Pubblicato da: miclischi | 19 novembre 2019

Novembre 2019, la Tosca al Teatro Verdi di Pisa: luci e ombre.

La terza Tosca negli ultimi dieci anni.

15 Novembre 2019: dopo la prima rappresentazione di questa stagione lirica del Teatro Verdi di Pisa, un’opera secentesca raramente rappresentata (era L’empio punito di Alessandro Melani e se ne ragionava qui), ritorna un classicone evergreen: la Tosca di Puccini. Della serie: un colpo al cerchio e uno alla botte. Fra l’altro La Tosca s’era vista proprio al Verdi non tanti anni fa, nel 2013 (se ne era ragionato qui).

All’inizio dell’opera l’orchestra dà fin da subito un’idea del sound accurato ed efficace; quando poi s’alza il sipario appare una scena sontuosamente lugubre fatta di colonne, scalinate, drappeggi… Una volta tanto si abbandona l’approccio rarefatto alla scenografia e gli arredi scenici son ben congegnati e funzionali alla drammaturgia. Naturalmente ci sono anche le ormai consuete videoproiezioni sullo sfondo.  O quante volte si saranno viste videoproiezioni incongrue, imbarazzanti, raccapriccianti, e simili? L’uso delle videoproiezioni in questa Tosca è stato uno dei migliori visti negli ultimi anni. Non solo in termini di grandiosità delle immagini proiettate (interni della chiesa e poi, nel secondo e terzo atto, paesaggi con skyline romane), ma anche della loro funzionalità al dipanarsi drammaturgico della vicenda. Nel primo atto, per esempio con il progressivo e davvero impressionante cambio di prospettiva dell’altare e della retrostante abside della chiesa di Sant’Andrea che si piega e si avvicina progressivamente facendo avanzare il pubblico tutto verso quell’area del tempio. Ma anche nel secondo atto, con aperture e chiusure delle finestre che si affacciano sulle gavotte cantate da Tosca fuori scena, e con l’avvicinarsi e allontanarsi della vista da Palazzo Farnese. E infine nel terz’atto, con il cielo stellato e poi l’alba romana visti dall’alto di Castel Sant’Angelo. Davvero delle soluzioni scenico-videistiche proprio convincenti. Così come convincenti sono risultate le scene tradizionali fatte di oggetti e arredi funzionalmente riadattati di atto in atto con oculata ridisposizione degli stessi. Un plauso a Ivan Stefanutti, Ezio Antonelli e Marco Minghetti.

La nuova convincente grafica per il programma di sala di questa Tosca

Si diceva della musica. L’Orchestra della Toscana, sotto l’attenta direzione del Maestro Marco Guidarini, ha dato proprio una gran prova. Lo si è sentito fin da subito nei perentori accordi scarpiani all’inizio dell’opera, o poi nel grande stratificarsi di suoni e voci solistiche e corali nel finale del primo atto, quel Te Deum che è riuscito proprio bene; ma poi anche nel dipanarsi di tutta la vicenda drammaturgico-sonora. Un picco di emozionante qualità si è registrato nel tragico languore che prelude alla morte di Scarpia, quell’adagio che il Maestro Alberto Paloscia, direttore artistico del Goldoni di Livorno, nel presentare l’opera la settimana prima della rappresentazione, ha definito quasi ispiratore di atmosfere mahleriane. Qui davvero si è sentita la potenza espressiva della musica di Puccini resa in modo splendido dall’orchestra. La quale si è messa in luce in tante occasioni, fra cui l’impeccabile introduzione cornistica all’inizio del terz’atto, e con un amalgama degli archi veramente godibilissima. E il capolino che facevano i fiati qua e là? Davvero un’esecuzione che ha messo bene in risalto le tante pieghe di questa composizione che il succitato Maestro Paloscia non ha esitato a definire geniale. Davvero la componente musicale di questa Tosca è stata di grande risalto e godibilità.

