Pubblicato da: miclischi | 15 febbraio 2019

La storia di Vivian Maier romanzata magistralmente da Francesca Diotallevi

Pubblicato nel 2018 da Neri Pozza

Vivian Maier divenne famosa dopo la sua morte. Non che ci avesse mai tenuto, a diventare famosa, anzi. Il fortuito ritrovamento di innumerevoli suoi negativi, rullini ancora da sviluppare, filmati e anche registrazioni audio portarono questa fotografa sconosciuta alla ribalta pochi anni fa. Ma chi era, davvero, Vivian Maier?

Se ne sa pochissimo, della sua vita. E su quei pochi fatti, conditi dalle intense immagini da lei fermate sulla pellicola,  si basa uno straordinario romanzo pubblicato nel 2018 da Neri Pozza. Si tratta di Dai tuoi occhi solamente, della scrittrice Francesca Diotallevi.

Un romanzo appassionante costruito su pochi, pochissimi dati disponibili su questa bambinaia riservata e solitaria che coltivò per tutta la vita una maniacale passione per l’accumulo di oggetti, informazioni, articoli di giornale e, soprattutto, scatti fotografici. Pochi fatti che generano una storia articolata e dolorosa, giocata sull’alternanza fra presente e passato, alla ricerca di quei frammenti di infanzia e di prima giovinezza che costruirono il carattere di Vivian.

E’ vero, sono per lo più ipotesi. Ma l’abilità della narratrice riesce appieno a costruire una storia vivissima, credibile, coinvolgente. Del resto, non si tratta certo di una biografia, bensì di un romanzo.

Jeanne Betrand in un articolo del Boston Globe del 1902.

E’ una storia personale fatta di abbandoni. Vivian, figlia abbandonata da una madre a sua volta abbandonata dai genitori. Sradicata fin dalla nascita, a New York, figlia di una immigrata francese lasciata ben presto anche dal padre della bambina. Vivian abbandonata anche dal fratello, dalla prozia francese che preferì accompagnarsi con un uomo gretto e violento piuttosto che occuparsi di lei. Una vita trascorsa a rimettere insieme i cocci di un’esistenza sfasciata, traumatizzata, disperata. Oltre che in un irresistibile impulso a occuparsi dei bambini nel suo ruolo di tata, lei che era stata una bambina di cui nessuno si era occupato, l’altra cura per la sua eterna tragedia Vivian la trovò nella fotografia.

Nella narrazione di Francesca Diotallevi gioca un ruolo chiave l’amica della nonna con cui coabitò – insieme alla madre – nella prima infanzia: Jeanne Bertrand, una fotografa anch’essa tormentata che, per prima, la stimolò a guardare la realtà attraverso l’obiettivo di una fotocamera e che, per prima, intuì il grande talento di Vivian nell’osservare i fatti e soprattutto le persone intorno a sé. Ecco, in questo brano di Francesca Diotallevi, come Jeanne Bertrand si rivolge a Vivian Maier che va a trovarla da adulta, tanti anni dopo la loro convivenza:

Non so dirti come, ma se sono ancora qui, se tutto questo non mi ha consumato, è perché ho sempre avuto una macchina fotografica fra le mani. Mi ha tenuto sospesa sull’abisso, mi ha dato una ragione per esistere, nonostante tutto. Non sempre è bastato, e tu questo lo sai. (…) Attraverso la fotografia ho esorcizzato un mondo interiore che andava a pezzi, l’ho ricomposto, ne ho suturato gli squarci.

Una delle particolarità di Vivian Maier, sia come fotografa reale che come personaggio del romanzo, è la necessità di fotografare che si esaurisce nell’atto stesso di osservare attraverso il mirino e scattare. E’ molto interessante notare come la soddisfazione si fermi lì, allo scatto, senza sentire la necessità di sviluppare e possibilmente stampare le sue fotografie. Un po’ come faceva Antonia, la protagonista del romanzo di Jérôme Ferrari del 2018, À son image, di cui si era ragionato tempo addietro qui. E, come nel romanzo di Ferrari, anche Francesca Diotallevi costella la sua narrazione di infinite descrizioni di scatti, senza farceli vedere. Come se le circostanze che portarono Vivian a scattare, la loro minuziosa descrizione, bastassero allo scopo, senza bisogno di mostrare immagini. Un po’ come fece Geoff Dyer nel suo The ongoing moment, un libro sulla storia della fotografia americana (se ne era ragionato qui) in cui le foto sono per lo più raccontate, non mostrate.

Poi, però, a un certo momento Vivian sente il bisogno di svilupparli, quei rullini, per vedere come sono venute le foto. Nel romanzo c’è la narrazione dell’acquisto dei prodotti chimici necessari, poi l’uso del minuscolo bagnetto attiguo alla sua stanza per trattare i negativi, ed anche una intensa riflessione della fotografa durante l’attesa che il processo si porti a termini all’interno della tank.

