Pubblicato da: miclischi | 13 ottobre 2015

Teatro Verdi di Pisa 2015-2016: si comincia bene con il Simon Boccanegra

Si torna all'opera!

Si torna all’opera!

Il 10 ottobre è il compleanno di Giuseppe Verdi, come ricorda il Direttore Artistico del Teatro, Marcello Lippi, prima dell’inizio della rappresentazione. Quale migliore occasione per dare avvio alla stagione lirica del Verdi, proprio con un’opera verdiana?

Nella stessa occasione viene annunciato anche che causa infortunio procuratosi scendendo una delle scale della scena, il Baritono Stefano Antonucci ha dovuto rinunciare alla prima, ed è sostituito dal collega Elia Fabbian, che doveva cantare invece nella seconda rappresentazione. Forse è per quello che poi, durante lo spettacolo, chiunque si avventurasse in su o in giù per quelle scale adottava un movimento molto cauto…

Simone. Simone Boccanegra, in arte Simòn. Anche se gli ingredienti della vicenda contengono tutti gli elementi più appetibili per il cocktail operistico (conflitti sociali, contrasti personali, amori negati, parentele svelate, tradimenti, ammazzamenti, redenzioni, agnizioni, eccetera eccetera), quest’opera non è di quelle che entrano facilmente nel bagaglio musicale dei tanti appassionati melomani.

MIND THE SPEP! Elia Fabbian (Boccanegra). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

MIND THE STEP! Elia Fabbian (Boccanegra). Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Non contiene neanche un’aria orecchiabile da fischiettare tornando a casa o da rievocare pedalando instabilmente nelle nebbie dei fumi alcolici. Neanche il coro, che qui ha una parte importante, produce motivi grandiosi da rievocare sotto la doccia. E anche nello sviluppo della vicenda drammaturgico-musicale c’è poco spazio per le hit tipiche dell’opera: raramente i dialoghi diventano duetti – rimangono proprio dialoghi -, tante parti vocali sono difficili per intonazione e ritmo, sono visibilmente assenti le grandi romanze cantabili… insomma il racconto musicale che l’orchestra dipana sullo sfondo delle tristissime vicende umane che si svolgono sul palcoscenico pare avanzare lungo un cammino quasi avulso.

Eppure: un’opera musicale straordinaria. Sembra a tratti che la potenza creativa di Verdi abbia fatto fatica a imbrigliarsi nella metrica arzigogolata del Piave (riveduto e corretto dal Boito). Ma anche che il discorso musicale portato avanti da tutte le sezioni dell”orchestra – con mirabili parti solistiche – non proceda nella consueta amalgama (al femminile) con la vicenda narrativa.

Una delle grandiose scene d'insieme: al centro Elia Fabbian (Boccanegra); alla sua sinistra Gabriele Ribis (Paolo Albiani) e Sinan Yan (Pietro). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una delle grandiose scene d’insieme: al centro Elia Fabbian (Boccanegra); alla sua sinistra Gabriele Ribis (Paolo Albiani) e Sinan Yan (Pietro). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Quindi un’opera grandiosa proprio per la raffinatezza e la potenza espresse dalla musica. E quel che succede in scena? Nonostante le scelte molto adeguate di regista e scenografo (rispettivamente Lorenzo Maria Mucci e Emanuele Sinisi) che sono riusciti a trovare un raro equilibrio fra sobrietà della scena e grandiosità dell’azione, specie negli episodi corali, la storia scorre quasi più come in un lavoro in prosa che in un’opera musicale.

Finale: la morte del Doge. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Finale: la morte del Doge. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Opera dei ruoli maschili, si suole dire. Quel baritono e quel basso che rievocano un po’ i confronti fra Rigoletto e Sparafucile. Macché tenore e soprano che fanno la solita parte dei giovani innamorati: qui sono le possenti e gravi voci degli adulti a campeggiare. Vero. Qui i ruoli principali sono stati quello del baritono Elia Fabbian (Simone) e del basso Roberto Scandiuzzi (Fiesco). Nemici giurati che alla fine si abbracciano commossi (potenza dell’approccio sentimental-buonista del Doge anche nel gestire gli affari pubblici). Grandiosa presenza scenica di questi personaggi-chiave, grande disinvoltura e soprattutto grande bravura del Fabbian – già apprezzato Gérard nell’Andrea Chénier del 2014 – nell’interpretare il doge ormai morente nel terz’atto. Ma è parso che queste voci possenti e gravi, a dire il vero, tanto gravi poi non fossero. Entrambe di timbro lievemente sbilanciato verso il chiaro, tranne che nel finale, dove pare abbiano finalmente ritrovato la propria oscurità.

