Pubblicato da: miclischi | 8 gennaio 2019

Klaus Mann racconta gli ultimi angosciosi anni di Čajkovskij: che bello riscoprire la Patetica!

Pubblicato da Garzanti nel 1990 nella traduzione di Maria Teresa Mandalari, oggi fuori catalogo.

Klaus Mann era figlio di Thomas Mann e fratello di Erika Mann, nota agli appassionati Mazzucchiani per essere stata compagna di avventure di Annemarie Schwarzenbach, protagonista di Lei così amata, straordinario libro del 2000. Quando un cultore di Pëtr Il’ič Čajkovskij si trova fra le mani un libro scritto su di lui dal fratello di Erika Mann, è impossibile resistere.

Il romanzo di Klaus Mann narra gli ultimi anni della tormentata vita del compositore russo. Anni fatti di frenetiche girandole in Germania, Francia, Inghilterra e altri paesi dell’ovest fra concerti, ricevimenti, eventi mondani, nottatacce in alberghi o in ritiri solitari. Ma anche anni fatti di difficili rapporti con i colleghi musicisti, sia compositori che interpreti.  Oppure anche lunghi periodi nelle sue varie case-rifugio in Russia, lontano dai clamori pubblici che si fanno sempre più fastidiosi. Anni dominati da un perenne disagio, da tristezza inconsolabile, da angoscia strisciante, insomma da una profonda depressione.

Vorrei toccare con le mie dita una betulla, sì, ne ho un gran desiderio, darebbe frescura alle mie dita, nulla al mondo è più piacevole da toccare di una betulla russa nella primavera incipiente. E’ davvero una pazzia da parte mia intraprendere viaggi assolutamente insensati.

Il disagio dell’angoscia e della tristezza di Čajkovskij è sciorinato nelle pagine di Mann fin dall’inizio. E lì per lì risulta un po’ disagevole anche la lettura, tanto possenti e pesanti sono i dialoghi interiori che costellano tutta la narrazione, quasi senza soluzione di continuità fra le conversazioni con gli altri e le considerazioni che il musicista fa con se stesso, sulla propria vita, la propria musica, il proprio passato.

Tutto questo ravanare nel disagio prepara il terreno, nella narrazione di Mann, alla composizione della sinfonia che dà il titolo al libro, Sinfonia Patetica. Una sinfonia che il compositore riterrà una sorta di summa della propria tragedia, un requiem per celebrare la propria fine.

Nell’ultimo movimento lento, la creatura, mortalmente stanca, canta il requiem a se stessa. Il suo cuore, infatti, anela a quella buia contrada, dove si sono radunati tanti suoi cari. Egli vi ritroverà i volti perduti. Lo riceveranno, colà, i suoi ricordi, accuratamente raccolti e custoditi? 

Se davvero Čajkovskij si sia suicidato, o sia stato indotto a suicidarsi dal Tribunal d’honneur  di cui ci ha narrato Dominique Fernandez, oppure abbia – alquanto improbabile – bevuto inavvertitamente acqua contaminata, alla fine poco importa. In un modo o nell’altro il compositore percepiva la propria morte come imminente, e la sua ultima sinfonia ne è la celebrazione. Morirà pochi giorni dopo la prima esecuzione pubblica.

Čajkovskij fotografato sul suo letto di morte da Nikolay Gundvizer. San Pietroburgo, 1893.

Lo snodarsi arduo di Mann tra le pieghe private e pubbliche delle angustie Čajkovskijane teletrasporta il lettore in tanti tempi e in tanti luoghi. Nei suoi interminabili dialoghi con se stesso, infatti, Čajkovskij inserisce anche innumerevoli ricordi. Alcune lievi boccate d’aria provengono, nel dipanarsi di questi racconti e questi ricordi, dagli incontri con altri musicisti suoi contemporanei. C’è l’antipatia reciproca con Brahms, oppure la spontanea simpatia suscitata dal giovane Grieg e la di lui moglie. Poi l’incontro con Mahler in veste di direttore d’orchestra, oppure con Saint-Saëns in occasione della laura honoris causa a Cambridge.

Molto più difficili i rapporti con i colleghi russi, specie con il “gruppo dei cinque” che lo accusava di essere troppo filo-occidentale.  E difficili anche i rapporti con la sua finanziatrice, la baronessa Nadežda von Meck, specie dopo che questa lo scaricò abbastanza all’improvviso.  Difficili anche i rapporti con il fratello Modest e con tutti i familiari. Per non parlare delle difficoltà derivanti dalla omosessualità di Čajkovskij  in un’epoca in cui di certo non poteva viverla apertamente. Insomma difficoltà su tutti i fronti.

L’inizio del secondo movimento, in tempo di cinque. Un bel po’ prima di Dave Brubeck!

Il libro di Klaus Mann, ricchissimo di episodi della vita di Čajkovskij e di spunti derivanti dai suoi diari e dalle sue lettere, oltre che di innumerevoli inserti romanzati, attraverso una lettura angosciante ma coinvolgente e di grande godimento, raggiunge soprattutto uno scopo, quello di far tornare all’ascolto della sesta sinfonia, per ritrovarci le angosce e i disagi che ancora sono freschi nella memoria dalla lettura del libro. Oppure interrogarsi sui tempi del secondo movimento, Allegro con grazia, e andare a verificare sullo spartito che sì, effettivamente, era proprio in tempo di cinque (5/4).

Un invito a soffermarsi su questa sinfonia che di solito, forse anche complice l’attributo “patetica”, spesso era stata ritenuta meno degna di considerazione della quinta. Nel descrivere la sesta sinfonia nella sua Guida, Giacomo Manzoni la definisce con queste poche, efficacissime parole: E’ una pagina su cui si stende un velo opaco, è una sconsolata confessione di pessimismo, di sfiducia nella vita.

Questo libro invita in particolare ad ascoltare per bene quell’ultimo movimento, Adagio lamentoso, che va pian pianino a scivolare nel nulla (La morte è il nulla… aveva fatto dire a Jago Arrigo Boito nel suo libretto dell’Otello di Verdi solo pochi anni prima…). Il quarto movimento nella interpretazione della Orchestra del Teatro Mariinsky sotto la guida di Valery Gergiev si può vedere e ascoltare qui. Peccato per quel finale interrotto bruscamente…

Per la cronaca 1: La post-fazione, un breve e illuminante saggio della traduttrice Maria Teresa Mandalari, si sofferma su Klaus Mann e sui paralleli da lui operati nel libro su Čajkovskij fra gli anni ’90 dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento. Ma i paralleli non finiscono qui, con una sorta di identificazione fra le angosce dell’autore e del suo personaggio. Anche Klaus Mann morì suicida come il suo personaggio, nel 1949.

Per la cronaca 2: L’episodio della laura honoris causa conferita a Čajkovskij dall’università di Cambridge menziona di sfuggita anche alcuni altri musicisti europei coinvolti nello stesso evento. Si parla di Bruch (brevemente e non con simpatia), di Grieg che non poté partecipare perché era malato e soprattutto di Saint-Saëns, che Čajkovskij aveva già conosciuto in Russia. Ma, stando a questa testimonianza , si apprende da una lettera al fratello Modest che  c’era anche Arrigo Boito (uomo cordiale), di cui si ragionava qui sopra a proposito del suo Credo

Per la cronaca 3: Il libro è stato ripubblicato dall’Editore Gallucci nel 2012. Però sul sito web dell’editore risulta “non disponibile”.

Per la cronaca 4: Questo libro di Klaus Mann funziona benissimo da caleidoscopio, suscitando tante curiosità e desideri di approfondimento. Fra questi, anche il tarlo del tempo in cinque, quello del secondo movimento della Patetica. A parte Dave Brubek con il suo Take five e la celeberrima canzone Everything’s Alright da Jesus Christ Superstar, chi altro ne ha fatto uso, in quali composizioni, in quali epoche? Ebbene c’è in rete una straordinaria risorsa che spiega approfondisce il tema a dovere. Eccola qui.

Per la cronaca 5: Tra le tante interpretazioni di questa sinfonia abbondantissime su Internet con direttori e orchestre di tutte le epoche, viene da segnalarne in particolare una, quella di Kirill Petrenko alla guida dei Berliner Philharmoniker nel 2017. Si può vedere in rete un trailer di quasi tre minuti dal primo movimento, nel quale si può osservare la totale immersione di Petrenko nelle angosce Čajkovskijane. Potendo ascoltarne la versione integrale, si noterà lo straziante e interminabile silenzio che segue le ultime note alla fine della sinfonia, prima che comincino ad arrivare gli applausi. Come a testimoniare l’efficacia dell’interpretazione nel trasmettere un senso di scivolamento verso una fine che lascia pietrificati.

 

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Responses

  1. […] dedicato agli ultimi anni della vita di Pëtr Il’ič Čajkovskij (se ne ragionava recentemente qui) c’è anche un episodio in cui il compositore russo assiste a una rappresentazione […]


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