Pubblicato da: miclischi | 7 aprile 2020

Una breve incursione nell’universo fotografico 828

Tre macchine che utilizzano pellicola 828

Erano in tempi del collezionismo delle macchine fotografiche che usavano pellicola 127 (larga 4 cm). Furono fatte tante piacevoli scoperte in quel particolarissimo universo fotografico. Dalle Kodak Brownie alle numerose Bencini, alle folding di varia marca, alle plasticose, alle metalliche, fino alle ammiraglie Rollei e Yashica “Baby“.

A quei tempi venne voglia di gettare uno sguardo anche su un universo parallelo, quello degli apparecchi per pellicola formato 828. Questa pellicola è larga come quella cinematografica (35 mm), con la particolarità di non essere perforata. Naturalmente questo tipo di pellicola non esiste più da tempi remoti, ma considerando la compatibilità con le attuali 135 (35 mm), si pensò di fare qualche prova. E così si trovò sul mercato internettistico qualche apparecchio ai proverbiali du’ bicci: l’ammiraglia (in questa mini-collezione) Koday Pony, la più limitata Coronet Viscount e la Coronet Cub, tutte degli anni ’50 del ‘900.

La Kodak Pony.

La Kodak Pony è la macchina più completa e versatile fra le tre. Infatti permette di regolare i tempi (da 1/25 a 1/200 + B) e i diaframmi (da 4.5 a 22) e anche la distanza (da 2,5 piedi all’infinito). Inoltre ha il caricamento manuale dell’otturatore centrale, il contatto per il flash e un pannellino di memorandum della pellicola utilizzata (Super XX, Plus X, Kodachrome tipo A e Panatomic X). Inoltre arrivò con la sua scatolina gialla originale e anche con il manuale di istruzioni. Inoltre, tra le tre macchine della collezione era quella decisamente in stato migliore, senza segni rilevanti di ossidazione sulle parti metalliche, né funghi o opacizzazioni su lente e mirino.

Il frontalino della Kodak Pony rivela le numerose opzioni di esposizione e messa a fuoco.

Quando fu scelto di provare a fare qualche scatto (una decina d’anni fa?), si optò per la preparazione di un rullo utilizzando una normale pellicola 135. La confezione di una pellicola 828 necessita della preparazione di una striscia di carta di protezione (come nei rulli 120 e 127) alla quale fissare la porzione di giusta lunghezza di pellicola nella giusta posizione. Fu scelto di usare la carta di un rullo 127. Naturalmente tutta l’operazione va fatta al buio (in questo caso si optò per una capiente black bag). E fu fatto al buio anche il caricamento della pellicola nella macchina fotografica, che con questi rulli preparati artigianalmente non si sa mai che scappi un po’ di luce sotto la carta arrotolata a mano..

Fu necessario poi scrivere a mano i numeri della sequenza di fotogrammi (8) da verificare nella finestrella sul dorso della macchina per posizionare la pellicola nel punto giusto ad ogni operazione di trascinamento.

Il moderno rullo senza perforazioni utilizzato per costruire una pellicola 828, con la carta ritagliata da un rullo 127 e i rocchetti trovati nelle macchine.

Ahimé, la prima prova risultò un disastro, giacché le lamelle dell’otturatore centrale – cosa che si verifica abbastanza spesso con le macchine d’epoca – si erano un po’ impigrite, tanto da mandare all’aria ogni tentativo di esposizione sensata. In alcuni casi l’otturatore rimaneva decisamente aperto, bruciando il fotogramma.

Il rullo di carta ricavato da un rullo 127 e i due rocchetti su cui montare la pellicola.

Forse fu proprio a causa di quel tentativo fallito che le macchinette 828 furono accantonate nella loro apposita scatolina, e lì rimasero per lunghi anni, nonostante nel frattempo fosse stato reperito (grazie, Daniela!) un rullo di pellicola senza perforazione, un General Photo 400 ASA, con l’indicazione perentoria e laconica del tempo di sviluppo con un solo prodotto (D76, uguale all’Ilford ID11). Per la croncaca: undici minuti a 20° C. Per la cronaca: questa azienda tedesca (e quindi anche questa pellicola) sembra non esistere più.

A tanti anni di distanza, complici i lunghi tempi a disposizione durante il confinamento a casa, si decise di riprendere in mano quelle macchinette e fare qualche prova. Naturalmente non la Kodak ma le altre due.

La Coronet Viscount

Si cominciò con la Viscount. Questa macchina, pur essendo a fuoco fisso, permette almeno qualche regolazione di esposizione: tempi di 1/30  o 1/100 + B e diaframmi a scelta fra 8 e 16. Furono fatti degli scatti nel pomeriggio di sole,e le temute sovraesposizioni dovute alla pellicola da 400 ASA (decisamente non uno standard negli anni in cui furono prodotto queste macchine) si verificarono puntualmente. Inoltre, la vetustà produsse anche qualche appannamento dal sapore vintage.

Alcuni scatti di prova con la Viscount.

La Coronet Cub

Poi venne il turno della Coronet Cub. Fra le tre, la macchinetta più semplice, senza nessuna possibilità di impostare valori di esposizione né di distanza di messa a fuoco. Tutto probabilmente pre-settato su valori “medi”.

Una particolarità di questa macchinetta, tuttavia, è alquanto interessante: un sistema di rientro dell’obiettivo (ruotandolo e spingendolo verso il corpo-macchina fino a farlo bloccare) rende questo apparecchietto decisamente tascabile.

La Cub con obiettivo estratto e rientrato

Tuttavia, proprio al momento di scattare qualche foto di prova, emerse un problema che lì per lì non era stato notato: mentre l’obiettivo non mostrava vistosi problemi di funghi o altro, il mirino risultò quasi del tutto opacizzato, rendendo in pratica impossibile mirare verso il soggetto. Le inquadrature, difatti, vennero fatte proprio a occhio, insomma come ci si era abituati a fare con la Gopro senza monitor (ma qui non c’è il fish-eye!).

Alcuni scatti di prova con la Coronet Cub.

Insomma, a prescindere dai risultati fotografici, è stata una bella esperienza far tornare a vivere questi vecchi apparecchi ed anche cimentarsi con al ricostruzione di rullini 828.

Due scatti verticali con la Cub.

Per la cronaca: la scansione delle strisce di negativo fu fatta disponendo nel buon vecchio Epson Perfection V600 Photo l’accessorio che permette di comprendere nell’area scansionata anche la parte perforata delle pellicole 135. Cosa che torna ancora più utile quando la parte perforata proprio non c’è! Si tratta di DigitaLIZA, lo chassis che può alloggiare una sola striscia di negativo 25 mm (o anche 828!) invece delle consuete due. Viene commercializzato da lomography.com e se ne era già parlato tempo fa a proposito di alcuni esperimenti ispirati da Thomas Lang.

In alto, con la Viscount al sole (sovraesposta). In basso con la Cub, il giorno dopo, all’ombra, con esposizione “automatica” corretta.

 


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