Pubblicato da: miclischi | 9 settembre 2018

Anima Mundi 2018: si comincia con Bach, ma non solo

Comincia la diciottesima edizione di Anima Mundi in duomo a Pisa

Come tutti gli anni il settembre pisano si fa ghiotto per tutti gli amanti dei concerti: torna la rassegna di musica sacra dell’Opera della Primaziale Pisana: Anima Mundi. Come già annunciato prima delle’state, in questa diciottesima edizione c’è stato un avvicendamento nella direzione artistica: dopo parecchi anni subentra a John Eliot Gardiner, cui il pubblico pisano si era particolarmente affezionato, il direttore britannico Daniel Harding.

Per il concerto d’apertura, in Cattedrale il 7 settembre, arrivano l’Ensemble barocco e il Coro da camera del Conservatorio Luigi Cherubini di  Firenze , sotto la guida di Alfonso Fedi (orchestra) e Francesco Rizzi (coro).

Un programma variegato che prevede l’Inno per la Consecrazione della Chiesa del compositore pisano Giovanni Carlo Maria Clari, vissuto a cavallo fra il Seicento e il Settecento; poi la cantata di Bach nota come Actus tragicus (Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit  – BWV 106); poi la prima esecuzione della composizione che ha vinto l’undicesimo concorso di composizione organizzato nell’ambito della stessa rassegna Anima Mundi: Psalmus David del giovanissimo musicista perugino Andrea Baratti; infine un’altra cantata di Bach, Aus der Tiefen rufe ich, Herr, zu dir (BWV 131).

L’ Ensemble barocco e il Coro da camera del Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze sotto la direzione di Alfonso Fedi.

L’inno di Clari  si presenta come una successione di cinque stanze con l’alternanza di coro – aria per soprano – coro – aria per basso – coro. Già, a proposito, chissà come mai nei pur pregevolissimi libretti di sala di Anima Mundi viene sempre riportato soltanto il testo senza frazionarlo nelle varie figure musicali che si susseguono nelle varie composizioni. Di sicuro questa indicazione aiuterebbe il pubblico a seguire la rappresentazione. Passons. C’è una curiosità nel testo di questo inno: praticamente quasi tutti i versi terminano con una parola sdrucciola. Accento tonico sulla terz’ultima. Il che, canoristicamente parlando, richiede un approccio tutto particolare, rispetto ai versi piani. Si pensi ad esempio a come Bach (nella composizione omonima) e Monteverdi (alla fine del Vespro della Beata Vergine) abbiano gestito in modo così diverso il compito di dar musica alla sdrucciolissima parola Magnificat! Di curiosità in curiosità si viene a scoprire che questo inno musicato da Clari riprende un testo che, come ben illustrato qui, originariamente aveva un ben altro ritmo metrico… Insomma una breve ma intensa composizione molto gradevole e con due arie solistiche di tutto rispetto.

Poi arriva Bach con il  lamento funebre dell’ Actus tragicus. L’inizio è di una struggevolezza estrema, con le viole da gamba e i flauti dolci che si rincorrono pacatamente con grande intensità. Poi, a questa pacatezza si contrappone subito la perentorietà del coro-titolo, Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit. Coro e orchestra partono decisi e veloci, con uno splendido effetto d’insieme. A ben vedere (e sentire), i due flauti dolci, qui come in tutti i numeri di questa cantata, come per esempio nell’aria per tenore a seguire (Ach, Herr, lehre uns bedenken), hanno un ruolo  preminente e portante (bella prestazione di Martino Noferi e Giulia Breschi). Nell’aria del tenore si sente una voce dalla grande estensione e di adeguata squillanza. Del resto tutti i cantanti solisti hanno molto ben figurato, scendendo a turno dai ranghi del coro per portarsi sul palco a fianco del direttore. In particolare è riuscita benissimo la delicata sovrapposizione del coro alle voci dei solisti, creando un impasto veramente efficace. Nel coro finale l’interpretazione ha optato per un progressivo scendere verso la pacatezza rinunciando a ogni pretesa di trionfalità, anche nella vertiginoso rincorrersi dell’amen. Abène.

Il giovanissimo vincitore del concorso di composizione, Andrea Baratti, con l’Arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto

Uno dei momenti più attesi della serata era la premiazione, e soprattutto l’esecuzione del Salmo di Andrea Baratti, vincitore del concorso. Per stessa ammissione del compositore, la sua musica non è complessa o particolarmente articolata. Immagina, il Baratti, che un domani questo canto possa essere intonato non in un concerto da parte di coristi esperti, ma dai fedeli riuniti in assemblea (l’Arcivescovo di Pisa, Giovanni Paolo Benotto, ha usato proprio questa parola nel presentare il vincitore e la sua opera, forse per ritornare alle origini della parola Chiesa). Si tratta di un testo relativamente breve, che è stato musicato proprio con struttura liturgica, nella successione classica di coro e parti soliste. I primi versi, intonati dal coro, andranno poi  a costituire una specie di ritornello – insieme al quartetto di solisti – che fa da stacco fra una parte solistica e la successiva. Ne vien fuori una sequenza coro – tenore e basso – coro – soprano e alto – coro – tenore e basso – coro – soprano e alto – coro – tenore e basso – coro – soprano e alto… poi un assolo formidabile di oboe introduce agli ultimi versi del Salmo in un efficace tutti. Una composizione molto gradevole, apprezzatissima dal pubblico che ha ripetutamente acclamato l’autore e gli interpreti.

Flauto dolce, fagotto, viola da gamba. Dietro: il coro.

Infine, la seconda cantata di Bach. Se pure sempre in tono pacatamente mesto come la precedente,  si presenta come una composizione più articolata. Qui il ruolo strumentale solistico spetta soprattutto all’oboe di Simone Bensi. Begli scatti di tempo, splendida intesa fra basso e soprano nell’aria So du willst, Herr, Sünde zurechnen, Herr, così come fra tenore e alto nell’aria Meine Seele wartet auf den Herrn von einer Morgenwache, grande lavoro dell’oboe e della viola da gamba, anche qui con un coro finale che punta sulla pacatezza più che sull’incisività. Insomma proprio una bella esecuzione.

Per finire, in seguito alle insistenti acclamazioni del pubblico, un bel brano di Telemann, articolato in parti solistiche e d’insieme che hanno sancito ulteriormente lo splendido amalgama di questo ensemble del conservatorio fiorentino. Davvero una bella serata inaugurale, di buon auspicio per il prosieguo di questa variegata rassegna (il programma completo si trova qui).

Per la cronaca 1: La prima cantata di Bach, l’Actus tragicus, fu scelta dallo scrittore pisano Marco Malvaldi come colonna sonora del suo romanzo Milioni di milioni. Se ne ragionava tempo addietro qui.

Per la cronaca 2: Il flautista Martino Noferi si era sentito anche di recente al Teatro Verdi nel doppio concerto di Telemann (se ne ragionava qui). Anche in questa serata di Anima Mundi non ha mancato di stupire con la sua fisicità nel suonare lo strumento. Praticamente è impossibile fotografarlo, tanto si muove. Interessante anche il fatto che, alla bisogna, mollava il flauto dolce per impugnare l’oboe (mentre la seconda flautista dolce, Giulia Breschi, si alternava con il fagotto). Curioso, no, che questi due musicisti alternino strumenti nei quali l’emissione del suono avviene con modalità radicalmente diverse. Nel corso di due chiacchiere con questi interpreti subito dopo il concerto, proprio su questo argomento, entrambi hanno confermato che in realtà questa alternanza (flauto dolce/ strumento ad ancia doppia) è abbastanza comune nei complessi di musica barocca, ed era praticata anche nel Settecento. Della serie: c’è sempre qualcosa da imparare.

L’emozione e la gratitudine di Andrea Baratti dopo aver ricevuto il premio.

Per la cronaca 3: O quante volte si saranno sentiti, nelle composizioni di musica sacra, i versi del Gloria nel quale, dopo il saecula saeculorum si plana sull’Amen liberatorio? Eppure, alla fine del Salmo di Baratti l’Amen non c’è. Siccome in questo particolarismo caso lo spettatore curioso aveva la possibilità di chiedere lumi all’autore della musica presente in sala, così fu. Andrea Baratti, mostrando grande gentilezza e disponibilità, ha confermato che nel testo da lui consultato per scrivere la sua musica, l’Amen finale non c’era, e dietro insistenza dello spettatore, che si domandava se magari questo finale a effetto fosse inserito a piacimento dei musicisti per finalità puramente compositive, Baratti ha precisato che la chiusa canonica con l’Amen usualmente la si trova negli inni, ma non nei salmi. Idem come sopra (finale di Per la cronaca 2). Grazie.

 

 


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