Pubblicato da: miclischi | 12 giugno 2017

Ali Smith: tempo d’autunno.

Uscito nel 2016, tempi di Brexit

Che cos’è il tempo? E’ il tempo che passa dall’estate verso l’autunno, con le foglie che ingialliscono e cadono. Ma è anche il tempo che passa dall’infanzia all’adolescenza all’età adulta. C’è poi anche il tempo che passa mentre si sta in coda all’ufficio postale, e che pure si dilata e si arricchisce e diventa un evento narrativo. Oppure il tempo che un anziano, anzianissimo, passa nel suo letto della casa di riposo con gli occhi chiusi, a rivivere il suo tempo che fu. Ma c’è anche il tempo della Brexit e delle ansie che suscita. O il tempo dei pomeriggi in cui la piccola Elisabeth passeggia con Daniel, il Sig. Gluck, il vicino di casa. Tutto questo – non solo questo – nel nuovo prodigioso romanzo di Ali Smith dal titolo Autumn.

Time travel is real, Daniel said. We do it all the time. Moment to moment, minute to minute.

E ci sono qua e là anche degli echi dal suo poderoso precedente romanzo, How to be both:

He is not just one thing or another. Nobody is.

Che cosa succede nella mente di un anziano che aspetta la fine? Quanto c’è di verità, o di finzione, o di rielaborazione critica, negli episodi che vengono proiettati sul maxischermo della sua mente? La mente di Daniel, i suoi ricordi, la sua storia. E il suo abbracciarsi con la storia di Elisabeth, questa bambina-ragazza-donna che si accorgerà, una volta adulta, che proprio lui è l’unico possible destinatario della parola amore. Lui che la ha accolta  – sempre, a qualsiasi età – con la solita domanda: Che cosa stai leggendo? Proprio come il  Motta.

Hello, he said. What are you reading?

Elisabeth showed him her empty hands.

Does it look like I’m reading anything? she said.

Always be reading something, he said. Even when we’re are not physically reading. How else will we read the world? Think of is  as a constant.

A constant what? Elisabeth said.

A constant constancy, Daniel said.

Pauline Boty: Love to Jean Paul Belmondo. Una delle opere citate nel romanzo di Ali Smith.

Ci sono i libri, c’è l’arte (Arty art), c’è la pioniera della pop art britannica (Pauline Boty), che punteggia con i suoi lavori raccontati a voce, qua e là, i dialoghi fra Daniel e Elisabeth ed altri tratti del racconto. C’è la televisione, ci sono gli show televisivi, la diva-bambina che riappare in carne e ossa a casa della mamma di Elisabeth… Questo libro caleidoscopico scheggia via da un capitolo all’altro con salti di tempo, di luogo, di contesto, di linguaggio, di tutto… E come al solito il lettore basito arriva in fondo e ricomincia da principio, che staccarsi da questa lettura non è per niente facile.

Perché c’è, soprattutto, il linguaggio. Questo rincorrersi delle parole, delle frasi, dei capitoli… Questa prosa cui Ali Smith ci ha abituati fin dagli esordi, ma che continua a evolversi e a stupire.

The pauses are a precise language, more a language than actual language is (…).

E la vita? Che cos’è la vita? Di che cosa è fatta? Di quali pezzetti, di quali ricordi, di quali sentimenti, di quali relazioni? In che modo la vita di Daniel Gluck steso in un letto a occhi chiusi è altrettanto vita di quella di Elisabeth bambina, o adulta, magari proprio lei che sta lì seduta accanto al suo letto, a leggere un libro, a esplorare l’universo celato da quelle palpebre abbassate… E come cambia la vita? Come cambia con il filo spinato laddove prima c’erano i campi, o con le scritte razziste, o i comportamenti razzisti; come cambia la vita con la Brexit?

Un libro pieno di punti interrogativi, di domande; ma anche di quei punti interrogativi che si disegnano sull’espressione incredula del viso: sono punti interrogativi di stupore. Che di sicuro il lettore si stupisce pagina dopo pagina. Dell’invenzione narrativa, della forza del dialogo, dell’efficacia nell’uso del tempo, questo protagonista assoluto che pure si piega alle necessità del raccontare. Insomma, se si può dire, che si dica: un altro capolavoro di Ali Smith!

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