Pubblicato da: miclischi | 12 maggio 2020

Graflex RB Serie B: un vero piacere fotografico.

La Graflex RB Serie B nel formato 2¼×3¼.

Dopo alcune esperienze con la Graflex Speed Graphic “baby” 2×3 (sia con otturatore a tendina che senza) e poi con la 4×5 (di cui si ragionò qui dopo i primi cento scatti), fu trovato un altro modello interessante: la Graflex RB Serie B in formato 2×3 (per essere precisi: 2¼×3¼ pollici). Una macchina che negli anni è stata utilizzata tutto  sommato abbastanza poco. RB è una sigla comunemente usata per indicare “revolving back”, cioè dorso girevole. Questo sistema permette di decidere di scattare foto orizzontali o verticali (le cosiddette modalità landscape oppure portrait) senza dover ruotare tutto il corpo macchina, ma soltanto, appunto,  il dorso che ospita la pellicola. Un altro illustre esempio è la Mamiya 67 RB.

A parte questa particolarità (comodissima) del dorso, c’è un’altra vistosa differenza rispetto alle Speed Graphic: la messa a fuoco non viene fatta sul piano-pellicola dal dorso dell’apparecchio, bensì dall’alto, tramite uno specchio, proprio come si sarebbe poi fatto sulle più moderne reflex medio-formato.

Questa macchina fu prodotta dalla ditta statunitense dal 1923 al 1951.

Le prime prove di questo apparecchio furono realizzate con la pellicola piana (fra parentesi: non facile da reperire, a differenza dei formati più grandi 4×5 e 5×7 pollici). Una grandissima menata, anche perché per sviluppare le pellicole piane di quel formato fu necessario acquisire una tank Yankee a passo variabile, che permette di sviluppare fino a dodici fogli di pellicola fino al formato massimo di 4×5 pollici.

Il caricatore da sei pellicole.

Per caricare la pellicola sul dorso fu trovato un piccolo gioiellino: un caricatore per sei fogli (il Grafmatic Film Holder) che è un vero miracolo tecnico-meccanico. Dopo ogni scatto basta estrarre completamente e riimmettere con vigore fino in fondo una slide, e lo chassis con la nuova pellicola si dispone nella posizione giusta mentre quello della foto appena scattata retrocede in ultima fila.

Particolare del dorso per pellicola 120, riadattato da una Speed Graphic.

Peccato però che il caricamento sia assolutamente indaginoso, così come lo sviluppo, per non parlare della misteriosa pellicola sulla cui scatola, recuperata a Berlino, c’è scritto semplicemente B&W negative sheet film panchromatic ISO 100 senza nessuna altra indicazione. Per questo, alla fine, fu deciso di far adattare dal Gini un caricatore Graflex 23 normalmente utilizzato sulla Speed Graphic per poter scattare otto foto in formato 6×9 su una comune pellicola formato 120.

Questa macchina è dotata di obiettivo Kodak Ektar 127 mm f. 4.5 (chiusura diaframma fino a f. 32). L’obiettivo compare alla vista solo ruotando un pomello che lo fa avanzare sulle rotaie e quindi fa aprire una feritoia verso l’alto sul frontale della “scatoletta”.

Il passo dell’obiettivo è a vite 42×1 ma la struttura del lens board, e soprattutto il posizionamento delle vitine di serraggio dello stesso, non permettono l’agevole sostituzione della lente con altre dello stesso passo (a dire il vero si era tentato – senza successo -con uno Zeiss 58 smontato da una Contax, e addirittura anche con un tubo di prolunga).

La tabellina per calcolare il tempo di esposizione

Il lato destro della macchina con il pomello della messa a fuoco (che serve anche a estrarre l’obiettivo) e i meccanismi per regolare il tempo di esposizione.

Per quanto riguarda i tempi di esposizione, la cosa si fa leggermente più complicata. Infatti il tempo desiderato si ottiene dall’uso combinato di due meccanismi: l’apertura della feritoia sulla tendina scorrevole e la tensione della molla che fa scattare la tendina.

Ci sono infatti due pomelli sui quali agire, sul lato destro della macchina, verso il retro, e una utilissima tabellina istruisce sul da farsi. I tempi disponibili sono ben 24, da 1/10 fino a 1/1000 di secondo.

La macchina è ingombrante ma relativamente leggera e dopo un po’ ci si prende facilmente la mano. Anche a mano libera, se pure il treppiede viene spontaneo usarlo quasi sempre. Il pulsante di scatto, una levetta sul lato destro della macchina, verso il frontale, fa rialzare lo specchio e aziona l’otturatore in base alle impostazioni selezionate tramite i due pomelli di cui sopra.

Prove di esposizione.

Dopo qualche scatto sparso realizzato negli anni passati, in questa occasione si decise di fare qualche test più mirato, soprattutto in relazione ai tempi di scatto ché, si sa, nelle macchine vecchiotte l’affidabilità dell’otturatore può essere di molto dubbia, specie nei tempi lunghi.

Qui a fianco due scatti allo stesso soggetto con esposizioni equivalenti ma con due diverse formulazioni di tempi e diaframmi: quella in alto con 1/500 (combinazione 1/D) f. 8 e quella in basso con 1/30 (combinazione 5/A) e f. 32. La seconda è risultata lievemente sovraesposta, come a dimostrare che effettivamente i tempi lunghi sono un po’ rallentati, ma non in modo estremo. Tuttavia un’altra prova, presentata qui sotto, con il tempo di otturazione su 1/15 (combinazione 5/A) risultò tutto sommato ben esposta.

Un’altra prova di esposizione

Alla fine una macchina che dà molte soddisfazioni, proprio per la manualità che richiede nel predisporre i vari meccanismi per impostare l’esposizione, oltre per la gioia di maneggiare un apparecchio davvero vintage.

A proposito di vintage: considerando il lungo periodo di produzione di questo modello, ci si può interrogare sull’epoca in cui fu effettivamente prodotto questo apparecchio in particolare.

Grazie a questo sito si può datare la macchina: si tratta di una produzione del 1946. Il reperimento del numero di serie non è poi così agevole: dopo lunghe ricerche fu trovato all’interno del coperchio che si apre per estrarre il mirino superiore.

Tra parentesi, a proposito di manualità, è necessario aprire tutto il diaframma per mettere a fuoco, dopodiché bisogna riportarlo sul valore necessario prima di scattare, con conseguente oscuramento dell’immagine sul vetro smerigliato, scarsamente leggibile. Questa operazione risulta un po’ più complessa quando la mesa a fuoco è sull’infinito (l’obiettivo rientra nella feritoia e raggiungere la ghiera dei diaframmi non è semplice).

Insomma, una bella macchina con cui ci sarà ancora tanto da ruzzare e sperimentare.

Altre prove con la Graflex RB (dal 2017 al 2020). La foto della pipa fu fatta con pellicola in fogli

Per la cronaca 1: la Graflex RB fu prodotta in vari formati “standard”. Oltre al 2¼×3¼ anche nei formati 3¼×4¼, 4×5 e 5×7.  Si possono trovare informazioni aggiuntive sul sito Graflex.

Per la cronaca 2: il manuale operativo, per quanto un po’ scarno, si trova come al solito qui, sul meritorio sito di Michale Buktus.

Per la cronaca 3: dalla memoria sembrava riemergere qualche ricordo di immagini di Edward Weston alle prese con questo tipo di macchina. Infatti, sul sito del Collettivo Weston si trova proprio un resoconto delle esperienze del fotografo americano con questo tipo di Graflex, specialmente nel periodo messicano con Tina Modotti.

 


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