Pubblicato da: miclischi | 15 novembre 2014

Il Teatro Verdi di Pisa presenta “Il Ghetto” di Colombini: quasi una pre-opera

Il montaggio della scena

Il montaggio della scena

Sabato 15 novembre 2014: una delle consuete presentazioni del sabato mattina nel foyer del Teatro Verdi a Pisa, quando il direttore artistico ed alcuni degli addetti ai lavori presentano l’opera che sarà rappresentata qualche giorno dopo. Il pubblico: fedelissimi melomani, giornalisti, curiosi.

Indicazioni su quel che sarà, sulla partitura, sulla regia, sugli interpreti. Poi, l’aperitivo.

Ma stavolta, questo sabato, la musica è un altra. Si tratta di presentare una prima rappresentazione mondiale, Il ghetto – Varsavia 1943 di Giancarlo Colombini su libretto di Dino Borlone. Una prima fortemente voluta dal Teatro di Pisa, e questa apparentemente innocua occasione quasi si trasforma essa stessa in una performance di teatro musicale, una piccola opera.

Personaggi e interpreti

Il direttore artistico del teatro (baritono): Marcello Lippi. Illustra e introduce, quasi novello evangelista in registro più grave del consueto che s’inframezza con i suoi recitativi fra le arie dei solisti.

Il direttore d’orchestraGianluca Martinenghi (baritono). Decanta con entusiasmo le pieghe della partitura, le sue curiosità, gli elementi di modernità e quelli di tradizione, con un particolare occhio di riguardo al verismo del primo Novecento (dopo tutto Colombini fu uno dei pochi allievi di Mascagni).

Il Maestro Colombini con Dino Brolone

Il Maestro Colombini con Dino Borlone

Il registaFerenc Anger (tenore). Si esprime con qualche incertezza ma con grande chiarezza in italiano.  Racconta appassionatamente quanto l’opera di Colombini gli parli, lo faccia pensare e lo guidi nel montarla in teatro, seguendo le scrupolose indicazioni dell’autore. Il regista, che fra parentesi è anche il direttore artistico dell’Opera di Budapest, conferma quanto era stato fatto trasparire con efficacia dal direttore e come sarà poi sottolineato da tutti i personaggi: quest’opera colombiniana cattura e coinvolge; non si può sottrarsi. Interessante anche l’accenno al libretto di Dino Borlone, nel quale il regista trova molti accenti delle sceneggiature del neorealismo italiano.

Il figlio del compositoreWalter Colombini (baritono). Medico di professione, possiede in verità grandissime doti attoriali (rivelerà la figlia che si dilettò con il teatro di rivista in gioventù), doti che vengono espresse appieno nella sua declamazione appassionata, ferma e perentoria di alcune parti del libretto scritto dal suo antico compagno di scuola al Classico.

Silvia Colombini, già violinista, poi soprano

Silvia Colombini, già violinista, poi soprano

La nepote del compositoreSilvia Colombini (soprano). Cresciuta con la musica del nonno nelle orecchie e nel cuore, già violinista professionista, si accorse che lo strumento che le avrebbe permesso di esprimersi come voleva non era il violino ma la propria voce, e si dedicò al canto lirico (soprano) a partire dai 27 anni, incontrando presto i successi di una carriera internazionale. Duplicemente interprete di sé stessa, quindi. Grande raccontatrice, spiega le fortune e le sfortune del Ghetto, opera premiata da Von Karajan nel 1970 ma mai rappresentata, e della quale esistono solo delle registrazioni domestiche del compositore al piano che canta tutte le parti. Racconta la vicenda, la scena, il contesto, arricchisce con letture di testimonianze storiche e commenti filosofici sula tragedia di Varsavia e dell’olocausto e non trattiene il grande entusiasmo per questa rappresentazione, a cinquant’anni dalla composizione. Dirà poi che quell’essere permeata dal lavoro del nonno, lungi dal costituire una pesante eredità,  l’ha spinta e guidata verso la ricerca della propria vita musicale.

I cantanti: i cantanti in carne e ossa (Gianni Mongiardino – Isacco, tenore; Laura Brioli – Sara, mezzo-soprano; Antonio Pannunzio, Vladimir Reutov, Francesco Baiocchi – i soldati delle SS, tenore – baritono – tenore). Un pianoforte viene sospinto all’ingresso della platea e il pianista Riccardo Mascia accompagna i cantanti in alcuni passaggi rappresentativi dell’opera. Questo assaggio del Ghetto mostra delle voci molto convincenti e dà un’idea di questa musica di Colombini moderna eppur ancorata alla tradizione veristica. Questa performance live inattesa cattura l’interesse e fa proprio venir voglia di sentire come sarà in teatro, suonata dall’orchestra (ancorché in formazione ridotta rispetto alla grandiosità prevista ambiziosamente dall’autore).

*     *     *     *      *

Non scendeva a compromessi, suo nonno, dice Silvia Colombini. Per questo l’opera composta cinquant’anni fa vede la prima rappresentazione soltanto adesso. A quei tempi le novità erano benvenute nei teatri d’opera solo se rispondenti ai canoni d’avanguardia dominanti all’epoca. La musica atonale,  la dodecafonia, che Colombini riteneva fosse una parentesi che si sarebbe presto chiusa così come si era aperta, non era nelle sue corde. E quest’opera innovativa ma non troppo ha dovuto attendere tempi paradossalmente più moderni per essere finalmente messa in scena.

Tutti i personaggi di questa presentazione-concerto-opera hanno trasmesso soprattutto una sensazione condivisa, quella del grande coinvolgimento emotivo di tutti quanti vengono a contatto con la musica di Colombini e con il testo di Dino Borlone. Un testo asciutto e spietato, che punta dritto al messaggio che vuole trasmettere.

Senza dimenticare l’argomento dell’Opera (questa di Colombini viene definita la prima opera lirica che tratta della Shoah), e i suoi elementi di suggestione (in quanto testimonianza storica ma anche come riproposizione del tema sempre attuale dell’intolleranza, del genocidio, della violenza dell’uomo sull’uomo).

Insomma una piccola grande anteprima. Ed ora, tanto per rimanere nel verismo tanto caro a Colombini, non resta che aggiungere: Andiam. Incominciate!

Ma attenzione: lo spettacolo non sarà a ventitré ore, bensì alle 20:30 di sabato 22 novembre, con replica alle 16:00 di domenica 23.

Il ghetto di Varsavia nel 1945

Il ghetto di Varsavia nel 1945

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Responses

  1. La mia cara amica Silvia C è presente anche nella tua discografia casalinga, nel ‘famoso’ disco di Danilo Rea, Martux_, Fiocchi!


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