Pubblicato da: miclischi | 15 ottobre 2019

L’Empio Punito al Verdi di Pisa: chi ben comincia…

Abène, ricomincia la stagione del Verdi, e ricomincia proprio bene!

12 Ottobre 2019: si ricomincia con la stagione del Teatro Verdi a Pisa. Come ci ha ben abituato il Direttore Artistico Stefano Vizioli, non si va a teatro soltanto per rivedere e rivedere ennesime rappresentazioni di Bohèmi e Rigoletti, ma anche per imparare qualcosa di nuovo sullo sconfinato universo dell’opera lirica.

L’anno scorso si cominciò con una non-opera, in questi ultimi anni le stagioni ci hanno deliziato con opere minori o sconosciute, ci hanno fatto riaffacciare sul mondo barocco, ci hanno addirittura stupito con un’opera interpretata dalle marionette…

Quest’anno si comincia la stagione con un’opera quasi sconosciuta di Alessandro Melani, compositore pistoiese del ‘600: L’empio punito, prima resa operistica della storia di Don Giovanni (oltre cent’anni prima dell’opera di Da Ponte e Mozart). L’opera di Melani è stata composta su libretto di Filippo Acciaiuoli e Giovanni Filippo Apolloni.

Nuova grafica

Si sa, il popolo degli amanti dell’opera è fatto di campanilismi, preferitismi, correnti radicali, insomma è raro incontrare qualcuno che sia appassionato di tutta ma proprio tutta l’opera, dalle origini alle composizioni dei nostri giorni.

E va bene così. Ma l’opera barocca, insomma pre-mozartiana, richiede forse un approccio un tantinello diverso da quello che si rivolge al belcantismo, o al verismo, magari anche a Verdi, Wagner o, appunto, Mozart. Per cui all’annuncio di questa apertura del Verdi con un’opera secentesca qualche sopracciglio si è alzato (mentre qualcun altro esultava!).

Ma questo esordio di stagione, a quanto si è potuto ascoltare fra i sussurri in platea o negli ingorghi per sortire dalla sala alla fine dello spettacolo, pare abbia reso complessivamente soddisfatto il pubblico pisano. L’aggettivo “ganzo” ricorreva spesso. Tranne per qualcuno che magari era venuto a teatro già stanco ed ha notato che l’opera sì, era bella, ma com’era lunga… (ci si rivede al Parsifal).

Questa apertura di stagione ha funzionato benissimo perché tutte le componenti (musica, voci, scene, luci, costumi, regia) si sono amalgamate benissimo con soluzioni di qualità e soprattutto con scelte intelligenti.

Un’idea dell’allestimento scenico. A sinistra Cloridoro (Federico Fiorio); a destra: piccola folla attorno al cadavere di Tidemo (Carlos Negrin Lopez). Foto Imaginarium Creative Studio

La musica: un incalzare senza requie di raffiche di brani senza soluzione di continuità: parti strumentali, recitativi, duetti, arie, concertati… uno di seguito all’altro con bruschi cambi di rotta – di stile – , di sonorità, insomma una variegatezza sorprendente. Forse proprio questa è stata una delle principali godurie della serata: ascoltare in che modo il Maestro Carlo Ipata e l’ensemble Auser Musici hanno animato la compagine strumentale basandosi sull’unica partitura disponibile con due pentagrammi senza nessuna indicazione strumentale (così precisa il direttore d’orchestra nelle note di sala). Avranno di sicuro goduto di più gli spettatori nei palchi che quelli in platea, dalla quale si poteva solo scorgere qualche piccolo angolino dell’Ensemble. Sei violini, un contrabbasso e due flauti dolci. Per il continuo: due clavicembali, tiorba, arciliuto, violoncello e arpa. Per farsi un’idea della variegatezza e dell’eclettismo della compagine musicale: il flauti dolci c’erano quasi tutti (sopranino, soprano, alto e tenore), mentre uno dei due interpreti al flauto spesso imbracciava (o ingambava?) la viola da gamba, mentre l’arciliutista a volte ci dava di chitarrina barocca. Insomma una ricchezza strumentale di altissima godibilità, frutto questo delle scelte strumentali operate con un grande intento filologico allo scopo di valorizzare le qualità musicali di Melani.

La locandina

Arie famose nel senso famosissime non ce ne sono, ma arie bellissime e di grande impatto sì. Come Vaghe frondi, amiche piante (Atamira), oltre a quella forse più celebrata (sempre di Atamira), Piangete occhi, piangete che fra l’altro ha strappato al pubblico uno dei pochissimi applausi a scena aperta. C’è poi lo splendido duetto Atamira-Acrimante incatenato (anche qui: applausi a scena aperta) che si sviluppa su incalzanti cadenze che evocano la cosiddetta Cold Song dal King Arthur di Purcell, che però fu rappresentato una ventina d’anno dopo l’Empio! Si vede che a quei tempi temi e soluzioni musicali circolavano nella comunità dei musicisti europei,e ognuno se li riadattava a piacimento. Come del resto successe con il famoso Basso di Ruggiero, rievocato per l’appunto nelle arie funebri di questo Empio punito, ma che fu utilizzato anche da Purcell per introdurre il celebre “Lamento di Didone!” nel suo Dido and Aeneas, anche questo messo in scena una ventina d’anni dopo l’Empio. Questo tema mestamente discendente compare dapprima in una sorta di Lamento di Atamira quando Atrace la minaccia in occasione dell’ennesimo rifiuto (O ti prepara a morte?); ritorna poi  quando è Acrimante a confrontarsi con l’ardua prova della morte (O mia doglia infinita); ricompare infine, leimotivisticamente, nella scena del tutti finale, quando viene rievocata la morte di Tidemo. Fra l’altro, come ben spiegato da Beatrice Rana nella lezione alla Scuola Normale prima del suo concerto pisano di qualche anno fa, proprio il Basso di Ruggiero costituirà poi il filo conduttore delle Variazioni Goldberg Bachiane.

Acrimante (Raffaele Pe) in gabbia. Foto Imaginarium Creative Studio.

Insomma una goduria musicale sconfinata. Ai preziosismi di musicisti e cantanti si sono legate benissimo le componenti di scene e costumi (di Mauro Tinti) che, lungi dai fasti dei costumi vaporosi e delle parrucche cotonate in ambienti fatti di capitelli, languide fontane e fronde frondose,hanno dato una sterzata decisamente modernista, psichedelica, quasi futurista. Scene essenziali ma coloratissime, quasi abbaglianti, con giochi di luce ben congegnati (da Fiammetta Baldiserri) che ne mettono in evidenza le clamorose forme. Sagome di cavalli su cui si arrampica il re Atrace; un palazzo mascherato in un enorme ventaglio istoriato, silhouette di alberi dai colori cangianti…insomma un caleidoscopio di forme e colori davvero azzeccatissimo. Costumi variegati e molto caricaturali, tagliati proprio su ogni personaggio. Il libertino Acrimante indossa una giubba rossa su una maglietta psichedelica. Una maglietta psichedelica la indosserà anche il demonio. Il servo Bibi sta tutto il tempo o quasi con la giacchetta e il cappello in testa. Ieratica e gelida la veste nera di Atamira. Giuggiolone il re Atrace quasi sempre con gli occhiali neri, baccellona Ipomene, etereo putto-paggio Cloridoro… insomma una grande variegatezza che contribuisce alla godibilità dello spettacolo nel suo insieme.

Entrano in scena anche vascelli! Alberto Allegrezza (Delfa) e Giorgio Celenza (Bibi). Foto Imaginarium Creative Studio.

Lungi dalla statica posa in cui abbiamo visto tante opere con gli attori impalati, troppo occupati a cantare per fare un qualche movimento, questo Empio con la regia di Jacopo Spirei ha giocato tantissimo anche sui movimenti scenici, sulle doti attoriali dei cantanti, insomma sulla dinamicità dell’azione. Fra i tanti bravi interpreti, si è segnalato per la propria fisicità scenica l’eclettico poliedrico basso Piersilvio De Santis.

