Pubblicato da: miclischi | 15 marzo 2017

Ducati: una mini-Leica da sogno

Una macchinetta veramente minima

Con un po’ di fortuna può capitare di trovarsi fra le mani questo piccolo ma pesante gioiello fotografico: la Ducati Sogno, Sì, proprio la Ducati quella delle moto, dei Monster. Una specie di Leica in miniatura con ottime ottiche della Galileo di Firenze e un sacco di accorgimenti tecnici che, al di là delle dimensioni minuscole, la colloca a buon diritto nell’Olimpo delle macchine fotografiche di alta gamma.

Tanto di alta gamma, si legge qui, che quando fu messa in produzione e in vendita, nel 1946, era un po’ cara, specie in quel momento storico, e il successo commerciale fu alquanto modesto. Era davvero troppo cara. Sul sito photocorner un articolo di Massimo Bertacchi stima che il costo di 80.000 (dal catalogo Ducati del 1947) corrisponderebbe, riportato a tempi più moderni, di circa tre milioni e mezzo di lire.

La Ducati con i suoi mini-rullini

Usa la pellicola 135, questa Ducati, ma le sue minuscole dimensioni non permettono di inserire un rullino tradizionale, per cui è necessario caricare (con apposita bobinatrice) un mini-rullino fatto apposta: se ne possono ricavare tre da un rullino classico da 36 pose. Il formato del fotogramma, manco a dirlo, è ridotto anche lui (mezzo formato rispetto al 24×36) e l’immagine che si vede nel mirino è – difatti – verticale.

I mini-rullini a confronto con un rullo normale e la bobinatrice.

L’ambaradàn per bobinare i mini-rullini utilizzando un comune rullo 135.

Come da tradizione Leica, ci sono due mirini: uno per inquadrare e uno per mettere a fuoco tramite telemetro a immagine sovrapposta. Ma il mirino per l’inquadratura contiene una particolarità: una lunetta rossa copre parte del campo inquadrato se ci si è dimenticati di trascinare la pellicola (e ricaricare l’otturatore). Anche la manopolina per mettere a fuoco è simile a quella delle Leica con il passo a vite, mentre la ghiera dei diaframmi è proprio sul frontale dell’obiettivo, con numeri piccolissimi (da 2.8 a 16) e difficile da manovrare (ergonomia scarsissima). I tempi di otturazione (da 1/20 a 1/500 + B) vengono regolati ruotando una rotellina – anche questa – in tutto e per tutto simile a quella delle Leica coeve.

Altri dati tecnici: l’obiettivo è un Vitor 35 mm estraibile (come nelle Leica!) con distanza minima di messa a fuoco a 80 cm. Ma, essendo ispirata alle Leica, naturalmente le ottiche sono intercambiabili (uno sguardo sulla rete rivelerà che sono praticamente introvabili, ma qui si trova una foto del corredo completo, davvero impressionante).

Volendo – e potendo – ci sono anche le ottiche intercambiabili!

Altre particolarità dell’uso pratico: il rullino si carica a destra e quindi si trascina a sinistra della macchina (al contrario di come succede nella maggior parte degli apparecchi 135). Poi: il pulsante di scatto si trova sul frontalino dell’apparecchio, e non va premuto dall’alto in basso bensì proprio dal davanti verso il corpo-macchina. Ci si fa presto la mano, così come a ruotare la macchina per fare scatti orizzontali invece del verticale di prammatica. C’è poi un contapose da azzerare dopo aver caricato la pellicola (un mini-rullino permette una quindicina di scatti) e addirittura anche una levetta per il correttore di diottrie nel mirino della messa a fuoco. Sul davanti, a fianco delle finestrelle dei mirini, si notano dei pippoli che servono per agganciare i correttori di focale da usare quando si cambia obiettivo. C’è poi anche un occhiellino per attaccare un laccetto, a meno che non si sia dei fortunati possessori di una custodia in cuoio (visibile nel corredo completo di cui sopra).  Per finire, le due ghiere (per il trascinamento e per il riavvolgimento) sono di ergonomia veramente minima, del resto è proprio minima tutta la macchinetta, quindi bisogna farsene una ragione.

Visione dall’alto.

