Pubblicato da: miclischi | 27 marzo 2015

Ali Smith racconta l’arte, il passato e il presente: lacerante bellezza

Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Dar es Salaam: tramonto allo Slipway

Da dove si potrebbe cominciare? Dalla libreria allo Slipway di Dar es Salaam? Un bellissimo locale affollato di libri di tutti i generi, forse l’unico negozio del mini-centro commerciale che non sia smaccatamente a misura di turista a caccia di souvenir, una libreria confortevole gestita da personale competente. Insomma una perla che rende lo Slipway al tempo stesso un tempio della gamenità e un polo librario importante. Fu proprio dagli scaffali di quel bookshop che emerse con forza l’immagine di copertina del romanzo How to be both pubblicato da Ali Smith nel 2014.

Oppure si potrebbe cominciare dai fiori di Kerouac? Come tradusse Fernanda PivanoGuardai i fiori della siepe: uno era caduto: un altro era appena sbocciato: nessuno dei due era triste o felice.  Ma i fiori della siepe possono essere tristi o felici? Forse Ali Smith si chiederebbe: un fiore della siepe può essere al tempo stesso triste e felice? Può essere tutte e due le cose? Si può essere contemporaneamente tristi e felici?

Uscito nel 2014

Uscito nel 2014

E il teletrasporto? Si potrebbe cominciare anche da lì, dalle vaghe ispirazioni dalle pagine d’apertura dei versetti rushdiani, quando l’angelo Gibreel precipita consapevolmente / inconsapevolmente nel mondo provenendo dall’alto dei cieli… Ma qui – anche qui nelle primissime pagine del libro – a essere teletrasportato, suo malgrado, in un portentoso viaggio spazio-temporale, è l’artista-protagonista: dalla Ferrara del ‘400 alla Cambridge del XXI secolo. Si può vivere nel passato ma anche nel presente? Si può essere morti e vivi allo stesso tempo? Si può essere tutte e due le cose?

Si potrebbe forse cominciare anche dalle ultime pagine del libro, e ricominciare subito a leggere l’inizio – per scoprire che sono proprio le ultime pagine del racconto, quelle che vengono descritte all’inizio. Solo che alla fine è il narratore che racconta il presente, mentre all’inizio quel che succede viene visto attraverso gli occhi di un artista del ‘400, come in un esercizio di empathy / sympathy.  E poi continuare e rileggerlo subito tutto, questo libro straordinario, per ripercorrere la fascinazione, la stratificazione di storie, tempi, personaggi, emozioni… Ma una scena può essere al tempo stesso l’inizio e la fine di un libro? Può davvero essere tutte e due le cose?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. mese di marzo, il decano di destra. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l'autoritratto dell'artista?

Francesco del Cossa. Palazzo Schifanoia a Ferrara. Mese di marzo. Ma davvero questo personaggio androgino che sostiene simboli yin/yang è l’autoritratto dell’artista?

Ma si potrebbe cominciare anche da quel dilemma morale che si ripropone lungo tutta la narrazione sotto tante facce e che viene stigmatizzato nella lettera che Francesco del Cossa scrisse il 25 marzo 1470 a Borso d’Este, il quale gli aveva commissionato gli affreschi di tre dei mesi nel portentoso ciclo allegorico di Palazzo Schifanoia a Ferrara, per chiedergli di essere pagato meglio degli altri artisti coinvolti nel progetto. La storia di Francesco del Cossa, così come quella di George / Georgie / Georgia, l’alter-ego adolescente odierno dell’artista ferrarese (Questo ragazzo è una ragazza), è piena zeppa di dilemmi morali, così come quella del padre e della madre di George, della sua amica H, dell’amica di sua madre, per non parlare dei genitori di Francesco del Cossa, o dei suoi amici, dei suoi colleghi artisti, del suo fido assistente con la faccia da ladruncolo, Ercole de’ Roberti. Giusto o ingiusto? Moralmente accettabile oppure no? Si può essere tutte e due le cose allo stesso tempo?

