Pubblicato da: miclischi | 4 maggio 2017

Un’infanzia vissuta per strada in una metropoli africana

Vivere, sopravvivere.

Nell’ultima scena del film Baarìa di Giuseppe Tornatore un bambinetto si aggira stralunato per le strade della città in mezzo al traffico. Se capita di vedere questo film durante la lettura del libro Kid Moses di Mark R. Thornton, il potere evocativo è fortissimo.

Una nuova prospettiva dalla quale considerare la quotidianità della vita nell’Africa Subsahariana: quella di un bambino che vive per strada in una metropoli portuale: Dar Es Salaam in Tanzania. Si aggira per strade e mercati, Moses, alla ricerca di qualcosa da mangiare, di un’elemosina vicino alla moschea, di un po’ d’acqua o di frutta, di un tozzo di pane. Ma si aggira per le strade anche cercando di scansare le persone e le situazioni pericolose. Giacché la violenza, l’odio, la morte – ma anche semplicemente la sfortuna – sono sempre in agguato. Va a dormire dove capita, oppure nel ventre sfasciato del relitto di una nave al porto, inseme a tanti altri derelitti, recuperando così una parvenza di tepore umano, di senso della comunità. Pronto ad affrontare un altro giorno di espedienti.

Moses è un bambino di undici anni. Ma vive come un adulto, affronta i problemi degli adulti, vive le paure degli adulti. Ha imparato dalla strada, si è fatto una sua esperienza di vita che lo guida nella sopravvivenza fra le strade trafficate e affollate della città.

Ci sono anche due parentesi al di fuori del contesto urbano: una quando con un suo amico sale su un camion in cerca d’avventura e si ritrova in mezzo al nulla alle prese con un anziano e viscido Mzungu dalle intenzioni poco chiare.  Poi quando passerà alcuni giorni, sempre il mezzo al nulla, prima con il suo amico, della cui morte vivrà il dramma (così si apre il libro), poi con un cacciatore bianco – che gli salverà la vita – accompagnato da una guida indigena, e infine con un ristretto gruppo di nomadi che vive di niente e che gli ricorda il suo arrangiarsi in città.

Non incontra solo persone maligne o pericolose, Moses, ma anche delle persone buone che si ripropongono di aiutarlo. Dalla prostituta che con spirito materno lo ospita a casa sua per una notte, all’omino del banco delle verdure che gli offre un lavoretto al mercato, alla donna che prima gli dà un passaggio per rientrare in città e poi lo fa lavorare nel suo negozietto, al benefattore che lo induce a entrare nella sua scuola rurale per bambini senza famiglia, al cacciatore bianco che si sacrifica per salvargli la vita in uno scontro drammatico con una banda di bracconieri.

Pipistrelli nel cielo di Dar es Salaam

Ma a Moses  sta stretta qualsiasi situazione in cui non sia libero di muoversi come gli va e quando gli va. E’ troppo abituato alla vita del girovago per accettare regole e costrizioni, anche se dettate dal più nobile degli intenti. E così, ogni volta che si trova in una situazione di relativa calma e serenità, sente il bisogno di evadere per ritornare alla sua usuale indeterminatezza (che forse è invece una pazzesca forza di determinazione). Come succede anche nel finale che, naturalmente, rimane aperto.

Un libro di grande impatto, eppure narrato con lo spirito del cronista. In uno stile piano, senza pietismi, una storia come si potrebbero raccontare tante storie. Magari meno tristi o drammatiche. L’autore, spiega la quarta di copertina, ha lavorato per quindici anni come guida di safari in Tanzania (la recensione del New York Times rivelerà che è statunitense). Quindi conosce molto bene l’ambiente di cui parla, sia quello urbano che quello della natura sterminata. Eppure non si lascia mai prendere la mano dallo sfoggio del proprio sapere. Si focalizza totalmente su questo ragazzino che si accontenta solo di sopravvivere.

Una bella lettura e, davvero, una prospettiva inusuale – e centratissima, per raccontare la quotidianità di un bambino nel sud del mondo.

 

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