Pubblicato da: miclischi | 16 ottobre 2014

Stagione Lirica pisana 2014-15: si comincia bene con il Don Giovanni

Don Giovanni secondo Truffaut

Don Giovanni secondo Truffaut

Le gambe delle donne sono come dei compassi che misurano il globo terrestre in tutti i sensi, dandogli il suo equilibrio e la sua armonia. Questa è una celeberrima citazione del film L’uomo che amava le donne, film del 1977 di François Truffaut, la sua personalissima ed efficacissima rilettura dell’inesauribile mito di Don Giovanni.

Nel programma delle manifestazioni dongiovannesche che caratterizzeranno questa stagione pisana – non solo operistica – che inizia questo autunno e si protrarrà fino al novembre del 2015 (Una gigantesca follia) , c’è anche uno spazio intitolato Don Giovanni sullo schermo, e c’è da sperare che anche questo capolavoro di Truffaut sia riproposto per ragionare di dongiovannismo anche al cinema.

Insomma il Don Giovanni di Mozart che apre la stagione lirica sabato 11 ottobre 2014 al Teatro Verdi di Pisa: com’è andata? Complessivamente di sicuro più che bene, considerando la complessità dello spettacolo, le trappole della partitura e la moltitudine di interpreti. Gran merito al regista Enrico Castiglione (assistito da Lorenzo Maria Mucci), il quale ha mantenuto le promesse fatte in occasione della presentazione dell’opera qualche settimana prima: l’attenzione ai movimenti scenici, alla gestualità, insomma alla attorialità dei cantanti è stata davvero molto ben curata.

La scena, sobria e sapientemente modificabile con scorrimento di una parete in corso d’opera (!) a creare iati spazio-temporali, è risultata funzionale, e il colpo d’occhio sulla scena è sempre stato notevole (un po’ violenti e forse eccessivi i lampi di luce all’apparire della statua del Commendatore e allo sprofondare di Don Giovanni negl’inferi).

Primo Atto: Agata Bienkowska (Donn'Elvira), Panajotis Iconomou (Don Giovanni), Andrea Concetti (Leporello).  Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Primo Atto: Agata Bienkowska (Donn’Elvira), Panajotis Iconomou (Don Giovanni), Andrea Concetti (Leporello). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Sì, va bene: la regia, la scena… ma la musica e i cantanti? Un bel cast poliedrico e internazionale ha fornito una bella prova, sia d’insieme che nelle varie individualità ben caratterizzate nelle voci e nelle interpretazioni. Gran bel physique du rôle per il donnaiolo implacabile, qui il basso-baritono tedesco d’origini greche Panajotis Iconomou. Riuscitissima in particolare la sua movimentazione sul palco, praticamente non sta mai fermo, a rappresentare la sua smania fisica. La voce è risultata però un po’ discontinua, con improvvisi lampi d’eccesso di volume, quasi fosse arduo controllarla, e con qualche difficoltà di dizione e di agilità nelle parti veloci. Il mattatore della serata, fra i ruoli maschili, è stato di sicuro il Leporello di Andrea Concetti. Senza mai sconfinare nel gigionismo, ha interpretato le parti comiche con misurati ammiccamenti ed ha superato appieno sia le difficoltà delle parti in agilità che il biglietto da visita iniziale, l’aria del catalogo, lunga e articolata. Anche Masetto (il baritono Daniele Piscopo) ha ben figurato, e il pubblico gli ha riservato un apprezzamento particolare nell’applausometro finale. C’è poco da dire sul Commendatore (il basso Riccardo Ferrari), nel senso che dice poco anche lui; quindi per completare il quadro delle voci maschili manca solo il povero Don Ottavio. L’anti-eroe, il debole contrapposto al virile e possente Don Giovanni… il fidanzato gnifito che mai troppo osa, che si sbilancia forse troppo nel pronunciarsi padre e amico, invece che amante della povera Donn’Anna… Lo caratterizza proprio bene Marcello Lippi nel programma di sala, definendolo la figura più femminile dell’opera mozartiana . Insomma uno di quei fidanzati la cui donna, quando ne parla ad altri, ricorre all’appellativo di poverino.  Poverino, è tanto bravo… Ecco, forse per Donn’Anna il trauma di vedersi abbrancare dal vigoroso Don Giovanni ha cambiato un po’ le prospettive del fidanzamento, tanto che alla fine, una volta sgomberato il campo dallo scomodo sciupafemmine, alla pressante di richiesta di convolare a nozze con don Ottavio Donn’Anna replica risoluta affermando che prima che gliela dia deve passare ancora per lo meno un annetto… Il tenore macedone Blagoj Nacoski ha ben figurato, in una parte scomoda nella quale deve risultare gnifito e impacciato, e ha sfoggiato (ma non troppo, ci mancherebbe, la parte non lo richiede) una bella voce.

