Pubblicato da: miclischi | 24 luglio 2019

Luciano Lischi, nove anni dopo

Dall’album di famiglia: Pisa 1943.            A sinistra Mario Barberini, a destra Luciano Lischi.

Come passa il tempo: l’anno prossimo saranno dieci anni.

Facciamo però un grande tuffo nel passato, fino al 1943. Dalla sterminata biblioteca di Luciano Lischi emerse di recente un libriccino acquistato proprio in quell’anno (nella prima pagina, oltre al nome e al cognome c’è l’indicazione della data: A. XXI, come si usava allora). Luciano aveva diciott’anni ed era studente liceale.

Chissà per quale motivo gli venne in mente di acquistare questo libro. O meglio, forse chi lo ha conosciuto anche in età matura ricorderà la sua grande passione per le poesie recitate a mente; quindi forse tutto torna. Magari soprattutto al nipote al quale sistematicamente Luciano richiedeva, come regalo di compleanno, di recitargli a memoria una poesia dei grandi classici della letteratura italiana.

Si tratta di un libretto pubblicato dalle Edizioni “Il ginepro” nel 1933 (seconda edizione). L’autore è Carlo Cetti ed il titolo è L’arte di ritener a memoria.

Il libro non è stato ripubblicato in anni recenti (si trova però qui una versione in formato e-book), ma una ricerca internettistica rivela che è tuttora reperibile una qualche edizione degli anni remoti del secolo scorso (con la curiosa variante del ritener con o senza la e finale).

Dalla biblioteca di Luciano Lischi

Il libro di Cetti, come usava a quei tempi, veniva venduto intonso, e Luciano pazientemente tagliò i margini con il tagliacarte, tranne che le ultime pagine bianche dopo l’indice alla fine.

E’ curioso notare come un brano del secondo capitolo – Utilità della mnemonica – sia stato evidenziato a lapis da Luciano con una linea a margine: un’abitudine che non perderà mai durante tutta la sua lunga vita di accanito lettore. Una frase di Cetti che, prendendo spunto dallo scopo generale del libro, presenta una riflessione sul processo di crescita e – si direbbe oggi – di presa di coscienza da parte degli studenti nel loro percorso scolastico.

Forse Luciano evidenziò questa frase perché lo colpì il suo senso profondo, e ci ritrovò uno degli aspetti della sua stessa personalità. Un approccio al sapere e alla cultura che caratterizzò tutta la sua vita. Ecco cosa scriveva Carlo Cetti:

Lo sviluppo armonico delle proprie facoltà mentali, e non il forzato acquisto di sterili cognizioni, nè la brama di distinzioni scolastiche, dev’essere lo scopo a cui deve mirare il giovane che pensi seriamente a se stesso.


Responses

  1. Grazie Michele per serbare e condividere i ricordi. A proposito di Luciano e dell’arte di mandare a memoria, ricordo quando lo accompagnavo a fare le trasfusioni, nel periodo della sua malattia. La posizione sul lettino e i vari tubicini gli impedivano di leggere e così un giorno gli chiesi (poiché le trasfusioni duravano un po’) se non si annoiasse. Che sciocca domanda! Nella nostra famiglia la noia non era né consentita né, soprattutto, contemplata. Mi rispose sorridendo: “Ripasso a memoria le poesie”.

  2. E’ tutto bellissimo, compreso “il giovane che pensi seriamente a se stesso”.


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