Pubblicato da: miclischi | 18 luglio 2014

La macchina fotografica della prima comunione

 

Dal blog “365 layers of Jonathan”

Fra i regali: la Agfa Silette I

Fra i regali: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

Era la primavera del 1968 e la prima macchina fotografica, donata dallo Zio Guido per la prima comunione, era una Agfa Silette I. Come pare si possa desumere dalla fotografia accanto, fra i regali ricevuti in quella occasione forse quella macchinetta fotografica fu quello che suscitò più interesse. Caricato dettofatto un rullino, si cominciò a scattare. Rimangono tutte le foto di quel rullo, raccolte in un apposito album, in formato 9×13 e stampate dall’Allegrini sottoborgo.

Anche le se immagini che documentano questa importante acquisizione furono scattate da Leopoldo Nardi, certamente il  fotografo più esperto in famiglia, i  primi rudimenti sul come fare foto furono forniti da Luciano Lischi, e furono per anni il principale riferimento: quando c’è il sole: 8; quando ci sono le nuvole: 5.6; in estate con il sole pieno 11, occasionalmente 16. Se c’è davvero poca luce come nel pomeriggio tardi oppure in casa: 2.8. Il sottinteso a questa sbrigativa illustrazione della scienza dell’esposizione corretta, è che il tempo di otturazione fosse sempre rigorosamente 1/125, altrimenti le foto vengono mosse. Altro sottinteso era che la pellicola fosse da 18 DIN (gli ASA cominciavano ad affacciarsi sull’universo fotografico, ma gli anziani preferivano i DIN). Insomma 50 ASA, come si usava allora, quando la FP4, con i suoi 125 ASA, sembrava davvero una pellicola “rapida”.

Agosto 1968: a casa a Marina. Fra le mani: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

Agosto 1968: a casa a Marina. Fra le mani: la Agfa Silette I (foto di Leopoldo Nardi)

La Silette diventò compagna dei viaggi familiari e delle escursioni con gli amici. Poi, alla fine del Liceo, fu soppiantata dalla Leica M2 ereditata dal Nonno Nardi. E parve naturale continuare a usare una macchina senza esposimetro; tanto le basi c’erano già, ed erano ormai consolidate. Nonostante l’arrivo della Leica, la Silette continuò a essere usata in viaggi avventurosi nei quali non si voleva mettere a rischio la preziosa Leica. Fu adoperata anche a più riprese per la documentazione fotografica dei porti e porticcioli durante le missioni di aggiornamento del Navigare Lungocosta e probabilmente concluse la sua attività nell’estate del 1984 (vacanza-aggiornamento con il Furgao lungo le coste del Tirreno meridionale e dello Ionio) con la sequenza irenaica dell’argilla di Capo Colonna.

1968 - dall'album del primo rullo scattato con la Silette I

1968 – dall’album del primo rullo scattato con la Silette I

A quel tempo mostrava già segni di stanchezza: l’astuccio si era rotto – il lacciolo era stato sostituito da un sagolino precario – e la ghiera con i pittogrammi delle distanze si era staccata dall’obiettivo. Di lì a poco sarebbero iniziati i viaggi oltremare, poi arrivarono le Nikon ereditate da Zio Carlo, e la Silette finì nel dimenticatoio per decenni. La usò per un certo periodo anche Giordano Martinelli quando andava in giro per Pisa a documentare gli angoli meno noti della città.

Poi, a distanza di trent’anni, in un rigurgito di nostalgia. è tornata la voglia di scattare qualche foto con la Silette, premendo quella leva di scatto sul frontalino che scatena madeleinistiche sensazioni. La povera macchinetta della prima comunione, ormai arrugginita e forse (forse) inservibile, rimane lì come testimone di quei tempi, ma si opta per accettarsene una seminuova (!) sul mercato internettistico. Che meraviglia, la nuova Silette, identica a quella del 1968 e in perfetto stato!

1984 - dalla sequenza dell'argilla

1984 – dalla sequenza dell’argilla

Una macchina che nonostante l’aspetto assolutamente non pretenzioso, permette al fotografo di avventurarsi nella cattura delle immagini con un certo livello di libertà e di creatività. Ci sono come si diceva i pittogrammi per le distanze (primo piano, ravvicinata, gruppo, infinito), ma anche le distanze in metri e in piedi, c’è la possibilità di impostare i tempi da 1/30 a 1/125 + B; i diaframmi da 2.8 a 22 e l’obiettivo (un 45 mm Color Agmar) produce immagini molto dignitose.

Il caricamento della pellicola si fa smontando completamente il dorso, e il conta-pose va azzerato a mano (segnerà le foto mancanti, non quelle fatte). L’ergonomia è media (per le mani di un bambino va benissimo), il mirino è bello luminoso… insomma un piacere. C’è il contatto caldo per il flash ma manca l’autoscatto. Con la sua bella custodia di similpelle, ci fa proprio una bella figura a portarsela in giro per un’escursione in Capraia. Qui c’è una selezione degli scatti fatti in quella occasione.

Ciò che resta della Silette I del 1968

Ciò che resta della Silette I del 1968

La Silette I acquistata nel 2014

La Silette I acquistata e testata con successo nel 2014

Per la cronaca 1: Il manuale d’istruzioni per questa bella macchinetta si trova qui.

Per la cronaca 2: Un piccolo omaggio a questo piccolo goiellino d’altri tempi si trova qui.

Per la cronaca 3: un bel post (nostalgico!) sulle Silette (di cui la I fu solo uo dei moltissimi modelli e varianti) si trova qui.

Per la cronaca 4: come spesso accade negli acquisti di maccchine fotografiche d’epoca, anche in questa c’era dentro un rullo (Kodak negativo a colori). Qui sotto uno dei pochi fotogrammi scattati dal precedente proprietario.