Ecco, appunto, il risalto: qualcuno a fine spettacolo ha osservato come il volume sonoro sviluppato dall’orchestra mettesse un po’ in ombra le voci sulla scena. Ci sta. Ma in questi casi non è facile stabilire se si tratti di eccessi orchestrali o deficit canori.

Ché le voci dei cantanti, quell’aspetto della rappresentazione lirica che forse crea più aspettative nel pubblico, specialmente le voci dei due personaggi principali di questa opera (lui e lei), sono alla fine risultate come l’aspetto un po’ deboluccio di questa Tosca. Mentre il perfido altro che si insinua fra i due ha tutto sommato soddisfatto.

Il finale dell’opera, subito prima del salto di Tosca. Foto di Andrea Simi, dal programma di sala. Un’immagine vagamente evocativa dell’incipit dei film prodotti dalla Columbia Pictures.

Se da un lato i tre cantanti hanno dato una bella prova sul piano attoriale, la voce che è parsa più convincente è stata infatti quella di Scarpia (il Baritono Leo An, già convincente Alfio nella Cavalleria di qualche anno fa), mentre i due sfortunati amanti, la Tosca di Daria Masiero e il Cavaradossi di Enrique Ferrer, non hanno convinto più di tanto. Nel senso di deficit di limpidezza, di dominio delle voci nei vari registri, di possanza laddove serve. E forse non è un caso che dopo la sconfortata romanza tenorile del terz’atto non siano piovuti gli applausi che tante volte abbiamo visto costringere il direttore a una pausa inaspettata (Floria Tosca invece, dopo tutto, se li era presi, gli applausi, alla fine di Vissi d’arte…).

Ben fecero il Coro Ars Lyrica sotto la guida di Marco Bargagna e le Voci Bianche del Teatro del Giglio e della Cappella Santa Cecilia diretti da Sara Matteucci. Specie nel già citato Te Deum le presenze sceniche e vocali dei cori ci hanno fatto la loro figura.

Il vetusto libretto pubblicato da Ricordi (Lire 450).

Ma la Tosca, si sa, è allietata anche dalla presenza di tanti cruciali personaggi cosiddetti minori. Particolarmente apprezzati dal pubblico, sia per le qualità attoriali che per le voci, il sagrestano di Donato di Gioia, lo Spoletta di Saverio Pugliese e il carceriere di Lorenzo Nincheri.

Pubblico tiepido, sia durante l’opera che nell’applausometro finale, dove si sono sentiti picchi di apprezzamento, fra gli interpreti principali,  per Leo An, poi per direttore e orchestra, e anche per i succitati personaggi minori.

Insomma una Tosca con luci e ombre. Uno spettacolo da ricordare soprattutto per le grandi qualità visive (scene, luci e videoproiezioni)  e per l’eccellente prova orchestrale.

Per la cronaca 1: Il tema languidamente tragico che accompagna i pensieri e i gesti di Tosca nelle movenze finali del second’atto è davvero di una potenza indescrivibile. Chissà perché, forse grazie a quelle magiche e caleidoscopiche associazioni che spesso accompagnano le emozioni musicali, questo tema richiama alla memoria quello altrettanto languido e altrettanto tragico che accompagna la morte di Mélisande nelle musiche di scena composte da Jean Sibelius per il Pelleas et Mélisande di Maurice Maeterlinck una manciata di anni dopo la prima rappresentazione della Tosca. Per farsi un’idea, ecco qui sotto il video della straordinaria interpretazione di Esa-Pekka Salonen alla guida della Los Angeles Philharmonic Orchestra ai Proms del 1998.

Per la cronaca 2: Con riferimento alle riflessioni di cui sopra sul finale del second’atto, chissà se Luciano Lischi, amante dell’opera ma anche attento cultore dell’uso delle parole, avrebbe preferito usare l’aggettivo – languida tragedia – o il sostantivo – tragico languore. Fra gli scritti inediti che ci ha lasciato c’è infatti anche un breve trattatello sulle corrispondenze fra le desinenze in -ore e -ido che associano (spesso ma non sempre) lo stesso concetto espresso nel ruolo di sostantivo o di aggettivo…

 


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: