Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2018

L’olandese volante approda al Parco della Musica

Passione wagneriana

Opera maestosa eppure intimista, L’olandese volante, aka Il vascello fantasma (Der fliegende Holländer), viene rappresentata in forma di concerto all’Auditorium Parco della Musica a Roma nella settimana prima di Pasqua. In una stagione in cui in teatri, chiese e sale da concerto si usano rappresentare le Passioni bachiane, ecco un’opera wagneriana che presenta sotto tutt’altra prospettiva il tema stesso della passione. Come già qualche anno fa nella stessa sala successe con il Rheingold, un’occasione d’oro per godersi la musica di Wagner e le voci dei cantanti e del coro senza preoccuparsi delle insidiose trappole della rappresentazione scenica. Che in certe opere di Wagner, come in queste, pone problemi non trascurabili di natura nautica ed acquatica.

Ai tempi della scuola di vela, da bimbetti, si guardava all’olandese volante (in inglese Flying Dutchman, confidenzialmente Effedì) come a un sogno da realizzare: l’ammiraglia delle derive da regata, classe olimpica per antonomasia, questa barca di 6 metri con genoa e girafiocco, dalla randa larga, con il trapezio e anche il tubo lancia-spi: un gioiello progettato negli anni ’50 del ‘900 dagli dagli architetti olandesi (!) Conrad Gülcher e Uus van Essen. Più modestamente, si imparava a timonare,  virare e strambare sul fratellino minore del glorioso FD: il Flying Junior. Ma l’anelito a poter regatare un giorno sulla prestigiosa ammiraglia era per tanti piccoli velisti il vero obiettivo da raggiungere.

Dal sito web della classe FD italiana

Ma torniamo a Wagner e al suo, di FD. Una grandissima gioia, godersi nella Sala Santa Cecilia questa cascata di musica entusiasmante. A parte qualche attacco dei fiati non proprio pulitissimo nell’Ouverture, l’Orchestra dell’Accademia ha fornito una prova molto buona, con dei picchi di straordinaria efficacia negli assoli di corno inglese, oboe e corno. Il direttore finlandese, Mikko Franck,  direttore ospite principale dell’Accademia, conduce molto appassionatamente, cambiando sempre posizione, ora dimenandosi seduto sul suo scranno direttorio, ora scendendo dal podio per dirigere aggirandosi fra i primi ranghi dell’orchestra… insomma ha mostrato un grande livello di coinvolgimento.

Il direttore Mikko Franck (dal sito dell’Accademia di Santa Cecilia)

Il Coro di Santa Cecilia, si sa, è una garanzia. E anche in questa serata ha fornito una prova superba. Che fossero i virili marinai norvegesi, o lo sventurato equipaggio fantasma dell’Olandese, o le filatrici compagne di Senta, o le seducenti ragazzotte che lumano i marinai, insomma i coristi e le coriste hanno fatto centro. Due esempi fra i tanti: durante la cosiddetta Ballata di Senta nel secondo atto, quando la poveretta è sopraffatta dall’emozione, le compagne la sopportano lievissimamente con il  loro canto: uno dei momenti più struggenti dell’opera. E il doppio coro dei marinai? Quando nel terzo atto si rianima il vascello dell’Olandese e il suo equipaggio, sballottato nella subitanea agitazione delle acque, minaccioso si contrappone alla bonarietà dei marinai norvegesi, questi ultimi, per esorcizzare il terrore si rimettono a cantare la loro canzoncella spensierata. E questo sovrapporsi improvviso di questi due canti, stupefacente e al limite della straziante cacofonia, è una delle più belle trovate drammaturgiche e musicali dell’opera. Peccato che questi due cori maschili non siano stati visivamente distinguibili: sarebbe stato forse bello – anche in assenza di rappresentazione scenica – disporli in modo che potessero davvero rappresentare due corpi canori distinti e contrapposti.

Tutti i ruoli solisti di quest’opera hanno una caratterizzazione molto marcata. Tutti, intorno ai disgraziati Senta e Olandese, vanno per la loro strada , incapaci di addentrarsi nella tragica passione mistica che avvolge i due amanti impossibili. C’è il gretto e avaro Daland, che non si accorge di quel che gli succede intorno, forse rincoglionito dalle lunghissime permanenze in mare. Il leggiadro timoniere, l’unico personaggio spensierato dell’opera, leggiadro nel pensiero e nella voce. L’acida nutrice Mary, probabilmente gelosa delle attenzioni che Daland rivolge solo alla figlia Senta, mentre un po’ di attenzioni, magari, sarebbero garbate anche a lei. Poi l’unico personaggio veramente maligno della storia, Erik il cacciatore, quello che scatenerà la tragedia finale, a causa della sua smania di potere e controllo sulla povera Senta la quale, oltre a non avergliela mai data, non si era mai neanche compromessa con prospettive o promesse. Ma lui niente: si picca a interpretare  come promessa di eterna fedeltà un abbraccio riconoscente che Senta gli diede una volta. E infine loro due. Il tenebroso Olandese rassegnato-ma-mica-tanto all’infelice destino che lo condanna a navigare in eterno. E Senta la mistica, innamorata del ritratto dell’Olandese e della sua sventura, totalmente presa di passione per qualcosa che può solo immaginare.

