Pubblicato da: miclischi | 6 dicembre 2015

Didone e Enea al Regio di Torino: una tragedia lieve

Proprio al Teatro Regio di Torino fu concepita l'idea del grammofono dietro al sipario.

Proprio al Teatro Regio di Torino fu concepita nel 1979 l’idea del grammofono dietro al sipario.

Che strano uscire dal teatro dopo aver assistito alla rappresentazione della tragedia e della morte, e pur sentirsi leggeri e appagati, serbando l’impressione complessiva di aver visto e ascoltato uno spettacolo quasi gioioso. Era il 24 novembre e l’opera era Didone e Enea di Henry Purcell in scena al Teatro Regio di Torino (numerose repliche nel Novembre del 2015).

Sarà stata la complicità dei saltimbanchi, degli acrobati e dei contorsionisti; saranno state le scene mobili e felicemente cangianti a seconda dei contesti; o forse le qualità musicali e vocali amministrate dalla direzione del Maestro Federico-Maria Sardelli. Fatto sta che questo capolavoro della proto-opera è stato proprio ben rappresentato.

Il testo di Nahum Tate è asciuttissimo, poetico, intenso. Il libretto è davvero breve, ma l’opera si diluisce con intermezzi sinfonici e di danza. Già l’ouverture dà un gustoso assaggio di questa asciutta essenzialità che caratterizzerà i tre atti.

Shake the cloud from off your brow,

Fate your wishes does allow,

Empire growing,

pleasures flowing.

Fortune smiles and so should you,

Shake the cloud from off your brow.

Enea e Didone secondo Agostino Carracci (1557-1602)

Enea e Didone secondo Agostino Carracci (1557-1602)

Naturalmente questa rappresentazione scoppiettante colpisce per i vistosi movimenti scenici, per le acrobazie, addirittura per le povere streghe che cantano appese a un filo, e anche per la bella idea della morte di Didone che sprofonda gradualmente nel drappo scuro e immenso del suo vestito che si allarga a dismisura fino a occupare tutta la larghezza della scena e nel quale, fatalmente, scompare. Insomma questa regia e questo impianto scenico di Cécile Roussat e Julien Lubek (allievi di Marcel Marceau) sono proprio ben riusciti, ottenendo il risultato di amalgamare alla perfezione il canto, le doti attoriali dei cantanti, i figuranti e le danzatrici, le scene sempre in mutazione. Sorprese dopo sorprese, il tutto con la presenza aggregante della musica di orchestra e coro che emergevano dalla buca.

I cantanti: tutti all’altezza. Lì per lì, alla prima apparizione di Didone (Roberta Invernizzi) c’è chi ha sobbalzato sulla poltrona della platea: Occhiè, Turandotte? Una voce cupa e poco soave ha un po’ sorpreso il pubblico nelle prime strofe. Poi però, nel corso dell’opera la voce si è ammorbidita, schiarita e stabilizzata per diventare più limpida e pulita fino all’interpretazione, poco prima della fine, della perla delle perle: il cosiddetto lamento di Didone, nel quale la Invernizzi ha fornito una prova impeccabile.

When I am laid in earth, may my wrongs create

No trouble in thy breast

Remember me! But ah! forget my fate.

Così furono scoperte le doti di Roberta Mameli (Belinda nell'opera di Purcell)

Così furono scoperte le doti di Roberta Mameli (Belinda nell’opera di Purcell)

Belinda (sorella? dama di compagnia? Secondo Gabriella Gori è la confidente di Didone, che in Purcell prende il posto della virgiliana sorella Anna) è interpretata da Roberta Mameli. Oh, che bella conferma dal vivo! Dopo aver scoperto quasi per caso le sue rivisitazioni monteverdiane con grande dominio della splendida voce, questa Belinda convincente e appassionante conferma la qualità di questa interprete superlativa anche fuori dallo studio di registrazione. Sono stati dedicati proprio a lei i tributi più entusiasti  al momento dell’applausometro finale (e intanto lei lanciava bacetti agli orchestrali…).

Un’altra faccia della storia è emersa con forza in questa rappresentazione torinese: la tenera complicità fra Didone e Belinda. Quasi come se alla storia d’amore che teoricamente dovrebbe essere il fulcro della vicenda (Didone-Enea), in realtà condito dell’ambigua contrapposizione delle smanie sensuali del guerriero troiano e delle sue ambizioni di potere, facesse da contraltare l’amore vero, incontaminato, sincero e fidato che lega le due donne (Didone-Belinda). E’ proprio a Belinda che Didone dedica le sue ultime, struggenti parole; è fra le sue braccia che desidera morire.

Enea, personaggio scomodo. Più che eroe troiano e futuro fondatore della stirpe di Roma e – così vuole la tradizione – anche di quella britannica, in questa vicenda nordafricana emerge soprattutto come campione di costernazione. Non gliene va bene una e sembra piucchealtro una marionetta in mano agli dèi, alle streghe, ai cupìdi, insomma al fato. Fu ben interpretato, con voce ferma e sicura, da Benedict Nelson.

Altro personaggio cui Roussat e Lubek hanno voluto dare particolare risalto, la maga (con le sue assistenti streghe). Piovra gigantesca e vistosamente tentacolare (a rappresentare che con le sue appendici arriva in tutti gli ambiti dell’umana esistenza?), la maga interpretata da Carlo Allemano ha assunto un ruolo di preminenza. Sgargiante nella voce e nei modi, questo personaggio si è forse sporto un tantinello di troppo sul versante del burlesque (una strega maligna che fa ridere?). Del resto,via, o cosa c’entra che le due streghe si presentino in abito da sirenetta?.

Insomma una serata composita, ricca, entusiasmante. E nella buca dell’orchestra? I bravi artisti dell’Orchestra e del coro del Regio hanno fatto posto anche a significativi rinforzi: il clavicembalista, due flautisti (con flauti dolci di varia taglia, dal sopranino al basso), il sonatore di chitarra e tiorba, il violista da gamba, l’arpa barocca… Insomma uno spettacolo nello spettacolo (per quanto fosse possibile sbirciare nella buca). Come già si era osservato in altre occasioni, durante l’esecuzione il Maestro Sardelli stabilisce un legame molto intenso con i singoli musicisti, e i suoi gesti e i suoi sguardi sono di grande intensità interpretativa; di sicuro contribuiscono a creare una grande coesività orchestrale. Quei due flautisti impegnati in un vero e proprio tour de force, poi, proprio lì davanti a lui, che è anche un flautista, non li ha persi di vista mai.

Il cartellone completo si trova qui.

Kate Fruchterman (Seconda donna), Roberta Invernizzi (Dido) e Roberta Mameli (Belinda). Foto Ramella&Giannese

Kate Fruchterman (Seconda donna), Roberta Invernizzi (Dido) e Roberta Mameli (Belinda). Foto Ramella&Giannese

Come spiegano bene le ricchissime note nel programma di sala, quest’opera ci giunse incompleta e quindi ogniqualvolta viene rappresentata vengono adottate, proposte o riproposte varie rimaneggiature. Qui il Maestro Sardelli è intervenuto inserendo musiche da altri lavori di Purcell per articolare il mosaico di questo lavoro, ma ha anche prodotto degli inserti à la manière de Purcell come passaggi di collegamento. Ma la sua mano la si è sentita anche nell’ultimo numero dell’opera, quel lamento funebre in onore di Didone disperata e morta: un brano lento, lungo, straziante, che pareva non finisse mai. Di una bellezza struggente. Quasi a dire: vi siete divertiti, sì, con gli arcrobati, le ballerine e i contorsionisti, ma ricordatevi per favore che Didone è morta, rivolgete un pensiero anche a lei e alle sua sventure. Bellezza nella bellezza. Anche se qualcuno nel pubblico (forse quelli che Gadda definì i signori e gli psicopompi) manifestava segno di impazienza. Forse, si dimenavano sulla poltroncina nell’ansia di doversi poi mettere in coda al guardaroba per recuperare il cappotto, proprio come scriveva Gadda  (un cartoncino alla mano, si accalcarono e gomitarono come plebei per riavere la pelliccia al più presto).

Quando si esce dal teatro, come in trance per questo spettacolo straordinario, ci sono di nuovo due musicisti, una tromba e un sax, che invadono con le loro musiche il loggiato in Piazza Castello. E non pare per niente strano. Lo spettacolo continua.

Per la cronaca 1: Nel libretto di Tate c’è una curiosa incongruenza nautica. Nel ragionare dell’imminenza della partenza di Enea con la sua flotta, si dice che partirà non appena la marea lo consentirà. Maccome la marea… Va bene che partendo dal Tamigi si debba fare i conti anche con la marea (come la Nellie all’inizio di Cuore di tenebra). Ma a Cartagine, nel Mediterraneo, che c’entra la marea?

Come away, fellow sailors, your anchors be weighting,

Time and tide will admit no delaying.

Una splendida antologia vocale e strumentale

Una splendida antologia vocale e strumentale

Per la cronaca 2: In virtù della splendida casualità che spesso accompagna le scoperte musicali, o addirittura spinge a prendere un treno per andare fino a Torino per sentire Purcell diretto da Sardelli, il filo conduttore che portò fino a questo spettacolo si dipanò così: ascolto casuale su TouTube di una bella versione del trio per flauti dolci Three parts upon a ground di Purcell (pezzo amato fin dagli anni ’80, quando con non poche difficoltà di pronuncia franglais fu comprato lo spartito a Parigi). Volendosi accattare il disco si scoprì che fa parte di un’antologia di musiche di Purcell eseguite dall’Accademia Bizantina con il controtenore Andreas Scholl. E disco fu. Nella raccolta c’è anche il lamento di Didone, chissà perché dimenticato dall’epoca dei frequenti ascolti della versione arrivata tempo addietro insieme alla rivista della BBC. Ma di lì a ri-innamorarsi di questo breve intenso brano il passo fu breve. E ragionandone con l’amico baritono, condivisore di eventi musicali,  si venne a sapere che di lì a poco l’opera di Purcell sarebbe stata in scena a Torino col Sardelli… Abène, rincorrere la musica, e  a volte riuscire ad acchiapparne un pezzetto…

Per la cronaca 3: Facile, innamorarsi del lamento di Didone. Ci si era già cascati con il lamento di Arianna, pezzo monteverdiano parecchio più lungo – lunghissimo – e articolato, figurarsi con tre soli versi che si traducono in una hit che starebbe comodamente anche su una facciata di 45 giri… E quindi, girando ed esplorando, si possono trovare innumerevoli interpretazioni. C’è la celeberrima classica ed ieratica prova di Jessye Norman, con quel suo physique du role da regina africana. O l’antica, struggente prova di Victoria de Los Angeles. Venendo a tempi più moderni, sono notevoli le interpretazioni nordiche di Marianne Beate Killand oppure di Malena Ernman. Poi ci sono le deviazioni dal cammino originario, come quella della cantante non-lirica Alison Moyet, che scosse le coscienze degli ascoltatori negli anni ’80 (Invisible!). E poi gli uomini. Non poteva mancare Klaus Nomi, che raggiunse forse risultati migliori con un’altra celebre aria di Purcell (dal King Arthur), la cosiddetta Cold song. E infine lui, Andreas Scholl, al quale va almeno in parte il merito di aver messo in moto questo meccanismo che portò fino a Torino. A cercare su YouTube, comunque, ci si possono passare giornate intere, di lamento in lamento. Occhio al sovraddosaggio!

Allegato alla rivista musicale della BBC, anni '90

Allegato alla rivista musicale della BBC, anni ’90

 

 

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  1. […] raccontato nel libretto di Nahum Tate musicato da Henry Purcell (se ne ragionava tempo addietro qui, a proposito di uno splendido spettacolo nel quale fra l’altro c’era anche Roberta […]


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