Si domandò se era così che si sentiva una donna, quando aveva un figlio dentro di sé. Se era quella la sensazione che si avvertiva, quell’attesa che era insieme paura e desiderio, angoscia e speranza. Lei non concepiva, forse, a ogni scatto che faceva? E quel contenitore in cui galleggiavano immagini in attesa di venire alla luce non poteva forse essere paragonato a un utero?

Si arriva in fondo al libro con la piacevole/amara sensazione di aver abbracciato durante la lettura tutta l’esistenza tormentata di Vivian Maier, dalla prima infanzia fino alla sua morte.

Alzando lo sguardo dal libro si guardano gli altri passeggeri del treno e viene da pensare chissà come li avrebbe fotografati, Vivian Maier. Chi avrebbe scelto. Chissà se avrebbe insistentemente guardato nel pozzetto durante lo scatto, oppure se avrebbe distolto lo sguardo dal mirino per puntarlo sul soggetto, e poi scattare in questa sorta di atto duale. Alla fine della lettura, oltre alla gratitudine per Francesca Diotallevi e per il modo in cui ha raccontato questa storia, viene anche voglia di andare a ripescare la Rolleiflex nel cassetto dove è riposta. Ritornare a scattare con quella macchina. Ripensare al modo di scattare.

La versione italiana del film documentario di John Maloof

Per la cronaca 1: Il materiale fotografico, cinematografico ed audio di Vivian Maier, insieme a innumerevoli oggetti, fu acquistato all’asta da John Maloof nel 2007. Solo negli anni successivi Maloof cominciò ad interessarsi a quel ritrovamento, con una passione frenetica pari quasi a quella della fotografa sconosciuta. La sua esperienza è descritta nel film documentario realizzato con Charlie Siskel nel 2013. Il film, corredato di innumerevoli scatti realizzati da Vivian Maier, documenta anche la catalogazione degli altri tantissimi oggetti, articoli di giornale, vestiti, eccetera, e comprende straordinarie interviste alle persone che, nella loro infanzia, avevano avuto la Maier come tata. Maloof ha anche indagato sulle foto di paesaggi montani francesi fotografati dalla Maier e, attraverso un confronto su internet basato sulla forma del campanile, è riuscito ad identificare il paesino delle Alpi francesi da cui proveniva la famiglia della fotografa. Ha raccolto testimonianze anche lì, e ci ha organizzato una mostra. Il documentario, veramente godibile ed appassionante, è corredato anche di parecchie sequenze dai filmini girati da Vivian Maier in 8 e 16 mm. Il video, pubblicato in Italia da Fetrinelli col titolo Alla ricerca di Vivian Maier, è corredato da un libriccino – dal titolo La bambinaia fotografa – con vari interventi e commenti sul film e sulla fotografa, a cura di Naima Comotti.

La copertina del libro allegato al film nella versione italiana. Uno dei tanti autoritratti scattati dalla Maier con la Rolleiflex.

Per la cronaca 2: Sia nel romanzo che nelle foto più diffuse in cui Vivian Maier ritrae se stessa riflessa in specchi o vetrine, la macchina fotografica di cui si serve è la Rolleiflex biottica. Pare che questo costoso apparecchio, utilizzato usualmente solo dai fotografi professionisti, sia stato acquistato in seguito alla vendita delle proprietà in Francia che la prozia aveva lasciato a Vivian. Tuttavia, sia dai ritrovamenti di Maloof che da varie documentazioni fotografiche, risulta evidente che la Maier utilizzò anche parecchie altre macchine fotografiche, anche in formato 135, fra cui la Leica. La Rolleiflex fu fra le macchine fotografiche utilizzate con passione da Luciano Lischi, anche sott’acqua, nella custodia Rolleimarin (se ne ragionò tempo addietro qui).

Per la cronaca 3: La storia di Vivian Maier, del ritrovamento dei suoi negativi e del successo che poco a poco ha portato gli scatti della fotografa a girare il mondo in tantissime esposizioni, è raccontata in un sito web appositamente realizzato a questo scopo, che comprende anche innumerevoli immagini organizzate per portfolio tematici.

Per la cronaca 4: Il titolo del romanzo di Francesca Diotallevi è tratto da una poesia del poeta spagnolo Pedro Salinas. La poesia –  Tú vives siempre en tus actos (in italiano: Tu vivi sempre nei tuoi atti) – è tratta dalla raccolta La voz a ti debida (Pubblicata in Italia da Einaudi nella traduzione di Emma scoles: La voce a te dovuta). La poesia si può leggere qui in spagnolo, qui in italiano.

La rolleiflex biottica, quasi il simbolo della fotografia di Vivian Maier

 

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