Pubblicato da: miclischi | 26 febbraio 2020

Guglielmo Tell torna al Teatro Verdi di Pisa in un bellissimo allestimento

Riecco il Guglielmo Tell.

Era proprio tanto tempo che non si vedeva l’ultima opera di Rossini al Teatro Verdi di Pisa. L’ultima volta a Pisa fu nel 1968. Ma un succosissimo estratto dell’opera fu presentato in forma di concerto nel 2017, per celebrare i 150 anni del Teatro, dato che il Guglielmo Tell fu proprio la prima opera rappresentata al  nel teatro pisano. Di quella celebrazione si era ragionato qui.

Dunque riecco il Guglielmo Tell il 22 febbraio 2020. Da una produzione di teatri lombardi, arriva a Pisa quest’opera in forma ridotta. Niente balletti. Ma è stato tagliato anche il lungo e tormentato duetto fra Matilde a Arnoldo all’inizio del terz’atto, così come vari pezzetti qua e là. Vabbè, questo ha permesso di ridurre la durata totale della serata a tre ore e mezzo compresi gli intervalli, invece delle quasi quattro ore di sola musica. Via giù, accontentiamoci, dopo tutto il ritorno del Guglielmo Tell è un grande e graditissimo evento, a prescindere dai tagli.

Insomma grande attesa in sala. Poi finalmente, dopo un ritardo maggiore del solito (tanto da indurre il pubblico a lanciare applausi per sollecitare l’inizio dello spettacolo, qualcosa di simile al grido scandito We want the show! al Palace Hotel  nel film The Blues Brothers) si abbassano le luci e si comincia. Naturalmente c’era una grande attesa per l’Ouverture, il brano certamente più noto di tutta l’opera. L’Orchestra I Pomeriggi Musicali sotto la guida del Maestro Carlo Goldstein ha eseguito questo brano articolato e complesso, profondo e struggente, in modo impeccabile. Un impasto perfetto degli archi ha prodotto sonorità molto avvolgenti. Lo struggente dialogo fra corno inglese e flauto, il suono equilibrato e mai sforzato degli ottoni, le percussioni misurate, ben equilibrate senza sconfinare nell’effetto bandistico… Insomma una bellissima prova orchestrale, dall’assolo di violoncello alla galoppata – tanto nota da comparire spesso anche fra le suonerie da telefono…

Tutta l’opera si svolge in casa. Foto di Alessia Santambrogio.

Però… L’Ouverture – o Sinfonia che dir si voglia – è un brano musicale, sinfonico appunto, e basterebbe a se stesso. O meglio, esigerebbe che l’attenzione del pubblico si concentrasse proprio sulle infinite e preziose sfumature della musica. In questa rappresentazione, invece, l’Ouverture è stata eseguita a sipario aperto, mentre sulla scena si svolgeva non già una rappresentazione onirica, eterea, quasi di gradito contorno (come si era visto recentemente al Don Giovanni pisano), ma una vicenda narrativa complessa e articolata, con tanti interpreti sul palco… insomma qualcosa che più che altro distraeva dalla musica. Maglio abbassare lo sguardo e godersi quelle sonorità straordinarie.

Negli intenti della regia di Arnaud Bernard quell’episodio preliminare intendeva presentare l’antefatto dell’approccio narrativo scelto per questa Opera. Il quale approccio, come si vedrà, si è rivelato essere molto efficace, funzionale, godibile. Ma quella vicenda frettolosamente narrata durante l’Ouverture, davvero, è stata percepita più che altro come un disturbo all’ascolto della musica. Fra l’altro, all’aprirsi del sipario, compare questo salone da pranzo ottocentesco con, in bella mostra, un enorme lampadario a forma di pera. Come: una pera? Ma questa non era l’opera della mela? Passons.

Barbara Massaro, la vera protagonista dell’opera. Foto di Alessia Santambrogio.

Come spiega Arnaud Bernard nelle sue concise note di regia del programma di sala, le vicende dei patrioti svizzeri vengono narrate attraverso l’immaginazione di un bambino che si appassiona alla storia di Guglielmo Tell leggendo un bel librone. Quindi le schiere di guerriglieri, i perfidi invasori, ma anche i personaggi assillati dalle proprie passioni si presentano tutti all’immaginazione del bambino proprio a casa sua, nel salone sontuoso o anche nella sua camera da letto. Un misto fra sogno, immaginazione e allucinazione. Una bella soluzione scenica che salvaguarda dalle insidie della rappresentazione dei paesaggi alpini e lacustri. Alla fine questa scelta risulterà vincente, grazie anche – soprattutto – alle eccezionali doti sceniche di Barbara Massaro, interprete al tempo stesso del bambino sognatore e di Jemmy, il figlio di Guglielmo. La soprano milanese, infatti, oltre a una splendida e convincente voce, ha sfoggiato delle doti attoriali davvero straordinarie. Ora bimbo vestito da marinaretto o in veste da notte, ora figlioletto impavido del partigiano svizzero… la Massaro non è stata mai ferma. Sempre in movimento sulla scena affollata dalle sue proiezioni immaginifiche, con movenze davvero bambinesche e con una mimica facciale che hanno davvero convinto, rendendo la piccola (di statura) soprano il vero protagonista dell’opera.

Per strano che possa sembrare, proprio le scelte più radicalmente oniriche (il coro e i personaggi che entrano in salotto – pardon, in scena – uscendo dal caminetto o dall’armadio fin dal primo atto, la cappa montagnosa che viene sistemata sul tavolo da pranzo sul quale sono state accumulate le sedie, le nuvolette che vengono issate facendole salire appese a dei cavi…) sono risultate splendidamente funzionali alla scelta registica. Giacché, oltre all’impostazione di fondo, la regia ha curato estremamente bene anche i movimenti scenici delle masse del coro e dei cantanti solisti. Finalmente un’opera in cui non c’è nessun cantante che se ne sta lì impalato a cantare la sua parte come se intorno non ci fosse niente e nessuno.

Masse sceniche: uno dei personaggi principali di quest’opera, di sicuro, è il coro. Gli artisti del Coro Opera Lombardia – sotto la guida del Maestro Massimo Fiocchi Malaspina – ci hanno fatto un figurone. Anche in questo caso, non solo per i begli impasti canori, ma anche per una presenza scenica che ha conferito al coro il ruolo che gli spetta. Una prestazione giustamente premiata anche nell’applausometro finale che ha omaggiato doverosamente anche direttore e orchestra.

Grande presenza vocale e scenica del Coro Opera Lombardia. Foto di Alessia Santambrogio.

Oltre alla Massaro, anche gli altri interpreti principali hanno tutti ben figurato e sono stati egualmente omaggiati dall’applausometro finale. Guglielmo, il baritono albanese Gezim Myshketa, dalla bella voce potente ed espressiva, senza esitazioni anche quando si trattava di scendere nel registro più grave. Poi la Matilde della soprano croata Marigona Qerkezi, già recentemente apprezzata a Pisa nella Lucia. Una grande disinvoltura vocale e scenica, con grande dominio della voce nonostante una vaga tendenza all’oscurità. E poi il tormentato Arnoldo, il tenore Giulio Pelligra. Sono stati proprio loro due, i cantanti interpreti di Matilde e Arnoldo, coloro che hanno ricevuto i più convinti applausi e Bravo! a scena aperta durante la rappresentazione. Fra i ruoli minori si è particolarmente apprezzato il Gualtiero di Davide Giangregorio.

Insomma una bellissima rappresentazione (il cartellone completo si trova qui). Quando si va a vedere il Guglielmo Tell c’è una specie di calma attesa del quart’atto in cui si trova l’aria tenorile forse più nota, eseguita anche in occasioni recitalistiche (O muto asil del pianto), ma soprattutto si aspetta che arrivi il finale. Un finale d’opera fra i più coinvolgenti ed emozionanti di tutta la storia del melodramma. Qui il regista ha stupito il pubblico con un’altra scelta azzeccata: pian pianino il coro degli svizzeri e delle svizzere con i loro sontuosi costumi si è pian pianino disposto nei corridoi laterali della platea per partecipare – insieme agli altri cantanti sul palco – al tripudio finale. Proprio un bell’effettone che ha contribuito a quel momento decisamente emozionante.

La bella prova di Gezim Myshketa nei panni di Guglielmo. Foto di Alessia Santambrogio.

Per la cronaca 1: Il libretto del Guglielmo Tell (a Pisa è stata presentata la versione italiana nella traduzione di Calisto Bassi) eccelle nella tecnica della reiterazione. Praticamente non c’è quasi nessun verso di aria solistica o coro che non venga ripetuto almeno una volta. Come si sa, questo della estenuante ripetizione delle stesse parole tantissime volte è uno degli elementi di forza dei detrattori del melodramma. Specialmente nelle scene che sottintendono una qualche urgenza, o l’imminente (ma in effetti prolungatissima) morte di uno dei personaggi. Anche nel Guglielmo Tell non si scherza… Meno male che tale verbale reiterazione è accompagnata da bellissima musica… Meno male!

Per la cronaca 2: Nella rappresentazione della domenica alcuni dei ruoli principali sono stati interpretati da altri cantanti. Ma lei, la fantastica Barbaro Massaro, c’era anche la domenica. E anche in questa seconda recita – così disse chi c’era – ha suscitato l’entusiasmo del pubblico. Davvero una bella scoperta.


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