Pubblicato da: miclischi | 13 novembre 2018

Rossini serio al Teatro Verdi di Pisa: il Mosè vince e convince

Un Rossini serio, anzi, serissimo: Mosè in Egitto.

In questa stagione 2018-19 del Teatro Verdi di Pisa s’era cominciato con la rappresentazione di una – dichiaratamente – nonopera. Secondo titolo in calendario, altro che opera: un’operona! Il Mosè in Egitto di Gioacchino Rossini.

Un indizio affidabile sul quale basare una valutazione di qualità di uno spettacolo musicale: se si va a sentire (e vedere!) qualcosa che non si era mai ascoltato prima, e la musica accoglie e affascina, incuriosisce e appassiona, e lo spettacolo nel suo complesso (scene, luci, regia) acchiappano e convincono, via, allora vuol dire che la musica è una gran musica, eseguita bene, e che lo spettacolo è davvero riuscito.

La scena, fin da subito, anzi, prima ancora dell’inizio dell’opera, ché il sipario era già aperto all’ingresso in sala, si presenta in un bell’equilibrio di essenzialità e potenza. Quattro pilastroni sghembi e una pedana centrale (come era già stato ampiamente pubblicizzato prima della rappresentazione, le scene sono state realizzate con materiali riciclati).

La scena essenziale e pur potente (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi comincia la musica, che fin da subito si presenta come l’elemento dominante dello spettacolo: una musica fluida, coinvolgente, possente anche nei suoi tratti delicati… senza mai accennare agli ammiccamenti cui tanto repertorio operistico ci ha abituato. Fin dal tema cantilenante che abbraccia le fasi iniziali dell’opera, si nota una magica fusione fra musica e canto. Sia nei recitativi (che sono ricchissimi e assai lontani dall’idea del piattume amelodico) che nelle parti solistiche e d’insieme (con un ruolo importante riservato al coro), è come se non ci fosse mai una intenzione di far prevalere il divismo degli interpreti. Insomma, una specie di progetto cooperativo nel quale tutti contribuiscono allo sforzo comune del costruire pariteticamente lo spettacolo.

Nell’intervallo dopo il primo atto si scambiano le prime impressioni con alcuni compagni d’avventura, tutti o quasi tutti alla loro prima esperienza del Mosè. La sensazione prevalente è quella della gioia nello scoprire questa perla di Rossini.

Mosè (Federico Sacchi) guida i suoi in fuga dall’Egitto (foto Imaginarium Creative Studio).

Poi si continua con le vicende dei deportati ebrei in Egitto, dei loro oppressori, le beghe familiari del Faraone, i complotti, i voltafaccia, questo anda e rianda che si gioca su più piani: quello delle decisioni del Faraone nei confronti di Mosè e dei suoi (lasciarli andare oppure no?); quello della relazione clandestina fra Osiride e Elcia (allora, ci si lascia o no?); quello delle trame del perfido Mambre (pare quasi un vice-Premier) che impone il suo volere al debole faraone e gli fa fare quel che vuole, anche con lo zampino dell’ambiguo Osiride; quello di Amaltea, che in famiglia conta come il due di briscola e viene più volte richiamata al suo ruolo di sottomissione; quello di Mosè che ogni due per tre fa i bagagli e poi li risfà a seconda dei capricci del faraone, e allora per raddrizzare la situazione invoca di volta in volta le piaghe sul popolo egiziano (nell’opera di Rossini assistiamo alle tenebre, alla pioggia di fuoco e ghiaccio e alla morte dei primogeniti).

Queste alternanze sono giocate anche sul piano scenico e musicale con movimenti e contro-movimenti scenici, musicali e vocali, e per questo l’opera non ha pause, né momenti di calo, e mantiene sempre altissimo il livello di attenzione del pubblico, che spesso e volentieri profonde applausi a scena aperta.

Poi c’è il micro-intervallo fra il secondo e il terz’atto. Un intervallo per permettere il rapido cambio di scena ma che avrebbe supposto la permanenza del pubblico al proprio posto. Ecco, forse sarebbe stato meglio se la suadente voce che raccomanda di spengere i telefoni (invito come al solito disatteso alla grande), avesse dato delle indicazioni anche su questo pseudo intervallo. Così magari si sarebbero evitati i rientri tardivi di quelli che comunque si sono ingegnati lo stesso per uscire dalla sala, e che poi bellamente sono riandati a posto a musica già iniziata, scatenando rosari di mòccoli sussurrati. Passons.

Ultimo breve atto sulle rive del Mar Rosso (Eritreo, come etimologicamente ci ricorda il libretto). I profughi sono scettici ma la possente fede di Mosè li smentisce una volta di più e le acque si ritirano per lasciarli passare (e per poi richiudersi subito dopo sugli egiziani che li rincorrevano). Qui la soluzione riciclo-scenica ha optato per raffigurare il mare sotto forma di qualcosa che assomiglia a una grande rete da pesca la quale si abbassa per far passare i fuggitivi e poi si rialza per imprigionare i rincorritori. Una scena davvero di grande effetto.

Terz’atto: sulle rive del Mar Rosso (foto Imaginarium Creative Studio).

E la musica? E i cantanti? l’Orchestra della Toscana sotto la guida del Maestro Francesco Pasqualetti ha di molto ben figurato, tanto che alla fine sono stati proprio per il direttore e i suoi musicisti gli applausi fra i più calorosi. Dopo qualche lieve incertezza nelle primissime fasi dell’opera (nei settori dei legni e degli ottoni), l’amalgama orchestrale si è poi ricomposta benissimo e la prova è stata davvero entusiasmante. Grande prova anche del Coro Ars Lyrica sotto la guida del Maestro Marco Bargagna.

I cantanti, come si diceva prima, sono stati tutti all’altezza, ed hanno veramente dato l’impressione di collaborare per uno sforzo collettivo. L’applausometro finale ha riservato calorosissimi applausi per tutti, anche se è parso di notare due picchi di particolare entusiasmo per l’Amaltea di Silvia Dalla Benetta e l’Osiride di Ruzil Gatin (oltre che, come detto, per il Maestro Pasqualetti). Se proprio si vuole andare a pescare un qualche neo, lo si può trovare in un apparente deficit di possanza nella voce del pur apprezzatissimo Faraone di Alessandro Abis, specie nelle parti in cui si confronta vis-à-vis con l’altro basso, il Mosè di Federico Sacchi, al quale di certo la possanza non fa difetto.

Insomma è andata proprio bene, tutti i cantanti hanno ben figurato (il cartellone completo si trova qui), così come le scene e i costumi di Josè Yaque e Valentina Bressan, la regia di Lorenzo Maria Mucci, l’uso sapiente delle luci di Michele Della Mea. Insomma, come su suol dire, uno spettacolo che funziona!

La scena si trasforma – grazie all’uso delle luci – nella caverna in cui si rifugiano Osiride e Elcia per ragionare del proprio futuro (foto Imaginarium Creative Studio).

Per la cronaca 1: si diceva delle invettive un tantinello machiste nei confronti di Amaltea nel libretto di Andrea Leone Tottola. Nella scena quinta del primo atto il Faraone le si rivolge in questo perentorio modo: Alle muliebri cure, donna, rivolgi il tuo pensier (della serie: donne all’acquaio). Nella quinta scena del secondo atto: pensa a te stessa, e me pur lascia in pace (della serie: fatti i c**** tuoi).

Per la cronaca 2: Il personaggio di Amaltea (omonima del localino nell’adiacente Piazza della Berlina) deve aver colpito parecchio il pubblico. Conversazione sentita all’uscita dal teatro: Ma seòndo te a Amartea ni garbicchiava Mosè? Ni garbicchiava eccome, quer popò di fratacchione grandeggrosso con tutte velle magìe…

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Responses

  1. […] e la stagione lirica del Verdi di Pisa avanzava a passi decisi nel suo variegato repertorio con il Mosè in Egitto di Rossini. L’opera si concluse con gli ebrei fuggiaschi che attraversano il Mar Rosso […]


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