Pubblicato da: miclischi | 25 febbraio 2016

Svjatlana Aleksievič lascia che le donne dell’Armata Rossa si raccontino: una testimonianza straordinaria

Uscito in Italia nel XXXX

Uscito in Italia nel 2015

Come si fa a raccontare un libro di racconti? Come si fa a non affermare soltanto che il libro è di una bellezza assoluta, e fermarsi lì? Come si fa a spiegare l’inspiegabile, questo monumentale lavoro di raccolta di testimonianze che l’autrice è riuscita a trasformare in un lungo struggente racconto? La guerra non ha un volto di donna, libro del 2005 della giornalista e scrittrice bielorussa Svjatlana Aleksievič, pubblicato in Italia da Bompiani nel 2015,  è un libro di storia, un atlante geografico, un manuale di antropologia, un testo di teoria politica… ma è soprattutto un libro che parla di umanità.

Innumerevoli storie raccolte con infinita pazienza nell’arco di un quarto di secolo, dal 1978 al 2004. Racconti di donne mature, anziane, quelle adolescenti o poco più che negli anni ’40 del Novecento lasciarono la propria casa, la propria famiglia, i propri affetti in preda a un irrefrenabile slancio patriottico: difendere il sacro suolo della patria dall’invasore. E che decenni dopo, semplicemente, raccontano. Può trattarsi di un frammento di poche righe oppure una storia di qualche pagina. Lampi di ricordo esitanti, oppure estese e meditate ricostruzioni di quel che accadde durante la guerra contro i nazisti.

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La tiratrice Roza Shanina col suo fucile (1944). Dal suo diario: l’essenza della mia felicità  sta nel combattere per la felicità degli altri.

 

Ufficiali, medici, infermiere, soldatesse semplici, lavandaie e cuoche, aviatrici, artigliere, tiratrici scelte, geniere e sminatrici. Le donne dell’Armata Rossa, le combattenti che seppero guadagnarsi pari dignità nelle trincee e sui campi di battaglia insieme ai soldati maschi. Ma anche tutte quelle altre donne e ragazze che parteciparono in prima persona alla mobilitazione collettiva in difesa della patria, quella guerra che costò all’Unione Sovietica oltre 20 milioni di vittime.

Ci sono anche i racconti delle staffette partigiane, delle combattenti clandestine nei territori occupati: donne soldato molto meno protette e gratificate delle soldatesse in divisa. Sono i racconti delle partigiane quelli più drammatici.

L’autrice di questo poderoso racconto a tantissime voci non si intromette più di tanto. Usa poche parole, solo quelle che servono, per spiegare come è nata e come si è sviluppata la sua ricerca, oppure per introdurre alcuni capitoli tematici. Ma lo fa quasi con pudore, con lo scrupolo irrinunciabile di farsi da parte per lasciar parlare solo loro, le donne che hanno vissuto sulla propria pelle gli orrori della guerra e che trovano una interlocutrice che sa bene come ascoltarle e come dar loro voce. Tuttavia l’ascolto di Svjatlana Aleksievič non è asettico e passivo. Anzi.

Il magnetofono registra le parole, ne conserva l’intonazione. Le pause. Il pianto e lo smarrimento. Però mi rendo conto che quando una persona parla succedono molte più cose, e diverse, rispetto a ciò che si riesce poi a fissare sulla carta. Soffro di non poter “registrare” gli occhi, le mani, la loro vita di movimento durante la conversazione, il loro racconto, per così dire autonomo. I loro testi.

Un'altra immagine di Marja Dolina, l'aviatrice raffigurata in copertina

La foto utilizzata per la copertina: una delle tante eroine sovietiche nella guerra contro il nazismo

C’è l’orrore della morte tutto intorno, ci sono i feriti, i mutilati, il sangue che scorre incessante. Il sangue che impregna i pantaloni delle infermiere e che poi si congelano addosso e diventano taglienti. Ci sono i corpi bruciati e piagati, ci sono i corpi schiacciati dai cingoli dei carri, i corpi seppelliti in fretta e furia nei boschi e nelle paludi. Ci sono le stagioni che si alternano, il gelo che attanaglia e il caldo soffocante. Ci sono incredibili distanze percorse a piedi, c’è il peso insopportabile dei proiettili da trasportare a mano e da caricare nei cannoni, e il peso ancora più gravoso dei feriti da recuperare sul campo di battaglia. Ci sono le parole affettuose con cui le donne in divisa, le infermiere, le dottoresse confortano i moribondi. Ci sono le storie d’amore che nascono al fronte, ci sono le famiglie smembrate, sterminate, le case bruciate, i villaggi cancellati. C’è il vestiario militare che non prevede taglie femminili né tanto meno la biancheria intima. Ci sono donne che sentono di trasformarsi in uomini. Via le trecce, via il trucco, via il vestiario. Alcune raccontano che durante gli anni al fronte non hanno più avuto il ciclo.

Eppure, più forte dell’orrore, c’è la necessità di ricordare e raccontare. E a decenni di distanza possono riemergere anche ricordi epici, eroici, quasi piacevoli, tutti impregnati dell’impegno patriottico spontaneo e indiscutibile (più d’una donna racconta di aver fatto letteralmente carte false – soprattutto riguardo all’età – per poter partire verso il fronte e combattere).

C’è tutto questo, nei racconti delle donne dell’Armata Rossa, c’è molto di più. C’è la voce delle donne in un universo tradizionalmente maschile. La Storia raccontata da una voce che era rimasta per decenni inascoltata.  Per tanti versi è un’altra Storia. Ma c’è anche il racconto del ritorno a casa, degli anni dopo la guerra, dopo la Vittoria, quando per molte di queste donne è iniziata un’altra guerra. Per il lavoro, per la dignità, per la difficile convivenza con il ricordo, con l’insonnia e gli incubi, con le fobie, ma anche con i pregiudizi nei confronti delle donne tornate dal fronte, le accuse di “traditori del popolo” nei confronti dei sopravvissuti dai campi tedeschi, le epurazioni, le deportazioni. L’incredulità per il crollo del mito di Stalin.

Una delle foto scattate dal fotografo James Hill del New York Times in occasione delle celebrazoni per il Giorno della Vittoria a Gorky Park, Mosca, 2010

Una delle foto scattate dal fotografo James Hill del New York Times in occasione delle celebrazioni per il Giorno della Vittoria a Gorky Park, Mosca, 2010.

Ma in questo libro straordinario prevale su tutte una sensazione: che queste storie dovessero essere raccontate, che queste reduci dalla guerra le abbiano raccontate proprio bene, e che Svjatlana Aleksievič abbia operato un montaggio veramente efficace.

Tra le innumerevoli parole delle sopravvissute al massacro della guerra, solo questa frase, che ne racchiude tante altre:

Voglio dirti una cosa: ricordare fa paura, ma fa ancora più paura non ricordare più.

Per la cronaca 1Svjatlana Aleksievič: La guerra non ha un volto di donna. Traduzione di Sergio Rapetti. Bompiani, 2015. 448 pagine, 20 Euro.

Per la cronaca 2: La motivazione per il conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2015: For her polyphonic writings, a monument to suffering and courage in our time.

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