Pubblicato da: miclischi | 7 ottobre 2016

C’è poco Shostakovich in questo libro.

Uscito nel 2016

Uscito nel 2016

Un altro libro su Shostakovich, perché no? Fa sempre piacere andare a sondare quell’universo distante e profondo, tormentato e quasi impenetrabile; magari c’è qualcosa da scoprire o da imparare su questo straordinario compositore del ‘900 e sulla sua musica.

E invece no. Il libro di Julian Barnes uscito quest’anno (e subito tradotto in italiano) dedica tutto sommato poco spazio al compositore, e pochissimo alla sua musica. The Noise of Time (pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo Il rumore del tempo) ha un altro scopo: quello di ricordare ai suoi lettori, casomai ce ne fosse bisogno, che merdaccia fosse Stalin e che vita grama (ammesso che non fossero proprio fatte fuori) dovessero vivere tante persone sotto il suo regime. Magari tante brave persone, addirittura artisti o musicisti che mai si erano interessati di politica.

Ma non si tratta mica di un’inchiesta o di un trattatello, ci mancherebbe. Infatti, fa bella mostra di sé, sotto al titolo, il sottotitolo A novel (Romanzo). Allora, cerchiamo di capire un po’: visto il tema trito e ritrito che forse non aveva neanche bisogno di essere rispolverato a settanta o più anni di distanza (per lo meno Vassili Grossman ebbe il coraggio di farlo – e di pagarne le conseguenze – quasi in diretta nel suo Vita e destino), il lettore si aspetta allora una bella prova di tecnica narrativa, una scrittura che inchioda alle pagine e trasuda ingegno linguistico, intelligenza, talento.

Macché. Tolte le poche pagine del prologo e dell’epilogo, stampate in corsivo ed effettivamente molto coinvolgenti nel loro breve ma possente tessuto narrativo, l’attributo di romanzo non pare molto idoneo per questo libro. Qualche goffo tentativo di scrittura paragrafica, la smania quasi ossessiva di ripetere più e più volte lo stesso modo di dire o la stessa citazione… Insomma, ma che roba è?

L'edizione italiana

L’edizione italiana

Il lettore cerca di farsi strada fra le nefandezze dittatoriali per trovare qualcosa di interessante da leggere. Con difficoltà, ma qualcosa trova. Come per esempio l’informazione che l’annotazione alla quinta Sinfonia (risposta alle giuste critiche) non era dell’autore, bensì di un giornalista che ne recensì la prima esecuzione a Leningrado nel 1937 (e Shostakovich non smentì mai quanti pretesero che fosse stato proprio lui a cospargersi il capo di cenere dopo l’articolo della Pravda intitolato Caos invece che musica). Oppure l’ammirazione totale di Shostakovich per Stravinski, o il disprezzo per Toscanini, crudelmente autoritario con i musicisti della sua orchestra, approssimativo e sbrigativo con le partiture. Eppure – ma questo Barnes non lo dice –  fu proprio Toscanini a dirigere per la prima volta in Occidente la settima Sinfonia, la cui partitura era stata fatta arrivare negli Stati Uniti come microfilm – giacché, invece, Toscanini proprio lo ammirava parecchio, Shostakovich.

Sono numerosissime anche le osservazioni di Barnes sulla precaria salute (fisica e psichica) del compositore, sui suoi aneliti al suicidio, insomma sul suo tormento. It was life he was afraid of, not death. Del resto, la sua musica parla per lui (ma di musica Barnes parla pochissimo).

Insomma, via, si può dire? Una delusione. Per fortuna, in un inaspettato guizzo di umiltà, nella Nota dell’autore Barnes cita le sue fonti, la principale delle quali – accanto al celebre Testimonianza – è il libro di Elizabeth Wilson dal titolo Shostakovich: A Life Remembered. E nel ringraziare questa autrice conclude: Ma questo è il mio libro, non il suo, e se il mio non vi è piaciuto, allora andare a leggere il suo. Di sicuro un consiglio da seguire!

Da approfondire

Da approfondire

Per la cronaca 1: l’edizione inglese è già uscita in varie versioni. Su Amazon.it si possono trovare le varie edizioni (qui). L’edizione italiana è stata pubblicata da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso. Qui c’è la pagina del sito web Einaudi dedicata al libro (200 pagine 18,50 €).

Per la cronaca 2: Di Shostakovich si era già parlato in passato. Qui su una nuova edizione dei suoi 24 preludi e fuga, e qui nel recensire il romanzo di Sarah Quigley interamente dedicato alla composizione della settima Sinfonia durante l’assedio di Leningrado.

Per la cronaca 3: Il titolo. Ci sono due punti del libro in cui questa annotazione fa la sua comparsa. La prima nell’ambito del racconto di un esame al conservatorio, nella cui aula campeggiava la citazione di V. I. Lenin L’arte appartiene al popolo. Nell’argomentare sul tema dell’appartenenza dell’arte, Barnes propone una frase-chiave ad effettone: Art is the whisper of history, heard above the noise of time. Più narrativamente appropriata, delicata nel contesto e – soprattutto – meno pesantemente ammantata della propaganda antisovietica che imperversa in tutto il libro, una frase del citato Epilogo fa ricomparire le parole del titolo: And yet a triad put together by three not very clean vodka glasses and their contents was a sound that rang clear of the noise of time, and would outlive everyone and everything.

 

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