Pubblicato da: miclischi | 8 febbraio 2018

La fanciulla di Puccini: un western all’opera

Puccini nel Far West

Ritorna al Teatro Verdi di Pisa quest’opera esotica di Puccini, La fanciulla del West.  Esotica non già nel senso dell’oriente come nei suoi più celebrati lavori di ambientazione cinese o giapponese, bensì bensì del far west, della California ai tempi della febbre dell’oro. Il pubblico di appassionati d’opera, e di Puccini in particolare, affolla il teatro, anche se il livello di scetticismo e di mugugno è notevole. O quella? ‘un mòre neanche il soprano… Oppure: See… un’opera di Puccini che non fa neanche piangere… Si sa, si è sempre saputo, che il pubblico va a teatro per vedere quel che già conosce e che vuole ritrovare e rinnovare emozioni già note. Ma per chi non aveva mai visto quest’opera in teatro la curiosità e le aspettative sono alte.

Si comincia nel saloon, come in ogni western che si rispetti. Folla di omìni, il barista che volteggia fra un tavolo e l’altro, carte da gioco, personaggi maligni oppure inteneriti da lei, l’unica donna in scena, la inarrivabile Minnie, grande regista delle emozioni degli avventori. C’è lo sceriffo – ci mancherebbe – e si affacciano anche i banditi. Grande mescolone di personaggi (il libretto ne elenca in totale ben 18!), di voci, di accenti. Proiettati sullo sfondo, mirabili e cangianti paesaggi delle Montagne delle Nubi, in una girandola di panorami mozzafiato.

E qui si affaccia già la caratteristica principale di quest’opera modernissima e audace: la musica. Non è musica che ammicca allo spettatore/ascoltatore per andarne a toccare le corde più intime dell’emozione e dello sdilinquimento (come Puccini sa ben fare). No, in quest’opera il compositore si lancia in sperimentazioni melodiche, armoniche e tonali che risultano davvero sbalorditive. Ben più audace della successiva Turandot, quest’opera  esplora degli ambienti sonori davvero inusitati. Bene, benissimo. Sembra però che questa affascinante ricerca compositiva, almeno per chi è affezionato al Puccini classico, non si leghi poi così bene con i ruoli canori e con la vicenda dalla debole drammaturgia e dal discutibile linguaggio del libretto di  Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. Viene da pensare che quella musica meriterebbe di essere ascoltata senza l’ingombrante interferenza di quel che si raccontano i personaggi in scena.

Minnie  (Amarilli Nizza) nel saloon del primo atto (foto Andrea Simi)

Il bandito non è il cattivo della situazione, anzi, il povero Ramerrez si presenta come un cellettone impacciato che alla fine si è trovato a vestire i panni del malvivente per una sorta di ineluttabile obbligo ereditario… Il cattivo è quello che dovrebbe essere il tuttore della legge, lo sceriffo ottenebrato dalla passione non ricambiata da Minnie. Lei, altro che sdilinquita fraschetta affetta da qualche incurabile male: Minnie è la roccia solida che gestisce le situazioni, non esita a impugnare una pistola o a maneggiare con destrezza (e scaltrezza) le carte da gioco per dominare senza cedimenti l’universo squallidamente maschile che la circonda.

Nel secondo atto a casa di Minnie, un simpatico ancorché astruso siparietto etnico con gli indiani d’America che parlano usando i verbi all’infinito (roba che i dubbi sollevati dalle connotazioni razziali dell’otelliano selvaggio dalle gonfie labbra impallidiscono). Poi questa scena di finta seduzione in cui, una volta stabilito che il bandito (ancora non rivelatosi come tale) passerà la notte lì, viene poi invitato a sistemarsi sullo strapuntino.  Poi la concitazione, l’arrivo dello sceriffo con i suoi sgherri, gli spari, le sgocciolature di sangue di machbettiana memoria… Poi la scena chiave dell’opera, quella più convincente sotto tutti i profili: la partita a poker.

Ed ecco l’epilogo, il terzo atto che contiene l’unica romanza dell’opera (Ch’ella mi creda ibero e lontano, molto ben interpretata dall’acclamato tenore Enrique Ferrer), in cui si dipanano i temi della giustizia e della questione morale, come si direbbe oggi. Alla fine trionfano sciropposamente i buoni che prevalgono sui rancorosi cattivi. E vissero felici e contenti…

Lo sceriffo Jack Rance (Elia Fabbian) con il cappottone di pelliccia e  Minnie (Amarilli Nizza) – foto Andrea Simi

Insomma, una vicenda un po’ deboluccia sul piano narrativo, con un libretto che non affascina, con parti canore non limpidamente legate alla musica… Eppure, alla fine ne è venuta fuori una bella serata all’opera, e le aspettative sono state soddisfatte. Messa in scena godibilissima, regia e movimenti scenici (di Ivan Stefanutti) ben congegnati, finalmente delle video proiezioni (di Michael Baumgarten)  che non puntano solo sulla spettacolarità, ma che producono davvero degli effetti scenici funzionali, efficaci, belli.

Già, ma i cantanti? Nella folla di personaggi/interpreti (il cartellone completo di trova qui), il pubblico acclama e premia nell’applausometro finale soprattutto i due personaggi principali, la Minnie di Amarilli Nizza e il bandito Ramerrez di Enrique Ferrer, con un omaggio lievemente minore per il baritono Elia Fabbian nei panni dello sceriffo. I due amanti si sono espressi al meglio dal secondo atto in poi, mentre nel primo atto pareva che dovessero ancora mettere bene a fuoco la voce. Elia Fabbian a dire il vero ha fornito una bella prova, e fra gli innumerevoli personaggi si sono messi in luce in particolare il basso Alessandro Abis nei panni di Ashby (una voce estremamente espressiva) e il tenore Gianluca Bocchino, interprete del tuttofare Nick, amico fedele di Minnie, che dopo la prova opaca del primo atto (vocalmente parlando: la sua presenza scenica svolazzante è stata favolosa), si è espresso in modo molto soddisfacente nel terzo.

Una bella scena d’insieme nella foresta innevata (foto Andrea Simi)

Ma l’applausometro finale ha giustamente premiato anche quello che forse è stato il vero protagonista della serata: il Maestro James Meena che ha condotto con grande abilità l’Orchestra della Toscana negli insidiosi meandri di questa partitura.

Per la cronaca 1: Niente da fare, anche alla fine dell’opera quei pucciniani tradizionalisti che erano scettici, scettici sono rimasti.

Per la cronaca 2: Tornando a casa dopo lo spettacolo viene da fischiettare l’unica romanza dell’opera. Ma… mistero: o come mai canticchiando la melodia di Ch’ella mi creda libero e lontano, quasi senza accorgersene si va a finire sulle note di Un bel dì vedremo? Che sia quest’aria dunque il trait-d’union tra l’esotismo western e quello orientale?


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