Lavinia Bini (Zerlina), Daniele Piscopo (Masetto). Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Lavinia Bini (Zerlina), Daniele Piscopo (Masetto). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

E veniamo alle voci femminili. Elvira, Anna, Zerlina: tutte soddisfacenti. Elvira, la nemesi onnipresente, professionista della rottura delle uova nel paniere, marca stretto Don Giovanni e lo contiene, salvo poi dar sfoggio di incondizionata disponibilità ad accettarne tutti gli sgarbi. Qui interpretata dalla mezzo-soprano polacca Agata Bienkowska, forse fra tutti i personaggi quello che rimane un po’ impalato in scena, ma che sfoggia una gran voce, solo a volte un po’ disagevole da governare nel registro basso. Ma che bel temperamento! La Donn’Anna di Silvia Dalla Benetta esprime una gran voce a una grande presenza scenica, sia nelle drammatiche scene iniziali, che nei movimenti di gruppo, che nelle ironiche allusioni alle inadeguatezze del povero Don Ottavio. Il pubblico pisano ha particolarmente apprezzato i suoi acuti fermi e precisi. C’è poi la contadinotta, la sposina fresca di nozze campagnole che si vorrebbe ingenuotta e facilmente manovrabile, ma che invece la sa lunga su come trattare gli uomini. L’interprete di questa prima, la soprano toscana Lavinia Bini, ha centrato alla perfezione il personaggio: con la presenza scenica, con la mimica facciale, con l’atteggiamento e, naturalmente, con la voce: nulla si poteva sperare di più da un personaggio che era chiamato ad esprimere soprattutto freschezza. Ed è proprio a lei, oltre che a Donn’Anna e a Leporello, che il pubblico pisano ha riservato gli applausi più calorosi e convinti alla fine della serata.

E la musica? E l’orchestra? E le intenzioni registiche? Il programma di sala, vera novità, non contiene le note di regia né le annotazioni del direttore d’orchestra (il giovane pisano Francesco Pasqualetti) sulle particolarità della partitura, ma – oltre alla sinossi e al libretto dell’opera – un solo corposo (32 pagine escluse le figure!) saggio del direttore artistico del Teatro, Marcello Lippi, sul Don Giovanni di Mozart/Da Ponte in rapporto agli innumerevoli altri don Giovanni di cui è costellata la storia del Teatro di prosa, del Teatro d’opera, della letteratura… Insomma un bellissimo ed avvincente scritto che sa più di introduzione al festival dongiovannesco nel suo insieme che di guida all’ascolto di questa singola Opera. Bello; ma certamente non una notarella da leggere per curiosità prima dell’inizio dell’opera o nell’intervallo; piuttosto una trattazione approfondita da studiarsi, poi, con calma, a casa.

Chi ha avuto la possibilità di ascoltare direttore e regista in occasione della presentazione dell’opera alla fine di settembre ha potuto almeno attingere a qualche indizio, soprattutto dal regista; ma insomma, via, accontentiamoci.

