Pubblicato da: miclischi | 17 giugno 2013

Luminara 2013: ghiozzo è bello?

Prima del buio

Prima del buio

Via giù, dopo dieci anni di assenza fa quasi effetto ritornare sui lungarni di Pisa la sera del 16 giugno. Una passeggiatina precoce a guardare il montaggio dei lumini, il posizionarsi coi cavalletti dei numerosissimi fotografi (mai visti così tanti prima) e l’accrescersi ancor quieto della calca.

Poi pian piano aumenta l’oscuro e i bicchierini illuminati diventano via via visibili, la folla aumenta, i bimbetti strillano, si ripete il rito magico della luminara.

Oddio, a dirla tutta, parecchia della magia d’un tempo stavolta non c’era più. O cosa c’entrano quelle luci arabescate da discoteca sparate in lungo e in largo, e quei fari accecanti e rotolanti? Il bello della luminara una volta stava proprio nel fatto che l’unica luce sui lungarni era quella dei lumini. E il ponte di mezzo chiuso, o meglio quasi chiuso che per passarci bisogna stritolarsi in due strettissimi corridoi? La luminara senza ponte di mezzo è un po’ meno luminara.

Si va verso la notte

Si va verso la notte

Il trondeddìé piazzato in mezzo al ponte serviva proprio a sparare le luci e la musica ad altissimo volume e poi, dicesi, più tardi, anche il sonoro di epiche storie raccontate dal vivo che però non si capiva nulla.

Insomma, come si suol dire, un viaggio e due servizi: con una botta sola si è spazzata la magia e si è esibito un grande e luminosissimo baccano pacchiano. Complimenti vivissimi, davvero.

Il fatto è che luci psichedeliche e musica ad altissimo volume sono buoni tutti a somministrarle al popolo festante. Ma la luminara, invece, quella vera, quieta e magica, si faceva solo a Pisa…

Dice un’ospite arrivata pochi giorni prima dal medio oriente, alla sua prima esperienza di luminara: bella, sì, non c’è che dire, ma forse sarebbe stata più bella senza quella musica e senza quelle luci finte… Come volevasi dimostrare.

Non è che magari piano piano sta prevalendo la tendenza per cui per fare qualcosa di buono bisogna farlo un po’ alla ghiozza? Forse si sta propagandando un nuovo slogan: ghiozzo è bello. Eppure,  forse a qualcuno potrebbe venire in  mente che ghiozzo invece è solo ghiozzo, tamarro, volgare, pacchiano, forse un qualcosa che non s’addice tanto a una città di tradizione e di cultura come Pisa.

D’artronde, come direbbe Arvaro il laido, dai messaggi pre-elettorali alla luminara il passo è breve.

Via giù, ormai è andata. Consoliamoci con i versi indelebili del Fucini del 1870, che di luminara se ne intendeva davvero:

Viaggi ‘n dell’Uropa ‘un n’ho ma’ fatti:

Prima pelchè a quaini sèmo bassi,

E po’ pelch’ e’ Pisani ‘un c’ enn’ adatti

Per anda’ per er mondo a strapazzassi.

Ma un mi’ amio di Lucca che fa ‘ gatti…

(Li fa cor gesso, creda, da sbagliassi).

Lui, vòrsi di’, ch’è stato fra’ Mulatti,

Che ha visitato anch’ e’ Paesi Bassi,

M’ha detto che neppure ‘n der Peino

Luminare di Pisa ‘un se ne vede:

Nun n’hann’ idea laggiù der lampanino.

Chi nun l’ha vista, ‘reda, ‘un lo pòr crede’;

Eppoi, ‘ni basti di’ che ar mi’ ‘ucino,

Dalla gran carca ‘ni stroppionn’ un piede.

 

Pubblicato da: miclischi | 6 giugno 2013

La nuova diga del Bagno Gorgona

La casellina numero 21 di uno dei giochi dell'oca dipinti dall'artista Emilio Tolaini a cavallo fra gli anni '50 e '60. E' proprio la diga del Gorgona, vista dalla "Corea".

La casellina numero 21 di uno dei giochi dell’oca dipinti da Emilio Tolaini a cavallo fra gli anni ’50 e ’60. E’ proprio la diga del Bagno Gorgona, vista dalla “Corea”.

Il libeccio ha picchiato forte a Marina di Pisa, in questo inverno 2012-2013 che si è protratto fin verso le soglie dell’estate (se un’estate ci sarà). Tre libecciate di forza superiore alla media stipate nell’arco di sei mesi non si erano mai viste. Dalla sventolata della fine di ottobre 2012, fino al batti e ribatti di questa primavera, culminato, il 24 maggio scorso, nello stravolgimento e serio danneggiamento del Bagno Gorgona che aveva appena aperto per la stagione.

La botta del 28 ottobre, documentata fotograficamente qui, aveva tartassato il lungomare verso la foce, subito a nord del Gorgona, complice anche la chiusura della diga per fare – appunto – i lavori di risanamento. Ma anche il Gorgona ne era uscito assai malconcio (una parte della delimitazione in cemento fra la strada e la spiaggina del bozzo fu proprio divelta dalle onde), ma ci si fece meno caso perché il bagno era chiuso e stoppinato, con tutti i materiali riposti al riparo.

Il Bagno Gorgona durante la libecciata ddel 28 novembre 2012

Il Bagno Gorgona sott’acqua durante la libecciata del 28 novembre 2012

Ma ora, a un passo dall’estate, quando erano già sciorinati gli ombrelloni e le sdraio, le staccionate (ancorché non più verdi ma arancio), i giochini dei bimbi e il patino, il danno si è mostrato in tutti i suoi eccessi.

Grande tamtam sui giornali locali per il disastro del Bagno Gorgona, i cui gestori comunque, coraggiosamente, hanno aperto l’apribile disponendo ombrelloni e sdraio sulla ridottta spiaggina e sulla terrazza.

Il pontone-gru porta-scogli.

Il pontone-gru porta-scogli.

Poi, la grande sorpresa: pochi giorni dopo, con grande celerità, ecco realizzarsi il rinforzo della diga di protezione, approfittando del pontone-gru disponibile lì a un passo, visto che era già al lavoro nell’area del nuovo porticciolo a Boccadarno.

Scogli bianchi enormi, nuovi di zecca, salvano il Bagno Gorgona e cambiano radicalmente il profilo della diga. Più alta, più possente. La diga antica (era rimasta l’ultima da rialzare lungo tutto il litorale marinese) è stata stravolta. Ci sarà ancora lo scoglione  davanti alla prima scaletta? Ci sarà ancora, davanti alla seconda scaletta, il lastrone inclinato stile scivolo, affiancato dallo storico scoglio a punta dove i ragazzetti si sfidavano nei carpiati più arditi? E i “barconi”? Non è che qualche masso sarà magari rotolato sui barconi, seppellendoli per sempre, simbolo terribile e meta di sfide d’ardimento per i bimbetti più coraggiosi che si affacciavano nei boccaporti sommersi? Il Cippi ci immortalò anche una bimba, impegnata nell’impresa.

La copertina del portolano del Bagno Gorgona

La copertina del portolano del Bagno Gorgona

 

In attesa di una verifica puntuale, si suppone nel frattempo che gli approdi descritti nel portolano del Bagno Gorgona, realizzato alla fine degli anni ’60 da alcuni appassionati di canotto gonfiabile (il Nautilus Pirelli) non esistano più. Emuli di Mauro Mancini, della sua collana di manuali nautici Il Tagliamare e dei suoi Navigare Lungocosta i navigatori-bambini, avidi lettori di avventure di mare e affascinati dai disegni manciniani, realizzarono, su un vecchio quadernone da computisteria, una dettagliatissima guida agli approdi lungo la diga del Gorgona.  Naturalmente si trattava di micro-approdi, adatti proprio a un Nautilus o giù di lì: pochi decimetri d’acqua sotto, anfratti minimi… insomma una nautica ridotta ai minimi termini e, per di più, rigorosamente a remi! Si chiamava, con una denominazione un po’ astrusa che voleva forse conferire alla “pubblicazione” un carattere prettamente tecnico, Attrezzatura portuale del Bagno Gorgona. Furono poi fatte delle fotocopie (quando la carta era chimicissima e puzzolente), incollate dentro una copertina azzurra lucida, per distribuirne qualche copia fra gli amici.

Secondo la migliore tradizione manciniana, forse dovrebbero essere pubblicati degli aggiornamenti. Oppure non c’è ne è proprio bisogno. Può darsi che i ragazzetti del nuovo millennio, invece di entusiasmarsi per la “navigazione costiera” su un canottino a remi, per le epiche navigazioni fino al Bagno Toto o l’ardimentoso attraversamento di Boccadarno, preferiscano dilettarsi e rimbecillirsi con una qualche App per lo smartphone. Capace che c’è davvero!

Una pagina d'insieme che  illustra tutti gli approdi e una pagina con la descrizione di dettaglio.

Una pagina d’insieme che illustra tutti gli approdi e una pagina con la descrizione di dettaglio.

La nuova veste della diga di protezione del Bagno Gorgona

La nuova veste della diga di protezione del Bagno Gorgona

I barconi del Gorgona fotografati da Cippi Pitschen nel 1978 (dalle sue gallerie Facebook)

I barconi del Gorgona fotografati da Cippi Pitschen nel 1978 (dalle sue gallerie Facebook)

Pubblicato da: miclischi | 28 maggio 2013

Un fotoreportage dagli USA negli anni ’30 del Novecento

Annemarie Scwarzenbach con la sua Rolleiffrex

Annemarie Scwarzenbach con la sua Rolleifflex

Annemarie Schwarzenbach, chi era costei? Ai lettori di Melania Mazzucco il personaggio è noto: la scrittrice ne ha infatti ricostruito l’appassionata esistenza nel suo Lei così amata , pubblicato da Rizzoli nel 2000 e poi ripresentato da Einaudi con una nuova prefazione dell’autrice nel 2012.

In poche parole il personaggio viene presentato su sito Einaudi in modo estremamente efficace: Annemarie Schwarzenbach (1908-1942) fu scrittrice, archeologa, fotografa, giornalista, una donna colta, raffinata e bellissima, che «sembrava incarnare tutta la storia d’Europa». Figlia di un ricco industriale zurighese, avrebbe potuto godere di un’esistenza agiata e comoda; per essere fedele a se stessa, invece, scelse una vita irregolare e scandalosa, sempre in fuga, sempre in viaggio, dalla Persia agli Stati Uniti fino in Congo, alla ricerca di «nient’altro che se stessa».

Fra le sue tante spedizioni in giro per il mondo ci fu quella degli anni ’30 negli Stati Uniti, fra i diseredati del post-1929, in compagnia della fotografa americana Barbara Wright. Operai siderurgici, minatori, operaie tessili, lavoratori in sciopero al nascere dei movimenti sindacali, abitanti dei ghetti e delle baracche, ambienti difficili nei quali una straniera, donna, con in mano la macchina fotografica, certamente non deve avere avuto vita facile.

Barbara Hamilton-Wright und Annemarie Schwarzenbach

Barbara Hamilton-Wright con Annemarie Schwarzenbach

Ma ne vien fuori uno straordinario libretto che coniuga puntigliosi resoconti di giornalismo sociale con immagini estremamente efficaci. Pubblicato in Svizzera nel 1992, poi in Francia nel 2000, arriva in italiano nel 2004.  Una prosa asciutta e spietata che affianca alla denuncia sociale anche lampi di poesia.

… nei cortili si sente questo canto malinconico che non è di questi luoghi, che non è di nessun luogo (…), al tempo stesso selvaggio  e religioso, al tempo stesso canto guerresco e canto di pio fervore, che si dipana placido, ma nel quale si percepisce una nota sottesa di seduzione e di lamento. Nell’aria tiepida della notte, le donne di colore sedute sulla soglia di casa cullano i propri bambini. Quando accostiamo la macchina, un ragazzino sorge dalle tenebre come un lampo, balza sul marciapiede e offre con un gesto muto una scatola di fiammiferi.

*****

L’immagine di una vita migliore, vecchio sogno americano, diventa sempre più annebbiata man mano che le strade si addentrano verso il sud.

