Pubblicato da: miclischi | 15 dicembre 2017

Ali Smith: il linguaggio dell’inverno

Uscito nel novembre 2017

Eccoci al secondo episodio della saga stagionale della poliedrica scrittrice scozzese Ali Smith. Del suo Autunno si era ragionato qui. Nel Novembre 2017 è uscito il suo atteso Winter.

Dopo il dipinto autunnale in copertina sul precedente romanzo, ecco un’altra opera di David Cockney. Stesso paesaggio, ma ora siamo in inverno.

Questo racconto invernale conferma   l’abilità straordinaria da parte della Smith nel costruire mosaici di storie caleidoscopiche che viaggiano nel tempo e nello spazio dei personaggi e delle situazioni.

Fuoco di questa storia, vien da pensare, è il linguaggio, il modo di comunicare. Come si parlano due che si stanno lasciando? E due sorelle anziane che sono state in disaccordo fin dalla prima giovinezza? O una madre con il figlio che ha sempre tenuto a distanza?  Come si comunica su un blog o su Twitter? Come si distinguono le fake news twittate per rabbia da chi non è titolare dell’account?  Qual è il linguaggio che si adopera per comunicare con le proprie allucinazioni? Quali sono i parametri di comunicazione che si mettono in gioco in banca o dall’oculista? E qual era il linguaggio delle manifestazioni pacifiste di tanti anni fa? E come parlano (come osano parlarsi) i membri del parlamento? Come – e che cosa – comunicano i razzisti e gli xenofobi che, in tempo di piena Brexit, cercano di far leva sulle paure e sull’ignoranza delle persone? Come è mai possibile che, alla fine, la modalità di comunicazione più limpida, diretta e sincera sia quella che si riesce a stabilire con un’estranea, il personaggio perno del libro, Charlotte/Lux?

But, the girl said. I think this is a secret thing you’re telling me.

It is sometimes easier to talk to a stranger, Sophia said.

L’inverno arriva con il solstizio. Questo trionfo del buio sulla luce, altamente simbolico (I’ve the solstice blog to write, he said). Poi il fuoco si concentra sul Natale (vigilia – Natale – Santo Stefano) in un’atmosfera ricca di surrealismo mescolato con immagini iperrealiste. Le cosiddette festività di Natale passate in una famiglia sfasciata. Lui Arthur (come il re – ma quale re?), detto Art. Autore del blog narcisista e qualunquista (parole della sua ex) che si chiama Art in nature.   Lei, Sophia, la madre di Art, conservatrice, tradizionalista. La zia Iris, sorella maggiore di Sophia, rivoluzionaria e progressista. Si inserisce in questo quadretto la finta Charlotte, una ragazza che Art ha incontrato per caso alla fermata dell’autobus e che assolda per impersonare la parte della fidanzata (la vera Charlotte) che lo ha piantato proprio alla vigilia della visita di famiglia (tanto la mamma non la aveva mai vista). Tutto intorno, la casa spersa nelle campagne, semideserta e disadorna, inospitale tranne che nella cucina riscaldata, lontano da tutto e da tutti. Proprio la casa nella quale decenni prima Iris aveva messo su una comune aborrita da Sophia. Eppure è proprio Sophia che abità lì, adesso. Rimettere le cose a posto, in ordine. Togliersi le scarpe prima di entrare. Lavare piatti e scodelle subitissimo, senza lasciar niente nell’acquaio.

In copertina: il dipinto di David Hockney “Winter Tunnel with Snow, March 2006”.