Direttore e Orchestra della Toscana hanno fatto un buon lavoro, e soprattutto le sezioni degli archi e dei legni (come già osservato in passato) hanno fornito una prova di grande qualità. Gli ottoni, un po’ come la voce di Don Giovanni, a volte si sono lasciati sfuggire qualche eccesso o sforzatura, ma nel complesso la prova è stata superata. Una menzione particolare per la mandolinista Monica Baronio e per il clavicembalista Riccardo Mascia, che ci hanno proprio fatto la loro figura.

Alla fine: la morale.

Alla fine: la morale. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Una delle componenti determinanti per la piacevolezza e il successo di quest’opera sta di sicuro nel libretto di Lorenzo Da Ponte, avventuriero e librettista, il quale forse ancora se la rideva pensando a Giovanni e Leporello negli ultimi anni della sua vita, quando faceva l’alfiere della lingua italiana a New York e cercava di trasmettere oltreoceano la gioia della lettura di Dante. In questa storia in cui sono miscelate con sapienza impeccabile la raffinatezza e l’acume delle parole con le imprescindibili esigenze della comicità, si trovano innumerevoli perle, e non si possono davvero andare a ricercare per farne lunghe citazioni. Ma piace sottolineare un paio di frasi in cui viene espressa con forza la personalità di Don Giovanni, insopportabile eppure irresistibile:  io son, per mia disgrazia, uom di buon cuore.  /  io che in me sento sì esteso sentimento, vo’bene a tutte quante. /

Lorenzo Da Ponte

Lorenzo Da Ponte

La musica di Mozart, la sua ricchezza e soprattutto la sua incredibile varietà di temi, si integra perfettamente con il testo dapontiano, e  fa anche ben accettare quelle infinite ripetizioni testuali così frequenti nell’opera settecentesca (come per esempio quando Leporello esprime concitatamente la necessità di andarsene, ma invece di uscire di scena reitera innumerevoli volte l’urgenza di fuggire. Son proprio questi gli argomenti di cui si servono i detrattori del teatro d’opera che ne evidenziano soprattutto gli elementi apparentemente ridicoli…).

Quindi un buon inizio, con una bell’opera in un buon allestimento, e anche il pubblico del Verdi sembra aver gradito parecchio. Avanti così con le prossime!


Responses

  1. […] S’apre il sipario sul primo atto con sfarzi da magione lussuosa, signorine indebolite, cicisbei, poeti, svolazzamenti di abiti ingolfanti, bicchierini, sigari, amenità. Par d’essere ripiombati nel salotto della contessa di Coigny nel prim’atto dell’Andrea Chénier. Però qui, a far da contraltare proletario alla patrizia prole non c’è l’austero Gerard, bensì l’audace, impertinente e ruspante cameriera Lisette. Questo primo atto (quanti se ne saranno visti d’atti d’opera ambientati in un salotto bene dove si consumano le verduriniane mollezze della nullafacenza?) s’anima da un riuscitissimo cocktail fra le parti colloquiali o d’insieme e le emersioni solistiche. E anche la Magda di Maria Luigia Borsi, apparsa dapprima scura nella voce e negli umori, si eleva sottile, limpida ed eterea nelle parti solistiche, in particolar modo nelle trasognate note della lenta canzone. Sottolineature orchestrali ben congegnate, bel gioco delle parti,  insomma un prim’atto veramente godibile, anche grazie a una regia che ha curato benissimo i movimenti dei personaggi (fino addirittura a far “suonare” il piano a Prunier mentre canta la sua canzone!) e alla presenza scenica (e alla voce!) più che adeguata di tutti gli interpreti. Emerge fin dal prim’atto quello che sarà il personaggio davvero vivacizzante di tutta la storia. Proprio lei: la spumeggiante e sfrontata Lisette (qui interpretata da Lavinia Bini, che avevamo visto qualche mese prima apprezzatissima interprete di Zerlina nel Don Giovanni). […]

  2. […] di cinque anni ritorna al Teatro Verdi di Pisa il Don Giovanni di Mozart. Inevitabili i richiami a quella rappresentazione (si era nell’anno delle celebrazioni multimediali del mito di Don Giovanni in tutte le […]


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