Pubblicato da: miclischi | 27 gennaio 2020

Un Don Giovanni circense al Teatro Verdi di Pisa

Riecco il Don Giovanni!

Dopo poco più di cinque anni ritorna al Teatro Verdi di Pisa il Don Giovanni di Mozart. Inevitabili i richiami a quella rappresentazione (si era nell’anno delle celebrazioni multimediali del mito di Don Giovanni in tutte le salse), ma anche all’opera di apertura di questa stagione, L’empio punito di Alessandro Melani, pochi mesi fa (la prima resa operistica della storia del libertino spagnolo). Un modo come tanti per ricordarci il tema caleidoscopico dell’interpretazione, o meglio della reinterpretazione.

Ché infatti, inutile nasconderselo, i mormorii dei melomani pisani prima, durante e dopo lo spettacolo, hanno avuto per oggetto soprattutto la reinterpretazione della storia dapontiana in contesto circense. Fin dalla presentazione dell’opera, il sabato prima della prima, è stato subito spiattellato questo carattere distintivo della rappresentazione pisana. Una scelta così dichiaratamente osé che il Direttore Artistico del teatro, il Maestro Stefano Vizioli, ha messo subito le mani avanti, assumendosi la responsabilità della scelta di una messa in scena deliberatamente anomala, sorprendente, provocatoria. Ha poi rincarato la dose la regista, Cristina Pezzoli, che non si è peritata ad annunciare in anteprima alcune delle scelte (da lei stessa definite “azzardate”) che caratterizzeranno la rappresentazione, sia dal punto di vista della regia che dell’ambientazione scenica, con l’uso occasionale di microfoni sul palco e l’inserzione qua e là alcuni stacchi di sottofondo con musica elettronica.

La locandinaInsomma, un bel po’ di argomenti che paiono fatti apposta per suscitare mugugni da parte degli iper-tradizionalisti. Una sensazione, quella del “mettere le mani avanti” da parte degli autori di questa recita, che genera soprattutto una sorta di scetticismo preventivo. Scetticismo che viene in parte alimentato anche dalla visione di alcuni frammenti di prove in teatro prima della generale.

Poi arriva la sera della prima, venerdì 24 gennaio. Nell’attesa c’è anche la possibilità di approfondire l’argomento (e di alimentare lo scetticismo) leggendo le note di regia sul programma di sala. Calano le luci, si accordano gli strumenti, arriva il direttore, Erina Yashima, e si comincia con le lugubri note della Ouverture. Come già preannunciato, l’introduzione all’opera non viene eseguita a sipario chiuso, ma già qualcosa succede sul palco, in un’ambientazione onirica che già comincia a svelare le scelte sceniche. Un ambiente rarefatto con a far da sfondo dei teli neri su cui occasionalmente calano o salgono fondali, sul palco una pista da circo rotonda e rigorosamente nera, pochissimi o punti arredi.

Nel prosieguo della storia questa pista si anima, si popola e si spopola, cala ora un’altalena rievocatrice di trapezi da acrobati, ora una specie di fantoccio pronto a trasformarsi in sacco da box, ora un pannello per il lancio dei coltelli contro il povero Leporello… Assieme ai cantanti-attori compaiono e scompaiono gli straordinari danzatori-mimi-contorsionisti-acrobati del Nuovo Balletto di Toscana variamente agghindati e gli artisti del Coro Ars Lyrica.

Una delle danzatrici che hanno animato la scena di questo Don Giovanni (foto scattata durante le prove)

La caratterizzazione scenica di impianto circense, si può dire?, alla fine funziona e come, molto di più di quanto fosse stato cautamente annunciato. Del resto, come diceva proprio la regista, l’ambientazione realistica è impensabile, considerando la girandola di tempi-luoghi-personaggi che caratterizza quest’opera. Ma, invece, dov’è che si susseguono spezzoni di vicende tra loro diverse e apparentemente incongrue, personaggi diversamente vestiti e travestiti, scene buffe o paurose, paradossali o comiche? Ma nel circo, naturalmente!

Nel dopo-spettacolo c’è chi, fra il pubblico, ha sottolineato l’aspetto intollerabilmente “pagliaccesco” della reinterpretazione di quest’opera. Ma forse non bisogna dimenticare che l’ambiente circense è tradizionalmente un’arena nella quale si consumano, uno accanto all’altro, episodi astrusi, ridanciani o paradossali insieme a tragedie, lutti, sofferenze. Basti pensare per esempio alle atmosfere circensi di Federico Fellini, o allo straordinario personaggio tragico del clown musicista del romanzo La bambina silenziosa  di Peter Høeg.

