Pubblicato da: miclischi | 15 agosto 2016

Estate 2016, vacanza in Francia, tre tappe fotografiche

Nuova grafica!

Nuova grafica!

Arles e i suoi incontri (Les rencontres de la photographie). E’ sempre una tappa obbligata. Sarà che era dall’edizione 2013 che non si ripassava da Arles, sarà che è cambiata la grafica del logo, sarà che i lavori in corso alle officine ferroviarie ne stanno snaturando l’atmosfera, sarà forse che le mostre fotografiche sono di meno, o meno impegnative, visto che in due giorni le si sono viste tutte. Fatto sta che l’impressione generale è che questa edizione 2016 sia risultata un po’ sottotono rispetto alle gloriose edizioni visitate negli anni scorsi.

Nel ripescare fra le note di viaggio e fra i ricordi della visita di quest’anno, emergono alcuni elementi dominanti. Prima di tutto sono ridotte all’osso le retrospettive dei fotografi storici e classici, poi si fa strada sgomitando, anche fra i fotografi, l’uso del video, tanto che alcune esposizioni ero più di video che di foto. Poi la progettualità fine a se stessa: in alcuni casi sono stati presentati lavori di fotografi nei quali sembrava prevalere l’intento programmatico sul risultato fotografico. Una delusione? Non proprio, ma se nel ricordo della visita rimane come impressione più emozionante e persistente la straordinaria video-installazione di William Kentridge (More Sweetly Play the Dance), qualche dubbio su come sia cambiata l’impostazione di fondo della manifestazione viene da porselo.

La lunghissima processione sudafricana di William Kentridge

Nell’ampia sala con rare seggiole, la lunghissima processione di William Kentridge si rincorre su otto schermi enormi per rappresentare le tante anime del Sudafrica.

Ma, tornando alla fotografia, ecco gli elementi che sono sembrati più intensi, o significativi, o che insomma sono rimasti impressi nella memoria. Le foto di Don McCullin nella cornice splendida della chiesa di Sant’Anna sono fra quelle che rimangono come ricordo potente. Classiche, bianco-e-nero, ma soprattutto molto efficaci. Un’altra mostra notevole, a due passi dalla precedente, è quella di Bernard Plossu, paesaggi e scene del west statunitense risalenti agli anni ’60 e stampate a colori con il processo Fresson (uno stimolo all’approfondimento tecnico, oltre al piacere di queste foto tutte scattate con la Nikkormat e il 50mm). Volutametne dissacrante, divertente, fuori dagli schemi, la collettiva Parfaites imperfections, di fronte a Sant’Anna, anche qui con contributi video, e con un uso creativo della fotografia. E’ stato molto ben costruito e presentato anche il progetto di Stéphanie Solinas, un misto di foto, video e documenti d’epoca su un grande edificio industriale abbandonato (Lustucru). Viene da pensare come sarebbe stato ganzo fare un lavoro del genere sulla Fiat di Marina prima che fosse demolita. La mostra di foto di Pablo Ernesto Piovano documenta in modo drammatico gli effetti devastanti dell’uso dei nebulizzatori per spruzzare diserbanti nelle remote campagne argentine. Agghiacciante. Le foto di Sid Grossman – il sovversivo – documentano il disagio sociale e i mutamenti della società americana. Belle stampe, ottimo allestimento. Un altro classicone molto gradito: le foto di strada di Gary Winogrand.

Dai balconi arlesiani

Dai balconi arlesiani

Questi sono alcuni degli elementi di spicco di questa Arles 2016, ma certo permane il ricordo delle presenti edizioni nelle quali si aveva l’impressione che ci fosse molta più ciccia. Resta la bellezza della città, restano i luoghi straordinari delle esposizioni (anche se i padiglioni rinnovati delle officine ferroviarie risultano un po’ anonimizzati, per di più in alcuni casi anche climatizzati assurdamente a temperature artiche…), resta l’accogliente Camping City con le sue bici a nolo, resta l’Hotellerie des Arènes con le sue straordinarie arselle all’aiolì! Ma certo che si continuerà ad andare a Arles, anche perché ogni edizione riserva qualche sorpresa. Si vedrà la prossima!

All'interno dell'edificio circolare dello Chateau d'eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

All’interno dell’edificio circolare dello Chateau d’eau di Tolosa: un ambiente molto suggestivo.

Un po’ più a nord, salendo verso la Bretagna, sosta a Tolosa (Toulouse). Qui non c’era un intento fotografico, ma fu scoperto per caso lo Chateau d’eau (serbatoio d’acqua), antico edificio sul fiume, accanto al Pont Neuf, che nel 1974 divenne un luogo espositivo esclusivamente dedicato alla fotografia. Come ricorda una lapide, questo è, un po’ sorprendentemente, il primo luogo del genere istituito in Francia. Luogo piacevolissimo e molto adatto a mostre fotografiche, ospita nell’estate 2016 alcuni lavori progettuali del fotografo francese Benoît Luisière. Alcuni interessanti (come quello nel quale si fa fotografare nei panni e nelle funzioni dei suoi vicini di casa), ma alla fine un po’ troppo ossessivamente autoreferenziale (il principale soggetto delle foto è lui stesso).  Nell’adiacente centro documentale sulla fototgrafia, una straordinaria mostra di Helen Levitt, sui quartieri poveri di New York negli anni ’40 e ’50 e soprattutto sui suoi bambini. Degli scatti veramente potenti. Una bella scoperta, questo Chateau d’eau, da tenere sotto osservazione, fra l’altro in una città stupenda che merita senz’altro una visita.

Tredicesima edizione!

Tredicesima edizione!

Si sale più a nord, nella fredda e ventosa Bretagna. Eppure proprio qui si svolge ogni anno una rassegna fotografica che ha dello straordinario: quasi tutte le esposizioni sono all’aperto! Sarà stata la fortuna di trovare una bella giornata di sole splendente, ma la visita al Festival Photo di La Gacilly (questa era la tredicesima edizione), è stata straordinariamente piacevole.

Grazie ai numerosi sponsor pubblici e privati il Festival è gratuito, e liberamente fruibile nei parchi e nelle viuzze del minuscolo paesino bretone. E così si trovano grandi riproduzioni (stampate e installate su supporti evidentemente atti a resistere alle intemperie) accanto alle botteghe del panaio o del gelataio, ma anche di artisti e artigiani, oppure in giardini ed orti, o in un ex-garage senza soffitto. Un allestimento intelligentissimo che permette anche di seguire un percorso pedonale per vedere tutto il festival seguendo un sentiero segnato che si dipana fra le 12 mostre allestite nel borgo di campagna. Tanto di cappello a chi ha ideato e realizzato questo evento.

Davanti a un collage di Sohei Nishino

Davanti a una mappa-collage di Sohei Nishino

E le foto? I temi principali di quest’anno erano erano tre: il Giappone,  gli Oceani e le sfide ambientali. I giapponesi: un po’ di tutto, dalle foto d’archivio dell’800, ai classici degli anni ’50, ai fotografi moderni e sperimentali. Fra le mostre che hanno colpito di più, quella di Shoji Ueda, che ha usato per anni come sfondo delle sue foto “da studio” le dune della spiaggia accanto a casa. C’è poi Takeyoshi Tanuma, fotografo di strada che ha documentato i mutamenti del comportamento sociale (e dell’abbigliamento) dei giapponesi dopo il 1945. L’evento tragico di Fukushima ha dato origine alle serie di scatti di Kazuma Obara e ai dagherrotipi impressionati su lastre d’argento di Takashi Arai. In entrambi i casi: immagini di grande potenza. Per finire con il Giappone, ci sono i mega-collage di Sohei Nishino. Questo fotografo se ne va in giro per le città scattando migliaia di foto, per poi ricostruire una mappa immaginaria (ma fedele ai luoghi) costituita da innumerevoli piccole foto attaccate l’una all’altra.

Nell'edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all'aperto.

Nell’edizione 2016 solo una delle 12 mostre non era all’aperto.

Gli oceani, gli scempi ambientali sul mare, la pesca-pirata, la documentazione storica. In questa sezione le foto più impattanti sono forse quelle di Pierre Gleizes che documentano la pesca di rapina operata da pescherecci enormi, spesso privi delle necessarie autorizzazioni, e per lo più lungo le coste dei paesi più poveri dell’Africa. Ci sono poi le immagini quasi pittoriche fatte dall’alto da Daniel Beltrà sullo sversamento di petrolio nel Golfo del Messico. E poi il cimitero delle petroliere in Bangladesh (foto della fotografa giapponese Shiho Fukada – doppio tema!). Per finire, le foto scattate da Anita Conti negli anni ’30 e ’40 sui pescherecci atlantici: una documentazione accuratissima della vita di bordo (e dei disagi della vita di bordo) con immagini efficacissime.

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Gli scatti straordinari di Anita Conti installati nel vecchio garage scoperchiato

Insomma, tre tappe fotografiche in questa vacanza francese.  Pur operando i dovuti correttivi per stazza, importanza mediatica, numero di eventi e di mostre eccetera, la sorpresa più gradita è stata senza dubbio il Festival di La Gacilly. Complessivamente più che soddisfacente, sia per gli allestimenti che (soprattutto) per la qualità delle immagini selezionate (sul sito del festival si può vedere una selezione). Un po’ fuori mano, è vero, ma con i voli che sempre più frequentemente collegano Nantes al resto del mondo… si può fare. A la prochaine!

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: