Pubblicato da: miclischi | 19 ottobre 2017

Due romanzi boschivi

L’edizione nei Delfini Bompiani, 1955

Nella biblioteca di Luciano Lischi c’erano parecchi romanzi di Ernst Wiechert. Difatti aveva sempre affermato di essere stato un lettore appassionato di questo scrittore tedesco. Fra i libri di questo autore, tutti o quasi nelle pregevoli vesti editoriali della collana I delfini della casa editrice Bompiani, spicca un titolo di argomento forestale: Boschi e uomini; un’adolescenza, nella traduzione di Federico Federici (il titolo originale era Walder und Menschen : Eine Jungend).

Questo scritto autobiografico comincia proprio dalle radici rurali e forestali, da un’infanzia vissuta in mezzo ai boschi, circondato da boscaioli e funzionari forestali. Insomma si comincia subito ad assaporare il tema preannunciato nel titolo. Sono proprio i primi capitoli del libro, quelli più appassionati e coinvolgenti. I capitoli consacrati alla famiglia, alla prima infanzia, al legame indissolubile con le fitte foreste che circondano la casa, con gli uccelli, gli acquitrini, insomma con la natura remota. Lontano dalle città e dai suoi clamori il piccolo protagonista di questa autobiografia sviluppa una intima sensazione di appartenenza a quel mondo boschivo che mai lo abbandonerà. Anche quando andrà in città a studiare, per poi dedicarsi alla poesia e alla letteratura e infine allontanarsi del tutto dalle sue origini.

Per me il bosco non ha confini. Sono a casa mia ovunque, da tutte le guardie forestali. Mi tengono in considerazione perché non vado girando pel bosco come una civetta cittadina, ma son uno di loro, un giovane del mestiere, sia pur con l’aureola dell’universitario.

Nel breve ed amaro epilogo, l’autore racconta del suo ritorno fugace alla casa paterna, all’età di oltre quarant’anni. L’unica consolazione, in quel mondo in cui quasi tutto è cambiato, la trova nella betulla che lui stesso aveva piantato da bambino con la zia Veronica.

Una scrittura quieta, intimista, precisa. Forse non è del tutto errato riconoscere in quel tratto stilistico l’ispirazione dei racconti familiari di Luciano Lischi, proprio quelli in cui parla dei suoi progenitori e della sua lontana giovinezza.

Il pluri-premiato romanzo di Reinhardt, uscito in Francia nel 2014.

Il caso volle che in una libreria belga fosse notato, proprio poco dopo aver scoperto il libro wiechertiano, un libro dal titolo curiosamente analogo: L’amour et les forêts del francese Éric Reinhardt (pubblicato in italiano da Salani con il titolo L’amore e le foreste).

Uno scrittore (lo scrittore) viene contattato da una sua appassionata lettrice. La incontra un paio di volte soltanto, ma lo incuriosisce questa persona remota eppure vicina, cerca di saperne di più sulla sua vita, sulla sua famiglia, sulle sue tragedie. A tratti la narrazione si sposta, mosaicamente, dalla parte della lettrice, con un brusco salto di stile (che si fa decisamente più fluido e piacevole). E qui si scopre il tema cardine del libro: la distanza abissale fra l’intimo sentire, il modo di vivere, le scelte e le azioni di una persona, e l’immagine che questa stessa persona lascia apparire all’esterno.

Ci sono davvero pochi boschi, in questo romanzo. Ma la precisa scelta narrativa (rivelata fin dal titolo) sta proprio nel collocare in ambiente boschivo i soli (pochi) momenti autentici, sinceri ed appassionati della vita di Bénédicte. Nel bosco vive la passione (o il simulacro della passione) della sua vita. In mezzo al bosco trova davvero se stessa, e può abbandonarsi a vivere una luminosissima emozione che però non riesce a sconfiggere le tenebre della sua vita fatta di abusi e di annullamento.

L’edizione italiana del romanzo di Reinhardt (Salani)

Una lettura dapprima faticosa, complice lo stile contorto nel quale si raggroviglia l’autore nel descrivere soprattutto se stesso, che si fa via via più fluida e piacevole, a tratti addirittura divertente, come nell’episodio in cui Bénédicte esplora per la prima volta – con grande ironia e autoironia –  un sito di incontri su Internet. Anche quando sopraggiunge la tragedia, la scrittura si solennizza ma rimane appassionante. Fino all’epilogo del ritorno al bosco (un auspicio? un sogno irrealizzato? una fantasia postuma?), in cui ogni parola è come sospesa, soppesata, delicatamente proposta al lettore. Proprio così, con cautela e imponderabilità, si parlano i due personaggi dell’ultimo dialogo. Parlano di sé, o delle querce, del proprio sentire, o delle tecniche di capitozzatura, del vischio e dei propri desideri. Rieccolo qui, il bosco, quasi proprio visto da una prospettiva selvicolturale, a chiudere mestamente e con delicatezza questo racconto bello e infelice.

 

Per la cronaca 1: pare che l’edizione italiana di Boschi e uomini non sia più disponibile.

Per la cronaca 2: c’è un Federico Federici, classe 1974, che fa anche lui il traduttore. Omonimissimo del traduttore di Wiechert.

 

 

 


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: