Pubblicato da: miclischi | 26 febbraio 2015

Il Leviatano di Philip Hoare: le balene, le storie, la Storia

Uscito in inglese nel 2008. L'edizione italiana (Einaudi) è del 2013

Uscito in inglese nel 2008. L’edizione italiana (Einaudi) è del 2013

In inglese è cosa comune che la stessa parola sia usata come sostantivo o come forma verbale. Call, ad esempio, significa sia chiamare che chiamata. Whale, la balena, nella forma verbale to whale significa cacciare balene, e nel participio sostantivizzato whaling diventa l’attività baleniera. Un po’ come fish, to fish, fishingBalenare in italiano ha più a che fare con i temporali che con i cetacei, e nonostante il dittico ittio-nautico sia affascinante,  salpa/salpare non funziona. Con pesce/pesc(i)are ci si avvicina un po’, non fosse per quella i di troppo. Nel settore zoo-venatorio non va molto meglio: nel caso del leopardo, il verbo leopardare – segnatamente nel participio aggettivizzato – ha più a che vedere con l’abbigliamento ghiozzo o con la proverbiale tazza che con i safari africani.

Ma si diceva: la balena, la caccia alla balena. Questo poderoso libro pubblicato dall’inglese Philip Hoare nel 2008, Leviathan,  guarda alle balene da innumerevoli punti di vista, e la sovrapposizione della stessa parola, ora a designare l’animale (o meglio numerosi animali) ora le attività di caccia (nelle sue innumerevoli evoluzioni legate alla storia della marineria, al mutare dei contesti socioeconomici delle varie regioni del mondo e al progresso tecnologico) accompagna tutta la narrazione.

Perché di narrazione si tratta. Mascherato da saggio sulle balene, sulla biologia di questi animali conosciuti quasi solo da morti, ma anche sulle attività baleniere, sui conflitti internazionali e  sulla graduale consapevolezza della necessità di adeguate misure di conservazione, questo libro si può leggere anche come un romanzo avvincente.

La cornice imponente all’interno della quale si srotolano tutte le storie che ruotano intorno alle balene è, naturalmente, Moby Dick, di Hermann Melville.

… un libro da leggere due pagine alla volta, un testo trascendentale. Ogni volta che lo leggo, è come se fosse per la prima volta. Studio la mia edizione tascabile durante un tragitto in metropolitana con la stessa concentrazione con cui la donna col velo seduta vicino a me legge il suo Corano.

Ma il numero impressionante di fonti verificate dall’autore, i volumi consultati, le interviste fatte ai quattro angoli del mondo, rendono la dimensione del racconto davvero poliedrica.

Una delle illustrazioni del libro

Una delle illustrazioni del libro

Per di più, l’autore, narratore, ricercatore, whale-watcher non fa per niente l’asettico o il distaccato. Anzi. La propria personale esperienza è sempre presente: dalle fascinazioni fanciullesche, alle letture giovanili, alle emozionanti esplorazioni adulte, in un crescendo vertiginoso di immedesimazione con il mondo acquatico dei cetacei e di percezione sempre più precisa delle affinità fra gli umani e le balene. Come nella scena toccante della morte della madre, con quell’ultimo respiro…

Eppure l’autore, pur nelle sue sempre presenti e fortissime emozioni, non sconfina mai nelle melensaggini new-age o nei deliri animalisti. Piuttosto, passa in rassegna con grande lucidità la storia del sistematico sterminio delle balene. E qui si mescolano le eroiche imprese dei marinai e degli armatori di Nantucket con i conflitti per il dominio mondiale del mercato dell’olio di balena (proprio negli anni della rivoluzione americana anche questo scontro commerciale entrò nello scenario geopolitico), con le innumerevoli applicazioni dei prodotti della caccia alle balene, che cominciarono a declinare quando si diffuse l’uso del petrolio.

Londra divenne la città meglio illuminata del mondo. Negli anni ’40 del ‘700 cinquemila lampioni bruciavano olio di balena…

Un'altra immagine dal libro

Un’altra immagine dal libro

Ci sono i dati crudi e agghiaccianti sul numero di balene cacciate in un dato anno o in un dato periodo. L’arrivo dei cannoni lancia-arpioni. L’ingresso del Giappone nella corsa al cetaceo. Le navi attrezzate per la pesca e la lavorazione e conservazione del prodotto. La riluttanza della Norvegia ad accettare le convenzioni internazionali. I dati falsificati al ribasso dalle autorità sovietiche… Ma ci sono anche innumerevoli passi poetici, tantissimi richiami alla letteratura, pagine molto appassionanti sui rapporti fra Melville e Hawthorne, insomma un libro che scorre via veloce come l’acqua sotto la chiglia di un veliero. Fra l’altro tutta la narrazione è fittamente arricchita di immagini. Che siano antiche incisioni, pubblicità d’epoca, fotografie antiche o moderne.

Un libro che lascia, alla fine, con due desideri dominanti:

1. Rileggere per l’ennesima volta Moby Dick. Forse, dopo essersi appassionatamente addentrati nel lavoro di Philip Hoarse, il capolavoro di Melville rivelerà nuove dimensioni sorprendenti;

2. Trovare il modo, prima o poi, di andare a gettare un’occhiata su quelle coste del New England dove una volta era concentrata la marina baleniera più potente del mondo, quelle stesse coste dalle quali sentì l’impellente necessità di salpare proprio lui, Ismaele.

Infine...

Infine…

Per la cronaca 1: L’edizione italiana Einaudi eccola qui.

Per la cronaca 2: L’edizione inglese si può ordinare da qui.

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