Già, i cantanti, e allora? Una goduria anche qui: non solo per l’elevato livello delle prove vocali, ma anche per il coacervo di travestitismi e vocalismi che hanno valorizzato sia le varie voci che le abilità interpretative in senso lato. Una prova molto buona e molto apprezzata dal pubblico, che ha democraticamente osannato tutti gli interpreti (ancorché, al momento dell’applausometro, ci siano stati due netti picchi di esultanza per la Atamira di Raffaella Milanesi e per l’Acrimante di Raffaele Pe). Fra i giovani selezionati da Accademia Barocca, pure acclamatissimi dal pubblico, si sono segnalati in particolare il controtenore Federico Fiorio e il basso Piersilvio De Santis. Il cartellone completo si trova qui.

Insomma una serata speciale, con un’opera speciale messa in scena da interpreti e tecnici speciali. Viene proprio da sentire gratitudine per questo teatro cittadino che non smette mai di elargire buona musica e di allargare i confini delle conoscenze musicali e teatrali del proprio pubblico. Ma siamo solo all’inizio, e c’è ancora tutta la stagione operistica da scoprire. Chissà come sarà la Tosca del 15 Novembre?

Anche un cantante sospeso: Bibi (Giorgio Celenza) corteggia Delfa (Alberto Allegrezza).

Per la cronaca 1: Come di consueto, il direttore artistico Stefano Vizioli ha preparato il pubblico del Verdi alla rappresentazione dell’Empio punito con uno dei suoi videi un po’ gameni ma convincenti. Eccolo qui.

Per la cronaca 2: Una selezione di brani dall’Empio punito era stata presentata al Verdi di Pisa nel 2015, sempre con il Maestro Carlo Ipata e Auser Musici (a ranghi ridotti). Una registrazione di quella rappresentazione si può ascoltare qui.

Per la cronaca 3: Un breve video molto gradevole che racconta la trama dell’opera è stato realizzato da Imaginarium Creative Studio e si può vedere qui. A dire il vero, leggere la trama dell’opera sul programma di sala confonde tantissimo le idee, tanti sono i personaggi, i luoghi le situazioni… Molto più semplice ed agevole seguire il dipanarsi della storia durante la rappresentazione.

Per la cronaca 4: Il testo del libretto è davvero godibile, sia in alcuni notevoli voli lirici che nelle parti decisamente audaci e disinibite. Fra le tante perle, questi due versi in cui il silenzio e la parola sono rappresentati in modo davvero straordinario: Qual mi turbò la pace / fra taciturne piante, ombra loquace? Parlando di libretto, a chi conosce benino quello di Da Ponte per il Don Giovanni mozartiano, non saranno sfuggite alcune strettissime somiglianze. Tra le altre, dall’inizio-inizio (Gran tormento che mi par / lavorar / la notte e ‘l dì) alla statua del Commendatore (pardon, di Tidemo) che rifiuta la cena offertagli da Acrimante (Chi a vivande celesti un dì s’avvezza / ogni cibo terreno odia e disprezza). Queste vicinanze sono menzionate anche in questo studio accademico.

Bibi (Giorgio Celenza), Acrimante finto morto (Raffaele Pe) e Delfa (Alberto Allegrezza). Foto Imaginarium Creative Studio.


Responses

  1. […] secentesca raramente rappresentata (era L’empio punito di Alessandro Melani e se ne ragionava qui), ritorna un classicone evergreen: la Tosca di Puccini. Della serie: un colpo al cerchio e uno […]

  2. […] mito di Don Giovanni in tutte le salse), ma anche all’opera di apertura di questa stagione, L’empio punito di Alessandro Melani, pochi mesi fa (la prima resa operistica della storia del libertino spagnolo). […]


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