Leonardo Caimi (Gabriele Adorno) e Valeria Sepe (Amelia). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Leonardo Caimi (Gabriele Adorno) e Valeria Sepe (Amelia). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

E i giovani? Quella Amelia e quel Gabriele fra i quali si frappone ingombrante il Doge? Alla fine sono riusciti a ritagliarsi una presenza importante sul palcoscenico, complice anche il pubblico che ne ha particolarmente gradito i duetti amorosi e le dolorose ambasce. (Del resto, in questa stagione lirica del Verdi nel quale non c’è, cosa rara, neanche un’opera di Puccini, il pubblico si sdilinquisce come può con le complicate vicende  amorose di chi gli capita di trovare sul palcoscenico). L’Amelia di Valeria Sepe (già lodata per l’interpretazione di Bersi nello Chénier del 2014) ha mostrato una presenza molto buona, una gran voce, ed anche un’ottima abilità del dominarla in tutti i registri e in tutte le possanze. Il Gabriele di Leonardo Caimi, al quale si può perdonare qualche lieve indecisione sugli acuti, ha ben interpretato l’amante-nemico-genero. Forse non è un caso che la maggior parte degli applausi a scena aperta che il pubblico ha insistito a profondere siano stati proprio per loro.

Parlando di rimembranze rigolettistiche: fa un certo effetto che a vagare nelle sale della corte (anche senza il caracollante larà, larà…) sia il fidanzato della giovinetta rapita, e non già il padre. Già, perché è invece proprio il padre di lei che si è appartato con la bimba… Insomma, una situazione rovesciata.

Nell’applausometro finale, un po’ sorprendentemente,  i clamori sono stati democraticamente distribuiti in egual misura ai quattro personaggi principali, senza propensioni per questo o per quello. Ed è sorprendente anche che all’Orchestra della Toscana e all’attento direttore Ivo Lipanovic siano stati dedicati applausi poco più che di prammatica. Di certo i musicisti che hanno molto ben lavorato nella buca – in particolare nella sezione degli archi – e la direzione veramente scrupolosa del maestro croato, avrebbero meritato di più.

E il perfido Paolo? Il promotore elettorale del doge, poi laido amante respinto, rapitore di vergini, traditore politico, avvelenatore, insomma – così viene infatti designato – un infame? Sarebbe ingiusto indicarlo come personaggio secondario. A dire il vero passa un bel po’ di tempo in scena, e la sua parte è tutt’altro che trascurabile. Gabriele Ribis, baritono, ha di molto ben figurato, anche proprio nella caratterizzazione di una incurabile cattiveria. Ma l’applausometro finale lo ha un po’ penalizzato. Del resto, si può forse comprendere: acclamare, applaudire, osannare un infame… non viene poi così spontaneo.

Insomma, una bella sera e un buon inizio di stagione, con un’opera davvero straordinaria, e ben rappresentata. I momenti che sono proprio ben riusciti, tanto da suscitare meritato entusiasmo: il finale del primo atto e il finale dell’opera.

E il libretto? Qualche perla qua e là bisogna pur sottolinearla. Viene citata un paio di volte Pisa, dove avvenne la sostituzione delle bambine in un convento. E Pisa viene collocata geograficamente in relazione al mare (Dove presso alla marina / Sorge Pisa). Come a sancire la supremazia dei marinesi sui pisani? Del reato il mare, come giustamente sottolineato nelle note di regia dal Mucci, è una presenza costante e importante. E il doge prossimo alla morte invoca il conforto del mare con struggenti, efficaci parole (Or refrigerio!… la marina brezza!… / Di glorie e di sublimi rapimenti / Mi si affacian ricordi! – Il mare!… Il mare!… E l’uso della parola inferno? Simone e Fiesco usano la stessa parola, a una manciata di versi di distanza, quando apprendono dell’elezione del nuovo Doge. Per finire: nel dialogo di poco precedente fra questi due personaggi si affaccia sottile la duplice significanza – forse – dell’espressione M’odi. La prima come invito (seconda persona singolare del verbo udire – a Pisa si direbbe “ascortami”); la seconda come constatazione (seconda persona singolare del verbo odiare – “Dé, ma se ce l’hai con me, allora dillo!”).

Per la cronaca: il cartellone completo si trova qui.


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