Pubblicato da: miclischi | 24 marzo 2017

Grande serata al Parco della Musica con Ton Koopman che dirige il Messiah : sorrisi e strette di mano

Il Messiah secondo Koopman: una splendida serata

Entra in sala al seguito dei quattro solisti, diffondendo intorno i suoi famosi sorrisi traboccanti di gioiosa gratitudine. La sala grande – Santa Cecilia – lo accoglie con una ovazione, e lui si arrampica sul podio e continua a sorridere. Ma prima di cominciare dà la consueta stretta di mano al primo violino.

Poi Ton Koopman inizia a dirigere questo Messiah di Haendel, calandosi nella grandiosità della musica e distribuendo gesti e ammiccamenti in qua e in là per i ranghi (ridotti all’occorrenza) dell’orchestra dell’Accademia. Ci sono le quattro sezioni degli archi (i violini sono supportati da un oboe e un corno inglese; i violoncelli e i contrabbassi possono contare sulla complicità di un fagotto); poi una organista, e basta. Più tardi si udrà il suono della tromba che entra di fianco al proscenio senza mostrarsi, ma poi dopo l’intervallo si accomodano sul palco anche due trombe e il timpanista.

Abène. L’introduzione strumentale dà già un assaggio dell’intensità dell’esecuzione. Ma il primo soprassalto di vera gioia arriva con l’ingresso del tenore Tilman Lichdi (Comfort ye…). Una voce splendida accompagnata da grande espressività. Non stupisce leggere sul programma di sala che costui ha una grande esperienza come evangelista nelle passioni bachiane.

L’attacco del tenore

Si continua con queste gioiose alternanze di arie, cori, parti strumentali (il coro dell’Accademia fa la sua bella figura, specie nelle parti cui le quattro sezioni si alternano e si rincorrono) , ed appare fin da subito una caratteristica importante di questa esecuzione: Kooopman va via veloce, senza fronzoli, a dire il vero a un ritmo metronomico abbastanza scioccante se paragonato, ad esempio, a quello della versione di Harnoncourt del 1982 (e anche quella di Somary del 1970 cui si accenna qui sotto). Si sente particolarmente nel coro For unto us a child is born, questo ritmo incalzante, quando non c’è tempo di fermarsi in modo enfatico sulle parole Wonderful!… Counselor!... E il coro assume un altro sapore, meno solenne  e più festoso.

Coro festoso

Poco a poco comincia a farsi strada nell’ascoltatore incantato un’idea sul cammino proposto da questo straordinario direttore barocchista olandese: via la pompa, via la solennità, che rimanga un’asciutta e fresca gioia del far musica. Non si sofferma su  rallentati fatali, ma privilegia invece le brillanti alternanze di forte e piano o viceversa, facendosi intendere ora da questa ora da quella sezione degli archi o del coro con ampi gesti e – si immagina vedendolo di spalle – eloquentissimi sguardi.

Viene il momento del Basso, il veterano Klaus Mertens (il programma di sala specifica che è attivo da oltre quattro decenni…). Una voce splendida che si arrampica nelle difficoltà della partitura e che supplisce comme il faut, quando ce n’è necessità, con la sua grande esperienza a qualche piccolo deficit di possanza qua e là. Un’altra bella scoperta.

Viene il turno della prima aria di contralto, qui interpretato dal giovane controtenore Maarten Engeltjes . Non facile, per lui, affrontare questa parte, ma se la cava bene. Però il vero terremoto deve ancora arrivare. La soprano cubana Yetzabel Arias Fernandez affronta l’ardua prova dell’aria Rejoice… (preceduta dal recitativo There were shepherds) con una abilità quasi sfrontata. Ecco: ora che si sono sentite le doti dell’orchestra, del coro e dei quattro solisti, l’ascoltatore si rilassa sapendo che assisterà a una serata di grande qualità.

Splendida prova del soprano Yetzabel Arias Fernandez

E così è. Alla fine della prima parte il direttore si gode l’esultanza del pubblico e la condivide con i solisti, il coro e l’orchestra. Poi comincia il giro delle strette di mano: a tutti i musicisti in prima fila (violini primi e secondi, viole, violoncelli).

Si ricomincia dopo l’intervallo e si procede con grande gioia (e altre straordinarie prove di soprano, basso e tenore), passando per l’Hallelujah (il coro per cui il Messiah e lo stesso Haendel sono famosi), ci scappa anche un applauso da parte di qualche entusiasta nel pubblico subito zittito (e Koopman, naturalmente, ci fa su un bel sorriso). Particolarmente intensa l’aria del basso The trumpet shall sound, nella quale interviene – appunto –  con grande perizia la tromba di Andrea Lucchi.

Il brano più atteso dal pubblico

Si naviga in questa bella serata musicale fino al coro finale impeccabilmente eseguito dai coristi dell’Accademia, per approdare infine sull’Amen liberatorio. Tripudio. Quel tripudio che Koopman spiega bene nell’intervista di Luca Pellegrini inclusa nel programma di sala. A differenza di Bach, Haendel trasmette soprattutto gioia, dice il Maestro olandese, e all’uscita dopo un Messiah il pubblico sorride. Detto da lui, un professionista del sorriso… Alla fine, non contento della prima fila, Koopman va a stringere la mano anche più indietro, ai contrabbassi, ai legni e alle due trombe.

L’autografo barocco di Ton Koopman

Si sofferma all’uscita del palco, il Maestro, per fare due chiacchiere nel suo splendido italiano incerto con chi gli si avvicina per congratularsi. Ci scappano anche una stretta di mano (morbidissima) e un autografo. Ton Koopman impugna la penna e si produce in un poderoso scarabocchio. Poi dice: il prossimo lo faccio un po’ meno barocco. Peccato che non c’è stato un secondo autografo: la penna biro si era clamorosamente schiantata durante la produzione del primo. Pazienza. Dice Koopman che verrà a Pisa (bella città) per i concerti per due, tre e quattro clavicembali. Già non si vede l’ora.

Per la cronaca 1: Questo concerto era la prima delle tre rappresentazioni in programma nella stagione dell’Accademia di Santa Cecilia (23-24-25 Marzo). Sul sito dell’Accademia si può vedere un interessantissimo video di cinque minuti in cui il Maestro Koopman illustra (in italiano) il Messiah.

Dalla copertina del vinile del 1970

Per la cronaca 2: I primi ascolti del Messiah furono fatti su una selezione (in vinile, ci mancherebbe, s’era verso l’inizio degli anni settanta…) regalata dallo Zio Carlo. Era una scelta di alcuni brani dalla versione eseguita dalla English Chamber Orchestra diretta da Johannes Somary e dalla Corale Amor Artis sotto la guida di John McCarthy (registrazione del 1970). Se non lo scancellano, qui c’è questo Messiah tutto intero. Poi arrivò la versione integrale di Karl Richter con la London Philharmonic Orchestra, quella con il crocifisso di Dalì sulla copertina (era il 1973).

Per la cronaca 3: Un neo nella magnifica serata nella Sala Santa Cecilia. A differenza di quanto succede per esempio al Teatro Verdi di Pisa, l’annuncio prima dell’inizio dello spettacolo si limita a segnalare la necessità di spengere i telefoni cellulari. Così c’è qualcuno che per essere sicuro che non suoni, abbassa il volume e via. Ma al Parco della Musica non viene segnalato, con la dovuta fermezza, che la luminosità degli schermi di telefoni e tablet risulta parecchio fastidiosa per gli altri. E così è successo che l’ipnotica suggestione causata dalla musica di Haendel fosse turbata, interrotta violentata, dall’imprescindibile necessità che qualcuno in platea sentiva di smessaggiare, o controllare l’ora, o chissà che altro che saranno anche  fatti suoi ma che se ne faceva anche volentieri a meno, accidentalloro…

Le astronavi Mondochiwan al Parco della Musica

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