblico visto attraverso la sua vita familiare e intima, tradisce un tocco di estrema delicatezza (la recensione di David Denby sul New Yorker definisce il film the portrait of a soul). Però…

Forse cinquant’anni di vicende storiche degli Stati Uniti indissolubilmente legate alle vicende di J. Edgar Hoover suscitano più frizzori dall’altra parte dell’Oceano. Da questa parte c’è forse un altro Edgar destinato a rimanere piacevolmente nella memoria collettiva: è quello della celebre crema di crema alla Edgar.

Indimenticabile Edgar

Pubblicato da: miclischi | 3 gennaio 2012

La scrittura musicale di Pablo Lentini Riva: lugubre bellezza

I racconti del 2011

I cinque racconti di Pablo Lentini Riva pubblicati nel 2011 nella raccolta Qui si dice che fu per amore ruotano tutti attorno alla musica, e alle curiose modalità nelle quali la musica si insinua fra le vite delle persone, nei luoghi, nelle situazioni. Grazie, si dirà: prima che essere uno scrittore Lentini Riva è un musicista. Ma il fatto di essere un interprete non basterebbe a giustificare questa scrittura della musica così partecipata. Musica che, se pure nella sua radicalizzata importanza, non sempre è portatrice di gioia o di serenità. Anzi.

In questa raccolta di racconti prevale l’ambientazione funebre, tragica, lugubre, in paesaggi umidi o desolati,  periferie sciagattate, strade fangose, nebbie, insomma angoscie a profusione.

Chi si aspettava una rinascita dopo le confessioni di un anziano disilluso (il suo precedente Notturno per violoncello solo - se ne era ragionato tempo fa  qui) dovrà ancora aspettare. Qui siamo ancora parecchio lontani dalla serenità.

Le parole seguenti compaiono, una per racconto, in ognuno dei primi paragrafi: desolazione; pericolante; spettrale; macerie; cattivo umore. E questi incipit mantengono le loro promesse, fortunatamente versando sul lettore con grazia e cautela – la scrittura è di grande qualità – queste fradice angosce.

I sottotitoli, come si ebbe ad osservare in passato, non sono tanto la specialità della casa editrice Ellin Selae; ma in questo caso il sottotitolo ci dà delle indicazioni (o per lo meno degli indizi) su quel che ci aspetta: la musica e il silenzio in cinque racconti ispirati a Orfeo. Detto in altre parole: musica e morte.

Fotografia di Veronica Mecchia

Si comincia con l’incubo ricorrente della propria morte prima dell’inizio di un concerto (con ambientazione didascalica in castello nebbioso); si continua con una location apparentemente più luminosa - siamo in un’isola greca -; e questo racconto pare quasi una rilettura in chiave etero e musicale dello splendido The touching of wood di Ali Smith - ma stavolta i paesaggi lugubri sono all’interno delle persone e della relazione di coppia; ritorna poi il tema della morte del musicista (stavolta per suicidio); si continua infine con altre due storie di morte. Drammaticissime, più estese delle precedenti, nelle quali l’autore riesce a fondere con maestria la coesistenza, non sempre facile, della musica, della sua potenza e della sua bellezza, con storie di angoscia, miseria, disperazione morte.

Non si esce angosciati, o tristi, o delusi, da questa lettura. Se ne esce anzi fortificati, se possibile confortati. Perché sull’ambientazione lugubre delle storie prevale la bellezza della scrittura. Rimane casomai una sgradevole sensazione: che questo arricchimento del lettore si verifichi a scapito delle energie creative e narrative dell’autore. Che nello scrivere dei suoi personaggi disperati, ma anche delle proprie angosce e lutti personali, si intristisca lui, davvero sempre più. Ed è per questo che permane l’attesa e la fiducia che un giorno, speriamo non troppo lontano, Pablo Lentini Riva possa sorprendere i suoi lettori con un prorompente Allegro con brio.

Pablo Lentini Riva: Qui si dice che fu per amore. La musica e il silenzio in cinque racconti ispirati a Orfeo. Ellin Selae, 2011. 128 pagine, 12 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 31 dicembre 2011

A tutto orizzonte

Una Horizon moderna

All’inizio era, fino al 1973, con la T in fondo e in caratteri cirillici (Горизонт); poi si è occidentalizzata e plastificata, diventando Horizon.

La famosa macchina fotografica sovietica con obiettivo rotante è sempre stata un mito.  Uno dei gioielli di cui l’industria fotografica sovietica andava giustamente fiera. Addirittura, tanto era considerata una macchina “speciale”, negli anni ’80 il fotografo subacqueo Enrico Cappelletti presentò con grande scalpore un reportage su una rivista subacquea con la prima immagine sottomarina a 360°, composta con foto scattate  con una Horizont da lui stesso scafandrata…

In verticale

Allora, la Horizon(t) è una macchina concepita per scattare foto panoramiche, con un angolo di ripresa di 120°; ma a differenza di altri apparecchi, in questo caso l’effetto panoramico non viene ottenuto solo grazie alle caratteristiche della lente, ma anche in virtù del fatto che quando si preme il bottone di scatto tutto il corpo-obiettivo ruota, proprio per “abbracciare” col suo sguardo tutto il campo inquadrato. Infatti a cose normali l’obiettivo non si vede, ma appare attraverso una feritoia ruotante quando si scatta, con grande sorpresa di chi viene fotografato.

E’ un apparecchio tutto da esplorare, spinge alla sperimentazione e naturalmente alla realizzazione di scatti non solo panoramici (nel senso del panorama) ma anche di riprese ravvicinate. Studiandosi a modo il manualetto di istruzioni (alquanto laconico) si scoprono le profondità di campo corrispondenti ai vari diaframmi, e quindi ci si può regolare di conseguenza. Insomma uno spasso.

E per le foto panoramiche e per tenere dritto l’orizzonte? No problem: c’è una livella circolare incastonata nella macchina fotografica e visibile sia dall’alto (per foto con cavalletto) che dal mirino. Il quale mirino inquadra un’area abbastanza veritiera, ma essendo piazzato sopra all’apparecchio può causare problemi di parallasse in foto ravvicinate.

Un panorama classico

Il kit comprende anche una curiosa impugnatura da avvitare lateralmente sotto all’apparecchio, e per favorire la dubbia ergonomia e la messa a punto dell’inquadratura. Ci sono anche tre filtri, ma le istruzioni per applicarli sulla lente all’interno del cilindro rotante sono abbastanza nebbiose, quindi sarà necessario fare qualche approfondimento prima di lanciarsi in questa operazione che si annuncia tutt’altro che facile.

Le foto qui presentate (ed anche quelle raccolte nel primo album web di foto scattate con la Horizon S3 Pro) sono scansioni (Epson perfection V600 Photo) di pellicola Foma 400 e Ilford Delta 100 sviluppate entrambe con Fomadon R09 in diluizione 1+25.

Un fabbricato basso e largo invita ad avvicinarsi per abbbracciarlo tutto con la Horizon

 

Pubblicato da: miclischi | 29 dicembre 2011

Racconti africani o universali?

L'edizione italiana

Siamo franchi: il libro fu acquistato in primis per la bellezza della copertina (la stessa impostazione grafica caratterizza tutti i volumi della collana Bazar) e in secundis per un’efficacemente formulata nota in risvolto. Quindi, in entrambi i casi, complimenti alla casa editrice romana 66thand2nd per l’efficacia dei suoi comunicatori.

Se poi dalla lettura risulta un libro godibilissimo, il plauso agli editori che hanno portato in Italia questo autore (Ghanese che risiede a Brooklin) diventa davvero un convintissimo battimani.

Il profeta di Zongo Street è uno dei dieci racconti della racccolta di Mohammed Naseehu Ali. La prima e l’ultima delle storie del libro raccontano il raccontare. Ripropongono il tema classicamente africano del raccontatore e del piccolo grande pubblico di ascoltatori. Ma questi raccontatori africani non raccolgono la loro audience sotto all’albero di mango nello spiazzetto sabbioso in mezzo al villaggio: sono raccontatori urbani. Il loro villaggio si chiama Zongo Street, strada-quartiere immaginario della verissima  città di Kumasi, la seconda del Ghana dopo Accra.

L'edizione americana

In questo omaggio al racconto e al raccontare, l’autore gradualmente trasporta il lettore nell’universo magico e favolistico del del raccontar storie. Storie popolate di persone, uomini, donne, bambini, sortilegi e rituali, religioni, relazioni familiari oppure occasionali, incontri per strada o dentro le gabbie precostituite delle famiglie, il sesso e i suoi tabù…

A prescindere da dove si svolgono le vicende, le storie sono storie, basta raccontarle, sembra dire l’autore, ed è forse proprio per questo che le poche incursioni narrative che si spostano dal Ghana fino a New York sembrano del tutto naturali, non appaiono come stonature, casomai come approfondimenti.

Non mi fregheranno più! Si impicchino pure, se non gli piace come vivo!, disse a se stesso nel momento in cui veglia e sonno uniscono le loro strade nell’incessante sforzo di portare quiete nel cuore pulsante dell’uomo.

Mohammed Naseehu Ali: Il profeta di Zongo Street, traduzioni di Massimo Bocchiola, Leonardo G. Luccone,  Sergio Claudio Perroni, Marco Rossari. Edizioni 66thand2nd, Roma, 2009. 216 pagine, 16 Euro.

Per la cronaca 1: La popolarità dell’autore ghanese iniziò con la pubbliccazione del suo racconto Mallam Sile (una delle storie raccolte in questo libro) sulla rivista The New Yorker.

Per la cronaca 2: La recensione pubblicata dal New Yorker di questa raccolta si trova qui.

Per la cronaca 3: La versine originale del libro, pubblicata negli Stati Uniti nel 2006, si può ordinare qui.

Per la cronaca 4: Per un estratto video di un intensissimo reading del racconto  Il reparto maledetto, fatto da Mohammed Naseehu Ali stesso a New York, qui c’è il link a youtube.

Per la cronaca 5: Un breve racconto di Mohammed Naseehu Ali pubblicato sul New Yorker illustra in modo molto efficacie – naturalmente raccontando una storia – la sua doppia veste di africano / occidentale.

 

Pubblicato da: miclischi | 26 dicembre 2011

Continua la diatriba sul Paduletto

Il Paduletto fotografato con l'antica box camera Fiamma 127

Marina di Pisa. Paduletto o Piazza Viviani? Lo spiazzo sterposo proprio di fronte al mare bisognerà pure chiamarlo in qualche modo. Toponimo tradizionale (che tradisce l’antica acquitrinosità del luogo) oppure omaggio ufficiale del Comune al grande incisore Giuseppe Viviani che stava di casa proprio lì?

Di questo dilemma toponomastico, oltre che dei destini del Paduletto, si ragionava poco tempo fa qui, ed anche sul Tirreno recentemente comparve l’accorato appello di un cittadino che invocava il ritorno al vecchio caro nome di Paduletto. (Fra parentesi: chissà perché, pare che nessuno abbia protestato per la sconcissima ridenominazione di Via Corta a Pisa, a un passo da Piazza del Duomo…).

Ma torniamo a Marina. In questi giorni natalizi del 2011 s’è inserita nel dibattito una terza voce. Non dalle colonne di un quotidiano, né dalle pagine di un blog. No, il terzo opinionista ha scelto la classica bomboletta spray per dire la sua sul muro della vecchia pesa pubblica (oggi presidio della Guardia Costiera): un anonimo graffitista ha proposto un’alternativa (vedi foto sotto).

Non del tutto chiaro l’intento dedicatorio. Che la denominazione alluda alle copiose defecazioni dei cani, sguinzagliati per la cacata libera in uno spiazzo che fra l’altro non è neanche erboso? Che quelle parole costituiscano un’invettiva contro chi lascia che questo spazio rimanga abbandonato a se stesso (e alle cacche dei cani…) senza nessun intento di miglioramento e valorizzazione?  Che sia invece un insulto offerto a chi ha disseminato i margini dello spiazzo con cartelli di divieto di accesso?

Chissà. Intanto, si potrebbe pensare, parafrasando Cippi Pitschen, che il popolo di Marina di Pisa muto non è; e quella scritta con la tinta rossa a un passo da casa sua poterebbe suonare anche come un omaggio al nostro compianto fotografo (e fotografo di graffiti) marinese.

Pubblicato da: miclischi | 17 dicembre 2011

Conservare il patrimonio culturale: il museo tipografico di Noceto

I locali del museo tipografico di Noceto

Si può far fatica a immaginare oggi, in epoca ovviamente informatizzata, in cui la composizione, l’editing ma anche l’impaginazione – e volendo anche la stampa – di un libro sono tutte fatte dalla tastiera del computer, come funzionasse l’arte della stampa e della pubblicazione di libri anche solo pochi decenni fa.

Il compositoio

Ma anche se ci si potessero immaginare le piccole grandi macchine tipografiche, i cassetti pieni di caratteri , il compositoio  su cui si formavano le righe, la linotype che fondeva in diretta le righe di piombo; anche se si possono sfogliare libri, consultare archivi fotografici, visionare filmati… niente può rendere l’idea più efficacemente che poter vedere e toccare con mano gli strumenti e le macchine della tipografia.

Ci ha pensato il lungimirante Comune di Noceto, in provincia di Parma, acquisendo tutti i materiali di una piccola tipografia artigiana che iniziò l’attività alla fine dell’800 nella cittadina emiliana, dopo che chiuse fatalmente i battenti nel 1996. Nasce così, per una felice unità di vedute dei familiari del tipografo e degli amministratori della città,  il Museo della Tipografia intitolato al Maestro Tipografo dell’antica impresa: Fernando Libassi.

Piccole macchine fatte per funzionare con la spinta dl piede (le pedaline, appunto), macchine progressivamente più grandi, fino alla grande Nebiolo; poi anche una vecchia Linotype; tagliatrici, torchi e tirabozze, mobili, scaffali e strumenti consunti dall’uso e macchiati d’inchiostro…e poi gli innumerevoli mobili a cassetti pieni stracolmi di caratteri di piombo, dai minuscoli ”corpo 6″ ai caratteri via via più grandi, fino a quelli più grandi – enormi – per i manifesti, stavolta di legno e non di piombo. E i tanti cliché con i fogliolini di carta incollati sul retro per portarli a spessore… il museo nocetano è una specie di paese delle meraviglie, permeato dall’odore magico che accomuna tutti gli stabilimenti tipografici e perfettamente godibile grazie ai addetti che spiegano con competenza e chiariscono tutti i dubbi.

Caratteri operistici

Ma non finisce qui. Il museo è stato pensato non solo con intenti di conservazione, ma anche a scopi didattici. Il museo tipografico viene visitato di frequente da gruppi organizzati e in particolare da scolaresche. In quelle occasioni il piccolo museo ridiventa una tipografia vera: i caratteri tornano a danzare fra le mani del compositore, l’impianto viene montato nel torchio a mano e vengono tirate dal vivo locandine celebrative per l’occasione. Davvero, questo piccolo gesto antico rende il museo nocetano unico nel suo genere, e può soddisfare più di tanti libri e siti web la curiosità di quanti davvero vogliono sapere come funzionava un tempo la stampa.

Fra le curiosità di questo piacevolissimo museino, i cassetti dei caratteri nominati fantasiosamente con i nomi di melodrammi o di celebri interpreti d’opera; e poi le tante locandine d’epoca appese ai muri: tantissime le occasioni di viaggi turistici, come la memorabile visita di due giorni all’isola di Corsica (Francia), eventi sportivi, trasferte ai teatri d’opera della regione, occasioni mangerecce. Inoltre, ai visitatori del museo viene distribuito un ricchissimo opuscolo (Quaderno Informativo Didattico) che spiega l’origine della collezione, propone un ricordo di Libassi da parte della figlia, ripercorre la storia della Tipografia di Noceto e infine presenta delle schede informative sui macchinari e gli strumenti tipografici.

Caratteri mobili

E così, grazie alle volontà dei familiari del tipografo, ma soprattutto grazie alla visione illuminata degli amministratori locali, un patrimonio culturale e industriale che non è solo localistico ma universale è stato preservato a beneficio di tutti. Tanto di cappello!

Per la cronaca: Il Museo della Tipografia si trova nel seminterrato del CUP, proprio vicino al Municipio di Noceto (PR). Si può visitare dalle 9 alle 12 di martedì, mercoledì e venerdì. Per  informazioni: Tel. 0521-622137 (Ufficio Cultura del Comune).

Una visita al museo è molto efficacemente raccontata qui da Luigi Franchi.

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