Dal rullo trovato nella Silette I acquistata nel 2014.

Dal rullo trovato nella Silette I acquistata nel 2014.

 

2014 - Prove con la "nuova" Silette I in Capraia

2014 – Prove con la “nuova” Silette I in Capraia

 

 

Uscito nel 2014

Uscito nel 2013

Quanta bellezza nella storia sfortunata di Mario Scalesi… Quanta bellezza nel suo sguardo, quanta bellezza nei suoi versi, ma anche quanta bellezza nelle parole di Beatrice Monroy, nel suo ricostruire pezzo per pezzo la vicenda di questo che oggi possiamo a buon diritto definire una sorta di emigrante all’incontrario. Un siciliano nato in Tunisia, figlio di emigranti italiani, che a un certo punto della sua esistenza (negli anni ’20 del ’900) viene “espulso” e “rimpatriato” in Sicilia, dove morirà in manicomio.

Bastano le due paginette di introduzione dell’autrice per capire che questo lavoro è totalmente immune dalla facile retorica che si potrebbe spremere a buon mercato dalle vicende legate alla tragedia dell’immigrazione nel Mediterraneo, con le sue assurdità, le sue ignominie, le morti tragiche in mare, lo spietato cinismo dei mercanti di false speranze.

Mario Scalesi

Mariano Scalesi

Ragazzo di razza incerta racconta una storia, tante storie. Non si accontenta di portare a galla la vicenda umana e letteraria di Mario Scalesi, ma presenta con piana narrazione senza tanti fronzoli altre storie: un piccolo saggio della storia universale dell’emigrazione, con il suo doloroso corollario dell’identità – o della mancanza di identità – dei migranti.

Per questo la storia di Mariano Scalesi è esemplare: perché porta vigorosamente in primo piano la questione identitaria. Non è un caso che la questione del nome del poeta sia reiterata percussivamente durante tutta la narrazione: Mariano o Mario, o Marius? Scalesi o Scalési con l’accento sulla “i”, alla francese? O ancora, i suoi pseudonimi, con i quali iniziò a pubblicare poesie – Claude Chadron e Rocca Staiti.

La prima metà del libro, un’ottantina di pagine, è tutta dedicata alla storia dello sfortunato poeta italo-tunisino. Una narrazione per frammenti, con salti spazio-temporali e di contesto, che fluidamente si susseguono senza soluzione di continuità. Come l’esistenza frammentata di Mariano, come i frammenti di vita che si ritrovano nelle tasche dei migranti.

Un esempio? Il capitolo sull’incidente domestico – una rovinosa caduta per le scale quando era bambino – che lascerà Mariano Scalesi gobbo e storpio per tutta la breve vita. In queste otto pagine svelte si alternano sette diversi elementi narrativi, come sette temi che si susseguono e si intrecciano in una complessa partitura:

A – La cronaca della caduta;

B- Estratti dalla poesia di Mariano Scalesi;

C- La rievocazione dell’infanzia da parte di Mariano adulto;

D – La cronaca dell’arrivo di Mariano al manicomio di Palermo;

E – Estratti di documenti ufficiali dell’epoca sul ricovero a Palermo;

F - La narrazione dell’accostarsi di Mariano, storpio e infelice, alla francesità, alla lingua, alla letteratura, alla poesia;

G – La ricostruzione del dialogo fra Mariano e suo padre intorno all’emigrazione in Tunisia, in fuga dalla Sicilia dove era perseguitato.

Ecco, in queste poche potenti paginette, l’autrice cattura il lettore con una soprendente ed efficacissima alternanza dei temi:

A – B – A – C – D – E – A – F – D – F – G – B – A – G – F – E.

Una forza narrativa straordinaria e coinvolgente.

Un altro saggio: la scena drammatica e cinematografica dell’annuncio della morte di Mariano da parte di un funzionario dell’Ambasciata Italiana a Tunisi: la notizia non detta, ma percepita, galleggiante nell’aria, sui volti, nelle menti, in quattro capoversi incalzanti:

La notizia è il signore distinto con in viso un’espressione di disgusto…

La notizia è Concetta che si sporge dalla porta e guarda giù per quelle scale maledette…

La notizia è quel sorriso sul volto della madre…

La notizia è il vecchio padre seduto nel cortile…

Mariano Scalesi: italiano o siciliano? Tunisino o straniero? Povero figlio di poveri o raffinato poeta? Studiava il francese nella povera cucina della povera casa, si esercitava con la pronuncia e stupiva i fratelli e i vicini di casa. Diverso fra i diversi, cercava – e trovava – la salvezza nella poesia.

Ecco, da La bibliothèque de Souk el Attarine, nella traduzione di Salvatore Mugno:

Nel groviglio

d’un quartiere moro

chiuso all’aurora

come una tomba,

laica Mecca

senza falso splendore

si eleva la

Biblioteca

 

Le poesie di Mariano Scalesi

Le poesie di Mariano Scalesi

Il racconto di Beatrice Monroy è costellato da brani delle poesie di Scalesi nella traduzione di Salvatore Mugno (apparentemente il volume non più disponibile). L’edizione delle poesie nell’originale francese (dapprima pubblicate dai suoi amici dei circoli letterari tunisini negli anni ’30) è disponibile anche in un’edizione moderna (del 2002, da Publisud, a cura di Abderrazak Bannour e Yvonne Fracassetti Brondino, qui c’è la pagina amazon.fr).

Tornando al libro di Beatrice Monroy: una storia straordinaria, magistralmente raccontata, un universo tutto da esplorare. Peccato che a tanta bellezza non renda giustizia una cura editoriale adeguata: pagine di un biancore accecante, giustezza esagerata quasi senza margini, impaginazione a casaccio, titoli dei capitoli di carattere e corpo incongruo… sembra il printout di un ebook (e vai, due fremdwörter, anzi tre, in un colpo solo…)  piuttosto che un libro propriamente detto.

Per la cronaca 1: dopo la storia di Mariano Scalesi, il libro continua con un cocktail ben studiato di storie di migrazione: due storie antiche (siamo nel ’500) sulle identità e sui flussi migratori nel Mediterraneo, da e per l’Italia; la storia di una bambina italiana ai tempi dell’espulsione dalla Libia, il racconto di un’italiana di ritorno dall’emigrazione in America, la vicenda di una immigrata tunisina “irregolare” in Sicilia. Infine, due racconti “ospiti”, sul ritorno in Tunisia dopo la fuga verso presunti migliori lidi. A far da filo conduttore, in queste storie tragiche, il sorriso.

Per la cronaca 2: Un breve saggio sulla poesia di mariano Scalesi si trova qui.

Per la cronaca 3: Beatrice Monroy, Ragazzo di razza incerta. Edizioni La Meridiana, 2013. 160 pagine, 16,50 Euro. Un estratto del libro si trova qui.

Per la cronaca 4: Beatrice Monroy a Radio3 Suite: qui.

Per la cronaca 5: Un reportage fotografico di Sergio Busà sul Manicomio di Palermo (la Vignicellla) si trova qui.

UN'opera di Bruno Caruso sul manicomio della Vignicella (foto di Mike Palazzotto)

Un’opera di Bruno Caruso sul manicomio della Vignicella (foto di Mike Palazzotto)

Pubblicato da: miclischi | 3 luglio 2014

Inis Meain – due giorni sull’Isola di mezzo

In Middle Street a Galway

In Middle Street a Galway

Questa storia potrebbe cominciare in Middle Street a Galway, Irlanda occidentale. La libreria Charlie Byrne’s, un’altra da annoverare tra le più belle e confortevoli del mondo, è infinita. Infinita negli spazi, negli scaffali, nei libri sparsi dappertutto, e anche sui muri esterni del locale, nella galleria adiacente alla parte più interna della libreria.

Talmente sconfinati sono i suoi orizzonti, i suoi interminati spazi, che verrebbe voglia di passarci ore e ore, giornate intere. E leggendo e sfogliando, tornano a galla libri e autori, luoghi, momenti, persone, fatti, emozioni, lutti, risate… Percorrere questi scaffali e soffermarsi sui libri ben disposti e articolati, nuovi, vecchi e vetusti tutti insieme, è come frugare fra i cassetti della propria memoria, e ripercorrere la propria vita.  Davvero non ci si vorrebbe più staccare da quel viaggio inebriante nel mondo dei libri, che è poi un po’ come dire dentro se stessi.

Gli scaffali all'esterno della libreria

Gli scaffali all’esterno della libreria

Ci sono gli autori amati e quelli dimenticati, ci sono gli studi su I Ching che rimandano alla biblioteca del Cippi, le imprese dei navigatori e i testi antichi di esplorazione coloniale, le poesie, la narrativa irlandese (toh, ecco l’ultimo di Doyle…), i libri di fotografia con le vecchie immagini a colori sbiadite, i Limerick (dopo tutto siamo in Irlanda) che riaggallano all’improvviso dagli albori di Linus.  Si cercano testi sulle religioni africane e si scopre una corposa biografia di Bob Dylan. Una gioia incontenibile nel passare del tempo un quel tempio dell’amore per i libri.

Il personale della libreria, gentilissimo e disponibile, guida fra i meandri del settore sui luoghi irlandesi e suggerisce libri sulle isole Aran. E così si può partire alla volta di questo piccolo arcipelago che protegge l’ingresso della baia di Galway.

Un autobus (un vetusto double-decker) fino a Ros a’ Mhíl e poi il ferry fino a Inis Meain, che vuol dire isola di mezzo (notisi l’assonanza di Inis con Enez – dopo tutto il galelico e il bretone sono entrambe lingue di ceppo celtico). E’ la più piccola delle tre Aran, la meno abitata, l’unica senza una cooperativa locale, l’unica con un minimo, ma proprio solo un minimo di strutture ricettive.

Interminati spazi

Pietre, pietre, pietre

Fin da subito, lasciato l’approdo, scompaiono le persone, i rumori. Si rimane intrappolati in una sensazione inebriante di pace e di silenzio. Poi passa una macchina, la signora saluta, indaga, e poi chiama suo fratello che fa il tassista.

Sembra che in tutta l’isoletta ci siano solo 3 o 4 B&B, più un albergo che ha chiuso, forse era troppo grande. La prenotazione per email ha funzionato. Tutto a posto, E già che è ora di cena, si cena (pesce). Alle nove e mezzo c’è ancora luce, si va in giro, stregati dall’atmosfera, dalla luce, dal silenzio, dai muretti a secco che percorrono tutta l’isola in un mosaico inestricabile.

Sensazioni amplificate

In giro per l’isola

Dopo la passeggiatina c’è ancora luce, c’è ancora voglia di andare in giro. Quindi sosta al pub (l’unico) dell’isola. Ambiente caldo, persone del luogo e turisti, musica alla radio.

Il secondo giorno si starà in giro dalla mattina alla sera, esplorando quasi tutti i settori dell’Isola (soprattutto nella parte che guarda verso la baia di Galway, la più riparata dalle burrasche oceaniche). Ci sono i campi  verdi e quelli più pietrosi, mentre quasi totalmente assenti sono gli alberi. Muretti a secco dappertutto, Si incontrano mucche, pecore, capre, cavalli e anche un asino, qualche gallina. Gente poca, tutti cordialissimi.

C’è il forte di pietra imponente, c’è la chiesa poco attraente. L’ufficio postale che funge anche da unico minimarket dell’isola. Ci sono i serbatoi dell’acqua (qui scarseggia, nonostante piova molto), la scuola, il molo del traghetto e l’altro, proprio di faccia all’isola est con le barche dei pescatori sullo scivolo.

Il Forte

Il Forte

Poi, finalmente, verso sera, (ma quando comincia la sera?), la spiaggia sulla costa nord-est. Oltre la pista d’atterraggio un cordone di dune e poi la spiaggia . Sabbia nera tiepida nonostante il vento fresco. E’ di grande ristoro, L’acqua è limpida e non fredda, ma l’arietta fresca scoraggia la balneazione.

Dune e spiaggia

Dune e spiaggia

Ci sono due cimiteri, sull’isola, quello moderno e quello antico. Il primo si distingue per la gran profusione di kitsch funerario. Quello antico, invece, dall’altra parte del pontile con i resti della chiesetta, e le pietre tombali a lastricare sconnessamente tutta la piccola area di sepoltura recintata da muri a secco (!), è un luogo meraviglioso. Da passarci ore e ore. Cercando di decifrare le antiche lapidi, o esplorando la micro-chiesetta senza soffitto, studiando il variare della luce sulle pietre tombali con il passare del tempo, con le ombre delle nuvole, con questo cambiare continuo di sensazioni.

Quando si riparte rimane addosso un senso di pienezza. I sensi si sono dilatati per assorbire odori, suoni, visioni, anche la carezza della pietra e della rena.

Tramonto al piccolo forte orientale

Tramonto al piccolo forte orientale

Non è un luogo per chiunque, dicono le persone del luogo. Chi non è in pace con se stesso non dovrebbe venire qui, dice Vilma, la signora guatemalteca che gestisce il B&B Tig Congaile. Un posto speciale per gente speciale, dice la signora che vende artigianato locale, tè e caffè vicino al molo dei pescatori.

Più prosaicamente, forse questo è un luogo apprezzato soprattutto da coloro che si accontentano delle sensazioni, e non hanno bisogno, per evocarle , di niente altro che del luogo stesso. E’ vero, non ci sono bar, ristoranti, locali (tranne un pub), non c’è movida. E’ già stupefacente che al B&B ci sia il wifi.

Ma, come fu notato anni fa sull’isola di Linosa (arcilepago delle Pelagie), questi tesori miracolosamente sfuggiti alle smanie del turismo chiassoso e volgare sono rimasti i capisaldi del turismo emotivo, intimo, spirituale. Quello che la devota Vilma, di sicuro, definirebbe il turismo dell’anima.

Al cimitero antico

Al cimitero antico

Pubblicato da: miclischi | 22 giugno 2014

I racconti di Serge Pey: la poesia scioglie i nodi del pensiero

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Primavera 2014. E’ quasi impossibile aggirarsi per i locali della libreria Actes Sud di Arles, una delle librerie più belle del mondo, senza venire catturati da questo o quel libro, o disco, e innamorarsene. E così, fra le altre, attira lo sguardo la copertina optical di un libro di Serge Pey, con i suoi triangoli di varia forma a coprire tutto lo spazio disponibile  e anche oltre (come nel celebre compito della Professoressa Mancuso in prima media, dopo il quale ella laconicamente decretò: Tu non sai disegnare!). Ma qui i triangoli sono solo di quattro colori: giallo, magenta, nero e grigio, nella grafica di David Pearson.

Ma non è solo la copertina che cattura il lettore: qualche brano letto qua e là, l’incipit, l’inizio dei capitoletti, insomma, un fascino irresistibile che trasuda dalle pagine di questo La Boîte aux lettres du cimetière .

C’è la saga familiare, c’è la filosofia delle piccole cose, ma anche l’estrema forza delle idee e degli ideali. Il rispetto totale dell’esperienza e del valore dei genitori, e la natura che tutto domina. Ci sono le storie dei resistenti spagnoli e quelle degli studenti nella scuola autogestita, ma c’è soprattutto, sempre, la poesia. Tanto che certi paragrafi bisogna leggerli e rileggerli parecchie volte, perché la loro musica entri benebene nelle orecchie e nel cuore.

Del resto… La poésie doit être simple. elle défait les noeuds de la pensée. E ancora: … la poésie ne sert pas à être comprise, mais à comprendre.

Dal sito web di Serge Pey

Dal sito web di Serge Pey

Trentatré piccoli racconti, brevi o brevissimi, carichi di simboli, densi di significati, fitti fitti di memorie e di idee espresse con la chiarezza di chi non esita a schierarsi con fermezza. Raccontati con poesia, con tenerezza, a volte con un velo di nostalgia. A far da cornice (il primo e l’ultimo racconto), la porta della casa. Inizia tutto da lì, e tutto lì finisce, con la sepoltura della porta.

Souvent, une porte fermée nous fait oublier qu’elle possède toujours une clé. La vérité n’est jamais évidente. Il faut calculer sa simplicité qui crève tellement les yeux qu’on ne la voit pas. C’est pour cette raison que l’on complique le chemin qui mène à elle.

Toute porte est une politesse entre le dedans et le dehors d’un homme.

Serge Pey poeta e performer, recita, agisce, interagisce rumoreggia, convince, esige attenzione, spiega e rispiega con linguaggio chiaro e pur ricco. Ecco, questo suo intento di poeta d’azione lo si ritrova chiarissimo anche in queste pagine di prosa. Riga dopo riga dopo riga, pagina dopo pagina dopo pagina dopo pagina, si viene avvolti da questo raccontare fatto d’emozioni, di sensazioni, di poesia insomma, e se ne rimane davvero stregati.

Cet art d’occasionner des changements en accord avec la volonté et le maniement des forces secrètes appartenait à l’efficacité symbolique de la poésie.

Papa avait décidé que les chiottes étaient un lieu de récitation et que c’était là que nous devions apprendre nos poèmes. Il n’y avait pas mieux que la merde pour cela, disait-il. La poésie aime la merde.

On le sait, un grillon ne vit pas longtemps, mais l’immortalité se transmet come une maladie contagieuse.

Una ricerca su Youtube rivelerà innumerevoli video con performance del poeta attivista. Un bel video si trova anche su Vimeo.

Una bella scoperta, un autore tutto da esplorare, un libro splendidamente curato nella veste grafica, tipografica, editoriale; un’altra dimostrazione dell’efficacia di una libreria di qualità.

Serge Pey: La Boîte aux lettres du cimetière - Edizioni Zulma, 2014. 208 pagine, 17 Euro.

Poeta e performer

Poeta e performer

 

 

Pubblicato da: miclischi | 19 giugno 2014

Orrore e bellezza nelle anime perdute di Jérôme Ferrari.

ferrari-ame

Uscito nel 2010

…e sporto il labbro, amaramente il torse,
com’uom cui cosa appare ond’egli ha schifo.

Questi due versi manzoniani, di vaga ispirazione dantesca, provengono dalla poesia In morte di Carlo Imbonati del 1806. Si tratta di una sintetica ed efficace rappresentazione del disgusto. E nel descrivere tale sensazione, le parole stesse si impregnano di quell’orrore, di quello schifo.

Questo librino straordinario di Jérôme FerrariOù j’ai laissé mon âme, Actes Sud, 2010 –  parla di cose orribili e disgustose come poche: la tortura, il supplizio, l’interrogatorio sanguinolento, l’annullamento della volontà, l’infierire sul corpo orribilmente nudo del “nemico”.

Eppure, la profondità del pensiero e la soavità della scrittura riescono nel miracolo di non rendere questo libro, esso stesso, orribile. Anzi, ne risulta una lettura molto coinvolgente e appagante.

Il pretesto narrativo è prestato dalle ultime fasi della guerra dl’Algeria, vista dagli occupanti/colonialisti francesi che cercano invano di arginare l’ondata indipendentista. Ma i temi del libro spaziano in altri tempi e in altri luoghi. Sono anzi temi universali.

In ogni uomo si perpetua la memoria di tutta l’umanità. E l’immensità di tutto quel che c’è da sapere, ciascuno già lo sa. Per questo non ci sarà perdono.

Il confronto di ognuno con le proprie azioni e le proprie intenzioni, la facilità o la difficoltà di tale confronto, o l’indifferenza assoluta. Ecco le tematiche intorno alle quali ruotano le narrazioni e le riflessioni del libro.

Ogni mattina bisogna ritrovare la vergogna di essere se stessi. 

 

Il film di Gillo Pontecorvo è del 1966

Il film di Gillo Pontecorvo è del 1966

Ci sono i personaggi principali, il tenente-narratore obiettivo e ragionevole, il capitano smaterializzato nel suo idealismo improbabile. Ci sono i gregari, carcerieri, assistenti, complici, e le vittime (i torturati e uccisi, ma anche le vittime civili delle bombe nei locali pubblici, e le prostitute sgozzate nel bordello). Poi c’è lui, il capo dei ribelli, il sant’uomo che viene quasi idolatrato dal suo stesso carnefice… E ci sono infatti, puntuali, numerosi riferimenti biblici, cristiani, mistici. Ma c’è anche il personaggio assente, l’evanescente moglie del capitano, con la quale scorre innocua una corrispondenza affettuosa ma sterile,nonostante il tardivo tentativo di rendere quel ruolo più importante nel vano tentativo di redenzione del capitano che ha perduto l’anima.

In questo ambiente popolato di umanità disperata, non c’è più spazio per il pensare comune, non c’è più possibilità per le attenuanti, le considerazioni, le opinioni, non ci sono più anime.

Un piccolo grande e terribile libro, una scrittura magistrale.

Il libro è stato pubblicato in Italia da Fazi nel 2012 (Dove ho lasciato l’anima) nella traduzione di Maurizio Ferrara. 160 pagine, 13 Euro.

La pagina dell’edizione originale (Edizioni Actes Sud) si trova qui.

La traduzione italiana è uscita nel 2012 da Fazi

La traduzione italiana è uscita nel 2012 da Fazi

Maggio 2014

Maggio 2014

Nei chioschi di giornali degli aeroporti francofoni salta all’occhio la copertina della rivista francese  Rock&Folk, con una fotografia in bianco e nero molto intensa di Barbara D’Alessandri.

Si tratta della recensione-intervista di Philippe Manœuvre su un evento letterario-musicale di quest’anno: la pubblicazione del disco, e del libro-disco (c’è un CD nell’apposita custodia di cartoncino rilegata insieme alle pagine), con  alcune poesie di Michel Houellebecq (Premio Goncourt 2010, con il romanzo di cui si ragionò qui) musicate e cantate da Jean-Louis Aubert.

La raccolta si chiama Les parages du vide ed è nata quando il cantante ha quasi per caso sfogliato il libro di poesie Configuration du dernier rivage, nel quale ha trovato dei testi di impostazione estremamente musicale, tanto da considerarli come testi di canzoni piuttosto che come poesie.

Detto fatto, si è messo a musicarle, a cantarle, cosa che gli è venuta quasi spontanea.

Fumatori incalliti (fotografia di Barbara D'Alessndri)

Fumatori incalliti (fotografia di Barbara D’Alessndri)

Ora, il fatto curioso è che nel corso di questa operazione i due artisti hanno cominciato a contattarsi per email, poi a incontrarsi, e sono diventati amiconi. Curioso che Houllebecq, una delle persone più schive e riservate (per non dire scontrose) si sia lasciato coinvolgere in questo rapporto strettissimo con Aubert, il cantante dalla voce di ragazzino.

Il libro-disco, oltre ai testi delle canzoni-poesie, contiene anche in appendice copia del fittissimo scambio di email che ha accompagnato la preparazione del progetto. Nonostante i testi poetici siano godibili, brevi e potenti, ed effettivamente molto musicali, la vera forza di questo volumetto sta proprio in questa documentazione emailistica del progetto.

Un'altra foto di Barbara D'Alessandri

Un’altra foto di Barbara D’Alessandri

E la musica? Beh, il rock francese non è che abbia mai  tanto sfondato al di qua delle Alpi. Ma questo approccio poetico-musicale risulta alla fine piacevole, e conferma a dire il vero la prima impressione del musicista nei confronti del poeta e cioè che questi sembrano davvero nati come testi di canzoni.

In questo sito si trova una compilation di video musicali, trailer promozionali del libro, interviste, etc. tutti incentrati su questa raccolta poetico-musicale.

 

 

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Fatalmente succede. Che uno scrittore bravo e famoso, ben avanzato nella carriera ormai lunga, pubblichi anche un puppurrì di lavori e lavoretti precedentemente comparsi qua e là su riviste ed altri mezzi. Il lettore-seguace appassionato arraffa una copia dei racconti e se li legge in viaggio. Poi riflette e pensa: a che pro? Questi sette racconti di Jean Echenoz, che si sviluppano con grande varietà di estensione (c’è n’è uno solo lunghetto) e tecnica narrativa, sembrano, quale più quale meno, i risultati della variazione sul tema dell’esercizio di stile, o proprio dell’esercizio di scrittura. C’è una traccia (l’idea) e su quella si sviluppa il racconto.

Il primo racconto sull’Ammiraglio Nelson che è uomo di mare ma ama la terra, e che va in giro di nascosto a piantar ghiande per far crescere alberi buoni a costruire navi, prometteva molto bene, ma poi nei racconti successivi  l’ossessione descrittiva prende il sopravvento e a volte si fa pesantuccia.

Due esempi. Tema: che cosa vedo dalla terrazza di casa mia: scorrendo  l’orizzonte della campagna, il narratore descrive minuziosissimamente tutto quello che vede, ma proprio nei minimi dettagli, con illazioni su cosa sarà questo e cosa sarà quello, e come di potrebbe dire questo e come si potrebbe dire quello. Alla fine, filosoficamente, l’osservatore/narratore trova il vero fuoco dell’interesse in quel che succede ai propri piedi, senza alzare lo sguardo verso l’infinito. Bella idea, e una bellissima chiusa per un racconto, sì, ma quel reiteratamente soffermarsi e interrogarsi su quel che si vede intorno, via, appesantisce. Poi: la descrizione sintetica ma precisa delle 12 statue di regine di Francia e affini che adornano i Giardini del Lussemburgo a Parigi nasce dichiaratamente con intento descrittivo. E va bene; per lo meno le descrizioni sono sintetiche e, nel caratterizzare  lo sguardo delle statue, a volte sono anche velate di umorismo. E poi?

Belshazzar, re di Babilonia, in un dipinto di Rembrandt. L'autore spiega che il racconto su Babilionia gli è stato ispirato dall'Oratorio "Belshazzar" di G. F. Handel

Belshazzar, re di Babilonia, in un dipinto di Rembrandt. L’autore spiega che il racconto su Babilionia gli è stato ispirato dall’Oratorio “Belshazzar” di G. F. Handel

Il racconto lungo, che parte dall’ossessione del personaggio per la classificazione sistematica dei ponti monumentali sparpagliati fra i cinque continenti, si arricchisse di una componente propriamente narrativa, e va bene, ma il gigioneggiare dei dettagli a tratti stona. Nitrox, storia subacquea e sottomarinica, nonché ammantata di mistero, è forse quella meno ostentatamente descrittiva, anche sembra sfaldarsi man mano che procede, salvo la catartica chiusa geniale (poche parole giuste al posto giusto).

Andare tre volte in periferia a mangiarsi un panino senza altro scopo apparente che annotare tutto quel che si vede durante il viaggio in treno, o durante i breve percorsi pedestri. Torna qui con potenza il prevalere della descrizione, ben vestito dalla narrazione. Ma questa smania descrittiva si trasforma progressivamente in ansia che viene trasmessa al lettore. Era questo lo scopo?

Ben più indietro nel tempo rispetto alle vicende dell’Ammiraglio Nelson, Echenoz ci riporta fino ai tempi di Babilonia. E di come Babilonia è stata raccontata da quegli storici i cui scritti sono giunti fino a noi. E di come quegli stessi scritti sono stati oggetto di critica da parte di autori successivi. Qui, nel descrivere Babilonia, e il modo in cui fu descritta, l’autore cerca sempre il paradosso, l’eccesso, in una specie di dichiarazione di difesa nei confronti della categoria degli scrittori. Se esagero, sembra dire, non prendetevela troppo, sono solo uno scrittore. Ma al lettore che ha amato le descrizioni sottili nei grandi romanzi dei piccoli numeri, sembra che in questi racconti l’autore abbia fatto proprio apposta, a esagerare. Passons, ci si rifarà la prossima volta.

Jean Echenoz: Caprice de la reine. Les Editions de Minuit, 2014. 128 pagine, 13 Euro. Sul sito della casa editrice c’è un piccolo video nel quale l’autore parla del proprio libro.