*****

Le condizioni di vita nelle città operaie ricordano con forza le descrizioni delle città inglesi che si trovano nei romanzi di Dickens.

Le fotografie della Schwarzenbach sono eminentemente documentarie. Come ben illustrato nella prefazione di Dominique Laure Miermont (nell’edizione francese), la giornalista svizzera consultò l’archivio fotografico (Historical Unit)  della FSA (Farm Security Administration) al suo arrivo negli USA. Il carattere di denuncia e di documentazione del disagio sociale che permea quel progetto fotografico del governo USA (con le foto, fra gli altri, di Walker Evans e  Dorothea Lange) viene assimilato dalla Schwarzenbach e tradotto nel proprio modo di vedere e di fotografare. Con risultati notevolissimi.

Una delle immagini raccolte nel libro: "Probabilmente a Savannah, Georgia, nel 1937"

Una delle immagini raccolte nel libro: “Probabilmente a Savannah, Georgia, nel 1937″ (dall’archivio della Biblioteca Nazionale Svizzera)

Per la cronaca 1: Un sito web ricchissimo sulla vita e le opere della Schwarzenbach si trova qui.

Per la cronaca 2: Un film ricchissimo film (in francese) di poco meno di un’ora realizzato da Carole Bonstein su Annemarie Schwarzenbach (Une Suisse rebelle si trova qui.

Per la cronaca 3:  Annemarie Schwarzenbach: Oltre New York – Reportage e fotografie 1936-1938 – Il Saggiatore, 2004; 192 pagine, 15 Euro. Il profilo dell’autrice sul sito del Saggiatore si trova qui.

L'edizione italiana

L’edizione italiana

Pubblicato da: miclischi | 23 maggio 2013

Milena Moriani 2013: allo spazio SMS fino a fine giugno

Spero che i miei quadri vi piacciano. Se non vi piacciono, per favore, non ditemelo. Poche parole di Milena Moriani per introdurre i propri lavori presentati in questa mostra di tarda primavera quasi autunnale.

Tante, tantissime persone in un corale abbraccio di concittadini, parenti, amici, ammiratori. Milena è felice, emozionata, stanca. Tanto lavoro e tanta gente.

L’assessore Panichi, il sindaco, Milena Moriani e la curatrice Antonella Capitanio

Negli spazi ampi e adeguati di questo SMS i suoi grandi quadri sono presenze vive fatte di volti e di atmosfere note e meno note.

Come da trent’anni a questa parte nelle sue mostre pisane, Milena Moriani continua ad essere se stessa eppure a rinnovarsi di continuo, in un flusso creativo che, come affermato proprio dall’artista, sgorga senza controllo, senza programma, senza intenzione.

I volti, quei volti con i quali siamo abituati a dialogare nelle tele della Moriani, si fanno a volte più netti, meno impastati nella nebulosa atmosferica.

Compaiono davvero figure nette dai contorni stagliati, il che pare davvero una novità. Compare in gran copia il nero. Cupi tratti scuri spadroneggiano in alcune delle tele in mostra.

Ricompaiono le foglie, si perpetua il battistero.

Poesia, gioia, commozione.

Un’occasione da non perdere: perdersi fra quelle tele, fra quegli spazi, fra quei messaggi che esigono attenzione.

Milena Moriani in mostra a Pisa dall’11 maggio al 30 giugno 2013 - Presso Centro culturale San Michele degli Scalzi (SMS) Dal 11/05/2013 Al 30/06/2013

Una delle opere in mostra

Una delle opere in mostra

Pubblicato da: miclischi | 14 maggio 2013

Zenit Fotosnaiper: il fotofucile sovietico

Per non dare nell'occhio...

Per non dare nell’occhio…

Un apparecchio per uso militare e spionistico oppure per caccia fotografica, foto naturalistica, o simili? Come giustamente sottolinea Alfred’s Camera page, non si direbbe proprio che questo ingombrante e pesante apparecchio possa definirsi come una spy camera, per quell’uso c’erano (ai tempi della guerra fredda) le macchine a microfilm, o anche qualsiasi copia sovietica della Leica avrebbe di sicuro dato meno nell’occhio.

Okay, let me ask you a question. If you were a KGB agent, would you a) use an inconspicuous spy camera or, if need may be, an even less conspicuous tourist camera, or would you b) use a loud, noisy, clumsy and heavy photo set that turns heads in war zones, let alone near embassies?

Clicando su questa foto si accede a un web-album dal titolo "Variazioni sul tema del Fotosnaiper"

Clicando su questa foto si accede a un web-album dal titolo “Variazioni sul tema del Fotosnaiper”

Eppure questo apparecchio dall’apparenza guerresca (con la sua valigetta di pesantissimo metallo perfino dotata di cinghie per usarla a mo’ di zaino…) pare sia stato concepito proprio  per uso militare (fin dalla sua prima versione prodotta a cavallo degli anni ’30 e ’40 del ’900). Oltretutto, secondo quanto raccontato da questo sito sulle macchine fotografiche sovietiche, pare che uno dei più appassionati utenti di questo fotofucile fosse Nikita Kruschev.

Comunque, questa valigetta contenente l’ultimo modello (il Fotosnaiper FS-12, che fu prodotto dal 1982 al 1990) fu recuperata sotto la pioggia invernale del mercatino delle pulci di Bruxelles, e dopo un paio di riparazioncelle per rimettere in sesto un paio di rotture, è stato possibile farci un giro e scattare un rullo di prova.

Prima bisogna familiarizzarsi con il contenuto della famosa valigetta. Tutto il materiale è saldamente solidale con la valigetta stessa, fissato tramite appositi inserti filettati. Nel vano principale ci sono il corpo macchina (Zenit 12S) con il teleobiettivo e il paraluce, oltre al meccanismo da applicare sotto a macchina e obiettivo per azionare il grilletto e infine il supporto da appoggiare alla spalla. Nel tappo sono alloggiati un obiettivo normale Helios-44 58mm f.2  con innesto a vite 42 mm, 4 filtri, i tappi anteriore e posteriore per gli obiettivi, due cartucce per caricare la pellicola (rotolini) e due cacciaviti.