A far da complici alle ambientazioni sceniche, condite anche da riferimenti tesi ad esaltare l’empietà di Don Giovanni (la tavola della cena finale è di fatto una grande croce sbarbata dal cimitero), anche i costumi estrosi e sgargianti (Don Giovanni), oppure rurali e allegrotti (Zerlina), ambigui (Donna Anna), pseudo clericali (Donna Elivira) o pacchiani (la maglietta dei Guns N’ Roses indossata da Leporello dall’inizio alla fine sotto la giacchetta). Senza contare i travestimenti. Scene e costumi sono di Giacomo Andrico.

Don Giovanni (Daniele Antonangeli) si esibisce al microfono (Foto Imaginarium Creative Studio).

E le altre scelte “azzardate”? Beh, fra chi orripila all’idea di microfonazioni e amplificazioni, la scelta dell’uso dei bei microfoni vintage posti in bella vista ai lati del palco pareva forse l’aspetto più atto di altri a generale scetticismo. Invece la scelta è stata decisamente vincente. Sia per la contestualizzazione drammaturgica dei recitativi “narrativi” che, soprattutto, per il modo in cui sono stati evidenziati i caratteri musicali di questi “intervalli” apparentemente poco ricchi. Macché poco ricchi: come preannunciato dalla regista, queste voci che esplorano gli anfratti più espressivi e densissimi dei recitativi hanno funzionato e come! Roba che verrebbe in mente l’ipotesi di programmare una performance basata proprio sull’esaltazione e la reinterpretazione solo di questi recitativi.

Infine, l’elemento decisamente più astruso, in quanto va proprio a mettere il dito nella trama musicale dell’opera: la musica elettronica.  Sorprendente, lì per lì anomala, astrusa, questa musica ossessiva inserita qua e là nei momenti di stacco ha invece condito a dovere questa ambientazione imperniata sull’anomalia, sull’angoscia, sul dubbio. L’unica intemperanza espressa dal pubblico è stata manifestata proprio in occasione della lenta progressione della preparazione della scena del cimitero, quando questi suoni anomali hanno lungamente accompagnato i lenti movimenti scenici dietro uno schermo semitrasparente. Dai piani alti si è sentito il grido: Musica! Insomma come quando da bimbi al cinema si sentiva esclamare Quadro! Ma, a parte questo, non ci sono stati altri segni di protesta plateale. Quasi. Infatti alla fine, quando gli interpreti sono usciti uno a uno, dopo al direttore Erina Yashima è arrivato in scena Riccardo Mascia, che ha accompagnato egregiamente ed efficacemente l’opera – in particolare i recitativi – al fortepiano. Siccome è tradizione che dopo il direttore arrivi sul palco il regista, il povero Mascia si è beccato qualche Buuu immeritato. Dopo tutto non erano dedicati a lui: il regista non era lui. La regista Cristina Pezzoli, inspiegabilmente e opinabilmente, non si è per niente presentata in scena. Il che ha suscitato un po’ di delusione in qualcuno fra il pubblico. Rimanendo alla messa in scena, una pecca, tuttavia, la si è riscontrata: le luci. Quando i cantanti venivano verso il proscenio rimanevamo in ombra, senza che questo avesse una qualche coerenza con la drammaturgia.

Donna Elvira (Raffaella Milanesi) sull’altalena-trapezio (Foto Imaginarium Creative Studio).