Pubblicato da: miclischi | 27 maggio 2014

Lettere alla vicina: il romanzo involontario di Marcel Proust

Uscito nel 2013

Uscito nel 2013

Che Marcel Proust fosse un tipino difficile si sapeva. Ipocondriaco, scontroso, sempre affetto da innumerevoli disagi, malori, ubbie, fisime. E se ci fosse stato bisogno di una conferma, eccola qui. Due dozzine di lettere scritte dal grande nullafacente alla vicina del piano di sopra. Erano vicini di casa ma, pare, non si incontrarono mai. Ma le lettere sì! In quel tempo nel quale, come si è letto e riletto nella Recherche, quando al Nostro gli veniva voglia di mandare (si direbbe oggi) un SMS, spediva un telegramma, figuriamosi le lettere, e le lettere alla vicina del piano di sopra!

Questa piccola collezione letteraria (!) è un piccolo gioiellino narrativo nel quale si trovano, tutte mescolate fra loro, una grande galanteria e infiorettatura della scrittura, una quasi perenne autocommiserazione, numerose espressioni di apprezzamento per le doti letterarie  e umane della vicina, ma anche qualche moto di stizza (parecchi) per gli intollerabili rumori che vengono dal piano di sopra (dove si trovava lo studio di dentista del marito americano della signora Marie Williams, mentre l’abitazione si trovava al piano ancora più su). Idraulici e imbianchini sono dipinti come i torturatori del povero scrittore, mentre i vicini del piano di sopra sono colpevoli, colpevolissimi, di non imporre ai lavoranti degli orari compatibili con le sue personalissime esigenze.

La vicina (Marie Williams)

La vicina (Marie Williams)

L’impossibilità di condurre una vita normale, che gli impediva di uscire a trovare un amico se non aveva prima rispettato un rigido regime di sonno, riposo e tranquillità; ma anche la frequentissima impossibilità di dormire, nonché di lavorare, pone qualche dubbio su come facesse Proust, proprio in quel periodo (siamo a cavallo della prima guerra mondiale) a scrivere il secondo volume della Recherche.

Ma tant’è. Come sottolinea il curatore di questa raccolta (Jean-Ives Tadié) nel lungo saggio introduttivo, leggendo questa sequenza di lettere senza risposta (solo quelle scritte da Proust sono state conservate, quelle che riceveva, apparentemente, no) sembra quasi di leggere un romanzo.

Poche pagine, insolito formato quaderno, lettura a tratti avvincente, poche ma significative fotografie di corredo, carta di qualità da accarezzare con infinito piacere: questa edizione della Nrf è proprio una piacevole sorpresa.

Marcel Proust, Lettres à sa voisine - Édition d’Estelle Gaudry et Jean-Yves Tadié. Avant-propos de Jean-Yves Tadié - Collection Blanche, Gallimard, 2013.

102, boulevard Haussmann

102, boulevard Haussmann

 

Pubblicato da: miclischi | 24 maggio 2014

Leggere o rileggere Rodolfo Walsh

Quasi come nella copertina del libro.

Quasi come nella copertina del libro.

Scrittore, giornalista, combattente per la libertà e per la giustizia, militante argentino. Ecco, in  un’epoca in cui è di sicuro passata di moda, la parola militante forse è quella che meglio si attaglia alla figura di Rodolfo Walsh.

Una vita al servizio dell’informazione, ammirato da Gabriel Garcia Marquez come giornalista e come scrittore, accompagnava la difficile professione del reporter in prima linea con la placida passione per la scrittura. E se iniziò a dedicarsi dapprima a racconti gialli, divenne noto soprattutto grazie al suo resoconto spietatamente realistico dal titolo Operazione  massacro, pubblicato in Italia da Sellerio nel 2002 con la traduzione di Elena Rolla, e poi ripubblicato da La Nuova Frontiera nel 2011. Presso lo stesso editore è uscito, nel 2014, un nuovo libro, una selezione di racconti da due raccolte di Walsh, sotto il titolo collettivo Fotografie, (traduzioni di Elena Rolla e  Anna Boccuti) che è infatti il titolo di uno dei racconti. Ne parla diffusamente un Tuttolibri di questa primavera 2014, incuriosisce, vien voglia di leggerlo, ma anche di rileggere Operazione massacro, già iniziato in passato ma poi lasciato in sospeso (certi libri bisogna essere nella disposizione d’animo giusta per poterli leggere).

Bluìno Sellerio

Bluìno Sellerio

Una scoperta/riscoperta scatenata da un articolo di giornale che porta a riemergere dal dimenticatoio un libro troppo rapidamente trascurato, e a leggere una nuova raccolta pubblicata in Italia. Uno di quei giri di caleidoscopio che casualmente può portare ad esperienze di lettura estremamente gratificanti.

Operazione Massacro. Tremenda ricostruzione di una notte maledetta quando un gruppo di cittadini argentini, senza causa apparente, senza accuse formalizzate, senza processi né condanne, fu prelevato, portato dapprima in commissariato, poi in uno spiazzo isolato, e infine sparato. Ma qualcuno si salva (clamorosamente anche dopo il “colpo di grazia” maldestramente somministrato dopo la fucilazione), ripercorre i fatti di quella notte, racconta, testimonia.

 

 

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

Decisamente più “leggeri” i racconti della raccolta Fotografie. Leggeri forse sì, ma non per questo meno densi. Non ci sono massacri, qui, ma non mancano tormenti, tensioni sociali e personali, conflitti… solo che qui prevalgono la sottigliezza, l’accuratezza nella costruzione narrativa, l’attenzione al dettaglio.