E i cantanti? Apprezzamento entusiastico ed incondizionato da parte del pubblico per tutti gli interpreti. Ma l’interprete che ha davvero scaldato gli animi e fatto spellare le mani è lei, Amber Wagner, convincentissima Senta. Una forza della natura dalla voce possente e ben dominata, l’unica a dire il vero capace di sovrastare la possanza dei ripieni orchestrali. Ma anche di incantare col suo delicato languore nei  momenti più soffici della vicenda, come nella sua ballata e in particolare in quel duetto d’amore dell’assurdo, all’incontro con l’Olandese. Questi due personaggi che si erano fino ad allora soltanto immaginati, si vedono e si riconoscono, e si fondono in un canto struggentissimo. Qui sotto un videino di Amber Wagner che canta la ballata al Metropolitan di New York.

Anche moltissimo apprezzato dal pubblico il ruolo del titolo: il baritono scozzese Iain Paterson , veterano wagneriano, ci ha fatto effettivamente la sua figura.

Navigatissimo calcatore di palcoscenici con la sua imponentissima figura (pur essendo un basso, è altissimo!), ecco l’altro finlandese sul palco: Matti Salminen, nel suolo del cellettone Daland. Non sempre limpidissimo nella voce, specie nel registro acuto, ha comunque fornito una prova convincente con la sua ieratica presenza, con il gigionismo con cui ha sottolineato la colpevole inconsapevolezza del personaggio, e con un superbo saltellato alla fine del duetto con l’Olandese che fa seguito alla richiesta di quest’ultimo di dargli Senta in sposa.

I due ruoli tenorili sono stati interpretati da un altro finlandese, Tuomas Katajala (il timoniere di Daland) e da Robert Dean Smith (Erik) . Più limpido e gradevole il primo. Ma il secondo, si sa, aveva l’arduo compito di interpretare il ruolo di un personaggio sgradevole…

Personaggio decisamente minore, Mary è stata interpretata dalla mezzosoprano Tiziana Pizzi, del coro di Santa Cecilia, molto espressiva nel suo ruolo-cuscinetto fra Senta e il padre, fiera oppositrice della insana passione di Senta per il ritratto dell’Olandese.

Il libretto del Manacorda autografato dal basso Matti Salminen

Una serata davvero entusiasmante, anche perché la visione in forma di concerto fa davvero concentrare sulla musica “senza distrazioni”. E quest’opera è davvero fenomenale nel mescolare con sapienza un  cocktail fatto di fragoroso vociare marinaresco, malinconia romantica, scoppiar di tempeste, ciacolar di donne, duetti d’amore e patti commerciali, ma soprattutto una sorta di esaltazione della passione mistica; insomma un grande variare di situazioni e di emozioni, ciascuna sottolineata da apposite suggestioni musicali, in quello che rappresenta il germe della tecnica del  leitmotiv che verrà dopo. C’è in particolare l’accenno, a volte perentorio, a volte sottile, del tema dell’Olandese, ogni qualvolta si presenta, o viene evocato, lui o la sua nave. Abène, proprio una bellissima serata. Ora quest’opera andrà vista non in forma di concerto ma in forma scenica. Con le secchiate d’acqua, e tutto il resto… Speriamo presto!

Una altro autografo d’epoca dallo stesso libretto del Manacorda

Per la cronaca 1: Come al solito si è ricorsi all’ascolto seguendo il prezioso libretto del Manacorda nella Biblioteca Sansoniana  Straniera, illuminante anche nella sua introduzione, e letteralissimo nella traduzione. Un paio di curiosità: per il Manacorda il padre (Vater) è senz’altro Babbo! E poi c’è la curiosa traduzione della cadenza della maledizione dell’Olandese (sieben Jahr) sempre espressa nella forma contratta (sett’anni).

Per la cronaca 2: Il giorno dopo la prima rappresentazione, Amber Wagner e Iain Paterson sono stati ospiti della trasmissione La Barcaccia su Radio Tre. La puntata si può riascoltare qui.

Per la cronaca 3: Dopo la Ballata di Senta, nel secondo atto, arriva Erik, si scuotono le ragazze e scoppia una specie di pandemonio che porta effettivamente una brusca virata nella musica (al verso 355). E in questa musica pare di risentire gli accenti altrettanto pandemoniosi (in senso ritmico e melodico) della chiusa del primo atto dell’Italiana in Algeri di Rossini (peraltro vista poco prima a Pisa – se ne era ragionato qui). Ora, qualche ricerca internettistica in tal senso non ha dato alcun risultato, benché abbondino gli accenni al fatto che Rossini non ammirasse per niente Wagner il quale, invece, una qualche stima per il collega italiano pare la nutrisse (lo citò nei Maestri cantori). Se qualcuno che ne sa di più avesse qualche cosa da precisare in merito a questo omaggio wagneriano a Rossini, si faccia avanti!


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