Va bene: scene, regia, interpretazioni e reinterpretazioni. Ma l’opera in quanto opera, cioè musica e canto? Il pubblico pisano non è che sia poi rimasto così contento. Un commento fra tutti, udito durante l’intervallo: Che fai, gliela presti te un po’ di voce? Infatti. Salvo poche eccezioni, la sensazione dominante è che le voci non sviluppino la possanza necessaria. Già in passato ci si era interrogati: ma sarà l’orchestra che suona tropo forte? Macché! Infatti, capita di sentire lo gnifito Don Ottavio (Diego Godoy), di solito relegato in un ruolo decisamente minore, emergere fra tutti con la sua voce piena ed espressiva. Non è di certo un caso che fra gli applausi a scena aperta concessi occasionalmente dal pubblico pisano più che altro – così è parso – per motivi di prammatica, gli unici convinti e ripetuti Bravo! siano stati gridati proprio a lui dopo le sue due arie; lui, il tenorino che si è erto a ruolo di personaggione e che si è aggiudicato il primato nell’applausometro finale. Fra l’altro è stato l’unico interprete a dare il dovuto risalto agli abbellimenti inseriti nei da capo alla fine delle sue arie. Poco convincenti i due personaggi maschili principali (il Don Giovanni di  Daniele Antonangeli e il Leporello di Nicola Ziccardi), bravi attorialmente ma erogatori di voci tenui. Ben fece invece Masetto (Francesco Vultaggio), estroso attorialmente e dalla voce ferma ed espressiva. Perfino il Commendatore ci ha fatto la sua figura, specie alla cena del finale quando, pur essendo morto e pietrificato, ha fatto sentire bene cosa sia una voce bella e potente, specie sentendola in scena insieme agli altri interpreti. Bravo Paolo Pecchioli!

Fra le interpreti femminili il pubblico ha particolarmente gradito la Donna Elvira di Raffaella Milanesi, disinvolta interprete nei vari contesti scenici e dispensatrice di una voce piena, espressiva e quasi sempre ben dominata. Anche Donna Anna (Sonia Ciani) ha ricevuto applausi ed apprezzamenti. Di sicuro con una bella voce che si sentiva bene, anche se ha difettato qua e là nel dominarla. E Zerlina? La contadinotta (Federica Livi) è quella che forse ha profuso più delle altre una abilità attoriale ammirevole nei movimenti scenici, nella mimica e negli atteggiamenti. Ma anche lei è rientrata nel canone della tenuità vocale, tanto da far commentare a uno spettatore maligno che… Zerlina è proprio -ina -ina.

Leporello (Nicola Ziccardi) invita a cena il Commendatore (Paolo Pecchioli). Sullo sfondo: gli otto danzatori del Nuovo Balletto di Toscana (Foto Imaginarium Creative Studio).

Sul fronte musicale… Erina Yashima ha mostrato una grande dedizione, una gestualità ferma e decisa, una apparente coesione con musicisti dell’Orchestra Arché. Però, come si è sentito fin dalla Ouverture, qua e là si è percepita una carenza nella pulizia del suono. Queste carenze di limpidezza, quelle sforzature dei corni, anche qualche fuori-tempo percepito nella relazione con i cantanti… via giù, un po’ di perplessità le hanno lasciate.

Ma, nonostante qualche delusione canora e orchestrale, resta di sicuro una buona impressione complessiva da questo spettacolo. Lasciamo prevalere, come sempre, la sensazione percepita nella notte pisana, camminando verso il parcheggio: se vien da sorridere canticchiando e fischiettando, allora sì, vuol dire che anche questa è stata una piacevole serata all’opera.

Donna Anna (Sonia Ciani) e Don Ottavio (Diego Godoy) durante le prove prima della generale.

Per la cronaca 1: il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: su alcuni aspetti della lingua e della fraseologia di Lorenzo da Ponte ci si era soffermati in occasione della precedente rappresentazione pisana del Don Giovanni (qui). Ma questa volta è stato notato un dettaglio degno di essere segnalato. Il Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, alla voce mancare, illustra anche il significato di perdere i sensi o svenire (esempio: mi sento mancare) e come eufemismo per morire, specialmente nel linguaggio formale o ufficiale (esempio: ieri è venuto a mancare all’affetto dei suoi il caro congiunto). Curioso però che nel libretto del Don Giovanni questo verbo, con questo significato “eufemistico” sia usato ben due volte al presente indicativo,  riferendosi a se stessi.  Nella terza scena Donna Anna, alla constatazione del decesso del padre, afferma e reitera: Io manco… Io moro. Nella diciottesima scena, quella della cena con il convitato di pietra, è Leporello a usare questo verbo: Ah padrone! Io gelo, io manco.

Per la cronaca 3: grazie alla disponibilità del Teatro Verdi, è stato possibile realizzare qualche scatto in pellicola durante le prove prima della generale. Le foto si trovano in questo album.


Responses

  1. […] una rappresentazione onirica, eterea, quasi di gradito contorno (come si era visto recentemente al Don Giovanni pisano), ma una vicenda narrativa complessa e articolata, con tanti interpreti sul palco… […]


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: