Pubblicato da: miclischi | 12 marzo 2018

La stagione 2017-18 del Teatro Verdi di Pisa chiude con L’italiana in Algeri: un inno alla gioia

Dopo Donizetti, Verdi, Melani e Puccini, si chiude in bellezza con Rossini.

Una stagione lirica gustosissima si chiude con un’opera scoppiettante, allegra, giocosa: L’Italiana in Algeri di Gioacchino Rossini, su libretto fenomenale, allusivo e osé di Angelo Anelli.

Un cast di giovanissimi cantanti, la collaudata Orchestra Arché sotto la guida attenta del Maestro Francesco Pasqualetti, il Maestro Stefano Vizioli, direttore artistico del Teatro, che orchestra la regia e le scene clamorose e coloratissime di Ugo Nespolo.

Un’opera scherzosa che, vista nel 2018, non manca di evidenziare – diversamente da come di certo fece già oltre cento anni fa all’epoca della sua prima rappresentazione – temi come i conflitti etnico-religiosi e i soprusi maschilisti nei rapporti uomo-donna. E anche una forte accentazione sull’importanza della solidarietà fra donne.

Ché tutto infatti ruota intorno alle smanie sessuali del potente Bey caricaturisticamente musulmano che si è stancato della moglie – e anche del suo harem – e si mette alla ricerca di una new entry esotica (livornese!) per i suoi bunga-bunga;  e al modo in cui le persone che gli stanno attorno si relazionano a questo volgare esercizio del potere.

Obbedire, compiacere, ingoiare i soprusi (del resto c’è sempre in agguato la minaccia d’essere impalati…), oppure ribellarsi? Ribellarsi sullo stesso terreno dell’arroganza e della volgarità: non se ne parla nemmeno, né potrebbe funzionare. C’è bisogno della sottigliezza, della scaltra raffinatezza di una donna (livornese!) che il Maestro Vizioli ha definito come l’unico personaggio davvero virile della storia.

La scena affollata e coloratissima: Atto 1 – l’Harem: in primo piano a destra Zulma (Caterina Poggini), sul divano Elvira (Giulia Della Peruta). Foto Imaginarium Creative Studio

Un’opera scoppiettante e complicata da eseguire, sia per i cantanti-attori che per le acrobazie musicali degli strumentisti. Una messa in scena straordinaria per abilità e coesione del cast, efficacia della direzione musicale e delle parti soliste (in particolare del corno, del flauto / ottavino e dell’oboe), con un impasto stupefacente degli archi; le scene al contempo classiche e modernissime nei loro sgargianti colori e nell’impatto da graffiti urbani… insomma ha funzionato tutto a dovere.

Andrebbe vista e rivista, questa edizione dell’Italiana in Algeri, tanti sono i dettagli scenici, registici e attoriali che affollano il palcoscenico: non ce la si fa a vedere tutto per bene in una volta sola!

Atto 1 – Isabella (Antonella Colaianni). Sullo sfondo, la nave andata a naufragare proprio lì! – Foto Imaginarium Creative Studio

Le caricature del personaggi (che caricaturali sono per davvero!) è riuscita alla grande, e finalmente non si è visto nessun interprete, ma proprio nessuno, cantare standosene impalato (!) in scena. Ché anzi sono sempre stati tutti in movimento: salti, giravolte, arrampicate… c’è ben da crederci, se tutti gli interpreti, nel dopo-spettacolo, hanno confermato, sì, di essersi divertiti parecchio, ma che fatica! Fatica fisica, ma soprattutto vocale ed anche emotiva: dopo tutto era pur sempre una prima!

Eccoli tutti insieme, i sette solisti, nel fenomenale finale del primo atto. Foto: Imaginarium Creative Studio

Mustafà, il perfido e prepotente ma baccellone Bey, è interpretato da Alessandro Abis, che avevamo apprezzato recentemente in un ruolo secondario della Fanciulla del West, e che qui finalmente ha avuto la possibilità di mettersi in luce a modo. Voce possente e cavernosa che non ha esitato a spingersi nel registro acuto alla bisogna. Grandi doti attoriali, soprattutto nel rappresentare il rincretinimento procuratogli dalle abilità seduttive della scaltra Isabella.

La moglie respinta e vituperata, Elvira, poi complice solidale delle altre donne della storia, è interpretata dalla spumeggiante Giulia Della Peruta. Grande presenza scenica, voce possente.

Amica, confidente, espressione principale dello sdegno per gli abusi di Mustafà, la schiava Zulma, è interpretata da Caterina Poggini, sempre al’altezza del ruolo, solo apparentemente secondario.

Il fidanzatino fatto schiavo dal Bey, Lindoro, scattante e sgusciante nelle sue manovre per raggirare il despota, è interpretato dal tenore cileno Diego Godoy, agile nella voce quanto nei movimenti scenici, convincente nella sua tenace lotta per la libertà e la giustizia.

Poverino, Taddeo… Quasi quasi alla fine la vittima di tutta la vicenda pare proprio lui: si lascia coinvolgere in perigliose navigazioni in acque infestate dai corsari sperando nelle attenzioni della bella Isabella, che invece stava andando proprio alla ricerca del suo Lindoro. Raggirato dal Bey, raggirato da Isabella e da Lindoro… Meno male che almeno ci rimedia la prestigiosa carica onorifica di Kaimakan! Qui è interpretato dal baritono Nicola Ziccardi, che si guadagna l’apprezzamento del pubblico non tanto per compassione del personaggio ma perché fornisce davvero una bella prova vocale e attoriale.

L’austero capo dei corsari, Haly (Alì), al tempo stesso fedele esecutore di ordini di impalamento, ma anche insofferente per la scemenza del suo capo, è ben interpretato da Alex Martini, che si esprime di molto bene nell’aria Le femmine d’Italia, oltre ad aver adeguatamente figurato in tutte le pieghe della vicenda con la sua imponente presenza.

Poi c’è lei, la scaltra bellona, Isabella l’italiana (Livornese!), perfettamente a suo agio in mezzo a tutti quegli uomini che ne inseguono le grazie. E’ interpretata con grande disinvoltura da Antonella Colaianni, mezzosoprano pugliese dalla voce scura che però, quando c’è da arrampicarsi nelle insidiose agilità richieste dalla partitura, ci fa proprio la sua figura.

Eccoli qui: sette interpreti che sono riusciti nella magia di creare un amalgama scenico e canoro straordinario. E forse non è un caso che alla fine del’opera l’applausometro li abbia tutti egualmente acclamati, ma proprio tutti, compresi direttore, orchestra, scenografo e regista. Che in questa compagine si è proprio percepita la coesione. Una coesione, a dirla tutta, che si è venuta a creare fra tutte le forze impegnate nella riuscita della rappresentazione: i cantanti, il Coro Ars Lyrica, l’orchestra, i tecnici di scena e delle luci… insomma proprio un bell’esempio di sforzo comune.

Coesione, fra l’altro, confermata dai cantanti nelle due chiacchiere fatte nel dopo-spettacolo. Questo gruppo di interpreti sembrava proprio una allegra combriccola di amici in gita. Gioia sul palcoscenico, gioia che passa contagiosa alla platea e su su dai palchi alla galleria al loggione, gioia che rimane appiccicata a tutti quanti hanno avuto il privilegio di poter assistere a questo riuscitissimo inno alla gioia.

A riprova della gran bella riuscita di questa rappresentazione, la persistente insistenza dei motivetti che rimangono in testa e che si ripropongono, la mattina dopo lo spettacolo, e poi ancora il giorno successivo, e quello ancora seguente, a rincorrersi nella testa proprio come i rintocchi dei tamburi, dei campanelli e degli altri onomatopeici suoni nel finale del prim’atto. Abène…

Alla fine: applausi ben meritati. Fra i cantanti: Ugo Nespolo, Francesco Pasqualetti, Stefano Vizioli. Foto: Imaginarium Creative Studio

Per la cronaca 1: Il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: Grazie al Teatro Verdi che ha permesso di scattare un po’ di foto durante le prove dello spettacolo. Il foto-album si trova qui.

Per la cronaca 3: Fu proprio una rappresentazione dell’Italiana in Algeri al Teatro Regio di Torino nel 1979 che  generò l’idea da cui scaturì, parecchi anni dopo, l’opera di Guido Bartoli che apre tutte le recensioni di spettacoli musicali di Enez Vaz. La storia è raccontata qui.

 

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Responses

  1. […] in Algeri di Rossini (peraltro vista poco prima a Pisa – se ne era ragionato qui). Ora, qualche ricerca internettistica in tal senso non ha dato alcun risultato, benché abbondino […]


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