Pubblicato da: miclischi | 29 luglio 2019

Arles 2019: Les Rencontres del cinquantennale.

Edizione N. 50.

Come quasi ogni anno, una scappata a Arles s’impone per Les Rencontres de la Photographie; che in questo 2019 arrivano alla cinquantesima edizione. Le mostre fotografiche sono visitabili fino alla fine di settembre.

La goduria del girellare per la bella città fluviale, l’indigestione di immagini in luoghi espositivi meravigliosi allestiti in maniera eccellente, la quiete del Camping City, insomma un grande piacere che si rinnova anno dopo anno. Ogni anno diversamente.

Questa edizione del cinquantennale si caratterizza per una generale sobrietà. Senza esposizioni mozzafiato, ma anche senza il dilagare della gamenografia che si era riscontrato in altre edizioni.

Un accento particolare – ancora più del solito – sul reportage con lunghe e dettagliate storie raccontate per immagini, la commistione ormai usuale fra foto, video e installazioni; insomma, un bilancio generale più che positivo.

Come di consueto, ecco una sintesi delle mostre che più di altre hanno lasciato il segno.

Il libro di Tina Bara

In una delle poche esposizioni nel luogo che un tempo ne ospitava innumerevoli (le officine delle ferrovie, sempre in via di ristrutturazione e ammodernamento), una delle serie a più alto impatto: fotografi nella Germania dell’Est (anni ’70 e ’80) rispolverati a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Storie quotidiane, persone, emozioni, con un accento particolare, ma non solo, sul corpo. Difatti l’esposizione collettiva si intitola Corps impatients. Scatti limpidi, spontanei, intensi, eloquenti. Fra i tanti fotografi, spicca la proiezione – a mo’ di sequenza di diapositive – di qualche centinaio di scatti in bianco e nero di Tina Bara (la serie si intitola Lange Weile e ne è stato tratto anche un libro). La fotografa ripercorre la propria vita attraverso i propri scatti. La sua casa a Berlino Est, i suoi amici, amiche, amanti, i luoghi della città o dei pochi brevi viaggi concessi dalle autorità autoritarie. Qualche autoritratto (come questo). La proiezione  è accompagnata dalla voce fuori campo della fotografa che racconta, commenta. Ogni tanto, a fare da ritornello, compare la solita frase: … e intanto continuavo a studiare storia. La storia che studiava Tina Bara non era la storia che stava vivendo. Una serie estesissima di scatti che si vorrebbe non finisse mai, con la voce della fotografa che racconta se stessa e le proprie fotografie con voce calma e quasi piatta, senza enfasi. Anche con commenti sulle persone, sui luoghi, sul futuro delle persone, sugli espatri e sulle morti. E anche qualche commento sulle foto (Questa non ricordo proprio perché la ho scattata…). Visi, tanti visi, corpi (prima che prendesse piede l’esecrabile standard depilatorio), parti di corpi. Una celebrazione  della spontaneità del linguaggio fotografico, un grido di libertà, una bellezza totalizzante.

Alla mostra “Un voyage, Marseille-Rio 1941”: testi e fotografie.

Un’altra storia raccontata per immagini la si trova nella sala – bellissima e caldissima – all’ultimo piano dietro al chiostro di Sant’Efrimio (meno male che si può godere un po’ di refrigerio all’ombra degli alberi che ornano la terrazza superiore del chiostro). La storia di un gruppo di esuli antifascisti in viaggio da Marsiglia al Sudamerica nel 1941. Una storia dapprima raccontata in un libro (Capitaine, di Adrien Bosc), poi arricchita dal ritrovamento delle fotografie di Germaine Krull, una delle passeggere del cargo, da cui la mostra, ricomposta anche in un nuovo libro che crea il connubio fra racconto e immagini: Un voyage, Marseille-Rio 1941. La mostra è una cronaca del viaggio, delle relazioni che si vengono a creare fra i passeggeri di diversa provenienza, dei luoghi (fra cui la prigione dell’Isola del Diavolo), i difficili incontri con le autorità francesi fedeli a Vichy, l’arrivo in Brasile. C’è una strana e quasi angosciante frammistione, in queste immagini, fra gli scatti “croceristi” e quelli che lasciano trasparire con forza la consapevolezza che quei passeggeri involontari stavano vivendo una tragedia. Una mostra che scatena curiosità caleidoscopiche: per il libro/catalogo, ma anche per l’autobiografia di Germaine Krull. Una curiosità su questa fotografa che viene in parte alimentata e soddisfatta dalla presenza massiccia di sue foto in questa cinquantesima edizione dei Rencontres. In particolare nella succosa esposizione dedicata alla rivista Variétés (pubblicata a Bruxelles a partire dal 1928), dove la Krull è una presenza quasi costante, e dove esprimono le proprie visioni d’avanguardia e surrealiste altri artisti e fotografi fra cui Man Ray.

Fotografie, fotografie, fotografie. Gli occhi si riempiono di immagini, di luoghi di allestimenti, installazioni, video, luci, ambienti. Spicca per l’accuratezza dell’allestimento la mostra The House, a cura dei Anonymous Project. Una serie di scatti anonimi che documentano le case e le vite familiari di innumerevoli sconosciuti. Nel salotto – arredato con mobilio vintage, le foto del salotto; nella cucina, altrettanto vintage, le foto della cucina. E così via, con le foto dei compleanni e i soffi sulle candeline, o le foto in posa accanto alla televisione dai bordi stondati, o le foto in camera da letto, in giardino, con gli animali domestici. Un bel risultato in cui si coniugano gli scatti familiari anonimi con l’accuratezza dell’allestimento.

Gli scatti di Mario Del Curto: alberi fra gli alberi.

Ci si sposta in ambiente completamente diverso, dal sapore quasi Lagacillyano, nei giardinetti adiacenti alla stazione ferroviaria. Qui sono esposte, all’aperto, le immagini realizzate dal fotografo svizzero Mario Del Curto. E la scelta non poteva essere migliore: in mezzo alle piante, con qualche rametto o frasca che si frappone fra lo spettatore e la foto di grande formato. Infatti si tratta degli scatti realizzati, in un periodo di dieci anni in giro per il mondo, del progetto Humanité végétale, le jardin déployé, sulla forte interazione dell’uomo con il mondo vegetale, fin dalla notte dei tempi.

Dal giardino alla cantina: nel sottosuolo della Libreria della Casa editrice Actes Sud (come si ebbe a dire in passato, ma vale ribadirlo: una delle librerie più belle del mondo) una mostra sul fiume Rodano (Rhône), che passa appunto da Arles prima di espandersi con le sue bocche nel Parco della Camargue. Foto di grande formato a colori dal fotografo Camille Moirenc che documentano il fiume dalle sue sorgenti, fra i ghiacciai svizzeri, al passaggio per laghi, valli, chiuse, città, fino al mare. Una bella serie con foto di grande impatto con una ben bilanciata scelta di soggetti: paesaggi, dettagli delle piante, delle acque, delle installazioni, delle persone.

Alla chiesa dei Frati Predicatori: Datazone.

Un’altra esposizione intensa e spettacolare è quella nella chiesa dei Frati Predicatori, spazio ampissimo e luminosissimo: si tratta di Datazone del fotografo Philippe Chancel. Scatti realizzati in giro per il mondo per documentare i cosiddetti “siti sensibili” dal punto di vista del declino ambientale. Sono scatti che colgono la lieve sfumatura con cui la componente sociale compare sia come autore che come obiettivo degli effetti del degrado ambientale. L’uomo agisce, l’uomo patisce. Un allestimento maestoso in cui le foto sono raggruppate per luogo. Ogni luogo è indicato dalle coordinate geografiche sul pavimento della chiesa, e una linea bianca conduce dalle coordinate alla zona – o all’angolino – in cui sono disposte le foto. Una mostra di grande impatto, nelle migliori tradizioni arlesiane.

Così come la mostra collettiva Les murs du pouvoir, dedicata alla costruzione di muri di separazione in Europa. Naturalmente un fuoco particolare è dedicato al muro di Berlino, ma sono drammaticamente mostrati anche i muri anti-migrazioni eretti in tempi molto recenti. Con un lodevole intento educativo ed esortante alla riflessione, la mostra presenta la caratterizzazione di muri e barriere secondo tre diverse categorie: i muri d’influenza, i muri di segregazione e i muri di migrazione.

Ecco, questi erano solo alcuni appunti sulle mostre che hanno colpito più di altre. Tantissime (in totale sono oltre 50) altre mostre belle, interessanti, stimolanti. Come la riproposizione della mostra di Edward Weston e Lucien Clergue che fu allestita in occasione dei primi Rencontres nel 1970. Clergue fotografava soprattutto uccelli ed altri animali morti, mentre le foto di Weston, rispetto alla sua notissima produzione, sono decisamente caste. Curiosissimo anche il film-documentario The photographer realizzato nel 1948 da Willard Van Dyke proprio su Weston e narrato con accenti epici.

Ma un paio di parole vanno dedicate anche al festival parallelo: Voies Off. Una serie di mostre, forse anche più numerose di quelle dei Rencontres, sparpagliate per tutta la città. Senza contare poi le mostre che sono totalmente indipendenti sia dall’uno che dall’altro festival. Meno strutturate, decisamente meno curate negli allestimenti, queste contro-mostre risultano a volte in delle belle scoperte. E’ stato il caso, quest’anno, della fotografa Marie-Rose Gilles, in mostra in Rue du Cloître nell’ambito della collettiva L’Impromptue. La mostra però era soltanto fino al 28 luglio. Foto con intenti decisamente progettuali, scatti freschi, prorompenti, coinvolgenti. Notevole, in particolare, il progetto Transparences. Ma per vedere tutto, proprio tutto, a Arles, due giornate piene e fitte fitte decisamente non bastano. Sarà per un’altra volta, con più calma.

Per la cronaca 1: Una serie di scatti realizzati durante l’escursione arlesiana con la Yashica Minister D si trova qui.

Per la cronaca 2: Qualche scatto digitale si trova qui.

Per la cronaca 3: Una piacevole sorpresa in questa visita arlesiana del 2019: in Place de la République, quella su cui si affacciano la chiesa di Sant’Anna, il Municipio e l’ingresso al chiostro di Sant’Efrimio, è stata inaugurata quest’anno la sede Arlesiana dello Studio Baxton di Bruxelles. E’ il paradiso della fotografia analogica e degli antichi procedimenti fotografici (come il collodio umido). Una micro-mostra di foto realizzate dallo Studio, macchine fotografiche di tutti i formati e di tutte le epoche, pellicole di tutte le marche e di tutti i formati ma, soprattutto, personale competente con il quale è piacevolissimo scambiare qualche idea (e soprattutto qualche utile informazione) sulla fotografia d’altri tempi, in particolare sul grande formato. Pare di capire che questa apertura arlesiana sia una specie di esperimento. Speriamo che funzioni, e di ritrovare lo Studio Baxton anche in occasione delle visite negli anni a venire!

Il mostro, cioè la torre alle officine delle ferrovie, è ancora in costruzione.


Responses

  1. […] nelle operazioni editoriali (per esempio per le foto di copertina). Ci sono Germaine Krull (scoperta nel 2019 agli incontri di Arles), Man Ray, Robert Doisneau e altri. Ma c’è anche un piccolo mistero. Narra Codignola che la […]


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