Pubblicato da: miclischi | 2 aprile 2020

Yashica 270: una bella macchina fotografica per nuove sperimentazioni

La Yashica 270 senza e con flash incorporato.

Chissà perché a volte succede di trovare una macchina fotografica in un mercatino, entusiasmarsene lì per lì, scattare un rullo di prova per vedere se funziona, poi lasciarla in un angolo per un annetto e scattarci un altro rullo, poi far passare ancora due anni per poi finalmente riprenderla in mano e farci qualche test più mirato. Successe proprio così con questa Yashica 270 con zoom Sigma 28-70 trovata al mercatino di Marina di Pisa nell’agosto del 2017.

Una reflex molto pesante e dall’aspetto solido con uno zoom alquanto versatile; insomma, apparentemente una macchina standard senza troppi orpelli.

Questa Yashica si può usare in modalità Program, oppure con automatismo a priorità di tempo o diaframma, e anche in manuale. La lettura dell’esposizione (tempi/diaframmi), però, viene indicata soltanto sul display che si trova sulla parte superiore del corpo-macchina, mentre il display nel mirino mostra solo la correttezza della messa a fuoco, il rischio dovuto a tempi di esposizione lunghi e la scarsità della luce che richiederebbe l’uso del flash.

I valori di esposizione sono mostrati solo sul display superiore e non nel mirino

In altre parole: mirando nell’oculare non si sa quali siano i valori di esposizione scelti dal programma della macchina oppure scelti dalle impostazioni manuali o semi-automatiche. Questo è forse l’handicap più grave di questa macchina. Se è vero che in una macchina totalmente manuale senza esposimetro (oppure con indicazione “esterna” dell’esposizione come nella Yashica Minister D) si ha l’abitudine di impostare i valori desiderati e poi mirare e scattare, in una macchina “moderna” con tanta elettronica ci si aspetterebbe di vedere nel mirino come si scatta oltre a che cosa si scatta.

Per il resto, l’ergonomia è ottima, nonostante il peso, e i comandi e pulsanti vari diventano ben presto familiari. Il mirino è molto luminoso e l’autofocus – nonostante sia leggermente rumoroso – è accurato e abbastanza stabile. Insomma, si usa bene, ed anche la resa degli scatti risulta più che buona.

A sinistra uno scatto dal primissimo rullo di prova (2017). A destra uno scatto dal secondo rullo di prova (un anno dopo!) con uso del flash incorporato.

Come in molte macchine di questo tipo, non è possibile usare rullini bobinati, se non giocando sulle sovra- e sotto-esposizioni da +2 a -2 (indispensabili nel caso si vogliano fare dei tiraggi come da 400 a 1600 ASA). Ma, a differenza di altri apparecchi, qui se non si usa un rullino con codice DX, viene impostata automaticamente la sensibilità di 100 ASA.

La sovraesposizione automatica per soggetti retroilluminati sembra funzionare a dovere.

Fra le varie impostazioni, oltre a scatto singolo e in sequenza e alle suddette modalità di regolazione dell’esposizione, c’è l’autoscatto e anche la levettina per impostare correzioni di sovra- e sottoesposizione. Da notare che, così come si era già notato nella Canon Epoca, anche qui se c’è un soggetto scuro con sfondo chiaro, la macchina applica in automatico una sovraesposizione di correzione.

Fra i vari comandi sulla parte superiore del corpo macchina, accanto al display, c’è anche quello che permette di preselezionare il range di messa a fuoco: da 3 m all’infinito, oppure dalla distanza minima fino a 3 m, oppure, naturalmente, il full-range. Secondo quanto indicato dal manuale d’uso, questa opzione serve a velocizzare l’autofocus; ma francamente non se ne è fatto uso, lasciando sempre l’impostazione sul full-range.

Alcuni scatti di prove con lo zoom alla minima e alla massima estensione.

Fra le particolarità di questa macchina c’è una funzione che incuriosisce e che spinge a fare qualche esperimento. Infatti, fra le varie opzioni “usuali” che si possono scegliere con il comando Drive (scatto singolo o in continuo e autoscatto), c’è anche quella denominata Trap focus. In altre parole, si può usare questa macchina fotografica anche come fototrappola. La spiegazione delle modalità d’uso di questa opzione (sul manuale di istruzioni reso disponibile dal sempre meritorio sito di Michael Buktus) è lievemente indaginosa, ma alla fine si capisce come funziona il sistema (e si può provare anche a macchina scarica prima di inserire la pellicola).

Un altro scatto di prova con 2/3 di sottoesposizione.

In pratica, dopo aver impostato la modalità Trap focus,  si tratta di mettere a fuoco un punto alla stessa distanza dove ci si aspetta che arrivi il soggetto da “intrappolare”; dopodiché si può riaggiustare l’inquadratura (il tutto con la macchina saldamente fissata su un cavalletto); poi si congela la messa fuoco premendo il pulsante di scatto, e il simbolo di questa modalità lampeggia sul display. Quando si presenta un soggetto nel campo inquadrato e alla distanza prefissata, la macchina scatta da sola. Naturalmente si è fatto qualche scatto domestico di prova, invece di auspicare l’arrivo di una farfalla o altro insetto in prossimità di un qualche fiore in giardino, specie in questi giorni freddi di primavera rimandata. Sono state “intrappolati” soggetti come mani e visi all’avvicinarsi al punto focale di riferimento (una pianta o la testa di un ingranditore), e pare che il sistema funzioni!

Alcune prove domestiche di trap focus con la Yashica 270.

Per la cronaca: Alcuni scatti realizzati per provare la Yashica 270 sono stati caricati sui consueti album web: dal primo rullo del 2017 (prima serie e seconda serie), dal secondo rullo (2018), dal terzo, dal quarto rullo (prima e seconda serie) e dal quinto rullo (2020), col quale furono fatti anche gli scatti di prova della fototrappola.

 

 


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