Pubblicato da: miclischi | 18 maggio 2015

Jolanda Nardi-Lischi, dieci anni dopo

Jolanda nel 1959

Jolanda nel 1959

Dieci anni, sembra impossibile ma sono già passati dieci anni da quando Jolanda se ne è andata.

Ma da quel maledetto 18 maggio fatto di concitazione, ambulanze, lettighe e pronto soccorso, questi dieci anni hanno consolidato la presenza di Jolanda nelle persone che le hanno voluto bene. Jolanda agrodolce, spiccia e brusca anche nel suo esser affettuosa, Jolanda e i suoi insegnamenti, sparsi ai Quattro Venti (!) fra quanti hanno potuto o voluto accoglierli.

Nel 2012 – nel frattempo se n’era andato anche Luciano – in un libriccino di poche pagine si raccolgono testimonianze, ricordi, emozioni.

L’amica da sempre – Bruna Cordati – e la figlia di Jolanda – Sandra – intrattengono una specie di corrispondenza sulle pagine di questo libro e ricordano la loro mamma/amica, ognuna dal proprio punto di vista.

Quel libriccino, per chi non lo avesse visto, si può leggere online qui, oppure lo si può acquistare a prezzo di costo (naturalmente scegliendo l’opzione “copertina morbida”) dalla pagina web di Blurb.

Si può leggere online (basta cliccarci su)

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Responses

  1. Pensavo a mia madre stasera, e ai Natali dell’infanzia. Ci pensavo con rabbia quasi disperata, in una maniera che non è la mia consueta di guardare al passato. Poi mi sono imbattuta, per una catena di “cliccaggi” che non riuscirei a ricostruire, in questo post e ho letto le pagine dedicato a Jolanda. Tutto d’un fiato, avidamente. Ritrovando parte della mia contrastata storia di figlia di una madre molto simile a lei. Leggervi mi ha fatto stare bene come se qualcuno mi avesse improvvisamente scosso mettendomi davanti al senso: c’è una catena biopsichica che unisce gli esseri umani attraverso le generazioni e il tempo e l’amore – l’ammore – , quello, non finisce mai.

  2. Ricordo l’ultima volta che li vidi Luciano e Jolanda, un giorno d’estate del 1975, su un treno diretto a Sud. Allora vivevo sui treni e quel giorno andavo a Roma, quando li vidi soli in uno scompartimento seduti non a fronte ma a fianco. Mi fermai a salutarli e a parlare un po’ con loro reprimendo coraggiosamente una stretta al cuore. Parlammo di viaggi e di fumetti.
    Era circa mezzogiorno di un giorno assolato. Quando mi alzai, vincendo la forza centripeta che mi avrebbe fatto restare a parlare, seppi che non li avrei più rivisti. Si tenevano per mano e sorridevano.


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