Pubblicato da: miclischi | 26 settembre 2015

Malouf racconta Ovidio in esilio: una meraviglia

David Malouf

David Malouf

Di sicuro Kate Braverman non avrrebbe lanciato contro David Malouf le sue invettive contro la scarsa immaginazione usata da alcuni autori. Leggere il suo libro An imaginary life, infatti, fa decollare verso infiniti strati di visioni, suggestioni, stati di leggerezza che sollevano sopra le pesantezze terrene e portano a galleggiare sereni sugli eventi.

Una vita immaginaria: quella del poeta latino Ovidio negli ultimi anni della propria vita da esiliato ai gelidi confini dell’Impero Romano, raccontata in prima persona da Ovidio stesso.

Dopo una brevissima introduzione che illustra l’antefatto di questo uomo di cui non si sa ancora nulla, il primo capitolo comincia con questo stile fulminante fatto di periodi brevi, brevissimi, quasi annotazioni mentali. Sono soprattutto flash descrittivi dell’ambiente inospitale che circonda questo uomo solo, condannato a parlare con  se stesso. Eppure, dopo aver elencato tutti gli elementi dell’intorno, il personaggio conclude così: Ma sto solo descrivendo uno stato mentale, non un luogo. Come a chiarire fin da subito che il limite sottile fra la realtà e l’immaginazione, fra i luoghi, le persone, i fatti da un lato, e la percezione di luoghi, persone e fatti dall’altro, è quasi inesistente. Non riesco a dire a me stesso: questo è un sogno.

Un capolavoro

Un capolavoro del 1999

E qui comincia subito la lettera che il poeta, dichiarando la propria identità,  indirizza al suo lettore del futuro. Senza sapere chi forse leggerà. E sarà in grado, il lettore, di capire il latino, di tradurlo in chissà quale lingua? Come sarà fatto l’ambiente in cui il lettore si addentrerà nella lettura? Come saranno la luce, i mobili? Questa proiezione verso il futuro ignoto, l’ansia di immaginare se nel futuro Ovidio sarà ancora un poeta famoso, se sopravviverà ai secoli… sono rese da Malouf con una struggevolezza estrema.

Una cura straordinaria nel costruire le frasi. Ognuna dotata di una potenza intrinseca pazzesca. Eppure, questo che potrebbe sembrare quasi un esercizio stilistico estremo, risulta invece in una lettura avvincente, trascinante, in un piacere immenso. Con dei picchi lancinanti nelle pagine iniziali e in quelle finali.

Ci sono i pensieri che sgorgano dall’osservazione dei luoghi, delle persone, dei comportamenti e dei linguaggi. C’è puoi il fulcro centrale del racconto: l’incontro con un ragazzo cresciuto selvaggiamente nella foresta, fra gli animali selvatici che forse lo hanno cresciuto, come fece la lupa con Romolo e Remo. E qui, nell’anelito imprescindibile a portare educazione e civiltà nella mente selvaggia di questo essere vergine agli insegnamenti umani, il poeta romano si scontra con tutte le contraddizioni del proprio approccio esplicitamente presuntuoso e pretenzioso. C’è poi l’epilogo forse inevitabile: il ritorno alla natura, il ragazzo selvaggio che diventa maestro e autore dell’anziano poeta.

L'edizione italiana (Frassinelli)

L’edizione italiana (Frassinelli)

Non mi chiedo più dove stiamo andando. L’idea stessa di una meta non mi sembra più necessaria. E’ stata risucchiata dall’immensità di questo paesaggio, così come i giorni sono stati risucchiati dal senso che adesso ho di una vita che si estende oltre i limiti misurabili del tempo.

E, naturalmente, una fine senza sofferenza fatta di mistero, di rinascita, di umile e quasi gioioso tirarsi indietro perché avanzi il nuovo germe di una nuova energia. E alla fine anche il lettore non soffre per la fine della lettura. Perché la lettura di un libro come questo non finisce mai.

Per la cronaca: L’edizione italiana, nella traduzione di S. Pirri e R. Giannetti, è stata pubblicata da Frassinelli

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Responses

  1. Gran bella recensione, grazie


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