Pubblicato da: miclischi | 25 novembre 2019

La montagna incantata: un libro che andava letto.

L’edizione italiana pubblicata nel 1945.

C’era un libro che Jolanda Nardi Lischi nominava di tanto in tanto come una delle sue preferite fra le letture di gioventù : La montagna incantata di Thomas Mann. Per qualche insondabile motivo, per lunghi decenni non fu mai intrapresa la lettura di questo poderoso romanzo. Poi un’altra occasione, scaturita da un’altra mamma, ne dette l’occasione. Successe dopo la recente scomparsa di Maria Teresa De Riso. In memoria delle tante conversazioni sui libri con sua madre quarant’anni fa – era la fine degli anni ’70 del Novecento – il figlio Riccardo offrì alcuni volumi della sua biblioteca. Fra i quali, appunto, La montagna incantata, in un’edizione Dall’Oglio del 1945. Il libro fu acquistato da Maria Teresa nel 1951, come indicato a matita sul frontespizio.

Non è stata una lettura rapida né agevole. Iniziata durante un viaggio transcontinentale, poi continuata durante il viaggio di ritorno, poi nelle settimane progressivamente sempre più autunnali che seguirono. Settecentoventitré pagine stampate con carattere piccolo piccolo. La traduzione di Bice Giachetti-Sorteni (a quanto pare la prima traduzione italiana di questo titolo, secondo quanto preziosamente indicato qui) non ha aiutato di certo, con il suo stile aulico e anticotto, fatto di nomi tradotti in italiano (Giovanni invece di Hans, Gioachino con una “c” sola invece di Joachim…) e con un vocabolario ampolloso.

Ma la missione andava compiuta: scavare in questo lungo racconto per ricercare le suggestioni che colpirono Jolanda e anche Maria Teresa. Invece di lasciare il corposo volume in corso d’opera, la lettura fu faticosamente completata. Anche questa è fatta: La montagna incantata è stata letta.

Ma che cos’è questo libro? Una minuziosissima narrazione di come passano le giornate i residenti in un sanatorio delle alpi svizzere. Un luogo di cura, certo, ma anche un luogo in cui viene celebrata soprattutto l’oziosa nullafacenza. Ché infatti non succede quasi nulla. Il protagonista, Giovanni Castorp, aveva pianificato solo una breve visita al cugino Gioachino. Ma la sua breve visita diventerà invece un soggiorno di lunghi anni. Un po’ per il pretesto di curare un’affezione polmonare, ma forse ancor più per la fascinazione irresistibile di quel luogo lontano dalla vita di pianura, dalla vita vera, quella alla quale tutto sommato poco a poco non si desidera più tornare.

Del resto l’autore lo dichiara bene, il suo intento, fin nell’introduzione:

…quando mai la brevità o la noia ingenerata da una storia dipese dallo spazio e dal tempo che vennero impiegati per narrarla? Senza timore, noi propendiamo anzi a credere che soltanto le cose dettagliate ed esatte siano veramente interessanti.

Un vero e proprio mattone!

Le fitte pagine di questo vero e proprio mattone sono affollate del racconto minuzioso di fattarelli quotidiani, di pettegolezzi su questo o quel degente, delle variazioni del tempo (sole, neve, vento…), delle routine invariabili delle giornate di cura e di ozio. E, siccome non succede quasi nulla, l’attenzione si rivolge al pensiero, all’analisi del pensiero, alla conversazione su praticamente tutti i temi possibili ed immaginabili. Ci sono le relazioni umane, quelle familiari, i conflitti di classe, i campanilismi, i vaghi accenni all’innamoramento del protagonista – che sia verso un ragazzo o una donna, la filosofia, la religione, la politica, la musica, il misticismo. C’è anche un sorprendente accenno al problema del riciclaggio della carta e una preconizzazione di quella che oggi chiameremmo economia circolare.

Conservare la carta, risparmiare la carta, significava conservare, risparmiare la sostanza cellulare, il patrimonio forestale, il materiale uomo, tutto ciò insomma che veniva impiegato nella fabbricazione di sostanza cellulare e carta, non meno che il materiale umano e il capitale. E siccome si può quadruplicare il valore della carta da giornale trasformando questa in carta da pacco e cartonaggi, così sarebbe divenuto fattore economico di grande importanza e base di imposte statali e comunali molto redditizie l’esonero dei lettori di giornali dal pagamento delle tasse.

Pochi, pochissimi lampi scuotono occasionalmente il lettore dal torpore inesorabile che l’avvolge. C’è, a un certo punto avanzato della narrazione, uno sprazzo che lascia immaginare che si parli finalmente dell’essenza stessa della magia di questa montagna (quello zauber inspiegabilmente tradotto con incantata invece che magica). E’ l’episodio della escursione del protagonista, con gli sci, fra i pendii innevati. Giovanni (Hans) viene sorpreso da una tormenta di neve e si ripara per un tempo indefinito e dilatato sotto una tettoia in mezzo al nulla. Lì viene rapito da un vero e proprio stato di allucinazione che apre nuove visioni della realtà e dell’immaginazione. Macché, l’episodio si conclude ben presto e tutto torna alla solita deprimente routine.

Altro sussulto si manifesta verso la fine del romanzo, quando arriva al sanatorio uno strumento davvero magico: il grammofono. Il protagonista ne subisce la fascinazione e si mette ad ascoltare sistematicamente tutti i dischi. Si lascerà rapire soprattutto da tre opere musicali fra loro diversissime. Opere per le quali viene esposta una vera e propria analisi approfondita, dalla quale scaturiranno innumerevoli riflessioni sul senso della vita, il rapporto con se stesso e gli altri, etc. etc.  Aida  di Verdi è una di queste. Poi ci sono la Carmen di Bizet e il lied di Schubert Der Lindebaum dal Winterreise.

L’unico vero sussulto, in verità, è proprio alla fine del libro. Gli anni passano, si affacciano anche fin lassù, fra le nevi del Berghof, i venti del crescente antisemitismo e l’atmosfera di guerra imminente (era la Grande Guerra) che ammantano l’Europa. E il finale, ecco, almeno quello sì, riaccende – tardivamente – una scintilla narrativa.

Chissà che cosa affascinò Jolanda in questo libro. Forse la reiterata necessità di sviscerare gli argomenti, forse quella sensazione intrinsecamente positiva che suscita la montagna, forse quell’atmosfera di fuga dalla realtà… Alla fine della lettura, a tratti molto faticosa, resta comunque la sensazione di aver affrontato un libro che andava letto. Anche per rendere omaggio alle passioni di Jolanda e di Maria Teresa.

Per la cronaca 1: Al momento del primo incontro, era il 1979, Maria Teresa si entusiasmò per una discussione sulla lettura e sui libri con quella persona appena incontrata. Fu tale l’entusiasmo che ne scaturirono due doni: il primo volume della Recherche (Sulla strada di Swann, nella traduzione di Natalia Ginzburg pubblicata da Einaudi) e Ognuno di Ernst Wiechert (Jedermann) tradotto da Massimo Mila nella bellissima edizione Frassinelli del 1958.

Per la cronaca 2: Un indizio di lettura attenta può trovarsi nelle tracce lasciate dal lettore. In questo libro Maria Teresa ha sottolineato a matita solo tre frasi, molto distanziate in diverse parti della porzione più avanzata del romanzo. Se una sottolineatura frequentissima potrebbe essere indizio di mania evidenziatrice, la rarefazione di questi tratti potrebbe invece rivelare una lettura molto attenta che si sofferma a sottolineare solo i pochi punti che davvero colpiscono e coinvolgono. Ecco le tre frasi:

Pagina 456, capitolo OPERATIONES SPIRITUALES… la malattia adatta a se stessa il suo uomo in modo tale da poter andar d’accordo con lui;

Pagina 525, capitolo DA SOLDATO E DA CORAGGIOSO: Il riso è un subitaneo splendere dell’animaA margine di questa sottolineatura viene riportata da Maria Teresa questa annotazione: – B.

Pagina 579. capitolo SI PARLA ANCORA DI MYNHEER PEEPERKORN: Egli non era un “eroe”, vale a dire: non lasciava determinare dalla donna i suoi rapporti verso l’uomo.


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