Pubblicato da: miclischi | 28 marzo 2017

La Didone di Vinci chiude la stagione operistica al Verdi: una goduria

La Didone abbandonata di Vinci: una bellissima ed entusiasmante sorpresa

Che goduria un’opera mai sentita, raramente rappresentata, praticamente introvabile anche su YouTube se non per qualche aria sparsa. Che goduria quella musica e che goduria quel libretto! Che goduria uno spettacolo in cui tutti ma proprio tutti i cantanti sono all’altezza, orchestra e direttore fanno un figurone, scene, regia, invenzioni sceniche, luci e costumi sono di altissimo livello, convincenti, insomma… si può chiedere di più?

Questa Didone abbandonata  con libretto di Pietro Metastasio musicato da Leonardo Vinci rimarrà nella memoria come la rappresentazione più entusiasmante di questa bella stagione lirica al Teatro Verdi di Pisa.

Libretto lungo e articolato, pieno di micro-episodi che prefigurano un lagnoso racconto, diventano invece una storia avvincente e appassionante, accompagnata da una musica strepitosa. I recitativi sono appassionanti, non certo da considerarsi come un riempitivo fra un’aria e l’altra, ma come un possente elemento del tessuto narrativo, sia dal punto di vista drammaturgico che musicale.

Firenze, gennaio 2017, teatro Goldoni. Un momento della prima della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci, diretta da Carlo Ipata con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Didone con Osmida, Iarba e Araspe. Foto di Simone Donati.

Ma poi i personaggi: in quest’opera sono tutti comprimari, e a tutti spettano parti di rilievo. I cantanti si calano in questo gioco dell’esser tutti importanti, e  tutti fanno un ottimo lavoro. Davvero non si ha memoria di uno spettacolo lirico in cui tutti i cantanti in scena lascino una impressione più che buona, se non ottima. Il pubblico alla fine abbraccerà tutti in una acclamazione collettiva, anche se gli entusiasmi più rumorosi sono stati rivolti dall’applausometro alla splendida Didone di Roberta Mameli e al superbo controtenore Raffaele Pé nei panni di Iarba, il re dei Mori. Ma è giusto ricordarli tutti: Enea (il cosiddetto fetente) interpretato dal tenore Carlo Allemano; la povera Selene, rea d’essere innamorata del fidanzato della sorella, con la soprano Gabriella Costa (della quale ci sono anche un paio di estratti video di quest’opera su Youtube, vedasi per esempio questo, che dà anche un idea della scena); Araspe, il paladino della correttezza ad ogni costo e il nemico degli abusi d’ufficio, splendidamente interpretato dal mezzosoprano Marta Pluda, efficacissima nel comunicare sia con la voce che con la mimica facciale le sue ambasce; e poi il voltagabbana Osmida con il contralto Giada Frasconi.

Firenze, gennaio 2017, teatro Goldoni. Un momento della prima della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci, diretta da Carlo Ipata con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Iarba con Arspe. Foto di Simone Donati.

Acclamatissimi dal pubblico anche il Maestro Carlo Ipata alla guida dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, con la regista Deda Cristina Colonna.

Ma insomma quest’opera? Enea lascia Didone perché così gli impongono gli Dèi e l’ombra del padre. O cosa fai lì a gingillarti con la bella regina vedova, o mòviti che c’hai da fondare Roma! Fra diecimila tentennamenti, alla fine Enea decide di salpare con la sua flotta e se ne va. Ma questo episodio, che viene molto succintamente raccontato nel libretto di Nahum Tate musicato da Henry Purcell (se ne ragionava tempo addietro qui, a proposito di uno splendido spettacolo nel quale fra l’altro c’era anche Roberta Mameli a interpretare Belinda), nel libretto di Metastasio si sviluppa lungamente in molti sotto-episodi che danno agio alla caratterizzazione di tutti i personaggi. Musica e poesia vanno avanti di pari passo in splendida armonia e chi era scettico all’idea della potenziale pallosità di uno spettacolo di opera barocca di tre ore alla fine si è di sicuro ricreduto.

In particolare, al di là della godibilità della musica durante tutta l’opera, la progressiva disperata mestizia di Didone è stata superbamente resa da Roberta Mameli. E una particolarità scenica graditissima è stata l’applicazione di giochi d’ombre in diretta sul palco, su teli e sfondi montati e smontati all’uopo dai tre incaricati nerovestiti. Abène!

Firenze, gennaio 2017, teatro Goldoni. Un momento della prima della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci, diretta da Carlo Ipata con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Didone con i giochi d’ombra. Foto di Simone Donati.

Per la cronaca: Il godibilissimo libretto di Pietro Metastasio contiene alcune perle (come Didone che definisce Enea de’ sudori miei l’ornamento più grande, oppure che polemica lo riprende sulle sue smanie di partenza imposte dagli dèi: Veramente non hanno altra cura gli dèi che il tuo destino). Ma il libretto contiene anche delle bizzarrie botaniche e zoologiche. O che c’incastra che un re de’ mori in Tunisia, per celebrare la propria incrollabile solidità, scelga come simbolo la quercia antica su la pendice alpina? Querce sulle Alpi? Alpi in nordafrica? E sempre Iarba, quando evoca l’incontro del leone nella natìa contrada con l’orrida tigre? Ora, la contrada natìa del leone è l’Africa, mentre la tigre è eminentemente asiatica… Meno male che, essendo lui stesso un poeta Mediterraneo, non ha menzionato a sproposito le maree come fece Nahum nel suo libretto…

Firenze, gennaio 2017, teatro Goldoni. Un momento della prima della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci, diretta da Carlo Ipata con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Didone con Enea. Foto di Simone Donati.

 

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