Pubblicato da: miclischi | 24 aprile 2020

Il Museo di Orhan Pamuk: lasciarsi rapire dall’ossessione?

La versione inglese pubblicata da Faber and Faber

C’è voluto un po’ di tempo prima di decidersi ad affrontare questo vero e proprio mattoncino di oltre settecento pagine stampate con carattere piccolo piccolo. Era stato acquistato nell’aprile del 2018 nella libreria appena aperta a Marina di Pisa in Via Maiorca, accanto al giornalaio.

Anzi, il personale della libreria fu particolarmente lieto di segnalare che quel libro era proprio il primissimo acquisto da parte del primissimo cliente della nuova libreria, orientata decisamente sui libri fuori catalogo e in offerta (i cosiddetti Remainders).

Chissà perché venne voglia di comprare proprio quel libro, chissà perché proprio in inglese. Forse per il piacevolissimo ricordo delle precedenti letture di Orhan Pamuk (di una in particolare si era ragionato qui), forse per la veste grafica, forse per il prezzo scontatissimo. Fatto sta che The Museum of Innocence venne parcheggiato nello scaffale dei libri in attesa, e lì rimase per quasi due anni.

Poi venne il momento di affrontarlo. E fu una lettura impegnativa ma piacevolissima. Come si era già constatato in altri libri di questo autore, è straordinaria l’abilità di Pamuk nel trascinare il lettore nelle sue atmosfere: che siano i luoghi di Istanbul, o le relazioni umane, le convenzioni sociali e culturali, oppure – come decisamente in questo testo – le elucubrazioni mentali.

Il transito continuo di navi e traghetti (qui fotografati nel 2006) è una presenza costante a Istanbul. E anche in questo libro di Orhan Pamuk.

Tutto ruota attorno al tema dell’ossessione. Il protagonista, che narra la storia in prima persona, tranne nella bella sorpresa che ci riserva proprio verso la fine, ci racconta la sua storia. Sui trent’anni, membro di una famiglia dell’alta borghesia di Istanbul, lanciatissimo uomo d’affari, fidanzato con una sua pari-grado moderna e occidentalizzata (infatti gli si concede anche prima del fidanzamento ufficiale) si innamora totalmente di una lontana parente diciottenne, di estrazione più modesta (fa la commessa in un negozio) e perde la testa. Nel vero senso della parola. Al momento di fidanzarsi ufficialmente con la sua promessa, la storia focosissima con la divina Füsun si interrompe bruscamente. Ma la passione e l’ossessione non vengono meno. L’amante sparisce da un giorno all’altro, ma lui continua a pensarla ossessivamente. Tanto da mandare all’aria il fidanzamento, ritrovarsi solo e disperato, continuare a sopravvivere solo nutrendo la sua ossessiva passione.

L’edizione in italiano pubblicata da Einaudi

Un’ossessione che si esprime ancor più tragicamente quando, dopo aver ritrovato l’amante (che nel frattempo si era sposata e si era installata con il marito dai propri genitori) prende l’abitudine di andare a cena da loro quasi ogni sera (per otto lunghi anni!), al solo scopo di poter godere della presenza dell’amata. Con la fermissima convinzione che presto o tardi potrà coronare il sogno di vivere felicemente con lei.

Fin da subito il protagonista (Kemal) si mette quasi spontaneamente ad accumulare oggetti che sono stati di Füsun, o che lei semplicemente ha maneggiato (come una saliera a casa dei genitori) e questo accumulo di oggetti darà origine all’idea di farne un museo.

Il museo dell’innocenza? Ma quale innocenza? C’è ben poca innocenza, a dire il vero, in questa smania di controllo di Kemal, abituato – straricco com’è – a potersi permettere tutto quel che desidera. Spendere e spandere, lasciare che i propri affari vadano a rotoli, pagare tizio e ciao, finanziare una casa di produzione cinematografica per alimentare le illusioni dell’amata e del di lei marito… E’ davvero convinto, Kemal, di poter ottenere sempre quello che vuole. E questa smania lo rende cieco: non gli fa percepire quello che invece vorrebbe – o avrebbe voluto – lei, Füsun, stritolata in questo contesto che pare dominato soprattutto dall’esercizio dei poteri.

Più frizzanti e avvincenti i primi capitoli del libro, quelli in cui nasce e si concretizza questa storia pazzesca; più smenci quelli lungamente dedicati all’attesa (otto anni!); più sorprendenti quelli in cui, verso la fine della storia, Kemal continua a crederci, nel suo sogno irrealizzabile; fino agli strascichi tragici e poi al finale, quello sì davvero sorprendente, in cui avviene l’incontro fra il protagonista e lo scrittore, sì, proprio fra Kemal e Orhan Pamuk: una invenzione narrativa davvero efficace.

In questo cammino tortuoso attraverso i lunghi anni della storia, l’autore riesce sempre a tenere stretto a sé il lettore: un po’ perché cresce la curiosità di sapere come andrà a finire la vicenda, ma soprattutto per la disarmante onestà con la quale Kemal racconta tutte le sue debolezze (più che di innocenza sarebbe forse più opportuno parlare di ingenuità).

Il libro è destinato ai visitatori del museo che Kemal ha creato accumulando gli innumerevoli oggetti che testimoniano la sua storia. Una via di mezzo fra una vera e propria guida al museo e una ricostruzione dei contesti che hanno portato alla sua ideazione. E questa idea dell’accumulo di oggetti con intento museale è forse fra le più convincenti del libro.

After all, isn’t the purpose of the novel, or of a museum, for tht matter, to relate our memories with such sincerity as to transform individual happiness into a happiness all can share?

Che dietro il modo di disporre e esporre gli oggetti ci sia un sottinteso intento museale?

Forse ognuno, consciamente o inconsciamente, conserva degli oggetti in virtù del loro potere evocativo. Forse ognuno ha un cassetto o una scatola da scarpe dove sono conservati biglietti, lettere, souvenir di epoche lontane. Forse anche una serie di magneti applicati sulla porta del frigorifero potrebbe rappresentare un intento museale. Forse una mensola con vari oggetti (spregiativamente chiamati “soprammobili”, mentre il vero fuoco dell’attenzione sono loro, gli oggetti, e non il mobile che li sostiene), disposti in un modo preciso e non in un altro, nascondono un intento museale. Anche le fotografie o i quadri appesi al muro del salotto, nel loro piccolo, potrebbero essere catalogati, spiegati, rievocati, come nella guida di un museo.

Insomma, questo bel libro di Orhan Pamuk risulta in particolar modo efficace nell’indurre a una riflessione: non tanto sulle passioni totalizzanti, ossessive e impossibili, ma piuttosto sul potere evocativo degli oggetti, sul modo di conservarli, disporli, esporli, valorizzarli. A patto di non lasciarsene ossessionare!

Soprammobili. Ognuno con la sua storia da condividere.

Pe rla cronaca 1: la libreria dove fu comprato questo libro non c’è più. Però alla fine del 2019, sempre in via Maiorca, ha aperto una nuova gioiosa libreria: Civico 14.

Per la cronaca 2: Il capitolo 69 del libro si intitola Sometimes. E’ costituito di dozzine (forse centinaia!) di periodi che iniziano tutti con la parola Sometimes. Uno splendido esercizio di tecnica narrativa.

 


Responses

  1. A leggere l’ultima parte della tua recensione mi è venuta in mente questa:
    [In un’intervista condotta alcuni anni piu tardi, egli _D: Bohm_ offrì un semplice riassunto della filosofia che stava alla base del suo coraggio: “a lungo andare è molto piu pericoloso aderire all’illusione che affrontare la realtà “.
    La scienza classica generalmente divide le cose in due categorie: quelle che possiedono ordine nella disposizione delle loro parti e quelle le cui parti sono disordinate o disposte casualmente. I fiocchi di neve, i computer e gli esseri viventi sono tutte cose ordinate. Il disegno dato da una manciata di chicchi di caffè rovesciati sul pavimento,le macerie lasciate da un esplosione e una serie di numeri generati dalla ruota di una roulette sono tutti disordinati.
    Penetrando piu in profondo nella materia, Bohm si rese conto che vi erano anche diversi livelli di ordine. Alcune cose erano molto piu ordinate di altre, e questo inplicava che forse non vi fosse limite alle gerarchie di ordini esistenti nell universo. Per via di questo, Bohm si rese conto che forse le cose che ci paiono in disordine non lo sono affatto. Forse il loro ordine è di un “livello cosi indefinitamente alto” che ci appaiono soltanto come casuali.]

    Credo che sì gli oggetti abbiano una loro valenza e un loro ordine all’interno del nostro mondo. Non necessariamente verrà letto e visto nello stesso modo dall’altro anche se speriamo che accada, di modo da poter essere “letto” e quindi compreso dall’altro stesso.
    Il libro è imaginifico, bellissimo, mangiato e divorato in poco tempo (anche se lo permetteva la lettura in inglese.) Sono belli questi “amori” così struggenti, perché dimostrano l’emozione che c’è dietro, che riempie la vita, alle volte anche troppo.
    Che l’Innocenza più che quella di Kemal, sia quella di Fusun, che nonostante le mille presenze, le cene, gli oggetti, gli sguardi, riesce a rimanere staccata e pura, come se tutto questo non la toccasse? E di lì, il dover mostrare la sua di innocenza, attaverso gli oggetti.
    Un saluto Mic e grazie per lo spunto.
    Sempre bello!


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