Pubblicato da: miclischi | 16 febbraio 2017

Il cappello di paglia di Nino Rota al Verdi di Pisa: che bel divertimento!

Un'opera spassosissima, questa di Nono Rota!

Un’opera spassosissima, questo Cappello di paglia di Firenze  di Nino Rota!

Una volta tanto, un’opera mai vista né sentita, tranne qualche ascolto frammentario e distratto su YouTube, tanto per farsi un’idea, e la lettura dell’arzigogolato libretto. Che uno, a leggerlo, si domanda ma come faranno i cantanti a cantare quelle lunghe parti narrative e descrittive che pare un racconto più che un libretto d’opera? Poi si va a teatro, si prende posto, si ammira la straordinaria giovinezza dei musicisti dell’Orchestra Giovanile Italiana (che giovanile è davvero), poi calano le luci, arriva il Direttore Francesco Pasqualetti e si comincia con Il cappello di Paglia di Firenze, opera di Nino Rota su libretto suo e della madre Ernesta Rinaldi, tratto dalla commedia di Eugène Labiche.

Durante l’Ouverture, che pare una reinterpretazione degli echi dell’opera buffa rossiniana, in scena si assiste a una ripresa in uno studio cinematografico francese all’inizio del ‘900, con tanto di paesaggio che scorre sullo sfondo a simulare una girata in calesse. Infatti il regista, Lorenzo Maria Mucci, spiega nelle note di sala che l’ispirazione la ha trovata proprio lì, nella versione cinematografica della commedia di Labiche (da cui è tratto il libretto dell’opera) realizzata da René Clair. E alcuni accessori di scena dello studio (un faro-prioiettore, una sedia da regista che fra l’altro sarà utilizzata anche da uno degli interpreti in disparte durante l’opera) rimangono lì in proscenio per tutta la rappresentazione.

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Ouverture: siamo in uno studio cinematografico (Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Poi si sgombera lo studio e comincia la baraonda dei personaggi, delle situazioni, dei paradossi, delle scene inverosimili e imbarazzanti, delle macchiette, dei caratteristi (fenomenale lo zio sordo!), in un susseguirsi instancabile e movimentatissimo che terrà tutti impegnati fino alla pausa fra il secondo e il terzo atto. Già, ma come si fa a creare una interruzione in questo flusso continuo di musica e di convulsi movimenti scenici? Bè, ricordiamoci che siamo in ambiente cinematografico. Alla fine del secondo atto compare sullo sfondo della scena un fotogramma che rimane bloccato nel proiettore e che quindi, fatalmente, si brucia e si scioglie in bolle nerastre. Una situazione che non capita praticamente più di vedere nei cinemi di oggi, dove fra l’altro domina la proiezione digitale e non più quella in pellicola. Una bella idea vintage per causare una interruzione forzata. Tanto per restare in tema, proprio alla fine dell’opera, sullo stesso schermo in fondo alla scena comparirà la scritta tremolante Fin in bianco-e-nero-seppia. Una meraviglia.

Sì, ma l’opera? Opera di impianto deboluccio, soprattutto per le parti vocali, che a dirla tutta non sono dei capolavori compositivi, si salva per la parte musicale propriamente detta, e viene valorizzata, in questa edizione pisana, proprio dalle scelte registiche. Se da un lato a volte viene da distrarsi dalla vicenda che si svolge sul palco per concentrarsi sull’orchestra, impegnata in un tour de force pazzesco in tutte le sezioni, per gustare le sfumature di una musica davvero godibilissima, anche la scena stessa non lascia molti spazi alla distrazione, proprio in virtù della prova attoriale più che buona da parte di tutti gli interpreti, insomma i cantanti, chiamati a far proprio anche gli attori. Un esempio fra tutti: la parte del protagonista, Fadinard, non è che vocalmente sia poi questo gran capolavoro, ed è stata interpretata, nella prima recita dell’11 febbraio dal tenore Claudio Zazzaro, dalla voce leggera, ma parecchio leggera. Eppure si è fatto amare dal pubblico, questo interprete, tanto da farsi osannare nell’applausometro finale, proprio in virtù delle sue eccezionali doti sceniche. Ha saltabeccato tutto il tempo in compagnia dei personaggi fra i più disparati, flirtando e fuggendo, rimediando a disastri e causandone di altri, con un’abilità davvero ammirevole.

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Primo atto: Federica Grumiro (Anaide), Rui Ma (Emilio) e Claudio Zazzaro (Fadinard). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Tra i personaggi, tutti fortemente caratterizzati, il pubblico ha particolarmente apprezzato i ruoli femminili, non tanto la moglie fedifraga, Anaide, interpretata nella prima recita da  Federica Grumiro, non perché non fosse brava, ma il personaggio nasce apposta per risultare un po’ antipatico; ma piuttosto la avvenente e dominatrice Baronessa di Champigny (il contralto Antonia Fino) e soprattutto la sposa Elena (soprano Maria Veronica Granatiero), che fra i personaggi femminili è quello che ha più possibilità di mettere in luce le proprie doti vocali.

Nei ruoli maschili, oltre al citato protagonista, anche il tremendo suocero interpretato dal baritono Veio Torcigliani ha conquistato il pubblico con le sue intemperanze e il reiterato tuono del suo Tutto a monte! E le gag irresistibili del cornuto Beaupertuis (il baritono Alessandro Biagiotti) il quale, oltre a cantare, e anche bene, si trova alle prese prima con il pediluvio, poi con le scarpe strette e in altre gustose scenette che hanno fatto scoppiare delle vere e proprie risate fragorose fra il pubblico. Lo zio Vézinet sordo e rincoglionito, che alla fine fornirà inconsapevolmente la soluzione al rompicapo intorno al quale ha ruotato tutta la storia, ha pure lui più che ben figurato (il tenore Nicola Vocaturo).

Nellìatelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Nell’atelier della modista. in primo piano Claudio Zazzaro (Fadinard) e Federica Livi (la Modista). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una farsa musicale – insomma un’opera buffa – che è stata messa in scena proprio bene, con indovinatissime scelte registiche, scene convincenti (di Emanuele Sinisi), giovani e bravi interpreti sul palco e nella buca dell’orchestra. La preponderanza della componente narrativa e l’avvincenza delle assurdità fantastiche della vicenda sbilanciano un po’ questo lavoro che sembra quasi una commedia con musica piuttosto che un’opera. Nel senso che sembra quasi di sentir poco la musica perché il susseguirsi dei fatti e fattarelli che si dipana in scena focalizza l’attenzione. Ma alla fine, che importa? Se si esce dal teatro allegri e contenti non c’è proprio di che lamentarsi!

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