Come un grandioso plot cinematografico, la scena madre si svolge attorno al tavolo durante un pranzo di Natale che ha davvero poco del pranzo di Natale. E’ il pranzo delle recriminazioni, dei numerosissimi flashback, delle verità rivelate, degli incubi raccontati, delle prese di posizione radicali, ma anche del lasciarsi cullare dai ricordi dell’infanzia e della giovinezza. In questa lunghissima scena dai tanti ribedoli, si sciorinano davvero i caratteri dei personaggi. E non manca mai di sorprendere la genuina schiettezza di Lux. Lei che non è stata coinvolta nelle amare dinamiche familiari, lei che è decisamente di un’altra (nuova) generazione, lei che, essendo straniera, percepisce la Brexit e la politica britannica sull’immigrazione in un modo decisamente diverso. Sembra un messaggio quasi troppo didascalico, questo della purezza di chi sta fuori dai giochi. Ma la franchezza inaspettata di Lux è proprio la chiave che le aprirà il dialogo con gli altri personaggi di questo sceneggiato familiare. E’ una forma di linguaggio, la sua, che spiazza e convince. Spiazza anche l’anziana Sophia, che le dà senza esitazioni la password per usare il computer (sul quale il figlio Art non era mai stato autorizzato a ciacciare).

Portrait of Barbara Hepworth aged 17 by Ethel Walker. Due artiste che fanno capolino in questo romanzo invernale

She’s never let me use a computer of hers, not once. My whole life, he says.

Perhaps you never asked, Lux says.

E questa situazione paradossale della famiglia-non-famiglia, del natale-non-natale, viene rispecchiata nella storia shakespeariana di Cymbeline, così mirabilmente e concitatamente raccontata da Lux, e poi riassunta in poche incisive parole-chiave da Art proprio alla fine del romanzo:

Cymbeline, he says. The one about poison, mess, bitterness, then the balance coming back. The lies revealed.The losses compensated.

Proprio quello che succede nella famiglia di Art, nella casa di Sophia, in queste dinamiche assurde di questo Natale assurdo.

Meno reader friendly del precedente Autunno, questo Inverno smithiano di nuovo vince e convince. Spinge alla rilettura, alla ricerca di questo o quel passo fra le molte sfaccettature della storia. Giacché i salti spazio-temporali cui ci ha abituato Ali Smith sottolineano, in questa storia natalizia, la coesistenza, a volte facile, a volte insidiosa, del nostro presente con le nostre vicende passate, con le vicende dei nostri familiari o del nostro Paese o della casa stessa, ma anche con le nostre ipotetiche aspirazioni future. E dopo questo incalzare a tratti faticoso fra le storie sovrapposte e ingombranti da cui sono gravati gli scontenti membri di questa famiglia sfasciata, il romanzo si eleva nelle ultime pagine in una placida, quasi eterea conclusione. A far da cornice, da colonna sonora, da atmosfera iconografica, letteraria, olfattiva, insomma emotiva, lei: l’ombra di una rosa rimasta impressa fra le pagine del libro di Shakespeare. Sovrapposizione di reale e immaginario, di presente e passato, di bellezza ed evanescenza. Una bella rappresentazione ideale di questo nuovo grande lavoro di Ali Smith.

Per la cronaca 1: per saperne di più su Barbara Hepworth, c’è una bella retrospettiva qui.

Per la cronaca 2: Il testo integrale di Cymbeline si trova qui.

Per la cronaca 3: La storia della rosa nella Cymbeline shakespeariana non è un’invenzione narrativa smithiana. Si legge infatti nel libro Ornamentalism: The Art of Renaissance Accessories a cura di Bella Mirabella, fra le descrizioni di forme lasciate da oggetti nel libri antichi, anche un preciso riferimento alla rosa nel libro conservato nella biblioteca di Toronto.

Per la cronaca 4: Per chi avesse curiosità: Art in Nature esiste davvero, ma non è un blog, è un newtork di artisti che  lavorano in ambienti naturali (vedasi qui).

Per la cronaca 5: Non potevano mancare, anche in questo romanzo, delle puntuali allusioni alle ambiguità così finemente sviscerate in How to be both.

How could something be this uncomplicated?

How could it be, at the same time, so mysterious?

*   *   *   *   *

… it makes you look through it from different sides, see different things from different positions. It’s also like seing inside and outside something at once.

Quasi nascosto in fondo in fondo al libro, ecco questo luminoso squarcio, che naturalmente ritorna ai temi del libro (il solstizio) e a uno degli artisti che entrano sottilmente a far parte della piccola folla di personaggi. Winter Solstice 1971 Dame Barbara Hepworth

 


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