Pubblicato da: miclischi | 22 ottobre 2018

The Beggar’s Opera: la stagione del Verdi di Pisa comincia con una non-opera: funziona benissimo!

Opera e non-opera

Ricomincia la stagione operistica al Teatro Verdi di Pisa. Abène. Un modo come un altro per consolarsi dell’inesorabile avvicinarsi dell’inverno.

Come ormai la direzione artistica di Stefano Vizioli ci ha abituato nelle passate stagioni, il programma prevede anche rappresentazioni di spettacoli meno noti (o del tutto sconosciuti). E così, meritoriamente, il teatro cittadino assolve al meritorio compito di informare, di educare, di portare al popolo qualcosa da scoprire, invece dei soliti rigoletti e delle solite butterfly  che si son visti tante volte. E’ vero che fa un po’ strano una stagione al Verdi senza neanche un’opera di Verdi, ma almeno si riscopre quello che è forse uno dei valori chiave del Teatro con la T maiuscola: il piacere della sorpresa, l’approfondimento delle conoscenze, lo stupore.

The Beggar’s OperaO che è? Durante la succosa presentazione di questa apertura di stagione, una settimana prima della prima, il Maestro Vizioli e il musicologo e critico musicale Luca Della Libera hanno ben illustrato questo fenomeno musicale che scosse l’universo del teatro musicale della Londra di inizio Settecento. Fenomeno perché lo spettacolo di John Gay con arrangiamenti musicali di Johann Christoph Pepusch si propose alle platee inglesi come elemento di rottura. Rottura con gli schemi dominanti dell’opera italiana basati sul divismo degli interpreti e sulle vicende storico-mitiche dell’antichità classica, favorendo invece un contatto diretto con la realtà contemporanea, i disagi sociali, i soprusi del potere e, soprattutto, le connivenze dei governanti con la malavita organizzata.

Nel covo di Peachum

Ci ha tenuto a precisare, il Maestro Vizioli, che la musica di Pepusch è “semplice”, in quanto viene usata proprio per passare messaggi che arrivino agilmente al pubblico, e che i cantanti di questa non-opera non sono, appunto, cantanti d’opera, bensì attori. Ché, difatti, questo spettacolo assomiglia più a una rappresentazione di prosa con intermezzi musicali che viceversa.

Quindi attesa, trepidazione, curiosità.

Quando si entra in sala il sipario è già aperto. Sullo sfondo una muraglia fatta di scatoloni. Per le terre, un senzatetto si rigira nel sacco a pelo. Si presume sia il mendicante del titolo. Il pubblico si accomòda, fa due chiacchiere, arcua sopraccigli, insomma attende, trepida, si incuriosisce.

Poi succede il finimondo: suoni forti e persistenti, personaggi che cominciano a saltar fuori da tutte le parti nella platea, dalle uscite laterali, e si avviano tutti sul palco in un parossismo pazzesco. Fra i personaggi che salgono furtivamente sul palco, vestiti da membri di gang metropolitane con le felpe e i cappelli da baseball messi al contrario, ci sono anche i musicisti (una delle soluzioni meglio riuscite, questa frammistione di ruoli fra i musicisti e i personaggi). Questa piccola folla comincia a maneggiare vertiginosamente gli scatoloni, sulla sinistra del palco la catasta di casse e pacchi si trasforma poco a poco nella postazione dei musicisti, diventando sedili e leggii. Dal cumulo emerge anche – inusitato – un clavicembalo. I musicisti appoggiano gli Ipad degli spartiti sugli scatoloni e comincia un calderone di balletto-coro-manicomio in cui lo spettatore di rammarica di avere soltanto due occhi per guardare. Ché ci sono davvero troppe cose da guardare: acrobazie, sincronismi di ballo perfetti, e questi derelitti vestiti di stracciacci delle pezze che si mettono a suonare i loro strumenti d’epoca (si tratta dei musicisti del prestigioso ensemble Les arts florissants sotto la direzione di Florian Carré).

Inusitate acrobazie dal sapore quasi belushiano.

Poi si comincia con questa alternanza di parti recitate e parte cantate (le cosiddette Arie). Allora, nel primo ambiente siamo nel covo-magazzino dei banditi e il loro capo, Mr. Peachum, a differenza degli altri, è ben vestito e si dà arie da signore. Del resto, per il suo lavoro deve spesso assumere la sua identità di avvocato e frequentare gli ambienti del potere. Poi c’è la signora Peachum (il personaggio che in questa rappresentazione ha fornito la più forte caratterizzazione caricaturale, apprezzatissima dal pubblico) e la loro figlia Polly, rea di aver sposato di nascosto il bandito Macheath. Ecco il germe del plot: questo matrimonio non s’avrebbe dovuto da fare, ma si fece, e allora bisogna toglier di mezzo Macheath per appropriarsi delle sue ricchezze, e risolvere la sciagurata scelta dell’ingenua Polly. E in quest’impresa si adopera anche Lockit, poliziotto carceriere, giacché anche la figlia di quest’ultimo, Lucy, corre dietro a Macheath. Insomma, una situazione che parrebbe proprio la trama di un’opera buffa. Ma si inseriscono altri elementi – volutamente – di disturbo, come la schiera di battone dell’harem di Macheath che viene assoldata da Peachum per catturarlo, o le scene nel pub, poi in carcere, dove Lucy organizza la fuga di Macheath (il quale nega di aver sposato Polly); poi l’incontro al pub, sia fra i due banditi-potenti che fra le due rivali in amore che – ogni coppia a suo modo – fingono solidarietà ma tramano delitti e tradimenti… Poi la ricattura di Macheath, la comparsa delle sue numerose donne con la di lui prole al seguito… e il finale che, così come nelle intenzioni di Gay, è una sorta di distorto happy ending. E’ caduto il governo, c’è un nuovo primo ministro, ed ecco che quasi per magia l’avvocato-bandito e il carceriere vanno in galera e i banditi diventano ministri, nel tripudio generale sottolineato da balli e acrobazie mozzafiato.

Applausi, applausi, applausi. Uniformemente e democraticamente dedicati a tutti gli interpreti – attoriali – vocali – musicali – in egual misura, tranne che per il picco di entusiasmo per Beverley Klein, interprete della citata signora Peachum. Il cartellone completo si trova qui.

Una rappresentazione elettrizzante. Mentre si esce dal teatro si scambiano due parole con altri spettatori. Tanti sono contenti, con gli occhi luccicanti. Alcuni scapeggiano. Non è il mio genere. Un musical? O quelle cantatine? La musica non era un granché. Eccetera. Forse quelli che non si sono divertiti o entusiasmati (fermo restando il principio che de gustibus eccetera) non si sono presentati in sala con tutti i pori aperti, pronti ad accogliere l’inusitato. Musical? Generi musicali? Forse è proprio il caso di rispolverare lo ieratico anatema di Ivan Della Mea: se invece di cercare parossisticamente di appiccicare etichette questi scettici si fossero abbandonati al piacere della scoperta, forse – forse – si sarebbero proprio goduti lo spettacolo.

Il godimento supremo di questo allestimento sta nella straordinaria capacità di rappresentare il tutto in perfetta armonia: musica, recitazione, movimenti scenici, balli, acrobazie, scene, luci, regia teatrale (del canadese Robert Carsen), coreografia (di Rebecca Howell)… il tutto condito dalla succosa attualizzazione dei tempi dei dialoghi riportati all’attualità. Ma si sa, lo spettro del grammofono dietro il sipario, di cui qui sopra in cima a sinistra, aleggia sempre fra il pubblico delle rappresentazioni musicali, e forse qualcuno se va al teatro d’opera vuole sentire l’opera (l’opera come se la immagina o se la ricorda) e basta.

Un inizio di stagione audace, coraggioso, dissacrante… ganzissimo. S’è già detto ma si ridica: un plauso a questa scelta che riporta in primo piano l’istituzione teatrale cittadina come bene comune che avvicina tutti al concetto stesso di Teatro. Bene, bravo, bis.

Per la cronaca 1: Il libretto dell’Opera del mendicante, che era stato concepito ai suoi tempi per essere graffiante, satirico e ironico nei confronti dei potenti di quei tempi, è stato rielaborato in chiave contemporanea (nel senso di contemporanea agli inizi del terzo millennio) dal regista Robert Carsen e dal drammaturgo Ian Burton. Oltre alle allusioni dirette ai temi politici di oggi (i partiti inglesi, la premier May, la Brexit), compaiono anche i telefoni cellulari (e i selfie!), e le bande di malavitosi si dedicano soprattutto al traffico di droghe. A far da contorno, nel settecento come oggi, la corruzione dei politici e la collusione mafia-stato. Per chi fosse curioso di vedere com’era il libretto originale di Gay, qui si può scaricare il pdf.

Per la cronaca 2: Il lavoro di Gay-Pepusch ha inciso talmente sulla storia del teatro musicale che è stata rivisitata e rielaborata nei secolo sia nei testi che negli arrangiamenti musicali. La rielaborazione più nota è forse L’opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper) di Bertolt Brecht con musiche di Kurt Weill. Nel 1953 Peter Brook girò una versione cinematografica di The Beggars’ Opera. Fra gli interpreti, Lawrence Olivier. Qui c’è un piccolo assaggio.

Per la cronaca 3: Come spiega il programma di sala, tra i motivi musicali usati da Pepusch  ce ne sono anche di noti, all’epoca, di Purcell e di Handel, oltre a innumerevoli canzonette e temi popolari. Fra questi, si sono riconosciuti il tema celtico del Lilluburlero e la canzone popolare inglese Greensleves. Quest’ultimo motivo, in particolare, ha ispirato dozzine di musicisti di tutte le epoche. Per esempio, ecco qui la versione di John Coltrane,

 


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