Pubblicato da: miclischi | 10 aprile 2016

L’Elia di Mendelssohn diretto da Daniele Gatti a Firenze: una splendida serata.

Danele Gatti dirige l'Elia a Firenze

Danele Gatti dirige l’Elia a Firenze

Felix Mendelssohn Bartholdy è uno di quei musicisti che ebbe vita breve e pur prolifica. Uno di quei musicisti che, forse consapevoli nell’intimo che sarebbero morti giovani, hanno prodotto opere di grande profondità e maturità quando erano ancora nel fiore degli anni.

Mendelssohn compose le musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate quando aveva 17 anni. La quinta sinfonia (la Riforma) a vent’anni, l’Italiana a 24… Ma quello che fulmina per la sua tragica intensità è l’Elia, l’oratorio che compose a 37 anni, un anno prima di morire.

L’aria nella quale il profeta di rivolge a Dio per dirgli basta, ne ho abbastanza, riprenditi la mia anima, lasciami morire… pare impossibile sia stata scritta da musicista non ancora quarantenne. Sembra il lamento di un vecchio deluso e amareggiato dalle sconfitte della vita, e la tensione musicale che Mendelssohn riesce a creare è veramente pazzesca.

La consultazione dello spartito - come sempre - è illuminante

La consultazione dello spartito – come al solito – è illuminante

Mendelssohn era innamorato della musica sacra dei secoli precedenti, aveva riportato al pubblico la musica dimenticata di Bach e Handel, era insomma, come s’ebbe a dire, un romantico con il vizio del barocco. E in questa opera sacra che costruisce intorno alla storia del profeta Elia si ritrovano gli elementi di base già consolidati dai suoi predecessori (anche se qui manca il narratore – o l’evangelista delle Passioni). Alternanza di parti solistiche, cori, dialoghi fra personaggi, dialoghi fra i solisti e le masse corali… C’è però una caratteristica di questo Elia che lo rivela come parecchio diverso: sono proprio poche, pochissime le parti soltanto strumentali. Tranne l’Ouverture – che segue l’invettiva di Elia all’inizio – non ci sono in pratica parti musicali non accompagnate dal canto. Scompaiono le lunghe introduzioni strumentali cui ci avevano abituato le arie bachiane (in cui a un solista, o a un duetto, sono associati uno o più strumenti solisti che fanno la loro parte presentando i temi prima che poi arrivi ad affiancarli la voce dei cantanti). Tranne pochissime eccezioni, alle arie dei cantanti solisti fanno da sfondo tutta l’orchestra, oppure tutti gli archi, o i legni (come in una delle arie più operistiche dell’ Elia, Höre, Israel, all’inizio della seconda parte), o tutti i violoncelli nel Lamento di Elia poco dopo (Es ist genug!). L’introduzione dell’oboe solista all’Arioso (n. 37 – Ja es sollen wohl Berge weichen)  dura solo quattro battute, mentre nell’aria per contralto Sei stille dem Herrn und warte auf ihn (n. 31) il flauto e la cantante partono insieme senza alcuna introduzione strumentale.

Elia presso il torrente Cherit, nutrito dai corvi

Elia presso il torrente Cherit, nutrito dai corvi

E’ come se il compositore sentisse l’urgenza di lasciar scorrere la narrazione drammatica senza troppe interruzioni. Per cui la musica e la parola sono sempre fuse, e all’ascoltatore viene richiesto di seguire contemporaneamente il dipanarsi della storia e lo svolgersi del tessuto sonoro.

Un lavoro straordinario che finalmente, dopo anni di ascolti, si è potuto finalmente vedere nella bella cornice del Teatro dell’Opera di Firenze. La direzione di Daniele Gatti, attentissima a tutte le sezioni dell’orchestra e del coro del maggio Musicale Fiorentino, è risultata entusiasmante (come testimoniato dai 20 minuti di applausi scroscianti con cui il pubblico ha acclamato tutti gli interpreti).

I quattro solisti hanno ben figurato, anche se una nota di merito va in particolare alla soprano Genia Kühmeier (che si è ben destreggiata in tutte le parti della serata, e in particolare nella lunga ed articolata aria già citata Höre, Israel) – e soprattutto al basso-baritono Peter Mattei. La sua interpretazione del profeta Elia è stata superlativa. E deve essere stata straordinaria anche l’intesa con il Direttore Gatti, specie nell’avvicinamento a suon di violoncelli – con una sapiente amministrazione dei tempi e dei volumi di suono – all’ingresso della voce nel suo Es ist genug! Il cartellone completo si trova qui.

Ma il vero protagonista di questa opera sacra estenuante (è stato scelto di non fare neanche l’intervallo fra la prima e la seconda parte) è il coro. Un tour de force micidiale di oltre due ore in cui il coro ha quasi sempre da lavorare. Il Coro del Maggio Musicale Fiorentino (il Maestro è Lorenzo Fratini) ha dovuto destreggiarsi nell’interpretazione di una folla di personaggi diversi, e ha superato con disinvoltura i bruschi cambiamenti di ritmo e di tonalità prescritti dalla partitura. Una splendida accoppiata, quella con l’Orchestra del Maggio, che ha prodotto una serata davvero memorabile.

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) in una incisione di Friedrich Jentzen.

Felix Mendelssohn Bartholdy (1809-1847) in una incisione di Friedrich Jentzen.

Per la cronaca 1: potendo arrivare al teatro di Firenze un po’ in anticipo, vale la pena salire al secondo piano a sentire la guida all’ascolto che viene sempre (quasi sempre) organizzata prima dell’inizio degli spettacoli. Grande merito alle capacità di sintesi degli oratori che riescono a condensare in poco tempo l’essenza di quel che c’è da sapere.

Per la cronaca 2: niente intervallo. Bene o male? Da un lato non si è interrotta la tensione narrativa e drammatica. Però c’è mancato lo sfogo dell’applauso alla fine del coro conclusivo della prima parte (Dank sei dir, Gott): uno dei momenti più emozionanti della serata. Qualcuno ci ha provato, ma è stato subito zittito dagli usuali ssshhhhh! Oltre due ore filate di concerto, parecchi anziani in sala… all’uscita qualcuno commentava lo svenimento di una signora. Sarò vero?

Per la cronaca 3: bellissimo libretto di sala, con testo originale in tedesco e traduzione a fronte, una ricca nota introduttiva di Daniele Gatti, e le note biografiche su tutti gli interpreti. Però… sarà stato un problema dovuto alla concitazione dell’impaginazione? Possibile che nessuno si sia accorto che il coro finale (Alsdann wird euer Licht hervorbrechen) sia scomparso sia nella versione tedesca che in quella italiana? Lo spettatore che segue sul libretto, dopo il quartetto in cui tutti e quattro i solisti cantano insieme gira pagina e trova una bella fotografia del coro, che infatti proprio un coro, quello conclusivo, avrebbe dovuto esserci. Ma il testo, chissà che fine ha fatto.

 

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