Valigetta chiusa, valigetta aperta

Valigetta chiusa, valigetta aperta

L’obiettivo del fotofucile è un Tair-3S 300mm f/4.5 ed è dotato di un meccanismo per impostare il diaframma su “tutta apertura” per la messa a fuoco. Poi si potrà impostare il diaframma sull’apertura desiderata e al momento dello scatto si sentiranno due “click”: il primo per la chiusura del diaframma e il secondo per lo scatto dell’otturatore. Questo avviene grazie a un sistema a bilancino sotto all’obiettivo che viene azionato appunto dallo scatto a grilletto.

Aprire la valigetta ed estrarre i componenti per assemblare il fotofucile provoca un effetto di déja-vu: quante volte si saranno viste nei film e telefilm americani scene in cui il serial killer o il tiratore scelto prepara la sua arma sul tetto di un qualche grattacielo? Decisamente, come suggerisce qualche commentatore sul web, un’operazione da non svolgere in prossimità di installazioni militari o “obiettivi sensibili”! Meglio montare il tutto in disparte, prima di presentarsi in pubblico con un qualcosa che, tutto sommato, è abbastanza facilmente identificabile come una macchina fotografica e non come un’arma.

Tutti i componenti ben ordinati e solidali alle pareti della valiigetta

Tutti i componenti ben ordinati e solidali alle pareti della valigetta

Una volta superato l’ostacolo del peso (con le macchine sovietiche il peso è sempre imponente, questione di “industria pesante”…), questo apparecchio gigantesco risulta tutto sommato di ergonomia accettabile. In particolare, risulta molto comoda la manopolona della messa a fuoco che si trova sotto al’obiettivo (è la ghiera zigrinata di alluminio chiaro che si vede nelle foto qui sopra e qui sotto), nella posizione in cui naturalmente va a posizionarsi la mano sinistra per sorreggere il grande pese (a proposito, non è previsto l’uso di cavalletto, questa macchina nasce per il “tiro a volo”).

La comoda presa sulla manopola della messa a fuoco

La comoda presa sulla manopola della messa a fuoco

L’immagine è molto nitida nel mirino, e ci si abitua fin da subito al “doppio scatto”. L’esposimetro TTL di questo apparecchio funziona quando gli pare, quindi è stata usata una stima “a occhio” dell’esposizione. Ma con un rullo di Kodak TRI-X 400 (Sviluppato in Microphen stock)  e il filtro arancio si sono ottenuti dei risultati accettabili, nonostante la luce bastarda di un pomeriggio di foschia.

Quando si fa un rullo di prova, alla fine c'è sempre uno scatto che è quello preferito dal fotografo. Ecco, è questo.

Quando si fa un rullo di prova, alla fine c’è sempre uno scatto che è quello preferito dal fotografo. Ecco, è questo.

La resa delle foto è più che accettabile, anche se alcuni commentatori sul web sottolineano che questa ottica di 300 mm presumibilmente è stata concepita per la foto in Bianco e Nero (nella quale da il meglio di sé), mentre negli scatti a colori vengono osservate alcune aberrazioni cromatiche. I migliori risultati del primo rullo di prova si sono ottenuti con foto scattate a soggetti lontani ma non all’infinito, presumibilmente anche per via della luciaccia fioca.

Resta da domandarsi: perché sobbarcarsi il cospicuo peso e ingombro di questo ambaradan per raggiungere dei risultati probabilmente poco competitivi rispetto a quelli quelli ottenibili da una moderna bridge con tele 18x? Ma questa domanda può porsela solo chi non ama assaporare la manualità di un apparecchio così complesso, chi non ha la passione per la pellicola e lo sviluppo, chi non sente la gioia di far scattare (rumorosamente!) una macchina fotografica che languiva sotto la pioggia in Place du jeu de Balle… Senza contare che una moderna bridge digitale, probabilmente, non sarebbe impregnata di quel penetrantissimo odore di lubrificante che permea tutto l’apparecchio, e che lascia nelle mani un alone persistente per qualche qualche ora dopo aver manipolato il Fotosnaiper. Che sia grasso da carri armati?

Alcune foto del rullo di prova

Alcune foto del rullo di prova

Per la cronaca 1: Il manuale per il fotosnaiper si trova qui.

Per la cronaca 2: Una panoramica sulle varie versioni di questo fotofucile si trova qui.

Per la cronaca 3Ulteriori scatti del rullo di prova si trovano qui.

Questione di profondità di campo

Questione di profondità di campo

Pubblicato da: miclischi | 7 maggio 2013

Salvatore Giuliano: e la trama continua…

L'opera di Ferrero in scena al Teatro dell'Opera di Roma, gennaio 1986

L’opera di Ferrero in scena al Teatro dell’Opera di Roma, gennaio 1986

Quando, nel gennaio del 1986, fu presentata al teatro dell’Opera di Roma la prima mondiale dell’Opera Salvatore Giuliano  di Lorenzo Ferrero su libretto di Giuseppe Di Leva, quel che colpì il pubblico fu soprattutto la quasi totale assenza di modernità, nella musica quanto nell’impianto drammaturgico. Un’opera breve, in un atto unico fatto di tre quadri, rappresentata quella sera congiuntamente (così si usa con le opere di corta durata) con un’altra opera breve: Cavalleria Rusticana  di Pietro Mascagni. Il fatto che l’opera verghiana abbia riscosso in quell’occasione più successo di quella contemporanea non fu dovuto solo al tradizionale tradizionalismo dei melomani; infatti, a ben vedere, l’opera di Ferrero era ben meno rivoluzionaria di quella di Mascagni. Un’opera, quel Salvatore Giuliano, senza scossoni, incentrata intorno a quella figura che si voleva leggendaria e un po’ folle, manovrata soprattutto dai poteri mafiosi. Riascoltare oggi quell’opera, a quasi trent’anni di distanza, conferma quella impressione a caldo, e prevale soprattutto la sensazione di un miscuglio abbastanza insipido di tradizione verista e ambigua ricostruzione storica. Certo, però, Nicola Martinucci, gran tenore! Un breve video di un brano dell’opera si trova qui.

Pubblicato nel 2013

Pubblicato nel 2013

Andare oggi a rivangare nelle vicende che si svolsero in Sicilia alla fine della seconda guerra mondiale, le infinite trame che Salvatore Giuliano contribuì a tessere in quegli anni difficili, può risultare invece di una assoluta modernità. Lo scrupoloso lavoro condotto da Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino andando a frugare negli archivi recentemente desecretati in Italia, nel Regno Unito e negli USA ricostruisce infiniti legami, accordi, pastette, segreti, depistaggi di qui tempi che fanno apparire i famosi e “presunti” legami fra il mondo politico di oggi e le mafie come una sorta di “naturale” continuazione di un sistema già ben consolidato a quei tempi.

Il libro dal titolo La scomparsa di Salvatore Giuliano, pubblicato all’inizio del 2013 da Bompiani (con una grafica – di Polystudio/Carla Moroni –  che sembra riprendere pari pari quella della collana Experience  dell’Editore Mattioli 1885, compresi gli angoli stondati) è ricco, ricchissimo soprattutto di personaggi. Ci sono infatti ben 25 pagine di Indice dei nomi.

Si parte dall’arrivo in Sicilia e poi in Italia degli alleati, lo sfascio della RSI, il movimento indipendentista siciliano come facciata per una rivoluzione fascista nell’isola, i legami indissolubili fra gli ufficiali alleati, gli ex-fascisti italiani, i malavitosi americani e italiani, i politici della nascente Repubblica, la Chiesa, l’ossessione anti-comunista, anche i sionisti in partenza per il medioriente… insomma un calderone diabolico.

Riuscendo a navigare fra la mole enorme di dati e soprattutto di nomi, la storia raccontata dai due autori risulta tragicamente avvincente. E in certe sue pieghe assume toni proprio da melodramma verista (!), come nella teatralissima manovra per sostituire Giuliano con un sosia in modo da far credere che sia stato proprio lui, il celebre bandito, ad essere stato ucciso il 5 luglio 1950 a Castelvetrano… (mentre il vero Giuliano se ne andava negli Stati Uniti forte delle sue coperture politiche internazionali).  O nelle innumerevoli facce con cui fu presentata, sui giornali, nei processi e nella ricostruzione dei fatti, la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947.

Altro che Robin Hood siciliano, altro che bandito mitico! L’immagine di Giuliano che emerge con forza da questo minuzioso lavoro di indagine è quella di capo di uno dei tanti poli di potere che lavoravano al coperto come allo scoperto per scongiurare che nell’Italia del dopoguerra prevalesse la Sinistra e per assicurarsi che il potere pollitico ed economico finisse nelle mani delle persone giuste. La piana semplicità con cui gli autori raccontano gli accordi fra politici, militari americani e italiani, carabinieri, agenti segreti di questo o quel Servizio, preti e frati, assassini, banditi e mafiosi… è a volte sconcertante. Ma proprio per questo, per lo sconcerto sollevato, il libro di Casarrubea e Cereghino è di estrema attualità

Si diceva dell’indice dei nomi. Giulio Andreotti vi compare tredici volte. La prima volta che si parla di Andreotti, cronologicamente, siamo nel 1945, quando era segretario del frate Felix Morlion, il capo dei servizi segreti vaticani di cui gli autori documentano i legami con la Banda Giuliano. Un capitoletto succoso, interamente dedicato a Andreotti, si trova alle pagine 304-313 del libro.

Giulio Andreotti è morto a 94 anni in questo maggio 2013. Poche ore prima moriva Agnese Piraino Leto, la vedova del Giudice Paolo Borsellino ammazzato a Palermo nel 1992, ed è tornata con potenza alla ribalta in questi giorni l’affermazione fatta dal giudice alla vigilia della propria uccisione, e contenuta in una intervista rilasciata dalla vedova nel 2012: Mi uccidera’ la mafia ma saranno altri a farmi uccidere. La mafia mi uccidera’ quando altri lo consentiranno.

1° maggio 1948. Festa dei lavoratori a Portella

1° maggio 1948. Festa dei lavoratori a Portella

Pubblicato da: miclischi | 30 aprile 2013

Impossibile Man: salvarsi con i miti

impossibile manFamiglia sgarrupata della provincia statunitense: il padre reduce dalla Korea  con gravi problemi psichiatrici (è di fòri come i terrazzi, violento, imprevedibile, inaffidabile); madre che si barcamena scappando dal marito per salvarsi la vita (a sé e al figlio) e alla fine cresce il figlio da sola in un turbinare di luoghi, lavori situazioni… E il figlio? Naturalmente è un po’ disagiato. Ma cerca e trova fin dalla prima infanzia la propria salvezza nei miti. Impossible Man, questo libro autobiografico di Michael Mihamad Knight, riemerso dai meandri degli acquisti remoti al Pisa Book Festival, si guadagna una posizione di primo piano fra le letture di questa tardivissima primavera 2013.

Un trentenne che scrive la propria autobiografia? Eh già. Non c’è niente di presuntuoso o pretenzioso in questo approccio. Anzi, c’è piuttosto la necessità di fornire un resoconto rutilante ma obiettivo di quel che è successo nella propria infanzia e adolescenza. E da raccontare Michael Unger (che poi cambierà il proprio nome) ne ha proprio parecchio.

I nomi musulmani erano talmente fichi che chi era nato nella jahiliyya - l’”ignoranza” – americana e scopriva l’Islam più avanti nella vita, logicamente rinunciava al proprio cognome per uno nuovo.

Dunque si diceva dei miti. Dapprima, intorno ai 6 anni, si ispira al Luke Skywalker di Guerre Stellari; poi sarà la volta dei finti eroi del wrestling; al liceo si avvicina alla storia, alla filosofia, alle figure carismatiche del passato. Scopre Malcolm X e ne viene folgorato. Di lì alla curiosità per l’Islam il passo è breve.

Michael Muhammad Knight

Michael Muhammad Knight

Michael il disadattato, l’emarginato, l’impacciato con le ragazze, trova nuova ispirazione in un universo – quello della fede musulmana, per un bianco americano –  tutto da scoprire, e che lo differenzierà  e in parte lo emarginerà ulteriormente dai suoi coetanei, dai compagni di scuola, dai vicini, dai nonni materni.

In tutti questi passaggi, la madre è un saldissimo punto di riferimento e di forza. Qualsiasi progetto, per quanto apparentemente bizzarro o irrealizzabile Michael presenti a sua madre, lei invariabilmente risponde: Ok. Che si tratti di comprare un libro, o fondare la federazione egiziana del wrestling, o farsi accompagnare alla moschea della città vicina per pregare  oppure  andare a fare uno stage estivo di formazione islamica in Pakistan… lei risponde sempre Ok.

Non fai del male a nessuno. Hai deciso di farlo, ci caverai fuori quello che vuoi cavarci fuori, e poi passerai a fare qualcos’altro. Fai così da quando hai sei anni.

Inizia con un ritmo travolgente, questo Impossible Man,  incalzantissimo e quasi cinematografico (ricorda il primo Spike Lee). La storia del piccolo Michael, della sua famiglia e delle sue sventure diventa fin da subito una storia da seguire rapidamente pagina dopo pagina. Sembra, in verità, la storia di un adulto, invece che di un bambino, tante sono le situazioni difficili e le scelte drastiche che lo circondano.

La parte più corposa della storia (e del libro) è quella dedicata alla fascinazione per l’Islam, per il Corano, per la preghiera, per lo studio dei rudimenti dell’arabo. Il senso di appartenenza, per il ragazzino sradicato da tutto e da tutti, è fortissimo, e tutte le dimensioni della sua esistenza (la scuola, i rapporti con i compagni, i parenti, le ragazze, lo studio) sono mediate dalla sua nuova dimensione. Resa in modo davvero efficace dal narratore-autobiografo.

In tenuta da wrestler

In tenuta da wrestler

C’è un calo narrativo proprio quando Michael comincia ad avere qualche dubbio sulla propria identità musulmana, circa a tre quarti del libro. E’ come se, perdendo questo faro-guida della fede e della sua pratica quotidiana, il protagonista della storia, e la storia stessa, perdessero un filo conduttore. Ricompare il wrestling dell’infanzia, compaiono il sesso, la la droga, l’alcool, i riti collettivi del college… Insomma il libro si sfalda un po’.

Ma i salti spazio-temporali e mentali di cui è capace il protagonista salvano la narrazione quando arriva l’evento traumatico dell’11 settembre. E con esso il ritorno all’identità musulmana (se pur con molti dubbi), la ricerca del padre, le conversazioni allucinate con lui, la ricerca di altri io nell’intimo di Michael, la comparsa come dal nulla del nuovo mito di Francis Scott Fitzgerald… Salto dopo salto e sorpresa dopo sorpresa alla fine la trama regge, e il libro risulta di godibilissima lettura.

Un invito a curiosare fra gli altri libri di Michael Muhammad Knight, a leggere alcuni dei suoi articoli che gli hanno rivoltato contro le comunità islamiche USA (come è ben dettagliato in questa sezione della pagina wikipedia a lui dedicata), ad addentrarsi in un nuovo autore da scoprrire.

Per la cronaca 1: La copertina del libro (era la stessa anche nell’edizione USA), bruttina alquanto, è di Brett Yasko. Una immagine più leggibile si trova qui.

Per la cronaca 2: Pare che al momento questo sia l’unico libro di Knight tradotto in italiano. La pagina IBS dei suoi libri in inglese si trova qui.

Michael Muhammad Knight: Impossible Man. Traduzione di Tiziana Lo Porto. Sagoma Editore, 2011. 352 pagine, 18 Euro.

Pubblicato da: miclischi | 20 aprile 2013

Il Pub di Roddy Doyle è un social network

Uscito nel novembre 2012

Uscito nel novembre 2012

L’idea del libro Two Pints, pubblicato nel 2012 da Roddy Doyle, era venuta all’autore irlandese proprio dai suoi incerti tentativi di creare un account e usare Facebook. Lo spiega proprio lui in questa gustosissima intervista, e anche in quest’altra, meno ingessata e parecchio più divertente.

L’idea di immaginare - e scrivere – dialoghi dalla lunghezza definita e limitata, e di mutuare i botta-e-risposta fra due “friends” nasce proprio da lì, da facebook. Eppure alla fine il risultato, un librino svelto svelto dalla carica ironica-umoristica-surreale irresistibile, diventa proprio una sorta di inno alla comunicazione diretta, fisica, personale. La scena del dialogo vero, della comunicazione vera, si sposta dalle aride pagine di internet all’ambiente casinoso ma umano del Pub, con due pinte di birra davanti.

- It’s like this place. It’s a social network as well, really.

- This kip?.

- People meet here an’ chat – LOL.

- Wha’?

- Never mind.

Dal 24 maggio 2011 (martedì) al 4 settembre 2012 (un altro martedì), sessanta conversazioni tra due conoscenti di una certa età (di uno si sa che è nonno) che si incontrano al pub. Sono brevi o brevissimi scambi di battute (quasi tutti stanno in una piccola paginetta, raramente poco di più, in un solo caso di due pagine e mezzo, quando ironizzano sulla poesia). Di cosa parlano i due amici al pub, di ginopaoliana memoria? Ragionano sugli argomenti del giorno (ogni scambio è datato in testa alla pagina), ma sempre in forma di lampi vividissimi, scambi di battute brevissime, incisivi, spesso irresistibilmente comici, a volte davvero surreali. Ci sono i fatti della politica nazionale e internazionale (con un occhio di riguardo per le relazioni anglo-irlandesi e per la Regina), la crisi dell’Euro, il calcio, le morti dei personaggi famosi nel mondo dello spettacolo, le vicende private delle rispettive famiglie, qualche amarcord dei tempi della gioventù, le Olimpiadi di Londra… Ci sono le parolacce, ci sono le espressioni dialettali tanto care al Dalla delle rondini, insomma uno straordinario piacere di lettura.

Ci sono alcuni personaggi ricorrenti, nelle conversazioni dei due bevitori di birra, e un ruolo tutto particolare spetta al Colonnello Gheddafi, (il leader libico omonimo dell’omino che vende chips-n’-fish). Where’s Lybia annyway? Gheddafi compare nel quadro di una ipotetica visita di stato in Irlanda; oppure, dopo la caduta del regime libico, mentre fa le pulizie in incognito all’aeroporto di Dublino; infine, alla notizia della sua morte (We’ll kind o’ miss him).

C’è il Comandante Schettino (They should put him in charge o’ the euro); c’è Berlusconi (Michael Jackson’s doctor); c’è l’ironia sugli attori del film d’azione Tom Cruise e Bruce Willis (Those action fillums – it doesn’t really matter who’s in them, sure it doesn’t?);  c’è il Papa:

- You told the Pope to fuck off?

- I did, yeah.

- How?

- The usual way.

- Yeh shouted? He wouldn’t have heard yeh from here.

- No, email.

- You emailed the Pope?

- I did, yeah.

- Fuckin’ hell. Did he answer?

- Not yet. (…).

Roddy Doyle racconta il suo “Two Pints”

Ci sono dei piccoli gioielli che stanno in bilico fra la poesia e l’assurdo, come l’annotazione sulle icone gay:

- (…) An’ she’s a gay icon.

- What’s a gay fuckin’ icon?

- Somethin’ all the gays like.

- Wha’? Like chicken curry?

oppure l’imprevedibile comparsa, come dal nulla, di una riflessione sull’architettura del teatro d’Opera di Sidney:

- It’s the Opera House, yeah?

- Think so.

- The roof, like. Is it an accident or it is meant to be like tha’?

- How could it be a fuckin’ accident?

- Well, it’s opera. That’s wha’ goes on in there. Opera. Singin’, like. So you’d have Pavarotti, singing the World Cup song an’ tha’ – full blast. And other opera cunts as well. Belting it out. All fuckin’ day. So I thought maybe it’d do structural damage. The vibrations, like – eventually.

- No.

- Yeh don’t think?

- No. I know what yeh mean, but I’d say they wanted it like tha’. Deliberately fucked up an’ stupid-lookin’.

Sydney Opera House

Sydney Opera House

 

Roddy Doyle: Two Pints. Edizioni Jonahan Cape, Londra, 2012. 90 pagine, 6,99 Euro.  In attesa dell’edizione in italiano, l’edizione originale si puòò ordinare qui.

Pubblicato da: miclischi | 13 aprile 2013

40 anni (quasi) dalla fine della guerra in Vietnam

Fuggi-fuggi da Saigon, Aprile 1975 - Foto di Hugh van Es

Fuggi-fuggi da Saigon, Aprile 1975 – Foto di Hugh van Es

I siti di rievocazione storica e quelli enciclopedici concordano nel fissare la data definitiva per la fine della guerra in Vietnam al 30 aprile 1975, con la presa di Saigon da parte dell’esercito nord-vietnamita e la precipitosa fuga degli ultimi statunitensi con l’elicottero. Ci sta che quindi fra un paio d’anni qualcuno si ricordi di quella guerra nel quarantesimo anniversario di quella data.

Però, un paio d’anni prima, c’era stato un altro evento che aveva lasciato supporre una fine del conflitto già nel gennaio del 1973: la firma del Trattato di pace di Parigi, alla fine di un periodo di negoziati internazionali che era iniziato nella capitale francese nel 1968. Su questa pagina web c’è la cronologia degli avvenimenti successi fra la firma del trattato di Parigi e la presa di Saigon. Un video della propaganda statunitense del 1971, sui negoziati di Parigi e sulla guerra, si trova qui.

Chissà se ci sarà davvero qualche celebrazione alla fine dell’aprile 2015, a quarant’anni dalla fine della guerra. Chissà se ci saranno scambi di visite internazionali, plateali strette di mano, abbracci, lacrime, dichiarazioni, rievocazioni, veterani in carrozzella e ex bambini ormai anziani stragiati dal Napalm. Nel frattempo, ecco una breve rassegna di titoli di quei giorni del 1973, quando si pensava (o almeno un ragazzetto quindicenne pensava) che davvero una risoluzione firmata a Parigi avrebbe potuto fermare il massacro in Indocina.

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L’Unità del 25 gennaio 1973

Una manciata di giornali di quei giorni (a dire il vero si tratta della documentazione quotidiana sul giornale L’Unità , tranne che per un giorno, nel quale si insinua La Nazione ), ripescati in archivio, testimonia di quanto l’auspicio di un pronto ritorno alla pace fosse tangibile. Ma rileggere quei giornali, a oltre quarant’anni di distanza, è una buona occasione per verificare come siano cambiati i giornali, i titoli, le prese di posizione precise, da quei tempi in cui il quotidiano era davvero la fonte principale di notizie e di scambio di idee e di opinioni.

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L’Unità, 24 gennaio 1973

E questo ripescare quei giornali un po’ muffiti e vecchi di quarant’anni e più, può essere anche l’occasione per dare un’occhiata a qualche altra notizia di quei giorni: c’erano i funerali di Lindon Johnson e l’assassinio di Amilcar Cabral, c’era Il Padrino nei cinema, c’era la sconfitta di Frazier contro Foreman, c’erano Joan e Gonfiantini nel Pisa S.C., si girava Malizia  e L’Unità presentava ogni giorno nelle pagine degli spettacoli una fotografia di una giovane avvenente attrice. Ma le pagine erano piene zeppe di notizie anche collaterali all’evento del trattato di Pace, riferite a iniziative prese in tutte le regioni e in tutte le città per inneggiare al Vietnam, per raccogliere fondi per la ricostruzione, per celebrare, insieme alla pace, la vittoria contro l’imperialismo statunitense.

La vignetta di Fremura sulla Nazione

La vignetta di Fremura sulla Nazione

Una selezione di titoli di quei giorni si trova qui.

