Pubblicato da: miclischi | 20 giugno 2017

Le vite raccontate da Hanya Yanagihara: una straordinaria esperienza di lettura totalizzante

Pubblicato in Italia da Sellerio nella traduzione di Luca Briasco

Quando il lettore iniziò la lettura del poderoso mattone regalatole da un’amica (grazie, Bethan!), ingenuamente pensò che si trattasse di una specie di versione maschile di The Group, che difatti il libro della McCarthy era stato letto non molto tempo prima. Là c’erano otto donne compagne di studi, qui invece – nel libro A Little Life – ci sono quattro cellettoni che condividono la vita al College, gli appartamenti da studenti, le cene, insomma le solite cose. Quale ingenuità! Dopo un inizio lieve e quasi scanzonato, Hanya Yanagihara inizia a scavare nelle vite di questi ragazzi diversissimi per provenienze, etnie, classi sociali, preferenze sessuali, preferenze professionali… eppure uniti da un’amicizia totale.

E lo scavo è proprio uno scavo accuratissimo, impietoso, verrebbe quasi da dire sconvolgente. Eppure questo collante imprescindibile dell’amicizia prescinde dalle diversità, dalle storie intime, dalle vite segrete che scorrono parallelamente alle vite condivise.

Raramente succede che le parole-chiave estratte dalle recensioni e ben evidenziate sulla copertina del libro siano proprio onestamentee veritiere. Astonishing – Extraordinary – Devastating – A masterwork. Tutto vero. Addentrandosi nella lettura – che è a tutti gli effetti una lettura faticosa, avvolgente, coinvolgente, angosciante e lacerante – si viene teletrasportati nelle vite di questi ragazzi. O meglio nel trascorrere di quelle vite, che attraverso gli anni e i decenni ci portano dal College alle esperienze lavorative, all’età matura, al superamento della soglia dei cinquant’anni. Ed è proprio un teletrasporto percepibile fisicamente. Nel sollevare lo sguardo dalla lettura è come se si vedesse la realtà intorno come filtrata da quelle minuziose e spietate analisi delle sensazioni e delle umane situazioni. E tutto appare sotto una nuova luce.

Questa storia spietata contraddice la riflessione di uno dei personaggi:  What he knew, he knew from books, and books lied, they made things prettier.

E’ uno di quei libri sul tutto. Sul tutto delle relazioni umane, di come l’intimo sentire si esprima (o non si esprima) nel rapportarsi agli altri. Nella vita adulta i quattro uomini diventano: un avvocato strapagato, una stella del cinema, un architetto di grido e un artista che si dedica soprattutto a pitture tratte da fotoritratti. Punto focale, ago della bilancia, centro di gravità, o come si voglia chiamarlo, di questa combriccola è Jude (l’avvocato). Estroso, intelligentissimo,  enigmatico e riservatissimo, eccellente in tante discipline: oltre alla giurisprudenza, la matematica, la musica (eccellente pianista e cantante). Ma Jude è ammantato dal mistero più insondabile riguardo alle sue origini. Non vuole che si sappia da dove viene, quale sia sia stata la sua vita prima del College, chi siano i suoi genitori, perché non si toglie mai i vestiti, neanche in spiaggia, perché zoppichi e a volte venga sopraffatto da dolori insopportabili alle gambe, perché non abbia relazioni sentimentali… Non vuole che nessuno gli chieda. E se qualcuno gli chiede, fugge. Eppure questo suo mistero, questa sua riluttanza a parlare, anche con gli amici più intimi, non scalfisce minimamente l’amore totale che i suoi amici non cessano di manifestargli.

Uno dei tanti temi sviscerati dal libro è la convivenza con il proprio intimo dolore. La sopportazione del dolore ma anche la sua accettazione. Così come la convivenza con le cause del dolore. Il muro invalicabile che Jude ha eretto fra il suo passato e la sua vita di relazioni è uno dei perni del romanzo. Ma questo non voler dire, non voler cedere alla lusinga del possibile conforto che potrebbe forse derivare dall’aprirsi con gli amici più cari, di fatto condiziona tutta la sua vita sociale.

C’è una specie di basso continuo nei dialoghi del libro, questo scambio di battute che si ripete qua e là, e che ben esemplifica questa pazzesca convivenza fra i sentimenti più sinceri e profondi e una quasi intollerabile incomunicabilità.

I am sorry.

It’s OK.

L’edizione italiana.

La maggior parte dei personaggi passano gran parte delle loro vite a dispiacersi, a soffrire per quel che non possono o non riescono a esprimere.  E poi, quando magari ci riescono, si dispiacciono. Si dispiacciono (I am sorry) magari per aver rotto per una volta il patto di omertà, per aver detto quel che pensano, per aver espresso un desiderio sincero.

Dall’altra parte, invariabilmente, sempre la solita risposta: non ti dispiacere, va bene così (It’s OK). Anche se manco per il salsiccio che va bene.

E in questo gioco perverso del non dire, del non chiedere, dell’accettare che le cose vadano come vanno, sta la parte più angosciate del romanzo. Perché si scorge l’ineluttabilità di questo approccio, ma si vedono anche i suoi effetti devastanti.

La tecnica narrativa di Hanya Yanagihara fa affiorare frammenti del passato di Jude poco a poco. E così aggallano l’abbandono, l’infanzia violata, la vita violenta nel monastero dei fratacchioni perversi, le illusioni di una possibile fuga, la violenza, l’autolesionismo, l’orfanotrofio con gli operatori altrettanto perversi, la nuova fuga, la prostituzione, le nuove violenze… E’ quasi miracoloso che in tutto questo turbinare di strazio e di violenza la mente di Jude riesca da aggrapparsi con forza alla cultura, alla musica, allo studio, anche all’arte culinaria, all’arredamento, insomma alla bellezza.

Ma non ci sono solo angosce e disperazioni, in questo libro. Ci sono anche le pagine molto affascinanti dedicate all’arte (ai quadri di JB, alle creazioni architettoniche di Malcolm, alle interpretazioni teatrali e cinematografiche di Willem) e le tenerissime pagine dedicate alla storia d’amore che finalmente Jude riesce a vivere.  Non senza scossoni, non senza angosce, non senza tragedie, ma con una tenerezza davvero commovente.

Si naviga in questa narrazione minuziosa, precisa, senza cali e senza compromessi, con la curiosità di dove si vada poi a parare. Il finale della storia, che qui sarà taciuto, raggiunge i massimi livelli di angoscia, commozione e disperazione che vengono trasmessi al lettore come se fossero misteriosi fluidi infusi da una flebo. Va tutto a gambe all’aria, tutti gli equilibri vengono sovvertiti, scoppiano i casini, scoppiano le situazioni, rimane solo – alla fine – una calma rassegnazione.

Avrebbe potuto andare diversamente? I personaggi avrebbero potuto fare scelte diverse?  Certamente sì. Resta il fatto che la potenza di questo romanzo si abbatte sul lettore con una forza inaspettata. Forse la qualità più importante che si possa chiedere un libro. Ci vorrà forse un po’ di tempo per rimettersi da questa esperienza, ma di sicuro ne è valsa la pena.

The axiom of the empty set is the axiom of zero. It states that there must be a concept of nothingness, that there must be the concept of zero: zero value, zero items. Math assumes there’s a concept of nothingness, but is it proven? No. But it must exist.

And if we are being philosophical – which we today are – we can say that life itself is the axiom of the empty set. It begins in zero and ends in zero.

 

Annunci

Responses

  1. condivido condivido condivido. personaggi persone storie che rimangono dentro per molto tempo con forza straordinaria.


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: