Pubblicato da: miclischi | 28 ottobre 2017

Un altro giallo malvaldiano nella campagna toscana

Uscito nel 2017

Dirieccoci… Non intorno al barrino degli omìni, bensì negli ambienti rural-costieri della toscana, come già in altri romanzi extra-barlumistici di Marco Malvaldi. Proprio come nel Milioni di milioni di qualche anno fa, la ricerca scientifica si sposa con la ricerca del colpevole. Anche in questo romanzo sono in scena proprio i due ricercatori del romanzo precedente (Margherita e Piergiorgio): lei di tendenze umanistiche mentre lui decisamente bio-mediche. E comincia proprio così, il libro, con il riallacciarsi di questo sodalizio a cinque anni di distanza. E, naturalmente questi personaggi-chiave frammischiano le proprie vicende personali con lo svolgersi della storia.

Già: quale storia? Prima di tutto un piccolo elogio. A differenza di tanti gialli (o film gialli, o telefilm gialli) nei quali prima si sciorina il fatto (il delitto) e poi si ragiona intorno ai perché e ai percome e soprattutto si cerca di trovare i colpevoli, qui succede il contrario. Il fattaccio (il primo dei fattacci) si verifica grossomodo quasi a metà del libro. Prima, invece, l’autore costruisce bene bene l’ambientazione e scende in profondità nella descrizione dei personaggi. Ganzo. Anche perché, nel presentare la nutrita schiera di uomini e donne che condividono lo spazio e il tempo di una magnifica fattoria toscana con bosco, villa, annessi, giardini, eccetera… l’autore ci porta un po’ dove vuole lui, e cioè lontano dalla verità. Che poi aggalla al momento giusto con grande effetto da ooohhh! uuuhhhh! eeehhhh!

E bene fece, che sennò che gusto c’era? Come in altri libri malvaldiani, un piccolo vademecum iniziale aiuta il lettore a districarsi fra i tanti ruoli in scena e, soprattutto all’inizio della lettura, questo manualetto è davvero utile e conviene consultarlo spesso.

Quindi si legge tutto di corsa, a  rotoloni, e con piacere, questa storia che da bucolica e quasi spensierata si fa progressivamente gialla e nera, fiammante e angosciante. C’è l’arte (con i corollari del collezionismo, del mercato legale e di quello illegale), c’è l’archeologia, c’è l’erboristeria, ci sono i musicisti (o ex-musicisti), c’è anche un meccanico di Formula 1, ci sono gli ambienti boschivi e le guardie forestali. C’è naturalmente la chimica, ci mancherebbe; ma fa capolino in modo assai ingombrante anche la speculazione economica: l’arrivismo degli affaristi senza scrupoli.

Insomma una bella storia raccontata bene, anche se questa ambientazione (geografica ed umana) per certi versi molto simile a quella dei citati Milioni, a volte dà una specie di sensazione di già letto. Anche perché, diciamocelo, questa sfrenata passione della reiterata puntualizzazione che caratterizza quasi ogni periodo, via giù, a volte appesantisce invece che risultare simpatica. Però alla fine vince lui, l’autore: con la sua scrittura svelta, la sua abilità narrativa, le capatine che fa fare alla sua erudizione scientifica. Via giù, un altro bel giallo del Malvaldi. Si aspetta già il prossimo!

C’era una volta il CFS…

Per la cronaca 1: il primo tutore dell’ordine che compare nella storia è un ufficiale del Corpo Forestale dello Stato. Era stato coinvolto per via di un incendio boschivo che poi risultò collegato a un omicidio. Poi subentra, quando la questione si fa progressivamente meno ambientale e più criminale, un ufficiale dei Carabinieri. Nella realtà, dal primo gennaio del 2017 la situazione è decisamente cambiata, giacché il Corpo Forestale dello Stato non esiste più, ed è stato assorbito, a seguito di una riforma che ha fatto parecchio discutere (e che continua a far parecchio discutere), proprio dall’Arma dei Carabinieri. Questa costola dei CC, confidenzialmente chiamata Carabinieri Forestali, si chiama in realtà Comando Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare (C.U.T.F.A.A.).  E’ risaputo che i militari dell’Arma sono stati in passato oggetto di sfrenato barzellettismo (un po’ come succede in Francia con i belgi). Naturalmente non poteva mancare una barzelletta anche su questo nuovo assetto, la quale fra l’altro sottolinea con delicatezza le dovute differenze fra i carabinieri “classici” e quelli che provengono dal CFS. Allora, un escursionista passeggia nel bosco e a un certo punto vede un carabiniere in divisa che se ne sta lassù, arrampicato su un albero. L’escursionista chiede: Scusi ma cosa ci fa lassù? E il carabiniere risponde: Sa, ero qui con un nuovo collega forestale, e allora , approfittando della sua competenza gli ho chiesto: che alberi sono questi? E lui mi ha detto: salici!

Per la cronaca 2: A proposito di piante. A chi maneggia quasi quotidianamente questioni tassonomiche, veder scritto il nome scientifico di una pianta con il nome di genere con l’iniziale minuscola (come quello della specie) fa venire i sgrisoi. Sgrisoi che si verificarono, appunto, quando comparve nella storia l’ape legnaiola (nome scientifico: Xylocopa violacea). In corsivo, ci mancherebbe (il che già di suo fa strano in un discorso diretto), ma con quella stramaledetta X minuscola! Del resto succede forse ancor più spesso che vengano indicati con iniziale maiuscola sia il genere che la specie. Via, giù, ci vuole pazienza. Ma a i sgrisoi non si sfugge!

Per la cronaca 3: Il detto popolarissimo La bellezza sta negli occhi di chi guarda ha dato lo spunto all’autore per il titolo di questo romanzo. Detto popolare? Grazie a una ricerca internettistica si scopre che questo concetto, più o meno alla lettera, è stato espresso da una moltitudine di dottissimi personaggi di varia estrazione e di lontanissime epoche. Per esempio: Shakespeare nel suo Love’s Labour’s Lost del 1588 (Pene d’amor perdute):

Beauty is bought by judgement of the eye

 


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