Una delle terribili immagini-simbolo della guerra in Vietnam, la bambina Kim Phuc, sfregiata dal Napalm, fotografata da Huynh Cong «Nick» Ut nel giugno del 1972

Una delle terribili immagini-simbolo della guerra in Vietnam, la bambina Kim Phuc, sfregiata dal Napalm, fotografata da Huynh Cong «Nick» Ut nel giugno del 1972

Pubblicato da: miclischi | 10 aprile 2013

Salyut, bella e complicata

Con l'obiettivo MIR 65 mm

Con l’obiettivo MIR 65 mm

Nel panorama delle macchine fotografiche sovietiche mutuate dai modelli occidentali non poteva mancare la copia della Hasselblad. Ce ne sono in verità diversi modelli, denominati Zenith o Kiev, ma qui si racconta la prova di una reflex monottica 6×6 denominata Salyut.

Un’asta fortunosa su Ebay ha permesso di accattarsi questo gioiellino pesantissimo con, in dotazione, uno straordinario obiettivo MIR 65mm f. 3.5 e un trittico di filtri per questo generoso grandangolare: skylight, arancio e giallo. Il tutto, naturalmente, all’obiettivo normale (in Industar-29 da 80 mm e apertura 2.8) e un mirino a oculare da sostituire al mirino a pozzetto in dotazione. Dovrebbe trattarsi di un apparecchio della terza serie (a cavallo fra gli anni ’60 e ’70) cioè senza autoscatto e con i tempi di otturazione fino a 1/1000 (i precedenti arrivavano fino a 1/1500).

Mastodontica

Mastodontica

Ci sono varie particolarità che contraddistinguono questo apparecchio, e molte di queste sono veramente astruse o anti-ergonomiche. Passons per il peso, con le sovietiche lo si sa già in partenza.

La tendina metallica somiglia davvero a una saracinesca, e il rumore che fa è raccapricciante. Inoltre, in questo specifico apparecchio, se si tiene il dito sul pulsante di scatto nei tempi lenti (1/30 o più lenti) la corsa della pesante tendina rallenta verso la fine e lascia uno spiraglio aperto, il che naturalmente danneggia il negativo con imprevedibili fiammate di luce.

Poi: il pulsantino per sbloccare e aprire il mirino a pozzetto è assolutamente adiacente al pulsante per sbloccare il dorso con la pellicola, per cui, può succedere (è successo!) che malauguratamente il fotografo invece di alzare il mirino sganci il dorso, il quale magari non era neanche chiuso con la slide… Andiamo avanti: più di un manuale disponibile online raccomanda che non si può fare quasi niente senza prima aver ricaricato l’otturatore; ma attenzione, gli stessi manuali raccomandano di fare l’avvolgimento in un movimento continuo, e non un po’ alla volta, il che per certi tempi veloci obbliga a delle semi-acrobazie facendo ruotare tutto il pesante corpo macchina attorno alla manopola dei tempi. Smontare l’obiettivo (dopo aver ricaricato l’otturatore ) non è banale, visto che la filettatura grossolana suona un po’ ciottolosa (e neanche gli obiettivi sono leggerissimi). C’è poi la benedetta slide che la cui maniglietta nobile si incastra sempre dappertutto…

Il dorso con la finestrella per spiare l'avanzamento della carta fino al numero 1.

Il dorso con la finestrella per spiare l’avanzamento della carta fino al fotogramma numero 1.

Ma il capolavoro è costituito dalla procedura per caricare la pellicola nel dorso. Ci vogliono ben 4 pagine  di  istruzioni   preferibilmente a colori, così che si possano vedere le frecce diversamente colorate che indicano le diverse parti da controllare… Ci sono da studiare i pallini e il conta-pose, c’è da estrarre l’interno con una manovra che somiglia alla sostituzione di una ruota di un TIR, poi ci sono da fare verifiche e controverifiche, ma il capolavoro avviene quando c’è da portare la pellicola in posizione corretta per iniziare a scattare. Non c’è l’usuale posizione, o freccia, o linea “START”, in questo magazzino: ma aprendo una finestrella rotonda sul retro del dorso si arriva a vedere tramite un pertugio a imbuto, fin sulla carta di protezione del film, e lì, avvolgendo manualmente il rullo, si può spiare la comparsa del fatidico numero 1. Ecco, a quel punto ci sono un altro paio di manovrette “cruciali” da fare prima di cominciare, ma poi finalmente si può iniziare a scattare. Fantastico.

La finestrella a imbuto vista da un'altra angolazione

La finestrella a imbuto vista da un’altra angolazione

Ma davvero non c’è niente di buono da dire? certo che sì. Prima di tutto, come si vedrà, la qualità delle foto. E poi la manovrabilità degli obiettivi è molto buona, con un particolare degno di nota: un sistema meccanico che permette di impostare il diaframma pur leggendo la messa a fuoco con l’apertura massima. Una leva apposita,  inserita su entrambi gli obiettivi subito sotto alla ghiera delle aperture, permette di aprire manualmente il diaframma fino al massimo e poi, al momento dello scatto, il diaframma si porterà sul valore impostato subito prima che l’otturatore si apra. Un sistema ingegnoso e molto efficace, che fra l’altro viene quasi automatico utilizzare, perché dopo lo scatto l’immagine sul vetro smerigliato risulterà naturalmente più buia.

La casina della Teti

La casina della Teti fotografata con la Salyut

Le foto qui presentate sono scattate con pellicola Fomapan 100 ASA sviluppata in R09 One Shot in soluzione 1+50 (lo scanner è un Epson Photo Perfection V600).

Per la cronaca 1: sarà quest’aria vintage, sarà il formato quadrato, sarà il nome in cirillico di questo apparecchio, ma vengono in mente gli scatti di estrema malinconia e intensità di Miroslav Zhivkov, fotografo bulgaro (cirillico!) che predilige appunto il formato quadrato. Oltre al blog fotografico da cui si accede cliccando sul nome, c’è anche quest’altra ricca galleria.

Per la cronaca 2: In attesa di ulteriori prove e divertimenti fotografici, la serie dei primi scatti si trova qui.

Per la cronaca 3: Un’altra pagina web che tratta di questo apparecchio è qui. Altre sono qui e qui.

Per la cronaca 4Saluyt (Салют) era anche il nome di un programma spaziale sovietico e di un certo numero di stazioni spaziali. Più informazioni si trovano qui.

Le prime prove con la Saluyt

Le prime prove con la Salyut

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