Pubblicato da: miclischi | 23 settembre 2018

Sir John chiude Anima Mundi 2018 con il Requiem di Verdi

Sir John conclude Anima Mundi 2018

In questi giorni quasi estivi di fine settembre – con buona pace del fatidico equinozio – c’è un evento sportivo che le attenzioni calciocentriche dei media hanno forse un po’ negletto: i campionati mondiali di pallavolo.

La nazionale italiana ha completato la prima fase con cinque vittorie su cinque, appassionando il pubblico di Firenze ma anche i telespettatori comodamente addivanati. Una delle caratteristiche – fra le altre – di questi campionati è il ritmo serrato con cui si sono susseguite le partite: pochissimi giorni fra una e l’altra. E addirittura nella seconda fase, in programma a Milano, la nazionale è chiamata a tre incontri in tre giorni consecutivi. Pazzesco immaginare questa profusione di impegno con poco tempo a disposizione per il recupero.

Ecco, viene in mente questo ritmo pazzesco di partite ravvicinate considerando che solo due giorni prima del concerto di chiusura di Anima Mundi 2018 nella Cattedrale di Pisa, Sir John Eliot Gardiner con coro, orchestra e solisti si erano esibiti con lo stesso programma (il Requiem di Verdi) nella cattedrale di Westminster a Londra.  Davvero poco tempo (dal 18 al 20 settembre) per il recupero, pensando anche al trasferimento (ma avranno preso la Ryanair o un treno sotto la Manica?).

Prima dell’inizio (Foto EnezVaz)

Aspettare l’inizio del concerto in piazza del duomo è un vero piacere. L’alta temperatura induce agli indugi all’aperto e la piazza e quasi gremita di turisti come di giorno. Che sorpresa deve essere stata, per i turisti ignari, la bella esibizione ottonistica dalla torre pendente (anche se con il fuoriprogramma del mezzo militare di sorveglianza che, proprio all’inizio della performance, ha accecato il pubblico coi fari e poi se ne è andato smotorando). E che curiosa frammistione, quella dei turisti da tutto il mondo con questi distinti signori in nero che, conversando in Oxford English, si avviano verso l’ingresso della cattedrale. Ché i numerosi coristi e artisti del coro (le coriste invero con giacchettina avorio) si sono appropinquati alla spicciolata, un selfie con la torre, uno sguardo alla cattedrale illuminata da luci lunari, e via, verso il concerto. E trotterellando è arrivato anche lui, il Maestro Gardiner, amatissimo dal pubblico pisano dopo tanti anni di presenza regolare alla rassegna Anima Mundi.

Il Maestro Gardiner con i quattro solisti impegnati nel Requiem verdiano (foto di Massimo Giannelli).

In chiesa, come le volte scorse, gli strumentisti si scaldano e si concentrano passeggiando per il transetto e la navata, e ci si prepara a un’altra serata straordinaria con Sir John. Calano le luci, e le poche parole di presentazione, sorprendentemente, si limitano all’usuale invito a spegnere i telefoni cellulari (invito per lo più ignorato) senza una parola di benvenuto per il ritorno del Maestro Gardiner dopo i tanti anni come direttore artistico della rassegna. Passons. Quando poi il maestro arriva davvero e prende posto sul podio, ci pensa il pubblico pisano ad accoglierlo come si deve, con un entusiasmo quasi come quello dei fiorentini nei confronti del loro Maestro Metha.

Il Maestro Gardiner al lavoro. AL suo fianco la mezzosoprano Ann Hallenberg e il tenore Edgaras Montvidas (foto EnezVaz)

Salta subito all’occhio una notevole differenza negli organici Gardineriani rispetto alle performance degli anni scorsi: coro (Il Monteverdi Choir) e orchestra  (l’Orchestre Révolutionnaire et Romantique) sono imponenti (una sessantina di coristi e una settantina di orchestrali). Il requiem verdiano richiede un organico più corposo rispetto ai lavori barocchi che sono la specialità di Gardiner. E lo spettatore, prima ancora dell’inizio, già su preoccupa dei noti problemi acustici della cattedrale quando il volume sono sale al di sopra di una soglia alquanto bassa.

E così, ahimé, fu. La serata è come se fosse stata suddivisa in due sotto-categorie di ascolto: i mirabili momenti di piano, con quei sottovoce del Coro Monteverdi che ne hanno messo in luce ancora una volta la straordinaria coesione, intonazione, insomma efficacia; e poi la tragedia dei maestosi momenti di perentorietà verdiana nei quali il suono, fatalmente, si impasta e si perde. Peccato.

La soprano Corinne Winters nel “Libera me”. Sullo sfondo : il Coro Monteverdi (foto EnezVaz).

Inizia delicatissimamente, appunto, questo Requiem, e l’emozione è fortissima. Nel kyrie del quartetto solistico le voci si perdono e non emergono come dovrebbero. Poi con il Dies Irae ecco la tragedia: non si sente più nulla, e l’emozione la suscita casomai il sound possente che rimane nell’aria cattedralica dopo che voci e strumenti si sono chetati.

E’ stato tutto un po’ così, con questo andirivieni di parti mirabili e parti inascoltabili. E alla fine non è rimasta quella piacevole sensazione che aveva affascinato gli anni scorsi: una sensazione di gioia mista ad appagamento. Difficile valutare quanto dell’impressione generale sulla performance sia stata causata dall’acustica ingiovibile e quando dai dubbi sull’interpretazione verdiana di Gardiner e dei suoi cantanti e strumentisti. Resta il fatto che i soliti limiti acustici si evidenziano proprio con le performance che si vorrebbero grandiose. Ma anche le prestazioni dei solisti non è che abbiano entusiasmato.

Alla fine le voci più apprezzate sono state quelle del mezzosoprano Ann Hallenberg e del basso Gianluca Buratto. Il tenore Edgaras Montvidas ha evidenziato una qualche carenza di spessore – lo si è apprezzato soprattutto nella sua delicata parte dell’Hostias – e la tanto attesa soprano Corinne Winters, oltre a mostrare alcune difficoltà nel planare con sicurezza sugli acuti, ha anche sminuito la sensualità e drammaticità del Libera me, lo straordinario finale dell’opera – pardon, del Requiem.

Applausi finali. Forse un po’ meno calorosi degli anni scorsi (foto EnezVaz)

E’ come se – forse questo è proprio l’aspetto che ha in qualche modo deluso – non si fosse realizzata quella magia di coesione emotiva fra direttore, solisti, orchestrali e coro che aveva così potentemente caratterizzato le esibizione barocche degli anni scorsi. Vabbè. E’ andata così. Ci si rifarà le prossime volte. L’ammirazione per il Maestro Gardiner non è stata scalfita, ma nei commenti del dopo-concerto prevale l’auspicio che lasci perdere Verdi e ritorni ai suoi beneamati Monteverdi e Bach.

Per la cronaca: La recensione di Nick Kimberley pubblicata nel Regno Unito il giorno dopo la performance gardinerana di Londra, due giorni prima di quella pisana), si trova qui . Curioso notare che anche alla Cattedrale di Westminster l’acustica non sia il massimo.

Ma non s’era detto di spengere i telefoni cellulari? Foto EnezVaz.


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