Pubblicato da: miclischi | 21 aprile 2019

Auser Musici in Santa Caterina a Pisa: scoperte e conferme

Auser Musici in Santa Caterina

Martedì 16 aprile 2019, Pisa, Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria. Sono passati solo due giorni dalla Domenica delle Palme e la chiesa è tuttora decorata con una specie di tunnel di frasche palmitiche nel corridoio centrale verso l’altare.

All’ingresso rametti di ulivo, casomai qualcuno si fosse dimenticato di prenderne uno la domenica precedente.

Chiesa grande e spoglia, poca luce che filtra dalle vetrate, soffitto fatto di possenti travi e tavole di legno che richiamano automaticamente e dolorosamente l’orrido rogo del tetto di Notre Dame a Parigi il giorno prima.

In questo spazio grandioso eppure intimo e raccolto c’è un concerto della Stagione della Scuola Normale Superiore. In programma: musiche grandiose eppure intime e raccolte. Lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti e la sonata Ich habe genug di J.S. Bach.

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La navatona della chiesa pisana di Santa Caterina d’Alessandria

L’ampio spazio di fronte all’altare viene occupato dai musicisti dell’ensemble Auser Musici: primi e secondi violini (in totale sei), violoncello, tiorba, contrabbasso e organo positivo. Al flauto traversiere (per la cantata di Bach) e alla direzione: Carlo Ipata. I due solisti vocali per questa serata sono la soprano Roberta Mameli e il controtenore Alesandro Carmignani.

Di Stabat Mater se ne sono sentiti tanti. Forse i più comunemente eseguiti e/o ascoltati sono quelli di Pergolesi e di Rossini. Abbiamo avuto qualche anno fa a Pisa (rassegna di musica sacra Anima Mundi in duomo) anche quello sorprendente, di una grandiosità quasi da solenne cantata Bachiana, di Dvorak (se ne ragionava qui). E poi c’è quello para-operistico di Verdi… E tanti altri ancora.

Questo di Alessandro Scarlatti si rivela molto sorprendente: uno Stabat Mater  che non ci si aspetta. Intimo, struggente, delicato nella sua compostezza dovuta a un ensemble di piccole dimensioni e di due soli cantanti solisti, senza coro. In questa esecuzione pisana si sono potute apprezzare le tante raffinatezze della partitura cui il Maestro Ipata ha dedicato una scrupolosissima attenzione. Quel susseguirsi di frasi ora forti ora piano, quegli attacchi perentori e sorprendenti, quelle assonanze/dissonanze che testimoniano di una profonda ricerca musicale, quell’anelito alla coesione fra le varie voci degli strumenti che ha fornito un risultato veramente soddisfacente. Come già ci aveva fatto notare in precedenti concerti pisani, il Maestro Ipata riesce nell’impresa di produrre uno sforzo cooperativo in cui tutti i musicisti sono importanti per il raggiungimento del risultato d’insieme.

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Alessandro Carmignani e Roberta Mameli durante le prove

I cantanti? Roberta Mameli la avevamo apprezzata sia a Pisa nella Didone abbandonata di Vinci che a Torino in un’altra Didone, quella di Purcell (nel ruolo della confidente Belinda), ma anche in disco, nella sua straordinaria rivisitazione di chiave jazz di alcuni madrigali di Monteverdi. Qui ha confermato alla grande le sue doti, la sua versatilità, la sua abilità nel cambiare prontamente registro, nel lanciarsi su attacchi inusitatamente improvvisi, nel adattarsi a diverse esigenze di dinamica e di atteggiamento canoro.

Il controtenore pisano Alessandro Carmignani ha pienamente convinto con una voce estremamente espressiva e versatile la quale, fra l’altro, si sposa magnificamente con quella di Roberta Mameli, con la quale ha dato vita a dei duetti memorabili.

Infatti, alla fine di questa bella scoperta scarlattiana molto ben eseguita da tutti i musicisti e dai due cantanti, rimangono con forza nella mente tre momenti in particolare, l’inizio a due dello Stabat mater dopo la breve e incredibilmente struggevole introduzione strumentale, quello del duetto Quae moerebat et dolebat nel quale si apprezza in particolare la voce del controtenore che va ad unirsi a quella del soprano, ma anche l’ultimo brano: Quando corpus morietur, che illanguidisce fin quasi a morire per poi riemergere quasi all’improvviso con forza violenta nel precipizio di quell’Amen  pazzesco nel quale si rincorrono le due voci.

Abène, andare a un concerto e scoprire una musica mai sentita prima, e lasciarsene contagiare…

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Stabat Mater: Roberta Mameli Carlo Ipata e Alessandro Carmignani

Intervallo. Poi si riprende con la mini-cantata di Bach. Mini nel senso che si scosta dalle grandiosità delle cantatone con coro, solisti, orchestra piena eccetera. Qui tutto si concentra su due voci: quella del soprano e quella del flauto, con il piccolo ensemble che li accompagna.

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Carlo Ipata e Roberta Mameli durante le prove il pomeriggio prima del concerto

Come ben spiegano le note nel programma di sala, questa è una rielaborazione che Bach stesso fece della versione precedente in cui c’era il basso invece del soprano e l’oboe invece del flauto. Una di quelle curiose situazioni in cui l’autore si fa interprete per proporre una nuova visione della sua musica.

Un bel brano placido e intenso che mette in evidenza soprattutto i due solisti che dialogano intrecciando le loro voci. Carlo Ipata e Roberta Mameli si dispongono fronte al pubblico, quasi ad evidenziare la complementarità dei loro ruoli. Eppure nonostante tutto  il maestro, grazie anche all’empatia stabilita con i Musici dell’ensemble cui volta le spalle, suona e dirige, dirige e suona.

E’ una vera goduria perdersi nell’intreccio di queste due sonorità, della loro vicinanza nella diversità… Insomma, anche se siamo lontani dalla solennità volumetricamente grandiosa delle cantatone bachiane, qui prevale l’ambientazione intima: un contraltare oh quanto mai adatto al precedente Stabat Mater. E le due voci (quella del flauto e quella soprano) hanno proprio soddisfatto, specialmente nel brano d’apertura, quello che dà più agio all’espressività dei due strumenti, quello umano e quello di legno.

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Ich habe genug: Carlo Ipata e Roberta Mameli.

TIPOGRAFIA

Luciano Lischi nella sala macchine della sua tipografia e, numerosi anni dopo, nello stesso ambiente, le prove prima del concerto.

Per la cronaca 1: Grazie alla disponibilità di Carlo Ipata e di Auser Musici, è stato possibile presenziare ad alcune delle prove. In particolare, alcune si sono svolte nella Sala Dini del palazzo del Castelletto della Scuola Normale Superiore. Fa una certa impressione notare che questa aula è stata ricavata da quella che una volta era la sala macchine della Tipografia Lischi (più precisamente: Industrie Grafiche V. Lischi & Figli). Laddove rumoreggiavano un tempo le macchine che sfornavano i fogli stampati di libri e riviste, oggi risuonano le note di Scarlatti e di Bach, oltre alle conversazioni fra musicisti e cantanti su questo o quell’aspetto interpretativo. Un’emozione nell’emozione.

Per la cronaca 2: Le foto scattate in pellicola durante le prove sono raccolte in questo album web. Gli scatti sono stati realizzati con Leica M2 e M3 e con Yashica 635. La pellicola: Kodak Tri-X Pan esposta a 1600 ASA e sviluppata in Microphen stock.


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