Pubblicato da: miclischi | 15 aprile 2015

Shosta 1 a Santa Cecilia: un concerto emozionante

Temirkanov-Argerich: accoppiata vincente

Temirkanov-Argerich: accoppiata vincente

Aprile 2015, Parco della Musica a Roma. Un evento molto atteso: il concerto per piano n. 1 di Shostakovic, altresì noto come il concerto per pianoforte, tromba e archi op. 35, eseguito da Martha Argerich al piano, Giuliano Sommerhalder alla tromba, e Yuri Temirkanov alla guida degli archi di Santa Cecilia.

La pianista Argentina dall’argentea chioma siede al piano e comincia subito con l’inusitato dialogo con la tromba. Di lì in avanti sarà tutto un dialogare: l’orchestra con il piano, il piano con la tromba, l’orchestra con la tromba. E in questo incalzante botta e risposta il piano si prende i suoi tempi: stravolge i ritmi, si concede delle libertà con grande maestria, ironia, autorevolezza. Si sofferma in particolare su alcune note, la Argerich, quasi isolandole dal contesto e facendole brillare come piccole esplosioni di luce, producendo quella “Sorpresa” che era tutto sommato rimasta abbastanza assente nell’esecuzione della Sinfonia No.94  di Haydn, subito prima del concerto sovietico.

Nel secondo movimento, lento, gli archi smorzati dalla sordina risultano in un’atmosfera magica e possentemente russa. Una scelta metronomica particolarmente lenta produce un impasto che incanta il pubblico che si scuote da tanto stupore grazie alle note cristalline prodotte dalla pianista sulla tastiera. Roba da brividoni.

Inizio ipnotico

Inizio ipnotico

Nell’incalzante galoppata che scivolando dal terzo al quarto movimento porterà al tripudio del gran finale, questa componente del dialogo fra orchestra e pianoforte sarà ulteriormente evidenziata. Si ferma, a tratti, la Argherich, quando le viene data la parola. Indugia, riparte, accelera, rallenta. Quando produce il celebre inusitato accordo dissonante, il direttore si ferma anche lui un attimo nel silenzio, si volge verso la pianista come a dire: ma che fai? Il pubblico accenna una risatina, ma la musica riparte incalzante verso la galoppata finale. Del resto, come citato qui, l’autore ne sarebbe rimasto contento, visto che proprio dopo la prima esecuzione del suo concerto ebbe a dire: Voglio difendere il diritto di ridere all’interno della cosiddetta musica seria… Quando gli ascoltatori ridono ad un concerto con musiche sinfoniche mie non sono turbato, ma, al contrario, me ne compiaccio.

Il finale ha suscitato nel pubblico un tripudio talmente insistente che alla fine direttore e solisti sono tornati alle proprie postazioni per ricominciare da capo proprio con l’ultimo movimento.

E lei? La ieratica sacerdotessa della musica? Fin troppo facile associare la sua autorevole presenza con quella dell’altrettanto – pur diversamente – ieratica Patti Smith, altrettanto argentea nella chioma. Martha Argerich siede al piano, la visuale verso il direttore è coperta dal cofano lucente, per cui si concentra piuttosto sul primo violoncello che si ritrova proprio di fronte. In questo tunnel creato dal coperchio la pianista scambia ammiccamenti, risatine, sottolineature con il suo interlocutore privilegiato dell’orchestra. Ma guarda anche il pubblico delle prime file: sorride, oppure rivolge sguardi di compostissima serietà, ma più spesso riesce a trasmettere la gioia quasi fanciullesca di eseguire questa composizione pazzesca, poliedrica, caleidoscopica. Le scappa proprio quasi una risatina quando si sente in sala un accenno di suoneria telefonica, oppure guarda proprio alle prime file con autoironico sconcerto quando le scappa una nota storta nel bis… Insomma un’interprete che ha di sicuro catturato il pubblico, che infatti ha manifestato deciso entusiasmo.

Si sa, una pianista così nota e dalla carriera così lunga era la principale attrattiva della serata, ed era quasi fatale che tendesse, per quanto involontariamente, ad oscurare l’altro solista e il direttore. Ma in realtà così non è stato. La tromba di Giuliano Sommerhalder, squillante e incalzante nei passaggi frenetici, straziantemente dolce e languida nei lenti ovattati con sordina, ci ha fatto di molto la sua figura. E Yuri, il settantasettenne direttore già sovietico, è riuscito nel miracolo di far suonare gli archi ceciliani come se fossero proprio russi.

Suono, impasto, pedale. Nel dopo-concerto ritorna come di consueto l’annosa questione: il confronto con l’esecuzione del concerto da parte del suo stesso autore in veste di pianista. C’era il famoso disco sovietico con l’autore al piano, c’è anche un breve estratto su youtube proprio del finale. La celeberrima limpidezza del suono di Shostakovic pianista (“si sentono tutte le note una a una”) a confronto con le varie sfumature di pedalizzazione apportate dai vari interpreti. La Argerich ha pedalato alquanto; eppure nella sua reinterpretazione fatta di ritmi stravolti è come se fossero state sottolineate a dovere le inusitate successioni di temi, ritmi e atmosfere diversissimi di questo concerto.

Del resto, il libretto di sala ricorda molto opportunamente come questa partitura richiami le successioni di musiche variegate con le quali l’autore accompagnava al piano i film muti all’inizio della carriera. Ci stava bene anche quello. Quell’impasto di suoni – a tratti così in netto contrasto con la limpidezza quasi bachiana dell’autore-pianista – è un’altra – una delle tante – sorprendenti brusche sterzate che hanno caratterizzato questo concerto straordinario.

Una esecuzione molto emozionante, una serata indimenticabile.

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