Sì ma… e all’atto pratico? Allora, alle dimensioni ridotte ci si fa subito l’abitudine, anche grazie al peso notevole che bilancia in parte la scarsa volumetria. Il mirino è nitidissimo e altrettanto nitido è il telemetro. Lipperlì ci vuole un piccolo sforzo per ricordarsi dove si trova lo scatto, e anche per ricordarsi si avvolgere con la rotella di sinistra e non con quella di destra. Bisogna anche fare attenzione a tenere sotto controllo il contapose, perché se si forza troppo il trascinamento dopo l’ultimo scatto, c’è il rischio che la pellicola si sganci dal caricatore, e quindi bisognerà poi aprire la macchina in camera oscura.

Le prime prove con la Ducati. Per solidarietà con l’età della macchina, fu caricata una PAN F bobinata da Punto Reflex alla fine degli anni ’70 del ‘900.

Sì, ma le foto? Un momento, prima di vedere come sono venute le foto c’è da sviluppare il rullino. O meglio, gli spezzoni di rullino giacché ogni caricatore Ducati contiene una lunghezza di film pari a circa 1/3 di rullino da 36, quindi caricare sulla spirale due o tre spezzoni uno dietro all’altro, giuntandoli con un po’ di nastro (insomma come si fa di solito con due pellicole 120 caricate su una spirale singola). Ed ecco una pratica che si rivela quasi una necessità: usare una spirale AP (compatibile anche con le Tank Paterson, ma non con le Jobo), perché grazie alle alette che facilitano l’inserimento della pellicola diventano più facili anche le operazioni di giuntatura. Già, perché i rocchetti dei caricatori Ducati hanno l’asse molto sottile, e quindi il film risulta parecchio arzigogolato e difficile da maneggiare nel black bag.

Sì, ma le foto?!? Decisamente una splendida sorpresa. Nonostante il formato ridottissimo del fotogramma, i risultati sono più che soddisfacenti: un indizio delle qualità dell’ottica. Fu usata la pellicola Ilford PAN F esposta a 50 ASA proprio per ovviare al piccolo formato, ma probabilmente anche una 100 ASA va più che bene.

Casomai, come si può notare su questi scatti, è molto alto il rischio di danneggiare la pellicola durante le manipolazioni in camera oscura (decisamente meglio una stanza buia dell’angusta black bag), specialmente nelle operazioni di estrazione dei mini-caricatori e poi di giuntatura per montare più spezzoni sulla stessa spirale.

Ma, come si può vedere, è magari preferibile usare una pellicola moderna invece che una vecchia di quarant’anni! In entrambi i casi la pellicola è stata esposta a 50 ASA; sviluppata in ID11 in soluzione stock e scansionata con Epson Perfection V600 Photo.

Di nuovo una PAN F per le seconde prove, ma stavolta si tratta di una pellicola moderna!

Alla fine: davvero un gioiello. Un vero piacere fotografico, al di là di tutte le macchinosità supplementari che si aggiungono alla già arzigogolata pratica della fotografia argentica (e bobinare i mini-rotolini, e riavvolgerli indaginosamente, e caricare la spirale montando gli spezzoni uno dietro l’altro, e accapigliarsi con la pellicola che si arrotola caparbiamente, anche nel montarla nella slitta dello scanner…). Abène, che bello affrontare tutte queste prove per poi ottenere delle belle immagini. Grazie a questa piccola Ducati, che è davvero un piccolo sogno!

Anche in formato orizzontale!

Per la cronaca 1: Come ben spiegano i siti web segnalati qui sopra, la “Sogno” era il modello di punta della Ducati. Ne fu prodotto anche un modello più modesto, la “Simplex”, senza telemetro.

Per la cronaca 2: Per una mini-storia della divisione ottica della Ducati, si veda qui. Fra l’altro questo sito comprende anche alcune immagini del manuale d’istruzioni. A proposito del manuale d’uso: si legge qui che fu scritto nientepopodimenoché da Margherita Hack, ai tempi in cui collaborava appunto con la divisione ottica della Ducati. Questa pagina comprende anche delle belle immagini delle pagine del manuale.

Un primopiano per questa piccola grande macchina fotografica

Mamiya 67 RB

La Ducati fotografata con la Mamiya 67 RB

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