Il racconto Fotografie cattura l’attenzione, sia per il titolo (che dà il titolo alla raccolta) che per la foto di copertina, con Walsh con la fotocamera al collo (nella stilizzazione dell’immagine pare una Yashica Electro), sia per la costruzione “fotografica” delle immagini raccontate nei vari capitoli, che per il personaggio di Mauricio, fotografo quasi suo malgrado… Un piccolo gioiello narrativo delicato e intenso al tempo stesso, in cui la fotografia si fa protagonista ma anche coautrice, e in cui i brani del racconto sembrano proprio fotografie.

- Basta saperlo vedere. I campi al sorgere del sole, la gente al bar che gioca a carte, una ragazza nuova che passeggia in piazza, tutte quelle cose che se non le catturi in qualche modo, ti sfuggono per sempre.

- E’ come cercare di catturare l’acqua.

- E tu non scrivi i tuoi versi? Ti viene un’idea che ti piace e l’acchiappi per evitare che se ne vada.

*     *     *     *     *

Mister Eastman è il vero autore di tutte le foto che si scattano con una Kodak.

L’abilità nella costruzione della storia, o meglio di due storie parallele, dal sapore cortazariano, si legge in Nota a pie’ di pagina.  La prima pagina del racconto è quasi piena di testo, con una misera riga di nota. L’ultima pagina del racconto, dopo un progressivo scambio dei ruoli fra le due sezioni del testo, contiene solo l’ultima corposa sezione della nota. Una rappresentazione letteraria ma anche grafica di due punti vista, di due prospettive di lettura e di vita o di morte. Viene naturale leggere il racconto tre volte: dapprima una pagina dopo l’altra, alternando testo e note; poi solo la nota, poi solo il testo. Uno straordinario piacere di lettura.

Poi ci sono i due racconti irlandesi, ambientati in un collegio religioso, storie delle tensioni sociali nella campagna rurale, il breve inciso sulla difficile coesistenza fra sogno e realtà,  poi racconti e racconti, e la gioia incomparabile del leggere un libro impeccabilmente pubblicato e per di più stampato su una carta che è piacevolissimo accarezzare. C’è poi la storia del trafugamento del cadavere di Eva Peròn (che però non viene mai nominata (il racconto si intitola Quella donna) ricostruito in un dialogo di fortissima valenza filmica, e con reiterazioni di grande drammaticità.

Il colonnello beve, con rabbia, con tristezza, con paura, con rimorso.

(…)

Il colonnello beve, con ardore, con orgoglio, con fierezza, con eloquenza, con metodo.

(…)

Il colonnello è in piedi e beve con foga, con esasperazione, con grandi e alte idee che si riversano su di lui come grandi e alte onde contro uno scoglio e lo lasciano intatto e asciutto, nitido e nero, rosso e argento.

Bella  edizione, questa di Fotografie, con la traduzione fluida di Elena Rolla e  Anna Boccuti, che presentano anche alla fine una  Nota alla traduzione, mentre Anna Boccuto chiude il llibro con un breve godibile saggio dal titolo Rodolfo Walsh, o sul dovere della testimonianza e sulle possibilità della finzione. Da segnalare anche il breve saggio di Angelo Morino a chiusa di Operazione Massacro, dal titolo Sequestrato numero 26.001.

Ai link delle edizioni qui presentate si accede cliccando sulle copertine.

walsh

 

Pubblicato da: miclischi | 13 maggio 2014

Cosina CT-1A: una SLR modesta ma dignitosa

Una piccola cosa

Una piccola cosa

Quando uno si trova fra le mani, emersa da qualche vecchio scaffale, una reflex Cosina, l’istinto è di considerarla una “cosa da poco”, come suggerisce il nome (in realtà derivato dalla fusione dei due toponimi Koshi e Nakano, l’area in cui ha sede la ditta produttrice di lenti e apparecchi fotografici in Giappone).

L'immagine che spiega come scattare (dam manuale della CT-1A scaricabile da buktus.org)

L’immagine che spiega come scattare (dal manuale della CT-1A scaricabile da butkus.org)

Non si è mai fatta una grande reputazione, questa marca se non, negli anni più recenti, per la produzione di obiettivi e macchine fotografiche su licenza Voigtländer. Però vien voglia di scattarci due foto, con questa macchinetta compatta e leggera ma solida, e dotata del suo zoom Cosinon 35-70 (analizzato in dettaglio qui da Bengt Köhler Sandberg che conclude: Moderate image quality plus a nice and solid build quality.

La prova fatta scattando un rullo di FP4 conferma l’impressione di macchina modesta con ottica di “media qualità”, che tuttavia fa il suo lavoro onestamente.

I punti deboli: nella macchina l’esposimetro con indicatore a led (che si accende azionando la leva del trascinamento, come nelle Nikon) che è un po’ ballerino fra le tre posizione (sovra- o sotto-esposto e giusto), ma forse è un problema d’età. Poi,  nell’obiettivo, la doppia ghiera, oggettivamente un po’ scomoda, essendo abituati al cambio di focale degli zoom a stantuffo.

Punti a favore: la maneggevolezza e l’innesto Pentax K (da cui l’eventuale condivisione degli obiettivi).

Uno degli scatti dal rullino di prova (zoom in posizione 35 mm)

Uno degli scatti dal rullino di prova (zoom in posizione 35 mm)

Le foto qui presentate sono state scattate con Ilford FP4 Plus 125 ASA sviluppato in Ilfoord ID11 in soluzione stock e scansionato con Epson Perfction V600 Photo. Una selezione di altri scatti al rullo di prova sono disponibili  qui.

Altri scatti dal rullo di prova (al porto, in pineta, sul lungomare)

Altri scatti dal rullo di prova (al porto, in pineta, sul lungomare)

 

All'interno del dorso. Il negozio di Livorno esiste tuttora, e il suo sito web si trova qui.

All’interno del dorso. Il negozio di Livorno esiste tuttora, e il suo sito web si trova qui.

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