Ma forse proprio la copertina, o meglio le copertine, la prima e la quarta, potrebbero essere un buon punto di partenza. Sul davanti, sotto autore e titolo, una fotografia scattata da Jean-Marie Perier nel 1960 raffigura le cantanti francesi Sylvie Vartan e Françoise Hardy. Sylvie Vartan viene presentata nel libro come un idolo anni ’60 della madre di George, morta pochi mesi dopo aver visitato con i figli Palazzo Schifanoia, e pochi mesi prima lo svolgersi dei fatti narrati al giorno d’oggi. E i versi d’apertura della canzone Le testament di Sylvie Vartan sono citati proprio  in epigrafe al libro. A farle compagnia, per inciso, l’artista ferrarese protagonista, Eugenio Montale, Hannah Arendt e Giorgio Bassani (ferrarese anche lui). Sul retro, un dettaglio dal mese di marzo nel salone dei mesi a Ferrara. Uno dei cosiddetti decani. Nel corso della narrazione queste due immagini di copertina vengono descritte come se in entrambi i casi si trattasse di opere pittoriche, magari due affreschi. Dalla storia della realizzazione degli affreschi grandiosi di Ferrara, narrata dal redivivo artista catapultato ai giorni nostri, emerge che questo personaggio riportato in quarta di copertina, questa figura dai tratti delicati e riccamente vestita sarebbe proprio l’autoritratto dell’artista. Ma è un uomo o una donna? Un ragazzo o una ragazza? Come fa ad essere tutte e due le cose?

Francesco ddel Cossa: Santa Lucia (faceva originariametne parte del Politticoo Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), come San Vincenzo Ferrer.

Francesco del Cossa: Santa Lucia (faceva originariamente parte del Polittico Griffoni, nella Basilica di San Petronio a Bologna), insieme al ritratto di San Vincenzo Ferrer. Oggi si trovano l’una a Washington, l’altro a Londra.

Ma da qualche parte bisogna davvero cominciare, e forse si può partire dalla struttura. Il libro è diviso in due parti. La prima porta in epigrafe una stilizzazione degli occhi floreali della Santa Lucia di Francesco del Cossa; la seconda invece il disegno di una videocamera. Visione umana e visione elettronica. Un’altra delle numerose sovrapposizioni operate dall’autrice. Nei fatti del ‘400 ferrarese le immagini sono disegnate dalla luce del sole, da un seme che cade in una pozza generando cerchi concentrici, dallo stecco con cui l’artista-bambino traccia per terra le prime figure sotto la guida della madre; sono ritratti arrotolati in tubi di pelle perché non si bagnino, oppure dipinti e affreschi.  Nel XXI secolo le immagini compaiono persistentemente su smartphone e Ipad. Che siano i fotogrammi in movimento di un film porno o fotografie scattate, poi stampate e appese al muro, accanto alle fotografie argentiche dell’infanzia della mamma di George. Dove sono le immagini antiche? Sono nei musei, nei palazzi. Bisogna viaggiare per andarle a vedere, e così il pellegrinaggio a Ferrara si ripropone, dopo la morte della madre, sotto forma di pellegrinaggio alla National Gallery di Londra per osservare la raffigurazione di San Vincenzo Ferrer.

Gli occhi di Santa Lucia

Gli occhi di Santa Lucia

Ali Smith ha abituato i suoi affezionati lettori a un uso decisamente disinvolto della struttura narrativa e della scrittura in sé. Discorso diretto e indiretto si mescolano gioiosamente senza mai usare le virgolette, e anche i salti di contesto (in questo romanzo sono soprattutto possentemente spazio-temporali) possono verificarsi senza frapporre neanche il delicato gesto d’un capoverso. Nella prima parte del libro questi salti fra la vita dell’artista ferrarese e le ansie dell’adolescente inglese si susseguono con ritmi variabili. Prendendo come riferimento la numerazione della pagine nella edizione Hamish Hamilton 2014 e identificando con il rosso l’inizio della narrazione contemporanea e con il blu quello della narrazione quattrocentesca, ci si può fare un’idea della frequenza e della consistenza degli sbalzi spazio-temporali:

51036454849585865689595959699103138141156157158159178181

Nella seconda parte del libro, quella dell’occhio elettronico, i due contesti fra i quali sobbalza di continuo la narrazione sono soprattutto quelli fra la vita di George con la madre, in particolare la visita a Ferrara,  e il dopo: la solitudine, la tristezza, il padre che si mette a bere, il fratellino da accudire, le sedute di counseling a scuola… Scompare – come personaggio – Francesco del Cossa, ma permangono le sue opere e i personaggi delle sue opere.

Un libro di grande impatto (del resto come avrebbe potuto essere altrimenti? Non capita poi così spesso, dopo essere arrivati alla fine, di ricominciare subito la lettura completa dall’inizio). Una storia piena di interrogativi, di curiosità, di mescolanze fra la realtà e la ricostruzione storica o l’immaginazione, in una girandola di infinite possibilità. Un libro straordinario se non altro perché presenta con passione l’artista Francesco del Cossa, le sue opere, e quel poco che si sa della sua vita. E, oh, quanto opportuna fu la parola artista, che si usa indifferentemente per un pittore o una pittrice… La parola both, oltre che nel titolo, compare innumerevoli volte nel testo (fra l’altro è anche l’ultima parola della prima parte). Alcuni esempi (solo alcuni):

By both luck and justice;

To be able to do gods and humans both;

I made things look both close and distant;

How can I be seed or tree or both?

It was comic and sad both;

How can the same water be both?

It will give out both at once darkness and brightneess;

Past or present? Male or female? It can’t be both. 

Shock of the new and the old both at once;

There are rabbits, or hares, no, both;

… talking and  not talking, and the whens and the wheres and the hows of both of these;

Ma di sicuro questo lavoro monumentale non è un arido esercizio di stile.  Anzi. La narrazione immaginifica di Ali Smith racconta per immagini e, di converso, prende spunto dalle immagini per costruire la narrazione.

She stood in the dust with her wet feet : her ankles were beaded with light.

… the boy run past us in the street, a beauty of a boy moving so fast that I felt the the air shift (still feel it now when I remember)…

Quando, durante o dopo la lettura, si vanno a ricercare le opere di Francesco del Cossa su internet o sui libri d’arte, si vedono immagini già note, tanto minuziosamente sono state descritte nel libro. E leggendo (e rileggendo) si scopre che innumerevoli dettagli iconografici sono presi a prestito per arricchire la narrazione (che siano gli occhi di Santa Lucia, o il Cristo anziano nel San Vincenzo Ferrer, o i dettagli architettonici, le innumerevoli figure nelle allegorie dei mesi…).

Una lettura estremamente appagante, stimolante, emozionante. Un’altra grande prova di Ali Smith, tanto matura e ricca che viene proprio da domandarsi che cosa sarà capace ancora di scrivere per stupirci di nuovo e di più. E’ difficile staccarsi anche fisicamente da questo libro, perché viene voglia di risfogliarlo e andare a ripescare qua e là dei brandelli poetici di lacerante bellezza.

…cause love and painting both are works of skill and aim : the arrow meets the circle of its target, the straight line meets the curve or circle, 2 things meet and dimension and perspective happen : and in the making of pictures and love – both – time itself changes its shape : the hours pass without being hours, they become something else, they become their own opposite, they become timelessness, they become no time at all.

Un'altra foto di Jean-Marie Perrier dalla stessa serie di quella in copertina

Un’altra foto di Jean-Marie Perier dalla stessa serie di quella in copertina (Sylvie Vartan e Françoise Hardy)

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Responses

  1. […] che, dopo aver letto l’ultimo romanzo di Ali Smith (di cui si ragionava tempo addietro qui)  un viaggiatore diretto verso il  Nordest voglia fare una breve tappa a Ferrara per vedere gli […]

  2. […] loro, i fiori della siepe di Kerouak, quella parabola della diversità nella somiglianza, quel both sviscerato da Ali Smith, insomma un’altra rappresentazione della […]


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