Pubblicato da: miclischi | 18 agosto 2018

Arles 2018: “Les Rencontres” del meno e del più

L’immagine-simbolo (di dubbio gusto) dell’edizione 2018

Appuntamento usuale nella splendida cornice urbana e periurbana di Arles: Les Rencontres de la Photographie 2018. Di nuovo al Camping City con le sue rumorose biciclette a nolo, di nuovo i ristorantini intorno all’Arena, di nuovo la maratona per la città a caccia di mostre, installazioni, esposizioni che esaltano la fotografia e, in senso più lato, l’immagine. C’è tempo fino al 23 settembre per andare a farsi un giro, godersi la città, le fantastiche sedi espositive e, soprattutto, le fotografie!

Un  numero inferiore di mostre rispetto al passato, fra l’altro non tutte visitabili con il bigliettone onnicomprensivo; una drastica riduzione degli spazi espositivi nelle ex-officine ferroviarie, ormai oggetto di riqualificazione urbanistica e ammodernamento. Eppure, a questo ridimensionamento quantitativo fa da contrappeso una media straordinariamente elevata di mostre di qualità, e la quasi totale assenza di esposizioni raffazzonate o gamenamente discutibili (eccezion fatta per quella di cui all’immagine di copertina della rassegna di quest’anno – Être humain di William Wegman, decisamente da evitare).

Spazi espositivi straordinari

Come già osservato in passato, aumenta significativamente l’uso dei video, apprezzatissimi specie quando servono da introduzione alle mostre fotografiche, e fa una importante capatina anche la nuova gestione dell’immagine nell’universo della realtà virtuale – e qui l’esposizione ce la si gode con i visori tridimensionali e le cuffie.

Ecco qualche notarella dagli appunti presi durante le visite alle mostre. Una selezione di note sulle mostre che hanno lasciato più il segno di altre.

Laura Henno racconta, nel suo lavoro dal titolo Redemption, la vita di una comunità che si è installata in una base militare abbandonata in California,con tanto di fratacchione che si prende cura delle loro anime.

In Gaza to America, Home Away From Home, il fotografo palestinese Taysir Batniji racconta la storia sua, della sua terra, ma anche degli emigrati gazawi negli States.

Una delle mostre più belle, coinvolgenti, emozionanti di tutta la rassegna 2018: Les Inachevés – Lee McQueen. La fotografa Ann Ray racconta tredici anni della vita, del lavoro, della passione e dell’ambiente di Lee McQueen, stilista di Givenchy. Innumerevoli immagini, un film che introduce benissimo la mostra, descrivendo l’esperienza della fotografa vissuta a stretto contatto con il lavoro di McQueen, con le sue ansie, le sue insoddisfazioni. Ma anche la manualità del lavoro, il rapporto con le indossatrici e le modelle, insomma un ritratto denso, appassionato e appassionante di questo artista morto suicida nel 2010 all’età di quarant’anni. La pagina di wikipedia a lui dedicata racconta un sacco di cose.

Uno scorcio della mostra di Ann Ray

The Train racchiude tre mostre che girano intorno allo steso tema: la traslazione della salma di Bob Kennedy, in treno, da New York a Washington. Tutto ebbe origine con la serie di foto che fu scattata dal treno agli innumerevoli cittadini che ne aspettavano il passaggio per rendere un ultimo omaggio al senatore assassinato. Erano le foto di Paul Fusco che s’erano già viste in passato. Ma a questa serie se ne aggiungono altre due. L’artista olandese Rein Jelle Terpstra, avendo notato che parecchi dei cittadini ripresi da Fusco impugnavano macchine fotografiche o cineprese, si è messo alla ricerca di quelle foto e di quei filmati. Grazie a una poderosa campagna di ricerca sui social media, ha messo insieme un notevole materiale documentale che raffigura il treno, ma anche scene familiari della gente in attesa dell’arrivo del convoglio. Un lavoro davvero ganzissimo. Per finire, un filmato. L’artista francese Philippe Parreno ha ricostruito filmicamente gli scatti di Fusco, riprendendoli dal treno che procede per le campagne americane. La cosa sconcertante, ma proprio per questo stimolante, è che i figuranti, rimessi in posa proprio come erano nelle foto di Fusco, sono fotograficamente immobili, producendo un fantastico stridore fra l’iperrealismo  della riproduzione filmica degli scatti fotografici, e l’inverosimiglianza di questi gruppetti di persone che rimangono immobili al passaggio del treno, senza neanche un segno della croce o un cenno della mano.

Poi c’è la singolare mostra di René Burri (quello di Che Guevara) con la sua ossessione per le piramidi e le forme piramidali.

Hope è il titolo di una variegata collettiva

Uno dei ritratti compositi della serie “Gestalt” di Thomas Lang.

nel bellissimo edificio della Fondation Manuel Rivera-Ortiz che spazia dall’integrazione di un gruppo di rifugiati in un paesino della campagna francese (con una gustosissima serie di video-interviste), al Cile di Allende, alla scuola elementare in Cina, ai villaggi irakeni. C’è anche un piccolo spazio dedicato ai ritratti spezzettati sui provini di Thomas Lang.

Al Centro Van Gogh, nel cui chiostro staziona come al solito il fotografo che propone ritratti su carta direct positive 4×5, ci sono due straordinarie mostre sugli States. Prima Sidelines, una retrospettivona di Robert Frank, anche questa introdotta da un bel video che ripercorre la vita e la carriera di questo svizzero emigrato negli States che provocò ai suoi tempi parecchie perplessità con il libro fotografico Les Américains, pubblicato a Parigi nel 1958. E poi gli scatti americani del fotografo francese Raymond Depardon, in un arco di tempo che va dal 1968 al 1999. Della serie: gli americani del ‘900 visti dagli europei.

Il sempre affascinante chiostro Saint-Trophime adiacente alla cattedrale di Arles.

Ecco qui. Questi sono appunti sparsi su alcune delle mostre (che sono comunque tantissime, anche se parecchie di meno rispetto a qualche anno fa). Una bella immersione nella fotografia che non manca mai di produrre emozioni e, soprattutto, il desiderio di tornarci.

Per la cronaca 1: in un anelito di modernizzazione quest’anno si poteva usufruire di una applicazione telefonica per visualizzare il programma delle mostre e anche per fare il biglietto elettronico, che però, in quest’ultima opzione (gustosa perché offre uno sconto), si è rivelata una sòla che ha prodotto soprattutto perdite di tempo.

Per la cronaca 2: si sa: le mostre fotografiche di qualità fanno venir voglia di scattare fotografie. Eccone qui alcune fatte con la Leica M2 e – quasi tutte –  con l’obiettivo Voigtländer 12 mm. Gli scatti con la compattina Panasonic-Lumix anfibia (DMC-FT3) sono qui. Infine, in tempi di applicazioni telefoniche, non potevano mancare le usuali panoramiche samsunghiane: eccole.

 

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