Pubblicato da: miclischi | 24 novembre 2016

Un trittico inusuale al Teatro Verdi di Pisa

Un bel Trittico, ma soprattutto una bella Sancta Susanna.

Un bel Trittico, ma soprattutto una bella Sancta Susanna.

Rieccoci all’opera, rieccoci al Teatro Verdi. In programma non c’è il trittico bensì un trittico. Tre atti unici da rappresentare uno dopo l’altro nella stessa serata. Un notevole sforzo logistico-organizzativo per tutti i lavoratori dello spettacolo coinvolti. Alcuni cantanti hanno addirittura interpretato tutte e tre le opere una dietro l’altra!

Ci sono 2/3 del Trittico di Puccini mentre l’ultimo terzo, in verità rappresentato per primo, è davvero lontano, culturalmente e musicalmente, dall’approccio pucciniano. A introdurre Suor Angelica , cui seguirà il Gianni Schicchi, c’è difatti un’opera breve, brevissima, di Paul Hindemit: la Sancta Susanna.

La presentazione di questo trittico, una settimana prima della rappresentazione, fa venire l’acquolina in bocca, non tanto per i 2/3 pucciniani, ma per quest’opera sconosciuta e oscura, sulla quale vien voglia di indagare. Viene in aiuto, come sempre, il sito dell’Orchestra Virtuale del Flaminio, dove di trova anche il libretto con testo a fronte. E poi c’è anche l’audio dell’intera opera (dopo tutto dura soltanto 25 minuti) su YouTube.

Opera scandalosa, la passione carnale portata in un convento di sòre, l’espressionismo del poeta librettista (August Stramm) e l’espressionismo dell’anZioso musicista: insomma ci sono degli ingredienti gustosi e l’aspettativa è alta. E non viene delusa.

Sancta Susanna: scena scarna ma intensa. Foto di Massimo D'Amato, Firenze

Sancta Susanna: scena scarna ma intensa. Foto di Massimo D’Amato, Firenze

S’apre il sipario su una scena con pareti disadorne ma con un tempietto al centro. Si tende un po’ a distrarsi da quel che si dipana sulla scena dalle voci,  perché l’atmosfera è totalmente dominata dalla musica. Una musica spessa, densa, avvolgente, ammiccante, piena di suoni e di suggestioni, delicata eppure insistente, insomma ipnotica, con vibrazioni delicatissime di flauti e scossoni di ottoni e archi all’insegna di una parola d’ordine irrinunciabile: intensità. E lOrchestra Arché, che già parecchie altre volte avevamo apprezzato al Teatro Verdi per le sue interpretazioni molto attente, ha contribuito di sicuro a questo bel risultato sotto la guida del maestro Daniele Agiman. Sulla scena le due sòre si parlano e si angustiano, poi vengono gli odori di lillà dal giardino (le pareti laterali si aprono e fanno proprio entrare in scena le fronde degli alberi), ci sono gli amanti uditi amoreggiare in giardino che poi compaiono anche brevemente in scena; poi lo strazio e l’angoscia (occosafà, si spoglia?) e infine la tragedia… E’ un’opera brevissimissima, eppure piena di contenuti e di stimoli. Davvero una bella scoperta, e una bella e convincente rappresentazione grazie anche alle due interpreti principali: Elisabetta Farris (Susanna – s’era vista l’anno scorso nel Convitato di pietra di Tritto) e Sumie Fukuhara (Klementia). Con quel finale inusitato, poi, che dopo l’ennesimo Satana! delle sòre bigotte svanisce quasi nel nulla… tanto che il pubblico ha esitato un po’ prima di applaudire. Insomma, bella idea, quella di portare a Pisa quest’opera poco comune nei repertori dei nostri teatri. Proprio una bella idea.

Intervallo. Poi si riapre il sipario sulla scena nuovamente conventuale di Suor Angelica. Lo spettatore deve resiste alla tentazione di appoggiare la mano al braccio del vicino e dirgli: Sòra!. Perché infatti di sòre qui ce n’è a josa. Il palcoscenico è un bel prato fiorito e i due alberi di cui sopra stavolta sono proprio in scena. Del resto la protagonista è un’esperta di piante officinali, e quindi erbe e fiori sono la sua materia. Grande agitazione delle sorelle nella scena, cicaleggi, schiamazzi, insomma par d’essere più a una gita scolastica che in un convento. Ma a questa apparente gioiosità fa da contraltare il dramma interiore di Angelica. Drammone che si esplicita vieppiù all’arrivo della gelida zia, e poi con l’annuncio della morte del bambino, e via via fino al nero più nero dell’angoscia e della morte. Vai, ecco un’altra opera pucciniana che paie fatta apposta per far lagrimare le nonne e non solo. Però, se si trascura un po’ la vicenda amaramente sciropposa, si ascolta della musica di una modernità sconcertante. E forse l’accostamento a Hindemit, a prescindere dall’ambiente suoristico, non è poi così paradossale. Ancora le due interpreti principali dell’opera precedente, che ci hanno fatto la loro figura, con un plauso in particolare all’insopportabile supponenza indifferente della zia principessa nella quale si è totalmente calata Sumie Fukuhara.

Un bel prato fiorino sulla scena di Suor Angelica. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Un bel prato fiorito sulla scena di Suor Angelica. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Per finire: il Gianni Schicchi. Oh, seddiovole ci siamo liberati dei conventi e delle sòre e ci siamo spostati nella camera da letto di Buoso Donati affollata di parenti serpenti. La scena è molto movimentata, la piccola folla di personaggi toscani si rincorre in battute e motti di spirito più o meno macabri, insomma finalmente ci si diverte e ci scappa anche qualche risata. Poi arriva lui, il folletto benigno/maligno Gianni Schicchi (interpretato da un Sergio Bologna totalmente calato nel personaggio e vestito in modo incomparabile) e si continua con le arguzie, i trucchi, le malignità e le gioie. Paie un film di Totò, anche se siamo a Firenze invece che a Napoli. Qui non ci volevano né tuonanza né cavernosa cattiveria, quindi tutto è andato benissimo e l’applausometro finale lo ha giustamente premiato come l’interprete più convincente. E la canonica coppia di amanti tenore/soprano? Anche se l’unica vera romanza dell’opera (O mio babbino caro) ha strappato un meritato applauso a scena aperta per celebrare l’interpretazione di Lauretta (Giulia De Blasis, già apprezzatissima l’anno scorso nel Convitato di pietra di Pacini), la coppia (lui era Andrea Giovannini nei panni di Rinuccio) non si è messa in luce più di tanto. La grande folla di cantanti in scena, se pure con  i prevedibili alti e bassi, ha figurato più che bene e ha contribuito alla godibilità di questa rappresentazione.

Una bella folla di parenti serpenti orchestrati da Gianni Schicchi. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Una bella folla di parenti serpenti orchestrati da Gianni Schicchi. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Insomma: una bella serata gradita soprattutto per l’offerta hindemitiana. Ma da notare anche le belle scelte di regista e scenografo (Lorenzo Maria MucciEmanuele Sinisi) i quali sono riusciti a realizzare tre spettacoli pienamente godibili e certamente riusciti, nonostante le note esigenze di ridurre all’osso gli arredi e i meccanismi scenici. Un plauso anche alle luci di Michele Della Mea, che sono riuscite in particolare nel difficile compito di coniugarsi con le finezze della musica di Hindemit e sottolinearne l’intensità.

L’applausometro finale, è giusto dirlo, ha meritatamente premiato soprattutto l’Orchestra Arché e il direttore Daniele Agiman, responsabili di tre interpretazioni molto intense e convincenti in tutti i settori.

Per la cronaca 1: il cartellone completo, con tutti i numerosissimi interpreti, si trova qui.

Per la cronaca 2: Sul canale video della pagina Facebook del Teatro si trova la presentazione di questo trittico da parte del Direttore Artistico, Marcello Lippi, oltre ad altri interessanti videi, fra i quali una interessante intervista alla Presidente della Cooperativa orchestra Arché.

 

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